Visualizzazione post con etichetta Acemoglu. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Acemoglu. Mostra tutti i post

martedì 15 settembre 2026

Daron Acemoglu- What Happened to Liberal Democracy- Remaking a Politics of Shared Prosperity

 Di Daron Acemoglu, premio Nobel per le scienze economiche nel 2024, abbiamo già recensito alcuni libri (qui, qui e qui), quello che recensiamo oggi è uscito da poco riguarda il liberalismo, le sue conquiste, ma anche le sue crescenti difficoltà.

Per prima cosa, l'autore specifica che per liberalismo intende sia un movimento politico, sia un insieme di istituzioni democratiche sia, infine,  una filosofia politica. Il libro quindi riflette su come il liberalismo, in particolare la democrazia liberale, sia in crisi e non riesca più a garantire quella diffusa prosperità che era una delle sue promesse fondamentali. Il libro inizia con la specificazione della concezione di liberalismo dell'autore. Questa si basa su alcune premesse necessarie. La fallibilità cioè che qualsiasi conoscenza potrebbe essere sbagliata. La seconda la diffusione della conoscenza, che richiede una comunità. La terza premessa è il miglioramento, cioè che le idee giuste alla fine predominino su quelle sbagliate, in particolare il liberalismo richiede una via di mezzo tra  scetticismo e estrema fiducia nell'autorità. Infine, vi è  la desiderabilità della conoscenza collettiva, che è quella che permette alle società di raggiungere i migliori risultati e le migliori norme e istituzioni. Stabilite queste premesse, che definiscono il campo del liberalismo, passa a definire i pilastri del liberalismo. Il primo è la vitalità della sperimentazione, cioè mettere in atto nuove idee e pratiche. Il secondo, più complicato da definire, è la nondominazione e il self-govermment (autogoverno). La nondominazione è una estensione del concetto non interferenza perchè implica indipendenza personale e politica, mentre il self-government è, piu semplicemente, la partecipazione dal basso. Il terzo pilastro è la crescita economica ma accompagnata da istituzioni che garantiscano una prosperità diffusa. Infine, l'ultimo pilastro lo definisce comunitarismo soft: le comunità svologono un ruolo fondamentale e il self-government deve partire a livello locale, ma, d'altra parte, le comunità possono creare limiti all'individuo; per questo serve un trade-off tra comunitarismo e i limiti che questo può imporre.

In conclusione, quello che Acemoglu propone è un working-class liberalism, il quale è favorevole alla sperimentazione, difende la libertà di espressione e associazione, è sospettoso dell'eccessivo potere,  è contro le discriminazioni, favorevole alla redistribuzione e alla crescita economica.

Nel seguito pone una critica al concetto di contratto sociale, in particolare alla versione di Rousseau in cui la libertà e il bene comune richiedono una assoggettamento alla volontà generale. Per l'autore, in primo luogo, si pone il problema di chi stabilisce qual'è la volontà generale e, poi, del fatto  che tali teorie sono contrarie al self-government.

Acemoglu propone quindi un social compact che faccia leva sul self-government e sul consenso di una significativa frazione della comunità. Segue poi una elencazione e spiegazione dei successi della democrazia liberale: libertà individuali, self-government, servizi pubblici, libera scienza, la produzione di massa e un processo di liberazione dall'assoggettamento. Ma la diffusione della prosperità è dovuta in particolare alla manifattura, che ha permesso la diffusione del lavoro anche a una classe di persone con minore scolarità permettendo loro di avere dei buoni stipendi (industrial compact), ma tutto ciò ha iniziato a venire meno con la globalizzazione e l'automazione.

Si è quindi sviluppata la politica postindustriale, in questa fase la classe di quelli ha più alta scolarità è emersa come una élite potente ed autonoma, anche politicamente, ma anche poco interessata alle sorti delle classi inferiori. E' stato lo sviluppo delle tecnologie digitali ha richiedere sempre più una classe lavoratrice professionalizzata; inoltre uno spostamento del lavoro ai servizi ha ridotto lo status sociale dei meno scolarizzati, creando una netta divisione di status e di guadagni tra tipologie di lavoro. La perdita di potere e di partecipazione politica della classe lavoratrice a bassa scolarità ha eroso anche il senso di  comunità e la solidarietà, portando anche ad una minore partecipazione elettorale. Inoltre, le élite laureate hanno sempre di più collegato il loro successo al merito, rendendole più chiuse e meno interessate alle sorti di chi non riesce ad emergere (vedi qui).

Un capitolo è dedicato al social engineering, cioè il tentativo di imporre valori e pratiche al popolo tramite anche l'indottrinamento. Nella storia i casi di social engineering sono numerosi e frequenti a tutte le latitudini. Il social engineering post industriale, favorito dalla crescente partecipazione delle élite più istruite nella pubblica amministrazione, è consistito nel enfatizzare e cercare di imporre certi valori: primato della scienza, libertà di base, valori cosmopoliti piuttosto che locali.  Ma come spesso accade questo tipo di imposizioni, anche se su valori condivisibili, genera ribellioni in un contesto di crescente complessità (immigrazioni) e difficoltà economiche che sono alimentatate e sfruttate dalle forze politiche populiste e antisistema.

Segue una disamina dei problemi generati dai social media e dai suoi algoritmi, che per l'autore hanno complicato l'esercizio della  libertà di parola. I social media stanno eliminando le comunità reali ed esacerbano le divisioni piuttosto che la unità, grazie all'incentivo di creare algoritmi che favoriscono l'emergere di affermazioni controverse. Inoltre, lo sviluppo crescente del IA può, da una parte, danneggiare il processo umano di social learning, e dall'altra  creare la possibilità di un'ulteriore eliminazione di attività svolte ora da umani. Per questo l'autore propone uno sviluppo del IA che sia favorevole al lavoro, cioè  che espanda le capacità e la produttività dei lavoratori piuttosto che eliminarli. Per quanto anzidetto la regolazione dei social media e del IA è una delle necessità più importanti.

Nella parte finale del libro, Acemoglu traccia le caratteristiche del working-class liberalism. In primo luogo bisogna ridare importanza al valore delle comunità, che è alla base del autogoverno e della diffusione delle informazioni. Come secondo aspetto, vi è il ritorno alle idee fondanti il liberalismo: libertà di espressione, di scelta, di religione e associazione, uguaglianza di fronte alla legge, opposizione al potere assoluto, impegno contro le diseguaglianze. Serve poi la creazione di una comune narrazione che esalti gli aspetti comuni tra le diverse comunità. E' importante e necessaria una agenda per rigenerare la prosperità diffusa, riconciliando la crescita con buoni lavori per tutte le competenze e  reindirizzando anche la evoluzione tecnologica. Servono infine migliori servizi pubblici, infrastrutture, sanità e e istruzione per creare una rete di sicurezza sociale così necessaria per le classi lavoratrici.

Inoltre, come già osservato, serve un controllo dei social media affinchè non limitino la libertà di espressione; è necessario, inoltre, limitare la quantità di denaro che le imprese forniscono alla politica e infine concentrarsi sulla transizione energetica e l'adattamento climatico che possono anche creare nuove opportunità di lavoro.

Come si evince dalla recensione è un libro ricco di spunti interessanti che affronta molti temi e fornisce alcune indicazioni per dare di nuovo slancio alla democrazia liberale. Un libro, quindi, di assoluto valore che merita senza dubbio una lettura attenta e approfondita.

Detto ciò le mie considerazioni sono che molte delle questioni e idee descritte nel libro le abbiamo viste nei libri già recensiti. Il problema della crisi della democrazia lo abbiamo trovato, ad esempio, qui e anche qui e sulla fine della prosperità diffusa qui. L'analisi sulla creazione di una divisione di classe  tra élite e classi lavoratrici le abbiamo trovate qui e qui.

Sulle soluzioni indicate sono sostanzialmente d'accordo e anche su questo troviamo indicazioni nelle precedenti recensioni, come, ad esempio, sul controllo dei  social media (vedi qui) o sul controllo della evoluzione tecnologica (ad es. qui) Nel complesso, le indicazioni per il ritorno a un vera democrazia liberale, per quanto condivisibili, sono tendenzialmente teoriche e andavano specificate meglio. In particolare, mi pare singolare che Acemoglu, che ha scritto libri sulla importanza delle istituzioni, non citi proprio il cambiamento istituzionale come indicato da molti altri con meccanismi di partecipazione effettivi dal basso, come delle camere di rappresentanti eletti a sorte (vedi ad esempio, qui) e il rafforzamento dei corpi intermedi (ad es. sindacati).

E' assolutamente non discutibile la sua enfasi sulla importanza della libertà di espressione, anche se, in una fase in cui stanno crescendo molte formazioni fortemente antidemocratiche, io sarei più cauto ricordando la frase di Popper: "non si può essere tolleranti con gli intolleranti". Sono molto d'accordo sulla indicazione che bisogna favorire una narrazione sugli elementi in comune di tutte le comunità. Faccio osservare che, su questo tema, esistono già, nella generalità delle Costituzioni, i valori fondanti di una nazione, che sono spesso dimenticati, mentre dovrebbero essere maggiormente diffusi e assimilati dai cittadini, in particolare da quelli imigrati, e non solo. E' indispensabile, infatti, una base comune di valori  su cui tutti si devono riconoscere ed è assolutamente necessaria per ricostruire la unità di intenti di una comunità, troppo spesso minacciata da rigurgiti antidemocartici e razzisti.


sabato 27 aprile 2024

Daron Acemoglu- James A. Robinson- La strettoia- Come le nazioni possono essere libere

Il libro che recensisco oggi è  di Daron Acemoglu, professore di Economia al MIT di Boston e James A. Robinson che insegna alla Harris School della Università di Chicago. Del primo abbiamo gia recensito qui e qui altri due libri.
Il libro parte dalla filosofia di Hobbes per cui, per evitare la guerra tra gli uomini (Homo hominini lupus), era necessario un potere dispotico il cosiddetto Leviatano. L'altra forza che gli autori considerano è quella della società, questo potere può controbilanciare il potere del Leviatano, cioè lo Stato, creando il cosiddetto Leviatano incatenato, questa è la configuazione delle democrazie dove i due poteri si bilanciano. Esiste un altro meccanismo che gli autori espongono, con una citazione letteraria da Alice nel paese delle meraviglie, la coisddetta Regina Rossa cioè, visto che le situazioni economiche e sociali si modificano, Stato e società devono adattarsi di pari passo per evitare che l' equilibrio si modifichi. 
La strettoia è lo stretto corridoio di equilibrio tra potere dello Stato e della società che conduce alla democrazia, stretto perchè è difficile imboccarlo e facile uscirne. Il libro quindi è un lungo elenco di storie di evoluzione politica e istituzionale di svariati paesi che vengono portati ad esempio dei vari equilibri che si creano  tra le due forze in gioco. 
Vengono quindi elencate le storie dei paesi che sono riusciti ad arrivare al Leviatano incatenato, cioè laddove la societa è  riuscita a imbrigliare il potere dello Stato, in questa fattispecie rientrano principalmente le democrazie occidentali. Esistono molti casi invece dove predomina il Leviatano dipostico, dove la forza dello Stato domina sulla società, gli esempi non mancano, ad esempio la Cina, dove la tradizione di autoritarismo non è mai riuscita a far emergere una forma di democrazia.  Abbiamo poi casi di Leviatano assente, cioè dove non si creano le condizioni per la costruzione di un vero Stato abbastanza forte, situazioni che degenerano spesso in forme di dipotismo. Infine, viene citato il caso del  Leviatano di carta, vedi ad esempio Argentina, dove anche esiste uno Stato e una burocrazia, ma è un potere vuoto incoerente e disorganizzato e spesso assente in alcune aree del paese. 
Il libro è quindi una dettagliata storia di molti paesi con le loro caratteristicche e le loro traiettorie che li hanno portati alla configurazione attuale. In particolare viene dato rilievo allo state-building negli Stati Uniti, dove il Leviatano è incatenato con una Costituzione che mantiene debole lo Stato federale, un compromesso che ha funzionato ma ha portato ad uno sviluppo squilibrato. Un altro caso interessante è l'India dove abbiamo una democrazia, grazie a una lunga storia di  partecipazione popolare, ma una democrazia problematica e frammentata resa debole dal sistema delle caste. Entrare o uscire dalla strettoia dipende da molte circostanze, storiche ed economiche, un esempio è la caduta della Repubblica di Weimer per motivi strutturali ma anche economici.
Per gli autori non ci sono regole generali per entrare nel corridoio che porta al Leviatano incatanato, dipende da molti fattori, storici, strutturali, economici e sociali che dipendono fortemente dal contesto locale. Sicuramente una condizione per il mantenimento nella strettoia è una società in grado di mobilitarsi per rispondere efficacemente alle variazioni economiche e sociali, per questo gli autori danno enfasi alla tutela dei diritti dei cittadini contro tutte le minacce dello Stato. 
Un libro molto interssante e ovviamente ricco di informazioni storiche su uno spettro molto ampio di nazioni. A mio parere il voler raccogliere così tanti esempi lo rende sicuramente più completo ma lo rende poco scorrevole e faticoso da leggere. Sicuramente questo libro può essere considerato una continuazione di quanto viene riportato nell'altro libro: Perchè le nazioni falliscono. 
Alcune considerazioni sulla teoria esposta, sicuramente è una teoria interessante, non del tutto nuova, ma piuttosto approfondita. Come tutte le teorie cerca di trarre conclusioni sintetiche da un modello semplificato del funzionamento della società. A mio parere quello che manca, in parte, nella loro teoria è un elemento molto importante, ovvero il potere delle èlite economiche, finanziarie e tecnologiche, che io nei miei post ho definito come potere del mercato, vedi ad esempio qui. In effetti nel corso del libro il loro ruolo delle èlite viene evidenziato, ad esempio delle èlite latifondiste, che sono state spesso un freno allo sviluppo democratico della società, o le èlite coloniali che hanno condizionato lo sviluppo di molte nazioni ex-colonie. Inoltre, in questo momento sono molto forti le èlite tecnologiche, i grandi player come Google, Facebook, Amazon ecc., e  come evidenziato da Acemoglu nel suo libro Power and Progress le scelte tecnologiche, molto importanti nel modellare la evoluzione della società, sono definite dalla visione dominante e tendono a rinforzare il potere e lo status di coloro che stanno modellando la traiettoria della tecnologia. Quindi manca nel libro una evidenziazione di una componente importante nella evoluzione di una nazione, cioè il potere del mercato e delle èlite di qualsivoglia natura. Nel libro mancano alcune indicazioni sulle modalità per avere una società pronta a mobilitarsi. Su questo punto penso che molto si potrebbe fare  sul piano istituzionale aumentando le possibilità dei cittadini di partecipare alla politica, superando il mero sistema elettorale rappresentativo, che sta mostrando i suoi limiti per effetto del sistema di cattura esercitato dalle lobby economiche, aumentando anche le possibilita e modalità dei cittadini di aggregarsi ed esprimere le proprie opinioni. Infine, dando maggiore visibilità e potere alle organizzazioni come le ONLUS sociali e recuperando il ruolo dei sindacati.

lunedì 4 dicembre 2023

Daron Acemoglu-Simon Johnson- Power and Progress: Our Thousand-Year Struggle Over Technology and Prosperity

Gli autori del libro sono: Kamer Daron Acemoğlu un economista americano di origine turca che insegna al Massachusetts Institute of Technology (MIT), di cui abbiamo recensito: Perchè le nazioni falliscono, e Simon H. Johnson economista britannico-americano che insegna alla Sloan School of Management del MIT.

Il tema del libro viene chiarito sin dall'introduzione: la crescita della prosperità, che abbiamo avuto, non si deve all' avanzamento del progresso tecnologico per se ma al fatto che la direzione dell'avanzamento tecnologico è stata indirizzata a beneficio di tutti e non solo di una piccola élite. Questo si è ottenuto grazie ai cittadini e ai lavoratori che hanno sfidato le scelte delle élite dominanti forzando a loro vantaggio i guadagni del progresso tecnologico. Il progresso non è mai automatico, una visone più inclusiva della tecnologia emerge solo se gli equilibri del potere si modificano. Purtroppo negli ultimi tempi i lavoratori hanno visto invece i loro redditi reali diminuire, la disuguaglianza può aumentare a causa della innovazione. Anche se cresce la produttività questa non si traduce in un aumento di domanda di lavoro. L'automazione aumenta la produttività media ma spesso non fa crescere, o addiritura diminuire, la produttività marginale del lavoratore. Ciò porta all'aumento dei profitti e della quota di reddito del capitale a scapito di quella del lavoro. Nel XX secolo, invece, la automazione non ha ridotto la domanda di lavoro perche accompagnata da miglioramenti e riorganizzazioni  che hanno prodotto nuovi compiti e attività per i lavoratori.

La direzione del progresso, e quindi chi vince e chi perde, dipende dalla visione predominante nella società. Questa visione dipende dal potere di persuadere; la forza delle idee dipende dal fatto che siano semplici, supportate da una storia convincente e intrigante, con un velo di verità, e le storie ripetute sono spesso vincenti. Una idea vincente dipende dal potere, dai mezzi e dal prestigio di chi la propugna. Inoltre, le istituzioni politiche ed economiche determinano chi ha le migliori opportunità di persuadere gli altri. Lo  status sociale è infatti conferito da norme e istituzioni.

Il potere economico e politico determinano chi ha il potere di agenda. La visione della tecnologia permea ogni aspetto della economia e della società. Tutto ciò spiega la necessità di avere forze che si controbilanciano e facciano da contrappeso alla visione dominante, creando istituzioni che permettano di creare spazio a idee che possano influenzare l'agenda. 

Il vantaggio della democrazia risiede nell'incoraggiare diverse prospettive e uno dei suoi maggiori vantaggi è, appunto, di evitare la tirannia delle visioni ristrette. Le scelte tecnologiche sono definite dalla visione dominante e tendono a rinforzare il potere e lo status di coloro che stanno modellando la traiettoria della tecnologia e le scelte teconologiche possono essere molte con esiti diversi. Segue una storia della evoluzione tecnologica e della produttività. Sino a tutto il medioevo i migliormenti produttivi non ebbero effetti sugli standard di vita dei lavoratori, lo scarso surplus andava tutto a una piccola elìte.  I progressi tecnologici e organizzativi, seppur proclamati nell'interesse generale, spingevano sempre più verso il basso la gran parte della popolazione. I benefici del progresso cominciarono ad essere condivisi solo quando le elìte non ebbero più la forza di imporre la loro visione ed estrarre il surplus dalle nuove tecnologie. Il vero progresso si ebbe comunque nel XIX secolo quando si trasformò la relazione tra industria e scienza, quando il metodo scientifico divenne sempre più importante per la innovazione industriale. 

La prima rivoluzione industriale invece fu più opera di intraprendenti inventori senza una vera formazione scolastica che facevano parte di una classe media in cerca di un avanzamento sociale; questo gruppo  fu cruciale per la nascita della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, grazie al declino della società feudale dovuto alla crescita dei commerci atlantici che fece emergere una nuova classe media. Comunque questo progresso fu vantaggioso solo per gli imprenditori e una classe ristretta mentre le condizioni dei lavoratori peggiorarono ancora, con condizioni di lavoro disumane e poco salubri con aumento dell' inquinamento; la rivoluzione industriale si rivelò quindi inizialmente come  un disastro sanitario.

 Fu solo nella seconda metà dell'ottocento che incominciarono a crescere i salari e migliorarono le condizioni sanitarie e questo grazie a un processo di riforme politiche ed economiche. Ad esempio furono le ferrovie una tipica trasformazione tecnologica che aumentò la produttività ma generò nuove opportunità di lavoro. In ogni caso la innovazione tecnologica non conduce di per se all'innalzamento dei salari ma questo si ottiene solo grazie ad un aumento del potere contrattuale del lavoratori. I decisori politici divennero attenti alle responsabilità sociali solo quando furono sottoposti a pressioni da parte dei votanti. Fu quindi l'aumento di poteri che si contrapponevano a permettere di  distribuire i vantaggi di una maggiore produttività.

La crescita in seguito anche negli altri paesi fu generata dalle nuove tecnologie ed ebbe due aspetti fondamentali, da una parte la innovazione non produsse la sola riduzione dei costi ma fu in grado di creare nuove attività ed opportunità, inoltre si svilupparono strutture istituzionali  che rafforzarono il potere dei lavoratori e la  regolazione del governo. La riduzione del lavoro dovuto alla automazione fu più che compensata dalla creazione di nuove opportunità di lavoro. 

Lo sviluppo della produzione di massa, trainato anche dalla produzione delle auto, generò domanda in tutti i settori creando nuovi posti di lavoro e distribuzione della ricchezza prodotta. Questo aumento della ricchezza distribuita lo si deve anche alla forza del movimento operaio. La introduzione sempre piu massiccia delle tecnologie digitali che si sono sviluppate nell'ultimo periodo hanno, invece, dei  risvolti negativi per il lavoro, portando a una modifica della quota di ricchezza a favore del capitale e, quindi, una diminuizione della quota a favore del lavoro. La perdita di potere contrattuale  del lavoro si è rispecchiata in un indebolimento del sindacato. Tagliare i costi divenne un imperativo, con sempre più nuove macchine e algoritmi che sostituiscono lavoratori. Questo ha aumentato le disuguaglianze riducendo lavoro  e retribuzione  a medio basso skill. Il reindirizzamento di alcune lavorazioni all'estero ha pure contribuito alle disuguaglianze ma il maggior ruolo lo ha avuto la direzione dello sviluppo tecnologico. 

La direzione dello sviluppo tecnologico si fonda sull'emergere di una ideologia (o distopia) che ha spinto in una direzione anti-lavoro, cioè l'idea che il mercato non regolato sia favorevole all'interesse della nazione e della società. Questa visione ha giustificato qualsiasi modo per fare soldi, incoraggiando le corporations a incrementare i profitti con qualsiasi mezzo e spostando la bilancia a favore dei manager rispetto ai lavoratori. Il lavoro è cosi diventato sempre più un costo che una risorsa. 

Altrettanto pericolosa si sta rivelando la introduzione dalla IA (Intelligenza Artificiale) con l'ambizione di automatizzare anche i compiti meno routinari. Purtroppo la direzione della IA sembra più quella di sostituire gli umani piuttosto che complementare il loro lavoro. Piuttosto che fissarsi sulla intelligenza delle macchine bisognerebbe focalizzarsi sulla loro utilità (machine usefulness).

Le macchine dovrebbero essere al servizio degli uomini  come complemento delle loro capacità, possono quindi aumentare la produttività dei lavoratori. La IA sta aumentando il potere nelle mani delle élite tecnologiche, mentre le tecnologie digitali non dovrebbero essere usate solo per automatizzare il lavoro.

La IA ha anche un ulteriore aspetto negativo, infatti come dimostra la Cina ma anche altri paesi, non esclusi quelli democratici, l'uso dell'IA  può servire a combattere il dissenso ed aumentare la sorveglianza sui cittadini. Quindi l'IA può aumentare il potere degli stati autoritari. 

Un altro aspetto è relativo alle piattaforme social che hanno spesso dimostrato di diffondere più le false informazioni che la verità, questo perché le piattaforme guadagnano quanto più c'è attenzione sui post e questa è mossa da forti emozioni quali sdegno e indignazione. L'approccio delle élite tecnologiche è di base antidemocratico perché le scelte sono in capo a poche persone. 

Stiamo assistendo a una traiettoria  antidemocratica sotto la spinta del profitto. L'IA e le tecnologie digitali rischiano così di soffocare la democrazia e favorire le derive autoritarie. Dobbiamo dunque intervenire per reindirizzare la tecnologia che si sta indirizzando verso l'automazione, la sorveglianza e  la raccolta di dati dei cittadini. Le scelte relative alla tecnologia dovrebbero essere un criterio fondamentale di scelta da parte degli investitori nel valutare le imprese e i loro effetti.

Non possiamo reindirizzare la tecnologia senza poteri che si controbilanciano, e non possiamo costruire poteri che si contrappongano senza basarsi sulle organizzazioni della società civile. 

Abbiamo quindi bisogno di organizzazioni non solo a livello locale ma di tipo generale e multilivello. Sono vitali le organizzazioni civili che coordinino i consumatori e permettano loro di agire in maniera collettiva piuttosto che individuale. Le tecnologie digitali potrebbero avere un ruolo benefico nel coltivare nuove e migliori comunità on line. Le architetture digitali potrebbero essere disegnate per aiutare deliberazioni e dialogo piuttosto che per attirare attenzione e provocazioni. 

Devono essere sviluppate specifiche politiche per incoraggiare innovazioni benefiche socialmente: sussidi e supporto a tecnologie più user-friendly per i lavoratori, programmi di formazione per i lavoratori, introduzione di meccanismi di controllo sui dati e la loro proprietà, smembramento dei giganti del web, tassazione della pubblicità digitale. In particolare è importante ridurre le forme più intrusive di sorveglianza dei lavoratori e regolare la raccolta dei dati di cittadini e consumatori, sussidiare tecnologie che aumentino la quota e produttività del lavoro. Inoltre, dobbiamo incoraggiare le tecnologie che aumentino la complementarietà e lo sviluppo dei lavoratori. Importante è anche riformare il sistema di tassazione affinchè si equalizzino le imposte tra lavoro e capitale. Importante è  inoltre aumentare il livello degli investimenti in formazione per i lavoratori. 

Reindirizzare le tecnologie richede un lavoro per identificare quelle tecnologie che comportano  benefici sociali. Piuttosto che cercare di introdurre meccanismi complicati di trasferimenti, la società dovrebbe rafforzare le sue attali reti di protezione sociale, combinando questo con un significativo aumento dei lavori ben pagati, ciò potrebbe essere un vero reindirizzamento della tecnologia. L'autore si manifesta piuttosto contrario al reddito universale perché quello che serve è, soprattutto, creare nuove opportunità di lavoro, come pure il reddito minimo non è una soluzione sistemica.

La direzione dello sviluppo tecnologico, che può portare la disuguaglianza, non è data ma è una scelta della società. La tecnologia dipende dalla visione e la visione è connessa con il potere sociale, e il mondo accademico gioca un ruolo centrale visto che le univeristà formano i giovani talenti di domani; purtroppo il mondo accademico ha perso buona parte della sua indipendenza a causa della crescita dei finanziamenti delle aziende, per questo è importante ristabilire la sua indipendenza. 

L'autore conclude che le riforme proposte nel libro sono difficili da realizzare, per questo ci vuole un cambiamento di narrazione per riorganizzare le persone affinchè la pressione sociale riesca a modificare la traiettoria della tecnologia.

Un libro come si vede molto ricco di spunti e informazioni, che tocca un punto importante a volte sottovalutato, cioè che la direzione della tecnologia è molto influente e spesso viene vista come solo benefica quando non lo è. Avevo trattato qui il  tema della evoluzione tecnologica esponendo le mie perplessità ed evidenziandone i rischi, credo che i nostri politici dovrebbero prendere sul serio gli avvertimenti del libro, in particolare sui rischi della IA. Per fortuna il tema è stato sollevato da più parti ma non vedo una vera presa di coscienza, inoltre i grandi player digitali e i social network hanno già dimostrato di aver avuto peso nelle ultime competizioni elettorali, condizionando la democrazia, per cui diventa urgente porre un freno e un limite al loro potere, vedi qui.