lunedì 25 settembre 2023

Thomas Fazi- Una civiltà possibile- La lezione dimenticata di Federico Caffè

 Dopo aver letto il precedente romanzo sull'economista Federico Caffè mi è venuta voglia di conoscere meglio il suo pensiero, pertanto ho trovato questo libro di Thomas Fazi, di cui abbiamo recensito un altro libro; Fazi è un giornalista e saggista di questioni economiche.

Il libro è una sintesi del pensiero di Federico Caffè dove l'autore riporta stralci del suo pensiero tratti dai suoi scritti e articoli di giornale. La prima parte è dedicata al pensiero generale di Caffè sui temi economici e macroeconomici. Caffè rimase fedele al pensiero del grande economista britannico John Maynard Keynes per tutta la sua vita, per Caffè uno dei grandi meriti di Keynes è che l'intervento pubblico è una componente essenziale, intrinseca dell'assetto di una economia moderna. Caffè rimane contrario alla interpretazione dei neoclassici di Keynes, che ne effettuano un ribaltamento della posizione originaria. Inoltre, per Caffè rimane importante che il pensiero keynesiano sia improntato alla ricerca di vie idonee di miglioramento sociale, mentre le sole forze del mercato spesso portano a risultati non vantaggiosi per la collettività. In sintesi, per Caffè, la politica economica non doveveva escludere i controlli condizionati delle scelte individuali e doveva considerare come irrununciabili obiettivi di assistenza e egualitarismo, con lo Stato garante del benessere sociale. Le sue idee lo portarono ad essere critico con il modello di sviluppo del dopoguerra troppo orientato alle esportazioni più che alla domanda interna e condizionato dal mito della deflazione, ma anche critico nei confronti delle posizioni anticapitalistiche e utopistiche della sinistra marxista, tanto da definire la sua posizione come solitudine del riformista.

Il secondo capitolo invece riguarda la crisi degli anni Settanta, e la prediminanza in economia del pensiero monetarista che tende a mettere in secondo piano le politiche keynesiane, che in Italia si fecero via via  strada anche tra gli economisti progressiti, con l'accettazione di politiche di contenimento salariale sino alla abolizione della scala mobile e alle politiche recenti di flessibilità del lavoro. Caffè riamse quindi fedele alle sue idee: "Non credo che il risanamemento della bilancia dei pagamenti e un riassetto della economia senza l'introduzione di veri elementi di socialismo sia qualcosa che vale", rendendolo sempre piu isolato e in contrasto anche con il mondo sindacale.

L'ultima parte del libro è dedicato alla nascita del sistema monetario europeo (SME), antesignano dell' euro. La posizione di Caffè era fermamente contraria perchè capiva benissimo che la limitazione di sovranità monetaria, con l'adozione di un cambio poco flessibile, significava politiche di contenimento dei salari e difficoltà per il nostro paese con aumento della dioccupazione, portandolo ad affermare: "Il lavoro come la più illustre delle vittime della politica monetaria (...) ai lavoratori non si offre altra scelta che la fame o la sottomissione, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi". Caffè riteneva infatti come diceva Keynes che solo uno sciocco poteva preferire una politca salariale flessibile rispetto a una politca monteria flessibile. La sua posizione lo mise in forte contrasto con Padoa Schioppa, d'altra parte era contario allo SME anche Baffi, governatore della Banca d'Italia che venne poi estromesso con infamanti accuse rivelatesi non vere. Gli esponenti di  sinistra, vedi Scalfari e Napolitano, inizialmente erano contari allo SME, nel tempo però Caffè rimase sempre più isolato. Questa condizione, oltre al fatto di non poter più insegnare lo portò ad un periodo di incupimento che lo condusse poi a sparire nel nulla senza lasciare tracce.

Un libro molto ben fatto, che contiene molte citazioni del professor Caffè e fa rivivere, con interessanti ricostruzioni, anche la storia dell'Italia dal dopoguerra sino alla fine degli anni '80. Un libro quindi che consente di apprezzare e far conoscere le idee di Caffè, un uomo che ha formato uan generazione di economisti, tra cui Draghi, ma è rimasto fedele alle sue idee sino all'ultimo.


domenica 10 settembre 2023

Guido Maria Brera- Dimmi cosa vedi tu da li'

 Oggi il libro che recensisco non è un saggio ma un  romanzo, romanzo keynesiano come lo definisce l'autore. Autore del libro è Guido Maria Brera, fondatore e gestore di un hedge fund, quindi un uomo della finanza che comunque ha compreso che il mercato non è la risposta ai nostri problemi. Il libro è un viaggio nel tempo e nello spazio sulle orme dello scomparso economista Federico Caffè. Un viaggio nello spazio nei luoghi di Roma dove ha vissuto e lavorarato il professore ma anche luoghi dove l'autore ha vissuto come Londra. È anche un viaggio nel tempo inseguendo le evoluzioni della teoria economica, mentre il professor Caffè rimaneva fermo nelle sue convinzioni che la politica economica fosse votata alla riduzione delle diseguaglianze, a garantire il benessere di tutti, a una critica al profitto per pochi conseguito a spese della dignità del lavoro e giustizia sociale. Il professor Caffè vede quindi, con disappunto, affermarsi la corrente di pensiero economica (Friedman) che pone il mercato al centro e lo Stato come nemico, forse è anche la delusione di non riuscire a modificare questo percorso della teoria economica a spingere il professor Caffe' a sparire un giorno senza lasciare tracce. Il libro si conclude con una ipotetica ultima lezione postuma del professore nelle aule della Università La Sapienza. 

Un libro piacevole ben scritto, che con leggerezza ricorda la figura del professor Caffè e le incongruenze e gli errori di certa economia mainstream.

venerdì 1 settembre 2023

Martin Wolf - The Crisis of Democratic Capitalism

 Martin Wolf è un famoso editoralista economico del Financial Times, autore di diversi libri, questo è il suo ultimo lavoro.

La prima parte del libro tratta del rapporto tra democrazia e capitalismo. Il benessere della nostra società dipende dal mantenimento di un delicato equilibrio tra economia e politica, tra individio e collettività, tra nazione e il resto del mondo. La principale spiegazione per la crescita dei populismi (di destra e sinistra) è dovuta alla delusione sul sistema economico attuale, la democrazia ha perso legittimità. E' necessario, quindi, trovare un nuovo equilibrio tra economia di mercato e politica economica. Le libertà non possono essere assolute ma devono devono essere limitate attraverso la regolazione, la legislazione e i limiti costituzionali. Il capitalismo democratico si basa su alcune virtù della popolazione ed in particolare delle elìte. Nè la politica e nè la economia possono funzionare senza una sostanziale onestà. La sopravvivenza della democrazia liberale dipende dalla separazione del controllo delle risorse economiche dal potere politico. La lealtà alla comunità politica e la lealtà alle sue componenti è condizione necessaria per la salute di ogni sistema politico democratico (senso di identità). Segue poi una analisi della evoluzione del capitalismo democratico, in cui il ruolo dello Stato è stato quello di creare l'ambiente legale e regolatorio all'interno del quale opera una economia capitalistica, ma una nazione è fondamentalmente una entità politica e non economica, mentre il  capitalismo è invece tendenzialmente globale. Negli ultimi due secoli democrazia e capitalismo sono evoluti e la loro interazione li ha modellati. Il recente capitalismo globale ha portato profondi disordini sociali ed economici, e la situazione delle democrazie occidentali sta profondamente peggiorando. Ma cosa è andato storto? La maggioranza delle persone ha perso la fiducia in un sistema che non fa niente per loro, e le condizioni economiche influenzano pesantemente le opinioni politiche. Nazionalità, etnicità, religione assumono grande importanza quando il sistema economico è sotto attacco. La crescente diseguaglianza di benessere economico ha accresciuto il potere del denaro, la democrazia è in vendita. La trasformazione del mercato del lavoro ha portato alla crescita del lavoro precario, per il 70% dei cittadini dei paesi ricchi il reddito è rimasto stagnante, minando la fiducia nel futuro. La crescita del capitalismo (da rendita) nell'ultimo periodo ha i seguenti aspetti:

  • spostamento del focus da beni a servizi;
  • nuovi lavori a basso skill;
  • svuotamento dela classe media;
  • globalizzazione;
  • impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro;
  • crescita attività finanziarie; 
  • crescita delal retribuzione dei top manager;
  • elusione fiscale.
Ciò ha portato alla crescita del populismo: i meno istruiti e meno abbienti sono diventati anti elìte; le vecchie coalizioni impegnate nellla redistribuzione del reddito e nelle riforme sono quasi scomparse.

Le democrazie occidentali non sono state in grado di alimentare e garantire quel tipo di cittadinaza che esse richiedono. Mentre la speranza richiede fiducia, la paura richiede solo un nemico da additare. Un aspetto fondamentale del capitalismo democratico è che nessuno sia al di sopra della legge, nessun business sia al di sopra del mercato, nessun politico sia al di sopra degli elettori e nessun individuo sia esente dalla critica pubblica.

A questo punto l'autore indica alcune soluzioni (tornare al New Deal). Per una prosperità sostenibile servono: stabilità macroeconomica, investimenti e innovazione, sostenibilità e apertura alla economia mondiale.  Per la stabilità macroeconomica evidenzia come politiche monetarie estreme possono essere pericolose mentre una espansione fiscale puo' migliorare la sostenibilità fiscale. Un errore è fare troppo affidamento sulla domanda privata basata sul credito ma anche su quella del governo tramite  la Banca Centrale. E' necessario inoltre ridurre la instabilità finanziaria. Il motore della crescita è la innovazione e il governo dovrebbe premiare l'investimento privato. Sottilenea poi il problema della immigrazione crea cambiamenti a lungo termine sulla natura della popolazione, per questo va adeguatamente gestita. La politica dovrebbe sostanzialmente assicurare che i lavoratori abbiano redditi adeguati e vengano trattati con dignità e rispetto. Indica che bisogna quindi investire in maniera sostanziale nelle politiche attive del lavoro con sussidi temporanei; va bene il reddito minimo, bisogna sopratutto alzare le retribuzioni più basse e limitare i differenziali. Non c'è invece ragione per sovvenzionare scuole e università che sono accessibili a pochi privilegiati. Il welfare state può essere considerato come un sostituto della assicurazioni private, che sono sempre incomplete. Non è favorevole ad un universal basic incame perche semplicemente insostenibile. Un buon welfare, piuttosto, da alle persone la possibilità di fare ciò che non sarebbero in grado di poter fare e assicurarle contro rischi che non possono affrontare. Deve essere, inoltre, assicurata una maggior trasparenza delle aziende e le retribuzioni eccessive dei manager devono essere riviste. La influenza delle aziende deve essere limitata e il ruolo dei soldi nella politica deve essere controllato e reso ben visibile. Richezza e potere devono essere separate. Infine, l'attuale sistema di tassazione è profondamente ingiusto e va cambiato, così come vanno limitati gli abusi dei paradisi fiscali. Un capitolo è dedicato a come deve essere rinnovata la democrazia. Spesso i voti vengono raccolti sulla base di identità tribali. La democrazia necessita piuttosto: di un sistema di votazione equo, di politici professionisti, di esperti disinteressati, istituzioni indipendenti e diritti civili universali. Fondamentale è che le persone siano leali verso le istituzioni democratiche e i cittadini siano consapevoli di avere obblighi reciproci. La meritocrazia è desiderabile ma non può essere il sistema dominante di valori in una stabile democrazia. Un ruolo importante lo devono svolgere i partiti, ponte tra elettorato e potere, ma non devono disporre del denaro privato, cioè subire il controllo delle lobbies. Propone anche alcuni cambiamenti alla democrazia  con la creazione di una camera del merito, indipendente dal governo, formata con persone che hanno raggiunto particolari risultati nella vita,  per promuovere studi su importanti aspetti politici. Infine auspica un senato non eletto ma sorteggiato per creare una assemblea deliberativa su questioni particolarmente divisive. Un altro aspetto imporatante è quello dei media. Laddove ci siano sistemi di informazione pubblica di qualità (es. BBC) vanno difesi e essere da esempio per altri paesi. Utilizzare una tassa sul digitale per per promuovere questo tipo di servizio e la informazione indipendente locale.

Dobbiamo rendere le nostre democrazie più forti rinforzando il patriottismo civico, migliorando la governabilità, decentralizzando e diminuendo il ruolo dei soldi in politica. Rendere il governo più responsabile e avere i media che supportano la democrazia piuttosto che distruggerla. Un capitolo è dedicato al capitalismo nel mondo. Le più grandi minacce alla sopravvivenza della democrazia liberale sono fondamentalmente domestiche, vengono da una politica povera e da risposte inadeguate ai cambiamenti economici e tecnologici, anche se rimane importante gestire le relazioni globali. Un alleanza di democrazie liberali stabili è un requisito indispensabile per la salute della democrazia. Bisogna comunque assicurare lo sviluppo dei paesi più poveri e assicurare il fluire di capitale privato alle economie in sviluppo. L'occidente deve valorizzare i suoi punti di forza e proteggere i suoi asssets strategici e bisogna cooperare su obiettivi comuni. 

Le conclusioni del libro sono che le persone hanno il diritto  di poter fare il meglio per se e inoltre il diritto ad aver voce nelle decisioni pubbliche. La forza più potente per il successo di una democrazia è una comune identità. Le basi della legittimità per una democrazia sono una diffusa prosperità e giuste regole del gioco. Il fragile matrimonio tra democrazia e capitalismo richiede il difficile equilibrio tra individuo e comunità, tra pubblico e privato, tra libertà e responsabilità, tra economia e politica, tra denaro ed etica, tra elìte e popolo, tra cittadini e non cittadini, tra nazione e globalità. Dobbiamo adattare gli obiettivi dei riformatori del passato alle necessità del presente. Più grande è la diseguaglianza, la insicurezza, il senso di abbandono, la paura per inimmaginabili cambiamenti e il senso di ingiustizia, piu vulnerabile al collasso è il fragile equilibrio che permette di far funzionare il capitalismo democratico. Soprattutto senza una decente e competente elìte la democrazia perirà. La democrazia sopravvive solo se da opportunità, sicurezza e dignità alla grande maggioranza delle persone. Se agiamo e pensiamo come cittadini la comunità democratica può sopravvivere  e chi dirige le aziende dovrebbe comprendere che hanno obblighi verso la società che ha reso possibile la loro esistenza. La politica deve essere infine suscettibile alla influenza dei cittadini e non dei più ricchi.

Come si vede dalla lunga recensione è un libro che affronta molti temi e aspetti. E' un libro quindi interessante e anche paiacevole da leggere di cui consiglio la lettura. Interessante è anche notare come Wolf nel corso del tempo, da sostenitore del mercato, sia passato ora su posizioni diciamo più keynesiane. 

Sulle crescenti  difficoltà delle democrazie occidentali, la nascita dei populismi  e le loro cause sostanzialmente conferma le tesi di molti altri libri che abbiamo recensito. Quando il mercato prende il sopravvento sullo Stato e la Democrazia (vedi qui e qui)  aumentano le diseguaglianze e le persone perdono fiducia nelle istituzioni democratiche. Anche le soluzioni ai problemi della crisi del capitalismo democratico che propone le abbiamo sostanzialmente già ritrovate in altri libri. Limitare la finanza, lo strapotere delle corporation e le retribuzioni eccessive dei manager, il sistema di tassazione regressivo, sono tutte cose che sono state scritte. Sulla necessità di leadership preparate ne ho parlato spesso su questo blog, ovviamente serve anche una certa dose di etica. Interessante notare anche la proposta di creare quacosa di diverso dalle semplici e ormai in difficoltà democrazie rappresentative, come ad esempio  il Senato a sorteggio (vedi qui). Importante anche il focus sul problema dei media e della informazione di cui anche su questo ho parlato spesso nel blog; sarebbe giusto e bello avere una RAI non lottizzata ma sul modello BBC, inoltre abbiamo bisogno di sviluppare molta più informazione libera e indipendente che da noi è una rarità.  Rimane il problema di ricreare il senso di comunità, lavoro difficile ma si potrebbe partire dalle tante ONLUS che fanno volontariato utile alla comunità; dovremmo finanziare strutture e modalità per aumentare il dibattito politico e la informazione politica dei cittadini. C'è molto lavoro da fare, le persone più preparate lo stanno dicendo in vario modo da tempo, devo dire che in Italia siamo in alto mare con una legge elettorale che ha persino tolto la possibilità di scegliere i candidati lasciando tutto in mano alle segreterie politiche, di partiti politici sempre meno rappresentativi e autoreferenziali, ma tanto da noi si fanno tante chiacchere su problemi del tutto marginali.

giovedì 27 luglio 2023

Thomas Piketty- Una breve storia dell'uguaglianza

 Questo è l'ultimo libro del famoso economista francesce Thomas Piketty. E' un libro molto meno voluminiso dei due precedenti (Capitale e ideologia  e Il Capitale nel XXI secolo) di cui è in pratica una sintesi.

Il libro inizia con la constatazione che, comunque, il progresso umano esiste, oggi infatti godiamo di una situazione complessiva (salute, istruzione, ecc.) migliore di sempre. La proprietà ha subito numerose variazioni in termini di concentrazione nel corso dei secoli. La proprietà ha visto una aumento di concentrazione a partire dal XVII secolo nei paesi più ricchi occidentali. Nel corso del tempo tale concentrazione è però diminuita, cioè esiste un processo orientato verso la uguaglianza, con il progressivo formarsi di una classe media.

Esiste una differenza sostanziale nella gerarchia delle ricchezze, infatti mentre nelle classi medie e medio alte prevale la ricchezza immobiliare, nelle classi molto elevate prevalgono invece gli attivi finanziari.

Due capitoli del libro sono dedicati al colonialismo e allo schiavismo. La crescita del capitalismo industriale occidentale deve molto alla divisione internazionale del lavoro. Grazie infatti alle loro capicità fiscali, gli Stati europei hanno sviluppato anche una capacità militare, questo gli ha dato la possibilità di sfruttare le risorse dei paesi più arreterati, traendone enormi profitti. Un capitolo è poi dedicato alla triste storia delle riparazioni, cioè come oltre al danno subito con lo schiavismo si sia aggiunta la beffa del pagamento delle riparazioni verso gli schiavisti ( vedi Haiti).

Le rivoluzioni ed evoluzioni che si sono susseguite nel corso della storia hanno comunque portato alla lenta crescita dei diritti e all'allargamento della partecipazione alle elezioni.

Un capitolo è dedicato alla cosiddetta "grande distribuzione", ovvero la riduzione delle diseguaglianze che si è verificata nel periodo 1914-1980 per effetto delle guerre ma, soprattutto per l'adozione di politiche fiscali (imposte progressive). Rimane comunque una forte iperconcentrazione della proprietà, con la tendenza attuale, nei paesi ricchi occidentali, ad un aumento a partire dal 1980. Per combattere questa tendenza l'autore propone una imposta annua sul patrimonio, inoltre propone, per ridurre la concentrazione del potere nelle imprese, la divisione paritaria dei diritti di voto tra dipendenti ed azionisti.

Un altro tema che affronta è quello della cosidetta uguaglianza formale, ad esempio nella istruzione dove i ricchi possono accedere a pagamento agli istituti più prestigiosi.

Il libro si conclude con una serie di proposte verso un socialismo democratico, proposte piuttosto "forti" per ridurre le disuguaglianze all'interno della nazioni e tra nazioni ricche e quelle meno sviluppate.

Rispetto ai due precedenti libri citati non ci sono particolari novità in questo libro. Le analisi di Piketty sono sempre ben documentate; le sue proposte sono in parte condivisibili ma in alcuni casi rischiano di essere  troppo rivoluzionarie e quindi difficilmente e realisticamente realizzabili. Purtroppo in un mondo così complesso le soluzioni non sono semplici, inoltre la crescita delle disuguaglianza ha favorito, paradossalmente, la crescita dei movimenti populisti di destra che non promettono niente di buono. Certo sarebbe molto  auspicabile un ritorno a tasse più progressive in grado di ridurre le diseguaglianze, inoltre mi accontenterei  di far crescere la democrazia partecipativa, facilitando, ad esempio, l'accesso alle cariche politiche anche per le classi meno abbienti; inoltre sarebbe molto utile avere i sistemi mediatici e di comuniciazione meno asserviti ai potentati economici, questo potrebbe garantirci una informazione migliore e più indipendente dai condizionamenti delle elite economiche.

lunedì 3 luglio 2023

Branko Milanovic- Capitalismo contro capitalismo

 Branco Milanovic è professore alla City University di New York, autore di diversi saggi questo è l'ultimo dei suoi libri.

All'inizio del libro definisce le tre forme di capitalismo: il capitalismo classico (quello nel Regno Unito prima del 1914), il capitalismo socialdemocratico (Paesi occidentali dal 1945 sino al XXI secolo), capitalismo liberal-meritocratico (dal XXI secolo in poi). Ognuno di essi è caratterizzato da alcune proprietà, in particolare il capitalismo liberal-meritocratico si differenzia dagli altri per il fatto che la ricchezza non è esclusivamente da capitale ma anche da reddito, inoltre si accentua in esso la caratteristica che i ricchi si sposano con i ricchi (omogamia). Le diseguaglianze nel capitalismo liberal-meritocratico tornano ad aumentare, inoltre diminuisce la mobilità intergenerazionale, anche perchè i ricchi hanno la possibilità di frequentare le scuole migliori a pagamento mantendendo o aumentando le diseguaglianze iniziali. 

Passa poi ad analizzare il cosidetto capitalismo politico che è rappresentato principalmente dai paesi ex comunisti (Cina, Vietnam, ecc.). L'autore evidenzia come i movimenti comunisti siano stati in grado, soprattutto, di far transitare i paesi (compresi quelli del Terzo Mondo) dal feudalismo al capitalismo. Che la Cina sia ormai un paese capitalista è indubbio visto che la quota dello Stato nella produzione industriale e agricola è ormai redisuale (20% nel caso della produzione industriale). Le caratteristiche sistemiche del capitalismo politico sono: una burocrazia efficiente, assenza dello Stato di Diritto, autonomia dello Stato, in sintesi  lo Stato controlla il settore privato in assenza di vincoli giuridici. Il capitalismo politico, soprattutto in Cina e Vietnam, ha dimostrato la sua efficcacia attraverso una crescita sostenuta, d'altra parte una caratteristica sistemica ed endemica è la corruzione. In ogni caso, anche se presenta alcuni vantaggi, le potenzialità di esportazione del capitalismo politico sono piuttosto limitate.

Relativamente alla globalizzazione la sua principale caratteristica, in termini di capitale e lavoro, è la mobilità. In particolare per la prima volta abbiamo assitito alla separazione della produzione dalla gestione. La mobilità del lavoro è legata alla differenze di reddito tra le nazioni e anche al fatto che la cittadinanza è un bene economico connessa ai vantaggi di essa, ad esempio il welfare; ciò comporta malumori degli autoctoni anche perchè con l'aumento dei flussi migratori il welfare diventa insostenibile. Una soluzione, oltre ai flussi legali, è quella, come gia avviene in alcuni paesi, di trattare in maniera diversa differnti categorie di residenti. Un altro aspetto della globalizzazione è  l'aumento della  corruzione, tale crescita è sostenuta dalla ideologia che giustifica il fare soldi in qualsiasi modo. Questo porta alla crescita dei paradisi fiscali, e delle strutture (banche e uffici legali) il cui ruolo è facilitare i trasferimenti di denaro acquisito illegalmente: "riciclaggio morale".

L'ultimo capitolo è dedicato al futuro del capitalismo globale. Le società puramente commerciali hanno come unica gerarchia il successo monetario. Un tempo le persone rispondevano alle leggi e ai limiti autoimposti, mentre oggi la moralità a livello interiore non esiste più, assitiamo quindi alla esternalizzazione della moralità attraverso il ricorso esclusivo alle leggi e forze dell'ordine che molti cercano di manipolare per trarne vantaggi. Le caratteristiche delle società moderne sono: atomizzazione e mercificazione. Le famiglie hanno perso gran parte del loro valore economico dato che molti  beni e servizi si possono acquistare sul mercato (mercificazione). Nel confronto tra capitalismo liberale e capitalismo politico, i vantaggi del capitalismo liberale consistono nell'essere in un certo modo integrati nel sistema (la democrazia) e quindi più naturali, invece il capitalismo politico è obbligato a garantire tassi di crescita elevati se vuole sopravvivere. Nel finale illustra alcune possibili evoluzioni del capitalismo liberale. Uno potrebbe essere il capitalismo popolare dove tutti hanno quote equivalenti di reddito e capitale, i redditi continuano ad essere diversi ma la diseguaglianza non tende ad aumentare e la mobilità intergenerazionale dei redditi viene garantita. Il capitalismo egualitario dove tutti hanno circa la stessa quantita di reddito da capitale e lavoro, la diseguaglianza è bassa, e ciò garantisce pari opportunità. Infine, l'attuale capitalismo liberal-meritocratico potrebbe degenerare in un capitalismo in cui l'elìte economiche esercitano ancor più controllo sulla politica, portando a un sistema plutocratico che tende a diventare simile al capitalismo politico con tutti i problemi evidenziati per questo tipo di sistema.

Un libro scritto con grande chiarezza, rendendo semplici cose complesse, in maniera direi schematica e quasi didattica, che quindi ne favorisce la lettura, e, al contempo, contiene molte riflessioni interessanti e non banali sulla storia ed evoluzioni delle società occidentali e non. Un libro quindi che merita assolutamente una lettura.

martedì 13 giugno 2023

Graham Allison- Destinati alla guerra- Possono l'America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide ?

Gaham Allison è direttore dell'Harvard Kennedy School's Belfer Center for Science ed International Affair, e questo è un libro storico e politico sulla rivalità tra USA e Cina.
Il tema del libro è la cosidetta trappola di Tucidide, ovvero quando una potenza in carica si trova ad affrontare la crescita di una potenza emergente quasi sempre la tensione crescente sfocia nella inevitabile guerra. Si chiama trappola di Tucidide perchè si riferisce allo storico che descrisse la guerra del Peloponneso che vide fronteggiarsi Atene e Sparta. Nella prima parte l'autore infatti descrive la storia della genesi  del conflitto tra Atene e Sparta. Il secondo caso che descrive è il duello  tra Gran Bretagna e Germania che porta alla prima guerra mondiale. Tutti i 16 casi di scontro tra potenze nella storia vengono comunque riassunti nella appendice del libro. La seconda parte descrive la storia recente  della Cina e soprattutto le differenze "filosofiche" dell'approccio cinese e quello americano. Infatti le due potenze hanno culture diverse, ad esempio per l'America sono fondamentali la libertà, la democrazia e una visione di breve termine, mentre la Cina ha come valori fondamentali l'ordine, l'autoritarismo (reattivo) e un orizzonte temporale molto lungo, quindi le differenze culturali sono profonde e gli strateghi americani dovrebbero tenerne profondamente conto nell'elaborare i loro piani. 
Nella parte finale prima delinea le condizioni/occasioni, che potrebbero anche essere banali, per l'innescarsi della guerra; nella seconda parte invece illustra quelli che sono i dodici indizi, desunti dalla storia, che possono portare alla pace.
Un libro molto interessante, scritto bene e che si legge con piacere, che contiene molti elementi e spunti interessanti di cui consiglio la lettura.

martedì 6 giugno 2023

Michele Salvati- Norberto Dilmore- Liberalismo inclusivo

 Gli autori del libro di oggi sono un professore di Economia Politica alla Statale di Milano (Salvati) mentre il secondo è uno prseudonimo. 

Il libro si propone di delineare una possibile strada, che gli autori definiscono liberalismo inclusivo (embedded liberalism), che superi il fallimento del neoliberismo e riavviare un nuovo patto che consenta di gestire la complessità del mondo moderno riducendo le diseguaglianze, garantendo le libertà economiche e, sopratutto, aumentare il benessere dei cittadini.

Il libro, da una parte, delinea come il compromesso socialdemocratico, alla fine della seconda guerra mondiale, ha garantito nei paesi occidentali crescita e aumento del benessere per 30 anni ("i trenta gloriosi") ma si basava su condizioni specifiche che non sono più riproducibli, pertanto non va né mitizzato né riproposto nella stessa forma. D'altra parte l'ascesa del neoliberismo dagli anni '70, in sostituzione di politiche di stampo keynesiano (almeno in parte), ha portato inizialmente una crescita economica ma con un aumento disastroso delle diseguaglianze e, infine, ha certificato il suo fallimento con la crisi economica del 2008. Un intero capitolo è dedicato al libro di Piketty: Capitale e ideologia, che abbiamo recensito qui, gli autori più che criticare l'analisi di Piketty si concentrano sulle souzioni da lui proposte (socialismo partecipativo) che reputano un pò troppo radicali e in alcuni casi controproducenti.

Per quanto riguarda la loro proposta gli autori partono dalla analisi della situazione attuale, che si presenta mutata rispetto al primo dopoguerra, infatti il capitale è molto più fluido che in passato, meno fisico e più intangibile, più mobile e internazionale che radicato sul territorio nazionale. Il mondo del lavoro è molto più frammentato del passato, con la riduzione delle grandi aziende produttive mentre oggi siamo in un mondo di servizi e tecnologie avanzate con lavoratori piuttosto diversi e meno connessi tra loro, questo ha comportato la perdita di potere dei sindacati. Ma anche la politica è cambiata, non ci sono più i partiti "pesanti" e di massa, piu radicati sul territorio e in grado di costruire il consenso piuttosto che inseguirlo come attualmente, con un potere negoziale maggiore con gli interlocutori economici. Lo Stato, pur mantendo un elevato peso sulla economia, ha perso anch'esso il suo peso per i condizionamenti internazionali e della globalizzazione: politiche europee e potere delle multinazinali delocalizzate, con una forte riduzione della capacità redistributiva.

Le soluzioni che gli autori propongono per un nuovo patto per una crescita inclusiva e sostenibile ammesso che vi  siano le condizioni  adatte, che in parte con la crisi e la pandemia  si sono create, sono in sintesi:

  • una nuova politica macroeconomica, dove lo Stato, con  un ruolo meno diretto,  abbia comunque un ruolo di indirizzo e guida  in grado di imporre una adeguata politica fiscale grazie anche alla riduzione dei paradisi fiscali;
  • ripristinare le regole della concorrenza e la riduzione della instabilità finanziaria;
  • ridare autonomia alla politica anche tramite il finanziamento pubblico;
  • rafforzare i corpi intermedi: sindacati e associazioni industriali.
  • maggiore equità fiscale e inclusione.
In sintesi un libro ben documentato e ben scritto, che ripete alcune cose che su questo blog abbiamo ampiamente riportato, con delle proposte non del tutto nuove ma comunque nel complesso equilibrate.

Alcune considerazioni personali, purtroppo anche se alcune condizioni sono cambiate non sono ottimista al momento su possibili cambiamenti. La narrazione economica del neoliberismo fortunatamente ha perso molto appeal e molti economisti mainstream hanno ammesso che vanno rivalutati alcuni approcci economici del passato e che il mercato crea molti problemi se lasciato a se stesso, per cui da un punto di vista teorico la situazione attuale è piu favorevole al cambiamento. Anche le istituzioni europee con il piano Next Generation UE sembrano aver imboccato, seppur timidamente, un nuovo corso di politica economica anche se il patto di stabilità continua ad essere riproposto anche se modificato. Mancano comunque leadership politiche preparate che, facendo base su una nuova narrazione economica e sociale, siano in grado di indirizzare il cambiamento; tanto più che servono politiche trasnazionali (almeno europee) per poter tener testa al potere economico delle aziende globalizzate che fanno affari ed eludono le tasse.  Inoltre, la gran parte dei cittadini è delusa dalla politica non votando o votando per i partiti populisti; la cosa è anche giustificata perchè i partiti progressiti dei paesi occidentali si sono mostrati troppo proni alle politiche di austerità e alla globalizzazione dei mercati ingenerando, quindi, risentimento e rabbia in tutti quei ceti, e sono molti, che hanno perso la sicurezza del lavoro e hanno visto ridotto il loro potere di acquisto. Quindi, al momento, purtroppo non vedo le condizioni per un liberalismo inclusivo; il primo passo per noi europei sarebbe una profonda rifondazione istituzionale della Unione Europea che con la attuale situazione a 27 membri vedo difficile da realizzarsi.