martedì 15 settembre 2026

Daron Acemoglu- What Happened to Liberal Democracy- Remaking a Politics of Shared Prosperity

 Di Daron Acemoglu, premio Nobel per le scienze economiche nel 2024, abbiamo già recensito alcuni libri (qui, qui e qui), quello che recensiamo oggi è uscito da poco riguarda il liberalismo, le sue conquiste, ma anche le sue crescenti difficoltà.

Per prima cosa, l'autore specifica che per liberalismo intende sia un movimento politico, sia un insieme di istituzioni democratiche sia, infine,  una filosofia politica. Il libro quindi riflette su come il liberalismo, in particolare la democrazia liberale, sia in crisi e non riesca più a garantire quella diffusa prosperità che era una delle sue promesse fondamentali. Il libro inizia con la specificazione della concezione di liberalismo dell'autore. Questa si basa su alcune premesse necessarie. La fallibilità cioè che qualsiasi conoscenza potrebbe essere sbagliata. La seconda la diffusione della conoscenza, che richiede una comunità. La terza premessa è il miglioramento, cioè che le idee giuste alla fine predominino su quelle sbagliate, in particolare il liberalismo richiede una via di mezzo tra  scetticismo e estrema fiducia nell'autorità. Infine, vi è  la desiderabilità della conoscenza collettiva, che è quella che permette alle società di raggiungere i migliori risultati e le migliori norme e istituzioni. Stabilite queste premesse, che definiscono il campo del liberalismo, passa a definire i pilastri del liberalismo. Il primo è la vitalità della sperimentazione, cioè mettere in atto nuove idee e pratiche. Il secondo, più complicato da definire, è la nondominazione e il self-government. La nondominazione è una estensione del concetto non interferenza perchè implica indipendenza personale e politica, mentre il self-government è, piu semplicement, la partecipazione dal basso. Il terzo pilastro è la crescita economica ma accompagnata da istituzioni che garantiscano una prosperità diffusa. Infine, l'ultimo pilastro lo definisce comunitarismo soft: le comunità svologono un ruolo fondamentale e il self-government deve partire a livello locale, ma, d'altra parte, le comunità possono creare limiti all'individuo; per questo serve un trade-off tra comunitarismo e i limiti che questo può imporre.

In conclusione, quello che Acemoglu propone è un working-class liberalism, il quale è favorevole alla sperimentazione, difende la libertà di espressione e associazione, è sospettoso dell'eccessivo potere,  è contro le discriminazioni e favorevole alla redistribuzione e alla crescita economica.

Nel seguito pone una critica al concetto di contratto sociale, in particolare alla versione di Rousseau in cui la libertà e il bene comune richiedono una assoggettamento alla volontà generale. Per l'autore, in primo luogo, si pone il problema di chi stabilisce qual'è la volontà generale e, poi, del fatto  che tali teorie sono contrarie al self-government.

Acemoglu propone quindi un social compact che faccia leva sul self-government e sul consenso di una significativa frazione della comunità. Segue poi una elencazione e spiegazione dei successi della democrazia liberale: libertà individuali, self-government, servizi pubblici, libera scienza, la produzione di massa e un processo di liberazione dall'assoggettamento. Ma la diffusione della prosperità è dovuta in particolare alla manifattura, che ha permesso la diffusione del lavoro anche a una classe di persone con minore scolarità permettendo loro di avere dei buoni stipendi (industrial compact), ma tutto ciò ha iniziato a venire meno con la globalizzazione e l'automazione.

Si è quindi sviluppata la politica postindustriale, in questa fase la classe di quelli ha più alta scolarità è emersa come una élite potente ed autonoma, anche politicamente, ma anche poco interessata alle sorti delle classi inferiori. E' stato lo sviluppo delle tecnologie digitali ha richiedere sempre più una classe lavoratrice professionalizzata; inoltre uno spostamento del lavoro ai servizi ha ridotto lo status sociale dei meno scolarizzati, creando una netta divisione di status e di guadagni tra tipologie di lavoro. La perdita di potere e di partecipazione politica della classe lavoratrice a bassa scolarità ha eroso anche il senso di  comunità e la solidarietà, portando anche ad una minore partecipazione elettorale. Inoltre, le élite laureate hanno sempre di più collegato il loro successo al merito, rendendole più chiuse e meno interessate alle sorti di chi non riesce ad emergere (vedi qui).

Un capitolo è dedicato al social engineering, cioè il tentativo di imporre valori e pratiche al popolo tramite anche l'indottrinamento. Nella storia i casi di social engineering sono numerosi e frequenti a tutte le latitudini. Il social engineering post industriale, favorito dalla crescente partecipazione delle élite più istruite nella pubblica amministrazione, è consistito nel enfatizzare e cercare di imporre certi valori: primato della scienza, libertà di base, valori cosmopoliti piuttosto che locali.  Ma come spesso accade questo tipo di imposizioni, anche se su valori condivisibili, genera ribellioni in un contesto di crescente complessità (immigrazioni) e difficoltà economiche che sono alimentatate e sfruttate dalle forze politiche populiste e antisistema.

Segue una disamina dei problemi generati dai social media e dai suoi algoritmi, che per l'autore hanno complicato l'esercizio della  libertà di parola. I social media stanno eliminando le comunità reali ed esacerbano le divisioni piuttosto che la unità, grazie all'incentivo di creare algoritmi che favoriscono l'emergere di affermazioni controverse. Inoltre, lo sviluppo crescente del IA, può da una parte danneggiare il processo umano di social learning, ed dall'altra  creare la possibilità di un'ulteriore eliminazione di attività svolte ora da umani. Per questo l'autore propone uno sviluppo del IA che sia favorevole al lavoro, cioè  che espanda le capacità e la produttività dei lavoratori piuttosto che eliminarli. Per quanto anzidetto la regolazione dei social media e del IA è una delle necessità più importanti.

Nella parte finale del libro, Acemoglu traccia le caratteristiche del working-class liberalism. In primo luogo bisogna ridare importanza al valore delle comunità, che è alla base del self-government e della diffusione delle informazioni. Come secondo aspetto, vi è il ritorno alle idee fondanti il liberalismo: libertà di espressione, di scelta, di religione e associazione, uguaglianza di fronte alla legge, opposizione al potere assoluto, impegno contro le diseguaglianze. Serve poi la creazione di una comune narrazione che esalti gli aspetti comuni tra le diverse comunità. E' importante e necessaria una agenda per rigenerare la prosperità diffusa, riconciliando la crescita con buoni lavori per tutte le competenze e  reindirizzando anche la evoluzione tecnologica. Servono infine migliori servizi pubblici, infrastrutture, sanità e e istruzione per creare una rete di sicurezza sociale così necessaria per le classi lavoratrici.

Inoltre, come già osservato, serve un controllo dei social media affinchè non limitino la libertà di espressione; è necessario, inoltre, limitare la quantità di denaro che le imprese forniscono alla politica e infine concentrarsi sulla transizione energetica e l'adattamento climatico che possono anche creare nuove opportunità di lavoro.

Come si evince dalla recensione è un libro ricco di spunti interessanti che affronta molti temi e fornisce alcune indicazioni per dare di nuovo slancio alla democrazia liberale. Un libro, quindi, di assoluto valore che merita senza dubbio una lettura attenta e approfondita.

Detto ciò le mie considerazioni sono che molte delle questioni e idee descritte nel libro le abbiamo viste nei libri già recensiti. Il problema della crisi della democrazia lo abbiamo trovato, ad esempio, qui e anche qui e sulla fine della prosperità diffusa qui. L'analisi sulla creazione di una divisione di classe  tra élite e classi lavoratrici le abbiamo trovate qui e qui.

Sulle soluzioni indicate sono sostanzialmente d'accordo e anche su questo troviamo indicazioni nelle precedenti recensioni, come, ad esempio, sul controllo dei  social media (vedi qui) o sul controllo della evoluzione tecnologica (ad es. qui) Nel complesso, le indicazioni per il ritorno a un vera democrazia liberale, per quanto condivisibili, sono tendenzialmente teoriche e andavano specificate meglio. In particolare, mi pare singolare che Acemoglu, che ha scritto libri sulla importanza delle istituzioni, non citi proprio il cambiamento istituzionale come indicato da molti altri con meccanismi di partecipazione effettivi dal basso, come delle camere di rappresentanti eletti a sorte (vedi ad esempio, qui) e il rafforzamento dei corpi intermedi (ad es. sindacati).

E' assolutamente non discutibile la sua enfasi sulla inportanza della libertà di espressione, anche se, in una fase in cui stanno crescendo molte formazioni fortemente antidemocratiche, io sarei più cauto ricordando la frase di Popper: "non si può essere tolleranti con gli intolleranti". Sono molto d'accordo sulla indicazione che bisogna favorire una narrazione sugli elementi in comune di tutte le comunità. Faccio osservare che, su questo tema, esistono già, nella generalità delle Costituzioni, i valori fondanti di una nazione, che sono spesso dimenticati, mentre dovrebbero essere maggiormente diffusi e assimilati dai cittadini, in particolare da quelli imigrati, e non solo. E' indispensabile, infatti, una base comune di valori  su cui tutti si devono riconoscere ed è assolutamente necessaria per ricostruire la unità di intenti di una comunità, troppo spesso minacciata da rigurgiti antidemocartici e razzisti.


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