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lunedì 26 maggio 2025

Michael J. Sandel- La tirannia del merito- Perchè viviamo in una società di vincitori e perdenti

L'autore, Micheal Sandel, che insegna ad Harvard Teoria del governo ha scritto diversi libri di cui questo è l'ultimo. Viviamo in un epoca dove il populismo sta vincendo in molti paesi occidentali. Sulle cause della perdita di consenso della sinistra abbiamo già recensito molti libri in questo blog, una sinistra che rappresenta più le èlite istruite e sempre meno le classi popolari, quest'ultime colpite dalla globalizzazione e arrabbiate per le profonde disuguaglianze. L'autore indica due profonde motivazioni dello scontento popolare, da una parte il modo tecnocratico  di concepire il bene pubblico e l'altro il metodo meritocratico di definire vincitori e perdenti. La prima motivazione è legata alla fede nei mercati e il metodo di trattare le questioni pubbliche come materia di competenza tecnica e di fuori della portata dei cittadini, svuotando i contenuti del dibattito pubblico e producendo un crescente senso di perdita di potere. Inoltre, non è la sempice diseguaglianza a creare malcontento ma il mutamento dei termini di riconoscimento e della stima sociali. Il problema della meritocrazia non è la semplice uguaglianza di opportunità, che raramente si verifica, ma la ragione è piu profondmente morale, cioè l'idea che non meritiamo essere ricompensati sulla base di fattori al di fuori del nostro controllo. Questa fede nell' ideale meritocratico produce tracotanza tra i vincitori e umiliazione e risentemento nei perdenti. La tracotanza meritocratica riflette la tendenza dei vincitori a godere troppo del proprio successo dimenticandosi della fortuna e della buona sorte.

Per i perdenti risulta difficile sfuggire al pensiero demoralizzante di essere la causa del proprio fallimento. Questa versione tecnocratica della meritocrazia spezza il legame tra merito e giudizio morale, indebolendo le società democratiche e svuotando la discussione democratica di significato e moralità, e questi vuoti vengono riempiti da espressioni aspre e autoritarie di identità.

L'ideale meritocratico attribuisce un grande peso alla idea di responsabilità individuale, il cui lato oscuro è la tracotanza indotta dalla fiducia nel proprio merito, di fatto bandisce l'etica della fortuna e allinea il successo con la meritevolezza morale. Questa retorica della responsabilità, che è divenuta cosi familiare nel discorso politico, ci fa perdere il nesso con le interpretazioni meritocratiche del successo, inoltre più consideriamo noi stessi come individui che si sono fatti da sé e meno è probabile che ci preoccupiamo del destino dei meno fortunati. Segue una analisi filosofica sulla meritocrazia in particolare Hayek che operava una distinzione tra merito e valore ma per respingere le richieste di redistribuzione e Rawls, che propendeva per un principio di indifferenza cioè un accordo per considerare la distribuzione delle doti naturali come un patrimonio comune da condividere. In ogni caso l'autore afferma che anche una mertocrazia basata sulle pari opportunità di partenza potrebbe essere una società ingiusta e comunque molto diseguale e, inoltre, non tiene conto dei talenti che sono una dotazione naturale, pertanto è un errore ritenere di meritare i benefici derivanti da essi. 

Segue poi una critica ai metodi iperselettivi delle università di élite americane con le loro distorsioni e i problemi generati dagli eccessi di competitività degli studenti. Mentre fino agli anni '80 anche per chi non aveva una laurea era possibile trovare un buon lavoro e condurre una vita confortevole da alcuni decenni non è più cosi e i divari retributivi tra i laureati, speciamente nelle università di èlite, e i semplici diplomati sono cresciuti enormemente. Ma i problemi non sono solo economici vi è un problema di stima sociale, di ruolo e la posizione nella società, la rabbia viene da una perdita di riconoscimento e stima, per questo bisogna dare nuova dignità al lavoro. Non è importante solo il ruolo come consumatori ma anche come produttori nella società, il lavoro va considerato una attività socialmente integrante, un arena di riconoscimento. Dobbiamo riparare i legami sociali che l'era del merito ha rovinato. 

L'uguaglianza di opportunità è un correttivo moralmente necessario alla ingiustizia ma è un principio riparatore non un ideale adeguato a una società buona. La visione esaltante della libertà individuale in realtà ci allontana dalle obbligazioni di un progetto democratico condiviso. La convinzione meritocratica rende la solidarietà un progetto quasi impossibile, mentre un vivo senso di contingenza delle nostre fortune può ispirare una certa umiltà che permetta di superare la tirannia del merito verso una meno rancorosa e più generosa vita pubblica.

Ovviamente la mia recensione sintetizza il contenuto del libro che è molto vasto e interessante; devo dire che è un libro che mi è piacuto molto, piuttosto spiazzante verso alcune convinzioni meritocratiche molto comuni anche nei progressisti. Inoltre rappresenta una lettura ancor più approfondita del disagio sociale delle nostre società, dove oltre alla profonda disuguaglianza si aggiunge un senso di frustrazione e di impotenza che trova poi sfogo nella rabbia e nello sfruttamento del malessere da parte delle  forze populiste. Credo che tali riflessioni dovrebbero essere interiorizzate dalle cosiddette forze di sinistra progressista che per troppo tempo hanno trascurato i  risentimenti popolari, e che non basta stabilire le condizioni di parità di partenza, che sono ben lontane da essere realizzate, ma bisogna ridare dignità e voce anche ai tanti che non possono diventare èlite economiche o intellettuali.

sabato 1 giugno 2024

Dichiarazione di Berlino Forum for a New Economy

 Pubblico la dichiarazione integrale, firmata da noti economisti, al vertice di Berlino del Forum  for a New Economy, che rappresenta bene le azioni da predisporre per recuperare la democrazia e sconfiggere i populismi.

La dichiarazione del vertice di Berlino

Riconquistare il popolo​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

PUBBLICATO 29 MAGGIO 2024

Le democrazie liberali si trovano oggi ad affrontare un’ondata di sfiducia popolare nella loro capacità di servire la maggioranza dei cittadini e di risolvere le molteplici crisi che minacciano il nostro futuro. Ciò minaccia di condurci in un mondo di pericolose politiche populiste che sfruttano la rabbia senza affrontare i rischi reali, che vanno dal cambiamento climatico alle disuguaglianze insopportabili, o ai grandi conflitti globali. Per evitare gravi danni all’umanità e al pianeta, dobbiamo urgentemente individuare le cause profonde del risentimento delle persone.

Oggi esistono ampie prove del fatto che questa sfiducia non è solo, ma in larga misura, guidata dall’esperienza ampiamente condivisa di una perdita reale o percepita di controllo sui propri mezzi di sussistenza e sulla traiettoria dei cambiamenti sociali. Questo senso di impotenza è stato innescato dagli shock derivanti dalla globalizzazione e dai cambiamenti tecnologici, ora amplificati dal cambiamento climatico, dall’intelligenza artificiale e dallo shock inflazionistico. Inoltre, decenni di globalizzazione mal gestita, di eccessiva fiducia nell’autoregolamentazione dei mercati e di austerità hanno indebolito la capacità dei governi di rispondere in modo efficace a tali crisi.

Riconquistare la fiducia della gente significa ricostruire queste capacità. Non pretendiamo di avere risposte definitive. Tuttavia, sembra fondamentale riprogettare o rafforzare le politiche sulla base di alcune delle lezioni fondamentali che possiamo trarre da ciò che ha causato tali livelli di sfiducia. Questi suggeriscono che dobbiamo:

riorientare le nostre politiche e istituzioni puntando soprattutto sull’efficienza economica per concentrarci sulla creazione di prosperità condivisa e sulla sicurezza di posti di lavoro di qualità; sviluppare politiche industriali per affrontare in modo proattivo le imminenti perturbazioni regionali sostenendo nuove industrie e indirizzando l’innovazione verso la creazione di ricchezza per i molti; assicurarsi che la strategia industriale consista meno nell’erogazione di sussidi e prestiti ai settori affinché restino in piedi e più nell’aiutare coloro che investono e innovano verso il raggiungimento di obiettivi come lo zero netto;

  • progettare una forma più sana di globalizzazione che bilanci i vantaggi del libero scambio con la necessità di proteggere i più vulnerabili e coordinare le politiche climatiche, consentendo al tempo stesso il controllo nazionale su interessi strategici cruciali;
  • affrontare le disuguaglianze di reddito e di ricchezza che sono rafforzate dall’eredità e dall’automatismo del mercato finanziario, sia rafforzando il potere dei mal retribuiti, tassando adeguatamente i redditi e la ricchezza elevati, sia garantendo condizioni iniziali meno diseguali attraverso strumenti come l’eredità sociale;
  • riprogettare le politiche climatiche combinando prezzi ragionevoli del carbonio con forti incentivi positivi per ridurre le emissioni di carbonio e ambiziosi investimenti infrastrutturali;
  • garantire che i paesi in via di sviluppo dispongano delle risorse finanziarie e tecnologiche di cui hanno bisogno per intraprendere la transizione climatica e le misure di mitigazione e adattamento senza compromettere le loro prospettive;
  • stabilire in generale un nuovo equilibrio tra mercati e azione collettiva, evitando l’austerità autodistruttiva e investendo in uno Stato innovativo ed efficace;
  • ridurre il potere di mercato nei mercati altamente concentrati.

Stiamo vivendo un periodo critico. I mercati da soli non fermeranno il cambiamento climatico né porteranno a una distribuzione meno iniqua della ricchezza. Il trickle-down è fallito. Ci troviamo ora di fronte a una scelta tra una reazione protezionistica conflittuale e una nuova serie di politiche che rispondano alle preoccupazioni delle persone. Esiste un intero corpus di ricerche innovative su come progettare nuove politiche industriali, buoni posti di lavoro, una migliore governance globale e politiche climatiche moderne per tutti. Ora è fondamentale svilupparli ulteriormente e metterli in pratica. Ciò che serve è un nuovo consenso politico che affronti le cause profonde della sfiducia delle persone invece di concentrarsi semplicemente sui sintomi, per non cadere nella trappola dei populisti che fingono di avere risposte semplici.

Poiché il pericolo di conflitti armati in tutto il mondo è aumentato a causa di interessi geopolitici divergenti, le democrazie liberali dovranno, come prerequisito, dimostrare la loro capacità sia di difendere i propri valori sia di disinnescare le ostilità dirette, aprendo infine la strada verso una pace sostenibile, oltre a diminuire le tensioni tra Stati Uniti e Cina.

Qualsiasi tentativo di riportare durevolmente i cittadini e i loro governi al posto di guida ha il potenziale non solo di promuovere il benessere di molti. Contribuirà a promuovere ancora una volta la fiducia nella capacità delle nostre società di risolvere le crisi e garantire un futuro migliore.

Abbiamo bisogno di un’agenda che permetta alla gente di riconquistare la gente. Non c'è tempo da perdere.

Maggio 2024

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Firmatari [163 al 31 maggio 2024]

Dani Rodrik, Harvard UniversityBranko Milanovic, City University New YorkMariana Mazzucato, University College LondonAdam Tooze, Columbia UniversityLaura Tyson, UC BerkeleyThomas Piketty, EHESSGabriel Zucman, UC BerkeleyJens Südekum, Heinrich Heine University DüsseldorfIsabella Weber, University of Massachusetts AmherstOlivier Blanchard, PIIEMark Blyth, Brown UniversityCatherine Fieschi, Istituto universitario europeoXavier Ragot, OFCEDaniela Schwarzer, Bertelsmann StiftungJean Pisani-Ferry, Sciences Po/Bruegel/PIIEBarry Eichengreen, UC BerkeleyLaurence Tubiana, Fondazione europea per il climaPascal Lamy, Institut Jacques DelorsAnn Pettifor, Prime EconomicsMaja Göpel, Mission WertvollStormy-Annika Mildner, Aspen Institute BerlinKatharina Pistor, Columbia UniversityThomas Fricke, Forum New EconomyAchim Truger, Consiglio di esperti per la valutazione dello sviluppo economico complessivoAnatole Kaletsky, Gavekal ResearchAndrew Watt, IMKAnke Hassel, Hertie SchoolAnne-Laure Delatte, Université Paris-DauphineAntonella Stirati, Università di Roma TreBarbara Praetorius, HTW BerlinBettina Kohlrausch, Istituto di ricerca economica e socialeBill Janeway, Cambridge UniversityChristian Breuer, Advisory Council for la valutazione dello sviluppo economico complessivoChristian Kastrop, Global Solutions InitiativeDalia Marin, Politecnico di MonacoDirk Ehnts, Torrens UniversityDorothea Schäfer, DIW BerlinEric Lonergan, autore/economistaEric Monnet, EHESSFrancesca Bria, Fondo nazionale italiano per l'innovazioneGerhard Schick, Cittadini ' Movimento Transizione finanziariaHelene Schuberth, Confederazione sindacale austriacaHenning Vöpel , Centro per la politica europeaJay Pocklington, INETJérôme Creel, OFCEJonas Meckling, Università della California, BerkeleyMartyna Linartas, inequality.infoMichael Jacobs, Università di SheffieldPeter Bofinger, Università di WürzburgPrakash Loungani, Johns Hopkins UniversityRichard McGahey, Schwartz Center for Economic Policy AnalysisRobert Gold, IfW KielRobert Johnson, INETRohan Sandhu, Harvard UniversitySander Tordoir, CERSebastian Dullien, IMKShahin Vallée, DGAPStephen Kinsella, University of LimerickTeresa Ghilarducci, La nuova scuolaThomas Biebricher, Università Goethe di FrancoforteTrevor Sutton, Centro per il progresso americano.