sabato 23 dicembre 2023

Robert Solow e i modelli di sviluppo

In occasione della scomparsa di Robert Solow, uno dei più grandi economisti del '900, pubblico la parte del mio libro, Le idee dell'economia, che riguarda i modelli di crescita e sviluppo tra cui appunto quello di Solow.

Nella economia classica era comune cercare di analizzare i motivi di evoluzione del sistema economico, in particolare possiamo citare Smith e Marx su cui ci siamo soffermati. Questo tipo di analisi, per cosi dire “sistemica”, diviene meno frequente nel periodo neo-classico e viene ripresa sia da Keynes sia da Schumpeter, con le differenze che abbiamo mostrato. A partire dal modello keynesiano, tenendo conto anche degli spunti di Schumpeter inerenti le innovazioni tecnologiche, una varietà di autori sviluppa una serie di teorie o modelli per individuare i parametri o le relazioni, tra le variabili macroeconomiche, che sono le determinanti della crescita o sviluppo di un sistema economico.
Dobbiamo precisare che fino ad adesso abbiamo parlato di crescita e sviluppo come sinonimi, in realtà nella letteratura economica questi due termini tendono ad assumere valenze diverse. Quando si parla di crescita si intende, in genere, soffermarsi sugli aspetti quantitativi, come ad esempio l’aumento del prodotto in generale o pro-capite. Nel termine di sviluppo si comprendono generalmente, anche aspetti più qualitativi, come ad esempio i fenomeni sociali che si accompagnano alla crescita del prodotto, ad esempio l’aumento del livello di istruzione e del tasso di alfabetizzazione.
Il primo modello in ordine temporale è quello di Harrod, sviluppato nel 1939, che quindi risente della influenza keynesiana. Tale modello, che come sempre è un modello semplificato, si basa su alcune ipotesi limitative, in particolare assume che non ci sia possibilità di sostituire lavoro a capitale e viceversa. Il modello nelle sue conclusioni arriva a dimostrare che la crescita di una data economia, e più precisamente il tasso di crescita (∆Y/Y) del prodotto Y (o reddito) di una determinata economia, è direttamente proporzionale al risparmio (specificamente alla propensione marginale al risparmio) e a quella che è definita la produttività (marginale) del capitale. Quindi, in estrema sintesi, quello che si evince dal modello è che per favorire la crescita è necessario incentivare il risparmio e gli investimenti e, inoltre, favorire anche la innovazione tecnologica, poiché questa aumenta la produttività del capitale.
Il modello fu ripreso da Domar, pur avendo delle basi diverse e concentrandosi sul lungo periodo piuttosto che sul breve, tale modello arriva a conclusioni pressoché identiche anche se formalmente più rigorose.
Un problema di questo modello, intendendolo come unico (modello Harrod-Domar), è che non è stabile, pertanto non esiste nessun meccanismo auto-equilibratore tale da assicurare che il tasso di crescita dell’economia sia esattamente pari a quello che consente, al sistema economico, uno sviluppo in equilibrio e con il pieno impiego, se ciò avviene è per puro caso. Inoltre, una delle critiche che è stata mossa al modello è che le condizioni indicate per la crescita, aumento dei risparmi e degli investimenti, sono condizioni necessarie ma non sufficienti a consentire di generare un effettivo aumento della crescita di un economia.
Un’ ulteriore evoluzione dei modelli di crescita è rappresentata dal modello di Solow-Swan, appartenente al filone della sintesi neo-classica, data la complessità matematica daremo solo una sintesi delle sue conclusioni e anche in questo caso il modello si basa su alcune ipotesi (*). Nel modello di Solow-Swan viene confermata la importanza del tasso di risparmio nella determinazione del tasso di crescita. Le conclusioni del modello sono, escludendo la innovazione tecnologica, che nel lungo periodo i sistemi economici raggiungono, con tassi di crescita decrescenti nel tempo, una situazione stazionaria; inoltre che tassi di risparmio più alti determinano, nello stato finale, un benessere maggiore in termini di reddito pro capite ma che tale livello di reddito viene influenzato negativamente, cioè risulta più basso, con la crescita della popolazione. La dinamica della crescita dipende fondamentalmente dalla quantità di capitale iniziale e la crescita del tenore di vita (reddito pro-capite) è legata alla accumulazione di capitale. Nel lungo periodo il rapporto capitale/lavoro cesserà di aumentare: l’economia entrerà in una condizione di stato stazionario in cui l’aumento dell’intensità del capitale si blocca e così anche la crescita.
In particolare le conclusioni dl modello stabiliscono che il tasso di risparmio non ha alcun effetto sulla crescita della produzione nel lungo periodo, può determinare infatti una crescita solo in un certo periodo di tempo, determina invece il livello di produzione/reddito finale di lungo periodo (quello dello stato stazionario). Il modello predice quindi che, in assenza di sviluppo della tecnologia, la produzione pro-capite di un paese tende a convergere ad un valore di equilibrio (o stato stazionario) e che tale valore è tanto più alto quanto maggiore è il tasso di risparmio, viceversa la produzione pro-capite finale risulta minore all’aumentare del tasso di crescita della popolazione. Il vantaggio di questo modello è che, contrariamente a quello di Harrod-Domar, vengono eliminati i problemi di instabilità.
Come accennato il modello è stato ampliato per tener conto della evoluzione tecnologica. In questo modello modificato non si raggiunge uno stato stazionario ma il livello di crescita è determinato solo dal ritmo di miglioramenti tecnologici; inoltre in tale modello l’evoluzione tecnologica viene considerata esogena, cioè esterna al sistema. Nel modello di Solow, che contiene l’evoluzione tecnologica, la crescita del reddito di lungo periodo è pertanto guidata dal progresso tecnologico, infatti questo causa un aumento della produttività marginale, cioè lo stesso ammontare di lavoro e di capitale produce una maggiore quantità di prodotto; questo fattore tecnologico che incrementa la crescita, non riconducibile al capitale o al lavoro, è definito come residuo di Solow. Da studi empirci successivi dello stesso Solow, su un periodo che va dal 1909 al 1949 sugli Stati Uniti, il contributo alla crescita economica dovuto alla innovazione tecnologica risulterebbe preponderante, quasi il 90%.
Dato che in tale modello il progresso tecnologico è esterno (esogeno) al modello stesso, un filone di studi successivi si è indirizzato nel cercare un modello che comprendesse al suo interno anche il progresso tecnologico. I successivi studi pertanto cercano di indagare come questo progresso tecnologico dipenda dalle decisioni degli agenti economici, ad esempio come vengono generati gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Uno di questi modelli è quello di Romer, il cui obiettivo è di modellizzare il funzionamento del progresso tecnologico e, quindi, farlo diventare interno (endogeno) al modello stesso. Il progresso tecnologico viene ad essere schematizzato suddividendolo in:
• miglioramenti diretti di conoscenza tecnica dovuti agli investimenti di ricerca e sviluppo;
• trasferimenti di conoscenza tecnologica dall’impresa innovatrice verso gli altri;
di cui il secondo è il tipico esempio di esternalità positiva.
L’ipotesi da cui parte Romer è che il sistema economico abbia un dato ammontare di “capitale umano”, ovvero un insieme di conoscenze, competenze e abilità delle persone, che può essere utilizzato sia nella produzione sia nella ricerca. La ricerca infatti ha come scopo principale di introdurre nuovi processi produttivi che aumentano la produttività (che nel caso del lavoro abbiamo definito come output/lavoratore). 

Le conclusioni del modello di Romer sono che il progresso tecnologico cresce in funzione dello stock di conoscenza tecnica accumulato; progresso che, a sua volta, dipende dalla quota del capitale umano che viene dedicato alla ricerca, decisione che spettando agli agenti economici è quindi interna (endogena) al sistema. Si pone di conseguenza il problema di quale sia la quota di capitale umano da dedicare alla ricerca e come ottimizzarla. Questo genera anche un ulteriore problema, cioè di come incentivare gli “innovatori” a investire in ricerca ed innovare, visti gli effetti di esternalità positivi; pertanto in questo caso la concorrenza perfetta va in qualche modo in contrasto con la necessità di garantire questi incentivi ai privati. Inoltre, anche nel caso in cui l’innovatore sia lo Stato, come evidenzia Mazzuccato nel suo libro Lo Stato innovatore, dovrebbe esistere un meccanismo per garantire che una parte di queste esternalità generate vada ad alimentare ulteriori spese di ricerca da parte dello Stato.

(*) Le ipotesi del modello di Solow-Swan sono: di essere in un regime di concorrenza perfetta; il rapporto tra capitale e reddito (K/Y) dipende dal rapporto tra i prezzi dei fattori, mente in Harrod è costante; il progresso tecnico è esogeno e, inoltre, assume che i rendimenti di scala siano costanti ma la produttività (marginale) dei fattori sia decrescente.

lunedì 4 dicembre 2023

Daron Acemoglu-Simon Johnson- Power and Progress: Our Thousand-Year Struggle Over Technology and Prosperity

Gli autori del libro sono: Kamer Daron Acemoğlu un economista americano di origine turca che insegna al Massachusetts Institute of Technology (MIT), di cui abbiamo recensito: Perchè le nazioni falliscono, e Simon H. Johnson economista britannico-americano che insegna alla Sloan School of Management del MIT.

Il tema del libro viene chiarito sin dall'introduzione: la crescita della prosperità, che abbiamo avuto, non si deve all' avanzamento del progresso tecnologico per se ma al fatto che la direzione dell'avanzamento tecnologico è stata indirizzata a beneficio di tutti e non solo di una piccola élite. Questo si è ottenuto grazie ai cittadini e ai lavoratori che hanno sfidato le scelte delle élite dominanti forzando a loro vantaggio i guadagni del progresso tecnologico. Il progresso non è mai automatico, una visone più inclusiva della tecnologia emerge solo se gli equilibri del potere si modificano. Purtroppo negli ultimi tempi i lavoratori hanno visto invece i loro redditi reali diminuire, la disuguaglianza può aumentare a causa della innovazione. Anche se cresce la produttività questa non si traduce in un aumento di domanda di lavoro. L'automazione aumenta la produttività media ma spesso non fa crescere, o addiritura diminuire, la produttività marginale del lavoratore. Ciò porta all'aumento dei profitti e della quota di reddito del capitale a scapito di quella del lavoro. Nel XX secolo, invece, la automazione non ha ridotto la domanda di lavoro perche accompagnata da miglioramenti e riorganizzazioni  che hanno prodotto nuovi compiti e attività per i lavoratori.

La direzione del progresso, e quindi chi vince e chi perde, dipende dalla visione predominante nella società. Questa visione dipende dal potere di persuadere; la forza delle idee dipende dal fatto che siano semplici, supportate da una storia convincente e intrigante, con un velo di verità, e le storie ripetute sono spesso vincenti. Una idea vincente dipende dal potere, dai mezzi e dal prestigio di chi la propugna. Inoltre, le istituzioni politiche ed economiche determinano chi ha le migliori opportunità di persuadere gli altri. Lo  status sociale è infatti conferito da norme e istituzioni.

Il potere economico e politico determinano chi ha il potere di agenda. La visione della tecnologia permea ogni aspetto della economia e della società. Tutto ciò spiega la necessità di avere forze che si controbilanciano e facciano da contrappeso alla visione dominante, creando istituzioni che permettano di creare spazio a idee che possano influenzare l'agenda. 

Il vantaggio della democrazia risiede nell'incoraggiare diverse prospettive e uno dei suoi maggiori vantaggi è, appunto, di evitare la tirannia delle visioni ristrette. Le scelte tecnologiche sono definite dalla visione dominante e tendono a rinforzare il potere e lo status di coloro che stanno modellando la traiettoria della tecnologia e le scelte teconologiche possono essere molte con esiti diversi. Segue una storia della evoluzione tecnologica e della produttività. Sino a tutto il medioevo i migliormenti produttivi non ebbero effetti sugli standard di vita dei lavoratori, lo scarso surplus andava tutto a una piccola elìte.  I progressi tecnologici e organizzativi, seppur proclamati nell'interesse generale, spingevano sempre più verso il basso la gran parte della popolazione. I benefici del progresso cominciarono ad essere condivisi solo quando le elìte non ebbero più la forza di imporre la loro visione ed estrarre il surplus dalle nuove tecnologie. Il vero progresso si ebbe comunque nel XIX secolo quando si trasformò la relazione tra industria e scienza, quando il metodo scientifico divenne sempre più importante per la innovazione industriale. 

La prima rivoluzione industriale invece fu più opera di intraprendenti inventori senza una vera formazione scolastica che facevano parte di una classe media in cerca di un avanzamento sociale; questo gruppo  fu cruciale per la nascita della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, grazie al declino della società feudale dovuto alla crescita dei commerci atlantici che fece emergere una nuova classe media. Comunque questo progresso fu vantaggioso solo per gli imprenditori e una classe ristretta mentre le condizioni dei lavoratori peggiorarono ancora, con condizioni di lavoro disumane e poco salubri con aumento dell' inquinamento; la rivoluzione industriale si rivelò quindi inizialmente come  un disastro sanitario.

 Fu solo nella seconda metà dell'ottocento che incominciarono a crescere i salari e migliorarono le condizioni sanitarie e questo grazie a un processo di riforme politiche ed economiche. Ad esempio furono le ferrovie una tipica trasformazione tecnologica che aumentò la produttività ma generò nuove opportunità di lavoro. In ogni caso la innovazione tecnologica non conduce di per se all'innalzamento dei salari ma questo si ottiene solo grazie ad un aumento del potere contrattuale del lavoratori. I decisori politici divennero attenti alle responsabilità sociali solo quando furono sottoposti a pressioni da parte dei votanti. Fu quindi l'aumento di poteri che si contrapponevano a permettere di  distribuire i vantaggi di una maggiore produttività.

La crescita in seguito anche negli altri paesi fu generata dalle nuove tecnologie ed ebbe due aspetti fondamentali, da una parte la innovazione non produsse la sola riduzione dei costi ma fu in grado di creare nuove attività ed opportunità, inoltre si svilupparono strutture istituzionali  che rafforzarono il potere dei lavoratori e la  regolazione del governo. La riduzione del lavoro dovuto alla automazione fu più che compensata dalla creazione di nuove opportunità di lavoro. 

Lo sviluppo della produzione di massa, trainato anche dalla produzione delle auto, generò domanda in tutti i settori creando nuovi posti di lavoro e distribuzione della ricchezza prodotta. Questo aumento della ricchezza distribuita lo si deve anche alla forza del movimento operaio. La introduzione sempre piu massiccia delle tecnologie digitali che si sono sviluppate nell'ultimo periodo hanno, invece, dei  risvolti negativi per il lavoro, portando a una modifica della quota di ricchezza a favore del capitale e, quindi, una diminuizione della quota a favore del lavoro. La perdita di potere contrattuale  del lavoro si è rispecchiata in un indebolimento del sindacato. Tagliare i costi divenne un imperativo, con sempre più nuove macchine e algoritmi che sostituiscono lavoratori. Questo ha aumentato le disuguaglianze riducendo lavoro  e retribuzione  a medio basso skill. Il reindirizzamento di alcune lavorazioni all'estero ha pure contribuito alle disuguaglianze ma il maggior ruolo lo ha avuto la direzione dello sviluppo tecnologico. 

La direzione dello sviluppo tecnologico si fonda sull'emergere di una ideologia (o distopia) che ha spinto in una direzione anti-lavoro, cioè l'idea che il mercato non regolato sia favorevole all'interesse della nazione e della società. Questa visione ha giustificato qualsiasi modo per fare soldi, incoraggiando le corporations a incrementare i profitti con qualsiasi mezzo e spostando la bilancia a favore dei manager rispetto ai lavoratori. Il lavoro è cosi diventato sempre più un costo che una risorsa. 

Altrettanto pericolosa si sta rivelando la introduzione dalla IA (Intelligenza Artificiale) con l'ambizione di automatizzare anche i compiti meno routinari. Purtroppo la direzione della IA sembra più quella di sostituire gli umani piuttosto che complementare il loro lavoro. Piuttosto che fissarsi sulla intelligenza delle macchine bisognerebbe focalizzarsi sulla loro utilità (machine usefulness).

Le macchine dovrebbero essere al servizio degli uomini  come complemento delle loro capacità, possono quindi aumentare la produttività dei lavoratori. La IA sta aumentando il potere nelle mani delle élite tecnologiche, mentre le tecnologie digitali non dovrebbero essere usate solo per automatizzare il lavoro.

La IA ha anche un ulteriore aspetto negativo, infatti come dimostra la Cina ma anche altri paesi, non esclusi quelli democratici, l'uso dell'IA  può servire a combattere il dissenso ed aumentare la sorveglianza sui cittadini. Quindi l'IA può aumentare il potere degli stati autoritari. 

Un altro aspetto è relativo alle piattaforme social che hanno spesso dimostrato di diffondere più le false informazioni che la verità, questo perché le piattaforme guadagnano quanto più c'è attenzione sui post e questa è mossa da forti emozioni quali sdegno e indignazione. L'approccio delle élite tecnologiche è di base antidemocratico perché le scelte sono in capo a poche persone. 

Stiamo assistendo a una traiettoria  antidemocratica sotto la spinta del profitto. L'IA e le tecnologie digitali rischiano così di soffocare la democrazia e favorire le derive autoritarie. Dobbiamo dunque intervenire per reindirizzare la tecnologia che si sta indirizzando verso l'automazione, la sorveglianza e  la raccolta di dati dei cittadini. Le scelte relative alla tecnologia dovrebbero essere un criterio fondamentale di scelta da parte degli investitori nel valutare le imprese e i loro effetti.

Non possiamo reindirizzare la tecnologia senza poteri che si controbilanciano, e non possiamo costruire poteri che si contrappongano senza basarsi sulle organizzazioni della società civile

Abbiamo quindi bisogno di organizzazioni non solo a livello locale ma di tipo generale e multilivello. Sono vitali le organizzazioni civili che coordinino i consumatori e permettano loro di agire in maniera collettiva piuttosto che individuale. Le tecnologie digitali potrebbero avere un ruolo benefico nel coltivare nuove e migliori comunità on line. Le architetture digitali potrebbero essere disegnate per aiutare deliberazioni e dialogo piuttosto che per attirare attenzione e provocazioni. 

Devono essere sviluppate specifiche politiche per incoraggiare innovazioni benefiche socialmente: sussidi e supporto a tecnologie più user-friendly per i lavoratori, programmi di formazione per i lavoratori, introduzione di meccanismi di controllo sui dati e la loro proprietà, smembramento dei giganti del web, tassazione della pubblicità digitale. In particolare è importante ridurre le forme più intrusive di sorveglianza dei lavoratori e regolare la raccolta dei dati di cittadini e consumatori, sussidiare tecnologie che aumentino la quota e produttività del lavoro. Inoltre, dobbiamo incoraggiare le tecnologie che aumentino la complementarietà e lo sviluppo dei lavoratori. Importante è anche riformare il sistema di tassazione affinchè si equalizzino le imposte tra lavoro e capitale. Importante è  inoltre aumentare il livello degli investimenti in formazione per i lavoratori. 

Reindirizzare le tecnologie richede un lavoro per identificare quelle tecnologie che comportano  benefici sociali. Piuttosto che cercare di introdurre meccanismi complicati di trasferimenti, la società dovrebbe rafforzare le sue attali reti di protezione sociale, combinando questo con un significativo aumento dei lavori ben pagati, ciò potrebbe essere un vero reindirizzamento della tecnologia. L'autore si manifesta piuttosto contrario al reddito universale perché quello che serve è, soprattutto, creare nuove opportunità di lavoro, come pure il reddito minimo non è una soluzione sistemica.

La direzione dello sviluppo tecnologico, che può portare la disuguaglianza, non è data ma è una scelta della società. La tecnologia dipende dalla visione e la visione è connessa con il potere sociale, e il mondo accademico gioca un ruolo centrale visto che le univeristà formano i giovani talenti di domani; purtroppo il mondo accademico ha perso buona parte della sua indipendenza a causa della crescita dei finanziamenti delle aziende, per questo è importante ristabilire la sua indipendenza. 

L'autore conclude che le riforme proposte nel libro sono difficili da realizzare, per questo ci vuole un cambiamento di narrazione per riorganizzare le persone affinchè la pressione sociale riesca a modificare la traiettoria della tecnologia.

Un libro come si vede molto ricco di spunti e informazioni, che tocca un punto importante a volte sottovalutato, cioè che la direzione della tecnologia è molto influente e spesso viene vista come solo benefica quando non lo è. Avevo trattato qui il  tema della evoluzione tecnologica esponendo le mie perplessità ed evidenziandone i rischi, credo che i nostri politici dovrebbero prendere sul serio gli avvertimenti del libro, in particolare sui rischi della IA. Per fortuna il tema è stato sollevato da più parti ma non vedo una vera presa di coscienza, inoltre i grandi player digitali e i social network hanno già dimostrato di aver avuto peso nelle ultime competizioni elettorali, condizionando la democrazia, per cui diventa urgente porre un freno e un limite al loro potere.

lunedì 20 novembre 2023

Anthony B. Atkinson - INEQUALITY- What can be done

L'autore del libro di oggi, Anthony B. Atkinson, è stato membro del Nutfield College di Oxford e professore presso  la London School of Economics.

Nella prima parte del libro analizza i vari aspetti della disuguaglianza. Evidenzia come sia importante la disuguaglianza delle opportunità (concetto ex ante) ma non si debba sottovalutare la disuguaglianza dei risultati, concetto ex post che riveste la sua importanza nel perpetuarsi delle disuguaglianze.
La disuguaglianza è pericolosa perchè crea maggior instabilità macroeconomica, mentre una maggior uguaglianza consente una crescita piu sostenibile (FMI). Purtroppo, nonostante questo, le questioni della distribuzione della ricchezza non hanno, in generale, un ruolo centrale negli studi economici. I dati dimostrano, vedi Piketty, che la disuguaglianza è in crescita nella maggior parte dei paesi a partire dagli anni '80. Ci sono varie dimensioni della disuguaglianza (per età, genere, razza ecc.) e alcune di queste sono poco considerate. Le disuguaglianze hanno avuto diversi trend nel passato, in particolare dopo la seconda guerra mondiale sono generalmente diminuite nei paesi occidentali, ciò a causa dell'aumento dei trasferimenti dello Stato (welfare) e delle politiche fiscali maggiormente progressive, questo grazie appunto al ruolo dello Stato ma anche del maggior potere dei lavoratori (sindacato); mentre gioca a favore della crescita della disuguaglianza, dopo gli anni '70, l'aumento della quota del  capitale rispetto al reddito da lavoro che si era precedentemente ridotta.
I fattori che contribuiscono alla crescita della disuguaglianza sono molteplici: globalizzazione, cambiamenti tecnologici, crescita dei servizi finanziari, cambiamenti nelle norme di pagamento, riduzione del ruolo dei sindacati, riduzione dei trasferimenti redistributivi

L'analisi di tutti questi fattori e le loro interazioni è complessa e spesso gli studi economici hanno una visione limitata e incompleta di certi fenomeni.

Il libro prosegue con una serie di proposte ben dettagliate e analizzate in base anche alle dinamiche dei  fattori prima descritti. Una  sintesi delle proposte è la seguente:

  • la direzione del cambiamento tecnologico non deve essere lasciata a se stessa ma dovrebbe essere controllata dai decisori politici per i risvolti che questa ha sulla disoccupazione;
  • le politiche pubbliche dovrebbero essere indirizzate a ribilanciare i poteri, ad esempio dei lavoratori vs imprese;
  • maggior impegno del governo nel ridurre la disoccupazione anche garantendo pubblico impiego al salario minimo;
  • introduzione del salario minimo e un codice di condotta per pagare al di sopra di questo;
  • il governo dovrebbe grantire dei buoni di risparmio con un tasso di interesse positivo;
  • una dotazione di capitale per ogni cittadino;
  • una autorità pubblica che investa in imprese e in proprietà;
  • ritorno a tassazione piu progressiva e una tassa sulla eredità che agisca sui ricavi da capitale sull'intera vita;
  • una tassa sulla proprietà;
  • donare a tutti giovani una somma (child benefit) che venga  tassato come reddito;
  • un reddito di partecipazione cioè un reddito di cittadinanza condizionato (ad una contribuzione sociale);
  • rinnovamento ed innalzamento dei benefici di previdenza sociale;
Nella ultima parte analizza e da risposte alle possibili critiche alle sue proposte in termini di fattibilità o che possano dar luogo a effetti controproducenti sulla crescita complessiva e, infine, anche valutandone i possibili costi nel caso del UK. 
Il percorso per una riduzione della disuguaglianza è ovviamente difficile, ma l'autore è ottimista,  e deve tener conto di tutti gli aspetti della nostra società, cercando di imparare dai periodi storici in cui la disuguaglianza è diminuita. La crescita della disuguaglianza va ricercata soprattutto nell'analisi dei mercati del  capitale e del lavoro. Il potere del mercati ha un ruolo importante nella disuguaglianza, cosi come il ruolo della relazione tra politica e disuguaglianza resta cruciale. 
Un libro molto bello, interessante, ben documentato e piuttosto complesso, le cui analisi e proposte sono difficili da sintetizzare per cui ne consiglio la lettura che richiede impegno e attenzione.
Alcune considerazioni sul libro,  le  proposte non sono del tutto  nuove, vedi ad esempio i libri di Piketty, altre sono sicuramente più innovative; alcune più facili da realizzare, altre abbastanza rivoluzionarie e che vedo difficile perseguire in questo momento storico e politico. Certo è che il tema della disiuguaglianza meriterebbe più attenzione e impegno da parte dei politici, e anche le classi dirigenti, o élite, dovrebbero esserne maggiormente preoccupate, sia per i grossi problemi sociali che la disuguaglianza genera e sia perchè creiamo sofferenze e povertà che dovrebbro essere  evitate o ridotte; inoltre abbiamo uno  spreco di risorse, cioè persone, e in particolari i giovani, a cui non vengono date le possibilità di esprimere a pieno il loro potenziale. 
Certo vedendo i dati l'Italia non brilla a confronto di tante nazioni avanzate, sia perche anche da noi la disuguaglianza è molto aumentata, sia perchè le misure di contenimento della disuguaglianza e povertà ci vedono spesso agli ultimi posti. Inoltre, con questo governo vediamo un ulteriore arretramento, è stato ad esempio, al momento, cancellato il tentativo di introdurre un salario minimo. Inoltre, l'abolizione del Reddito di Cittadinanza, fatto male per carità,  è stato riformato ma in questo modo si è diminuita e peggiorata la copertura dei più deboli e disoccupati.


mercoledì 11 ottobre 2023

Israele e Palestina

 Gli ultimi avvenimenti in Israele mi gettano nello sconforto, ancora uccisioni, barbarie e sofferenze per la popolazione civile, giovani e bambini, a cui seguiranno sicuramente altre sofferenze e uccisioni. Ma lasciando da parte per un attimo queste tragedie è difficile capire la ratio di certe azioni. Che probabilità ha Hamas di sconfiggere Israele: nessuna, quindi sono azioni tremende e criminali che non risolvono niente, anzi danno la possibilità a Israele di ulteriormente inasprire le azioni verso i palestinesi, e Israele ha le capacità di fare molto male. La guerra ormai, perché guerra è, va avanti da più di 70 anni. I palestinesi purtroppo stanno pagando personalmente per una serie di vicende storiche che risalgono a molto tempo fa, inutile disquisire se tutto ciò sia giusto o sbagliato, ormai Israele esiste ed è  impossibile ribaltare la situazione. Gli accordi di Oslo erano un buon punto di partenza per stabilire definitivamente una Palestina divisa in due nazioni, ma poi le cose non sono andate avanti e Israele ha continuato ad occupare territorio in Cisgiordania facendo valere la legge del più forte. 
I palestinesi sono più deboli e anche divisi, senza un intervento esterno una soluzione non si troverà, anzi purtroppo il finale sembra già scritto con i palestinesi cacciati definitivamente come gli ebrei 2000 anni fa. Per questo molte dichiarazioni di sostegno a Israele che sono giuste poi finiscono per ignorare  del tutto la realtà e la situazione dei palestinesi, come se fossero solo terroristi e non avessero diritto a un pezzo della loro terra come previsto dalle risoluzioni ONU.

lunedì 25 settembre 2023

Thomas Fazi- Una civiltà possibile- La lezione dimenticata di Federico Caffè

 Dopo aver letto il precedente romanzo sull'economista Federico Caffè mi è venuta voglia di conoscere meglio il suo pensiero, pertanto ho trovato questo libro di Thomas Fazi, di cui abbiamo recensito un altro libro; Fazi è un giornalista e saggista di questioni economiche.

Il libro è una sintesi del pensiero di Federico Caffè,  dove l'autore riporta stralci del suo pensiero tratti dai suoi scritti e articoli di giornale. 

La prima parte è dedicata al pensiero generale di Caffè sui temi economici e macroeconomici. Caffè rimase fedele al pensiero del grande economista britannico John Maynard Keynes per tutta la sua vita, per Caffè uno dei grandi meriti di Keynes è che l'intervento pubblico è una componente essenziale, intrinseca dell'assetto di una economia moderna. Caffè rimane contrario alla interpretazione dei neoclassici di Keynes, che ne effettuano un ribaltamento della posizione originaria. Inoltre, per Caffè rimane importante che il pensiero keynesiano sia improntato alla ricerca di vie idonee al miglioramento sociale, mentre le sole forze del mercato spesso portano a risultati non vantaggiosi per la collettività. In sintesi, per Caffè, la politica economica non doveveva escludere i controlli condizionati delle scelte individuali e doveva considerare come irrununciabili obiettivi di assistenza e egualitarismo, con lo Stato garante del benessere sociale. Le sue idee lo portarono ad essere critico con il modello di sviluppo del dopoguerra troppo orientato alle esportazioni più che alla domanda interna e condizionato dal mito della deflazione, ma anche critico nei confronti delle posizioni anticapitalistiche e utopistiche della sinistra marxista, tanto da definire la sua posizione come solitudine del riformista.

Il secondo capitolo invece riguarda la crisi degli anni Settanta, e la prediminanza in economia del pensiero monetarista, che tendeva a mettere in secondo piano le politiche keynesiane, idee che in Italia si fecero via via  strada anche tra gli economisti progressiti, con l'accettazione di politiche di contenimento salariale sino alla abolizione della scala mobile e alle politiche recenti di flessibilità del lavoro. Caffè rimase sempre fedele alle sue idee: "Non credo che il risanamemento della bilancia dei pagamenti e un riassetto della economia senza l'introduzione di veri elementi di socialismo sia qualcosa che vale", rendendolo sempre piu isolato e in contrasto anche con il mondo sindacale.

L'ultima parte del libro è dedicato alla nascita del sistema monetario europeo (SME), antesignano dell' euro. La posizione di Caffè era fermamente contraria perchè capiva benissimo che la limitazione di sovranità monetaria, con l'adozione di un cambio poco flessibile, significava politiche di contenimento dei salari e difficoltà per il nostro paese con aumento della disoccupazione, portandolo ad affermare: "Il lavoro come la più illustre delle vittime della politica monetaria (...) ai lavoratori non si offre altra scelta che la fame o la sottomissione, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi". Caffè riteneva come diceva Keynes che solo uno sciocco poteva preferire una politica salariale flessibile rispetto a una politica monteria flessibile. La sua posizione lo mise in forte contrasto con Padoa Schioppa, d'altra parte era contario allo SME anche Baffi, governatore della Banca d'Italia, che venne poi estromesso con infamanti accuse rivelatesi non vere. Gli esponenti di  sinistra, vedi Scalfari e Napolitano, inizialmente erano contari allo SME, nel tempo però Caffè rimase sempre più isolato. Questa condizione, oltre al fatto di non poter più insegnare lo portò ad un periodo di incupimento che lo condusse poi a sparire nel nulla senza lasciare tracce.

Un libro molto ben fatto, che contiene molte citazioni del professor Caffè e fa rivivere, con interessanti ricostruzioni, anche la storia dell'Italia dal dopoguerra sino alla fine degli anni '80. Un libro quindi che consente di apprezzare e far conoscere le idee di Caffè, un uomo che ha formato una generazione di economisti, tra cui Draghi, ma è rimasto fedele alle sue idee sino all'ultimo.


domenica 10 settembre 2023

Guido Maria Brera- Dimmi cosa vedi tu da li'

 Oggi il libro che recensisco non è un saggio ma un  romanzo, romanzo keynesiano come lo definisce l'autore. Autore del libro è Guido Maria Brera, fondatore e gestore di un hedge fund, quindi un uomo della finanza che comunque ha compreso che il mercato non è la risposta ai nostri problemi. Il libro è un viaggio nel tempo e nello spazio sulle orme dello scomparso economista Federico Caffè. Un viaggio nello spazio nei luoghi di Roma dove ha vissuto e lavorarato il professore ma anche luoghi dove l'autore ha vissuto come Londra. È anche un viaggio nel tempo inseguendo le evoluzioni della teoria economica, mentre il professor Caffè rimaneva fermo nelle sue convinzioni che la politica economica fosse votata alla riduzione delle diseguaglianze, a garantire il benessere di tutti, a una critica al profitto per pochi conseguito a spese della dignità del lavoro e giustizia sociale. Il professor Caffè vede quindi, con disappunto, affermarsi la corrente di pensiero economica (Friedman) che pone il mercato al centro e lo Stato come nemico, forse è anche la delusione di non riuscire a modificare questo percorso della teoria economica a spingere il professor Caffe' a sparire un giorno senza lasciare tracce. Il libro si conclude con una ipotetica ultima lezione postuma del professore nelle aule della Università La Sapienza. 

Un libro piacevole ben scritto, che con leggerezza ricorda la figura del professor Caffè e le incongruenze e gli errori di certa economia mainstream.

venerdì 1 settembre 2023

Martin Wolf - The Crisis of Democratic Capitalism

 Martin Wolf è un famoso editoralista economico del Financial Times, autore di diversi libri, questo è il suo ultimo lavoro.

La prima parte del libro tratta del rapporto tra democrazia e capitalismo. Il benessere della nostra società dipende dal mantenimento di un delicato equilibrio tra economia e politica, tra individio e collettività, tra nazione e il resto del mondo. La principale spiegazione per la crescita dei populismi (di destra e sinistra) è dovuta alla delusione sul sistema economico attuale, la democrazia ha perso legittimità. E' necessario, quindi, trovare un nuovo equilibrio tra economia di mercato e politica economica. Le libertà non possono essere assolute ma devono essere limitate attraverso la regolazione, la legislazione e i limiti costituzionali. Il capitalismo democratico si basa su alcune virtù della popolazione ed in particolare delle elìte. Nè la politica e nè la economia possono funzionare senza una sostanziale onestà. La sopravvivenza della democrazia liberale dipende dalla separazione del controllo delle risorse economiche dal potere politico. 

La lealtà alla comunità politica e la lealtà alle sue componenti è condizione necessaria per la salute di ogni sistema politico democratico (senso di identità). Segue poi una analisi della evoluzione del capitalismo democratico, in cui il ruolo dello Stato è stato quello di creare l'ambiente legale e regolatorio all'interno del quale opera una economia capitalistica, ma una nazione è fondamentalmente una entità politica e non economica, mentre il  capitalismo è invece tendenzialmente globale. Negli ultimi due secoli democrazia e capitalismo sono evoluti e la loro interazione li ha modellati. 

Il recente capitalismo globale ha portato profondi disordini sociali ed economici, e la situazione delle democrazie occidentali sta profondamente peggiorando. Ma cosa è andato storto? La maggioranza delle persone ha perso la fiducia in un sistema che non fa niente per loro, e le condizioni economiche influenzano pesantemente le opinioni politiche. Nazionalità, etnicità, religione assumono grande importanza quando il sistema economico è sotto attacco. 

La crescente diseguaglianza di benessere economico ha accresciuto il potere del denaro, la democrazia è in vendita. La trasformazione del mercato del lavoro ha portato alla crescita del lavoro precario, per il 70% dei cittadini dei paesi ricchi il reddito è rimasto stagnante, minando la fiducia nel futuro. La crescita del capitalismo (da rendita) nell'ultimo periodo ha i seguenti aspetti:

  • spostamento del focus da beni a servizi;
  • nuovi lavori a basso skill;
  • svuotamento dela classe media;
  • globalizzazione;
  • impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro;
  • crescita attività finanziarie; 
  • crescita delal retribuzione dei top manager;
  • elusione fiscale.
Ciò ha portato alla crescita del populismo: i meno istruiti e meno abbienti sono diventati anti élite; le vecchie coalizioni impegnate nella redistribuzione del reddito e nelle riforme sono quasi scomparse.

Le democrazie occidentali non sono state in grado di alimentare e garantire quel tipo di cittadinaza che esse richiedono. Mentre la speranza richiede fiducia, la paura richiede solo un nemico da additare. Un aspetto fondamentale del capitalismo democratico è che nessuno sia al di sopra della legge, nessun business sia al di sopra del mercato, nessun politico sia al di sopra degli elettori e nessun individuo sia esente dalla critica pubblica.

A questo punto l'autore indica alcune soluzioni (tornare al New Deal). Per una prosperità sostenibile servono: stabilità macroeconomica, investimenti,  innovazione, sostenibilità e apertura alla economia mondiale.  Per la stabilità macroeconomica evidenzia come politiche monetarie estreme possono essere pericolose mentre una espansione fiscale può migliorare la sostenibilità fiscale. Un errore è fare troppo affidamento sulla domanda privata basata sul credito ma anche su quella del governo tramite  la Banca Centrale. E' necessario inoltre ridurre la instabilità finanziaria. Il motore della crescita è la innovazione e il governo dovrebbe premiare l'investimento privato. Sottolinea poi il problema della immigrazione che crea cambiamenti a lungo termine sulla natura della popolazione, per questo va adeguatamente gestita. 

La politica dovrebbe sostanzialmente assicurare che i lavoratori abbiano redditi adeguati e vengano trattati con dignità e rispetto. Indica, inoltre, che bisogna investire in maniera sostanziale nelle politiche attive del lavoro con sussidi temporanei; va bene il reddito minimo ma bisogna sopratutto alzare le retribuzioni più basse e limitare i differenziali. Non c'è invece ragione per sovvenzionare scuole e università che sono accessibili a pochi privilegiati. Il welfare state può essere considerato come un sostituto della assicurazioni private, che sono sempre incomplete. Non è favorevole ad un universal basic incame perche semplicemente insostenibile. Un buon welfare, piuttosto, dovrebbe dare alle persone la possibilità di fare ciò che non sarebbero in grado di poter fare e assicurarle contro rischi che non possono affrontare. Deve essere, inoltre, assicurata una maggior trasparenza delle aziende e le retribuzioni eccessive dei manager devono essere riviste. 

La influenza delle aziende deve essere limitata e il ruolo dei soldi nella politica deve essere controllato e reso ben visibile. Richezza e potere devono essere separate. Infine, l'attuale sistema di tassazione è profondamente ingiusto e va cambiato, così come vanno limitati gli abusi dei paradisi fiscali. Un capitolo è dedicato a come deve essere rinnovata la democrazia. Spesso i voti vengono raccolti sulla base di identità tribali. La democrazia necessita piuttosto: di un sistema di votazione equo, di politici professionisti, di esperti disinteressati, istituzioni indipendenti e diritti civili universali. Fondamentale è che le persone siano leali verso le istituzioni democratiche e i cittadini siano consapevoli di avere obblighi reciproci. La meritocrazia è desiderabile ma non può essere il sistema dominante di valori in una stabile democrazia. Un ruolo importante lo devono svolgere i partiti, ponte tra elettorato e potere, ma non devono disporre del denaro privato, cioè subire il controllo delle lobbies. Propone anche alcuni cambiamenti alla democrazia  con la creazione di una camera del merito, indipendente dal governo, formata con persone che hanno raggiunto particolari risultati nella vita, per promuovere studi su importanti aspetti politici. Infine auspica un senato non eletto ma sorteggiato (vedi qui) per creare una assemblea deliberativa su questioni particolarmente divisive. Un altro aspetto imporatante è quello dei media. Laddove ci siano sistemi di informazione pubblica di qualità (es. BBC) vanno difesi e essere da esempio per altri paesi. Utilizzare una tassa sul digitale per per promuovere questo tipo di servizio e la informazione indipendente locale.

Dobbiamo rendere le nostre democrazie più forti rinforzando il patriottismo civico, migliorando la governabilità, decentralizzando e diminuendo il ruolo dei soldi in politica. Rendere il governo più responsabile e avere i media che supportano la democrazia piuttosto che distruggerla.

Un capitolo è dedicato al capitalismo nel mondo. Le più grandi minacce alla sopravvivenza della democrazia liberale sono fondamentalmente domestiche, vengono da una politica povera e da risposte inadeguate ai cambiamenti economici e tecnologici, anche se rimane importante gestire le relazioni globali. Un alleanza tra democrazie liberali stabili è un requisito indispensabile per la salute della democrazia. Bisogna comunque assicurare lo sviluppo dei paesi più poveri e assicurare il fluire di capitale privato alle economie in sviluppo. L'occidente deve valorizzare i suoi punti di forza e proteggere i suoi asssets strategici e bisogna cooperare su obiettivi comuni. 

Le conclusioni del libro sono che le persone hanno il diritto  di poter fare il meglio per se e inoltre il diritto ad aver voce nelle decisioni pubbliche. La forza più potente per il successo di una democrazia è una comune identità. Le basi della legittimità per una democrazia sono una diffusa prosperità e giuste regole del gioco. Il fragile matrimonio tra democrazia e capitalismo richiede il difficile equilibrio tra individuo e comunità, tra pubblico e privato, tra libertà e responsabilità, tra economia e politica, tra denaro ed etica, tra elìte e popolo, tra cittadini e non cittadini, tra nazione e globalità. Dobbiamo adattare gli obiettivi dei riformatori del passato alle necessità del presente. Più grande è la diseguaglianza, la insicurezza, il senso di abbandono, la paura per inimmaginabili cambiamenti e il senso di ingiustizia, piu vulnerabile al collasso è il fragile equilibrio che permette di far funzionare il capitalismo democratico. Soprattutto senza una decente e competente élite la democrazia perirà. La democrazia sopravvive solo se da opportunità, sicurezza e dignità alla grande maggioranza delle persone. Se agiamo e pensiamo come cittadini la comunità democratica può sopravvivere  e chi dirige le aziende dovrebbe comprendere che hanno obblighi verso la società che ha reso possibile la loro esistenza. La politica deve essere infine suscettibile alla influenza dei cittadini e non dei più ricchi.

Come si vede dalla lunga recensione è un libro che affronta molti temi e aspetti. E' un libro quindi interessante e anche piacevole da leggere di cui consiglio la lettura. Interessante è anche notare come Wolf nel corso del tempo, da sostenitore del mercato, sia passato ora su posizioni diciamo più keynesiane. 

Sulle crescenti  difficoltà delle democrazie occidentali, la nascita dei populismi  e le loro cause, sostanzialmente conferma le tesi di molti altri libri che abbiamo recensito. Quando il mercato prende il sopravvento sullo Stato e la Democrazia (vedi qui e qui) aumentano le diseguaglianze e le persone perdono fiducia nelle istituzioni democratiche. Anche le soluzioni ai problemi della crisi del capitalismo democratico che propone le abbiamo sostanzialmente già ritrovate in altri libri. Limitare la finanza e lo strapotere delle corporation, le retribuzioni eccessive dei manager, il sistema di tassazione regressivo, sono tutte cose che sono state scritte. Sulla necessità di leadership preparate ne ho parlato spesso su questo blog, ovviamente serve anche una certa dose di etica. Interessante notare anche la proposta di creare quacosa di diverso dalle semplici e ormai in difficoltà democrazie rappresentative, come ad esempio la camera del merito e  il Senato a sorteggio. 

Importante anche il focus sul problema dei media e della informazione di cui anche su questo ho parlato spesso nel blog; sarebbe giusto e bello avere una RAI non lottizzata ma sul modello BBC, inoltre abbiamo bisogno di sviluppare molta più informazione libera e indipendente che da noi è una rarità.  Rimane il problema di ricreare il senso di comunità, lavoro difficile ma si potrebbe partire dalle tante ONLUS che fanno volontariato utile alla comunità; dovremmo finanziare strutture e modalità per aumentare il dibattito politico e la informazione politica dei cittadini. C'è molto lavoro da fare, le persone più preparate lo stanno dicendo in vario modo da tempo, devo dire che in Italia siamo in alto mare con una legge elettorale che ha persino tolto la possibilità di scegliere i candidati lasciando tutto in mano alle segreterie politiche, di partiti politici sempre meno rappresentativi e autoreferenziali, ma tanto da noi si fanno tante chiacchere su problemi del tutto marginali.

giovedì 27 luglio 2023

Thomas Piketty- Una breve storia dell'uguaglianza

 Questo è l'ultimo libro del famoso economista francesce Thomas Piketty. E' un libro molto meno voluminiso dei due precedenti (Capitale e ideologia  e Il Capitale nel XXI secolo) di cui è in pratica una sintesi.

Il libro inizia con la constatazione che, comunque, il progresso umano esiste, oggi infatti godiamo di una situazione complessiva (salute, istruzione, ecc.) migliore di sempre. La proprietà ha subito numerose variazioni in termini di concentrazione nel corso dei secoli. La proprietà ha visto una aumento di concentrazione a partire dal XVII secolo nei paesi più ricchi occidentali. Nel corso del tempo tale concentrazione è però diminuita, cioè esiste un processo orientato verso la uguaglianza, con il progressivo formarsi di una classe media.

Esiste una differenza sostanziale nella gerarchia delle ricchezze, infatti mentre nelle classi medie e medio alte prevale la ricchezza immobiliare, nelle classi molto elevate prevalgono invece gli attivi finanziari.

Due capitoli del libro sono dedicati al colonialismo e allo schiavismo. La crescita del capitalismo industriale occidentale deve molto alla divisione internazionale del lavoro. Grazie infatti alle loro capicità fiscali, gli Stati europei hanno sviluppato anche una capacità militare, questo gli ha dato la possibilità di sfruttare le risorse dei paesi più arreterati, traendone enormi profitti. Un capitolo è poi dedicato alla triste storia delle riparazioni, cioè come oltre al danno subito con lo schiavismo si sia aggiunta la beffa del pagamento delle riparazioni verso gli schiavisti ( vedi Haiti).

Le rivoluzioni ed evoluzioni che si sono susseguite nel corso della storia hanno comunque portato alla lenta crescita dei diritti e all'allargamento della partecipazione alle elezioni.

Un capitolo è dedicato alla cosiddetta "grande distribuzione", ovvero la riduzione delle diseguaglianze che si è verificata nel periodo 1914-1980 per effetto delle guerre ma, soprattutto per l'adozione di politiche fiscali (imposte progressive). Rimane comunque una forte iperconcentrazione della proprietà, con la tendenza attuale, nei paesi ricchi occidentali, ad un aumento a partire dal 1980. Per combattere questa tendenza l'autore propone una imposta annua sul patrimonio, inoltre propone, per ridurre la concentrazione del potere nelle imprese, la divisione paritaria dei diritti di voto tra dipendenti ed azionisti.

Un altro tema che affronta è quello della cosidetta uguaglianza formale, ad esempio nella istruzione dove i ricchi possono accedere a pagamento agli istituti più prestigiosi.

Il libro si conclude con una serie di proposte verso un socialismo democratico, proposte piuttosto "forti" per ridurre le disuguaglianze all'interno della nazioni e tra nazioni ricche e quelle meno sviluppate.

Rispetto ai due precedenti libri citati non ci sono particolari novità in questo libro. Le analisi di Piketty sono sempre ben documentate; le sue proposte sono in parte condivisibili ma in alcuni casi rischiano di essere  troppo rivoluzionarie e quindi difficilmente e realisticamente realizzabili. Purtroppo in un mondo così complesso le soluzioni non sono semplici, inoltre la crescita delle disuguaglianza ha favorito, paradossalmente, la crescita dei movimenti populisti di destra che non promettono niente di buono. Certo sarebbe molto  auspicabile un ritorno a tasse più progressive in grado di ridurre le diseguaglianze, inoltre mi accontenterei  di far crescere la democrazia partecipativa, facilitando, ad esempio, l'accesso alle cariche politiche anche per le classi meno abbienti; inoltre sarebbe molto utile avere i sistemi mediatici e di comuniciazione meno asserviti ai potentati economici, questo potrebbe garantirci una informazione migliore e più indipendente dai condizionamenti delle elite economiche.

lunedì 3 luglio 2023

Branko Milanovic- Capitalismo contro capitalismo

 Branco Milanovic è professore alla City University di New York, autore di diversi saggi e questo è l'ultimo dei suoi libri.

All'inizio del libro definisce le tre forme di capitalismo: il capitalismo classico (quello nel Regno Unito prima del 1914), il capitalismo socialdemocratico (Paesi occidentali dal 1945 sino al XXI secolo), capitalismo liberal-meritocratico (dal XXI secolo in poi). Ognuno di essi è caratterizzato da alcune proprietà, in particolare il capitalismo liberal-meritocratico si differenzia dagli altri per il fatto che la ricchezza non è esclusivamente da capitale ma anche da reddito, inoltre si accentua in esso la caratteristica che i ricchi si sposano con i ricchi (omogamia). Le diseguaglianze nel capitalismo liberal-meritocratico tornano ad aumentare, inoltre diminuisce la mobilità intergenerazionale, anche perchè i ricchi hanno la possibilità di frequentare le scuole migliori a pagamento mantendendo o aumentando le diseguaglianze iniziali. 

Passa poi ad analizzare il cosidetto capitalismo politico che è rappresentato principalmente dai paesi ex comunisti (Cina, Vietnam, ecc.). L'autore evidenzia come i movimenti comunisti siano stati in grado, soprattutto, di far transitare i paesi (compresi quelli del Terzo Mondo) dal feudalismo al capitalismo. Che la Cina sia ormai un paese capitalista è indubbio visto che la quota dello Stato nella produzione industriale e agricola è ormai redisuale (20% nel caso della produzione industriale). Le caratteristiche sistemiche del capitalismo politico sono: una burocrazia efficiente, assenza dello Stato di Diritto, autonomia dello Stato, in sintesi  lo Stato controlla il settore privato in assenza di vincoli giuridici. Il capitalismo politico, soprattutto in Cina e Vietnam, ha dimostrato la sua efficcacia attraverso una crescita sostenuta, d'altra parte una caratteristica sistemica ed endemica è la corruzione. In ogni caso, anche se presenta alcuni vantaggi, le potenzialità di esportazione del capitalismo politico sono piuttosto limitate.

Relativamente alla globalizzazione la sua principale caratteristica, in termini di capitale e lavoro, è la mobilità. In particolare per la prima volta abbiamo assitito alla separazione della produzione dalla gestione. La mobilità del lavoro è legata alla differenze di reddito tra le nazioni e anche al fatto che la cittadinanza è un bene economico connessa ai vantaggi di essa, ad esempio il welfare; ciò comporta malumori degli autoctoni anche perchè con l'aumento dei flussi migratori il welfare diventa insostenibile. Una soluzione, oltre ai flussi legali, è quella, come gia avviene in alcuni paesi, di trattare in maniera diversa differnti categorie di residenti. Un altro aspetto della globalizzazione è l'aumento della  corruzione, tale crescita è sostenuta dalla ideologia che giustifica il fare soldi in qualsiasi modo. Questo porta alla crescita dei paradisi fiscali, e delle strutture (banche e uffici legali) il cui ruolo è facilitare i trasferimenti di denaro acquisito illegalmente: "riciclaggio morale".

L'ultimo capitolo è dedicato al futuro del capitalismo globale. Le società puramente commerciali hanno come unica gerarchia il successo monetario. Un tempo le persone rispondevano alle leggi e ai limiti autoimposti, mentre oggi la moralità a livello interiore non esiste più, assitiamo quindi alla esternalizzazione della moralità attraverso il ricorso esclusivo alle leggi e forze dell'ordine che molti cercano di manipolare per trarne vantaggi. Le caratteristiche delle società moderne sono: atomizzazione e mercificazione. Le famiglie hanno perso gran parte del loro valore economico dato che molti  beni e servizi si possono acquistare sul mercato (mercificazione). Nel confronto tra capitalismo liberale e capitalismo politico, i vantaggi del capitalismo liberale consistono nell'essere in un certo modo integrati nel sistema (la democrazia) e quindi più naturali, invece il capitalismo politico è obbligato a garantire tassi di crescita elevati se vuole sopravvivere. Nel finale illustra alcune possibili evoluzioni del capitalismo liberale. Una potrebbe essere il capitalismo popolare dove tutti hanno quote equivalenti di reddito e capitale, i redditi continuano ad essere diversi ma la diseguaglianza non tende ad aumentare e la mobilità intergenerazionale dei redditi viene garantita. Il capitalismo egualitario dove tutti hanno circa la stessa quantita di reddito da capitale e lavoro, la diseguaglianza è bassa, e ciò garantisce pari opportunità. Infine, l'attuale capitalismo liberal-meritocratico potrebbe degenerare in un capitalismo in cui l'élite economiche esercitano ancor più controllo sulla politica, portando a un sistema plutocratico che tende a diventare simile al capitalismo politico con tutti i problemi evidenziati per questo tipo di sistema.

Un libro scritto con grande chiarezza, rendendo semplici cose complesse, in maniera direi schematica e quasi didattica, che quindi ne favorisce la lettura, e, al contempo, contiene molte riflessioni interessanti e non banali sulla storia ed evoluzioni delle società occidentali e non. Un libro quindi che merita assolutamente una lettura.

martedì 13 giugno 2023

Graham Allison- Destinati alla guerra- Possono l'America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide ?

Gaham Allison è direttore dell'Harvard Kennedy School's Belfer Center for Science ed International Affair, e questo è un libro storico e politico sulla rivalità tra USA e Cina.
Il tema del libro è la cosidetta trappola di Tucidide, ovvero quando una potenza in carica si trova ad affrontare la crescita di una potenza emergente quasi sempre la tensione crescente sfocia nella inevitabile guerra. Si chiama trappola di Tucidide perchè si riferisce allo storico che descrisse la guerra del Peloponneso che vide fronteggiarsi Atene e Sparta. Nella prima parte l'autore infatti descrive la storia della genesi  del conflitto tra Atene e Sparta. Il secondo caso che descrive è il duello  tra Gran Bretagna e Germania che porta alla prima guerra mondiale. Tutti i 16 casi di scontro tra potenze nella storia vengono comunque riassunti nella appendice del libro. La seconda parte descrive la storia recente  della Cina e soprattutto le differenze "filosofiche" dell'approccio cinese e quello americano. Infatti le due potenze hanno culture diverse, ad esempio per l'America sono fondamentali la libertà, la democrazia e una visione di breve termine, mentre la Cina ha come valori fondamentali l'ordine, l'autoritarismo (reattivo) e un orizzonte temporale molto lungo, quindi le differenze culturali sono profonde e gli strateghi americani dovrebbero tenerne profondamente conto nell'elaborare i loro piani. 
Nella parte finale prima delinea le condizioni/occasioni, che potrebbero anche essere banali, per l'innescarsi della guerra; nella seconda parte invece illustra quelli che sono i dodici indizi, desunti dalla storia, che possono portare alla pace.
Un libro molto interessante, scritto bene e che si legge con piacere, che contiene molti elementi e spunti interessanti di cui consiglio la lettura.

martedì 6 giugno 2023

Michele Salvati- Norberto Dilmore- Liberalismo inclusivo

 Gli autori del libro di oggi sono un professore di Economia Politica alla Statale di Milano (Salvati) mentre il secondo è uno prseudonimo. 

Il libro si propone di delineare una possibile strada, che gli autori definiscono liberalismo inclusivo (embedded liberalism), che superi il fallimento del neoliberismo e riavviare un nuovo patto che consenta di gestire la complessità del mondo moderno, riducendo le diseguaglianze, garantendo le libertà economiche e, sopratutto, aumentare il benessere dei cittadini.

Il libro, da una parte, delinea come il compromesso socialdemocratico, alla fine della seconda guerra mondiale, ha garantito nei paesi occidentali crescita e aumento del benessere per 30 anni ("i trenta gloriosi") ma si basava su condizioni specifiche che non sono più riproducibli, pertanto non va né mitizzato né riproposto nella stessa forma. D'altra parte l'ascesa del neoliberismo dagli anni '70, in sostituzione di politiche di stampo keynesiano (almeno in parte), ha portato inizialmente una crescita economica ma con un aumento disastroso delle diseguaglianze e, infine, ha certificato il suo fallimento con la crisi economica del 2008. Un intero capitolo è dedicato al libro di Piketty: Capitale e ideologia, che abbiamo recensito qui, gli autori più che criticare l'analisi di Piketty si concentrano sulle souzioni da lui proposte (socialismo partecipativo) che reputano un pò troppo radicali e in alcuni casi controproducenti.

Per quanto riguarda la loro proposta gli autori partono dalla analisi della situazione attuale, che si presenta mutata rispetto al primo dopoguerra, infatti il capitale è molto più fluido che in passato, meno fisico e più intangibile, più mobile e internazionale che radicato sul territorio nazionale. Il mondo del lavoro è molto più frammentato del passato, con la riduzione delle grandi aziende produttive mentre oggi siamo in un mondo di servizi e tecnologie avanzate con lavoratori piuttosto diversi e meno connessi tra loro, questo ha comportato la perdita di potere dei sindacati. Ma anche la politica è cambiata, non ci sono più i partiti "pesanti" e di massa, piu radicati sul territorio e in grado di costruire il consenso piuttosto che inseguirlo come attualmente, con un potere negoziale maggiore con gli interlocutori economici. Lo Stato, pur mantendo un elevato peso sulla economia, ha perso anch'esso la sua forza per i condizionamenti internazionali e della globalizzazione: politiche europee e potere delle multinazionali delocalizzate, con una forte riduzione della capacità redistributiva.

Le soluzioni che gli autori propongono per un nuovo patto per una crescita inclusiva e sostenibile, ammesso che vi  siano le condizioni  adatte che in parte con la crisi e la pandemia  si sono create, sono in sintesi:

  • una nuova politica macroeconomica, dove lo Stato, con  un ruolo meno diretto,  abbia comunque un ruolo di indirizzo e guida  in grado di imporre una adeguata politica fiscale grazie anche alla riduzione dei paradisi fiscali;
  • ripristinare le regole della concorrenza e la riduzione della instabilità finanziaria;
  • ridare autonomia alla politica anche tramite il finanziamento pubblico;
  • rafforzare i corpi intermedi: sindacati e associazioni industriali.
  • maggiore equità fiscale e inclusione.
In sintesi un libro ben documentato e ben scritto, che ripete alcune cose che su questo blog abbiamo ampiamente riportato, con delle proposte non del tutto nuove ma comunque nel complesso equilibrate.

Alcune considerazioni personali, purtroppo anche se alcune condizioni sono cambiate non sono ottimista al momento su possibili cambiamenti. La narrazione economica del neoliberismo fortunatamente ha perso molto appeal e molti economisti mainstream hanno ammesso che vanno rivalutati alcuni approcci economici del passato e che il mercato crea molti problemi se lasciato a se stesso, per cui da un punto di vista teorico la situazione attuale è piu favorevole al cambiamento. Anche le istituzioni europee con il piano Next Generation UE sembrano aver imboccato, seppur timidamente, un nuovo corso di politica economica anche se il patto di stabilità continua ad essere riproposto anche se modificato. Mancano comunque leadership politiche preparate che, facendo base su una nuova narrazione economica e sociale, siano in grado di indirizzare il cambiamento; tanto più che servono politiche trasnazionali (almeno europee) per poter tener testa al potere economico delle aziende globalizzate che fanno affari ed eludono le tasse.  Inoltre, la gran parte dei cittadini è delusa dalla politica non votando o votando per i partiti populisti; la cosa è anche giustificata perchè i partiti progressiti dei paesi occidentali si sono mostrati troppo proni alle politiche di austerità e alla globalizzazione dei mercati ingenerando, quindi, risentimento e rabbia in tutti quei ceti, e sono molti, che hanno perso la sicurezza del lavoro e hanno visto ridotto il loro potere di acquisto. Quindi, al momento, purtroppo non vedo le condizioni per un liberalismo inclusivo; il primo passo per noi europei sarebbe una profonda rifondazione istituzionale della Unione Europea che con la attuale situazione a 27 membri vedo difficile da realizzarsi. 



lunedì 22 maggio 2023

Jean Paul Fitoussi- La neolingua dell'economia- Ovvero come dire a un malato che è in buona salute

 Quello di oggi è l'ultimo libro dell'economista Jean Paul Fitoussi, scomparso un anno fa. Più che un libro è una intervista (a cura di Francesca Perantozzi) che copre un ampio spettro di argomenti, pertanto non è un libro sistematico e quindi difficile da sintetizzare, mi limiterò solo ad evidenziare alcuni temi e passaggi.

 Il tema del libro sono le regole, regole che limitano la libertà e che portano alla impotenza politica. Tra le regole di cui ci dobbiamo liberare ci sono le regole di linguaggio, per l'autore una "neolinguache da il titolo al libro; l'impoverimento della lingua, limitando la espessione e riducendo il linguaggio,  tende a limitare anche il pensiero (pensiero unico anche economico).

Una buona parte della intervista verte sulla Europa ed Eurozona e le sue regole. Purtroppo le regole adotatte e le politiche conseguenti sono state controproducenti. Le cosidette riforme strutturali sono in realtà delle riforme che riducono il benessere dei cittadini, mentre ci sarebbe bisogno di una riforma strutturale della Europa stessa. Le riforme finora attuate hanno finito per ridurre la protezione dei cittadini e del lavoro, riducendo gli spazi di manovra degli Stati, anche perchè una economia senza Stato è pura fantasia.  Aver pensato che il privato fosse sempre preferibile al pubblico, perchè più efficente, ha provocato la maggior parte delle crisi che abbiamo attraversato, e quando le politiche attutate non ottengono il risutato sperato bisogna decidersi a cambiarle. Le politiche economiche sono composte da diversi strumenti: politica della concorrenza, politica industriale, politica fiscale e la politica monetaria. Questi strumenti dovrebbero essere coordinati mentre in Europa sono indipendenti e non cooperano e non si parlano, e qualsiasi politica non coordinatata è destinata a essere una cattiva politica. Gli Stati nazionali hanno perso la sovranità monetaria, che contiene anche una parte di sovranità industriale. Il problema fondamentale è che l'Europa non è più una squadra, è un insieme di paesi che diffidano uno dell'altro. Le riforme fin qui adotatte hanno avuto per lo più un aspetto sacrificale, e far vivere le persone nella infelicità perchè si crede ai miraggi non dovrebbe essere considerata una politica.

Il nemico non sono i mercati, ma le ideologie dei mercati, i mercati non sono un entità che vive di vita propria hanno bisogno di essere inquadrati. La macroeconomia è un bene pubblico e lo è anche la stabilità, e nessuna azienda privata se ne può far carico al posto dello Stato. La precarietà, l'insicurezza economica non sono un incidente o una fatalità, sono il risultato di precise scelte politiche. L'aspetto amaramente  ironico in Europa è che le nazioni tendono a nazionalizzare i successi e nell'europizzare i fallimenti; mentre l'Europa europeizza i successi e nazionalizza i fallimenti. Dobbiamo cambiare le regole e archiviare la illusione tecnocratica secondo cui esiste una sola politica obbligata. Bisogna mettere al primo posto la piena occupazione mentre questa globalizzazione fondata sulla competività è una sciagura per il lavoratori. Anche se la integrazione richiede l'apertura, questa induce la volatilità che a sua volta aumenta la insicurezza che richiede la protezione, quindi la cosa più importante è che bisogna rispondere alla richiesta di protezione dei cittadini esposti alla insicurezza economica.

Il libro contiene molti spunti interessanti di cui ho solo evidenziato alcune riflessioni, per cui ne consiglio la lettura. Fitoussi si conferma un economista con una ampia visione, peccato averlo perso.  


giovedì 18 maggio 2023

Francesco Saraceno - La riconquista- Perche abbiamo perso l'Europa e come possiamo riprendercela

 Francesco Saraceno è professore di macroeconomia internazionale ed europea a Sciences PO e alla Luiss, questo è il suo ultimo libro, il precedente lo abbiamo recensito qui.

Il libro nella prima parte illustra la storia, le criticità e le debolezze insite nella creazione della Eurozona, inoltre pone in evidenza gli errori di governance europea sia nella creazione delle regole e sia nella gestione della crisi greca. 

Nella seconda parte cerca di delineare alcune soluzioni ai problemi nati dalla crezione dell'euro e alla disfunzionalità che l'euro e la regolamentazione hanno creato. Si parte dal fatto che il sogno federalista di Spinelli è al momento irrealizzabile e utopistico. Pertanto, quello che l'autore propone è un "federalismo surrogato" cioè la creazione di istituzioni e modalità per far funzionare meglio la Eurozona. Le proposte sono, la creazione di un sussidio di disoccupazione europeo, in aggiunta servirebbe un fondo di stabilizzazione europeo per sostenere le finanze pubbliche nei momenti di crisi. In particolare, sarebbe essenziale un Ministro delle Finanze della Eurozona dotato di un bilancio proprio che dovrebbe agire come linea di credito per i paesi in difficoltà e reagire alla fluttuazioni cicliche, il tutto grazie alla emissione di titoli europei. Un altra riforma urgente è una vera  unione bancaria con un meccanismo di assicurazione federale dei depositi. Inoltre vi è da migliorare la regolamentazione finanziaria, ad oggi c'è la ESMA che andrebbe rinforzata per evitare e ridurre la instabilità finanziaria. Bisogna anche rilanciare le politiche nazionali di bilancio con un aumento dell'investimento pubblico e riformare, pertanto, il pessimo Patto di Stabilità (ma al momento non si vede il cambiamento atteso vedi qui). Infine, quello che manca, è una politica industriale europea per promuovere tecnologia e innovazione investendo nei settori più promettenti. Per ultimo serve un armonizzazione fiscale e, soprattutto, porre fine alla concorrenza fiscale che è spesso all'interno dei confini europei (Lussemburgo, Irlanda, Malta, Olanda ecc.). 

Tutto cio è possibile? Fino ad ora è stata la Germania, e i suoi allaeati, a frenare le riforme, infatti la Germania si è avvantaggiata sia dalla introduzione dell'euro e anche dell'allargamento ad est della UE, avendo esportato ad est una parte della sua catena produttiva. Il Fondo per la ripresa varato dopo la pandemia Covid 19 è comunque un passo avanti verso una forma di mutualizzazione del debito e, quindi, un segnale positivo che fa sperare in un cambiamento di attteggiamento anche della Germania, che vede una situazione internazionale che si modifica erodedone le posizioni di vantaggio attuali.

Un libro ben scritto e ben informato ma chiaro e semplice nella descrizione dei problemi. Per chi legge queso blog, e ha letto qualcuno dei libri recensiti sul tema, il libro di Saraceno non contiene argomenti particolarmente innovativi, lo consiglio pertanto a chi è digiuno come sintesi particolarmente efficace. 

Per quanto riguarda il tema del libro, cioè i problemi dell'Eurozona e le sue soluzioni il discorso è complesso, sono d'accordo che il federalismo vero sia lontano e che alcune delle soluzioni proposte nel libro siano necessarie, sono meno convinto che il clima sia realmente cambiato. Per cambiare veramente passo e riformare le istituzioni europee la Unione a 27 è disfunzionale. Io credo che la unica soluzione sia che  alcuni dei paesi europei piu popolosi e importanti dal punto di vista del PIL (Germania, Francia, Italia e Spagna) decidessero veramente un impegno comune per proseguire verso un vero percorso che migliori l'attuale assetto, questo potrebbe portare, nel tempo, a qualcosa di piu vicino ad una federazione e comunque ad un assetto istituzionale e regolatorio più funzionale. Io questa volontà non la vedo, ho visto solo impegni bilaterali tra Germania e Francia che, a mio parere, non sono né sufficienti né utili. Certo il futuro è aperto e tutto può succedere, dipende dalle condizioni storiche e, soprattutto, dipende anche dalle individualità politiche di un certo rilievo e spessore che appunto mancano. Intanto, con la guerra tra Russia e Ucraina, la Europa è in difficoltà e continua a rimanere schiacciata nel confronto tra i due giganti: USA e Cina 

venerdì 5 maggio 2023

Ray Kurzweil- La singolarità è vicina

 Quello di oggi è un libro particolare, scritto da un personaggio particolare: Ray Kurzweil, ingegnere e inventore sopratutto nel campo musicale; il libro è una finestra su un futuro abbastanza prossimo in cui ci sarà un cambiamento epocale: "la singolarità"

Il tema del libro è chiaro, grazie allo sviluppo di soprattutto tre tecnologie, in un futuro non troppo lontano, l'uomo avrà la possibilità di potenziare enormemente le sue attuali potenzialità biologiche. Le tre tecnologie in grado di cambiare il futuro della specie umana sono: la biologia, le nanotecnologie e la intelligenza artificiale. Il libro, quindi, con grande dovizia di particolari, esempi e citazioni di studi, ci spiega quali sono le scoperte scientifiche e tecnologiche che consentiranno a queste tre tecnologie di progredire; secondo l'autore, infatti, la teconlogia è soggetta alla legge dei ritorni accelerati cioè la evoluzione delle tecnologie diventa esponenziale. Nel finale del libro, la parte piu interessante, a mio parere, risponde alle critiche e ai dubbi espressi da vari studiosi sia sulla effettiva possibilità di tali sviluppi e sia sui rischi insiti nello utilizzo di tali tecnologie che potrebbero alla fine ritorcersi contro di noi. 

Un libro interessante in teoria ma, in pratica, per lunga parte molto difficile da leggere data la mole di dati e studi che elenca che rendono, di fatto, il libro molto poco scorrevole e pesante. Sinceramente penso che fare previsioni sul futuro sia veramente rischioso perchè, spesso, alcuni sviluppi sono sovrastimati mentre altre possibili innovazioni tecnologiche sono difficilmente prevedibili e a volte si manifestano all'improvviso senza segni premonitori (si pensi a Internet e al suo sviluppo che non si trova in nessun libro di fantscienza o futuristico di alcuni decenni fa). Infatti, alcune previsoni del libro, che risale a 15 anni fa, appaiono piuttosto ottimistiche viste ora. Il problema dei pericoli di tali sviluppi viene affrontato dall'autore ma la sua  risposta è piuttosto ottimistica, mentre la evoluzione tecnologica sta ponendo delle sfide enormi data la sua crescente capacità di modificare la realtà. Queste problematiche le  abbiamo viste con i rischi che pongono le ricerche  biologiche, ad esempio la clonazione, le modifiche al DNA e, recentemente, anche  lo sviluppo della intelligenza artificiale. 

Io non sono così ottimista, lo sviluppo regolatorio e istituzionale non riesce al momento a mantenere il passo ai problemi che solleva  la velocità e l'impatto dello sviluppo tecnologico. L'impatto per esempio della intelligenza artificiale sul lavoro potrebbe essere devastante se governi e istituzioni non riescono a compensare i rischi di perdita di milioni di posti di lavoro. Inoltre, lo sviluppo ulteriore della intelligenza artificiale pone problemi ulteriori con scenari anche distopici alla Terminator che non sono del tutto campati in aria. Infine, il solco tra élite economiche e scientifiche e i cittadini comuni sta crescendo sempre di piu, con sempre maggiore diffidenza da parte di questi ultimi, basti pensare a cosa è successo durante la pandemia e agli attacchi dei no vax. Reazioni scomposte senz'altro, ma se non si cerca di ridurre  la distanza tra élite scientifiche e cittadinanza i dubbi e perplessità non possono che aumentare. Infine,  anche il potere sempre crescente di élite economiche che possiedono le tecnologie avanzate pone problemi sociali che vanno affrontati e risolti per il bene complessivo della società. 

La evoluzione della tecnologia è un bene perchè consente di aumentare il benessere della società e la speranza di vita come abbiamo visto nel corso dell'ultimo secolo, ma la teconologia, che per se è neutra, può diventare pericolosa in funzione di chi la domina e quindi non può essere impunemente lasciata al mercato e alla iniziativa individuale quando i suoi risvolti sono potenzialmente molto pericolosi; per questo la grande sfida che abbiamo davanti non è solo tecnologica ma molto più complessa, cioè come far evolvere la società, le istituzioni e le regole al fine di sfuttare tali evoluzioni per il benessre della maggioranza dei cittadini (vedi sul tema il libro Power and Progress).

domenica 30 aprile 2023

Europa ancora non ci siamo

    La Commissione Europea ha elaborato una nuova proposta  delle nuove regole del "patto di stabilità". 

Rispetto al precedente patto il nuovo sistema è piu flessibile e da, ai paesi con rapporto debito/PIL eccessivo, la possibilità di modulare il piano avendo però l'obbligo di un percorso che riduca il suddetto rapporto in un certo numero di anni (4/7). Sicuramente è un passo avanti rispetto alle regole rigide, e direi masochistiche, del precedente patto, quello che resta sono i paletti del 3% del deficit e 60% del rapporto debito/PIL. Capisco che rivedere questi paletti sarebbe politicamente azzardato ma non capisco perchè non si prende atto che si tratta di parametri del tutto arbitrari, senza nessun fondamento scientifico, infatti questi valori sono stati presi in tempi passati basandosi, in particolare sul rapporto debito/Pil, sulla situazione media dei paesi di molti anni fa, mentre non esiste nessuno studio economico che definisca il 60% come valore ottimale. Inoltre, la crisi del 2008 e la pandemia del 2020 hanno comportato un notevole aumento del indebitamento degli stati del UE, pertanto la situazione è completamente cambiata e non solo l'Italia ha un rapporto debito/PIL maggiore del 100%. E' chiaro che da un punto di vista logico, proprio per affrontare periodi critici, sarebbe bene avere un rapporto debito/PIL più basso per avere maggiori margini di manovra ma fissare l'asticella al 60% è insensato e antistorico. Per ridurre il rapporto debito/PIL ci sono due metodi, uno è di ridurre le spese dello Stato per diminuire il numeratore e l'altro aumentare il denominatore (il PIL) con la crescita. Dato che aumentare il PIL diminuendo le spese dello Stato, la cosidetta austerità espansiva, è un metodo che rararmente funziona, anzi spesso produce effetti controproducenti vedi, ad esempio, quello che ha fatto il governo Monti, sarebbe meglio puntare sulla crescita, come si sta facendo con il PNRR. Quindi, ancora una volta la UE perde un occasione per impostare  gli obiettivi economici su un ottica di sviluppo coordinato tra tutti i paesi e persegue degli obiettivi che, in questo momento con la inflazione e la guerra in Ucraina, sembrano piuttosto velleitari. Certo il nostro paese e la  sua classe dirigente hanno dismostrato di non essere spesso alla altezza, lo vediamo con la incapacità conclamata di sfruttare a pieno e bene la occasione del PNRR, inoltre spesso le spese sono state male indirizzate (vedi ad es. i bonus) e sono anni che manca la capacità di fare adeguati investimenti, che per inciso andrebbero tolti dal debito nel calcolo del rapporto debito/PIL. Abbiamo problemi strutturali, un sistema bicamerale non funzionale, un livello di preparazione della pubblica amministrazione non alla altezza, con un personale che andrebbe ringiovanito e rinforzato, una classe politica con persone con una preparazione scarsa rispetto alla complessità del mondo attuale, e  i governi con i 5 stelle, ma anche quest'ultimo, dimostrano i grossi limiti dei ministri.

Purtroppo questo nuovo patto di stabilità, piuttosto miope, ci costringerà a fare risparmi che, unito alla incapacità di farli in maniera razionale e ragionevole (di sprechi ce ne sono tanti) ci costringerà ad una stagnazione economica che ormai stiamo sperimentando da due decenni. Non vedo all'orizzonte personaggi politici in grado di raddrizzare le sorti del nostro paese e la continua dimninuizione della partecipazione al voto e democratica, oltre a una informazione giornalistica e televisiva non all'altezza non fanno che predispormi ad un ulteriore pessimismo.

mercoledì 5 aprile 2023

Nouriel Roubini- La grande catastrofe- Dieci minacce per il nostro futuro

 Quello che presento oggi è l'ultimo libro dell'economista nato a Istambul ma naturalizzato statunitense. Dello stesso autore abbiamo già recensito un altro libro qui. Il libro verte, come da titolo, sulle minacce che incombono sul nostro futuro, pertanto è un libro piuttosto cupo e che non da molte speranze o soluzioni ottimistiche. Alcune minacce sono relative all'enorme debito sia pubblico e sia privato che si è accumulato nel mondo e che rischia di alimentare altre crisi, fallimenti pubblici e privati e cicli di boom e declino. Un altra minaccia è la trappola demografica, da una parte nei paesi avanzati le nascite non compensano l'invecchiamento della popolazione che, quindi, diventerà sempre più anziana con aggravamento dei costi sanitari e rendendo i sistemi pensionistici insostenibili. In alcuni paesi più poveri, invece, abbiamo una sovrapopolazione che spingerà sempre di piu la emigrazione come già stiamo assistendo. La incapacità della politica di gestire questi fenomeni sta già comportando gravi problemi, con le popolazioni dei paesi ricchi sempre più insofferenti e la pressione immigratoria sempre meno sostenibile. Inoltre, dopo la pandemia e la relativa depressione, in questo momento è in risalita la inflazione che, unita alla riduzione della crescita, porta alla stagflazione stirsciante. Resta inoltre incombente la possibilità di crisi finanziarie visto che le cause di queste crisi non sono state risolte (vedi ultimi fallimenti bancari). Un altro pericolo incombente è quello della deglobalizzazione, dopo un periodo di globalizzazione che ha portato alcuni vantaggi ad alcuni paesi e alcune classi la situazione sembra invertirsi, per lo scontento di quelli, nei paesi più ricchi, che hanno visto svanire i loro posti di lavoro a causa della competizione internazionale; inoltre anche la guerra in Ucraina e quella commerciale con la Cina stanno convincendo molti politici che è il caso di riportare a casa alcune produzioni ma, per l'autore, la deglobalizzazione si può rivelare una grande minaccia per l'economia globale. Un altra minaccia per i lavoratori, e non solo, è lo sviluppo della intelligenza artificiale che può sconvolgere gli equilibri lavorativi in quanto molti lavori potrebebro sparire definitivamente a causa della automazione sempre più spinta. Senza parlare dei rischi e problemi generali sulla IA sollevati recentemente anche da Elion Musk. Abbiamo poi all'orizzonte il profilarsi di una nuova guerra fredda tra USA e Cina per la supremazia mondiale economica e strategica. Una guerra fredda che, oltre a portare crisi economiche, può anche trasformarsi nel rischio di una vera guerra. Infine, abbiamo la minaccia più terribile e sicura, cioè quella generata dal riscaldamento globale che rischia di rendere inabitabili alcune zone del paese acuendo i problemi economici e di emigrazione, una crisi ambientale che in questo momento, nonostante i grandi meeting e accordi non sta riducendo, in maniera veramente efficace, l'innalzamento della temperature e della concentrazione di anidride carbonica. 

Uno scenario o serie di scenari abbastanza preoccupanti e catastrofici, non per niente Roubini si è guadagnato il titolo di Dottor Doom ovvero una specie di Cassandra. Nel finale prefigura uno scenario dispotico e poi uno moderatamente più favorevole, ma alla fine predomina il pessimismo. Nel complesso un libro interessante ma piuttosto dispersivo, molte citazioni e ricostruzioni storiche che alla fine rischiano di farti perdere il filo del discorso, per questo motivo non lo trovo un libro pienamente riuscito.

Alcune considerazioni personali, tutte le minacce sono reali e probabili. Certo se ne cito 10 alla fine è probabile che qualcuna di queste si avvererà. Penso che la sua preoccupazione sul debito pubblico sia esagerata alla fine l'ultima crisi è più dovuta al debito privato, i problemi sulla finanza invece sono sempre presenti. 

Una riflessione mi viene sulla sfida USA-Cina, io credo che da una parte l'Europa dove trovare un assetto più efficace altrimenti sarà schiacciata. D'altra parte anche agli USA converrebbe avere una Europa più forte per poter bilanciare sia la forza demografica e sia economica della Cina, ma mi pare che al momento gli USA vogliamo far giocare all'Europa  un ruolo subordinato piuttosto che paritario.