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lunedì 2 febbraio 2026

Charles S. Maier- Lo stato-progetto e i suoi rivali- Una nuova storia del XX e XXI secolo.

 Quella di oggi non è una vera recensione piuttosto una segnalazione, infatti si tratta di un libro di storia, l'autore è Charles Maier che insegna Storia alla Harvard University. L'aspetto più interessante del libro, a mio parere, è il tentativo di dare uno schema di riferimento alla storia dal '900 sino ad oggi. I 4 elementi che egli considera come protagonisti collettivi della storia sono: lo Stato progetto, quale entità politica che aspira a influenzare il corso della storia, con un piano di trasformazione e riforma istituzionale con l'aspirazione a modificare i rapporti sociali ed economci in modo profondo. Questo Stato poteva assumere delle caratteristiche autoritarie o dittatoriali o più democratiche. Un altro elemento e protagonista sono  gli imperi delle risorse, che erano votati al dominio finalizzato non solo alla espansione territoriale ma allo sfruttamento delle risorse naturali (es. gli imperi coloniali), imperi che  non sopravvivono dopo la II Guerra Mondiale. Gli altri due protagonisti "più volatili", sono le comunità di governance, ovvero quell'insieme di organizzazioni, per lo più transnazionali, prive di potere coercitivo sul piano giuridico, che definiscono regole e procedure che possono portare ad azioni collettive corrette, tra queste possiamo citare l'ONU, l'OMS e  le varie organizzazioni internazionali comprese le ONG e infine le reti di capitale.

Il libro è quindi la storia di questi protagonisti, con la fine degli imperi, le guerre, le crisi economiche e il tentativo degli Stati occidentali, sopratutto nel dopoguerra, di raggiungere alcuni obiettivi: crescita economica, protezione sociale e legittimazione democratica. A partire dagli anni '70, con la crisi economica dovuta all'aumento del petrolio, il modello dello Stato-Progetto va in crisi per la difficoltà di mantenere le promesse di crescita economica per molti, a questo contibuiscono anche movimenti culturali, i movimenti studenteschi, che pongono dubbi sulla sua legittimità dello Stato, ma anche la nascita di idee neo-liberiste che criticano la pervasività dello Stato e sono pro mercato. Con la caduta dei sistemi comunisti e la globalizzazione si assiste al predominio delle forze del capitale e dell'impresa, sempre più transnazionali, all'indebolimento della potere politico e statale, almeno in occidente, e la nascita dei vari populismi. In tutto questo l'autore evidenzia, come spesso riportato in questo blog, come una parte della società civile è stata  cooptata dalle idee liberiste, con le forze progressiste che hanno  subito il fascino del processo di crescita capitalistica perdendo di vista l'impegno per una maggiore uguaglianza sociale ed economica. Nelle conclusioni l'autore non fa previsioni anche se esprime la speranza che Stato e impulso capitalistico, se tenuti sotto controllo (come e da chi?), potrebbero essere indirizzati a un miglioramento della umanità. Un libro interessante che  evidenzia aspetti storici ma pone attenzione anche alle  ideologie e alla evoluzione economica.



lunedì 3 novembre 2025

David Graeber- David Wengrow - L'Alba di tutto- Una nuova storia della umanità

L’alba di tutto è di due autori: l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengrow, lo scopo del libro è di contestare la narrazione tradizionale secondo cui l’umanità sarebbe passata in modo lineare dallo “stato di natura” alle società complesse, gerarchiche e diseguali che conosciamo oggi, questa narrazione nasce sostanzialmente da Rousseau per poi essere stata ripresa e ampliata da molti autori.
Nel corso del libro gli autori sostengono, infatti,  che la storia umana è stata caratterizzata da una straordinaria varietà di esperimenti politici e sociali, e che le disuguaglianze non sono un destino inevitabile, ma il risultato di precise scelte storiche.
Le società del passato non erano né paradisi né inferni primitivi, ma realtà estremamente diverse e creative, in cui gli esseri umani sperimentavano costantemente nuove forme di vita collettiva. Gli autori elencano nel corso del libro quelle scoperte archeologiche e antropologiche le quali dimostrerebbero che gli esseri umani, sin dai tempi più antichi, hanno avuto la capacità di organizzarsi in molti modi differenti: a volte egalitari, altri gerarchici, a volte stanziali in  altre nomadi. Gli esempi che citano sono ad esempio quelli della valle dell’Indo o di Çatalhöyük in Anatolia, che erano grandi centri urbani ma privi di forti disuguaglianze sociali, che convivevano con società di cacciatori-raccoglitori con strutture politiche complesse e forme di autorità temporanea o simbolica.
Un aspetto che viene evidenziato è che molte società antiche alternavano stagionalmente diversi sistemi politici; ciò indica che la capacità di passare da un modello politico all’altro era una delle libertà fondamentali dell’umanità. Solo in tempi relativamente recenti gli esseri umani avrebbero perso questa flessibilità, rimanendo “intrappolati” in forme rigide di organizzazione statale e burocratica. Un altro mito che gli autori contestano è il passaggio dalla civiltà dei cacciatori-raccoglitori alla civiltà agricola, passaggio che gli autori mostrano fu un processo lento, discontinuo e spesso reversibile. Tutti questi esempi, e molti altri elencati nel libro, sono volti a dimostrare che la complessità non implica necessariamente gerarchia o dominio, che la visione tradizionale e occidentale ha spesso schematizzato in maniera eccessiva la evoluzione delle società umane, e che invece  le prime forme urbane e politiche umane erano spesso fondate su principi di libertà, partecipazione e rotazione del potere.
Tutto il libro è quindi rivolto a dimostrare che gli esseri umani non sono mai stati semplicemente “determinati” dalle loro condizioni materiali o biologiche: hanno sempre avuto la capacità di immaginare e costruire mondi diversi. Gli autori quindi ci invitano a  guardare al passato con occhi diversi e senza stereotipi, soprattutto per scoprire quante altre vie siano state possibili e dunque lo siano ancora oggi.
Un libro indubbiamente interessante e che pone, con molti esempi, una forte critica al modo convenzionale con cui si è guardato alla storia della evoluzione umana. Devo comunque fare una critica a questo libro, la quantità di dati storici, archeologici che vengono portati a suffragio delle loro tesi è enorme, ovviamente sintomo di una grande preparazione, il problema e' che, per un libro che vuole essere  comunque divulgativo, rimane di difficile lettura, io vi ho messo molto a leggerlo e, alla fine, ho dovuto rileggerlo per riuscire a farne una sintesi che non fosse troppo dispersiva. A mio parere libri così validi dovrebbero porsi dei limiti di lunghezza, magari tralasciando esempi o mettendoli in appendice, rimango infatti  convinto che un libro rivolto al grande pubblico dovrebbe rimanere leggibile evitando di voler dimostare per forza la propria erudizione,








lunedì 2 dicembre 2024

Yuval Noah Harari- Nexus- Breve storia delle reti di informazione dall'età della pietra all'IA

 Dell'autore Harari, storico israeliano, abbiamo già recensito altri suoi libri: 21 Lezioni per il XXI secoloDa animali a dei. Il libro di oggi riprende alcuni temi dei prcedenti ma si sofferma in particolare sulla ultima frontiera tecnologica e i suoi  pericoli: l'Intelligenza Artificiale (IA).

 Il primo tema che affronta è la informazione, la informazione non è verità e neanche una rappresentazione della realtà come sostengono alcuni, e neanche solamente potere come sostengono i populisti. Per l'autore il ruolo della informazione sta nel collegare le cose, qualcosa che crea nuove realtà collegando punti diversi di una rete o anche un nesso sociale, in ogni caso l'incremento della connettività e della informazione non porta automaticamente un incremento di veridicità e conoscienza.

 Ripende poi il tema della importanza delle narrazioni e delle realtà intersoggettive, come ad esempio le nazioni e le società, che non sono cose reali ma esistono grazie alle connessioni tra più menti. Le narrazioni e le reti basate sulle storie sono quelle che hanno reso l'Homo Sapiens il più potenti degli animali. Tutte le relazioni tra i gruppi sono modellate da storie e ciò che tiene unite le reti umane sono appunto le finzioni, le storie intersoggettive. Sono queste informazioni e storie che riescono a mantenere l'ordine sociale in comunità molto ampie, le reti di informazione non massimizzazno la verità piuttosto cercano un delicato equilibrio tra verità e ordine.

Un altro aspetto importante è quello della fallibilità degli umani e il tentativo di correggere gli errori. Il libro, in particolare il libro sacro, ad esempio Bibbia e Corano, hanno rappresentato una tecnologia di correzione degli errori, che ha dato luogo alle interpretazioni che hanno costretto da adottare un organo, la Chiesa (infallibile) che ne custodisse la interpretazione corretta. Al contrario la scienza non ha verità assolute ma teorie che possono essere confutate, cioè un meccanismo di autocorrezione

La differenza tra sistemi totalitari e democratici si basa sulle modalità di funzionamento delle reti di informazione, nelle dittatture le reti informative sono centralizzate al massimo mentre nelle democrazie sono distribuite con meccanismi di autocorrezione. La storia ha dimostrato che le tecnologie informative del passato erano troppo arretrate per permettere una dittatura e anche una democrazia su larga scala, la tecnologia moderna d'altra parte rende più attuabili sia la democrazia e sia la ditattura su larga scala. 

Le nuove tecnologie, dai computer alla IA, rappresentano un salto in avanti tecnologico molto particolare che differisce dalle tecnologie del passato, una bomba atomica non puo' esplodere da sola senza l'intervento umano ma reti di computer e algoritmi possono funzionare in maniera autonoma senza intervento dell'uomo. Le catene da computer a computer possono funzionare senza l'uomo, e i computer sempre di più possono prendere decisioni e creare idee da soli. Le reti di computer, inoltre, sono sempre attive e in grado superare gli umani nell'elaborare modelli dai dati, di qualsiasi genere, e potrebbe essere la fine della privacy. Il problema dei computer o delle reti informatiche è che non sono infallibili. Inoltre, se si fissano degli obiettivi razionali anche per le reti di computer, questi obiettivi, come sostiene Clausewitz, dovrebbero essere allineati a una strategia, ma chi decide la strategia e, soprattutto, non è detto che una strategia, anche nelle migliori intenzioni, non si riveli pericolosa se portata aventi senza un controllo umano, vedi ad esempio certi pericolosi effetti sociali negativi dovuti agli algoritmi dei social network.

Visti i pericoli insiti nello sviluppo della IA si pone il problema di come evitare che mettano a repentaglio la nostra civiltà, infatti le civiltà nascono dal connubio tra burocrazia e mitologia e la rete informatica è una burocrazia molto piu potente e implacabile della burrocrazia umana.  L'autore indica alcuni principi da adottare per difendere la società e la democrazia che sono in primis il bene comune, le informazioni raccolte devono essere utilizzate per aiutarci e non per manipolare gli esseri umani. La reciprocità, a un aumento della sorveglianza degli individui deve corrispondere un aumento della sorveglianza dei governi e delle aziende. Il decentramento, le informazioni non devono essere concentrate in un solo luogo.  Inoltre le società democratiche devono guardarsi dagli estremi di una eccessiva rigidità e flessibilità, la democrazia richiede equilibrio. La opacità degli algoritmi deve essere evitata tramite il diritto alla spiegazione (dei meccanismi interni). Il potenziale anarchico della IA è particolarmente allarmante per cui l'autore propone di limitare l'utilizzo dei bot. 

Se la democrazia puo' incontrare grosse difficoltà ancor peggio potrebbe andare ai sistemi totalitari dove non ci sono sistemi di autocorrezione e l'IA potrebbe prendere il sopravvento.

La nuova teconolgia dell'IA potrebbe diventare la piu potente arma di distruzione sociale di massa, ripetto al pericolo nucleare la sua potenza potrebbe essere maggiore e, soprattutto, i suoi pericoli meno evidenti e nascosti. La nuova guerra fredda, tra le potenze che si contendono gli sviluppi della tecnologia dell'IA, potrebbe essere caratterizzata dalla  divisione di due mondi divisi nella la gestione della propria rete informatica, due imperi digitali separati da una cortina di silicio, con un pericolo di escaltion maggiore.

Nelle conclusioni l'autore ricorda che la invenzione di nuove tecnologie è sempre catalizzatore di grandi cambiamenti storici. Bisogna però evitare false interpretazioni storiche che portano a visioni ingenue e troppo  ottimismistiche, l'informazione non è verità e non dobbiamo illuderci che l'IA privilegi la verità, oltre a non esssere infallibile, così come la interpretazione troppo cinica, ma sbagliata, che la informazione sia solo potere. Dobbiamo quindi abbandonare queste visioni fallaci della informazione e impegnarci piuttosto nel difficile compito di costruire istituzioni con forti meccanismi di autocorrezione. 

Devo dire che sintetizzare questo libro, di oltre 500 pagine, non è stato facile, sono molte le suggestioni e le idee che l'autore propone. Inoltre, le sue considerazioni sono accompagnate da interessanti e mai banali notizie e resconti storici. Un libro quindi molto interessante e valido e che, a dispetto della sua lunghezza, si legge piacevolmente.

I pericoli della IA cominciano ad essere evidenziati da molte parti, soprattutto dagli esperti che ci lavorano. La UE ha già emanato una legge per regolamentare i sistemi di IA ma è ancora l'unica, e spesso la legislazione non riesce a stare al passo con la evoluzione tecnologica. Il problema, come ben evidenzia Harari nel suo libro, è molto reale e grave anche se forse non nell'immediato, quindi saremmo in tempo per limitarne i pericoli. La tecnologia è il motore dello sviluppo economico, ma come abbiamo visto nei due libri che abbiamo recensito, Power and Progress e The Technology Trap, la tecnologia prende la direzione di chi la controlla, spesso i privati, e dalla direzione che prende dipende se questa porta vantaggi a tutta la società o solo a pochi, come sembra che stia accadendo recentemente. Quindi, su questi problemi è necessario avere una politica che sia cosciente e preparata ad affrontarli, come pure tale conoscenza e coscienza critica dovrebbe essere diffusa anche nei cittadini.


sabato 27 aprile 2024

Daron Acemoglu- James A. Robinson- La strettoia- Come le nazioni possono essere libere

Il libro che recensisco oggi è  di Daron Acemoglu, professore di Economia al MIT di Boston e James A. Robinson che insegna alla Harris School della Università di Chicago. Del primo abbiamo gia recensito qui e qui altri due libri.
Il libro parte dalla filosofia di Hobbes per cui, per evitare la guerra tra gli uomini (Homo hominini lupus), era necessario un potere dispotico il cosiddetto Leviatano. L'altra forza che gli autori considerano è quella della società, questo potere può controbilanciare il potere del Leviatano, cioè lo Stato, creando il cosiddetto Leviatano incatenato, questa è la configuazione delle democrazie dove i due poteri si bilanciano. Esiste un altro meccanismo che gli autori espongono, con una citazione letteraria da Alice nel paese delle meraviglie, la coisddetta Regina Rossa cioè, visto che le situazioni economiche e sociali si modificano, Stato e società devono adattarsi di pari passo per evitare che l' equilibrio si modifichi. 
La strettoia è lo stretto corridoio di equilibrio tra potere dello Stato e della società che conduce alla democrazia, stretto perchè è difficile imboccarlo e facile uscirne. Il libro quindi è un lungo elenco di storie di evoluzione politica e istituzionale di svariati paesi che vengono portati ad esempio dei vari equilibri che si creano  tra le due forze in gioco. 
Vengono quindi elencate le storie dei paesi che sono riusciti ad arrivare al Leviatano incatenato, cioè laddove la societa è  riuscita a imbrigliare il potere dello Stato, in questa fattispecie rientrano principalmente le democrazie occidentali. Esistono molti casi invece dove predomina il Leviatano dipostico, dove la forza dello Stato domina sulla società, gli esempi non mancano, ad esempio la Cina, dove la tradizione di autoritarismo non è mai riuscita a far emergere una forma di democrazia.  Abbiamo poi casi di Leviatano assente, cioè dove non si creano le condizioni per la costruzione di un vero Stato abbastanza forte, situazioni che degenerano spesso in forme di dipotismo. Infine, viene citato il caso del  Leviatano di carta, vedi ad esempio Argentina, dove anche esiste uno Stato e una burocrazia, ma è un potere vuoto incoerente e disorganizzato e spesso assente in alcune aree del paese. 
Il libro è quindi una dettagliata storia di molti paesi con le loro caratteristicche e le loro traiettorie che li hanno portati alla configurazione attuale. In particolare viene dato rilievo allo state-building negli Stati Uniti, dove il Leviatano è incatenato con una Costituzione che mantiene debole lo Stato federale, un compromesso che ha funzionato ma ha portato ad uno sviluppo squilibrato. Un altro caso interessante è l'India dove abbiamo una democrazia, grazie a una lunga storia di  partecipazione popolare, ma una democrazia problematica e frammentata resa debole dal sistema delle caste. Entrare o uscire dalla strettoia dipende da molte circostanze, storiche ed economiche, un esempio è la caduta della Repubblica di Weimer per motivi strutturali ma anche economici.
Per gli autori non ci sono regole generali per entrare nel corridoio che porta al Leviatano incatanato, dipende da molti fattori, storici, strutturali, economici e sociali che dipendono fortemente dal contesto locale. Sicuramente una condizione per il mantenimento nella strettoia è una società in grado di mobilitarsi per rispondere efficacemente alle variazioni economiche e sociali, per questo gli autori danno enfasi alla tutela dei diritti dei cittadini contro tutte le minacce dello Stato. 
Un libro molto interssante e ovviamente ricco di informazioni storiche su uno spettro molto ampio di nazioni. A mio parere il voler raccogliere così tanti esempi lo rende sicuramente più completo ma lo rende poco scorrevole e faticoso da leggere. Sicuramente questo libro può essere considerato una continuazione di quanto viene riportato nell'altro libro: Perchè le nazioni falliscono
Alcune considerazioni sulla teoria esposta, sicuramente è una teoria interessante, non del tutto nuova, ma piuttosto approfondita. Come tutte le teorie cerca di trarre conclusioni sintetiche da un modello semplificato del funzionamento della società. A mio parere quello che manca, in parte, nella loro teoria è un elemento molto importante, ovvero il potere delle èlite economiche, finanziarie e tecnologiche, che io nei miei post ho definito come potere del mercato, vedi ad esempio qui. In effetti nel corso del libro il loro ruolo delle èlite viene evidenziato, ad esempio delle èlite latifondiste, che sono state spesso un freno allo sviluppo democratico della società, o le èlite coloniali che hanno condizionato lo sviluppo di molte nazioni ex-colonie. Inoltre, in questo momento sono molto forti le èlite tecnologiche, i grandi player come Google, Facebook, Amazon ecc., e  come evidenziato da Acemoglu nel suo libro Power and Progress le scelte tecnologiche, molto importanti nel modellare la evoluzione della società, sono definite dalla visione dominante e tendono a rinforzare il potere e lo status di coloro che stanno modellando la traiettoria della tecnologia. Quindi manca nel libro una evidenziazione di una componente importante nella evoluzione di una nazione, cioè il potere del mercato e delle èlite di qualsivoglia natura. Nel libro mancano alcune indicazioni sulle modalità per avere una società pronta a mobilitarsi. Su questo punto penso che molto si potrebbe fare  sul piano istituzionale aumentando le possibilità dei cittadini di partecipare alla politica, superando il mero sistema elettorale rappresentativo, che sta mostrando i suoi limiti per effetto del sistema di cattura esercitato dalle lobby economiche, aumentando anche le possibilita e modalità dei cittadini di aggregarsi ed esprimere le proprie opinioni. Infine, dando maggiore visibilità e potere alle organizzazioni come le ONLUS sociali e recuperando il ruolo dei sindacati.

lunedì 3 luglio 2023

Branko Milanovic- Capitalismo contro capitalismo

 Branco Milanovic è professore alla City University di New York, autore di diversi saggi e questo è l'ultimo dei suoi libri.

All'inizio del libro definisce le tre forme di capitalismo: il capitalismo classico (quello nel Regno Unito prima del 1914), il capitalismo socialdemocratico (Paesi occidentali dal 1945 sino al XXI secolo), capitalismo liberal-meritocratico (dal XXI secolo in poi). Ognuno di essi è caratterizzato da alcune proprietà, in particolare il capitalismo liberal-meritocratico si differenzia dagli altri per il fatto che la ricchezza non è esclusivamente da capitale ma anche da reddito, inoltre si accentua in esso la caratteristica che i ricchi si sposano con i ricchi (omogamia). Le diseguaglianze nel capitalismo liberal-meritocratico tornano ad aumentare, inoltre diminuisce la mobilità intergenerazionale, anche perchè i ricchi hanno la possibilità di frequentare le scuole migliori a pagamento mantendendo o aumentando le diseguaglianze iniziali. 

Passa poi ad analizzare il cosidetto capitalismo politico che è rappresentato principalmente dai paesi ex comunisti (Cina, Vietnam, ecc.). L'autore evidenzia come i movimenti comunisti siano stati in grado, soprattutto, di far transitare i paesi (compresi quelli del Terzo Mondo) dal feudalismo al capitalismo. Che la Cina sia ormai un paese capitalista è indubbio visto che la quota dello Stato nella produzione industriale e agricola è ormai redisuale (20% nel caso della produzione industriale). Le caratteristiche sistemiche del capitalismo politico sono: una burocrazia efficiente, assenza dello Stato di Diritto, autonomia dello Stato, in sintesi  lo Stato controlla il settore privato in assenza di vincoli giuridici. Il capitalismo politico, soprattutto in Cina e Vietnam, ha dimostrato la sua efficcacia attraverso una crescita sostenuta, d'altra parte una caratteristica sistemica ed endemica è la corruzione. In ogni caso, anche se presenta alcuni vantaggi, le potenzialità di esportazione del capitalismo politico sono piuttosto limitate.

Relativamente alla globalizzazione la sua principale caratteristica, in termini di capitale e lavoro, è la mobilità. In particolare per la prima volta abbiamo assitito alla separazione della produzione dalla gestione. La mobilità del lavoro è legata alla differenze di reddito tra le nazioni e anche al fatto che la cittadinanza è un bene economico connessa ai vantaggi di essa, ad esempio il welfare; ciò comporta malumori degli autoctoni anche perchè con l'aumento dei flussi migratori il welfare diventa insostenibile. Una soluzione, oltre ai flussi legali, è quella, come gia avviene in alcuni paesi, di trattare in maniera diversa differnti categorie di residenti. Un altro aspetto della globalizzazione è l'aumento della  corruzione, tale crescita è sostenuta dalla ideologia che giustifica il fare soldi in qualsiasi modo. Questo porta alla crescita dei paradisi fiscali, e delle strutture (banche e uffici legali) il cui ruolo è facilitare i trasferimenti di denaro acquisito illegalmente: "riciclaggio morale".

L'ultimo capitolo è dedicato al futuro del capitalismo globale. Le società puramente commerciali hanno come unica gerarchia il successo monetario. Un tempo le persone rispondevano alle leggi e ai limiti autoimposti, mentre oggi la moralità a livello interiore non esiste più, assitiamo quindi alla esternalizzazione della moralità attraverso il ricorso esclusivo alle leggi e forze dell'ordine che molti cercano di manipolare per trarne vantaggi. Le caratteristiche delle società moderne sono: atomizzazione e mercificazione. Le famiglie hanno perso gran parte del loro valore economico dato che molti  beni e servizi si possono acquistare sul mercato (mercificazione). Nel confronto tra capitalismo liberale e capitalismo politico, i vantaggi del capitalismo liberale consistono nell'essere in un certo modo integrati nel sistema (la democrazia) e quindi più naturali, invece il capitalismo politico è obbligato a garantire tassi di crescita elevati se vuole sopravvivere. Nel finale illustra alcune possibili evoluzioni del capitalismo liberale. Una potrebbe essere il capitalismo popolare dove tutti hanno quote equivalenti di reddito e capitale, i redditi continuano ad essere diversi ma la diseguaglianza non tende ad aumentare e la mobilità intergenerazionale dei redditi viene garantita. Il capitalismo egualitario dove tutti hanno circa la stessa quantita di reddito da capitale e lavoro, la diseguaglianza è bassa, e ciò garantisce pari opportunità. Infine, l'attuale capitalismo liberal-meritocratico potrebbe degenerare in un capitalismo in cui l'élite economiche esercitano ancor più controllo sulla politica, portando a un sistema plutocratico che tende a diventare simile al capitalismo politico con tutti i problemi evidenziati per questo tipo di sistema.

Un libro scritto con grande chiarezza, rendendo semplici cose complesse, in maniera direi schematica e quasi didattica, che quindi ne favorisce la lettura, e, al contempo, contiene molte riflessioni interessanti e non banali sulla storia ed evoluzioni delle società occidentali e non. Un libro quindi che merita assolutamente una lettura.

martedì 13 giugno 2023

Graham Allison- Destinati alla guerra- Possono l'America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide ?

Gaham Allison è direttore dell'Harvard Kennedy School's Belfer Center for Science ed International Affair, e questo è un libro storico e politico sulla rivalità tra USA e Cina.
Il tema del libro è la cosidetta trappola di Tucidide, ovvero quando una potenza in carica si trova ad affrontare la crescita di una potenza emergente quasi sempre la tensione crescente sfocia nella inevitabile guerra. Si chiama trappola di Tucidide perchè si riferisce allo storico che descrisse la guerra del Peloponneso che vide fronteggiarsi Atene e Sparta. 
Nella prima parte l'autore infatti descrive la storia della genesi  del conflitto tra Atene e Sparta. Il secondo caso che descrive è il duello  tra Gran Bretagna e Germania che porta alla prima guerra mondiale. Tutti i 16 casi di scontro tra potenze nella storia vengono comunque riassunti nella appendice del libro. 
La seconda parte descrive la storia recente  della Cina e soprattutto le differenze "filosofiche" dell'approccio cinese e quello americano. Infatti le due potenze hanno culture diverse, ad esempio per l'America sono fondamentali la libertà, la democrazia e una visione di breve termine, mentre la Cina ha come valori fondamentali l'ordine, l'autoritarismo (reattivo) e un orizzonte temporale molto lungo, quindi le differenze culturali sono profonde e gli strateghi americani dovrebbero tenerne profondamente conto nell'elaborare i loro piani. 
Nella parte finale prima delinea le condizioni/occasioni, che potrebbero anche essere banali, per l'innescarsi della guerra; nella seconda parte invece illustra quelli che sono i dodici indizi, desunti dalla storia, che possono portare alla pace.
Un libro molto interessante, scritto bene e che si legge con piacere, che contiene molti elementi e spunti interessanti di cui consiglio la lettura.

sabato 24 ottobre 2020

Thomas Piketty - Capitale e ideologia

Ho finito di leggere, lettura non breve, il monumentale (1200 pagine) ultimo libro di Thomas Piketty, economista francese, del quale abbiamo recensito nel blog il libro Il Capitale del XXI secolo

Rispetto al suo precedente libro, tra l'altro di grande successo,  questo è forse meno economico e più sociale. In pratica, per lunga parte, è la storia della evoluzione economica, sociale e istituzionale di moltissime nazioni, partendo dall'Europa medioevale sino alla Cina e India moderne; in particolare come afferma l'autore è la storia e l'evoluzione dei regimi basati sulla diseguaglianza. Inoltre, mette in evidenza, sin dall'inizio, come sia anche una storia soprattutto di ideologie, in ogni epoca la  società produce ideologie finalizzate a legittimare la diseguaglianza e, nelle società contemporanee, la ideologia è una narrativa "proprietarista" e meritocratica.

In primo luogo definisce la ideologia come un insieme di idee o narrazioni intese a descrivere come si dovrebbe strutturare una società. Inoltre, i problemi di regime politico e quelli di regime di proprietà sono intimamente connessi da cui ne consegue, per l'autore, che la diseguaglianza non è economica o tecnologica ma ideologica e politica e, quindi, le ideologie contano nel modellare le società. In particolare negli ultimi decenni si sta verificando un aumento della diseguaglianza in maniera inequivocabile  quasi ovunque dopo una sua diminuzione nel XX secolo, frutto della globalizzazione e della incapacità della sinistra (e io direi forse grande difficoltà) nel riorganizzare la redistribuzione economica su base transnazionale.

Segue l'analisi storica partendo dalle società ternarie (Nobiltà, Clero e terzo Stato) ovviamente diseguali, e dove diritti di proprietà e funzioni sovrane sono inestricabilmente legati. La evoluzione dello Stato moderno avviene tramite il logoramento di quest'ordine.

Con la Rivoluzione Francese si pongono le basi per la nascita della società borghese e proprietarista, con il  proprietarismo emerso grazie anche alla formazione di uno Stato centralizzato. Rimane, comunque, evidente il  fallimento nella soluzione del problema della diseguaglianza della proprietà, che non diminuisce anzi finisce per crescere, il vero calo della concentrazione dei patrimoni inizia dopo la prima guerra mondiale. Nel libro vengono poi evidenziate le traiettorie storico istituzionali delle varie nazioni europee.

Nella seconda parte delinea la storia delle società schiaviste e coloniali (Europa e Stati Uniti) che hanno influito sulla evoluzione economica e politica delle società extraeuropee, India, Cina, Giappone ecc.

La terza parte è incentrata sulla grande trasformazione nelle società occidentali dalla fine della prima guerra mondiale sino agli anni '70; in questo periodo la diseguaglianza diminuisce grazie al tracollo dei patrimoni privati per distruzione, espropriazione e inflazione, cioè per motivi in parte accidentali ma anche politici, grazie alla introduzione del suffragio universale che sposta gli equilibri politici e quindi ideologici (vedi anche influenza della Rivoluzione Russa). La introduzione della progressività fiscale ha permesso di sostenere il welfare ma anche le spese fondamentali per lo sviluppo (istruzione, ricerca, infrastrutture). 

L'autore mostra anche i limiti delle società contemporanee negli ultimi decenni nel affrontare i cambiamenti che hanno portato ad un aumento della diseguaglianza e al ritorno di un alta concentrazione della proprietà. Oltre alla globalizzazione questo fenomeno di aumento di diseguaglianza si deve alla narrativa/ideologia neo proprietarista che esalta il merito e gli imprenditori ma sotto tale copertura vengono perpetuati i privilegi sociali.

Affronta poi il tema delle elezioni mostrando come, in Europa e Stati Uniti, a una divisione "classista elettorale", cioè i ricchi e proprietari (e in genere i più istruiti) che votavano  a destra e le classi meno agiate a sinistra, sia succeduta una stratificazione multipolare. La sinistra tradizionale è passata, sorprendentemente, da partito dei lavoratori a quello delle élite laureate, mentre la destra tradizionale (destra mercantile) rimane con la élite dei proprietari. Crescono a fianco di queste due suddivisioni negli ultimi anni, per effetto della insoddisfazione delle classi popolari, dei partiti cosiddetti social-nativisti con collocazioni spesso a destra (ad esempio Lega o Front National) o miste (5 stelle). In altri paesi extra europei, come l'India, la traiettoria delle suddivisioni elettorali è stata diversa sviluppando, nel tempo, una forma peculiare di divisione classista/religiosa con le classi (caste) alte indù divise elettoralmente dalle caste più basse e di appartenenti ad altre religioni (musulmani).

Nel finale l'autore delinea alcune ricette, per quanto egli ammetta essere imperfette e fragili, perché lo scopo dell'autore è piuttosto aprire il dibattito e non quello di chiuderlo.

Le proposte sinteticamente sono:

  • condividere il potere nelle imprese aumentando la partecipazione dei lavoratori (cogestione);
  • istituire norme che impediscano la concentrazione incontrollata di ricchezza tramite imposte progressive sul reddito, successioni e una tassa annuale sul patrimonio globale;
  • tassazione progressiva dei singoli consumatori per la CO2 emessa;
  • aumentare in maniera sostanziale le risorse investite negli istituti di formazione più svantaggiati;
  • promuovere  una democrazia partecipativa ed egualitaria depotenziando il  finanziamento elettorale privato;
  • aumentare la democrazia transnazionale con una sovranità parlamentare europea privilegiata.
Alcune considerazioni sintetiche sul libro. Sicuramente è un libro interessante e pieno di informazioni storiche e sociali, ritengo, comunque, che per un libro che è dedicato al grande pubblico la sua dimensione sia eccessiva, diventando alla lunga di non facile lettura e dispersivo, credo che libri così voluminosi rispondano più alle esigenze dell'autore che del lettore.

Che il problema della diseguaglianza sia uno dei problemi fondamentali è ormai piuttosto noto.  La diminuzione della diseguaglianza all'interno di un paese e tra paesi, come ho scritto nel mio libro sulla economia, non è un imperativo solo morale ma di efficienza economica, questo dovrebbe essere chiaro alle elìte dominanti per cercare di ridurlo per il bene di tutti anche dei più ricchi. Basti pensare solo allo spreco di risorse che si produce non permettendo ad alcune persone di dispiegare il proprio potenziale intellettuale che potrebbe essere utilissimo alla società. 

Quello che è chiaro, anche all'autore, è che molti problemi, compreso quello ecologico, non sono risolvibili solo su scala nazionale ma hanno dimensione transnazionale. Questo pone un grandissimo problema di coordinamento che abbiamo visto è difficilissimo raggiungere, come evidenziato anche da Rodrik ad esempio nel suo trilemma sulla globalizzazione e la democrazia. Tutto questo richiede in primo luogo un miglioramento delle leadership politiche che dovrebbero essere più preparate, mentre il deterioramento nel funzionamento della democrazie sta portando a leadership sempre più "populiste", termine che Piketty non ama, che tendono a promettere soluzioni  che una popolazione sempre più spaventata e in difficoltà chiede,  ma si rivelano sbagliate o alla fine favoriscono le elìte dominanti (vedi ad esempio Trump). Certo, come afferma Piketty, la colpa è anche dei cosiddetti progressisti che hanno perso di vista il loro compito e sono diventati i rappresentanti delle elìte intellettuali e sempre meno delle masse popolari. Tentativi come quello dei 5 stelle di recuperare la partecipazione popolare sono in teoria giusti e condivisibili, ma anche in questo caso ci vogliono leadership preparate altrimenti le proposte che vengono portate avanti diventano confuse e a volte controproducenti o sprechi di denaro.

mercoledì 3 aprile 2019

Barry Eichengreen-Hall Of Mirrors-The Great Depression, The Great Recession and the uses and misuse of history-Oxford Univeristy Press

Il libro che recensiamo oggi è molto approfondito e dettagliato e  in cui vengono spiegate in parallelo le due grandi crisi: la Grande Depressione degli anni '30 e la Grande Recessione del inizio del XXI secolo
Il libro descrive, con grande dovizia di particolari, fatti e personaggi della storia delle crisi evidenziando parallelismi e differenze tra le due crisi, sia nel nascere che nella gestione. Ovviamente non posso descrivere facilmente tutto quanto viene riportato nel libro, che comunque consiglio di leggere, anche se non è un libro semplice  in quanto molto complesse e intricate sono le questioni analizzate. 
Quali sono le conclusioni dell'autore? Sicuramente la lezione della crisi degli anni '30 è servita principalmente negli USA e meno in Europa. Le conoscenze degli errori della Grande Depressione hanno infatti consentito di salvare dal disastro finanziario e hanno evitato livelli di disoccupazione troppo elevati. Gli interventi di salvataggio hanno evitato il peggio, anche se il fallimento di Lehman-Brothers è stato sottovalutato nei suoi impatti, inoltre le politiche fiscali espansive si sono interrotte troppo presto rallentando la ripresa. In Europa, invece, oltre ad aver fatto un unione monetaria senza unione fiscale e bancaria, la reazione ha portato presto a strette fiscali e controllo della spesa pubblica costringendo a una ripresa molto asfittica se non a situazioni di grave recessione, come in Grecia (ma anche in Italia) a seguito degli interventi della Troika. Inoltre, per quanto riguarda le riforme, mentre dopo la Grande Depressione le riforme (Steagall-Grass) sono state molto profonde ed efficaci, anche perché la crisi è stata più pesante, di converso l'evitare il peggio ha prodotto riforme (Dodd-Frank) molto ridotte, anche in Europa le riforme che ci sono state sono parziali e anche tardive.
In sintesi quello che ne esce è un quadro a tinte chiare e scure in cui la storia insegna ma non abbastanza. 
Se avete la possibilità (è solo in inglese) leggetelo perché veramente molto istruttivo e approfondito.

lunedì 18 febbraio 2019

Bernard Manin - Principi del governo rappresentativo - Il Mulino

Il libro che presento oggi è un libro sulla democrazia e in particolare sulla sua evoluzione, è un libro molto interessante e ricco, inoltre scritto anche bene per cui lo consiglio caldamente.
La prima parte è dedicata a una ricostruzione della democrazia ateniese, tale democrazia prevedeva un assemblea popolare (non tutti i cittadini ma comunque un numero importante) per molte decisioni, inoltre  un sistema complesso basato per la maggior parte sulla selezione per sorteggio per molte funzioni che non erano svolte dalla assemblea, le cariche elettive erano ristrette solo ad alcune funzioni specifiche, militari o finanziarie. Il sistema di estrazione a sorte non termina con la democrazia ateniese, si ritrova anche nel antica Roma e poi a Firenze per la selezione dei magistrati e, sopratutto, a Venezia nel complesso sistema di elezione dei candidati del Maggior consiglio.
Con le Rivoluzione Francese e Americana il sistema a sorte non viene più considerato e avviene il trionfo delle elezioni. Elezioni dei rappresentanti che nelle intenzioni degli autori più autorevoli si manifesta come una scelta comunque aristocratica (oligarchica) dei migliori, comunque diversi e divisi dal popolo perché non vincolati nel mandato. Quindi una scelta quella delle elezioni democratica solo in parte cioè nella libertà di scelta (tra l'altro inizialmente  la platea degli elettori era limitata),  con  i candidati che facevano parte comunque di una élite fondiaria o per ricchezza e quindi la possibilità di candidarsi preclusa di fatto  alla maggioranza del popolo. Una delle caratteristiche del governo rappresentativo è infatti quello di distinzione, cioè che gli eletti fossero diversi (in qualche modo superiori) agli elettori. Questo aspetto in alcune democrazie venne esplicitato nel requisito censitario (per gli eletti e per gli elettori).  Anche laddove non venne posto esplicitamente ( ad es. Stati Uniti) la necessità di fondi per la campagna elettorali di fatto esprimeva un elemento di forte selezione. Un altro aspetto che distingue elettori da eletti è la mancanza di vincolo di mandato in tutte le democrazie parlamentari, ovvero gli eletti non sono vincolati nelle loro scelte parlamentari (indipendenza). Questo della distinzione è indubbiamente una caratteristica più oligarchica che democratica del sistema  di governo rappresentativo.  Come contrappeso a questa indipendenza esiste l'aspetto della libertà di opinione da parte degli elettori, ovvero la potenziale libertà di esprimere opinioni in qualsiasi momento. L'altro aspetto democratico è il carattere ricorrente delle elezioni  che incentiva i rappresentanti a tener conto dell'opinione degli elettori (almeno ex-post). In qualche modo il sistema rappresentativo non è quindi un sistema in cui la comunità governa se stessa ma un sistema che fa si che le politiche e le decisioni pubbliche siano sottoposte al verdetto del popolo.
L'autore analizza poi le modifiche intercorse nel tempo al governo rappresentativo. Il sistema iniziale, era quello parlamentare con i rappresentanti che non facevano parte di partiti organizzati ("parlamentarismo"), in cui il rappresentante aveva un rapporto diretto con gli elettori ma di fatto questi rappresentanti erano una  élite dei notabili. Nel tempo si sono affermati i partiti. Da una parte questo poteva avvicinare gli eletti agli elettori essendo questi ultimi socialmente più vicini agli eletti (nel caso dei partiti socialisti o socialdemocratici), anche se qualche studioso ha fatto osservare che questi deputati diventano a loro volta delle élite "de-proletarizzate".
D'altra parte la indipendenza dei rappresentanti dagli elettori viene in parte  ridotta dalla disciplina di partito e di voto. 
Nella democrazia dei partiti inizialmente le contrapposizioni elettorali tra i partiti riflettono le divisioni tra classi, con gli elettori sostanzialmente fedeli al partito (appartenenza e identificazione).
Un ulteriore evoluzione del democrazia negli ultimi anni è quella che l'autore chiama la democrazia del pubblico.  Una delle caratteristiche è che la gente vota in modo diverso da un elezione all'altra. Gli elettori infatti tendono più a votare una persona (leader) che un partito, in qualche modo un ritorno alla natura personale del rapporto di rappresentanza. In parte è anche dovuto alla differenza dei canali di comunicazione o media in gioco. I rappresentanti vengono scelti in base alla loro "immagine" in senso lato. In qualche modo la democrazia è determinata dell'elettore fluttuante e dai media di comunicazione, con la formazione di una nuova élite, élite politiche e mediatiche che non per questo sono più vicine agli elettori di quanto non lo fossero i rappresentanti di partito.
L'autore afferma che la democrazia si è forse allargata ma non è detto che sia divenuta più profonda.
In conclusione il governo rappresentativo possiede indubbiamente una componente democratica ma è altrettanto innegabile la dimensione oligarchica, cioè un sistema misto e complesso che assembla parti democratiche e non. Le elezioni appaiono come un metodo non egualitario perché non forniscono uguali chance ad ogni cittadino. D'altra parte tutti i cittadini hanno un uguale potere di designare e rimuovere i governanti. Le elezioni inevitabilmente selezionano una élite ma sta ai cittadini definire cosa costituisca una élite e chi vi appartenga.
In conclusione un libro molto interessante e approfondito  che svela anche gli aspetti non democratici degli attuali sistemi elettorali e di rappresentanza che non sono spesso esplicitati dai media.




mercoledì 13 giugno 2018

Y.N. Harari - Da animali a déi. Breve storia dell’umanità-Bompiani


Il libro dello storico israeliano Harari è un libro di storia, ma non di nomi e fatti bensì della umanità e, in particolare, dell’Homo Sapiens l’unica specie umana rimasta e che domina il mondo, anche  perché è l’unico animale a credere in cose che esistono puramente nella propria immaginazione, come: dei, stati, denaro e diritti umani.
La storia umana presenta tre rivoluzioni
La prima è la cosiddetta rivoluzione cognitiva cioè la comparsa di nuovi modi di pensare e comunicare. La capacità di creare una realtà immaginaria (miti comuni) traendola dalle parole ha consentito che grandi numeri di estranei cooperassero tra loro, trasformando le strutture sociali.
La seconda rivoluzione è quella agricola, ma per l’autore peggiorò le condizioni individuali rispetto alla vita dei raccoglitori, c’era più cibo (surplus) ma con meno varietà con la importante conseguenza della creazione di società sempre più complesse e unificate, sino agli imperi, basate su gerarchie immaginarie.
Infine, viene la rivoluzione scientifica che fu la presa di coscienza dell’ignoranza e la nascita di un complesso militare-industriale-scientifico che diede origine al sistema capitalistico e alla  Rivoluzione Industriale. 
Gli ultimi cinque secoli sono caratterizzati dell’interazione di scienza, impero e capitale, alleanza che ha permesso alla Europa di essere il centro del mondo, imponendo su tutto il globo il suo stile di vita. 
Siamo gli eredi di questo connubio tra capitalismo e metodo scientifico, ancora oggi in vigore. Fu la rivoluzione sociale di maggior portata che il genere umano abbia mai vissuto: il crollo della famiglia e della comunità locale e la loro sostituzione con lo Stato e il mercato, con la nascita dell’individuo.
Nel finale pone una sguardo al  futuro, ci attende una rivoluzione biologica? Grazie alle conoscenze  scientifiche biologico/informatiche il rischio è che alla evoluzione naturale  si sostituisca il disegno intelligente dell’uomo. La direzione per Harari è  inesorabile, ma sappiamo dove vogliamo andare? Cosa c’è di più pericoloso di una massa di dei insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?
Un libro molto bello, interessante e a volte spiazzante e dissacrante, in cui c’è molto di più di quanto io possa sintetizzare che vi consiglio vivamente di comparare e leggere.

lunedì 3 aprile 2017

Francis Fukuyama - La fine della storia e l’ultimo uomo

Il libro di Fukuyama non è un libro recente, risale agli anni ‘90 ed è stato al centro di un grande dibattito, l’ho riletto in questi giorni per rispondere alla domanda: è ancora attuale?
Il libro si svolge su due piani: storico e filosofico, e la domanda cui vuole rispondere l’autore è se la storia abbia una direzione e se abbia raggiunto una fine, come riteneva Hegel ma anche Marx, i quali asserivano che la storia umana avrebbe avuto una fine una volta che si fosse raggiunta una società tale da soddisfare i profondi e fondamentali desideri della umanità.

Sicuramente ciò che, per l’autore, ha una direzione ben precisa è la ricerca scientifico-tecnologica che progredendo, nell’ambito del sistema capitalistico e di mercato, ha consentito di raggiungere elevati standard di vita ed economici nei paesi sviluppati.

Uno degli aspetti principali della natura umana è che l’uomo non ha solo esigenze materiali e comportamenti razionali ma, riprendendo ancora Hegel, uno dei fondamentali bisogni umani sia quello del “riconoscimento”, cioè essere considerato per il suo valore ma anche di avere una dignità. Questo bisogno di riconoscimento, nel suo aspetto più negativo, ha prevalso all’inizio della storia con la componente (megalotimia) con le lotte per la supremazia e la instaurazione del binomio signore-servo. 
Questo aspetto viene superato nella democrazia, che riesce a sostituire il desiderio irrazionale di essere riconosciuto come più grande degli altri con il desiderio di riconoscimento come uguale (isotimia), la lotta per la supremazia viene in qualche modo sublimata nel sistema capitalistico nella conquista della supremazia economica.
Il sistema democratico, quindi, nell’ambito di un sistema di mercato, sembrerebbe aver raggiunto il miglior compromesso tra le esigenze razionali di conservazione e le esigenze irrazionali di supremazia, rappresenterebbe quindi la fine della storia?
Fukuyama pur sostenendo che le attuali democrazie liberali siano sistemi migliori dei precedenti non nasconde che la democrazia abbia ancora delle contraddizioni; due sono le critiche che vengono, da sinistra e da destra. Da sinistra la critica sostiene che il riconoscimento sarebbe imperfetto perché solo formale e non accompagnato da un'effettiva uguaglianza di possibilità, nella critica di destra (con riferimento a Nietzsche) la tendenza alla eguaglianza democratica sarebbe frustrante, visto che l'uguaglianza del riconoscimento non sarebbe specchio reale delle differenze tra uomo e uomo.
La fine della storia sarebbe quindi, secondo Fukuyama, nel attuale sistema liberaldemocratico, anche se nel finale non da per scontato che questo sia l’esito finale, l’aspetto irrazionale infatti è sempre presente nell’uomo che porta dentro di se la perenne insoddisfazione anche per sistemi politici che si sono dimostrati alla lunga migliori in confronto agli altri. 
Complessivamente un libro molto stimolante, pieno di riferimenti storici e filosofici, anche se in alcune parti le conclusioni sono solo in parte condivisibili, ritengo, pertanto,  che sia un libro ancora interessante da leggere anche se Fukuyama successivamente ha parzialmente modificato il suo punto di vista.

mercoledì 23 novembre 2016

K. Polanyi - La grande trasformazione

Oggi parliamo di un libro non certamente nuovo, infatti la prima edizione è uscita nel 1944, quindi non recentissimo, ma tale libro contiene alcune riflessioni che sono comunque attuali e vale la pena di essere letto, anche se non è di facile reperimento in lingua italiana, mentre lo trovate facilmente anche in rete in lingua inglese.
Diciamo subito che è un libro complesso pieno di argomenti e argomentazioni, una sua sintesi è quindi da escludere al massimo cercherò di esporre alcune sue idee. 
E’ un libro complesso, è infatti in parte storico, sociologico, economico e politico, ovvero ricostruisce la storia della evoluzione (la grande trasformazione) della società occidentale evidenziando la interrelazione profonda tra i piani economici, politici e sociali.
Si parte da una visione del periodo che va dal 1815 alla prima guerra mondiale, un periodo di sostanziale pace (la pace dei cent'anni) tra le grandi potenze con solo qualche guerra a carattere locale.
Quali erano le forze che hanno determinato tale situazione di pace? Per Polanyi sono quattro: l’equilibrio del potere delle grandi potenze, la base aurea, il mercato autoregolato e lo stato liberale. Di questi elementi quello fondamentale era il mercato autoregolato, la cui idea per l’autore è che sia puramente utopica perché la sua istituzione porta come conseguenza alla distruzione della società, per questo la società stessa genera delle forze che cercano di contrastare il mercato
Tornando al periodo di pace questo terminò quando i contrasti tra le grandi potenze per il dominio coloniale superarono la capacità, soprattutto della alta finanza, di contrastare le rivalità tra i paesi. 
Il periodo successivo tra le due guerre sancì la fine del sistema aureo, infatti i tentativi di mantenerlo in piedi costringevano i paesi alla deflazione che a sua volta generava problemi di produzione e quindi povertà e ulteriore chiusure al commercio. Ma il problema maggiore per Polanyi resta l’idea del mercato autoregolato, il cui sviluppo fu favorito storicamente dallo Stato, ma liberare i mercati metteva in pericolo la organizzazione sociale; di fatto mentre il sistema economico, precedentemente, era assorbito dal sistema sociale, si arrivò a separare politica ed economia con la mercificazione progressiva del lavoro e della terra (terra e lavoro sono per Polanyi merci fittizie). Interessante è anche la parte in cui espone le differenze tra la moneta-merce ("vitale per l'esistenza del commercio estero") e la moneta-segno che "si diffuse per proteggere il commercio dalle deflazioni forzate". 
La moneta merce sarebbe, quindi, incompatibile con la produzione industriale e con la disgregazione della base aurea cessò quindi di esistere. Polanyi aggiunge, inoltre, che "il crollo della base aurea rappresentò anche il fallimento definitivo dell'economia di mercato". La sua diagnosi della crisi politica che ha condotto alle guerre mondiali è:
"La tensione sorgeva dal mercato di lì passava alla sfera politica e quindi a tutta la società. Quando la base aurea cadde la tensione all'interno delle nazioni si liberò".
Quali sono le lezioni ancora valide di Polanyi? 
Primo che il mercato autoregolato è una pericolosa illusione, infatti, se il secondo dopoguerra è stato anche caratterizzato da una certa stabilità e prosperità lo dobbiamo alle politiche keynesiane del dopoguerra e dall'intervento dello Stato come regolatore e moderatore dell'economia. Quando la furia iperliberista dagli anni '70 ha cominciato a propagandare l'idea che lo Stato è male e sarebbe meglio ridurlo al minimo le crisi economiche e sociali sono aumentate. 
Secondo, l'idea che la moneta non sia neutrale, come succede per l'euro che di fatto rappresenta il gold standard europeo e infatti costringe i paesi deboli del sud alla deflazione e svalutazione del lavoro.
Inoltre, l'idea che il mercato autoregolato costringa la società a trovare soluzioni per evitare le conseguenze negative che questo comporta, cosa che vediamo con l'avanzata del cosiddetto populismo, che non è altro che una normale reazione della società a forze che tendono a distruggerla.
Concludo con un suo monito alle classi dirigenti :
"Nessuna classe che difenda rozzamente soltanto i suoi interessi può mantenersi al potere."

mercoledì 23 settembre 2015

Jared Diamond - Armi, acciaio e malattie-Breve storia del mondo degli ultimi 13.000 anni-(Einaudi)

Il libro uscito alcuni anni orsono, nel 1997 ma successivamente aggiornato, mantiene comunque intatto il suo interesse che conferma il  Pulitzer per la saggistica  assegnatogli. Diamond Jared, l’autore, è una persona con interessi multidisciplinari (biologo, fisiologo e ornitologo) e così pure il suo libro. La domanda fondamentale a cui cerca di dar risposta nel libro è perché gli europei hanno assoggettato gran parte degli altri popoli? Secondo l’autore le diversità di sviluppo tra le popolazioni sono legate a motivazioni essenzialmente ambientali in senso lato. La presenza di  specie agricole e animali più facilmente addomesticabili e utilizzabili in primis, la contiguità geografica che ha favorito la trasmissione delle pratiche migliori e anche la necessità di adottarle per non soccombere. L’autore ci conduce quindi in  un appassionante giro del mondo, con evidenza di casi esemplari con i quali illustrare e verificare le sue teorie. Nel suo libro vengono esposti aspetti attinenti alla linguistica, all'archeologia, alla genetica in maniera sempre interessante e mai noiosa, affiancando aneddoti personali a resoconti storici che partono da 13.000 anni fa sino ai giorni odierni.
Il libro a mio parere non sempre risulta convincente e pecca forse, in alcuni assunti, di un certo «riduzionismo» nelle motivazioni dello  sviluppo ad alcuni fattori, anche se evita di  affermare che i fattori individuati siano  indici di superiorità culturale o morale dell’Occidente. Riamane  comunque un libro piacevole, interessante e ben documentato, anche se con qualche ripetizione, che ne fanno un libro assolutamente da leggere e tenere nella propria biblioteca