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sabato 30 maggio 2026

Clara E. Mattei-L'Economia è Politica- Tutto quello che non vediamo dell'economia e che nessuno ci racconta

 Il libro che recensiamo oggi è di Clara Mattei, di nazionalità italiana ma insegna nel dipartimento di Economia della New York for Social Resarch. Di questo libro ne avevo sentito molto parlare ma avevo dei dubbi che esprimo a fine recensione.
Il punto di partenza è la critica  alle narrazioni che mascherano il funzionamento del nostro sistema economico. Il sistema capitalistico viene considerato "naturale", mentre per l'autrice così non è e dobbiamo "ripoliticizzare" l'economia o anche ri-democratizzarla. Uno dei temi del libro è l'austerità, il problema non è se lo Stato non spende e di fatto spende, ma dove e per chi. La nostra macchina economica per l'autrice non è strutturata per soddisfare i bisogni della gente comune ma aumentare la rendita e i profitti per i pochi detentori di capitale. Il capitalismo è un sistema recente, meno di 300 anni, che ha sostituito il feudalesimo. L'avvento del sistema capitalistico in Gran Bretagna è iniziato con la confisca delle terre (enclosure dei commons), che sono diventate private, mentre nel feudalesimo detenere un titolo feudale non significava possedere la terra. Quindi un ruolo fondamentale nella evoluzione del sistema economico è quello delle istituzioni statali con le sue leggi. La coercizione insita nel sitema capitalistico  è una coercizione meno esplicita e di tipo economico ed impersonale. Di fatto la anche povertà non è un accidente ma  è intrinseca alla società capitalistica. Anche lo sfruttamento del lavoro da parte dei capitalisti è implicito. Il processo di centralizzazione e concentrazione nel capitalismo è tipico, e il monopolio  non è una antitesi del mercato ma è il risultato delle dinamiche del sistema. Anche la disoccupazione non è un male eccezionale è piuttosto necessario, è il mercato stesso a produrre derive strutturali verso il risparmio di manodopera, che è un obiettivo che si raggiunge anche grazie alla tecnologia che non è neutra (vedi qui). La stessa stabilità monetaria richiede che debbano esserci un significativo numero di persone senza lavoro (esercito di riserva di marxiana memoria). Infine, lo Stato stesso finisce per avere un ruolo attivo di protettore del mercato. L'autrice poi distingue tre forme di austerità: l'austerità fiscale che impone un taglio alle spese; l'austerità monetaria tramite l'aumento dei tassi di interesse; l'austerità industriale tramite privatizzazioni e riducendo i diritti dei lavoratori e sindacali. L'obiettivo della austerità è incrementare la dipendenza dei lavoratori dal mercato e la redistribuzione della ricchezza verso l'alto.
Il libro prosegue poi con un escursus storico con le grandi rivolte operaie degli anni venti e la successiva nascita dei totalitarismi, in particolare il fascismo che adottò politiche economiche antisindacali e di contenimento dei salari con l'ausilio degli economisti italiani del tempo. Nelle conclusioni ribadisce la incompatibilità del capitalismo con la democrazia, la democrazia elettorale rafforza le basi del capitalismo mantendendo una falsa impressione di scelta. Infine afferma che lo scopo del libro è di smascherare le mistificazioni e aumentare la consapevolezza sulla realtà del sistema economico; le basi del capitalismo si possono scuotere anche con piccoli cambiamenti se ci impegniamo in progetti collettivi che producono spazi per la democrazia economica.
Se il libro è destinato a chi non conosce molto di economia e storia economica indubbiamente ha una sua valenza nel disvelare molte cose che la economia mainstram non esplicita e anzi da per scontato. L'approccio della autrice risente molto della analisi marxista, con questo non voglio dire che sia sbagliata, Marx ha rivelato molti aspetti critici del sistema capitalistico e molte sue considerazioni rimangono valide. Chi legge questo blog ha visto recensioni di molti libri di critica alla economia mainstream, con critiche molto dettagliate, che rivelano che molte leggi economiche sono basate su ipotesi molto discutibili e che pensare che l'economia sia una scienza apolitica è piuttosto naive. Inoltre, molti autori hanno criticato l'attuale stato di cose e come la evoluzione del capitalismo con la globalizzazione stia portando ad un aumento di diseguaglianze e crisi dei sistemi democratici. Nel libro della Mattei però non trovo soluzioni concrete ai problemi e, inoltre, i sistemi non capitalistici  hanno dimostrato, nel lungo periodo, di non essere in grado di diffondere il benessere, e infatti la Cina è un sistema, come afferma Milanovic, ormai capitalista. Quindi, in sintesi, un libro interessante solo per alcuni aspetti per me, che nel mio libro ho parlato di Marx e dei suoi limiti, e di quelli che hanno letto almeno in parte i libri che ho consigliato.

domenica 22 febbraio 2026

Dani Rodrik- Shared Prosprity in a Fractured World- A New economics for the Middle Class, the Global Poor and Our Climate.

 Dani Rodrik, professore di Economia Politica Internazionale presso la Università di Harward, è molto presente in questo blog, ne abbiamo parlato spesso recensendo articoli e libri (vedi ad es. qui e qui e anche qui). Lo scopo del libro, come da sottotitolo, e quello di affrontare tre aspetti fondamentali per l'autore: ricostruire la classe media (nei paesi sviluppati), ridurre la povertà (nei paesi in via di sviluppo), affrontare i problema del cambiamento climatico. Per affrontare tali problemi il nostro attuale menù di politiche appare inadeguato, dobbiamo considerare nuovi approcci e riconfigurare le nostre priorità e politiche. Ad esempio nell'affrontare il cambiamento climatico l'approccio tentato di accordi globali sul clima non è stato particolarmente efficace, mentre  dovremmo puntare di più su approcci, non coordinati, messi in atto a livello locale e nazionale. La classe media poi è la spina dorsale di una societa democratica, ma una solida classe media richiede dei buoni lavori, il declino della manifattura è inesorabile non solo per la globalizzazione, quindi la fonte di nuovi lavori saranno i servizi, pertanto sono necessarie politiche industriali nei servizi, e che la direzione del cambiamento tecnologico non venga diretta contro il lavoro. Nei paesi non sviluppati è la crescita economica il maggior veicolo per la riduzione della povertà, e lo sviluppo della  industria è stata il motore della crescita per i paesi che sono usciti dal sotto sviluppo, ma questa via diventa sempre più difficile per i paesi che sono ancora poveri, e i servizi sono poco esportabili e a più bassa produttività.

Ciò rende più difficile il compito a fronte di maggiori incertezze e richiede, quindi, di  sperimentare nuove modalità e approcci di "second best" rispetto a quelli di first best. Gli accordi globali mancano di legittimità, infatti i termini tendono ad essere distorti a favore di chi ha più potere. Il modello di iperglobalizzazione che ha cartterizzato il periodo  precedente, che è una logica estensione del neoliberalismo, è comunque in crisi. I mercati non riescono ad auto regolarsi e stabilizzarsi, essi necessitano di istituzioni di non-mercato create dallo Stato. Le precedenti istituzioni, Bretton Wodds e GATT permettevano il commercio ma supportavano anche obiettivi domestici, mentre la iperglobalizzazione è divenuta fine a se stessa, erodendo la capacità degli Stati di essere al servizio dei propri cittadini. I guadagni ottenuti dalla globalizzazione hanno avuto dei costi sociali altissimi, intere comunità ne hanno sofferto. La iperglobalizzazione non ha solo aumentato le diseguaglianza ma anche danneggiato la democrazia

Gli accordi sul clima hanno raggiunto alcuni risultati ma, ad esempio, gli accordi di Parigi si basano solo  su impegni volontari di tagliare le emissioni da parte delle nazioni aderenti. D'altra parte, le azioni non coordinate delle singole nazioni hanno portato a sviluppi incoraggianti, in particolare la politica industriale cinese ha portato ad un enorme sviluppo delle rinnovabili che ha unito obiettivi climatici con obiettivi geopolitici e commerciali. In ogni caso il problema delle politiche green è che creano dei perdenti concentrati mentre i benefici sono diffusi e dispersi. Inoltre, si sono dimostrati  più efficaci i sussidi del governo alle energie rinnovabili piuttosto che le tasse sulle emissioni di carbone (creare vincenti piuttosto che perdenti). Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo la situazione è piu complicata perchè non hanno le risorse per investire nelle politiche green, per cui si rende necessaria una adeguata assistenza economica da parte delle nazioni sviluppate altrimenti non avremo una effettiva riduzione di emissioni da parte delle nazioni più povere.

La mancanza di lavori buoni porta alla erosione della classe media che, a sua volta, a una erosione della democrazia, per questo è fondamentale costruire una economia dei buoni lavori per ristabilire la fede nella democrazia. Purtroppo la manifattura, che ha svolto un ruolo importante nella creazione di buoni lavori, è in declino ed è estramente improbabile che rimanga un motore della creazione del lavoro. L'aspetto importante da sottolineare è che il lavoro per le persone è una parte della loro identità e una fonte di riconoscimento sociale. Dagli anni '80 le economie avanzate  hanno fallito nel generare un adeguato numero di buoni lavori, vi è stata una polarizzazione del lavoro, solo  pochi lavoratori ben pagati. Dato che i servizi rimarranno il settore che assorbirà maggiormente lavoro non abbiamo scelta che trasformare cattivi lavori nei servizi in buoni lavori. Si richiede, quindi una rivoluzione nei servizi, che faccia affidamento non solo sul paternalismo degli imprenditori ne sulle regolazioni governative, piuttosto di una strategia che alimenti la crescita della produttività in un ampia gamma di servizi. Storicamente i servizi si sono mostrati poco produttivi, per questo serve una serie di incentivi pubblici, anche finanziari, che ne aumentino la produttività, in particolare i programmi che funzionano meglio sono iniziative locali vicine agli imprenditori. L'autore poi mostra alcuni casi positivi di tali iniziative. Le tecnologie inoltre, come l'AI, possono migliorare la produttività ma serve che il governo guidi la tecnologia verso una direzione labour-friendly. La industria non sarà a lungo un motore di crescita anche per i paesi in via di sviluppo, anche in questo caso sarà necessaria sperimentazione e innovazione, interventi che saranno specifici dei vari contesti. Ci sono casi, come l'India, in cui il driver dell'economia sono stati i servizi, anche se i tassi di crescita sono minori che nella Cina che ha puntato sulla industria. Anche in questo caso serve l'intervento pubblico: formazione anche manageriale, prestiti, finanziamenti, infrastrutture, assistenza tecnologica, ecc. Rimane il fatto che, anche se ci sono casistiche positive in questo campo,  il compito non è facile, perchè la maggior parte dei servizi assorbe lavoro a basso skill e molti di questi lavori non sono esporatbili.

Le trasformazioni produttive sono sempre avvenute con l'apporto combinato di iniziative pubbliche e private. Il governo difficilmente può scegliere i vincitori ma può smettere di supportare i perdenti, inoltre deve prendere atto, in modo esplicito, che i alcuni progetti falliranno, il governo non è onniscente. Quello che è importante, una volta avviati i progetti, è di avere strumenti di misura chiari e misurabili per il monitoraggio dell'avanzamento dei progetti stessi, inoltre è importante che la politica industriale sia isolata dalle lobbies e da i cercatori di rendite. Quindi bisogna essere molto cauti nel progettare e implementare gli interventi. L'obiettivo primario delle politiche di trasformazione produttiva è di correggere le inefficienze nella allocazione delle risorse economiche. Uno dei problemi del mercato sono le esternalità sia negative e sia positive (che andrebbero favorite dal governo). In particolare le esternalità positive,  tecnologiche e di buoni lavori, andrebbero sussidiate o tramite la  fornitura dei servizi al business. Le trasformazioni produttive che funzionano meglio sono quelle che si basano sullo scambio di informazioni pubblico-privato e su problem solving iterativi, cioè è molto imporatante come vengono gestite le relazioni tra pubblico e privato. Alcuni esempi positivi di collaborazioni locali pubblico e privato sono state sperimentate in Cina, ad es. sullo sviluppo della auto elettriche.

Una governance pubblica "sperimentalista" dovrebbe avere 4 elementi: stabilire degli obiettivi e determinarne le metriche, gli agenti esecutivi pubblici devono avere una larga discrezionalità con qualche supporto istituzionale, devono essere previsti report periodici di avanzamento delle iniziative ed eventualmente abbandonare le iniziative se non soddisfacenti, infine gli obiettivi e le procedure devono essere costantemente rivisti. Gli agenti pubblici non devono per forza, all'inizio, conoscere le problematiche in dettaglio, è sopratutto nell'interesse delle imprese che sia efficace la collaborazione nel problem solving.

Il governo è quindi importante nel ruolo di indirizzare il cambiamento strutturale, non sono sufficienti la redistribuzione, la assicurazione sociale e la gestione macroeconomica, sono richiesti altresì interventi sul lato dell'offerta per creare buoni lavori.

Generalmente si crede che maggiori siano le regole globali migliore sia la situazone, ma le regole globali spesso sono le regole del più forte, e regole generali possono confliggere con diverse configurazioni istituzionali nazionali. Per Rodrik esistono fondamentalmente 4 tipi di regole tra nazioni. Ci sono politiche nazionali che possono danneggiare le altre nazoni, beggar thy neghbour (BTN) e queste dovrebbero essere condiderate vietate. Altre possono essere considerate  mutue negoziazioni e aggiustamenti, politiche che generano un beneficio domestico minore dei danni provocati all'estero e pertanto  dovrebbero essere ammesse.  Poi ci sono le azioni autonome che riguardano sopratutto l'area domestica. Infine ci sono i beni pubblici globali che richiedono  una governance multilaterale. Se le nazioni promuovono le proprie industrie  per obiettivi legittimi l'esito collettivo e' di prosperità generale. Quindi, per l'autore, solo la prima categoria di politiche (BTN) e quella relativa ai beni pubblici globali dovrebbero essere soggette a regole globali.

Nelle conclusioni l'autore ribadisce che se una sinistra progressista vuole rivitalizzarsi deve riconnettersi con la la classe lavoratrice; ricostruendo una classe media con buoni lavori nei servizi, aumentando la produttività dei lavoratori a basso skill, la produttività è infatti la base della prosperita'. Per tutto questo ci vuole il coraggio di sperimentare da parte dei governi anche se in alcuni casi si commetteranno errori.

Dalla recensione si capisce che è un libro che affronta e sviscera molti problemi, cercando di dare soluzioni ragionevoli. Un ottimo libro, anche se le tesi di Rodrik mi erano, in parte, note. Indubbiamente il problema dell'indebolimento della classe media è un tema centrale per i paesi sviluppati come l'Italia. Evidentemente lo sono altrettanto la povertà e il cambiamento climatico. Sono d'accordo con Rodrik che è piu ragionevole puntare su iniziative second best piuttosto che su quelli ottimali difficili da realizzare, così come è difficile sperare che vengano raggiunti accordi globali che siano risolutivi. La cosa che mi ha colpito è la constatazione che il futuro sia dei servizi, ovviamente inevitabile. Vedo però difficile aumentarne la produttività, quindi il problema è che ci ritrovremo con crescite minori, con poche corporation che avranno sempre piu potere tecnologico, economico e anche mediatico. Quello che paventa qualcuno, e non senza motivo,  è una specie di tecno feudalusmo; come possiamo infatti  noi cittadini, rafforzare  il ruolo dello Stato a nostro vantaggio quando invece come accade adesso, vedi USA, il ruolo di coorporation e tycoon sta condizionando l'esito delle elezioni?


mercoledì 21 gennaio 2026

Houston abbiamo un mare di problemi

Iniziamo questo post prendendola alla larga cioè partendo dalla storia delle idee economiche (vedi il mio libro) per arrivare al presente.

 Adam Smith, giustamente, fu uno dei primi a capire che bisogna partire dall'offerta, se non si produce di più non si puo parlare di crescita e ancor meno di domanda. Quindi il suo focus era sull'aumento della produttività, questo significa dare enfasi alla industria invece che alla agricoltura (Fisocratici) o al solo commercio (Mercantilisti). Aumentata la offerta si rende necessario anche aumentare il commercio, vedi Ricardo con la sua legge dei vantaggi comparati. Ma se per qualcuno la offerta creava anche la domanda (legge di Say), qualcuno altro si preoccupava anche come aumentare la domanda per assorbire la produzione (Malthus). Anche Marshall sosteneva che offerta e domanda erano strettamente correlate (metafora delle forbici), fu soprattutto Keynes a  sostenere che bisognava guardare alla domanda (domanda effettiva) per far sì  che la offerta raggiungesse il suo massimo garantendo la piena occupazione. 

La offerta crea la sua domanda se il surplus prodotto viene ben distribuito, gli economisti sostengono che ogni fattore produttivo (capitale/lavoro) si prende la sua quota del prodotto in base al proprio contributo, ma  questo non è propriamente vero in realtà dipende dai rapporti di forza (Marx). Per risolvere il problema ci vuole uno Stato che sostenga con spese e investimenti la domanda, e con la tassazione redistribuisca la ricchezza prodotta.

 Quindi, per evitare rivoluzioni sociali quello che è successo, in alcuni paesi occidentali è che, grazie  alla maggiore forza contrattuale dei lavoratori, per mezzo dei sindacati ma anche  alla democrazia, il sistema economico è cresciuto portando una prosperità diffusa, questo in virtu' della crescita economica trainata dalla tecnologia. Se la torta si allarga e una buona fetta va anche ai lavoratori c'è chi sta meglio ma mediamente molti stanno meglio di prima.

Tutto ciò è avvenuto nel tempo e dopo la seconda guerra mondiale si era creato un particolare equilibrio. Da una parte il mondo occidentale, compreso il Giappone, che cresceva e si sviluppava, dall' altra parte i sistemi  comunisti (URSS e Cina) e i paesi non sviluppati o poco sviluppati. Un sistema che si reggeva ma non era proprio equo, con una gran parte del mondo che soffriva la fame. Con la caduta dell'URSS e il cambiamento di indirizzo politico della Cina, si è verificato un enorme cambiamento, con alcune nazioni, sempre piu numerose, che hanno cominciato a crescere, produrre e commerciare di piu. Questa rivoluzione ha migliorato la vita a milioni di persone ma ha anche comportato la rottura di alcuni equilibri nei paesi ricchi. In questi paesi la manifattura ha cominciato a ridursi con la perdita di posti di lavoro ben retribuiti, sono cresciuti i lavori nei servizi che in media sono meno remunerati, inoltre i servizi hanno una produttività più bassa; di conseguenza abbiamo avuto crescite piu contenute, diseguaglianze crescenti, pochi vincitori molti perdenti, interi ecosistemi industriali spariti. E' cresciuta molto la insofferenza dei cittadini anche per la rottura di quel patto sociale che aveva retto fino a quel punto, con uno Stato in affanno con meno risorse, spostamento ed elusione dei redditi, per garantire il welfare e la redistribuzione precedente.

Come ho detto l'aumento della offerta si sostiene grazie all'aumento della domanda, questa puo essere interna al paese o esterna (crescita export led). A livello generale però tutto si equilibra, quindi se ci sono  alcuni paesi esportatori (netti) ci devono essere altri importatori. La situazione ottimale sarebbe un sostanziale equilibrio tra import ed export in tutti paesi, altrimenti si creano guerre commerciali, che come tutte le guerre non sono win win. In genere si ammette che ci siano dei momentanei squilibri, inoltre i paesi poco sviluppati devono, generalmente parlando, contare inizialmente sulle esportazioni perche hanno poca domanda interna. Ora il nostro attuale sistema si regge su un equilbrio instabile, la Cina continua ad essere il produttore ed esportatore mondiale mentre gli USA sono l'importatore mondiale, questo grazie alla forza e ruolo del dollaro per cui possono permettersi di essere in deficit commerciale, ovviamente tutto ciò fino a un certo punto e, infatti, da un pò di tempo e, soprattutto con Trump, stanno cercando, anche con i dazi, di ristabilire l'equilibrio commerciale. 

Abbiamo poi un altro problema enorme che si chiama Africa, continente ancora fortemente poco sviluppato, con grandi ricchezze del sottosuolo, ma con una crescita demografica che rischia di esplodere, con tutte le problematiche che possono creare le emigrazioni come gia stiamo vedendo.

Come vedete la situazione è piuttosto grave ed esplosiva, acuita dal fatto che le leadership mondiali sono in grossa difficoltà, con la crescita di leadership populiste poco preparate quando avremmo bisogno di ben altro.

Non so se finirà bene.  Se fossimo in un mondo ideale, dove vengono prese le scelte che favoriscono la umanità, l'occidente dovrebbe essere piu unito. Da una parte dovrebbe ridurre le disuguaglianze al suo interno e le nazioni  dovrebbero riprendere il loro ruolo di distribuire la ricchezza, per garantire di nuovo il patto sociale su cui si basano tutti gli Stati democratici. Gli Stati occidentali, se uniti, potrebbero avere anche la forza di costringere la Cina a uno sviluppo più equilibrato, sarebbe ragionevole per loro aumentare la domanda interna, non sono più un paese in via di sviluppo, e migliorerebbero le  condizioni di vita dei loro cittadini. Poi bisognerebbe cominciare ad occuparsi di Africa in un ottica win win e non solo cercando di sfruttare le sue risorse, se i paesi africani crescono e diminuiscono il boom demografico non ci troveremo con milioni di persone che vogliono emigrare alle porte. Infine, per ultimo, ma non ultimo per importanza, dovremmo anche affrontare il riscaldamento globale, senza essere idealisti ma in buona parte le risorse in termini di idee e di tecnologie ci sarebbero.

Tutto ciò non succederà, anche se, a voler essere ottimisti,  quando le situazioni diventano terribilmente complicate alla fine vengono fuori le menti migliori.


sabato 22 novembre 2025

Un consiglio (non richiesto) ai partiti progressisti

 I partiti progressisti non se la passano bene nei paesi occidentali sono in arretramento dappertutto e se vincono, GB, è solo perchè i conservatori hanno fatto una marea di sbagli madornali. Assolutamente sbagliato prendersela con il destino cinico e baro, la realtà è che hanno perso consensi in quello che doveva essere il proprio elettorato perchè hanno sbagliato politiche e scelte anche di candidati. Ad esempio negli USA la scelta di confermare Biden è stata assolutamente senza senso, ma anche una candidata giovane come la Schlein non sembra poter cambiare l'esito delle prossime elezioni. Ma andiamo con ordine. Il dato di fatto è che la globalizzazione, l'innovazione tecnologica, ma da noi anche la UE, non hanno giocato a favore di molti, mentre la sinistra non ha fatto niente per contrastarne gli effetti: perdita di posti di lavoro, perdita di potere contrattuale dei lavoratori, perdita di salario reale, senso di incertezza verso un futuro piuttosto oscuro e gramo. Classi medie che stanno sparendo e vanno in difficoltà, una classe operaia che poteva pensare di far parte della classe media che si vede proiettata verso la povertà, giovani, in Italia, senza speranze che emigrano, sono tutti elementi che sono evidenti e che meritavano ben altro approccio. Purtroppo elementi che non sono stati considerati e che hanno fatto il gioco della destra abile nello sfruttare il malcontento e nel trovare facili capri espiatori: gli immigrati che con il declino della situazione c'entrano solo marginalmente. Quindi, in primo luogo bisogna considerare un cambiamento di rotta, lo stesso Renzi che sembrava avere buoni consensi ha fatto politche, Job Acts, dettate più da idee vecchie e mal applicate. Canbiamento di rotta che non significa tornare al vetero comunismo o a idee estreme che lasciano il tempo che trovano e anzi sono facili da attaccare da parte della destra. Un esempio la patrimoniale, che sarebbe giusta da un punto di vista morale ed anche economico, molti economisti la sottoscrivono ma a livelli di ricchezza molto elevati e non quella sciocchezza di Landini dei 2 milioni di ricchezza, comunque difficilmente applicabile, non porterebbe grandi introiti e, soprattutto, è invisa alla maggioranza che ha paura di ulteriori prelievi anche se non sarebbe vero per la stragrande maggioranza. In ogni caso con capitali molto mobili una scelta da parte di un solo paese rischia soltanto la fuga di capitali. Non dico che bisogna essere moderati ma neanche fare regali alla destra, del tipo anche i ricchi piangano. Bisogna partire da alcune cose, come ho gia detto. Problema demografico, spopolamento continuo, poche nascite e giovani che se ne vanno. Salari troppo bassi e non abbiamo neanche il salario minimo. Si favoriscono le rendite di posizione, abbiamo regalato a privati monopoli naturali e stiamo facendo arrichire oltre modo banche e società energetiche. Una tassazione troppo alta per alcuni e larghe fasce di evasione ed elusione per altri, un sistema fiscale barocco e iniquo e ormai troppo gravoso. Una spesa pubblica fuori controllo, dove spendiamo un sacco di soldi in cose poco utili e lasciamo in povertà e senza sanità un sacco di persone. Un sistema industriale che perde pezzi ogni giorno, ultima la Italsider, un sistema formativo  che fa acqua, pochissimi laureati e poi il mismatch tra competenze richieste e competenze offerte, un sistema imprenditoriale che non guarda al futuro ma solo a guadagnare nel breve termine. Una burocrazia elefantiaca che appesantice il paese e che ha mostrato di essere incapace di sfruttare il PNRR,  una giustizia lenta e inefficace. Mi fermo qui ce ne sono altre e sono cose note. Tutte cose complesse da affrontare in un contesto economico e geo politico che non aiuta, vedi anche UE, che richiedono tempo e sopratutto grande preparazione per affrontarle, mentre il livello dei nostri politici scade ad ogni legislatura. Per affrontare queste sfide abbiamo bisogno di persone serie e preparate e in Italia, e anche altrove, ci sono, allora mi dico perchè i partiti progressiti non fanno quelli che andrebbe fatto? Cioè avvicinare alla politica persone giovani e preparate, e comunque creare scuole di formazione che si basino sulle conoscenze acquisite, sopratutto economiche, di cui ho parlato in molti post, per creare un bacino di persone che possano, magari iniziando da ruoli di amministrazione locale, costruire una base per poter presentare candidati validi. Tutte le volte che si presentano candidati credibili, seri e preparati è difficile che l'elettorato mediano non li premi. Ci vuole lungimiranza, un tempo i partiti erano più selettivi e infatti mediamente le persone che emergevano avevano un certo spessore, vogliamo paragonare Moro a Di Maio? Insomma serve un cambio di passo, ammettere di aver fatto molti errori, riavvicinarsi alla gente, meno social e più territorio, e fare una strategia di rinnovamento profonda della dirigenza di partito, per un paese dove quelli che hanno dato si facciano da parte e lascino un poco di spazio a giovani preparati, e non solo a chi spera di accorciare i tempi e la fatica andandosi a prendere un buon stipendio in parlamento.

mercoledì 22 ottobre 2025

Alessandro Volpi- I padroni del mondo - Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia

Alessandro Volpi è un professore nella facoltà di  Scienze Politiche alla Università di Pisa ma che ha anche svolto attività politica in particolare è stato sindaco della città di Massa; ha scritto molti libri con argomento politico ed economico di cui questo è l'ultimo.
Il tema del libro, come da titolo sono i fondi finanziari, tali fondi sono pentrati anche nelle società pubbliche, gestrici di infrastruttutre vitali per la sovranità di un paese. I fondi piu grandi del pianeta sono tre: Black Rock, Vanguard e State Streeet, ma le loro proprietà sono intrecciate tra loro con un intrico proprietario abbastanza oscuro. La cosa preoccupante è che questi soggetti, che sono proprietari o concessionari di servizi pubblici, poco contribuiscono al fisco italiano con utili tassati in paesi a fiscalità agevolata. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla privatizzazione di una serie di servizi fondamentali di cui i fondi sono di fatto protagonisti. In particolare sono presenti nella società di gestione delle reti, vedi ad esempio KKR (dove figurano Vanguard e Black Rock) che possiede la maggioranza della rete fissa ex Telecom Italia. Inoltre i fondi possiedono una quota rilevante di Atlantia, cioè le autostrade italiane. Altri esempi di partecipazioni importanti dei fondi sono: Terna, Saipem, Eni, Leonardo ed Enav. Un altro campo dove sono molto presenti è quello delle cosiddette multyutility che erogano servizi pubblici in regime spesso di monopolio naturale e partanto dovrebbero essere gestite nell'interesse generale ma i cui margini e divedendi (circa 20 miliardi) vanno proprio a beneficio dei fondi. Gli esempi non mancano: A2A, Enel, Hera, Acea.
In pratica a livello mondiale due soli fondi gestiscono un valore pari a un quinto del Pil e possiedono circa il 30% dell prime 500 società mondiali. Di fatto i fondi hanno un enorme potere economico e sostituiscono in gran parte la finanza della economia della produzione trasformando i profitti in rendimenti finanziari. Un altro ambito è quello del debito pubblico, con tassi elevati,  affidato in buona parte alla finanza privata, così che le sorti degli Stato dipendono molto anche dalle scelte dei principali fondi. Ma il monopolio finanziario si rafforza anche in altri campi, i padroni del mondo costituiscono un formidabile cartello capace di fare prezzi su cui speculare, un esempio i beni agricoli dove la dinamica della formazione dei prezzi è appannaggio dei colossi finanziari. Da aggiungere un ulteriore tassello: quello che riguarda le agenzie di rating, i soggetti che esprimono valutazioni decisive sulla finananza pubblica sono nella realtà nelle mani di coloro che partecipano direttamente al mercato finanziario. Altri esempi, forse meno noti, sono le società che gestiscono i giochi (ad es Lottomatica e Snai) ma anche le società sportive di calcio, il 35% delle squadre che militano nei 5 principali campionati europei sono proprietà dei fondi finanziari. Ma gli esempi non finiscono possiamo ancora citare le Big Pharma o anche Tesla. Nell'ultimio ventennio stiamo assistendo a una trasformazione profonda del capitalismo ormai dominato dai grandi fondi, con le banche e le assicurazioni italiane che ne vedono la partecipazione in maniera massiccia, ma questo accade anche nel settore bancario degli Stati Uniti, con l'affermazione di un monopolio nelle mani di pochissimi player. La finanza sta quindi occupando ogni spazio possibile. Il capitalismo sta diventando un monopolio finanziario, da non confondere con il concetto di mercato inteso come elemento costitutivo dei processi economici e sociali. Lo strapotere economico dei fondi fa capire che la democrazia economica è una mera espressione formale.
Il libro di Alessandro Volpi è quindi un saggio capace di offrire una visione critica e ben documentata del ruolo sempre più centrale dei fondi finanziari nel nostro sistema economico‑politico. Consiglio questo libro a chiunque sia interessato a comprendere le dinamiche della finanza globale, la convergenza tra capitalismo finanziario e potere politico, e le sfide che ne derivano per la dimensione democratica. Le mie considerazioni sono che il capitalismo come tutte le realtà economiche e sociali evolve, questo libro mostra chiaramente questa evoluzione, è del tutto negativa? Non saprei rispondere, di fatto la cosa piuttosto controversa è che gli investitori in fondi, e solo chi può permetterselo, di fatto guadagna anche da servizi pubblici che magari paga di più e a vantaggio sostanzialmente dei veri "padroni". Questo libro è quindi utile perchè disvela questa contraddizioni, ma la politica, qui come in altri casi, è divenutata impotente, se non proprio compiacente, di fronti a certi poteri. Difficile che si possa realizzare qualche forma di controllo di questi poteri a livello nazionale, ma come detto la nostra UE dovrebbe risolvere molti problemi stutturali evidenti per occuparsi anche di questo.
         
 

 

 


giovedì 9 ottobre 2025

Macron e la Francia, e non solo.

 Non ho mai creduto che Macron fosse la soluzione giusta per la Francia, come ho scritto  fin dalla sua elezione. La Francia è una grande paese, molto popoloso, con un costo dell'energia elettrica basso grazie al nucleare, una buona burocrazia statale e un sistema semi-presidenziale che dovrebbe assicurargli maggior stabilità politica, che negli ultimi tempi ha perduto. L'errore storico della Francia di Mitterand è stato quello di credere che con l'euro avrebbero contenuto la Germania riunita e tutto sarebbe andato per il meglio. In realtà l'euro si è dimostrato un arma vincente per la Germania, una moneta piu svalutata del marco che gli ha permesso, grazie anche alle politiche di contenimento dei salari, di diventare la esporatrice di Europa e aumentato ancor di più il suo potere. I francesi si sono illusi e sbagliati nel considerare la Germania come partner principale della UE, vi ricordate i risolini di Sarkozy con la Merkel verso Berlusconi? In realtà la Francia aveva poco da ridere, ha una forte agricoltura, un base industriale molto basata sulla grandeur dello Stato ma anche molte debolezze, acuite dall'euro. I presidenti francesi non hanno voluto capire che fare da sponda alle idee della Germania sull'euro e la gestione economica dell'UE non portava nessuno vantaggio alla Francia, era un illusione di grandezza che non aveva riscontro nella realtà.  

Come ho scritto più volte la Francia avrebbe dovuto guardare al sud, Spagna e Italia, molto più simili che non alla Germania per fare politiche diverse in Europa. Ovviamente il peggioramento della situazione economica francese ha portato i cittadini sfiduciati a votare  gli estremi politici. Macron con il suo rassemblement è riuscito ad essere eletto due volte grazie al voto dei moderati ma non è bastato. Macron ha improntato la sua politica sulle basi di idee liberali, in parte non nego che abbiano la loro valenza, ma in un mondo globalizzato dove molti perdono il lavoro o comunque si sentono sempre meno sicuri, con un euro che ha avvantaggiato le esportazioni tedesche, ci vuole ben altro per convincere gli elettori, bisogna avere attenzione anche alle fasce sociali sempre più indebolite e sopratutto a una classe media che si sfalda e tende a radicalizzarsi.

 

Queste sono le critiche che faccio ai liberali italiani, in particolare a Marattin, le sue ricette in parte sono anche giuste ma se non tieni conto delle sofferenze e delle difficoltà di chi economicamente perde terreno rimangono delle ricette aride e poco appetibili per cui non ti discosti molto da qualche punto percentuale di consensi. Calenda inizialmente aveva un programma che univa elementi liberali a quelli sociali, ma poi si è perso nei suoi capovolgimenti ed adesso sembra, putroppo, virare verso destra. Ma torniamo alla Francia la situazione è molto difficile, Macron continua ad affidare i governi a personaggi decotti che non presentano nessun elemento di novità nella politica, per salvarsi dovrebbe guardare alla sinistra moderata ma significherebbe ripudiare tutta la storia precedente, a destra la Le Pen non aspetta altro che andare al potere. Probabilmente la Francia avrà un nuovo Presidente del Consiglio che vivacchierà per portare avanti gli affari correnti, ma le elezioni prima o poi arriveranno e il rischio sarà una ulteriore radicalizzazione dell'elettorato, a meno che la destra estrema non si "melonizzi" e assuma un atteggiamento più moderato ma che significa, come è successo da noi, rinnegare molte delle cose su cui basano la loro politica elettorale.

 

Staremo a vedere, la situazione in Europa per i partiti progressisti moderati, per loro colpa, si è messa male, le persone sono stufe di non veder cambiare niente, ci vorrebbero personaggi nuovi capaci di parlare con sincerità alla gente, dicendo che non siamo più nella Golden Age del dopoguerra, ma proporre anche delle politiche imperniate su un keynesismo attualizzato e non storpiato. Dove le imprese guadagnano ma hanno un patto di solidarietà con lo Stato e i cittadini, e non come adesso, vedi le banche, che ora guadagnano e si tengono i profitti e quando sono in crisi si fanno pagare dai cittadini. Dove si guarda al progresso tecnologico ma con attenzione ai suoi risvolti sociali, si da spazio al mercato ma con i limiti che consentano vantaggi per tutti e non solo per pochi; con politiche che propongano la sostenibilità ambientale senza scadere nelle fughe in avanti; con politiche che sostengano il welfare e la sanità ma tenendo conto della evoluzione della società (vedi pensioni). Insomma qualcuno in grado di portare avanti quel patto sociale su cui si basano le società democratiche prospere ma equilibrate, patto sociale che si è perso, dove ormai nella società prevale  una lotta tra bande e si è perso di vista il bene comune.

domenica 20 luglio 2025

Ma come abbiamo fatto a ridurci cosi?

 Riflettendo su come stanno andando le cose in giro per il mondo rimango sconcertato da come sia possibile che, nel XXI secolo con alle spalle secoli di progresso scientifico, tecnologico e in generale di conoscenza in tutti i campi, si dia credito a persone così poco preparate, che spesso mentono e prendono decisioni importanti sulla base di scelte istintive e poco ragionate. Non c'è dubbio che abbiamo fatto passi da gigante nella scienza, anche se molte cose non le capiamo. La scienza avanza per tentativi ed errori e le conoscenze non sono mai definitive  ma certo molte cose le sappiamo con ragionevole certezza.

In economia, branca che ho molto studiato recentemente, molti passi sono stati fatti anche se qui le certezze sono minori e le cosiddette leggi economiche sono solo parzialmente e contestualmente valide (Rodrik). In questo campo comunque ci sono cose su cui c'è una certa convergenza, anche se le visioni rimangono differenti. Sappiamo, ad esempio, che il progresso è dovuto alla ricerca scientifica e alla applicazione delle innovazioni tecnologiche e di processo (Solow, Perez). Il grande aumento della crescita e della produttività si è avuto a partire dalla fine del 1700 in avanti, per effetto delle rivoluzioni tecnologiche. Inoltre, una cosa che mi sento di sostenere e' che la crescita economica si realizza, e che si trasforma in sviluppo, concetto più ampio, quando vi è un miglioramento delle istituzioni che creano le condizioni per una crescita più equilibrata e in qualche modo inclusiva e direi più democratica (Acemoglu). Sistemi poco democratici e dittatoriali hanno mostrato nel lungo periodo di essere meno efficienti, vedi URSS ma anche i sistemi dittatoriali in genere.

Il sistema capitalistico ha mostrato le sue potenzialità nel favorire la crescita ma, se non controllato, finisce per creare diseguaglianze eccessive che non sono né giuste né efficienti, inoltre porta allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali come stiamo assistendo da tempo. Abbiamo bisogno di istituzioni finanziarie e monetarie che funzionino, anche qui le esperienze passate ci hanno mostrato che la finanza lasciata a sé stessa crea spesso disastri e che un prestatore di ultima istanza è necessario come pure l'intervento dello Stato per attenuare le crisi e favorirne la uscita (Kildenberger, Tooze).

Potrei aggiungere molto altro ma ciò basta a capire che abbiamo strumenti, ancorchè imperfetti, che ci possono aiutare a costruire società che funzionino meglio, siano più inclusive, distribuiscano meglio le risorse e non mettano in pericolo la sopravvivenza della umanità. Nonostante tutto ciò negli ultimi anni stiamo assistendo a una crescita dei populismi, con la salita al potere di persone di scarsissima preparazione che spesso combinano guai. Sono contrario alla tecnocrazia,  ma chi va al potere, anche se non preparato, dovrebbe avere il dovere di sentire e confrontarsi con più esperti, per decidere in base al volere popolare ma tenendo conto di ciò che sappiamo in termini di coscienze scientifiche, mediche, economiche, ecc. Purtroppo la TV è ancor più i social networks sono veicolo di disinformazioni, fake news e falsità scientifiche che circolano convincendo purtroppo troppe persone.

Se ci guardiamo indietro la umanità ha fatto passi da gigante e il progresso, in senso  ampio, si è  realizzato nel corso dei secoli ma questo non è sempre vero, abbiamo avuto periodi in cui le conoscenze hanno fatto passi avanti poi sono finite nel dimenticatoio per essere poi riscoperte secoli e secoli dopo (vedi ad esempio Erstostame e la conoscenza della sfericità della terra e la sua circonferenza); così pure a periodi di società ricche, organizzate e fiorenti sono seguiti periodi bui di degrado, povertà e disordine. Quindi il progresso non fa un cammino lineare (De Long)  e queste avvisaglie dovrebbero metterci in guardia; i cittadini tutti, e in particolare quelli che hanno più conoscenze, dovrebbero risvegliarsi dal torpore, non accettare uno status quo che spesso non è maggioritario, troppe persone infatti non votano.

La democrazia, il progresso ma anche la nostra sopravvivenza su questo pianeta sono in pericolo, c'è bisogno di un risveglio di coscienze assopite, sono convinto che la maggioranza delle persone sarebbero favorevoli a cambiamenti nelle politiche dettati da scelte consapevoli e meditate e rivolte al bene comuneNon possiamo e dobbiamo accettare che qualche folle, magari anche ricco,  ci imponga la sua volontà contro gli interessi della maggioranza, abbiamo avuto già condottieri, re e imperatori che hanno creato disastri e morti solo per la brama di potere, abbiamo già dato e sarebbe anche l'ora che facessimo i nostri interessi senza essere fuorviati da narrazioni ma basandoci sulle conoscenze acquisite.


sabato 15 marzo 2025

The Essential Keynes- A cura di Robert Skidlesky

 Oggi vorrei segnalare un libro interessante  ma per palati fini, si tratta di una raccolta, molto ampia, di scritti di John Maynard Keynes redatta da Robert Skidelsky, uno storico economico che ha scritto una monumentale biografia di Keynes e alcuni libri di cui due che  abbiamo recensito qui e qui.

Il libro contiene un ampia collezione di estratti da libri e articoli di Keynes a partire dalle prime pubblicazioni sino agli ultimi lavori o scritti. Ogni estratto viene presentato e inquadrato brevemente e inizialmente da Skidelsky. Alla fine del libro vi è una interessante raccolta di tutte le citazioni che Skidelsky evidenzia nel corso del libro,  e che sintetizzano  efficacemente il pensiero del grande economista britannico. 

Alcuni estratti sono presi da libri che si conoscono e sono stati tradotti in italiano, ma la parte più interessante sono quelle parti di libri o articoli che sono poco o per niente conosciuti. Per me è stata una lettura interessante anche se una parte degli scritti la conoscevo già, ma come ho detto vi sono delle vere chicche; ovviamente lo consiglio ai lettori che conoscono l'inglese e vogliono avere una visione più approfondita di Keynes, che comunque si rivela, nelle varie pagine, un economista poliedrico, innovatore e da cui si può ancora apprendere molto.

lunedì 3 febbraio 2025

Hans Rosling- Factfulness-Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perchè le cose vanno meglio di come pensiamo

 Quella di oggi non è proprio una recensione piuttosto una segnalazione. Si tratta del libro di Hans Rosling medico e statistico svedese, membro della Accademia di Svezia, scomparso poco prima della pubblicazione del libro.

 Il libro inizia con una serie di domande generali sulla situazione mondiale a cui spesso anche persone colte danno risposte sbagliate. Infatti il libro cerca di dimostrare, con dati e anche in base alle esperienze dell'autore, come spesso, noi occidentali in particolare, abbiamo una conoscenza infarcita di pregiudizi quando pensiamo al resto del mondo e in particolare ai paesi più arretrati economicamente. Nel libro elenca quindi ben 10 errori che commettiamo nel giudicare la situazione degli altri paesi mentre i fatti (factfulness) e i dati ci dicono ben altro.

 Un libro leggero e di facile lettura,  con tanti aneddoti della sua vita di medico in tanti paesi e che vale la pena di leggere per scoprire e sorprendersi che molte cose che pensiamo sono profondamente condizionate e sbagliate.

domenica 17 novembre 2024

Tagliare la spesa pubblica! Sei sicuro? Un po di artimetica.

Molti economisti sostengono che la soluzione per l'Italia sarebbe tagliare la spesa pubblica, due che cito a memoria sono ad esempio Luigi Marattin e Veronica De Romanis.

Il dato 2023 del rapporto spesa/PIL ci vede al terzo posto in Europa, quindi abbastanza alto, ma non in maniera così evidente sopra la media. Se però prendiamo la formula del PIL - che è e rimane una identità contabile e quindi valida solo ex post - questo è  composto da consumi, investimenti, spesa pubblica e differenza tra export ed import, in formula PIL = C+I+G+X-M, quindi una semplice considerazione algebrica ci dice che diminuendo G, spesa pubblica, in prima battuta si può determinare una riduzione   del PIL.

Si potrebbe sostenere che se diminuisce la spesa pubblica e anche le tasse in pari quantità dovrebbero aumentare C, consumi e I, investimenti. In primo luogo non è detto che i consumi aumentino così tanto, dipende dalla propensione al consumo di chi è beneficiario del taglio di tasse, poi un aumento dei consumi potrebbe andare a innalzare le spese per prodotti di importazione, ad esempio mi compro macchine elettriche cinesi, andando a diminuire il saldo export meno import. L'effetto sugli investimenti è più incerto perché dipende da molte cose come la situazione di fiducia (animal spirits)  degli imprenditori sul futuro dell'economia. Quindi, se non si chiarisce bene cosa significa e quali effetti abbia il taglio della spesa pubblica a prima vista non mi sembra un operazione a saldo positivo. La spesa pubblica, solo spese correnti, è di oltre 620 miliardi di euro, quindi piuttosto sarebbe bene guardare cosa spendiamo e come spendiamo. Quindi, a prima vista, su oltre 600 miliardi ci sono grossi margini per fare aggiustamenti eliminando spese che hanno poca utilità sia sulla economia e sia sul sociale, indirizzando le spese laddove possono aumentare il PIL corrente e/o futuro: dagli investimenti sulla formazione o  incentivi a imprese innovative che crescono, ecc., sarebbe un elenco molto lungo. Questo lavoro però costa fatica, richiede preparazione, visione di medio lungo termine e soprattutto scontentare con tagli gruppi e attività che storicamente ne hanno beneficiato. Quindi cari amici, e quasi colleghi economisti, piuttosto che sparare queste frasi ad effetto, che più si addicono a politici imbonitori che vogliono catturare facile consenso, discutiamo di cosa togliere e cosa aggiungere dalla spesa pubblica per aumentare il PIL e il benessere della nazione, ve ne saremo tutti grati e forse potremmo indirizzare la discussione su qualcosa di veramente utile.

sabato 9 novembre 2024

Todd G. Buchholz - New Ideas From Dead Economist - An introduction to modern economic thought

 Ho letto il libro dell'economista americano  Todd Buchholz perché è un libro di storia economica che volevo confrontare con il mio: Le idee dell'economia.

Il libro parte dall economia classica trattando nell'ordine: Adam Smith, Ricardo, Malthus, Marx, e Stuart Mills. Prosegue la trattazione storica con Marshall e i marginalisti. Un capitolo è dedicato agli istituzionalisti: Veblen e Galbraith. Vengono trattati in maniera piuttosto approfondita sia Keynes e sia Friedman. Un capitolo è  dedicato alle teorie della Public Choice. Nella parte finale tratta alcune teorie più recenti come le aspettative razionali e la behavioral economics. 

Nel complesso è  un libro piacevole, che tratta gli argomenti in maniera semplice con esempi relativi alla vita reale, quindi è un libro che si legge bene, l'unico problema, per chi non conosce l'inglese, è  che non è tradotto in italiano e lo trovate solo in lingua originale.

Il mio libro rispetto a questo è un poco più rigoroso, con qualche formula e dettagli in più. Inoltre, nel libro di Buchholz trovo alcune mancanze importanti: Schumpeter e le teorie della crescita da Harrod sino a quelle più recenti di Solow, come pure non accenna ad A. Sen, J. Stiglitz, e molto altro. Il mio libro risulta quindi più completo anche se anche io ho fatto delle scelte  tralasciando  Veblen e ho  appena accennato alle Public Choice. Comunque vi consiglio di leggerli entrambi e fatevi la vostra opinione in merito.

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venerdì 6 settembre 2024

Dan Davies-The Unaccontability Machine- Why Big Systems Make terrible Decisons - And How The Wordl Lost ItsMind

 Il libro che recensico oggi è un libro particolare di Dan Davies, che è uno scrittore/attore/produttore pluripremiato e di fama internazionale, autore di vari libri di cui questo è l'ultimo. Il tema sono, come da sottotitolo, i sistemi complessi e le diffcoltà a gestirli.

Il libro si apre con una dissertazione sulla responsabilità (accountability) per cui la crisi odierna della politica e del management è una crisi di responsabilità. La prima legge della responsabilità è per l'autore: la misura in cui si è in grado di cambiare una decisione è la misura per cui si può essere ritenuto responsabile e viceversa. Riducendo l'abilità di prendere decisioni come individui, la classe manageriale e professionale ha cementato il controllo sul sistema. Pertanto, a meno che non vengano prese misure consapevoli per impedirlo, qualsiasi organizzazione, in una moderna società industriale, tenderà a ristrutturarsi in modo da ridurre la quantità di responsabilità personale attribuibile alle sue azioni. Questa tendenza continuerà fino a quando non si verificherà una crisi (principio della diminuizione di responsabilità). Da cui segue la definizione di "pozzo della responsabilità" (accountability sink): è un sistema che è pensato per fornire decisioni che non sono attribuibili a una persona identificabile e che non sono modificabili in risposta al feedback di coloro che ne sono interessati. 

Segue poi una parte relativa alla cibernetica e ad uno dei suoi fondatori: Stafford Beer. Un sistema complesso è quello in cui non puoi sperare di ottenere informazioni complete o perfette sulla struttura interna.  La cibernetica è lo studio del controllo dei sistemi, i costituenti dei sistemi cibernetici devono essere visti quindi come scatole nere, per cui per capire un sistema tutto ciò che si può fare è osservarne il comportamento, e tutto ciò che si può imparare da ciò è tutto ciò che c'è da sapere su di esso, lo scopo del sistema è cio che fa.

I sistemi non hanno desideri interiori, quindi non fanno le cose intenzionalmente. Il problema dei sistemi complessi è che la combinazione di più cose tende a moltiplicarsi piuttosto che addizionarsi. Un dato sistema ha il potenziale per raggiungere la stabilità solo se ogni fonte di variabilità dall'ambiente è accompagnata da una fonte uguale o maggiore di varietà nel sistema di regolamentazione. Quando ci troviamo di fronte a flussi di informazioni ingestibili nelle organizzazioni possiamo creare sistemi che regolano la varietà in arrivo, operando il più possibile attraverso catene di causa ed effetto piuttosto che attraverso singoli manager che devono prendere decisioni; inoltre è necessario assicurarsi che il regolatore possa disporre delle informazioni più velocemente di quanto il sistema possa generare varietà e rispondere rapidamente.

Vengono poi descritti i principali componenti di un sistema cibernetico: il sistema 1 è quello che opera nel mondo reale ovvero la parte operativa. Il sistema 2 è quello che gestisce le regole per la condivisione e programmazione. Il sistema 3, ottimizzazione e integrazione,  è quella parte del sistema che dirige la gestione di ogni singola operazione al fine di coordinare le loro attività verso uno scopo particolare, questo è il livello a cui si inizia a vedere il management, la differenza è che il Sistema 2 riguarda la prevenzione degli scontri e la gestione dei conflitti, mentre il Sistema 3 si occupa di raggiungere uno scopo. Il sistema 2 ha lo scopo di assorbire la varietà di interazioni tra le operazioni,  il sistema 3 deve essere  sufficientemente ampio per trattare questa varietà. Il sistema 4, ovvero la funzione di intelligenza e politica, ha lo scopo di indirizzare il sistema 3 affinchè possa riorganizzarsi per affrontare i cambiamenti, cioè di assicurare che tutto funzioni anche in caso di cambiamenti strutturali. Infine, abbiamo il sistema 5, cosidetto di filosofia o identità; avere una identità coerente e costante è un modo efficace di ridurre la varietà con cui bisogna trattare perchè significa che molte possibilità possono essere ignorate. 

La capacità di tradurre le informazioni in azioni è la parte più cruciale, nel sistema complesso abbiamo  dei collegamenti tra le parti di un sistema in grado di assorbire la varietà dell'altra, ma vi è la necessità  di un collegamento tra questo tipo di visione, incentrata sulle informazioni di un'organizzazione, e ciò che effettivamente fa. Ogni canale di comunicazione tra sistemi non solo deve avere una larghezza di banda sufficiente per trasportare la varietà che deve trasmettere, ma deve anche essere dotato di una capacità di traduzione sufficiente per garantire che il segnale venga compreso.

In sintesi per la cibernetica: ci sono cinque funzioni fondamentali e se una di queste manca o non ha risorse sufficienti, il flusso di informazioni non sarà bilanciato dalla capacità di elaborarla. Le informazioni contano solo se vengono fornite in una forma in cui possono essere tradotte in azioni, e questo significa che devono arrivare abbastanza rapidamente. I sistemi preservano la loro vitalità affrontando i problemi il più possibile allo stesso livello in cui arrivano, ma devono anche avere canali di comunicazione che attraversino più livelli di gestione, per gestire grandi shock che richiedono un cambiamento immediato.

Segue poi una critica agli economisti e alla disciplina della economia. In particolare gli economisti creano dei modelli caratteristici dell'economia eliminando quasi tutta la complessità; fanno un sacco di ipotesi semplificatrici, spesso discutibili in termini di rilevanza empirica; agiscono come se le loro conclusioni fossero  dimostrate nel mondo reale, ed è un aspetto molto problematico quello di dedurre fatti da un modello, poco realistico, e poi applicarlo al mondo reale. In questo modo hanno sviluppato un metodo per ridurre la varietà del mondo reale ma così si perdono moltissime informazioni, da un punto di vista cibernetico un modello economico è un sistema dal quale sono state eliminate molte informazioni. Esiste poi il cosiddetto Vizio Ricardiano ovvero la pratica di risolvere il modello prima di aver applicato le soluzioni alla vita reale, ciò che lo rende un vizio è quindi la sua tendenza a dimostrare le cose in un modello stilizzato, e poi agire come se fossero verità ovvie del mondo reale. Il grande punto cieco dell'economia è che gli economisti hanno dedicato così tanto tempo alle loro questioni generali di ottimizzazione e scarsità, prezzo e quantità, che sembrano dimenticare che c'è molto di più nella gestione di un'azienda, per non parlare di un'intera società. Un altra critica si rivolge ai sistemi di contabilità che sono spesso fuorvianti per il management, perchè considerare un costo fisso o variabile è piuttosto una decisione strategica e qualunque costo può essere considerato variabile se ristrutturi il tuo business. Inoltre, il problema principale dei sistemi di management delle organizzazioni è che queste sono divenute sempre più complicate ad una velocità che i managers non riescono a gestire. In conclusione i punti ciechi dell'economia e i punti ciechi del management lavorano insieme per produrre un modello del mondo che tende ad allontanarsi dalla realtà e produrre cattive decisioni. 

Le critiche dell'autore si rivolgono poi a Friedman e alla sua teoria della massimizzazione del valore per gli azionisti, cioè i manager sono agenti per conto  dei proprietari-azionisti e doveno agire nell'interesse esclusivo di questi ultimi. Inoltre, si scaglia contro la moda del leveraged buyout, dove il debito diventa una strumento di controllo, e che tanti danni ha fatto alle imprese e ai lavoratori. Critica anche le forme assunte dal management, iper pagato, dove si sono cercati di abbattere i costi diminuendo il personale e il middle management, così riducendo le capacità cognitive delle organizzazioni.

Il problema di base è che i sistemi in generale hanno bisogno di meccanismi per riorganizzarsi quando la complessità del loro ambiente diventa troppo difficile da sostenere, ma i sistemi di governo di alto livello del mondo industriale (politica economica e gestione aziendale) hanno mostrato  alcuni difetti e punti ciechi che hanno impedito che ciò accadesse. 

Nell'ambito delle politica il popolo dovrebbe essere considerato una entità di decisione collettiva e, quindi, il canale di comunicazione con la popolazione deve rimanere aperto per consentire a questo di esprimere la propria visione. Il meccanismo di comunicazione del popolo è la protesta o malcontento, mentre le elezioni sono diventate una corsa in cui il potere esecutivo diventa il prezzo, pertanto una società liberale dovrebbe poter rispondere al disagio di massa piuttosto che al suo contenuto.

 La natura della crisi è che non è una crisi in sé, piuttosto è il modo in cui il sistema raggiunge la stabilità. Il mondo diventerà sempre  più complesso, ciò significa che devono essere costruiti sistemi che assorbano la volatilità e la varietà ai livelli appropriati. Quindi è necessario ristabilire il canale di comunicazione con il popolo forzando le classi dirigenti ad ascoltarlo. Il popolo ha lanciato un allarme, dobbiamo trovare un nuovo principio organizzativo. La cibernetica gestionale, sfortunatamente, non fornisce alcun indizio su come si potrebbe ottenere un cambiamento sociale così profondo, quello che l'autore auspica è che si presti pià attenzione ai meccanismi di "allarme maniglia rossa" che indicano un risultato insopportabile per le persone.

Dalla lunga recensione e dai suoi contenuti si capisce che è un libro che affronta molti argomenti, alcuni complessi, ma l'autore è molto bravo a rendere cose difficili in maniera gradevole da leggere e comprensibili che rende il libro molto leggibile, pertanto è un libro molto interessante e di cui suggerisco calorsamente la lettura.

In merito ai contenuti, le critiche alle economia e a certe degenerzioni nelle imprese sono stati più volte affrontati in questo blog da vari autori, però l'approccio sistemico e il ricorso alla cibenetica è senza dubbio nuovo, interessante e probabilmente convincente. L'autore però non da molte soluzioni nel finale oltre alle critiche al modo di fare economia e alle storture del management. 

Che il mondo sia estremamente complesso l'ho più volte dichiarato nei  miei post e che questo richieda èlite preparate, idee e modalità nuove, anche  in democrazia. Sono d'accordo che il popolo va ascoltato e il populismo non è altro che una reazione al mancato ascolto. Sono anche d'accordo che non ci sono soluzioni semplici, abbiamo soprattutto  bisogno di modalità organizzative nuove, dobbiamo velocemente abbandonare certe storture ideologiche del liberismo sul mercato che sono servite solo a far arrichire sempre di più i ricchi, per sostituirle con una visione dove conti di più la dimensione sociale e una maggiore etica senza ricadere in vetuste idee di utopie irrealizabili.


martedì 28 maggio 2024

Yanis Varoufakis- Il Minotauro Globale- L' America, le vere origini della crisi e il futuro dell' economia globale

 Quello di oggi è un libro di Yanis Varoufakis, economista greco che insegna negli Stati Uniti e di cui abbiamo parlato in varie occasioni in questo blog, in particolare qui. Recensisco questo libro, non nuovissimo (2012), perchè comunque Varoufakis, per quanto si possa essere d'accordo o meno con le sue tesi, scrive bene, in modo chiaro e piacevole, nei suoi libri ci sono sempre interessanti richiami alla mitologia greca, come in questo caso, e comunque il suo punto di vista non è mai banale. 

Il libro contiene molte cose ma se vogliamo il tema principale è: come fare a mantenere il sistema economico generale in equilibrio e quindi a riciclare le eccedenze che si creano. Il problema della stabilità del sistema economico globale ed evitare il rischio di depressioni globali era uno dei principali crucci di Keynes. La crisi del '29 aveva portato alla fine del sistema di cambi fissi con l'oro (Gold Standard) a cui erano seguite svalutazioni competitive nella speranza delle nazioni di evitare la crisi depressiva che invece avevano esacerbato la crisi. Quando si presentò l'occasione di rifondare il sistema economico globale a Bretton Woods Keynes, che aveva le idee chiare, propose un sistema di cambi semi fissi affiancato da una moneta internazionale (bancor) e la creazione di alcune istituzioni che avrebbero dovuto finanziare i paesi in deficit e nel contempo colpire quelli in eccessivo surplus, con inoltre un sistema di finanziamento degli investimenti (FMI, e Banca Mondiale). Le idee rivoluzionarie, e anche scioccanti, di Keynes sorpresero gli intervenuti ma non furono adottate, se non in parte. La guerra l'avevano vinta gli americani e quindi vinse il piano White che metteva al centro il dollaro, unica moneta ad essere agganciata stabilmente all'oro, con le altre monete con dei cambi fissi che potevano essere modificati in certe circostanze.

Il piano che Varoufakis definisce globale comunque funzionò bene all'inizio, perchè gli Stati Uniti erano gli esportatori globali sfruttando la domanda dei paesi distrutti dalla guerra, ma riciclavano le eccedenze anche con il piano Marshall reinvestendo nei paesi occidentali e il Giappone che cominciarono così un percorso di ripresa economica. Ma questo sistema non era un sistema automatico di riciclo delle eccedenze e funzionò fino a che gli Stati Uniti erano in surplus commerciale. Con il passare del tempo i paesi usciti dalla guerra divennero esportatori, in particolare Germania e Giappone, e gli Stati Uniti passarono da paese in surplus a paese in deficit commerciale con anche un debito pubblico in crescita  a causa della guerra del Vietnam. Questa situazione di debolezza del dollaro portava il cambio fisso con l'oro ad essere sottovalutato e, quando qualcuno, la Francia, provò a forzare la mano per cambiare dollari svalutati con oro, Nixon sospese definitivamente il sistema, era la fine del cosiddetto Piano Globale. 

A questo sistema si sostituì quello che Varofakis chiama Minotauro Globale. Infatti la figura mitologica del Minotauro, mezzo uomo e mezzo toro, si nutriva di giovani vittime che le venivano offerte per sfamarlo, come metafora del sistema in cui i surplus dei paesi sviluppati occidentali alimentavano gli Stati Uniti. Il sistema funzionava perchè i surplus commerciali degli altri paesi, recentemente anche la Cina, venivano reinvestiti nel sistema finanziario e industriale americano. Questo nuovo precario equilibrio funzionò per un certo tempo provocando la crescita della finanza e delle speculazioni finanziarie che, come sappiamo, si è trasformata nella terribile crisi del 2008. Il libro prosegue con una descrizione della crisi del 2008 e quindi con la conseguente  crisi in Europa e le varie vicende della zona euro, che ha visto come protagonista la Grecia e che l'autore tratta in maniera dettagliata nel libro citato all'inizio. 

Nel finale si domanda se si intravede qualche cosa che possa sostituire il meccanismo del Minotauro Globale, ora azzoppato dalla crisi del 2008, ma a questa domanda non c'è risposta in questo sistema dove la Cina sta assumendo un ruolo rilevante. 

I temi e argomenti del libro non sono nuovi, anzi ne abbiamo trattato ampiamente in questo blog, resta comunque un libro, come detto all'inizio, piacevole e interessante da leggere. Il tema della moneta di riserva e dei suoi vanatggi e problemi è stato ripreso da Stephen Miran, advisor economico di Trump, nel suo documento che abbiamo recensito qui.

sabato 27 aprile 2024

Daron Acemoglu- James A. Robinson- La strettoia- Come le nazioni possono essere libere

Il libro che recensisco oggi è  di Daron Acemoglu, professore di Economia al MIT di Boston e James A. Robinson che insegna alla Harris School della Università di Chicago. Del primo abbiamo gia recensito qui e qui altri due libri.
Il libro parte dalla filosofia di Hobbes per cui, per evitare la guerra tra gli uomini (Homo hominini lupus), era necessario un potere dispotico il cosiddetto Leviatano. L'altra forza che gli autori considerano è quella della società, questo potere può controbilanciare il potere del Leviatano, cioè lo Stato, creando il cosiddetto Leviatano incatenato, questa è la configuazione delle democrazie dove i due poteri si bilanciano. Esiste un altro meccanismo che gli autori espongono, con una citazione letteraria da Alice nel paese delle meraviglie, la coisddetta Regina Rossa cioè, visto che le situazioni economiche e sociali si modificano, Stato e società devono adattarsi di pari passo per evitare che l' equilibrio si modifichi. 
La strettoia è lo stretto corridoio di equilibrio tra potere dello Stato e della società che conduce alla democrazia, stretto perchè è difficile imboccarlo e facile uscirne. Il libro quindi è un lungo elenco di storie di evoluzione politica e istituzionale di svariati paesi che vengono portati ad esempio dei vari equilibri che si creano  tra le due forze in gioco. 
Vengono quindi elencate le storie dei paesi che sono riusciti ad arrivare al Leviatano incatenato, cioè laddove la societa è  riuscita a imbrigliare il potere dello Stato, in questa fattispecie rientrano principalmente le democrazie occidentali. Esistono molti casi invece dove predomina il Leviatano dipostico, dove la forza dello Stato domina sulla società, gli esempi non mancano, ad esempio la Cina, dove la tradizione di autoritarismo non è mai riuscita a far emergere una forma di democrazia.  Abbiamo poi casi di Leviatano assente, cioè dove non si creano le condizioni per la costruzione di un vero Stato abbastanza forte, situazioni che degenerano spesso in forme di dipotismo. Infine, viene citato il caso del  Leviatano di carta, vedi ad esempio Argentina, dove anche esiste uno Stato e una burocrazia, ma è un potere vuoto incoerente e disorganizzato e spesso assente in alcune aree del paese. 
Il libro è quindi una dettagliata storia di molti paesi con le loro caratteristicche e le loro traiettorie che li hanno portati alla configurazione attuale. In particolare viene dato rilievo allo state-building negli Stati Uniti, dove il Leviatano è incatenato con una Costituzione che mantiene debole lo Stato federale, un compromesso che ha funzionato ma ha portato ad uno sviluppo squilibrato. Un altro caso interessante è l'India dove abbiamo una democrazia, grazie a una lunga storia di  partecipazione popolare, ma una democrazia problematica e frammentata resa debole dal sistema delle caste. Entrare o uscire dalla strettoia dipende da molte circostanze, storiche ed economiche, un esempio è la caduta della Repubblica di Weimer per motivi strutturali ma anche economici.
Per gli autori non ci sono regole generali per entrare nel corridoio che porta al Leviatano incatanato, dipende da molti fattori, storici, strutturali, economici e sociali che dipendono fortemente dal contesto locale. Sicuramente una condizione per il mantenimento nella strettoia è una società in grado di mobilitarsi per rispondere efficacemente alle variazioni economiche e sociali, per questo gli autori danno enfasi alla tutela dei diritti dei cittadini contro tutte le minacce dello Stato. 
Un libro molto interssante e ovviamente ricco di informazioni storiche su uno spettro molto ampio di nazioni. A mio parere il voler raccogliere così tanti esempi lo rende sicuramente più completo ma lo rende poco scorrevole e faticoso da leggere. Sicuramente questo libro può essere considerato una continuazione di quanto viene riportato nell'altro libro: Perchè le nazioni falliscono
Alcune considerazioni sulla teoria esposta, sicuramente è una teoria interessante, non del tutto nuova, ma piuttosto approfondita. Come tutte le teorie cerca di trarre conclusioni sintetiche da un modello semplificato del funzionamento della società. A mio parere quello che manca, in parte, nella loro teoria è un elemento molto importante, ovvero il potere delle èlite economiche, finanziarie e tecnologiche, che io nei miei post ho definito come potere del mercato, vedi ad esempio qui. In effetti nel corso del libro il loro ruolo delle èlite viene evidenziato, ad esempio delle èlite latifondiste, che sono state spesso un freno allo sviluppo democratico della società, o le èlite coloniali che hanno condizionato lo sviluppo di molte nazioni ex-colonie. Inoltre, in questo momento sono molto forti le èlite tecnologiche, i grandi player come Google, Facebook, Amazon ecc., e  come evidenziato da Acemoglu nel suo libro Power and Progress le scelte tecnologiche, molto importanti nel modellare la evoluzione della società, sono definite dalla visione dominante e tendono a rinforzare il potere e lo status di coloro che stanno modellando la traiettoria della tecnologia. Quindi manca nel libro una evidenziazione di una componente importante nella evoluzione di una nazione, cioè il potere del mercato e delle èlite di qualsivoglia natura. Nel libro mancano alcune indicazioni sulle modalità per avere una società pronta a mobilitarsi. Su questo punto penso che molto si potrebbe fare  sul piano istituzionale aumentando le possibilità dei cittadini di partecipare alla politica, superando il mero sistema elettorale rappresentativo, che sta mostrando i suoi limiti per effetto del sistema di cattura esercitato dalle lobby economiche, aumentando anche le possibilita e modalità dei cittadini di aggregarsi ed esprimere le proprie opinioni. Infine, dando maggiore visibilità e potere alle organizzazioni come le ONLUS sociali e recuperando il ruolo dei sindacati.

mercoledì 20 marzo 2024

Robert J. Shiller- Economia e narrazioni- Come le storie diventano virali e guidano i grandi eventi economici.

 Questo è l'ultimo libro di Robert Shiller, economista e premio Nobel di cui abbiamo recensito un altro libro: Phishing for Phoolos. Il libro tratta della importanza delle narrazioni nella economia. Le narrazioni, o meglio le costellazioni di narrazioni, hanno avuto importanza nella storia dell'uomo e quindi anche sulle vicende economiche. Le narrazioni economiche sono come le epidemie crescono lentamente poi raggiugono un picco per poi tendere a scomparire. L'autore riporta poi una serie di principi che regolano le narrazioni economiche. Nella seconda parte elenca e fa la storia delle principali narazioni economiche che hanno preso piede nell'ultimo periodo. Tra queste narrazioni citiamo: panico e fiducia, frugalità vs consumo vistoso, gold standard vs bimetallismo, macchine e automazione che riduono il lavoro, bolle immobiliari e finanziarie. 
Le conclusioni dell'autore sono che sicuramente le narrazioni hanno importanza in economia, anche se la relazione tra queste e l'andamento economico è complesso, pertanto lo studio delle narrazioni andrebbe maggiormente indagato dagli economisti. 
Un libro interessante come argomento, con dettagliate ricostruzioni storiche che comunque risulta non  facilmente leggibile; a mio parere un libro molto meno riuscito dei precedenti di Shiller.



mercoledì 13 marzo 2024

Dani Rodrik- One Economics Many Recipes- Globalization, Institutions, and Economic Growth

 Dell'autore, Dani Rodrik professore di Economia Politica Internazionale presso la Università di Harvard, ne abbiamo parlato spesso in questo blog recensendo articoli e libri, diciamo che è uno dei miei autori preferiti.
Il libro che recensisco oggi non è recente, infatti  è del 2007 ma è comunque un libro importante. Di  fatto contiene molti degli argomenti che verranno sviluppati nei suoi successivi libri: La Globalizzazione Intelligente (The Globalization Paradox) e Dirla tutta  sul mercato globale (Straight Talk on Trade).
A differenza dei due citati è un libro meno unitario, infatti si tratta di insieme di pubblicazioni e articoli tecnici, pertanto è anche meno rivolto al grande pubblico. 
Il primo capitolo è dedicato alla crescita dei paesi meno sviluppati e contiene dati relativi agli ultimi 50 anni. Le conclusioni sono che il menù di soluzioni per la crescita è molto ampio, le ricette che funzionano meglio sono quelle che si adattano al contesto locale. Non esiste un unica forma di istitutuzioni che funziona. Non sempre le soluzioni che funzionano sono quelle che prescrive la ortodossia economica, spesso le riforme migliori sono quelle che combinano scelte ortodosse e non ortodosse. Comunque per far partire la crescita non servono delle riforme estensive ma ne bastano alcune mirate, mentre una crescita sostenuta e continuativa è molto piu complicata da ottenersi, e una crescita nel breve non garantisce una crescita nel lungo. Una crescita a lungo termine necessita lo sviluppo di istituzioni che mantengano un produttivo dinamismo e generino resilienza agli shock esterni.
Il secondo capitolo rigurda la cosiddetta diagnostica della crescita, cioè la strategia per comprendere le priorità politiche. Una economia che non performa ha sicuramente delle imperfezioni e distorsioni di mercato. In presenza di molte distorsioni, riforme estensive in ogni area molto probabilmente falliscono, pertanto è meglio concentrarsi sulle distorsioni prevalenti e, quindi, focalizzarsi su quelle riforme dove, ragionevolmente, gli effetti diretti sono maggiori e verso i fattori che maggiormente limitano  la crescita. Segue un analisi dettagliata delle caratteristiche di alcuni paesi del Sud America dove si evidenziano le differenze sui fattori critici, quali ad esempio: limitati risparmi, scarsi investimenti, alte tasse, macroinstabilità ecc., che limitano la crescita. 
Un capitolo è dedicato alle politiche industriali. La natura delle politiche industriali dovrebbe presentare la caratteristica di essere complementare alle forze di mercato. Il modello corretto di politica industriale dovrebbe prevedere una collaborazione strategica tra il settore privato e il governo con lo scopo di scoprire i maggiori ostacoli allo sviluppo e nel determinare gli interventi che possano rimuoverli. Va detto che la innovazione è limitata nei paesi in via di sviluppo piu dalla domanda che dalla offerta. Inoltre, l'assenza di opportunità economiche deprime i ritorni sull'investimento educativo. La specializzazione, secondo la teoria dei vantaggi comparati, dovrebbe essere un elemento essenziale dello sviluppo, anche se, ovviamente, la diversificazione ha molti vantaggi e diventa indispensabile con lo sviluppo.
La diversificazione non è un processo naturale ed è difficile che si verifichi senza l'intervento della azione pubblica
La diversificazione richiede la "scoperta" di nove attività,  queste attività per gli imprenditori prevedono costi privati ma comportano guadagni sociali (esternalità), per questo dovrebbero essere favorite. La scoperta di nuove attività per la esportazione, per alcuni autori, è positivamente connessa alle barriere alla entrata; si rivela utile anche sussidiare gli investimenti in nuove industrie e forme di protezione dal commercio.
Un altro problema è che gli investimenti su larga scala hanno grandi costi fissi, diventa quindi importante coodinare le decisioni di investimento e produzione di diversi imprenditori, in generale le nuove tecnologie richiedono qualche forma di supporto pubblico. Questo spiega perchè spesso lo sviluppo industriale nelle economie in via di sviluppo richiede assistenza governativa. Ovviamente ci sono molte controindicazioni che la letteratura economica pone all'intervento del governo. Per l'autore ci sono comunque alcuni elementi essenziali affinchè le politiche industriali funzionino:
  • gli incentivi dovrebbero andare principalmente a nuove attività;
  • ci dovrebbero essere dei chiari criteri di benchmark per valutare le attività sussidiate;
  • ci deve essere un tempo limite agli aiuti;
  • il supporto pubblico deve essere rivolto ad attività e non a settori industriali;
  • le agenzie pubbliche incaricate devono avere competenze e essere ben in contatto con il privato;
Pertanto, nonostante le restrizioni che vengono poste da piu parti alle politiche industriali (es. WTO), è difficile pensare che possano sparire dall'orizzonte dei decisori politici.
Un ulteriore capitolo è dedicato alle istituzioni per la crescita. In primo luogo l'autore ribadisce che i mercati hanno bisogno del supporto delle istituzioni non di mercato, una economia di mercato è di fatto anche integrata con le istituzioni di non mercato. Inoltre, gli investimenti sono importanti per lo sviluppo, e gli investimenti sono sensibili agli incentivi e tali incentivi potrebbero non funzionare senza adeguate istituzioni.
Una definizione generale di istituzioni potrebbe essere: un insieme di regole di comportamento che governano e modellano le interazioni degli esseri umani.  Le istituzioni che contano sono: i diritti di proprietà stabili e sicuri, istituzioni regolatorie del mercato, istituzioni per la macrostabilità economica e per la assicurazione sociale  e, infine, istituzioni per la gestone dei conflitti.
Una prima conclusione è che le forme istituzionali non sono determinate in maniera univoca. Un altro aspetto importante è che le istituzioni devono essere sviluppate localmente piuttosto che da un approccio top down, cioè imposte.
Da una serie di dati su moltissime nazioni emerge poi che le istituzioni democratiche producono maggiore crescita nel lungo termine, una maggiore stabilità nel breve e resistono meglio agli shock e, infine, sono migliori dal punto di vista dell'equità distributiva (vedi anche Acemoglu). In conclusione non serve una trasformazione su larga scala per innescare la crescita ma basta anche un set minimo di cambiamenti, ovviamente per la crescita sostenuta nel tempo sono necessarie invece solide istituzioni.
L'ultima parte del libro è dedicata alla globalizzazione, che come sappiamo pone opportunità e sfide, da una parte la espansione del mercato ha consentito ad alcune economie di svilupparsi, d'altra parte ha posto difficoltà agli Stati nel finanziarsi le reti di sicurezza sociale. Ciò lo porta ad un abbozzo di quello  che sarà poi il famoso trilemma, cioè la impossibilità di avere contemporanemante una autonomia nazionale, una economia integrata a livello internazionale e  politiche democratiche. 
Di fatto le regole del gioco della economia globale hanno ristretto le possibilità di influenza dei movimenti popolari e le politiche attuabili a livello nazionale. Il regime di  Bretton Wood-GATT aveva rimosso alcuni restrizioni sul commercio ma mantenuto alcune restrizioni sui flussi di capitale, il sistema è stato via via abbandonato anche perchè le innovazioni delle comunicazioni e dei trasporti hanno reso la globalizzazione più estesa e facile.  D'altra parte, mentre si espandono in sempre maggiori aree le regolamentazioni sul commercio e sulla finanza, dovrebbero essere parimenti rinforzati i meccanismi di opzione di uscita temporanea dai regimi stabilti, per dare maggiori possibilità di azione ai policy-makers nazionali.
Quello che auspica l'autore è una forma di federalismo globale che sappia coniugare tradizionali forme di governance locale  con istituzioni regolatorie multilaterali e standard internazionali. Promuovere lo sviluppo non è sinonimo di massimizzazione del commercio come vorrebbe il WTO, infatti non c'è nessuna evidenza convincente che la liberalizzazione del commercio sia associata con il conseguente sviluppo. La integrazione economica è più un esito auspicabile che un pre-requisito, il raggiungimento di un certo volume di scambi dipende da molte cose e, soprattutto, dalla performance generale della economia. Nessuna economia si è sviluppata semplicemente aprendosi al commercio e a investimenti esteri, anzi gli esempi di India e Cina mostrano che le riforme del commercio hanno avuto luogo una decade dopo la crescita e molte restrizioni sono rimaste.
Le nazioni devono avere la opportunità di massimizzare i vantaggi e minimizzare i rischi nella partecipazione alla economia mondiale, e non bisogna sottovalutare la importanza del ruolo dello Stato nel processo di trasformazione economica. Anche gli Stati sviluppati hanno altresì il diritto di proteggere le loro organizzazioni sociali (welfare, leggi sul lavoro, ecc.).
In sintesi le conclusioni sono: il commercio non è un fine a se stante, le regole del commercio devono permettere le diversità tra le istituzioni nazionali, le nazioni non democratiche non possono avere gli stessi privilegi di quelle democratiche e, infine, le nazioni devono avere il diritto di proteggere le proprie istituzioni e le proprie priorità di sviluppo.
Come si evince dalla sintesi è un libro molto ricco di informazioni e dati, in cui le tesi sono corroborate dalle evidenze di studi approfonditi. Ovviamente c'è nel libro molto di più di quanto sintetizzato da me, è un libro dunque interessante per chi vuole approfondire le tematiche affrontate: sviluppo, politiche industriali,  globalizzazione, accordi commerciali. Un libro non proprio dedicato al grande pubblico ma molto chiaro nella esposizione dei concetti.