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mercoledì 28 gennaio 2026

Joel Mokyr - Una cultura della crescita- Le origini dell'economia moderna

 Con la recensione di oggi, completiamo la panoramica sui lavori e le idee dei vincitori del premio Nobel per l'economia 2025 iniziata con questo post su Philippe Aghion. Il libro di oggi è infatti di Joel Mokyr, storico economico americano e israeliano, che insegna alla Northwestern University. L'approccio di Mokyr è chiaramente storico, il fondamento del libro è che la "cultura", ovvero un insieme di credenze, valori e preferenze, siano alla bese della crescita economica moderna, in particolare fu il cambiamento della cultura attraverso i secoli che portarono all' Illuminismo europeo e poi alla Rivoluzione Industriale.

In questo libro quindi si sofferma sul periodo 1500-1700, nel quale furono poste le fondamenta culturali della economia moderna. Nella focalizzazione sugli elementi culturali sta la differenza del suo approccio da quelli istituzionali (Acemoglu). Infatti, per l'autore mentre le istituzioni producono la struttura degli incentivi sociali, è la cultura che costituisce il fondamento delle istituzioni fornendogli la legittimità, ma la cultura contribuisce a determinare le istituzioni che si affermano ma non ne garantisce il risultato. I motori del progresso sono, quindi, l'atteggiamento e l'attitudine, il cui cambiamento ha poratato al progresso tecnologico, che è stato reso possibile dai cambiamenti culturali. In particolare la tecnologia è conseguenza della volontà umana di indagare, manipolare e sfruttare i fenomeni naturali, e la volontà e la capacità di diffondere e valorizzare tali saperi sono componenti della cultura.

La innovazione richiede una notevole interazione sociale, la crescita tramite innovazione richiede un legame diretto tra cultura e tecnologia. Tra gli elementi che stimolano la innovazione cita: la irriverenza, l'antropocentrismo e l'individualismo, come ovviamente la fede nel progresso e che questo sia possibile. In ogni caso la evoluzione culturale è un un processo complesso e molto contingente, quello che è successo in Europa dopo il 1700 non fu il culmine  ineluttabile della storia occidentale ma il risultato involontario e imprevisto di una serie di circostanze. La evoluzione culturale consiste nell'apprendimento sociale e nella persuasione,  in questo hanno giocato un ruolo: la stampa, l'alfabetizzazione, mobilità crescenti, il miglioramento nelle comunicazioni e anche lo Stato nella formazione degli individui in luogo dei soli genitori. La trasmissione dei tratti culturali avviene tramite delle selezioni attraverso dei cosiddetti "menu culturali", e queste selezioni avvengono attraverso alcuni modelli (bias) che l'autore elenca.

Un ruolo importante nel cambiamento culturale lo giocano particolari individui che vengono definiti "imprenditori culturali", cioè coloro che hanno sconfitto e sfidato le autorità esistenti in campo culturale, dirigendo le persone verso una convergenza culturale, ciò richiede comunque un ambiente propizio alla innovazione. Due innovatori culturali, che successivamente cita e analizza, sono  Francesco Bacone e Isaac Newton, in particolare Bacone per la importanza della conoscenza utile se distribuita e resa accessibile, mentre Newton come esempio di razionalità umana.

Un altro aspetto importante fu il cambiamento nell'atteggiamento della elìte colta nei confronti della conoscenza utile rispetto al passato. Inoltre, la frammentazione politica in Europa si trasformò in un vantaggio, da una parte le nazioni cercavano di primeggiare accaparrandosi le migliori menti e minando, altresì, il coordinamento delle forze conservatrici contrarie alla innovazione; in pratica la competizione politica facilitava la sopravvivenza della diversità intellettuale. Un ulteriore elemento importante fu la cosidetta Repubblica delle Lettere, cioè la comunità virtuale di intellettuali che si scambiavano informazioni tramite lettere, che favorì la circolazione delle idee, il dibattito critico e la competizione intellettuale, elementi che alimentarono un nuovo atteggiamento nei confronti della conoscenza soprattutto utile. L’Illuminismo fu il motore che trasformò l'Europa nell'epicentro della modernità economica, la cultura della conscenza utile e sperimentale contribuirono a rafforzare la convinzione che l’uomo potesse dominare la natura attraverso la ragione e la tecnica (Illuminismo industriale), la rivoluzione tecnologica fu generata sia da artigiani e sia dal metodo scientifico, aiutata  anche dalla formalizzazione di istituzioni scientifiche.

Nell'ultima parte del libro l'autore cerca di spiegare perchè in Asia e soprattutto in Cina non ci sia stato l'Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, anche se la Cina  aveva dimostrato di essere in grado di produrre molte innovazioni tecnologiche. Le ragioni culturali e istituzionali sono molteplici. La Cina fu un impero centralizzato e questo aiutò le forze conservatrici a coordinarsi per reprimere la innovazione. Un clima culturale troppo legato al passato, l'ostilità verso la cultura esterna, una elìte confuciana poco interessata al progresso materiale, il sistema di selezione della pubblica amministrazione che favoriva le conoscenze burocratiche e legate alla cultura del passato.

Nelle conclusioni l'autore ribadisce che le nazioni crescono perche incrementano la conoscenza collettiva della natura e sono in grado di indirizzarla a finalità produttive. Tra i molti fattori ci sono le credenze culturali delle elìte, grazie ad un processo di evoluzione e trasformazione culturale. Nella storia abbiamo assisto spesso al cristalizzarsi del progresso tecnologico e della società, questo in Europa non successe grazie al pluralismo, la concorrenza e condivisione  della conoscenza, cioè l'Europa aveva sviluppato una cultura che valorizzava la conoscenza, la curiosità, la sperimentazione e la libertà intellettuale.

Dalla  recensione si percepesce che è un libro molto ricco e interessante, pieno di spunti di riflessione e idee illuminanti, quindi un ottimo libro. L'unico difetto è che essendo molto ricco di riferimenti e citazioni rischia di essere poco scorrevole. Leggendolo mi vengono alcune riflessioni, in particolare sembra che in occidente la fede nel progresso e nella scienza sia venuta meno nel grande pubblico, questo lo vediamo anche nel peggioramento della qualità delle leadership, vedi ad es. USA e alcuni personaggi che negano certe evidenze scientifiche. Le idee culturali sono molto importanti  afferma l'autore, come sostenuto anche da Keynes, pertanto c'è stata una specie di involuzione culturale. Quello che si può dedurrre è  che negli ultimi anni abbiamo assistito alllo sforzo, da parte delle forze conservatrici, nel propagare le idee liberiste della preminenza del mercato su tutto il resto, e che sono state alla base della evoluzione della società. Purtoppo, tale clima culturale è stato spesso accettato in buona parte anche dalle leadership progressiste, questo ha portato alla accettazione dello stato di cose: non c'è alternativa, che di fatto ha condotto, in occidente, a una sempre maggiore disuguaglianza e a uno stato di profonda insoddisfazione nei cittadini. Per questo sostengo che ci dovrebbe essere uno sforzo da  parte delle forze progressiste di elaborare una piattaforma culturale e politica nuova, che si liberi da concetti superati e in grado di superare la situazione attuale e convincere i cittadini ad andare a votare o votare diversamente.

lunedì 1 dicembre 2025

P.Aghion- C.Antonin-S.Bunuel- The Power of Ceative Distruction- Economic Upheaval and the Wealth of Nations

 Il libro che recensisco oggi è di Philppe Aghion (con coautori Celine Antonin e Simon Bunel). Aghion ha vinto il Premio Nobel per l'Economia nel 2025 insieme a Peter Howitt per aver modellizzato la cosiddetta "distruzione creatrice", ovvero il ruolo della innovazione tecnologica nella crescita economica, mentre Mokyr ne ha ricostruito le determinanati su base storica, e a cui dedicheremo una altro post.

La definizione di distruzione creatrice viene dalle intuizioni del grande economista e storico della economia Schumpeter che aveva delienato la importanza e il ruolo della innovazione tecnologica nella crescita economica. Il libro di oggi approfondisce le idee di Schumpeter cercando di dare una risposta a molti interrogativi sulla crescita economica basandosi su una serie di ricerche recenti sul tema. Già Robert Solow aveva indicato nel progresso tecnologico il motivo della crescita economica senza indicarne le determinanati. Gli autori mostrano in particolare come ci siano chiare correlazioni tra crescita economica e innovazione, ad esempio tra crescita e brevetti ed, inoltre, mostrano la correlazione tra competizione e innovazione. Per creare il miracolo del decollo (takeoff) cioè come le nazioni innescano la crescita occorrono molti fattori: l'accumularsi di innovazioni, avere delle buone istituzioni (vedi Acemoglu)  ma anche la competizione. Ma le innovazioni principali hanno bisogno anche di innovazioni secondarie e questo richiede tempo e quindi un ritardo. La competizione, inoltre, stimola la innovazione ma principalmente per le industrie vicine alla frontiera tecnologica. La innovazione crea anche delle diseguaglianze ma è anche fonte di mobilità sociale, ovviamente la tassazione può correggere certe distorsioni ma può essere anche da freno alle innovazioni. D'altra parte la creazione di  una grande concentrazione di attività con la formazione di industrie superstar crea ostacoli alla innovazione, prevenendo o bloccando la diffusione delle conoscenze. Affrontano poi il tema della convergenza verso la prosperità delle nazioni in via di sviluppo, quello che fa la differenza sono le politiche e le istituzioni che favoriscono l'aggancio tecnologico e la imitazione. Per quanto riguarda la produzione manifatturiera essa si è dimostrata fondamentale per la crescita economica grazie all'aumento della produttività e perchè stimola la crescita in altri settori correlati, quindi sembrebbe un fattore indispensabile per la crescita anche se la India sta dimostrando una crescita basata soprattutto sui servizi. Per quanto riguarda il ruolo tra innovazione tecnologica e sostenibilità ecologica, il ruolo dello Stato è indispensabile nel ridirezionare il cambiamento tecnologico verso innovazioni green, perchè la innovazione non è spontaneamente  favorevole all'ambiente. Per quanto riguarda le capacità innovative, seppur vero che sono parzialmente abilità intrinseche gli studi dimostrano la influenza dei genitori sia in termini di reddito e sia per scolarità. Inoltre, mentre la ricerca di base ha necessità di una certa libertà che forniscono le Università pubbliche, la ricerca applicata trova un clima più favorvole nelle industrie. La innovazione tecnologica ha un impatto ambivalente sulla occupazione, crea senza dubbio perdita di posti di lavoro, sopratutto nel breve, ma ne crea altri nel lungo periodo. Inoltre, la innovazione ha avuto effetti positivi sulla salute con l'aumento della aspettativa di vita ma crea anche instabilità e difficoltà economiche che creano aumenti di mortalità. Per queste sue caratteristiche si rende necessario accompagnare la distruzione creatrice con delle reti di sicurezza sociali come la flexsecurity della Danimarca. Per quanto riguarda il finanziamento della innovazione vi e' il problema del rischio dei ritorni sull'investimento che può inibire la ricerca di innovazioni, in questo gioca un ruolo importante il meccanismo del Venture Capital come pure dei corretti incentivi alla ricerca e sviluppo da parte dello Stato (ma anche il ruolo stesso dello Stato aggiungo io vedi Mazzuccato). Indubbiamente anche la globalizzazione ha un suo ruolo nella innovazione, in particolare soffrono dell concorrenza estera sopratutto le industrie lontane dalla frontiera teconologica, ma le politiche difensive tramite  dazi riducono innovazione e crescita della produttività mentre sono più utili incentivi alla ricerca e sviluppo e alla innovazione, come pure politiche industriali e investimenti pubblici nella conoscenza. Inoltre, anche la immigrazione si è dimostrata favorevole alla crescita, in particolare in USA, grazie a culture diverse e diversi background, nonchè la maggiore determinazione al successo che hanno spesso gli immigrati. Una politica troppo incentrata sul lassaiz faire tende a sotto investire in conoscenza e innovazione non tenendo conto delle esternalità positive. Per molto tempo è stata la rivalità militare a incentivare gli investimenti pubblici, ma adesso è la politica industriale che può stimolare la crescita guidata dalla innovazione, con la necessità di coordinare risorse e attori diversi. Di fatto gli autori ripropongono quello che abbiamo trovato in altri, e cioè che la innovazione si basa si sulle imprese e il mercato ma necessita dello Stato sia come investitore ma anche come assicuratore contro le recessioni e per rendere meno socialmente pericolosa la distruzione creatrice. Infine, gli autori espicitano il concetto del triangolo d'oro ovvero il bilanciamento tra Stato, Mercato e società civile che ricorda molto questo mio post.

In conclusione un libro molto interessante, con tantissimi riferimenti a studi e lavori per confermare le loro tesi, quindi un libro che vale assolutamente la pena leggere. Come si vede dalla sintesi però gli autori più volte avvertono che la innovazione tecnologica ha bisogno dello Stato sia per il suo sviluppo e sia per mitigarne gli effetti negativi. Ma la accelerazione e la forza del cambiamento della evoluzione tecnologica che abbiamo visto recentemente, e che sicuramente continuerà inesorabilmente con la Intelligenza Artificiale, sta diventano talmente pervasiva e potente che vedo sempre più difficile evitarne i rischi e  che lo Stato e le politiche atte a frenarne le conseguenze negative possano essere efficaci e tempestive.



domenica 22 settembre 2024

Il rapporto Draghi sulla futura competitività europea

 Il rapporto Draghi sulla competività europea consta di due parti, la prima è una sintesi (parte A)  di 65 pagine, la seconda contiene il dettaglio delle azioni da intraprendere di oltre 300 pagine. Io ho letto la sintesi e di seguito ne riporto i punti salienti e alcune considerazioni anche perchè se ne parla ma pochi lo hanno letto.

Il rapporto parte con una visione della situazione attuale dell'Europa. L' Unione Europea è un insieme di nazioni che rappresenta il 17% del PIL mondiale, quindi con risultati economici e standard di vita elevati ma soffre di una crescita economica lenta e inferiore a USA e Cina dovuta a una produttività debole. Anche la situazione geopolitica è molto cambiata rispetto al passato con una situazione diversa del commercio, della energia e della difesa. 

L'EU deve recuperare produttività: accelerando la innovazione, mantere bassi i costi energetici continuanando a decarbonizzare, ridurre la dipendenza nei fattori strategici in un contesto geopolitico meno stabile.

L' Europa soffre di una mancanza di coordinamento nelle politiche industriali. Il report quindi propone una nuova stategia industriale che chiuda il gap di innovazione accelerando la innovazione scientifica e tecnologica rimuovendo le barriere che prevengono la crescita delle industrie innovative.

Il primo blocco della strategia è la implementazione di un  Mercato Unico (Single Market), il secondo blocco sono le politiche industriali, per la competizione e il commercio, il terzo blocco è finanziare le principali aree di azione che richiede massicci investimenti, l'ultimo blocco è riformare la governance dell EU; infatti il metodo comunitario è nato quando la Unione era più piccola, oggi invece si richiede una efficiente politica coordinata per raggiungere obiettivi comuni. Importante, sottolinea il report, è non peggiorare il modello sociale europeo, la crescita della produttività e la inclusione sociale devono andare di pari passo. L'EU deve mantenere inoltre la coesione politica e imparare dagli errori fatti durante la iper-globalizzazione. Lo Stato deve essere visto dalla parte di cittadini e che aiuta questi a migliorarsi.

L'era del commercio aperto globale governato da istituzioni sembra passato e la EU dve adattarsi alla nuova realtà.

Il driver fondamentale che ha aumentato il gap di  produttività è la tecnologia digitale. L'Europa su alcuni settori digitali ha perso il treno ma può ancora salire sul carro delle nuove onde di innovazione digitale. In primo luogo occorre integrare verticalmente l'AI nella industria europea. Su questo bisogna porre attenzione ai rischi dell' AI sul modello sociale.

La struttura industriale dell'Europa è rimasta statica e gli investimenti sono rimasti concentrati su tecnologie mature. Il supporto del settore pubblico per la  Ricerca e Innovazione (RI) è in Europa insuffciente. Non ci sono abbastanza istituzioni accademiche che raggiungono livelli elevati di eccellenza e il passaggio dalla innovazione alla commercializzazione è debole.  La spesa di RI pubblica è insufficientemente focalizzata sulla innovazione dirompente, inoltre solo un decimo della spesa è a livello europeo. Abbiamo poi un mercato dei capitali piccolo  e un settore di Venture Capital (VC) poco sviluppato. Le barriere regolatorie limitano la crescita con complesse e costose procedure frammentate nei sistemi nazionali. La mancanza di un Single Market  impedisce alle imprese di aver dimensione sufficiente per adottare le tecnologie avanzate. Una delle ragioni del basso tasso di investimenti è la presenza in Europa di in mercato frammentato. Abbiamo quindi bisogno di un piccolo numero di priorità condivise e una parte incrementale di budget deve essere allocato sulle innovazioni distruttive. Inoltre, serve un migliore coordinamento della spesa pubblica in RI tra gli Stati membri. L'Europa deve rendere piu semplice per gli inventori diventare investitori e deve diventare attrattiva per gli inventori, dare alle start up la opportunità di adottare un nuovo vasto statuto legale europeo. Ancora c'è da  sviluppare un ecosistema finanziario all'interno dell'EU piuttosto che le industrie vengano finanziate dell'estero.

Per quanto rigurada la AI l'EU deve incrementare la capacità computazionale e rendere disponibile la sua rete di computers ad alte performance (federated AI model), promuovere il coordinaento tra le industrie e la condivisione di dati per accelerare la integrazione dell'AI nell'industria europea. Si rende necessario anche consolidare gli operatori TLC definendo un mercato delle TLC a livello europeo.

Abbiamo un problema di risorse e skill, vi è difficolta' nel trovare impiegati con skill adeguati e anche a livello manageriale, con un sottoutilizzo dei talenti esistenti. La offerta di laureati STEM è limitata come pure vi è un drenaggio di cervelli oltreoceano. Tutto ciò è dovuto a un declino nella formazione e nel training non adatti a formare una forza lavoro per il cambiamento tecnologico. Si deve quindi rafforzare i sistemi di intelligence usando maggiormente i dati per capire ed agire sugli skill esistenti, serve un sistema comune di certiificazione, l'EU deve diventare attrattiva per i talenti esterni. 

I costi dell'energia sono troppo alti e un ostacolo alla crescita. Serve un significativo incremento nella generazione e nella capacità di rete.  Le sorgenti di energia pulita a minori costi marginali sono rinnovabili e nucleare. Bisogna compiere scelte fondamentali nel perseguire la decarbonizzazione mantenendo la posizione competitiva delle industrie, catturando le opportunità industriali che pone  la transizione verde. L'europa manca di risorse naturali ma non ha usato bene il suo potenziale potere contrattuale collettivo. Le regole di mercato, nel settore energetico, non disaccoppiano completamente il prezzo di rinnovabili e nucleare dai prezzi, molto volatili, dei combustibili fossili. Vi è anche una serie di  processi incerti e lenti  per le nuove fonti energetiche che rappresentano un ostacolo alla installazione di nuove capacità. Sebbene la Europa sia leader  nelle tecnologie pulite presenta una debolezza nel suo ecosistema, il suo potenziale di innovazione non si traduce in una superiorità della manifattura, manca una strategia industriale.  Il supporto pubblico nello sviluppo delle batterie è un fattore chiave nel rafforzare la posizione europea.

Il trasporto pesa per un quarto sulle emissione di gas a effetto serra. Una mobilità sostenibile richiede un approccio integrato verso reti di energia, cambiamento  degli standard delle infrastrutture, maggior standardizzazione  della manifattura sulle TLC, fondamentalmente abbiamo una mancanza di coordinazione e di interoperabilità delle infrastrutture. 

Il settore automobilistico è un chiaro esempio di una mancanza di pianificazione europea, si è applicata una politica climatica senza una politica indistriale. Per abbssare i costi energetici servono delle partnership di lungo termine con partner affidabili commerciali, riducendo anche la volatilità assicurando una supervisione integrata dei mercati dell'energia e i suoi mercati derivati. Serve un focus collettivo sulle reti energetiche, riducendo anche i ritardi nei permessi.  Una unione energetica dovrebbe assicurare che le funzioni di mercato fondamentali per un mercato integrato siano a livello centralizzato. Inoltre, il sistema di scambio delle quote di emissione (ETS) dovrebbe essere usato per supportare la decarbonizzazione del settore dei trasporti. In particolare serve un piano d'azione industriale per il settore automobilistico, bisogna sviluppare una roadamap industriale per una convergenza orizzontale (es. elettrificazione) e verticale (es. batterie), serve una collaborazione di scala, di standardizzazione.

L'Europa ha dipendenze estere eccessive per quanto riguradi i materiali e le tecnologie avanzate. Anche la industria della difesa richiede massivi investimenti per recuperare il gap con altre potenze. Serve rafforzare la catena di fornitura dei semiconduttori. Serve dunque cooperazione a livello europeo. E' necessaria, quindi, uan politica estera per mettere al sicuro le risorse critiche, accelerando la apertura di miniere locali, accelerando i permessi, migliorando il riciclo. Lanciare una comune strategia per i semiconduttori, finanziando la ricerca in innovazione, incecentivi fiscali alla Ricerca e Sviluppo, coordinando gli sforzi con un budget centrale dedicato. Anche se nella difesa i prodotti EU sono tecnologicamente avanzati soffriamo per una minore domanda e dobbiamo focalizzare la spesa sulla innovazione, ridurre la frammentazione delle industrie anche tramite standardizzazione e interoperabilità. Anche lo spazio soffre di un gap di investimenti rispetto ai competitors, dobbiamo creare un mercato unco per lo spazio.

Si richiede per raggiungere gli obiettivi delineati un massiccio piano di investimenti di 750/800 milioni di euro annui. Le risorse devono venire dal settore privato ma necessitano anche di un supporto finanziario pubblico. Inoltre, i mercati dei capitali sono frammentati, siamo troppo dipendenti dal finanziamento bancario  che non è adatto per finanziare la innovazione.

Il budget del'EU è troppo piccolo e non è allocato sulle priorità strategiche. Non si puo rinunciare a un "safe asset" comune, che creerebbe un collaterale sicuro per molte attività che creerebbe anche un grande mercato liquido per investitori internazionali. Una struttura di budget piu forte garantirebbe anche una scala sufficiente per supportare progetti strategici, inoltre potrebbe supportare e creare maggior leva per gli investimenti privati. Strumenti di emissioni comuni sono utili  per finanziare progetti di investimento di lungo termine focalizzati sulla innovazione e l'aumento della produttività.

Infine c'è il tema della governance europea che richiede grossi cambiamenti, anche perchè i veti incrociati riducono e ritardano le azioni. E' necessario sostituire alcuni strumenti di coordinamento che si sovrappongono, deve emergere un nuova stuttura di coordinamento. La Commissione Europea deve avere un mandato per azioni orizzontali ed avere competenze esclusive.

Le risorse dell'EU devono focalizzarsi nel finanziare i beni pubblici che sono critici. Il voto a maggioranza qualificata dovrebbe essere esteso a molte aree applicando anche un approccio differenziato alla integrazione. Bisogna semplificare le regole, la quantita' di regole rimane troppo grande e crescono nuove regolazioni. Manca un approccio quantitativo per analizzare i costi e benefici delle nuove leggi. Le regole inoltre pongono un peso eccessivo sulle piccole e medie industrie. Servirebbe,  infine, un commissario alla semplificazione, per ridurre le sovrapposizioni e inconsistenze nella legislazione.

Come si vede gia dalla sintesi si tratta di un report complesso che affronta molti temi e illustra tutta una serie di azioni che poi vengono maggiormente evidenziate nella seconda parte. Per quanto riguarda il focus sulla innovazione tecnologica non mi sorprende, e neanche chi legge questo blog, la innovazione tecnologica da Schumpeter in poi (vedi qui) è sempre stato indicato come un fattore di crescita essenziale, vedi anche Solow. Certo anche quello che dice Draghi sulla necessità di una maggiore integrazione, di un maggior coordinamento e, soprattutto, grazie anche a una serie di politiche  industriali comuni non è nuovo, vedi ad esempio nel blog le recensioni dei libri di Rodrik. In ogni caso è un inversione a quasi 180° gradi rispetto alle politiche adesso adotatte dall EU, dove spesso si è difesa la concorrenza anche a scapito di integrazioni industriali. C'è poi il tema del budget comune e del suo finanziamento tramite emissioni di titoli di debito che costituirebbero un safe asset, anche su questo ne abbiamo parlato spesso, avere una moneta comune e non sfruttarla è un idiozia che molti economisti hanno denunciato da sempre. Infine, c'è il tema della governance europea, anche su questo in questo blog abbiamo evidenziato che questo stato di cose nella UE non può funzionare, la integrazione differenziata è necessaria, ovvero che la UE deve partire da un nucleo piu ridotto e coeso di paesi se si vuole attuare un piano per la ripresa della crescita.  Infine,  è solo accennato nel report il fatto di mantenere il modello sociale europeo pur spingendo verso la crescita. Questo approccio rischia di rendere il rapporto molto tecnocratico, indubbiamente con evidenza di criticità, ma il problema in Europa è anche la tenuta democratica. Troppi cittadini si sentono traditi da un progetto europeo che, in molti casi, non ha portato a dei miglioramenti per grossi segmenti della popolazione, questo risentimento, a volte esagerato perchè  spinto dai movimenti politici estremi e populisti che ne traggono  vantaggio, esiste e bisogna tenerne conto se si vuole rifondare la UE. Deve essere ristabilita la fiducia nei cittadini nelle istituzioni europee se si vuole attuare un piano che abbia successo,  questo significa che bisogna aumentare la democraticità dei processi decisionali in Europa, cioè avere un vero ed effettivo parlamento europeo espressione della volontà popolare. 

Questo report è comunque un buon lavoro che va rispettato, si può criticare in parte ma è un buon punto di partenza per una discussione su quale futuro vogliamo per l'UE. Detto ciò le condizioni politiche e istituzionali perchè venga veramente preso in considerazione non ci sono. Le sue indicazioni sono spesso in contrasto con quanto finora adottato dall'UE, basti pensare solo al patto di stabilità o alle forti contarietà della Germania a qualsiasi proposta di debito comune. Inoltre, proprio Germania e Francia, i principali attori europei, sono profondamente in crisi politica per la crescita delle destre alle elezioni. Anche il nostro governo in alcune sue componenti penso non sia proprio favorevole alle indicazioni di Draghi che comunque prevedono una diminuzione delle sovranità nazionali. 

Quindi Draghi si è tolto molti sassolini dalle scarpe in questo report, e dovremmo tenerne conto e farne tesoro per molti aspetti, purtroppo rimarrà un bel esercizio di razionalità che non troverà applicazione, questo sarà forse il de profundis della UE.

sabato 23 dicembre 2023

Robert Solow e i modelli di sviluppo

In occasione della scomparsa di Robert Solow, uno dei più grandi economisti del '900, pubblico la parte del mio libro, Le idee dell'economia, che riguarda i modelli di crescita e sviluppo tra cui appunto quello di Solow.

Nella economia classica era comune cercare di analizzare i motivi di evoluzione del sistema economico, in particolare possiamo citare Smith e Marx su cui ci siamo soffermati. Questo tipo di analisi, per cosi dire “sistemica”, diviene meno frequente nel periodo neo-classico e viene ripresa sia da Keynes e sia da Schumpeter, con le differenze che abbiamo mostrato. 

A partire dal modello keynesiano, tenendo conto anche degli spunti di Schumpeter inerenti le innovazioni tecnologiche, una varietà di autori sviluppa una serie di teorie o modelli per individuare i parametri o le relazioni, tra le variabili macroeconomiche, che sono le determinanti della crescita o sviluppo di un sistema economico.
Dobbiamo precisare che fino ad adesso abbiamo parlato di crescita e sviluppo come sinonimi, in realtà nella letteratura economica questi due termini tendono ad assumere valenze diverse. Quando si parla di crescita si intende, in genere, soffermarsi sugli aspetti quantitativi, come ad esempio l’aumento del prodotto in generale o pro-capite. Nel termine di sviluppo si comprendono, generalmente, anche aspetti più qualitativi, come ad esempio i fenomeni sociali che si accompagnano alla crescita del prodotto: l’aumento del livello di istruzione e del tasso di alfabetizzazione.
Il primo modello in ordine temporale è quello di Harrod, sviluppato nel 1939, che quindi risente della influenza keynesiana. Tale modello, che come sempre è un modello semplificato, si basa su alcune ipotesi limitative, in particolare assume che non ci sia possibilità di sostituire lavoro a capitale e viceversa. Il modello nelle sue conclusioni arriva a dimostrare che la crescita di una data economia, e più precisamente il tasso di crescita (∆Y/Y) del prodotto Y (o reddito) di una determinata economia, è direttamente proporzionale al risparmio (specificamente alla propensione marginale al risparmio) e a quella che è definita la produttività (marginale) del capitale. Quindi, in estrema sintesi, quello che si evince dal modello è che per favorire la crescita è necessario incentivare il risparmio e gli investimenti e, inoltre, favorire anche la innovazione tecnologica, poiché questa aumenta la produttività del capitale.
Il modello fu ripreso da Domar avendo delle basi diverse e concentrandosi sul lungo periodo piuttosto che sul breve, tale modello arriva a conclusioni pressoché identiche anche se formalmente più rigorose.
Un problema di questo modello, intendendolo come unico (modello Harrod-Domar), è che non è stabile, pertanto non esiste nessun meccanismo auto-equilibratore tale da assicurare che il tasso di crescita dell’economia sia esattamente pari a quello che consente al sistema economico uno sviluppo in equilibrio e con il pieno impiego, se ciò avviene è per puro caso. Inoltre, una delle critiche che è stata mossa al modello è che le condizioni indicate per la crescita, aumento dei risparmi e degli investimenti, sono condizioni necessarie ma non sufficienti a consentire di generare un effettivo aumento della crescita di un economia.
Una ulteriore evoluzione dei modelli di crescita è rappresentata dal modello di Solow-Swan, appartenente al filone della sintesi neo-classica, data la complessità matematica daremo solo una sintesi delle sue conclusioni e anche in questo caso il modello si basa su alcune ipotesi (*). Nel modello di Solow-Swan viene confermata la importanza del tasso di risparmio nella determinazione del tasso di crescita. Le conclusioni del modello sono, escludendo la innovazione tecnologica, che nel lungo periodo i sistemi economici raggiungono, con tassi di crescita decrescenti nel tempo, una situazione stazionaria; inoltre che tassi di risparmio più alti determinano, nello stato finale, un benessere maggiore in termini di reddito pro capite, ma che tale livello di reddito viene influenzato negativamente, cioè risulta più basso, con la crescita della popolazione. La dinamica della crescita dipende fondamentalmente dalla quantità di capitale iniziale e la crescita del tenore di vita (reddito pro-capite) è legata alla accumulazione di capitale. Nel lungo periodo il rapporto capitale/lavoro cesserà di aumentare: l’economia entrerà in una condizione di stato stazionario in cui l’aumento dell’intensità del capitale si blocca e così anche la crescita.
In particolare le conclusioni dl modello stabiliscono che il tasso di risparmio non ha alcun effetto sulla crescita della produzione nel lungo periodo, può determinare infatti una crescita solo in un certo periodo di tempo, determina invece il livello di produzione/reddito finale di lungo periodo (quello dello stato stazionario). Il modello predice, quindi, che, in assenza di sviluppo della tecnologia, la produzione pro-capite di un paese tende a convergere ad un valore di equilibrio (o stato stazionario) e che tale valore è tanto più alto quanto maggiore è il tasso di risparmio, viceversa la produzione pro-capite finale risulta minore all’aumentare del tasso di crescita della popolazione. Il vantaggio di questo modello è che, contrariamente a quello di Harrod-Domar, vengono eliminati i problemi di instabilità.
Come accennato il modello è stato ampliato per tener conto della evoluzione tecnologica. In questo modello modificato non si raggiunge uno stato stazionario ma il livello di crescita è determinato solo dal ritmo di miglioramenti tecnologici; inoltre in tale modello l’evoluzione tecnologica viene considerata esogena, cioè esterna al sistema. Nel modello di Solow, che contiene l’evoluzione tecnologica, la crescita del reddito di lungo periodo è pertanto guidata dal progresso tecnologico, infatti questo causa un aumento della produttività marginale, cioè lo stesso ammontare di lavoro e di capitale produce una maggiore quantità di prodotto; questo fattore tecnologico che incrementa la crescita, non riconducibile al capitale o al lavoro, è definito come residuo di Solow. Da studi empirci successivi dello stesso Solow, su un periodo che va dal 1909 al 1949 sugli Stati Uniti, il contributo alla crescita economica dovuto alla innovazione tecnologica risulterebbe preponderante, quasi il 90%.
Dato che in tale modello il progresso tecnologico è esterno (esogeno) al modello stesso, un filone di studi successivi si è indirizzato nel cercare un modello che comprendesse al suo interno anche il progresso tecnologico. I successivi studi pertanto cercano di indagare come questo progresso tecnologico dipenda dalle decisioni degli agenti economici, ad esempio come vengono generati gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Uno di questi modelli è quello di Romer, il cui obiettivo è di modellizzare il funzionamento del progresso tecnologico e, quindi, farlo diventare interno (endogeno) al modello stesso. Il progresso tecnologico viene ad essere schematizzato suddividendolo in:
• miglioramenti diretti di conoscenza tecnica dovuti agli investimenti di ricerca e sviluppo;
• trasferimenti di conoscenza tecnologica dall’impresa innovatrice verso gli altri;
di cui il secondo è il tipico esempio di esternalità positiva.
L’ipotesi da cui parte Romer è che il sistema economico abbia un dato ammontare di “capitale umano”, ovvero un insieme di conoscenze, competenze e abilità delle persone, che può essere utilizzato sia nella produzione sia nella ricerca. La ricerca infatti ha come scopo principale di introdurre nuovi processi produttivi che aumentano la produttività (che nel caso del lavoro abbiamo definito come output/lavoratore). 

Le conclusioni del modello di Romer sono che il progresso tecnologico cresce in funzione dello stock di conoscenza tecnica accumulato; progresso che, a sua volta, dipende dalla quota del capitale umano che viene dedicato alla ricerca, decisione che spettando agli agenti economici è quindi interna (endogena) al sistema. Si pone di conseguenza il problema di quale sia la quota di capitale umano da dedicare alla ricerca e come ottimizzarla. Questo genera anche un ulteriore problema, cioè di come incentivare gli “innovatori” a investire in ricerca ed innovare, visti gli effetti di esternalità positivi; pertanto in questo caso la concorrenza perfetta va in qualche modo in contrasto con la necessità di garantire questi incentivi ai privati. Inoltre, anche nel caso in cui l’innovatore sia lo Stato, come evidenzia Mazzuccato nel suo libro Lo Stato innovatore, dovrebbe esistere un meccanismo per garantire che una parte di queste esternalità generate vada ad alimentare ulteriori spese di ricerca da parte dello Stato.

(*) Le ipotesi del modello di Solow-Swan sono: di essere in un regime di concorrenza perfetta; il rapporto tra capitale e reddito (K/Y) dipende dal rapporto tra i prezzi dei fattori, mente in Harrod è costante; il progresso tecnico è esogeno e, inoltre, assume che i rendimenti di scala siano costanti ma la produttività (marginale) dei fattori sia decrescente.

mercoledì 22 marzo 2023

Aldo Schiavone - Progresso

Ho appena finito di leggere il saggio breve dello storico italiano Aldo Schiavone sul progresso. Lo storico fa alcune riflessioni sul significato del progresso e, in particolare, si sofferma sul fatto che la fiducia nel progresso degli Illuministi e dei Positivisti si sia via via affievolito nel corso del XX secolo, anche in seguito alle due guerre mondiali e agli orrori del Nazismo.

Queste pagine mi spingono a riprendere alcune riflessioni già fatte in alcuni post di questo blog. In primo luogo la teoria economica distingue tra la crescita, ovvero l'aumento del PIL e il vero progresso che si intende una crescita complessiva della società in termini non solo di benessere materiale ma anche di vari altri aspetti culturali, sociali, di libertà individuali, ecc.

Ci sono società, ad esempio la Cina che hanno avuto, per fortuna, un enorme crescita economica che ha spinto fuori dalla povertà e miseria milioni di persone, questo è ovviamente un bene ma il progresso della società cinese in termini di libertà democratiche mi sembra molto ridotto rispetto alla crescita economica. La cosidetta "fine della storia", preconizzata da Fukuyama, con la vittoria della democrazia ovunque non si è avverata e anche le democrazie più consolidate sono in crisi.

La tecnica e la tecnologia sono il motore del progresso come hanno affermato  Solow e Schumpeter, e tanti miglioramenti nella vita di milioni di persone sono dovute anche ad esse, vedi solo ad esempio il miglioramento nella diagnostica medica con tutti i nuovi mezzi, che permettono di anticipare la scoperta di malattie, fino a qualche decennio fa impensabili o, ad esempio, la chirurgia robotica e altro ancora. Stiamo molto meglio ora di solo qualche decennio fa, basti pensare solo agli antibiotici o come abbiamo reagito alla pandemia, pur con tanti errori. Negare questo e aspirare ai bei tempi andati non è giusto e neanche razionale. 

Certo non va tutto per il meglio, come affermava Roegen abbiamo tutti i mezzi per poter far vivere la maggioranza e probabilmente la totalità della umanità in condizioni dignitose e senza miseria, ma questo non accade. I paesi ricchi rimangono ricchi e molti paesi, specie in Africa, e non solo, sono nella povertà. Inoltre, il miglioramento delle condizioni nelle società occidentali, che abbiamo visto nel dopoguerra, è rallentato e probabilmente ha anche invertito la rotta con diseguaglianze crescenti e inaccettabili.

Il problema è che insieme ad una crescita della tecnologia ci deve essere una crescita anche della società, e questo è compito della politica e della democrazia, ma il meccanismo si è inceppato. Ci sono varie ragioni, uno è la globalizzazione che ha ridotto i margini di manovra dei governi nazionali. Un altro motivo è la perdita di presa popolare dei movimenti socialisti e progressiti che si sono allineati troppo pedissequamente alle teorie pro mercato e pro globalizzazione, nonostante gli avvertimenti di alcuni economisti (Stiglitz, Rodrik), portando alla disaffezione dei cittadini che non votano più o votano i partiti populisti che, almeno a parole, si rivolgono a loro.

Come ho più volte affermato manca una classe dirigente in grado di interpretare il cambiamento e dirigerlo verso il miglioramento complessivo della società. Servono uomini nuovi, fuori dagli schemi obsoleti delle ideologie ottocentesche e dalle teorie sbagliate del '900 (liberismo), che riprendano teorie troppo presto abbandonate (Keynes) o male interpretate; non mancano idee, economisti  e teorie, anche più recenti, che possono essere utili per interpetrare la complessità e indirizzare la politica (vedi il mio libro).

La tecnica e la tecnologia ci possono dare molti mezzi ma quello che serve è una politica che, oltre ad essere etica, abbia una visione del futuro, anche perchè il cambiamento climatico potrebbe peggiorare la situazione e cambiare, in peggio, per tutti, gli attuali equilibri. 

Le idee e le persone ci sono ma sono tenute fuori dalla politica, che è spesso appannaggio di personaggi egocentrici e senza preparazione (Trump è un plastico esempio), spero nei giovani che vedo troppo distanti dalla politica quando il nostro futuro è sempre possibile modificarlo e renderlo consono alle esigenze dei cittadini, per questo serve consapevolezza e partecipazione popolare.

domenica 5 aprile 2020

Daron Acemoglu, James A. Robinson - Perché le nazioni falliscono


I due autori del libro - Perché le nazioni falliscono - edito dal Saggiatore, sono Daron Acemoglu, professore di economia al MIT, e James A. Robinson, scienziato politico e professore ad Harvard.
Il libro è essenzialmente storico e volto a dimostrare la tesi degli autori, cioè che sono le istituzioni che fanno la differenza e che permettono a una nazione di evolvere e crescere stabilmente. Le istituzioni politiche che funzionano sono quelle “inclusive”, cioè quelle in qualche modo più democratiche, di fatto si crea un circolo virtuoso per cui istituzioni politiche più inclusive generano istituzioni economiche più inclusive che a loro volta favoriscono lo sviluppo di istituzioni politiche più inclusive. Al contrario, le istituzioni estrattive, ovvero in cui solo una piccola élite ha il potere e si arricchisce, determinano società più povere e più instabili.
Nella prima parte del libro criticano altre teorie sul tema. La teoria geografica, ad esempio quella di Jared Diamond per cui contano in particolare la presenza di specie animali e vegetali adatte, per gli autori può spiegare le differenze solo in una fase pre-moderna. Criticano anche la teoria culturale che può spiegare solo alcune difficoltà e differenze, in particolare gli autori considerano errata la teoria religiosa di Weber sulla importanza del protestantesimo sullo sviluppo capitalistico. Analogamente la teoria dell'ignoranza dei governanti è poco credibile e accettabile.
Quindi il libro, per larga parte, è una analisi della storia di molte nazioni, ad esempio lo sviluppo della Gran Bretagna con la Gloriosa Rivoluzione e le differenti traiettorie delle esperienze coloniali tra il nord America e i sud America. Le testimonianze storiche spaziano dalla antica Roma sino alla evoluzione della Cina dagli antichi imperi sino ad adesso, tutti questi esempi storici dimostrano la tesi secondo gli autori. Sono le istituzioni politiche inclusive, con lo Stato che garantisce i diritti di proprietà e dei contratti, che favoriscono la nascita di istituzioni economiche più inclusive, queste a loro volta aprono la strada a due fondamentali fattori: lo sviluppo tecnologico e la istruzione.
Le istituzioni economiche inclusive sfruttano pertanto il potenziale dei mercati (inclusivi) stimolando la innovazione tecnologica che spinge a investire sulle persone e a mettere a frutto il talento e la abilità di un gran numero di individui che sono decisivi per la crescita economica. Si crea quindi una sinergia tra istituzioni politiche ed economiche. Al contrario società caratterizzate da politiche estrattive rifuggiranno da istituzioni economiche inclusive evitando di far avviare processi di distruzione creatrice.
Ma come nascono le traiettorie diverse dei paesi? Nascono da piccole differenze che dividono le nazioni e che entrano in gioco quando si presenta una congiuntura critica, ad esempio nel caso inglese lo sviluppo delle rotte atlantiche ha sviluppato in Inghilterra una élite di mercanti ricchi, numerosi e desiderosi di maggior potere politico e indipendenza dalla corona. 
Quindi i grandi cambiamenti sono l'esito della interazione tra istituzioni esistenti e congiunture critiche che modificano gli equilibri. Non esiste quindi un determinismo storico, le nazioni ricche sono riuscite grazie a un processo di circoli virtuosi che hanno generato una dinamica di feedback positivi incrementando la inclusività delle istituzioni, ma il processo non è cosi facile da avverarsi come vediamo.
In sintesi un libro interessante e ricco di testimonianze storiche, anche se nel complesso un poco ridondante. La teoria è sicuramente avvincente e su cui in buona parte concordo, ancorché un poco troppo semplicistica, non è comunque particolarmente innovativa per chi legge questo blog. La importanza delle istituzioni la ritroviamo negli scritti di Popper, che abbiamo spesso citato,  e la importanza della tecnologia e la stessa definizione di distruzione creatrice risentono chiaramente della influenza Schumpeteriana

lunedì 1 settembre 2014

Luca Ricolfi - L'enigma della crescita

Il libro che recensiamo oggi è L'enigma della crescita, Mondadori, 2014.
Il tema su cui si cimenta questa volta il sociologo Luca Ricolfi, che insegna Analisi dei dati  alla Università di Torino ed è autore di molti libri di divulgazione su temi economici e sociali, è la crescita. 
In una prima parte, l’autore, elenca ed analizza  gli studi economici sul tema, per poi proseguire con gli studi da parte degli statistici/demografi sulla evoluzione delle popolazioni, sia animali sia di altri organismi, ad es. le piante. Dall’analisi comparata di questi studi e dai dati da lui elaborati, l’autore cerca di individuare sia gli elementi che caratterizzano lo sviluppo economico e sia la forma che questo sviluppo prende. Il suo studio è comunque dedicato ai paesi più sviluppati e al periodo che va dal 1995 al 2007, essendo l’ultimo periodo caratterizzato dalla profonda crisi che tutti viviamo ancora oggi. 
Dall’analisi dei dati,  per Ricolfi, i fattori che determinano in un paese, in positivo o in negativo, la crescita, risultano essere: il capitale umano, ovvero il livello qualitativo/formativo delle risorse umane), il sistema istituzionale (principalmente economico), la tassazione sulle imprese e il lavoro, gli investimenti esteri, e il livello del reddito. Mentre i primi, cosiddetti fondamentali, contribuiscono positivamente alla crescita, con pesi diversi e in funzione ovviamente del loro valore, l’ultimo, il reddito o benessere, influisce in maniera considerevole in modo negativo, cioè tanto più è alto tanto meno un paese può avere tassi di crescita elevati. 
In definitiva Ricolfi conferma le conclusioni del modello neoclassico di Solow, e cioè che i paesi tendono con il tempo e con l’aumento del reddito pro-capite a diminuire la crescita. Tale andamento può essere più o meno veloce a seconda dei fondamentali  e, inoltre, sempre in funzione di questi ultimi varia il reddito finale, ovvero quello al di sopra del quale non dovrebbe esserci più crescita. Quindi un paese può, migliorando i suoi fondamentali, rallentare la corsa verso la diminuzione  della crescita, ma i dati sembrano confermare che, al di là della crisi recente,  tutti i paesi i sviluppati si erano comunque incamminati verso una fase di declino dello sviluppo.
Alcune considerazioni: il libro è comunque interessante e anche se, pur essendo divulgativo, richiede una dose di attenzione per districarsi nei vari passaggi, anche matematici, che necessitano comunque un certo impegno.   Ovviamente non sono in grado di fare critiche alla sua analisi dal punto di vista quantitativo, anche se, come tutti i modelli è comunque una semplificazione di una realtà economica che, per forza di cose, è molto più complessa.  Su molte indicazioni concordo e anche, credo, buona parte degli economisti; ritengo che,  sottovaluti, in qualche passaggio, il ruolo della crisi ed inoltre, quello che altri studi mettono in evidenza, cioè l’importanza del fattore tecnologico come strumento di sviluppo.