lunedì 2 febbraio 2026

Charles S. Maier- Lo stato-progetto e i suoi rivali- Una nuova storia del XX e XXI secolo.

 Quella di oggi non è una vera recensione piuttosto una segnalazione, infatti si tratta di un libro di storia, l'autore è Charles Maier che insegna Storia alla Harvard University. L'aspetto più interessante del libro, a mio parere, è il tentativo di dare uno schema di riferimento alla storia dal '900 sino ad oggi. I 4 elementi che egli considera come protagonisti collettivi della storia sono: lo Stato progetto, quale entità politica che aspira a influenzare il corso della storia, con un piano di trasformazione e riforma istituzionale con l'aspirazione a modificare i rapporti sociali ed economci in modo profondo, ovviamente questo stato poteva assumere delle caratteristiche autoritarie o dittatoriali o più democratiche. Un altro elemento e protagonista sono  gli imperi delle risorse che erano votati al dominio finalizzato non solo alla espansione territoriale ma allo sfruttamento delle risorse naturali (es. gli imperi coloniali), imperi che  non sopravvivono dopo la II Guerra Mondiale. Gli altri due protagonisti "più volatili", sono le comunità di governance, ovvero quell'insieme di organizzazioni, per lo più transnazionali, prive di potere coercitivo sul piano giuridico, che definiscono regole e procedure che possono portare ad azioni collettive corrette, tra queste possiamo citare l'ONU, l'OMS e  le varie organizzazioni internazionali comprese le ONG e infine le reti di capitale. Il libro è quindi la storia di questi protagonisti, con la fine degli imperi, le guerre, le crisi economiche e il tentativo degli Stati occidentali, sopratutto nel dopoguerra, di raggiungere alcuni obiettivi: crescita economica, protezione sociale e legittimazione democratica. A partire dagli anni '70, con la crisi economica dovuta all'aumento del petrolio, il modello dello Stato-Progetto va in crisi per la difficoltà di mantenere le promesse di crescita economica per molti, a questo contibuiscono anche movimenti culturali, i movimenti studenteschi che pongono dubbi sulla sua legittimità dello Stato, ma anche la nascita di idee neo-liberiste che criticano la pervasività dello Stato e sono pro mercato. Con la caduta dei sistemi comunisti e la globalizzazione si assiste al predominio delle forze del capitale e dell'impresa, sempre più transnazionali, all'indebolimento della potere politico e statale, almeno in occidente, e la nascita dei vari populismi. In tutto questo l'autore evidenzia, come spesso riportato in questo blog, come una parte della società civile è stata  cooptata dalle idee liberiste, con le forze progressiste che hanno  subito il fascino del processo di crescita capitalistica perdendo di vista l'impegno per una maggiore uguaglianza sociale ed economica. Nelle conclusioni l'autore non fa previsioni anche se esprime la speranza che Stato e impulso capitalistico, se tenuti sotto controllo (come e da chi?), potrebbero essere indirizzati a un miglioramento della umanità. Un libro interessante che  evidenzia aspetti storici ma pone attenzione anche alle  ideologie e alla evoluzione economica.



sabato 31 gennaio 2026

L'intelligenza arificiale e i suoi effetti.

 In questo ultimo periodo fioriscono articoli che affermano che l'intelligenza artificiale (IA) sta già avendo effetti negatvi sul mondo del lavoro, per non parlare di previsioni catastrofiche a breve o medio termine. 

Sul tema della tecnologia e sui suoi effetti sul lavoro ne avevo parlato  qui piu di 10 anni fa, e sui rischi della tecnologia ne abbiamo trattato anche qui e qui, dove gli autori evidenziavano i problemi, e che non e' vero che la tecnologia ha effetti sempre positivi ma dipende da chi ne dirige e controlla la evoluzione. D'altra parte i tecno-ottimisti e i fautori del mercato, giustamente, affermano che sino ad oggi la evoluzione tecnologica non ha creato problemi alla occupazione anzi tutt'altro, peccato che si dimentichino di osservare un fatto: cioè se vediamo il peso dello Stato sulla economia e il PIL di una nazione questo è enormemente  aumentato arrivando ad oggi, nelle nazioni occidentali, mediamente al 50% del PIL, qundi lo Stato da una parte ha permesso una redistribuzione della ricchezza e dall'altro fornisce direttamente e anche indirettamente molti posti di lavoro.  Questo, con buona pace dei liberisti che vorrebbero lo Stato minimo; c'è da osservare, come ho spesso affermato, che in seguito alla globalizzazione, che permette spostamenti di fatturati ed elusione di parte della tassazione, molte nazioni fanno fatica a mantenere il welfare e le spese salvo tartassare le classi medie

Quindi penso che le elìte e le classi dirigenti il problema se lo dovrebbero porre, o lo Stato si fa carico di fornire maggiori posti di lavoro o redistruibuisce i redditi affinchè i consumi possano mantenersi e alimentare il lavoro privato, in entrambi i casi lo Stato deve avere maggiori risorse e tassare di più le ricchezze e le imprese che guadagnano dalla automazione. Non vedo alternative, a meno di mettere a rischio la pace sociale. Di questo problema se ne sono occupati molti economisti, il primo Ricardo, che per primo si pose il problema della "meccanizzazione", ovviamente Marx e ancora Keynes che affermava che in qualche modo si dovevano "socializzare" gli investimenti, l'elenco e' molto più lungo.

 La soluzione logica, che ho indicato, sono sicuro che non verrà adottata, quindi mi aspetto un futuro turbolento, dove potrebbe tornare di moda l'autoritarismo di qualsiasi tipo, e che vediamo in giro già adesso. Senza contare il pericolo della IA stessa come elemento che potrebbe sfuggire di mano e creare grossi problemi alla umanità  come indicato da Harari.

mercoledì 28 gennaio 2026

Joel Mokyr - Una cultura della crescita- Le origini dell'economia moderna

 Con la recensione di oggi completiamo la panoramica sui lavori e le idee dei vincitori del premio Nobel per l'economia 2025 iniziata con questo post su Philippe Aghion; il libro di oggi è infatti di Joel Mokyr, storico economico americano e israeliano che insegna alla Northwestern University. L'approccio di Mokyr è chiaramente storico, il fondamento del libro è che la "cultura", ovvero un insieme di credenze, valori e preferenze, siano alla bese della crescita economica moderna, in particolare fu il cambiamento della cultura attraverso i secoli che portarono all' Illuminismo europeo e poi alla Rivoluzione Industriale.

In questo libro quindi si sofferma ul periodo 1500-1700 nel quale furono poste le fondamenta culturali della economia moderna. Nella focalizzazione sugli elementi culturali sta la differenza del suo approccio da quelli istituzionali (Acemoglu). Infatti, mentre le istituzioni producono la struttura degli incentivi sociali, è la cultura che costituisce il fondamento delle istituzioni fornendogli la legittimità, ma la cultura contribuisce a determinare le istituzioni che si affermano ma non ne garantisce il risultato. I motori del progresso, per l'autore, sono l'atteggiamento e l'attitudine, il cui cambiamento ha poratato al progresso tecnologico che è stato reso possibile dai cambiamenti culturali. In particolare la tecnologia è conseguenza della volontà umana di indagare, manipolare e sfruttare i fenomeni naturali, e la volontà e la capacità di diffondere e valorizzare tali saperi sono componenti della cultura.

La innovazione richiede comunque una notevole interazione sociale, la crescita tramite innovazione richiede un legame diretto tra cultura e tecnologia. Tra gli elementi che stimolano la innovazione cita: la irriverenza, l'antropocentrismo e l'individualismo come ovviamente la fede nel progresso e che questo sia possibile. In ogni caso la evoluzione culturale è un un processo complesso e molto contingente, quello che è successo in Europa dopo il 1700 non fu il culmine  ineluttabile della storia occidentale ma il risultato involontario e imprevisto di una serie di circostanze. La evoluzione culturale consiste nell'apprendimento sociale e nella persuasione, e in questo hanno giocato un ruolo la stampa, l'alfabetizzazione, mobilità crescenti, il miglioramento nelle comunicazioni e anche lo Stato nella formazione degli individui in luogo dei soli genitori. La trasmissione dei tratti culturali avviene tramite delle selezioni attraverso dei cosiddetti "menu culturali" e queste selezioni avvengono attraverso alcuni modelli (bias) che l'autore elenca. Un ruolo importante nel cambiamento culturale lo giocano particolari individui che vengono definiti "imprenditori culturali", cioè coloro che hanno sconfitto e sfidato le autorità esistenti in campo culturale, dirigendo le persone verso una convergenza culturale, ciò richiede comunque un ambiente propizio alla innovazione. Due innovatori culturali che successivamente cita e analizza sono  Francesco Bacone e Isaac Newton, in particolare Bacone per la importanza della conoscenza utile se distribuita e resa accessibile mentre Newton come esempio di razionalità umana.

Un altro aspetto importante fu il cambiamento nell'atteggiamento della elìte colta nei confronti della conoscenza utile rispetto al passato. Inoltre la frammentazione politica in Europa si trasformò in un vantaggio, da una parte le nazioni cercavano di primeggiare accaparrandosi le migliori menti e minando, altresì, il coordinamento delle forze conservatrici contrarie alla innovazione, in pratica la competizione politica facilitava la sopravvivenza della diversità intellettuale Un ulteriore elemento importante fu la cosidetta Repubblica delle Lettere cioè la comunità virtuale di intellettuali che si scambiavano informazioni tramite lettere che favorì la circolazione delle idee, il dibattito critico e la competizione intellettuale, elementi che alimentarono un nuovo atteggiamento nei confronti della conoscenza soprattutto utile. L’Illuminismo poi fu il motore che trasformò l'Europa nell''epicentro della modernità economica, la cultura della conscenza utile e sperimentale contribuirono a rafforzare la convinzione che l’uomo potesse dominare la natura attraverso la ragione e la tecnica (Illuminismo industriale), la rivoluzione tecnologica fu generata sia da artigiani e sia dal metodo scientifico, aiutata  anche dalla formalizzazione di istituzioni scientifiche.

 Nell'ultima parte del libro l'autore cerca di spiegare perchè in Asia e soprattutto in Cina non ci sia stato l'Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, anche se la Cina  aveva dimostrato di essere in grado di produrre molte innovazioni tecnologiche. Le ragioni culturali e istituzionali sono molteplici. La Cina fu un impero centralizzato e questo aiutò le forze conservatrici a coordinarsi per reprimere la innovazione. Un clima culturale troppo legato al passato, l'ostilità verso la cultura esterna, una elìte confuciana poco interessata al progresso materiale, il sistema di selezione della pubblica amministrazione che favoriva le conoscenze burocratiche e legate alla cultura del passato.

Nelle conclusioni l'autore ribadisce che le nazioni crescono perche incrementano la conoscenza collettiva della natura e sono in grado di indirizzarla a finalità produttive. Tra i molti fattori ci sono le credenze culturali delle elìte grazie ad un processo di evoluzione e trasformazione culturale. Nella storia abbiamo assisto spesso al cristalizzarsi del progresso tecnologico e della società, questo in Europa non successe grazie al pluralismo, la concorrenza e condivisione  della conoscenza, cioè aveva sviluppato una cultura che valorizzava la conoscenza, la curiosità, la sperimentazione e la libertà intellettuale.

Dalla  recensione si percepesce che è un libro molto ricco e interessante, pieno di spunti di riflessione e idee illuminanti, quindi un ottimo libro. L'unico difetto è che essendo molto ricco di riferimenti e citazioni rischia di essere poco scorrevole. Leggendolo mi vengono alcune riflessioni, in particolare sembra che in occidente la fede nel progresso e nella scienza sia venuta un pò meno nel grande pubblico, e questo lo vediamo anche nel peggioramento della qualità delle leadership, vedi ad es. USA e alcuni personaggi che negano certe evidenze scientifiche. Le idee culturali sono così importanti come afferma l'autore ma anche lo stesso Keynes, pertanto c'è stata una specie di involuzione culturale. Quello che si può dedurrre è  che negli ultimi anni abbiamo assistito alllo sforzo, da parte delle forze conservatrici, nel propagare le idee liberiste della preminenza del mercato su tutto il resto e che sono state alla base della evoluzione della società. Purtoppo tale clima culturale è stato spesso accettato in buona parte anche dalle leadership progressiste, questo ha portato alla accettazione dello stato di cose, non c'è alternativa, che di fatto ha condotto, in occidente, a una sempre maggiore disuguaglianza e a uno stato di profonda insoddisfazione nei cittadini. Per questo sostengo spesso che ci dovrebbe essere uno sforzo da  parte delle forze progressiste di elaborare una piattaforma culturale e politica nuova, in grado di superare la situazione attuale e convincere i cittadini ad andare a votare o votare diversamente.

mercoledì 21 gennaio 2026

Cosa dice Chat Gpt sui problemi mondiali del post precedente

 Ho provato a chiedere a Chat GPT di immaginarsi decisore mondiale e provare a dare una strategia in risposta ai problemi mondiali che ho sollevato nel post prcedente, ecco la sua risposta, buona lettura.

Introduzione
Negli ultimi decenni il sistema economico globale è stato caratterizzato da una crescente interdipendenza tra le principali aree economiche del mondo. Tuttavia, tale integrazione non ha prodotto un equilibrio sostenibile, ma piuttosto una serie di squilibri strutturali che si manifestano nei flussi commerciali, finanziari e demografici. La Cina si è affermata come grande esportatore netto, gli Stati Uniti come importatore strutturalmente in deficit, l’Unione Europea come area economicamente avanzata ma afflitta da bassa crescita, mentre l’Africa rappresenta il principale epicentro della crescita demografica globale in un contesto di sottosviluppo persistente. Il presente saggio analizza tali squilibri alla luce della letteratura economica classica e contemporanea e propone un insieme coerente di strategie di politica economica che un ipotetico decisore politico mondiale potrebbe adottare per migliorare la stabilità e la crescita del sistema globale.

1. Inquadramento teorico
La teoria economica ha da tempo riconosciuto l’importanza degli squilibri macroeconomici internazionali. Già Keynes, nel dibattito su Bretton Woods, sottolineava come i surplus persistenti fossero dannosi quanto i deficit cronici. La letteratura più recente sull’economia globale, in particolare dopo la crisi finanziaria del 2008, ha evidenziato come gli squilibri globali siano il risultato di asimmetrie istituzionali, finanziarie e demografiche, piuttosto che di meri fallimenti di mercato. Approcci di economia politica internazionale sottolineano inoltre il ruolo delle scelte politiche nazionali e della debolezza della governance multilaterale nel perpetuare tali dinamiche.

2. Gli squilibri strutturali del sistema economico globale
Il primo squilibrio riguarda il commercio internazionale. Alcune economie, in particolare la Cina e altre economie asiatiche, registrano surplus commerciali persistenti, mentre gli Stati Uniti svolgono il ruolo di principale assorbitore della domanda globale. Un secondo squilibrio concerne la crescita economica: i Paesi avanzati affrontano stagnazione della produttività e invecchiamento demografico, mentre i Paesi africani sperimentano una crescita demografica elevata non accompagnata da adeguata accumulazione di capitale umano e fisico. Un terzo squilibrio è di natura finanziaria, poiché il risparmio globale risulta abbondante ma scarsamente indirizzato verso investimenti produttivi di lungo periodo. Infine, lo squilibrio politico-istituzionale deriva dall’inadeguatezza delle istituzioni di governance globale nel coordinare politiche macroeconomiche e nel fornire beni pubblici globali.

3. Riforma del commercio internazionale
Contrariamente alle attuali tendenze protezionistiche, la letteratura suggerisce che il problema non sia l’eccesso di commercio, bensì la sua struttura sbilanciata. Una riforma efficace del commercio internazionale dovrebbe includere meccanismi di riequilibrio macroeconomico, imponendo responsabilità anche ai Paesi con surplus persistenti. Tali meccanismi potrebbero incentivare l’aumento della domanda interna attraverso salari più elevati, politiche di welfare e maggiore apertura dei settori dei servizi. Il protezionismo generalizzato risulta invece inefficiente e dannoso per la crescita globale, mentre misure mirate e temporanee possono essere giustificate in presenza di pratiche distorsive come il dumping.

4. Un nuovo patto macroeconomico tra le principali economie
Un riequilibrio sostenibile richiede un coordinamento tra le principali aree economiche. La Cina dovrebbe progressivamente spostare il proprio modello di crescita dall’export ai consumi interni, anche in considerazione del rapido invecchiamento della popolazione. Gli Stati Uniti dovrebbero affrontare il deficit commerciale attraverso politiche industriali, investimenti in infrastrutture e capitale umano, piuttosto che tramite barriere tariffarie. L’Unione Europea, dal canto suo, necessita di una riforma istituzionale profonda, comprendente una vera unione fiscale, strumenti di debito comune permanenti e l’abbandono di politiche di austerità pro-cicliche che hanno limitato la crescita.

5. Il ruolo strategico dell’Africa nello sviluppo globale
L’Africa rappresenta il principale banco di prova per la sostenibilità del sistema globale nel XXI secolo. La letteratura sullo sviluppo evidenzia come il sottosviluppo africano non sia inevitabile, ma il risultato di vincoli strutturali superabili attraverso investimenti mirati. Un piano di sviluppo basato su infrastrutture, energia, istruzione e sanità potrebbe trasformare la crescita demografica in un dividendo economico. Fondamentale risulta l’accesso preferenziale ai mercati internazionali per i prodotti africani a maggiore valore aggiunto, nonché il trasferimento tecnologico. L’istruzione, in particolare quella femminile, emerge come lo strumento più efficace per la riduzione della fertilità e la stabilizzazione demografica.

6. Sistema finanziario internazionale e transizione climatica
Il sistema finanziario globale necessita di una riorientazione verso investimenti produttivi e sostenibili. Ciò richiede una riforma delle istituzioni multilaterali, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, e la creazione di strumenti finanziari sovranazionali in grado di canalizzare risorse verso lo sviluppo e la transizione climatica. Quest’ultima dovrebbe essere concepita non come un costo, ma come una nuova fase di crescita industriale, capace di stimolare innovazione, occupazione e cooperazione internazionale.

Conclusioni
Il sistema economico globale dispone delle risorse necessarie per affrontare le sfide attuali, ma soffre di una profonda carenza di coordinamento politico. L’alternativa è tra una crescente frammentazione, caratterizzata da protezionismo e conflitti geopolitici, e una cooperazione pragmatica orientata al riequilibrio strutturale, agli investimenti e alla fornitura di beni pubblici globali. Alla luce della letteratura economica, solo la seconda opzione appare in grado di garantire una crescita sostenibile e una stabilità di lungo periodo.


Bibliografia essenziale

  1. Acemoglu, D., Johnson, S., & Robinson, J. A. (2001). The Colonial Origins of Comparative Development. American Economic Review, 91(5), 1369–1401.

  2. Eichengreen, B. (2019). Globalizing Capital: A History of the International Monetary System. Princeton University Press.

  3. IMF (2023). World Economic Outlook. International Monetary Fund.

  4. Keynes, J. M. (1944). Proposals for an International Clearing Union. In The Collected Writings of John Maynard Keynes.

  5. Krugman, P. (2009). The Return of Depression Economics and the Crisis of 2008. W. W. Norton & Company.

  6. Rodrik, D. (2011). The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy. W. W. Norton & Company.

  7. Stiglitz, J. E. (2010). Freefall: America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy. W. W. Norton & Company.

  8. UNDP (2022). Human Development Report. United Nations Development Programme.

  9. World Bank (2023). World Development Report. World Bank.

Houston abbiamo un mare di problemi

Iniziamo questo post prendendola alla larga cioè partendo dalla storia delle idee economiche (vedi il mio libro) per arrivare al presente.

 Adam Smith, giustamente, fu uno dei primi a capire che bisogna partire dall'offerta, se non si produce di più non si puo parlare di crescita e ancor meno di domanda. Quindi il suo focus era sull'aumento della produttività, questo significa dare enfasi alla industria invece che alla agricoltura (Fisocratici) o al solo commercio (Mercantilisti). Aumentata la offerta si rende necessario anche aumentare il commercio, vedi Ricardo con la sua legge dei vantaggi comparati. Ma se per qualcuno la offerta creava anche la domanda (legge di Say), qualcuno altro si preoccupava anche come aumentare la domanda per assorbire la produzione (Malthus). Anche Marshall sosteneva che offerta e domanda erano strettamente correlate (metafora delle forbici), fu soprattutto Keynes a  sostenere che bisognava guardare alla domanda (domanda effettiva) per far sì  che la offerta raggiungesse il suo massimo garantendo la piena occupazione. 

La offerta crea la sua domanda se il surplus prodotto viene ben distribuito, gli economisti sostengono che ogni fattore produttivo (capitale/lavoro) si prende la sua quota del prodotto in base al proprio contributo, ma  questo non è propriamente vero in realtà dipende dai rapporti di forza (Marx). Per risolvere il problema ci vuole uno Stato che sostenga con spese e investimenti la domanda, e con la tassazione redistribuisca la ricchezza prodotta.

 Quindi per evitare rivoluzioni sociali quello che è successo in alcuni paesi occidentali è che grazie  alla maggiore forza contrattuale dei lavoratori, per mezzo dei sindacati ma anche  alla democrazia, il sistema economico è cresciuto portando una prosperità diffusa, questo grazie  alla crescita economica trainata dalla tecnologia. Se la torta si allarga e una buona fetta va anche ai lavoratori c'è chi sta meglio ma mediamente molti stanno meglio di prima.

Tutto ciò è avvenuto nel tempo e dopo la seconda guerra mondiale si era creato un particolare equilibrio. Da una parte il mondo occidentale, compreso il Giappone, che cresceva e si sviluppava, dall' altra parte i sistemi  comunisti (URSS e Cina) e i paesi non sviluppati o poco sviluppati. Un sistema che si reggeva ma non era proprio equo con una gran parte del mondo che soffriva la fame. Con la caduta dell'URSS e il cambiamento di indirizzo politico della Cina, si è verificato un enorme cambiamento, con alcune nazioni, sempre piu numerose, che hanno cominciato a crescere, produrre e commerciare di piu. Questa rivoluzione ha migliorato la vita a milioni di persone ma ha anche comportato la rottura di alcuni equilibri nei paesi ricchi. In questi paesi la manifattura ha cominciato a ridursi con la perdita di posti di lavoro ben retribuiti, sono cresciuti i lavori nei servizi che in media sono meno retribuiti, inoltre i servizi hanno una produttività più bassa, di conseguenza abbiamo avuto crescite piu contenute, diseguaglianze crescenti, pochi vincitori molti perdenti, interi ecosistemi industriali spariti. E' cresciuta molto la insofferenza dei cittadini anche per la rottura di quel patto sociale che aveva retto fino a quel punto, con uno Stato in affanno con meno risorse, spostamento ed elusione dei redditi, per garantire il welfare e la redistribuzione precedente.

Come ho detto l'aumento della offerta si sostiene grazie all'aumento della domanda, questa puo essere interna al paese o esterna (crescita export led). A livello generale però tutto si equilibra quindi se ci sono  alcuni paesi esportatori (netti) ci devono essere altri importatori. La situazione ottimale sarebbe un sostanziale equilibrio tra import ed export in tutti paesi, altrimenti si creano guerre commerciali, che come tutte le guerre non sono win win. In genere si ammette che ci siano dei momentanei squilibri, inoltre i paesi poco sviluppati devono, generalmente parlando, contare inizialmente sulle esportazioni perche hanno poca domanda interna. Ora il nostro attuale sistema si regge su un equilbrio instabile, la Cina continua ad essere il produttore ed esportatore mondiale mentre gli USA sono l'importatore mondiale, questo grazie alla forza e ruolo del dollaro per cui possono permettersi di essere in deficit commerciale, ovviamente tutto ciò fino a un certo punto e, infatti, da un pò di tempo e, soprattutto con Trump, stanno cercando, anche con i dazi, di ristabilire l'equilibrio commerciale. 

Abbiamo poi un altro problema enorme che si chiama Africa, continente ancora fortemente poco sviluppato, con grandi ricchezze del sottosuolo, ma con una crescita demografica che rischia di esplodere, con tutte le problematiche che possono creare le emigrazioni come gia stiamo vedendo.

Come vedete la situazione è piuttosto grave ed esplosiva, acuita dal fatto che le leadership mondiali sono in grossa difficoltà, con la crescita di leadership populiste poco preparate quando avremmo bisogno di ben altro.

Non so se finirà bene.  Se fossimo in un mondo ideale, dove vengono prese le scelte che favoriscono la umanità, l'occidente dovrebbe essere piu unito. Da una parte dovrebbe ridurre le disuguaglianze al suo interno e le nazioni  dovrebbero riprendere il loro ruolo di distribuire la ricchezza per garantire di nuovo il patto sociale su cui si basano tutti gli Stati democratici. Gli Stati occidentali, se uniti, potrebbero avere anche la forza di costringere la Cina a uno sviluppo più equilibrato, sarebbe ragionevole per loro aumentare la domanda interna, non sono più un paese in via di sviluppo, e migliorerebbero le  condizioni di vita dei loro cittadini. Poi bisognerebbe cominciare ad occuparsi di Africa in un ottica win win e non solo cercando di sfruttare le sue risorse, se i paesi africani crescono e diminuiscono il boom demografico non ci troveremo con milioni di persone che vogliono emigrare alle porte. Infine, per ultimo, ma non ultimo per importanza, dovremmo anche affrontare il riscaldamento globale, senza essere idealisti ma in buona parte le risorse in termini di idee e di tecnologie ci sarebbero.

 Tutto ciò non succederà, anche se a voler essere ottimisti  quando le situazioni diventano terribilmente complicate alla fine vengono fuori le menti migliori.


lunedì 29 dicembre 2025

Mi fareste un favore?

 Se sei arrivato a questo blog e stai leggendo questo post potresti fare un commento e dirmi come ci sei arrivato qui e perchè? Vi ringrazio in anticipo delle risposte che mi darete e anche di eventuali suggerimenti o critiche. Vi auguro un buon 2026.

giovedì 11 dicembre 2025

Niall Kishtainy-A Little History of Economics

 Ho letto questo libro per curiosità ma soprattutto per vedere le differenze con il mio libro. Il libro è scritto molto bene, suddiviso in piccoli capitoli in cui Kishtainy, che insegna storia economica alla London School of Economics, descrive un autore e le sue idee economiche, le idee sono spiegate in maniera semplice con esempi pratici presi dalla vita quotidiana. Il libro ripercorre la storia delle teorie economiche partendo dai Fisiocratici e Mercantilisti, prosegue poi con gli economisti classici arrivando ai giorni nostri con le teorie economiche più recenti, questo rappresenta un ulteriore aspetto positivo del libro in quanto arriva alle teorie più nuove che in genere sono poco trattate dai libri divulgativi di storia economica. Di fatto rispetto al mio libro le teorie riportate sono quasi sovrapponibili anche se io ho tralasciato alcuni autori che Kisthainy riporta, l'unico che manca completamente nel suo è Roegen l'economista rumeno eterodosso.

La differenza maggiore con il mio libro è che sugli economisti piu importanti, ad esempio Smith o Keynes, e in generale ho cercato di illustrare le teorie in maniera più approfondita e in qualche caso anche più analitica. Nel complesso un libro che, per chi non sa niente di economia, merita di essere letto, il mio libro in compenso può servire ad accrescere la conoscenza  della economia e ed essere base anche per studi piu approfonditi, visto che ho indicato anche una bibliografia  ragionata di riferimento. 

lunedì 1 dicembre 2025

P.Aghion- C.Antonin-S.Bunuel- The Power of Ceative Distruction- Economic Upheaval and the Wealth of Nations

 Il libro che recensisco oggi è di Philppe Aghion (con coautori Celine Antonin e Simon Bunel). Aghion ha vinto il Premio Nobel per l'Economia nel 2025 insieme a Peter Howitt per aver modellizzato la cosiddetta "distruzione creatrice" ovvero il ruolo della innovazione tecnologica nella crescita economica, mentre Mokyr ne ha ricostruito le detrminanati su base storica, e a cui dedicheremo una altro post.

La definizione di distruzione creatrice viene dalle intuizioni del grande economista e storico della economia Schumpeter che aveva delienato la importanza e il ruolo della innovazione tecnologica nella crescita economica. Il libro di oggi approfondisce le idee di Schumpeter cercando di dare una risposta a molti interrogativi sulla crescita economica basandosi su una serie di ricerche recenti sul tema. Già Robert Solow aveva indicato nel progresso tecnologico il motivo della crescita economica senza indicarne le determinanati. Gli autori mostrano in particolare come ci siano chiare correlazioni tra crescita economica e innovazione, ad esempio tra crescita e brevetti ed inoltre mostrano la correlazione tra competizione e innovazione. Per creare il miracolo del decollo (takeoff) cioè come le nazioni innescano la crescita occorrono molti fattori: l'accumularsi di innovazioni, avere delle buone istituzioni (vedi Acemoglu)  ma anche la competizione. Ma le innovazioni principali hanno bisogno anche di innovazioni secondarie e questo richiede tempo e quindi un ritardo. La competizione, inoltre, stimola la innovazione ma principalmente per le industrie vicine alla frontiera tecnologica. La innovazione crea anche delle diseguaglianze ma è anche fonte di mobilità sociale, ovviamente la tassazione può correggere certe distorsioni ma può essere anche da freno alle innovazioni. D'altra parte la creazione di  una grande concentrazione di attività con la formazione di industrie superstar crea ostacoli alla innovazione prevenendo o bloccando la diffusione delle conoscenze. Affrontano poi il tema della convergenza verso la prosperità delle nazioni in via di sviluppo, quello che fa la differenza sono le politiche e le istituzioni che favoriscono l'aggancio tecnologico e la imitazione. Per quanto riguarda la produzione manifatturiera essa si è dimostrata fondamentale per la crescita economica grazie all'aumento della produttività e perchè stimola la crescita in altri settori correlati, quindi sembrebbe un fattore indispensabile per la crescita anche se la India sta dimostrando una crescita basata soprattutto sui servizi. Per quanto riguarda il ruolo tra innovazione tecnologica e sostenibilità ecologica, il ruolo dello Stato è indispensabile nel ridirezionare il cambiamento tecnologico verso innovazioni green, perchè la innovazione non è spontaneamente ambientalmente favorevole. Per quanto riguarda le capacità innovative seppur vero che sono parzialmente abilità intrinseche gli studi dimostrano la influenza dei genitori sia in termini di reddito e sia per scolarità. Inoltre, mentre la ricerca di base ha necessità di una certa libertà che forniscono le Univeristà pubbliche, la ricerca applicata trova un clima più favorvole nelle industrie. La innovazione tecnologica ha un impatto ambivalente sulla occupazione, crea senza dubbio perdita di posti di lavoro sopratutto nel breve ma ne crea altri nel lungo periodo. Inoltre la innovazione ha avuto effetti positivi sulla salute con l'aumento della aspettativa di vita ma crea anche instabilità e difficoltà economiche che creano aumenti di mortalità. Per queste sue caratteristiche si rende necessario accompagnare la distruzione creatrice con delle reti di sicurezza sociali come la flexsecurity della Danimarca. Per quanto riguarda il finanziamento della innovazione si crea il problema del rischio dei ritorni sull'investimento che può inibire la ricerca di innovazioni, in questo gioca un ruolo importante il meccanismo del Venture Capital come pure dei corretti incentivi alla ricerca e sviluppo da parte dello Stato (ma anche il ruolo stesso dello Stato aggiungo io vedi Mazzuccato). Indubbiamente anche la globalizzazione ha un suo ruolo nella innovazione, in particolare soffrono dell concorrenza estera sopratutto le industrie lontane dalla frontiera teconologica, ma le politiche difensive tramite  dazi riducono innovazione e crescita della produttività mentre sono più utili incentivi alla ricerca e sviluppo e alla innovazione, come pure politiche industriali e investimenti pubblici nella conoscenza. Inoltre anche la immigrazione si è dimostrata favorevole alla crescita, in particolare in USA, grazie a culture diverse e diversi background nonchè la maggiore detrminazione al successo che hanno spesso gli immigrati. Una politica troppo incentrata sul lassaiz faire tende a sotto investire in conoscenza e innovazione non tenendo conto delle esternalità positive. Per molto tempo è stata la rivalità miltitare a incentivare gli investimenti pubblici, ma adesso è la politica industriale che può stimolare la crescita guidata dalla innovazione, con la necessità di coordinare risorse e attori diversi. Di fatto gli autori ripropongono quello che abbiamo trovato in altri autori e cioè che la innovazione si basa si sulle imprese e il mercato ma necessita dello Stato sia come investitore ma anche come assicuratore contro le recessioni e per rendere meno socialmente pericolosa la distruzione creatrice. Infine gli autori espicitano il concetto del triangolo d'oro ovvero il bilanciamento tra Stato, Mercato e società civile che ricorda molto questo mio post.

In conclusione un libro molto interessante, con tantissimi riferimenti a studi e lavori per confermare le loro tesi, quindi un libro che vale assolutamente la pena leggere. Come si vede dalla sintesi però gli autori più volte avvertono che la innovazione tecnologica ha bisogno dello Stato sia per il suo sviluppo e sia per mitigarne gli effetti negativi. Ma la accelerazione e la forza del cambiamento della evoluzione tecnologica che abbiamo visto recentemente, e che sicuramente continuerà inesorabilmente con la Intelligenza Artificiale, sta diventano talmente pervasiva e potente che vedo sempre più difficile evitarne i rischi e  che lo Stato e le politiche atte a frenarne le conseguenze negative possano essere efficaci e tempestive.



sabato 22 novembre 2025

Un consiglio (non richiesto) ai partiti progressisti

 I partiti progressisti non se la passano bene nei paesi occidentali sono in arretramento dappertutto e se vincono, GB, è solo perchè i conservatori hanno fatto una marea di sbagli madornali. Assolutamente sbagliato prendersela con il destino cinico e baro, la realtà è che hanno perso consensi in quello che doveva essere il proprio elettorato perchè hanno sbagliato politiche e scelte anche di candidati. Ad esempio negli USA la scelta di confermare Biden è stata assolutamente senza senso, ma anche una candidata giovane come la Schlein non sembra poter cambiare l'esito delle prossime elezioni. Ma andiamo con ordine. Il dato di fatto è che la globalizzazione, l'innovazione tecnologica, ma da noi anche la UE, non hanno giocato a favore di molti, mentre la sinistra non ha fatto niente per contrastarne gli effetti: perdita di posti di lavoro, perdita di potere contrattuale dei lavoratori, perdita di salario reale, senso di incertezza verso un futuro piuttosto oscuro e gramo. Classi medie che stanno sparendo e vanno in difficoltà, una classe operaia che poteva pensare di far parte della classe media che si vede proiettata verso la povertà, giovani, in Italia, senza speranze che emigrano, sono tutti elementi che sono evidenti e che meritavano ben altro approccio. Purtroppo elementi che non sono stati considerati e che hanno fatto il gioco della destra abile nello sfruttare il malcontento e nel trovare facili capri espiatori: gli immigrati che con il declino della situazione c'entrano solo marginalmente. Quindi, in primo luogo bisogna considerare un cambiamento di rotta, lo stesso Renzi che sembrava avere buoni consensi ha fatto politche, Job Acts, dettate più da idee vecchie e mal applicate. Canbiamento di rotta che non significa tornare al vetero comunismo o a idee estreme che lasciano il tempo che trovano e anzi sono facili da attaccare da parte della destra. Un esempio la patrimoniale, che sarebbe giusta da un punto di vista morale ed anche economico, molti economisti la sottoscrivono ma a livelli di ricchezza molto elevati e non quella sciocchezza di Landini dei 2 milioni di ricchezza, comunque difficilmente applicabile, non porterebbe grandi introiti e, soprattutto, è invisa alla maggioranza che ha paura di ulteriori prelievi anche se non sarebbe vero per la stragrande maggioranza. In ogni caso con capitali molto mobili una scelta da parte di un solo paese rischia soltanto la fuga di capitali. Non dico che bisogna essere moderati ma neanche fare regali alla destra, del tipo anche i ricchi piangano. Bisogna partire da alcune cose, come ho gia detto. Problema demografico, spopolamento continuo, poche nascite e giovani che se ne vanno. Salari troppo bassi e non abbiamo neanche il salario minimo. Si favoriscono le rendite di posizione, abbiamo regalato a privati monopoli naturali e stiamo facendo arrichire oltre modo banche e società energetiche. Una tassazione troppo alta per alcuni e larghe fasce di evasione ed elusione per altri, un sistema fiscale barocco e iniquo e ormai troppo gravoso. Una spesa pubblica fuori controllo, dove spendiamo un sacco di soldi in cose poco utili e lasciamo in povertà e senza sanità un sacco di persone. Un sistema industriale che perde pezzi ogni giorno, ultima la Italsider, un sistema formativo  che fa acqua, pochissimi laureati e poi il mismatch tra competenze richieste e competenze offerte, un sistema imprenditoriale che non guarda al futuro ma solo a guadagnare nel breve termine. Una burocrazia elefantiaca che appesantice il paese e che ha mostrato di essere incapace di sfruttare il PNRR,  una giustizia lenta e inefficace. Mi fermo qui ce ne sono altre e sono cose note. Tutte cose complesse da affrontare in un contesto economico e geo politico che non aiuta, vedi anche UE, che richiedono tempo e sopratutto grande preparazione per affrontarle, mentre il livello dei nostri politici scade ad ogni legislatura. Per affrontare queste sfide abbiamo bisogno di persone serie e preparate e in Italia, e anche altrove, ci sono, allora mi dico perchè i partiti progressiti non fanno quelli che andrebbe fatto? Cioè avvicinare alla politica persone giovani e preparate, e comunque creare scuole di formazione che si basino sulle conoscenze acquisite, sopratutto economiche, di cui ho parlato in molti post, per creare un bacino di persone che possano, magari iniziando da ruoli di amministrazione locale, costruire una base per poter presentare candidati validi. Tutte le volte che si presentano candidati credibili, seri e preparati è difficile che l'elettorato mediano non li premi. Ci vuole lungimiranza, un tempo i partiti erano più selettivi e infatti mediamente le persone che emergevano avevano un certo spessore, vogliamo paragonare Moro a Di Maio? Insomma serve un cambio di passo, ammettere di aver fatto molti errori, riavvicinarsi alla gente, meno social e più territorio, e fare una strategia di rinnovamento profonda della dirigenza di partito, per un paese dove quelli che hanno dato si facciano da parte e lascino un poco di spazio a giovani preparati, e non solo a chi spera di accorciare i tempi e la fatica andandosi a prendere un buon stipendio in parlamento.

lunedì 3 novembre 2025

Adam Tooze- Shutdown- How Covid Shook the World's Economy

Di Adam Tooze, storico dell'economia, abbiamo già pubblicato la recensione del suo libro, Crashed, relativo alla crisi del 2008. In questo libro si dedica invece alla crisi economica, sanitaria e  sociale a seguito della pandemia del Covid 19. Tale crisi si è rivelata ancor più grave di quella del 2008, circa il 95% delle economie mondiali subì una contrazione o un forte rallentamento, per non parlare degli innumerevoli vittime che ha generato. Tutte le catene del valore del sistema economico vennero infatti colpite duramente.

Il libro ripercorre quindi la storia degli avvenimenti e le reazioni da parte dei governi.  La Cina è stata il fattore scatenante da cui è partito tutto, la sua reazione è stata, grazie al suo sistema autoritario, ferma e risoluta non senza errori e conseguenze. Il mondo, in particolare l'occidente, è stato colto molto impreparato da un evento, la pandemia, che comunque poteva essere previsto e che avrebbe necessitato un piano preventivo. Le reazioni sono state quindi diverse a seconda dei governi nazionali, con azioni a volte discordanti. Basti pensare solo all'Italia, colpita molto duramente e tra le prime, con all'inizio una sottovalutazione e poi con dei lockdown molto duri ed estesi; con la mancanza anche di dispositivi banali come le mascherine, e con un sistema sanitario frammentato, dove anche le regioni con una sanità migliore, Lombardia, hanno dimostrato la fragilità delle strutture pubbliche, avendo avvantaggiato nel corso degli anni le struttre private, ovviamente in sistuazione anche peggiori erano le strutture sanitarie del sud. Comunque non è andata meglio in molti paesi, vedi gli USA, con Trump che ha sottovalutato il problema in molte situazioni e con una sanità privatizzata. Oltre al problema sanitario vi è stato il problema economico, cioè sostenere una economia che era bloccata, migliaia di persone a rischio indigenza a causa della mancanza di lavoro ad esempio nei trasporti, turismo, ristorazione, ecc. Memori degli errori compiuti nel 2008 le reazioni questa volta sono state più rapide. Davanti al collasso imminente, le banche centrali e i governi hanno adottato misure senza precedenti: tassi quasi a zero, acquisti massicci di asset, salvataggi e garanzie, stimoli giganteschi di trilioni di dollari che hanno appesantito il debito delle nazioni, anche in questo caso le cifre messe in campo dagli USA (da Biden piuttosto che Trump) furono ben maggiori di quelle europee che comunque alla fine varò il Next Gen recovery plan di cui l'Italia è stata una delle maggiori beneficiarie. 

Tooze evidenzia come la globalizzazione,  le catene del valore internazionali, da punto di forza si sono rivelate un punto di estrema debolezza invece. Inoltre, sono emerse maggiormente le differenze e le diseguaglianze tra di chi ha potuto continuare a lavorare anche da remoto con chi, sopratutto nelle fasce più deboli, ha dovuto subire pesanti perdite economiche solo parzialmente compensate dagli aiuti. Ancor piu della  crisi del 2008 questa crisi pandemica ha dimostrato la importanza dello Stato e del suo intervento, della sanità pubblica, degli interventi massicci per salvare la economia e farla riprendere, un ulteriore colpo al mainstream del liberismo e ha mostrato la vulnerabilità delle catene globali. Questa crisi ha dimostrato la interdipendenza globale che merterebbe un coordinamento migliore su tanti aspetti che non c'è. La crisi ha anche ribadito la importanza della Cina come player mondiale, nel bene e nel male. Purtroppo tale crisi difficilmente sarà isolata, siamo in un mondo complesso interconnesso dove un battito d'ali a Pechino causa un uragano a New York. Abbiamo forse capito che il mercato non è la soluzione, abbiamo capito la importanza delle politiche nazionali e statali ma, a parte una reazione più rapida e incisiva rispetto al 2008, non siamo ancora abbastanza forti e resilienti come dovremmo essere. Un libro interessante che mi ha fatto rivivere i momenti angoscianti della pandemia e che vale la pena ricordare come monito.