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mercoledì 1 luglio 2026

Vannacci, l'ultima malattia italiana

 Partiamo da un fatto, gli italiani sono mediamente insoddisfatti, anzi direi arrabbiati abbastanza per come vanno le cose, e non hanno torto.

I salari reali sono cresciuti del 1% negli ultimi 30 anni in valore reale (1), quindi praticamente fermi, a fronte di un aumento medio Ocse del 32,5%. Abbiamo avuto una crescita del PIL asfittica, siamo fanalino di coda dei paesi dell'eurozona  con una crescita di appena del 0,5% negli ultimi 25 anni. La povertà è aumentata, vedi qui, sempre più poveri e sempre più a lungo. La disoccupazione registra un miglioramento ma abbiamo un tasso di disoccupazione dei giovani del 18,5%, dato preoccupante che si riflette nell' esodo di giovani dal paese, 630 mila dal 2011 al 2024, esodo che non accenna a diminuire.

 La situazione è quindi critica e questo si riflette nella riduzione dell'interesse per la politica, sempre meno persone vanno a votare. L'altro aspetto è la crescita del voto di protesta, abbiamo avuto nell'ordine il voto per i 5 stelle, per la Lega, per Fratelli d'Italia e ora si affaccia Vannacci. Il meccanismo è lo stesso, si lanciano slogan contro i governi e la situazione politica facendo leva sulla paura o la speranza che qualcosa cambi, ma poi le promesse vengono sempre deluse perchè è facile promettere questo e quest'altro quando si è alla opposizione e poi scontrarsi con la dura realtà: la complessità di gestire un economia in difficoltà, le regole imposte dalle UE e dalla finanza internazionale, vincoli di bilancio, ecc. Quindi si passa all'imbonitore successivo, e questa è la volta di Vannacci che cavalca lo spauracchio degli immigrati con una promessa tanto stupida quanto irrealizzabile: la remigrazione, per il resto Vannacci non dice niente e sta raccogliendo poltici riciclati di dubbia reputazione. La immigrazione è un problema? Certo ma che va affrontato razionalmente, gli immigrati ci servono e ci serviranno sempre di più, in un paese che non fa più figli e che ne manda sciaguratamente molti fuori e spesso istruiti. Non si possono prendere immigrati con leggerezza ma un quota ci serve, quindi andrebbe fatta una politica di immigrazione controllata, un serio piano di integrazione, mandare via quelli che si comportano male e delinquono, parlare di remigrazione è quindi soltanto uno slogan inutile e pernicioso. Comunque anche se Vannacci prenderà il 5% tutto sommato ci sta, una quota di irriducibili che si fanno attirare dal pifferaio di turno è fisiolgica.

 Il vero problema sono ormai il 50% di elettori che non vanno a votare, i delusi, molti facenti parte di una classe media che è stata massacrata negli ultimi anni: operai, impiegati, insegnanti, piccoli imprenditori, professionisti, ecc.  Purtroppo la politica è diventata questo: ricerca disperata del consenso tramite slogan facili ma quasi sempre inattuabili, vedi ad esempio la traiettoria politica dell'attuale Presidente del Consiglio e della sua maggioranza. Avremmo bisogno di una forza politca che promuova il cambiamento, l'Italia ha degli enormi problemi strutturali, che riduca le tante forme di rendita parassitaria e promuova la crescita della imprenditoria innovativa, che dia spazio ai giovani fermando l'esodo e possibilmente li faccia rientrare, senza però raccontare favole ma guardando alla realtà. Purtroppo abbiamo una pletora di partiti e partitini che gravitano in una cosiddetta area di centro che sono divisi e presi dalle loro leadership autoreferenziali (Calenda, Renzi, Marattin, Boldrin), un Partito Democratico diviso tra andare a sinistra o guardare al centro (che non c'è), partiti che hanno delle ledership decotte o che solleticano il popolo con false promesse o con politiche irrealizzabili. Quindi capisco la delusione e l'imbrazzo quando è il momento di votare, e io sono uno di quelli che va a votare ma con sempre più difficoltà. Un paese che è in crisi da 30 anni, colpa di tutti i partiti a questo punto, meriterebbe delle leadership migliori, purtroppo oltre a una scarsa offerta dobbiamo ammettere che anche noi come elettori abbiamo le nostre colpe, e il Vannacci di turno ne è un esempio. 

giovedì 26 marzo 2026

Il no ha vinto il referendum sulla giustizia

 Il referendum costituzionale sulla giustizia si è concluso con una vittoria dei no, a sorpresa per il distacco sul si, riforma promossa dalla maggioranza. Come ho accennato non ci si aspettava una vittoria così netta, per i sondaggi l'esito era in bilico, ma, soprattutto, nessuno si aspettava una affluenza quasi al 60%, data la tendenza a una sempre minore partecipazione al voto. Il voto ovviamente è stato nel merito del quesito ma anche politico. In particolare trovo politico il voto del sud, in alcuni casi quasi plebiscitario; il sud è indubbiamente deluso da una parte politica che ha fatto tante promesse populiste e ne ha mantenute poche, la situazione economica a molti non pare cambiata e anche l'aumento delle accise, ora in parte ridotte, non è piaciuto ai più.

 Un altro voto in parte politico è quello dei giovani, con un alta partecipazione e un voto ai no del 60%. Certo i giovani non hanno visto segnali positivi dal governo, che sembra non considerarli salvo criticarli per le manifestazioni e avendo anche introdotto misure securitarie discutibili. Dei giovani e della loro situazione, che non da loro grandi speranze, sembra interessare solo a pochi. L'opposizione ovviamente è molto soddisfatta dell'esito del referendum, che mostra una premier Meloni sconfitta. Le sue mosse successive, richiesta di dimissioni immediate per Delmastro, Bartolozzi e Santanche' sembrano confermare la difficoltà ma anche poca lucidità perchè sono tardive e anzi, da un punto di vista di immagine, controproducenti.

Il governo può arrivare a fine legislatura perchè ha i numeri, certo la situazione interna è cambiata, e quella esterna non promette niente di buono con il rischio di una scarsa crescita e di un aumento della inflazione, arrivare alle elezioni con una situazione economica e sociale non buona non è certo una situazione invidiabile. La opposizione come detto è giustamente molto soddisfatta dell'esito delle elezioni ma non credo che ci sia molto da gioire. Il voto del no non è totalmente traducibile in un voto alla opposizione. Conte ha proposto già di fare le primarie, probabilmente pensa di essere il candidato favorito, ma da una parte non sarebbe una novità e non credo che nel fronte del no sia così benvisto. La Schlein prende tempo giustamente, è riuscita finora a mantenere la leadership del PD e mantenerne stabili i voti, cosa non facile, ma personalmente non la vedo come possibile e credibile candidata alla Presidenza del Consiglio. Fratoianni in una sua dichiarazione ha promosso un salario minimo a 11 euro, proposta velleitaria e anche controproducente. Poi abbiamo Renzi che si destreggia abilmente, il cui unico scopo è quello di riuscire a conquistarsi un altro seggio al Senato. Quindi, stante la situazione del cosiddetto campo largo, non sembra per niente scontato che la opposizione possa sfruttare il momento di difficoltà della attuale maggioranza e riuscire a risultare vincitori della prossima tornata elettorale. Alla sinistra servirebbe qualcos'altro, in particolare citerei John Belushi in Animal House: "Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare".

venerdì 26 agosto 2022

Il meraviglioso mondo delle promesse elettorali

 Ci avviamo verso le elezioni che si preannunciano tra le peggiori degli ultimi anni, grande confusione, alleanze elettorali poco chiare e di convenienza, e soprattutto programmi elettorali infarciti, spesso, di promesse elettorali costose e spesso inutili se non controproducenti. 

Qui analizzeremo sinteticamente i programmi del Centro Destra e Lega, del Movimento 5 stelle, del PD e del terzo polo (Azione-Italia Viva), trattandosi di programmi piuttosto lunghi ed elaborati tratteremo principalmente alcuni argomenti: lavoro, fisco, riforme istituzionali e PA, politica industriale 

Centro Destra e Lega

In generale il programma del Centro destra (17 pagine) è piuttosto vago e non scende nei particolari. Sulle tasse parla genericamente della pressione fiscale e di pace fiscale, quest'ultima significa di fatto altri condoni e non cita la lotta alla evasione come sempre.  Relativamente alla flat tax parla di estensione a 100.000 euro di fatturato per partite IVA, in realtà sia Salvini e sia Berlusconi parlano di Flat Tax generalizzate che significa di fatto ridurre le risorse per lo Stato a vantaggio di pochi privando certamente i meno ricchi di servizi essenziali. Sul lavoro altro vago accenno è chi più assume meno paga che detto così non significa niente, misura molto difficile da concepire. Pensioni: innalzamento delle pensioni minime  anche qui generico mentre Berlusconi parlava di 1000 euro che sarebbe giusto  ma molto costoso soprattutto in un paese che spende già troppo per le pensioni rispetto a tutto il resto. Il programma della Lega parla giustamente anche di agricoltura che comunque rappresenta una parte molto marginale del PIL mentre parla genericamente delle PMI (quando il problema Italiano, vedi il mio libro, è che abbiamo imprese troppo piccole mentre le imprese devono avere una grandezza minima per essere efficienti). Come riforma istituzionale viene proposta la elezione diretta del Presidente della Repubblica che non risolve niente 

Riduzione del orario  di lavoro a parità di stipendio, misura  populista se non collegata ad una spinta all'aumento di produttività.

Istituzioni: sfiducia costruttiva e limiti alla decretazione di urgenza.

Politica Industriale: in particolare si concentra su agricoltura e turismo.

 Scuola e Università: aumento degli stipendi per insegnanti e fondi ricerca.


Programma del PD 

Programma di ben 37 pagine.


Politica industriale: piano Transizione 4.0 per investimenti green, piano nazionale risparmio energetico, messa in sicurezza infrastrutture. Previsto anche un grande piano di assunzione nella PA.

Tasse: franchigia di 1000 euro sui contributi Inps, abolizione IRAP

Lavoro: salario minimo, retribuzione stage curriculari, lotta al precariato (modello Spagna).

Riduzione orario a parità di salario (come 5 stelle) ma legati ad aumenti di produttività.

Revisione del reddito di cittadinanza.

Scuola e Università: allineare stipendi alla media europea (ma la qualità dell'insegnamento?), potenziare edilizia universitaria, nuovi docenti universitari.

Nel programma troviamo anche un generico maggiore flessibilità per le pensioni. Vi è anche un cenno sulla digitalizzazione della giustizia e adeguare la organizzazione (giusto ma perché si è fatto poco fino ad adesso?)

Un programma che contiene molte cose ma infarcito di piani e fondi con poche iniziative dettagliate.


Programma di Azione e Italia Viva 

Programma  molto lungo (68 pagine) e dettagliato per cui evidenzieremo solo alcune cose.

Politica industriale: zero tasse per giovani imprenditori, facilitare la crescita dimensionale delle imprese, rafforzare industria 4,0. Sostenere la nascita di aziende innovative e transizione digitale. Piano dettagliato per agricoltura e trasporti.

C'è un piano dettagliato su energia e  ambiente su breve, medio e lungo periodo per ridurre dipendenza gas e aumentare rinnovabili con inclusione del nucleare (di cui parla anche la Lega).

Lavoro: salario minimo, detassare premi di produttività, combattere la precarietà (aumento vigilanza), regolare i tirocini curriculari, riforma del reddito di cittadinanza.

Fisco: semplificazione Irpef, riduzione tassazione per giovani sino a 30 anni, abolizione Irap, Iva solo due aliquote, lotta alla evasione.

Istituzioni e PA: miglioramento giustizia con rafforzamento organico e del processo telematico, informatizzazione uffici. Efficientare PA 

Piano dettagliato per la sanità.

Superamento bicameralismo (finalmente!). Elezione diretta del Presidente del Consiglio ( misura populistica e inutile).

Scuola e Università: obbligo fino a 18 anni, potenziamento ITS, riqualificare edifici scolastici, reclutamento docenti universitari e rete per la ricerca.

Il programma è molto completo ed  impossibile citare tutto, tra tutti i programmi è quello organizzato meglio e con maggiori dettagli sulle misure.

I programmi, in generale,  contengono cose che sono anche giuste ma in genere poco dettagliate, le cose giuste vengono regolarmente dimenticate nel corso della legislatura. Ci sono alcuni punti comuni tra i programmi per cui non si capisce perché non si fanno (vedi ad es salario minimo).

Alcune considerazioni generali di cose che in questo blog e nei miei libri  ho già detto più volte. Un paese per crescere ha bisogno di alcune cose fondamentali.

Stare al passo con la evoluzione tecnologica, infatti è la tecnologia che traina la crescita, quindi bisognerebbe favorire (rendere quasi gratuite) le lauree STEM (matematica, fisica ecc.) visto cha abbiamo carenza di laureati soprattutto nelle materie scientifiche e bisogna aumentare il numero di laureati. Giusto anche potenziare gli ITS che in Germania producono 1 milione di tecnici. Favorire la ricerca di base e quella applicata aumentando le collaborazioni pubblico privato come succede in altri paesi (ad es. nascita di start up). Gestire la  evoluzione tecnologica con la formazione continua nel pubblico e nel privato e aiutare lavoratori che saranno svantaggiati  dalla evoluzione tecnologica.

Miglioramento burocrazia, piuttosto che ridurre lo Stato bisogna rafforzarlo laddove serve. Bisogna migliorare la macchina burocratica ma non con le solite manovre facili, tagli lineari o aumenti del personale, ci vuole un piano organico di riforma della organizzazione, per questo servono anni e impegno e ci vorrebbe anche la partecipazione di un sindacato  più attento alla evoluzione che al mantenimento dello status quo.

Migliorare le istituzioni e la democrazia, le istituzioni devono essere allineate alle modifiche della società, sia in termini di diritti e sia nella organizzazione delle istituzioni. Piuttosto che ridurre i parlamentari è necessario superare il bicameralismo perfetto abolendo il senato o specializzando le camere per funzioni. Bisogna far crescere il livello di partecipazione e preparazione dei cittadini, a questo servirebbe una RAI che faccia più cultura e scimmiotti meno la pessima programmazione privata, bisogna anche favorire il giornalismo indipendente e autonomo mentre adesso è troppo schiavo dei privati o dei poteri pubblici.

Infine dovremmo favorire il senso di comunità, l'aumento delle diseguaglianze negli ultimi anni è stato enorme aumentando il disagio sociale, le classi dirigenti e più abbienti dovrebbero porsi il problema di come ridistribuire la ricchezza altrimenti avremo solo un decadimento economico e sociale della nostra società, la partecipazione alla crescita e un aumento delle possibilità per tutti i cittadini è garanzia di una società più ricca e stabile.



lunedì 18 febbraio 2019

Bernard Manin - Principi del governo rappresentativo - Il Mulino

Il libro che presento oggi è un libro sulla democrazia e in particolare sulla sua evoluzione, è un libro molto interessante e ricco, inoltre scritto anche bene per cui lo consiglio caldamente.
La prima parte è dedicata a una ricostruzione della democrazia ateniese, tale democrazia prevedeva un assemblea popolare (non tutti i cittadini ma comunque un numero importante) per molte decisioni, inoltre  un sistema complesso basato per la maggior parte sulla selezione per sorteggio per molte funzioni che non erano svolte dalla assemblea, le cariche elettive erano ristrette solo ad alcune funzioni specifiche, militari o finanziarie. Il sistema di estrazione a sorte non termina con la democrazia ateniese, si ritrova anche nel antica Roma e poi a Firenze per la selezione dei magistrati e, sopratutto, a Venezia nel complesso sistema di elezione dei candidati del Maggior consiglio.
Con le Rivoluzione Francese e Americana il sistema a sorte non viene più considerato e avviene il trionfo delle elezioni. Elezioni dei rappresentanti che nelle intenzioni degli autori più autorevoli si manifesta come una scelta comunque aristocratica (oligarchica) dei migliori, comunque diversi e divisi dal popolo perché non vincolati nel mandato. Quindi una scelta quella delle elezioni democratica solo in parte cioè nella libertà di scelta (tra l'altro inizialmente  la platea degli elettori era limitata),  con  i candidati che facevano parte comunque di una élite fondiaria o per ricchezza e quindi la possibilità di candidarsi preclusa di fatto  alla maggioranza del popolo. Una delle caratteristiche del governo rappresentativo è infatti quello di distinzione, cioè che gli eletti fossero diversi (in qualche modo superiori) agli elettori. Questo aspetto in alcune democrazie venne esplicitato nel requisito censitario (per gli eletti e per gli elettori).  Anche laddove non venne posto esplicitamente ( ad es. Stati Uniti) la necessità di fondi per la campagna elettorali di fatto esprimeva un elemento di forte selezione. Un altro aspetto che distingue elettori da eletti è la mancanza di vincolo di mandato in tutte le democrazie parlamentari, ovvero gli eletti non sono vincolati nelle loro scelte parlamentari (indipendenza). Questo della distinzione è indubbiamente una caratteristica più oligarchica che democratica del sistema  di governo rappresentativo.  Come contrappeso a questa indipendenza esiste l'aspetto della libertà di opinione da parte degli elettori, ovvero la potenziale libertà di esprimere opinioni in qualsiasi momento. L'altro aspetto democratico è il carattere ricorrente delle elezioni  che incentiva i rappresentanti a tener conto dell'opinione degli elettori (almeno ex-post). In qualche modo il sistema rappresentativo non è quindi un sistema in cui la comunità governa se stessa ma un sistema che fa si che le politiche e le decisioni pubbliche siano sottoposte al verdetto del popolo.
L'autore analizza poi le modifiche intercorse nel tempo al governo rappresentativo. Il sistema iniziale, era quello parlamentare con i rappresentanti che non facevano parte di partiti organizzati ("parlamentarismo"), in cui il rappresentante aveva un rapporto diretto con gli elettori ma di fatto questi rappresentanti erano una  élite dei notabili. Nel tempo si sono affermati i partiti. Da una parte questo poteva avvicinare gli eletti agli elettori essendo questi ultimi socialmente più vicini agli eletti (nel caso dei partiti socialisti o socialdemocratici), anche se qualche studioso ha fatto osservare che questi deputati diventano a loro volta delle élite "de-proletarizzate".
D'altra parte la indipendenza dei rappresentanti dagli elettori viene in parte  ridotta dalla disciplina di partito e di voto. 
Nella democrazia dei partiti inizialmente le contrapposizioni elettorali tra i partiti riflettono le divisioni tra classi, con gli elettori sostanzialmente fedeli al partito (appartenenza e identificazione).
Un ulteriore evoluzione del democrazia negli ultimi anni è quella che l'autore chiama la democrazia del pubblico.  Una delle caratteristiche è che la gente vota in modo diverso da un elezione all'altra. Gli elettori infatti tendono più a votare una persona (leader) che un partito, in qualche modo un ritorno alla natura personale del rapporto di rappresentanza. In parte è anche dovuto alla differenza dei canali di comunicazione o media in gioco. I rappresentanti vengono scelti in base alla loro "immagine" in senso lato. In qualche modo la democrazia è determinata dell'elettore fluttuante e dai media di comunicazione, con la formazione di una nuova élite, élite politiche e mediatiche che non per questo sono più vicine agli elettori di quanto non lo fossero i rappresentanti di partito.
L'autore afferma che la democrazia si è forse allargata ma non è detto che sia divenuta più profonda.
In conclusione il governo rappresentativo possiede indubbiamente una componente democratica ma è altrettanto innegabile la dimensione oligarchica, cioè un sistema misto e complesso che assembla parti democratiche e non. Le elezioni appaiono come un metodo non egualitario perché non forniscono uguali chance ad ogni cittadino. D'altra parte tutti i cittadini hanno un uguale potere di designare e rimuovere i governanti. Le elezioni inevitabilmente selezionano una élite ma sta ai cittadini definire cosa costituisca una élite e chi vi appartenga.
In conclusione un libro molto interessante e approfondito  che svela anche gli aspetti non democratici degli attuali sistemi elettorali e di rappresentanza che non sono spesso esplicitati dai media.




domenica 30 dicembre 2018

David Van Reybrouck Contro le elezioni-Perchè votare non è più democratico

La democrazia nei paesi occidentali è in crisi, una crisi di legittimità e di efficienza. La prima significa il venir meno del consenso, la seconda la difficoltà della capacità di azione, in sintesi crisi che l'autore definisce "stanchezza democratica".
Quali sono le diagnosi di tale crisi. La prima, quella populista, è che sia colpa dei politici: parassiti e approfittatori. La seconda diagnosi, quella tecnocratica, indica che il problema è la complessità del processo decisionale democratico servono, quindi, tecnocrati e specialisti che non devono preoccuparsi delle elezioni e adottare anche misure impopolari. Un altra diagnosi critica la democrazia rappresentativa, la soluzione sarebbe la democrazia diretta. 
I tre rimedi o soluzioni appaiono all'autore tutti pericolosi, il populismo è pericoloso per la minoranza, la tecnocrazia è pericolosa per le maggioranza, l'anti-parlamentarismo è pericoloso per la libertà.  L'autore propone una diversa diagnosi, il problema potrebbe essere la democrazia fondata sulle elezioni, sotto l'effetto della isteria collettiva dei media commerciali, dei social media e dei partiti politici la febbre elettorale è diventata permanente con gravi conseguenze sul funzionamento della democrazia.  L'errore sarebbe di aver ridotto la democrazia a una democrazia rappresentativa e la democrazia rappresentativa a delle elezioni.
In realtà, la riduzione della democrazia alle sole elezioni è una deriva recente, infatti nella democrazia greca si faceva ricorso molto estesamente al meccanismo del sorteggio, ripreso poi anche in altre realtà successive ( Venezia, Firenze, ecc.)
Il sistema elettivo deriva dalle rivoluzioni americane e francese, ma leggendo attentamente gli scritti dei padri fondatori della democrazia si percepisce che il sistema era si democratico per il diritto di voto, tra l'altro inizialmente limitato, ma sopratutto aristocratico per il suo reclutamento, tutti potevano votare ma i candidati erano sostanzialmente una élite. In questo modo la uguaglianza di chance politiche è stata limitata con una separazione piuttosto netta tra governanti e governati. In pratica le rivoluzioni hanno sostituito una aristocrazia non eletta con una scelta con votazione.
Se questo è il vero problema della democrazia bisogna rivedere il sistema democratico, alcuni tentativi sono stati fatti (Islanda, Irlanda, Canada) con assemblee di cittadini chiamati a fare delle proposte legislative, le assemblee hanno prodotto dei risultati positivi che in genere però sono stati in qualche modo boicottati dai partiti politici, quindi le esperienze sono solo parzialmente positive anche se siamo solo ai primi passi. Un altra applicazione potrebbe essere un sistema bi-rappresentativo con una camera eletta e una a sorteggio. 
Siamo solo all'inizio ma questa è la strada per l'autore che porta a diminuire la diffidenza tra governati e governati. Nel complesso un bel libro, ben documentato e controcorrente, che fa emergere i limiti e le difficoltà insite nel sistema attuale con una serie di proposte di cambiamento.

mercoledì 7 marzo 2018

Vincere le elezioni, ma per fare che?

Abbiamo avuto le elezioni e ora sono noti i risultati, tra l’altro per me non ci sono sorprese, bastava parlare alle persone per capire che i 5 stelle avrebbero vinto, che Salvini sarebbe cresciuto, che il Pd andava incontro a una debacle e che Berlusconi è sulla via del declino. 
Chi ha vinto è contento ma di che? Il nostro è un grande paese con ancora grandi possibilità. Siamo ancora il secondo paese industriale europeo nonostante la crisi abbia distrutto un bella fetta della produzione industriale, riusciamo ancora ad essere in parte competitivi con le esportazioni, nonostante l’euro sia una moneta a noi non favorevole. Abbiamo grandi ricchezze in termini di patrimonio artistico e geografico, con tutti i nostri difetti abbiamo ancora molto da offrire e molti ci invidiano.  


Detto questo per non fare il solito e banale disfattista dobbiamo anche dire che su molte cose siamo arretrati. La nostra burocrazia è molto farraginosa è in parte inutile, dovremmo rinnovare il personale statale con giovani laureati anche in materie scientifiche, investiamo poco nella ricerca, il debito è altissimo anche se fondamentalmente figlio di scelte scellerate del passato (anni 80-90), il prelievo fiscale è ancora molto alto è in particolare sul lavoro mentre le rendite vengono poco tassate e abbiamo una evasione/elusione enorme. Per non parlare della giustizia civile da terzo mondo, un sistema di leggi complicatissimo e in parte obsoleto, un sistema fiscale troppo complesso. 

Siamo inseriti nel contesto dell’eurozona che da un punto di vista monetario non ci aiuta e fino adesso le politiche europee sono andate poco a nostro vantaggio e molto a nostro svantaggio. Il contesto internazionale è quello che è, globalizzazione, tendenza alla delocalizzazione, grandi multinazionali che possono eludere le tasse, quindi minori entrate per lo Stato e maggiori vincoli per le regole ( idiote) europee. 
Quindi chi va al potere, a meno di non avere il prosciutto sugli occhi dovrebbe capire che governare questo paese è una bella impresa, inoltre molti nostri concittadini non si rendono conto che non esistono pasti gratis, sperano ancora nel posto fisso e nel sussidio o reddito di cittadinanza. Che ci siano situazioni di povertà che vanno sanate è indubbio, che ci sia ancora troppa diseguaglianza pure, ma bisogna essere realisti non si può tornare indietro e rimpiangere i bei tempi andati. Si deve puntare sulla domanda ma se non guardiamo anche alla offerta in questo contesto internazionale siamo folli. Quindi chi vuole governare questo paese se pensa che sia un passeggiata e sia facile si accomodi pure, purtroppo i vincoli sono molti e non si può pensare di fare politiche troppo generose. Lato offerta dovremmo migliorare ancora la qualità della formazione, pochi laureati in generale e soprattutto nelle materie scientifiche e tecnologiche, pochi diplomati tecnici (anche di secondo livello cioè Istituti Tecnici Superiori), troppi laureati in legge e scienze delle comunicazioni.  Pochi soldi e spesi malino per la ricerca scientifica. Bisogna far crescere le nostre PMI aiutandole a competere sul mercato internazionale e a uscire da un familismo a volte non premiante. Migliorare la qualità della burocrazia pubblica a tutti i livelli rendendo questo paese un paese meno arretrato, abbiamo alcune eccellenze (ad es. Banca d’Italia) ma nel corso del tempo anche queste hanno perso lo smalto. Difendere e sviluppare i campioni nazionali industriali invece di fare delle stupide privatizzazioni che hanno distrutto delle filiere solo per fare cassa. Lato domanda, aiutare le famiglie che hanno figli come fa la più laica Francia, dare maggior reddito alle fasce medio basse, tassare di più le rendite, la proprietà e i consumi di lusso, se non si riesce a tassare il reddito allora bisogna ricalibrare l’IVA (da qualche parte dovranno pure spenderli sti soldi). Aiutare le imprese che fanno investimenti in Italia e che assumono, stangare i paraculi che prendono sussidi e aumentano solo i profitti. Aumentare gli investimenti pubblici con maggiori controlli sugli appalti, far togliere gli investimenti pubblici dal conteggio del deficit, contenere la spesa corrente. 
Insomma di cose da fare, che sono anche complicate, ce ne sono molte, ma voi che avete vinto le elezioni puntando sulla pancia degli italiani e raccontando alcune favole siete pronti a caricarvi di questo peso? Buona fortuna.

lunedì 29 gennaio 2018

Perché è difficile andare a votare il 4 marzo

Questa volta per la prima volta, da quando ho il diritto il voto, sono propenso a non andare a votare e credo che difficilmente cambierò idea. Come orientamento sono di sinistra nel senso attribuitogli da Bobbio, cioè che propendo più per la giustizia sociale (mentre la destra mette al primo posto le libertà individuali); ma la mia preferenza non è per ragioni etiche o morali ma per motivi razionali, perché penso che un mondo o un economia dove c’è maggiore giustizia sociale è un mondo dove le risorse umane migliori possono emergere e quindi contribuire al progresso della società e, nello stesso tempo,  creare un economia più stabile e meno a rischio.
Detto ciò vediamo cosa ci propone la offerta politica a sinistra. Liberi e uguali  è una formazione molto eterogenea (eufemismo), con da una parte la vecchia sinistra ex SEL con Fratoianni, Possibile di Civati e gli esuli del PD Bersani e D’Alema. Alla sua guida c’è Grasso che come figura istituzionale può anche andare bene ma come leader è un tantino scarso, la sua proposta sulla Università poi non è neanche di sinistra. D’Alema sempre pieno di se (ma da dove gli viene tanta sicumera dagli studi alle Frattocchie?) ha già combinato parecchi guai al paese (non gli perdono tra l’altro di aver distrutto una delle più grandi aziende del paese), farebbe meglio a produrre vino. Bersani che è persona anche onesta e preparata ma ha avuto le sue chances e le ha perse come segretario del PD, facendo una campagna elettorale deprimente e anche sbagliando  dopo nella legislatura. Civati mi sta anche simpatico ma non ce la faccio a votare per questa accozzaglia.
Per quanto riguarda il PD parliamo di Renzi. All’inizio mi stava anche simpatico, diceva delle cose in buona parte condivisibili, mi sembrava che interpretasse la sinistra in maniera moderna e innovativa ma poi…, il suo governo ha cercato di fare alcune riforme ma completamente sbagliate: la riforma costituzionale, il Job Act, che non ha funzionato se voleva creare posti di lavoro a tempo indeterminato ha solo continuato a precarizzare il lavoro e peggiorare la situazione anche di quelli che il lavoro ce l’hanno. Ha fatto meglio Gentiloni, con un esecutivo con personaggi in media migliori o più efficaci, ma non è abbastanza per dargli il voto.
Berlusconi non l’ho votato quando era una novità, figuriamoci se lo voto adesso che ci propina la solita paccottiglia da imbonitore sapendo che non manterrà nessuna promessa, tanto quello che gli interessa sono solo i suoi affari. Mi domando  come gli italiani possano ancora dargli credito dopo che ha governato, portando il paese sull’orlo del disastro che poi ha visto l’intervento di Monti e le sue conseguenze.
Salvini è un ragazzo sveglio (ma non preparato), capace di capire al volo i sentimenti di una parte dell’elettorato e usare questi temi a suo favore, bisogna dargli atto che ha preso un partito allo sbando e con un elettorato molto concentrato al nord è riuscito a recuperare consensi e creare  una base elettorale geograficamente più ampia. Sull’euro e sul deficit può avere anche qualche ragione (si veda Bagnai) ma sa benissimo che la sua posizione è di minoranza, voglio vedere poi al governo cosa farà, sul resto non condivido assolutamente le sue posizioni estreme pertanto non lo voterò.
La Meloni non appartiene ad una area che mi rappresenta anche se è stata almeno brava a smarcarsi da Berlusconi, per il resto non ho idea di cosa possa fare nella coalizione in caso di vittoria.
5 Stelle, qui il discorso è complicato, dò atto a Grillo di aver creato un movimento  che comunque ha cercato di portare i cittadini a impegnarsi in politica, in questo modo ha anche intercettato una parte di delusi che potevano andare a finire in formazioni ben peggiori. Sono anche convinto che le persone dei 5 stelle sono mediamente oneste e animate da buoni propositi. La passata legislatura però è stata un occasione persa, per i voti che ha preso la capacità dei 5 Stelle di incidere sulle attività del parlamento mi è sembrata molto limitata, certe posizioni aventiniane come al solito non pagano. Se poi andiamo a vedere i contenuti dei programmi e lo spessore dei candidati qui la situazione è piuttosto drammatica. I punti del programma dei cinque stelle in parte sono difficilmente economicamente sostenibili, in parte sono velleitari e in altri punti non sono neanche convincenti. I candidati a partire di Di Maio hanno curriculum deprimenti, altri sono solo nomi noti (Paragone o Di Falco), complessivamente poca cosa (a dire il vero  gli altri partiti non sono comunque un gran che). 
Penso che fare politica coinvolgendo i cittadini sia giusto ma per affrontare una realtà cosi complessa non basta la buona volontà o l’onestà, bisogna capire bene come girano le cose altrimenti sei facilmente gabbato (non voglio pensare a Di Maio che si confronta con Merkel o Macron); sulla preparazione e la selezione il movimento si doveva fare molto di più in questi anni e invece siamo quasi come all’inizio, il rischio nel votarli è quello di sprecare ancora una volta il voto (cambiare tutto per non cambiare niente).

In conclusione, se dovessi votare con il cuore voterei Liberi e Uguali ma questa sinistra non ha cuore, se dovessi votare con la ragione voterei PD ma votarlo oggi non è molto razionale, se dovessi votare con il portafoglio voterei a destra ma votare per il solo portafoglio non è abbastanza, se dovessi votare per rabbia voterei 5 Stelle ma la rabbia non è da sola una buona consigliera, quindi molto probabilmente resterò a casa.