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domenica 20 luglio 2025

Ma come abbiamo fatto a ridurci cosi?

 Riflettendo su come stanno andando le cose in giro per il mondo rimango sconcertato da come sia possibile che, nel XXI secolo con alle spalle secoli di progresso scientifico, tecnologico e in generale di conoscenza in tutti i campi, si dia credito a persone così poco preparate, che spesso mentono e prendono decisioni importanti sulla base di scelte istintive e poco ragionate. Non c'è dubbio che abbiamo fatto passi da gigante nella scienza, anche se molte cose non le capiamo. La scienza avanza per tentativi ed errori e le conoscenze non sono mai definitive  ma certo molte cose le sappiamo con ragionevole certezza.

In economia, branca che ho molto studiato recentemente, molti passi sono stati fatti anche se qui le certezze sono minori e le cosiddette leggi economiche sono solo parzialmente e contestualmente valide (Rodrik). In questo campo comunque ci sono cose su cui c'è una certa convergenza, anche se le visioni rimangono differenti. Sappiamo, ad esempio, che il progresso è dovuto alla ricerca scientifica e alla applicazione delle innovazioni tecnologiche e di processo (Solow, Perez). Il grande aumento della crescita e della produttività si è avuto a partire dalla fine del 1700 in avanti, per effetto delle rivoluzioni tecnologiche. Inoltre, una cosa che mi sento di sostenere e' che la crescita economica si realizza, e che si trasforma in sviluppo, concetto più ampio, quando vi è un miglioramento delle istituzioni che creano le condizioni per una crescita più equilibrata e in qualche modo inclusiva e direi più democratica (Acemoglu). Sistemi poco democratici e dittatoriali hanno mostrato nel lungo periodo di essere meno efficienti, vedi URSS ma anche i sistemi dittatoriali in genere.

Il sistema capitalistico ha mostrato le sue potenzialità nel favorire la crescita ma, se non controllato, finisce per creare diseguaglianze eccessive che non sono né giuste né efficienti, inoltre porta allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali come stiamo assistendo da tempo. Abbiamo bisogno di istituzioni finanziarie e monetarie che funzionino, anche qui le esperienze passate ci hanno mostrato che la finanza lasciata a sé stessa crea spesso disastri e che un prestatore di ultima istanza è necessario come pure l'intervento dello Stato per attenuare le crisi e favorirne la uscita (Kildenberger, Tooze).

Potrei aggiungere molto altro ma ciò basta a capire che abbiamo strumenti, ancorchè imperfetti, che ci possono aiutare a costruire società che funzionino meglio, siano più inclusive, distribuiscano meglio le risorse e non mettano in pericolo la sopravvivenza della umanità. Nonostante tutto ciò negli ultimi anni stiamo assistendo a una crescita dei populismi, con la salita al potere di persone di scarsissima preparazione che spesso combinano guai. Sono contrario alla tecnocrazia,  ma chi va al potere, anche se non preparato, dovrebbe avere il dovere di sentire e confrontarsi con più esperti, per decidere in base al volere popolare ma tenendo conto di ciò che sappiamo in termini di coscienze scientifiche, mediche, economiche, ecc. Purtroppo la TV è ancor più i social networks sono veicolo di disinformazioni, fake news e falsità scientifiche che circolano convincendo purtroppo troppe persone.

Se ci guardiamo indietro la umanità ha fatto passi da gigante e il progresso, in senso  ampio, si è  realizzato nel corso dei secoli ma questo non è sempre vero, abbiamo avuto periodi in cui le conoscenze hanno fatto passi avanti poi sono finite nel dimenticatoio per essere poi riscoperte secoli e secoli dopo (vedi ad esempio Erstostame e la conoscenza della sfericità della terra e la sua circonferenza); così pure a periodi di società ricche, organizzate e fiorenti sono seguiti periodi bui di degrado, povertà e disordine. Quindi il progresso non fa un cammino lineare (De Long)  e queste avvisaglie dovrebbero metterci in guardia; i cittadini tutti, e in particolare quelli che hanno più conoscenze, dovrebbero risvegliarsi dal torpore, non accettare uno status quo che spesso non è maggioritario, troppe persone infatti non votano.

La democrazia, il progresso ma anche la nostra sopravvivenza su questo pianeta sono in pericolo, c'è bisogno di un risveglio di coscienze assopite, sono convinto che la maggioranza delle persone sarebbero favorevoli a cambiamenti nelle politiche dettati da scelte consapevoli e meditate e rivolte al bene comuneNon possiamo e dobbiamo accettare che qualche folle, magari anche ricco,  ci imponga la sua volontà contro gli interessi della maggioranza, abbiamo avuto già condottieri, re e imperatori che hanno creato disastri e morti solo per la brama di potere, abbiamo già dato e sarebbe anche l'ora che facessimo i nostri interessi senza essere fuorviati da narrazioni ma basandoci sulle conoscenze acquisite.


giovedì 10 luglio 2025

Charles P. Kindelberger - Manias, Panics and Crashes- A History of Financial Crisis

 Il libro che recensimo oggi non è un libro nuovo, la prima edizione è del 1978 e l'ultima del 2000, si tratta comunque di un libro fondamentale sull'analisi delle crisi e, pertanto, immancabile per chi è interessato alla economia. L'autore, Kindelberger, è stato professore di Economia al MIT per 30 anni.

Il libro inizia con la scelta di un modello di riferimento, quello che l'autore sceglie è quello di Minsky, di cui abbiamo parlato più diffusamente qui. Minsky ha dato molto rilievo, nella genesi delle crisi  finanziarie, al debito contratto soprattutto tramite leva finanziaria per l'acquisto di asset per successiva speculazione. Le crisi, per Minsky, iniziano con un shock esterno che altera le opportunità di profitto. Il boom è invece alimentato da una espansione del credito bancario, con lo sviluppo di nuovi strumenti di credito. Tutto ciò porta a euforia e quello che l'autore definisce "overtrading", e l'euforia è generata da una sovrastima dei profitti, portando a un comportamento che esula dal comportamento razionale. Durante il boom crescono nel tempo gli interessi, la circolazione monetaria e i prezzi. Ma quando qualcosa fa precipitare la crisi i prezzi declinano, le bancarotte aumentano e aumenta la corsa verso la liquidità. Ovviamente il modello ha i suoi limiti ma ben rappresenta le crisi finanziarie internazionali che sono lo scopo del libro.

L'autore passa poi ad analizzare la speculazione, affermando che la razionalità è un assunzione a priori piuttosto che una corretta rappresentazione della realtà. La razionalità individuale può coesistere con la irrazionalità del tutto. La speculazione nasce da uno spostamento (displacement) di qualche caratteristica del sistema. Inizialmente la speculazione non assume aspetti irrazionali e solo dopo che i guadagni in capitale prendono il sopravvento, con due tipologie di speculatori, gli insider che destabilizzano e fanno crescere i prezzi che poi calano a spese degli outsider che comprano ai massimi. Questi "displacements" possono essere causati da: guerre, cambiamenti politici, ma anche modifiche monetarie e finanziarie, come deregolamentazioni di banche e istituzioni (vedi ad es. crisi del 2008 nota mia). Gli obiettivi della speculazione sono invece molto variabili. Le manie speculative comunque crescono quasi sempre attraverso la espansione della moneta e del credito, e la espansione monetaria è sistematica e endogena al sistema nonostante i tentativi di controllare la massa monetaria; infatti la moneta è un costrutto elusivo difficilmente controllabile, le politiche monetarie possono moderare i boom ma è difficile che riescano ad eliminarli del tutto (vedi anche qui crisi recenti). Inoltre, le crisi commerciali e finanziarie sono intimamente connesse con condotte che sono al limite della moralità e della legge, in particolare alcuni tipi di truffe (swindles). Le truffe crescono con la prosperità e incrementano negli stress finanziari. Le cosidette bolle, causa di molte crisi, possono essere o non essere truffe vere e proprie, ad esempio la bolla del Mississippi non lo è stata. Le speculazioni sono state aiutate spesso dal gionalismo che definisce venale. Le forme di imboglio sono tantissime e spesso vicine alla linea di confine tra legalità e illegalità. L'autore fornisce poi un lungo elenco di casistiche storiche.

La euforia e l'angoscia sono spesso seguite dal panico. Lo stress commerciale riflette uno stato di sofferenza mentre lo stress finanziario piuttosto una situazione di azzardo. Le cause di logorio (distress) sono difficili da distinguere dai sintomi, che sono: aumento della domanda di liquidità, aumento dei tassi di interesse, crescita delle bancarotte, fine del rialzo dei prezzi di alcuni assets, sintomi che il meccanismo del credito ha superato i normali limiti. In ogni caso la essenza dello stress finanziario è la perdita di confidenza. Quando lo stress finanziario è seguito da una crash o dal panico la sua durata puo essere breve o molto lunga (anni). La causa remota delle crisi è la speculazione e la estensione del credito, la causa prossima può essere un qualunque fatto che spinge le persone ad abbandonare assets in favore della liquidità. Un crash è infatti il collasso dei prezzi degli assets o anche il fallimento di una azienda o banca molto importante. La caduta dei prezzi riduce il valore del collaterale, induce le banche a ridurre i prestiti, porta alla svendita di titoli e merci, inducendo ulteriore riduzione dei prezzi con in successione riduzione di prezzi e aumento di fallimenti. I boom e i crash si diffondono poi attraverso i mercati e le nazioni.Una degli obiettivi principali della speculazione è il  mercato immobiliare, i casi storici sono molti ultimo dei quali, ovviamente non citato, è la crisi dei subprime del 2008.

Boom, stress finanziaro si trasmettono tra le varie economie nazionali tramite una varietà di connessioni: arbitraggio di materie e di titoli, movimenti di denaro e, a volte, pura psicologia. Il deprezzamento di un dato bene può produrre bancarotte e fallimenti anche a lunga distanza. Una data nazione può diventare inflazionistica e il boom si trasmette tramite le fuoriuscite di capitale, segue un dettagliato elenco e disamina delle principali crisi internazionali dal 1700 in poi.

Nei due ultimi capitoli affronta il tema del prestatore di ultima istanza (lender of last resort)  a livello nazionale. Il concetto di prestatore di ultima istanza non è un prodotto degli economisti ma è scaturito dalla pratica del mercato. Nel corso del tempo sono stati utilizzati come prestatori di ultima istanza il tesoro, a volte le banche private sino ad arrivare alle banche centrali, in ogni caso il mercato ha bisogno di un stabilizzatore. I problemi che sono sorti nello utilizzo di un prestatore di ultima istanza sono molti, in particolare oltre a chi interviene e in che quantità molto dipende dai tempi, se cresce un boom questo va rallentato senza diffondere il panico, è importante aspettare per intervenire sulle aziende insolventi ma non troppo per evitare che la crisi si estenda anche alle aziende solventi. Infine, esaminina il tema del prestatore di ultima istanza a livello internazionale. Di fatto la storia mostra che i paesi che erano il centro finanziario del mondo, con l'aiuto di altre nazioni, hanno tentato di svolgere questo ruolo, ma di fatto che questo ruolo non era svolto pienamente da nessuno sino al 1931, e le crisi finanziarie sono state mediamente lunghe di cui l'autore fornisce molteplici esempi. La lezione del 1931 però non fù sufficentemente compresa, a Bretton Wood fu creato il FMI con fondi limitati, inoltre lo FMI si occupava di crediti non di creazione di moneta. Si dimostrò pertanto impossibile mantenere la convertibilità delle monete e i controlli di capitale perchè i movimenti di denaro presero a  fluire in maniera sempre più massiccia. 

Nelle conclusioni l'autore asserisce che la presenza del lender di last resort ha ridotto la durata delle depressioni, anche se molti errori sono stati commessi,  e  ci sono altri fattori in gioco. In ogni caso piuttosto che rifome globali del sistema finaziario, piuttosto difficili da realizzare, Kilderberger propone alcuni miglioramenti nel funzionamento del FMI.

E' un libro che ritengo assolutamente interessante da leggere, ricco di esempi storici e di considerazioni interessanti ed equilibrate. Sarebbe stato interessante vedere come l'autore avrebbe affrontato la recente crisi del 2008, dove i problemi del credito, delle innnovazioni finanziarie e le interconnessioni tra le economie hanno mostrato come ancora le crisi sono possibili e devastanti, nonostante le presunte assunzioni sulla razionalità dei comportamenti. In questo le analisi di Minsky si dimostrano ancora valide, come pure si è evidenziata una mancanza di un vero lender di last resort a livello internazionale, nonostante l'impegno della FED e la insipienza della Europa (vedi qui). In ogni caso il libro dimostra che le crisi sono molto più numerose e comuni di quanto gli economisti spesso raccontano e che, nonostante abbiamo imparato con fatica alcune cose, ancora i pericoli sono presenti e non affrontati in maniera strutturale.

domenica 17 novembre 2024

Tagliare la spesa pubblica! Sei sicuro? Un po di artimetica.

Molti economisti sostengono che la soluzione per l'Italia sarebbe tagliare la spesa pubblica, due che cito a memoria sono ad esempio Luigi Marattin e Veronica De Romanis.

Il dato 2023 del rapporto spesa/PIL ci vede al terzo posto in Europa, quindi abbastanza alto, ma non in maniera così evidente sopra la media. Se però prendiamo la formula del PIL - che è e rimane una identità contabile e quindi valida solo ex post - questo è  composto da consumi, investimenti, spesa pubblica e differenza tra export ed import, in formula PIL = C+I+G+X-M, quindi una semplice considerazione algebrica ci dice che diminuendo G, spesa pubblica, in prima battuta si può determinare una riduzione   del PIL.

Si potrebbe sostenere che se diminuisce la spesa pubblica e anche le tasse in pari quantità dovrebbero aumentare C, consumi e I, investimenti. In primo luogo non è detto che i consumi aumentino così tanto, dipende dalla propensione al consumo di chi è beneficiario del taglio di tasse, poi un aumento dei consumi potrebbe andare a innalzare le spese per prodotti di importazione, ad esempio mi compro macchine elettriche cinesi, andando a diminuire il saldo export meno import. L'effetto sugli investimenti è più incerto perché dipende da molte cose come la situazione di fiducia (animal spirits)  degli imprenditori sul futuro dell'economia. Quindi, se non si chiarisce bene cosa significa e quali effetti abbia il taglio della spesa pubblica a prima vista non mi sembra un operazione a saldo positivo. La spesa pubblica, solo spese correnti, è di oltre 620 miliardi di euro, quindi piuttosto sarebbe bene guardare cosa spendiamo e come spendiamo. Quindi, a prima vista, su oltre 600 miliardi ci sono grossi margini per fare aggiustamenti eliminando spese che hanno poca utilità sia sulla economia e sia sul sociale, indirizzando le spese laddove possono aumentare il PIL corrente e/o futuro: dagli investimenti sulla formazione o  incentivi a imprese innovative che crescono, ecc., sarebbe un elenco molto lungo. Questo lavoro però costa fatica, richiede preparazione, visione di medio lungo termine e soprattutto scontentare con tagli gruppi e attività che storicamente ne hanno beneficiato. Quindi cari amici, e quasi colleghi economisti, piuttosto che sparare queste frasi ad effetto, che più si addicono a politici imbonitori che vogliono catturare facile consenso, discutiamo di cosa togliere e cosa aggiungere dalla spesa pubblica per aumentare il PIL e il benessere della nazione, ve ne saremo tutti grati e forse potremmo indirizzare la discussione su qualcosa di veramente utile.

mercoledì 27 marzo 2024

Il futuro dell'Europa

 La guerra in Ucraina, ma anche la crisi mediorientale tra Israele e palestinesi, sta mostrando l'estrema debolezza dell'Europa, senza una politica estera e un esercito comune siamo dipendenti dalle scelte o non scelte degli USA. Rispetto alla guerra fredda il mondo è cambiato, la Cina è  assurta a potenza mondiale commerciale e politica, sta crescendo l'India, paese più popoloso del mondo, inoltre vediamo rigurgiti imperialisti russi. 
Gli Stati Uniti sono in difficoltà, se non altro perché alle elezioni presidenziali si sfideranno due candidati deboli o discutibili lasciando al comando della potenza, ancora leader mondiale, un presidente comunque problematico. Noi europei siamo al palo da parecchio tempo e sarebbe ora di decidersi. Nessuno ci obbliga a fare una federazione europea, nel mondo ci sono centinaia di stati che vivono benissimo da soli. Se vogliamo fare una federazione con l'intento di avere un maggior peso nello scacchiere geopolitico mondiale però dobbiamo cambiare approccio. In politica è in economia non vale la regola commutativa, cioè che invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non cambia, anzi la storia è spesso come si dice path dependent. Errori ne abbiamo fatti, era sbagliato partire dalla unione monetaria, non lo dico io ma molti, è stato affrettato allargare cosi tanto la UE  creando una struttura ingestibile. 
Quindi, se si vuole proseguire, bisogna cambiare strategia (vedi anche rapporto Draghi), la moneta unica ha senso se la BCE ha gli strumenti e quindi serve anche  un debito comune per avere un budget europeo degno di questo nome. Serve un ministro europeo per la politica estera con delega, così come serve un esercito europeo e un ministro della economia europeo. Ciò significa delegare alle Europa alcune funzioni diminuendo la sovranità nazionale, e in ogni caso per fare ciò bisogna partire da un numero ristretto di nazioni. C'è la volontà politica di fare questo? Non mi sembra, a nessuno piace delegare e il nazionalismo è sempre forte, certe rivoluzioni necessitano o di gravi emergenze o leadership forti e illuminate. Certo che rimanere in mezzo al guado non serve, se la Francia smettesse di guardare alla Germania, strategia che non ha pagato, ma guardasse più verso il mediterraneo, Spagna e Italia, potrebbe essere l'inizio di un cambiamento, Macron ha perso l'occasione difficile che il prossimo si ravveda.

sabato 10 febbraio 2024

Paul Krugman- Discutere con gli Zombie- Le idee politiche mai morte che uccidono la buona politica

Paul Krugman è una noto economista statunitense, vincitore del cosiddetto Premio Nobel per l'economia nel 2008, di cui abbiamo già pubblicato qui la recensione di un suo libro sulla crisi economica. Paul Krugman è anche  un editorialista del New York Times e quasto libro è, di fatto, una raccolta di suoi articoli; pertanto non essendo un libro unitario ma una raccolta di aricoli su diversi argomenti quella che segue non è una vera recensione. 
Il libro è suddiviso in vari argomenti, i temi sono diversi, in particolare sono relativi a: social security e Obamacare, la crisi del 2008, l'austerità, l'euro, le tasse, Trump, i media ed altro, in particolare ovviamente temi economici
L'autore su questi argomenti esprime la sua opinione, sempre in contrasto con la visione del partito repubblicano USA. Gli argomenti sono spesso incentrati su tematiche degli USA pertanto sono relativamente interessanti per noi italiani, anche se forniscono un punto di vista sulla  politica americana e i suoi difetti. E' un libro interessante ma non unitario e, quindi, in parte dispersivo. 
Interessante è, sopratutto, la panoramica che offre sulla situazione politica americana, ovviamente di parte, cioè dalla parte di un economista liberal progressista. Quello che si vede è la degenerazione del partito repubblicano, sempre piu ancorato su posizione di retroguardia e ultimamente dominato dal trumpismo. Mi ha sorpreso, negativamente, la tenacia con cui i repubblicani, senza un vero successo, hanno tentato di sabotare la riforma sanitaria di Obama che offriva, giustamente, possibilità di assistenza sanitaria a una larga fascia di popolazione che ne era sprovvista. 
Francamente sembra strano che possano avere tanti voti i repubblicani quando smaccatamente fanno politiche a vantaggio di pochi, taglio delle tasse ai ricchi, e molto poco a vantaggio dei più. In realtà non è cosi strano se pensiamo a quanto possano pesare i ricchi negli Stati Uniti nel condizionare i media e quindi la opinione pubblica, riuscendo a convincere a votare una parte della popolazione più povera a favore di politici che perseguono obiettivi che non  la avvantaggiano. 
Anche da noi in Europa si assiste a una ripresa della destra ormai generalizzata, comunque, come ho più volte sottolineato, è soprattutto colpa dei partiti progressisti incapaci di affrontre in maniera corretta e fornire le giuste risposte ai cambiamenti sociali ed economici che le nuove tecnologie e la globalizzazione stanno imponenendo a gran parte della popolazioni, con aumento delle difficoltà economiche  e visione pessimistica sul futuro, lasciando spazio a chi cavalca queste crisi con un populismo facile da capire ma che non risolve molto.

martedì 2 gennaio 2024

Francesco Saraceno- Oltre le banche centrali- Inflazione, disuguaglianza e politiche economiche

 Questo è l'ultimo libro di Francesco Saraceno, professore di Macroeconomia internazionale a Sciences Po e Luiss, di cui abbiamo già recensito: La riconquista e La scienza inutile.

Come da sottotitolo tema principale del libro è l'inflazione che tradizionalmente si divide in: inflazione da domanda, da offerta o da aspettative. L'aspetto peggiore dell'inflazione è che, citando Keynes, non sia costante e prevedibile. Se per Keynes la moneta non è neutrale, per  la teoria monetarista di Friedman e seguaci "solo la moneta conta". Per i monetaristi la relazione tra reddito e domanda di moneta è stabile nel tempo. L'altro concetto fondamentale della teoria monetarista è che l'economia fluttua intorno a un equilibrio "naturale"; altri concetti fondamentali sono: l'economia non ha bisogno di aiuti esterni, qualunque tentativo della politica di bilancio volta a spingere la crescita provoca una riduzione della spesa privata, infine una espansione monetaria finisce per aumentare i prezzi.  

Segue una breve storia dello shock di Vockler, capo della Fed dal 1979, che con la sua cura fatta di alti tassi di interesse avrebbe bloccato la inflazione, comportando comunque recessione e disoccupazione.

Per l'autore la inflazione non è mai un fenomeno monetario, ma deriva piuttosto da una discrepanza tra domanda e offerta. Inoltre, dietro la dinamica dei prezzi ci sono una eterogeneità di fattori e gli shock macroeconomici hanno differenti effetti sui vari settori economici. 

La inflazione è un fenomeno macroeconomico che richiede quindi una analisi disaggregata. Per i fautori della stretta monetaria è importante che la inflazione corrente non venga incorporata nelle aspettative, mentre è piu importante chiedersi se gli operatori si attendono che le cause contingenti persisteranno. 

Il periodo di assenza di inflazione che passa sotto il nome di Grande Moderazione, che sembra avvalorare le tesi dei monetaristi, ha come spiegazione non solo la politica monetaria, ma ci sono altri fattori come la innovazione tecnologica, le catene produttive più lunghe (globalizzazione). Inoltre, la Grande Moderazione ha contribuito a creare squilibri crescenti che sono esplosi nella crisi del 2008. Segue nel libro una analisi della crisi finanziaria che non riporto e che abbiamo visto dettagliatamente in altri libri: Crashed e Hall of Mirrors.

Dopo la crisi finanziaria abbiamo avuto la crisi del covid con  il lockdown che ha, oltre a  politiche monetarie, costretto ad intraprendere  numerosi e sostanziosi  interventi di politica economica per risollevare la economia reale. La crisi del covid ha avuto pesanti ripercussioni sulle catene di produzione e sui trasporti, l'aumento di  domanda con la ripresa ha portato all'innescarsi di alcuni colli di bottiglia produttivi a cui la guerra in Ucraina ha aggiunto un ulteriore aggravamento dei costi energetici.

Nonostante ciò il monetarismo sembra ancora vivo  anche se l'accademia ha respinto ormai i suoi fondamentali. La domanda e offerta di moneta non sono risultate affatto stabili come il monetarismo afferma. Inoltre, anche la convergenza sull'equilibrio naturale non sembra così solida. In particolare in una economia moderna i pagamenti avvengono con una molteplicità di strumenti e quindi definire cosa sia la moneta da controllare appare poco chiaro. Il credito riamane poi  principalmente nelle mani del sistema finanziario e di imprese e famiglie. Infine, anche se la banca centrale riesce a influenzare i tassi a lungo questi sono solo uno dei fattori che determinano le decisioni di consumo e investimento. L'autore concorda con Tobin che dietro ogni equlibrio aggregato ci sono sempre mercati in disequilibrio di segno opposto con diverse sensibilità dei prezzi agli eccessi di domanda e offerta. La curva di Phillips che ha occupato tanto spazio nelle discussioni tra economisti di varie estrazioni, con i monetaristi che la vedevano verticale al tasso di disoccupazione naturale, sembra dipendere fortemente dal periodo e paese studiato. In ogni caso nell'ultimo periodo le variazioni di disoccupazione non hanno avuto effetti sui prezzi (curva orizzontale) e se la curva è orizzontale significa che la politica monteria può aver un notevole effetto sulla disoccupazione senza che questo provochi variazioni significative della inflazione. L'esito di tutte queste riflessioni è che bisognerebbe nel perseguire  certi obiettivi, che sono intrecciati tra loro, mobiltare contemporanemante strumenti diversi.

Quindi l'autore elenca alcuni degli strumenti con cui combattere l'inflazione piuttosto che colpire in maniera indifferenziata con la politica monetaria ("spegnere una candela con un idrante"). In particolare gli strumenti sono: 

  • le politiche industriali con investimenti significativi in infrastrutture canalizzando le risorse sui settori colpiti da shock; fornire risorse alle imprese per continuare a svilupare programmi di investimento; 
  • controlli temporanei dei prezzi che comunque servono solo quando non c'è un generale surriscaldamento della economia. 
  • Infine, dato che la inflazione ha effetti distributivi bisogna garantire una distribuzione equa dei costi dello shock.

Nell'ultimo capitolo l'autore da uno sguardo al domani.  Gli eventi climatici estremi e i costi di mitigazione possono portare a più inflazione e difficoltà nelle catene del valore. C'è inoltre una certa tendenza al reshoring per recuperare autonomia strategica sulle catene produttive, inoltre è probabile/auspicabile una minor esternalizzazione dei costi ambientali, ciò sicuramente può comportare ulteriori incrementi dei costi. Un problema fondamentale che si è acuito negli ultimi 30 anni è la disuguaglianza, questa dovrebbe esser ridotta tramite una riduzione della precarietà, salari minimi adeguati, regolamentazione dei mercati per ridurre il potere delle rendite e del potere di mercato, questo, se implementato, potrebbe aumentare i costi. Questi fattori porterebbero a pensare che la "stagnazione secolare" forse non è cosi probabile, anche se l'autore azzarda  a prevedere che probabilmente le tendenze di lungo periodo che hanno dominato lo scorso decennio torneranno a farlo. 

In ogni caso l'affidarsi solamente ai banchieri centrali non porta a crescita e stabilità e piuttosto è importante il policy mix. E' inoltre importante agire simultaneamente sul lato della offerta e su quello della domanda e superare la tradizionale suddivisione tra politiche macroeconomiche e microeconomiche.

Un libro molto ben scritto e ben documentato, infatti in ogni affermazione l'autore porta a sostegno delle sue tesi studi e articoli. Il tema della inflazione è molto ben sviscerato ed approfondito, anche se altri aspetti (critica all'Europa o al liberismo) li aveva già esposti nei suoi precedenti libri. Un libro quindi di cui consiglio vivamente la lettura.













sabato 23 dicembre 2023

Robert Solow e i modelli di sviluppo

In occasione della scomparsa di Robert Solow, uno dei più grandi economisti del '900, pubblico la parte del mio libro, Le idee dell'economia, che riguarda i modelli di crescita e sviluppo tra cui appunto quello di Solow.

Nella economia classica era comune cercare di analizzare i motivi di evoluzione del sistema economico, in particolare possiamo citare Smith e Marx su cui ci siamo soffermati. Questo tipo di analisi, per cosi dire “sistemica”, diviene meno frequente nel periodo neo-classico e viene ripresa sia da Keynes e sia da Schumpeter, con le differenze che abbiamo mostrato. 

A partire dal modello keynesiano, tenendo conto anche degli spunti di Schumpeter inerenti le innovazioni tecnologiche, una varietà di autori sviluppa una serie di teorie o modelli per individuare i parametri o le relazioni, tra le variabili macroeconomiche, che sono le determinanti della crescita o sviluppo di un sistema economico.
Dobbiamo precisare che fino ad adesso abbiamo parlato di crescita e sviluppo come sinonimi, in realtà nella letteratura economica questi due termini tendono ad assumere valenze diverse. Quando si parla di crescita si intende, in genere, soffermarsi sugli aspetti quantitativi, come ad esempio l’aumento del prodotto in generale o pro-capite. Nel termine di sviluppo si comprendono, generalmente, anche aspetti più qualitativi, come ad esempio i fenomeni sociali che si accompagnano alla crescita del prodotto: l’aumento del livello di istruzione e del tasso di alfabetizzazione.
Il primo modello in ordine temporale è quello di Harrod, sviluppato nel 1939, che quindi risente della influenza keynesiana. Tale modello, che come sempre è un modello semplificato, si basa su alcune ipotesi limitative, in particolare assume che non ci sia possibilità di sostituire lavoro a capitale e viceversa. Il modello nelle sue conclusioni arriva a dimostrare che la crescita di una data economia, e più precisamente il tasso di crescita (∆Y/Y) del prodotto Y (o reddito) di una determinata economia, è direttamente proporzionale al risparmio (specificamente alla propensione marginale al risparmio) e a quella che è definita la produttività (marginale) del capitale. Quindi, in estrema sintesi, quello che si evince dal modello è che per favorire la crescita è necessario incentivare il risparmio e gli investimenti e, inoltre, favorire anche la innovazione tecnologica, poiché questa aumenta la produttività del capitale.
Il modello fu ripreso da Domar avendo delle basi diverse e concentrandosi sul lungo periodo piuttosto che sul breve, tale modello arriva a conclusioni pressoché identiche anche se formalmente più rigorose.
Un problema di questo modello, intendendolo come unico (modello Harrod-Domar), è che non è stabile, pertanto non esiste nessun meccanismo auto-equilibratore tale da assicurare che il tasso di crescita dell’economia sia esattamente pari a quello che consente al sistema economico uno sviluppo in equilibrio e con il pieno impiego, se ciò avviene è per puro caso. Inoltre, una delle critiche che è stata mossa al modello è che le condizioni indicate per la crescita, aumento dei risparmi e degli investimenti, sono condizioni necessarie ma non sufficienti a consentire di generare un effettivo aumento della crescita di un economia.
Una ulteriore evoluzione dei modelli di crescita è rappresentata dal modello di Solow-Swan, appartenente al filone della sintesi neo-classica, data la complessità matematica daremo solo una sintesi delle sue conclusioni e anche in questo caso il modello si basa su alcune ipotesi (*). Nel modello di Solow-Swan viene confermata la importanza del tasso di risparmio nella determinazione del tasso di crescita. Le conclusioni del modello sono, escludendo la innovazione tecnologica, che nel lungo periodo i sistemi economici raggiungono, con tassi di crescita decrescenti nel tempo, una situazione stazionaria; inoltre che tassi di risparmio più alti determinano, nello stato finale, un benessere maggiore in termini di reddito pro capite, ma che tale livello di reddito viene influenzato negativamente, cioè risulta più basso, con la crescita della popolazione. La dinamica della crescita dipende fondamentalmente dalla quantità di capitale iniziale e la crescita del tenore di vita (reddito pro-capite) è legata alla accumulazione di capitale. Nel lungo periodo il rapporto capitale/lavoro cesserà di aumentare: l’economia entrerà in una condizione di stato stazionario in cui l’aumento dell’intensità del capitale si blocca e così anche la crescita.
In particolare le conclusioni dl modello stabiliscono che il tasso di risparmio non ha alcun effetto sulla crescita della produzione nel lungo periodo, può determinare infatti una crescita solo in un certo periodo di tempo, determina invece il livello di produzione/reddito finale di lungo periodo (quello dello stato stazionario). Il modello predice, quindi, che, in assenza di sviluppo della tecnologia, la produzione pro-capite di un paese tende a convergere ad un valore di equilibrio (o stato stazionario) e che tale valore è tanto più alto quanto maggiore è il tasso di risparmio, viceversa la produzione pro-capite finale risulta minore all’aumentare del tasso di crescita della popolazione. Il vantaggio di questo modello è che, contrariamente a quello di Harrod-Domar, vengono eliminati i problemi di instabilità.
Come accennato il modello è stato ampliato per tener conto della evoluzione tecnologica. In questo modello modificato non si raggiunge uno stato stazionario ma il livello di crescita è determinato solo dal ritmo di miglioramenti tecnologici; inoltre in tale modello l’evoluzione tecnologica viene considerata esogena, cioè esterna al sistema. Nel modello di Solow, che contiene l’evoluzione tecnologica, la crescita del reddito di lungo periodo è pertanto guidata dal progresso tecnologico, infatti questo causa un aumento della produttività marginale, cioè lo stesso ammontare di lavoro e di capitale produce una maggiore quantità di prodotto; questo fattore tecnologico che incrementa la crescita, non riconducibile al capitale o al lavoro, è definito come residuo di Solow. Da studi empirci successivi dello stesso Solow, su un periodo che va dal 1909 al 1949 sugli Stati Uniti, il contributo alla crescita economica dovuto alla innovazione tecnologica risulterebbe preponderante, quasi il 90%.
Dato che in tale modello il progresso tecnologico è esterno (esogeno) al modello stesso, un filone di studi successivi si è indirizzato nel cercare un modello che comprendesse al suo interno anche il progresso tecnologico. I successivi studi pertanto cercano di indagare come questo progresso tecnologico dipenda dalle decisioni degli agenti economici, ad esempio come vengono generati gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Uno di questi modelli è quello di Romer, il cui obiettivo è di modellizzare il funzionamento del progresso tecnologico e, quindi, farlo diventare interno (endogeno) al modello stesso. Il progresso tecnologico viene ad essere schematizzato suddividendolo in:
• miglioramenti diretti di conoscenza tecnica dovuti agli investimenti di ricerca e sviluppo;
• trasferimenti di conoscenza tecnologica dall’impresa innovatrice verso gli altri;
di cui il secondo è il tipico esempio di esternalità positiva.
L’ipotesi da cui parte Romer è che il sistema economico abbia un dato ammontare di “capitale umano”, ovvero un insieme di conoscenze, competenze e abilità delle persone, che può essere utilizzato sia nella produzione sia nella ricerca. La ricerca infatti ha come scopo principale di introdurre nuovi processi produttivi che aumentano la produttività (che nel caso del lavoro abbiamo definito come output/lavoratore). 

Le conclusioni del modello di Romer sono che il progresso tecnologico cresce in funzione dello stock di conoscenza tecnica accumulato; progresso che, a sua volta, dipende dalla quota del capitale umano che viene dedicato alla ricerca, decisione che spettando agli agenti economici è quindi interna (endogena) al sistema. Si pone di conseguenza il problema di quale sia la quota di capitale umano da dedicare alla ricerca e come ottimizzarla. Questo genera anche un ulteriore problema, cioè di come incentivare gli “innovatori” a investire in ricerca ed innovare, visti gli effetti di esternalità positivi; pertanto in questo caso la concorrenza perfetta va in qualche modo in contrasto con la necessità di garantire questi incentivi ai privati. Inoltre, anche nel caso in cui l’innovatore sia lo Stato, come evidenzia Mazzuccato nel suo libro Lo Stato innovatore, dovrebbe esistere un meccanismo per garantire che una parte di queste esternalità generate vada ad alimentare ulteriori spese di ricerca da parte dello Stato.

(*) Le ipotesi del modello di Solow-Swan sono: di essere in un regime di concorrenza perfetta; il rapporto tra capitale e reddito (K/Y) dipende dal rapporto tra i prezzi dei fattori, mente in Harrod è costante; il progresso tecnico è esogeno e, inoltre, assume che i rendimenti di scala siano costanti ma la produttività (marginale) dei fattori sia decrescente.

lunedì 25 settembre 2023

Thomas Fazi- Una civiltà possibile- La lezione dimenticata di Federico Caffè

 Dopo aver letto il precedente romanzo sull'economista Federico Caffè mi è venuta voglia di conoscere meglio il suo pensiero, pertanto ho trovato questo libro di Thomas Fazi, di cui abbiamo recensito un altro libro; Fazi è un giornalista e saggista di questioni economiche.

Il libro è una sintesi del pensiero di Federico Caffè,  dove l'autore riporta stralci delle sue idee tratti dai suoi scritti e articoli di giornale. 

La prima parte è dedicata al pensiero generale di Caffè sui temi economici e macroeconomici. Caffè rimase fedele alle idee del grande economista britannico John Maynard Keynes per tutta la sua vita, per Caffè uno dei grandi meriti di Keynes è che l'intervento pubblico è una componente essenziale e intrinseca dell'assetto di una economia moderna. Caffè rimane contrario alla interpretazione dei neoclassici di Keynes, che ne effettuano un ribaltamento della posizione originaria. Inoltre, per Caffè rimane importante che il pensiero keynesiano sia improntato alla ricerca di vie idonee al miglioramento sociale, mentre le sole forze del mercato spesso portano a risultati non vantaggiosi per la collettività

In sintesi, per Caffè, la politica economica non doveveva escludere i controlli condizionati delle scelte individuali e doveva considerare come irrununciabili obiettivi di assistenza e egualitarismo, con lo Stato garante del benessere sociale. Le sue idee lo portarono ad essere critico con il modello di sviluppo del dopoguerra troppo orientato alle esportazioni più che alla domanda interna e condizionato dal mito della deflazione, ma anche critico nei confronti delle posizioni anticapitalistiche e utopistiche della sinistra marxista, tanto da definire la sua posizione come solitudine del riformista.

Il secondo capitolo invece riguarda la crisi degli anni Settanta e la predominanza in economia del pensiero monetarista, che tendeva a mettere in secondo piano le politiche keynesiane, idee che in Italia si fecero via via strada, anche tra gli economisti progressisti, con l'accettazione di politiche di contenimento salariale sino alla abolizione della scala mobile e alle politiche recenti di flessibilità del lavoro. 

Caffè rimase sempre fedele alle sue idee: "Non credo che il risanamemento della bilancia dei pagamenti e un riassetto della economia senza l'introduzione di veri elementi di socialismo sia qualcosa che vale", rendendolo sempre piu isolato e in contrasto anche con il mondo sindacale.

L'ultima parte del libro è dedicato alla nascita del sistema monetario europeo (SME), antesignano dell' euro. La posizione di Caffè era fermamente contraria perchè capiva benissimo che la limitazione di sovranità monetaria, con l'adozione di un cambio poco flessibile, significava politiche di contenimento dei salari e difficoltà per il nostro paese con aumento della disoccupazione, portandolo ad affermare: "Il lavoro come la più illustre delle vittime della politica monetaria (...) ai lavoratori non si offre altra scelta che la fame o la sottomissione, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi". 

Caffè riteneva come diceva Keynes che solo uno sciocco poteva preferire una politica salariale flessibile rispetto a una politica monteria flessibile. La sua posizione lo mise in forte contrasto con Padoa Schioppa, d'altra parte era contario allo SME anche Baffi, governatore della Banca d'Italia, che venne poi estromesso con infamanti accuse rivelatesi non vere. Gli esponenti di  sinistra, vedi Scalfari e Napolitano, inizialmente erano contari allo SME, nel tempo però Caffè rimase sempre più isolato. Questa condizione, oltre al fatto di non poter più insegnare lo portò ad un periodo di incupimento che lo condusse poi a sparire nel nulla senza lasciare tracce.

Un libro molto ben fatto, che contiene molte citazioni del professor Caffè e fa rivivere, con interessanti ricostruzioni, anche la storia dell'Italia dal dopoguerra sino alla fine degli anni '80. Un libro quindi che consente di apprezzare e far conoscere le idee di Caffè, un uomo che ha formato una generazione di economisti, tra cui Draghi, ma è rimasto fedele alle sue idee sino all'ultimo.


domenica 10 settembre 2023

Guido Maria Brera- Dimmi cosa vedi tu da li'

 Oggi il libro che recensisco non è un saggio ma un  romanzo, romanzo keynesiano come lo definisce l'autore. Autore del libro è Guido Maria Brera, fondatore e gestore di un hedge fund, quindi un uomo della finanza che comunque ha compreso che il mercato non è la risposta ai nostri problemi.

lIl libro è un viaggio nel tempo e nello spazio sulle orme dello scomparso economista Federico Caffè. Un viaggio nello spazio e nei luoghi di Roma dove ha vissuto e lavorarato il professore, ma anche luoghi dove l'autore ha vissuto come Londra. È anche un viaggio nel tempo inseguendo le evoluzioni della teoria economica, mentre il professor Caffè rimaneva fermo nelle sue convinzioni che la politica economica fosse votata alla riduzione delle diseguaglianze, a garantire il benessere di tutti, a una critica al profitto per pochi conseguito a spese della dignità del lavoro e giustizia sociale. Il professor Caffè vede quindi, con disappunto, affermarsi la corrente di pensiero economica (Friedman) che pone il mercato al centro e lo Stato come nemico, forse è anche la delusione di non riuscire a modificare questo percorso della teoria economica a spingere il professor Caffe' a sparire un giorno senza lasciare tracce. Il libro si conclude con una ipotetica ultima lezione postuma del professore nelle aule della Università La Sapienza. 

Un libro piacevole ben scritto, che con leggerezza ricorda la figura del professor Caffè e le incongruenze e gli errori di certa economia mainstream.

venerdì 1 settembre 2023

Martin Wolf - The Crisis of Democratic Capitalism

 Martin Wolf è un famoso editoralista economico del Financial Times, autore di diversi libri, questo è il suo ultimo lavoro.

La prima parte del libro tratta del rapporto tra democrazia e capitalismo. Il benessere della nostra società dipende dal mantenimento di un delicato equilibrio tra economia e politica, tra individuo e collettività, tra nazione e il resto del mondo. La principale spiegazione per la crescita dei populismi (di destra e sinistra) è dovuta alla delusione sul sistema economico attuale, la democrazia ha perso legittimità. E' necessario, quindi, trovare un nuovo equilibrio tra economia di mercato e politica economica. Le libertà non possono essere assolute ma devono essere limitate attraverso la regolazione, la legislazione e i limiti costituzionali. Il capitalismo democratico si basa su alcune virtù della popolazione ed in particolare delle elìte.

Nè la politica e nè la economia possono funzionare senza una sostanziale onestà. La sopravvivenza della democrazia liberale dipende dalla separazione del controllo delle risorse economiche dal potere politico. 

La lealtà alla comunità politica e la lealtà alle sue componenti è condizione necessaria per la salute di ogni sistema politico democratico (senso di identità). Segue poi una analisi della evoluzione del capitalismo democratico, in cui il ruolo dello Stato è stato quello di creare l'ambiente legale e regolatorio all'interno del quale opera una economia capitalistica, ma una nazione è fondamentalmente una entità politica e non economica, mentre il  capitalismo è invece tendenzialmente globale. Negli ultimi due secoli democrazia e capitalismo sono evoluti e la loro interazione li ha modellati. 

Il recente capitalismo globale ha portato profondi disordini sociali ed economici, e la situazione delle democrazie occidentali sta profondamente peggiorando. Ma cosa è andato storto? La maggioranza delle persone ha perso la fiducia in un sistema che non fa niente per loro, e le condizioni economiche influenzano pesantemente le opinioni politiche. Nazionalità, etnicità, religione assumono grande importanza quando il sistema economico è sotto attacco. 

La crescente diseguaglianza di benessere economico ha accresciuto il potere del denaro, la democrazia è in vendita. La trasformazione del mercato del lavoro ha portato alla crescita del lavoro precario, per il 70% dei cittadini dei paesi ricchi il reddito è rimasto stagnante, minando la fiducia nel futuro. La crescita del capitalismo (da rendita) nell'ultimo periodo ha i seguenti aspetti:

  • spostamento del focus da beni a servizi;
  • nuovi lavori a basso skill;
  • svuotamento della classe media;
  • globalizzazione;
  • impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro;
  • crescita attività finanziarie; 
  • crescita delal retribuzione dei top manager;
  • elusione fiscale.
Ciò ha portato alla crescita del populismo: i meno istruiti e meno abbienti sono diventati anti élite; le vecchie coalizioni impegnate nella redistribuzione del reddito e nelle riforme sono quasi scomparse.

Le democrazie occidentali non sono state in grado di alimentare e garantire quel tipo di cittadinaza che esse richiedono. Mentre la speranza richiede fiducia, la paura richiede solo un nemico da additare. Un aspetto fondamentale del capitalismo democratico è che nessuno sia al di sopra della legge, nessun business sia al di sopra del mercato, nessun politico sia al di sopra degli elettori e nessun individuo sia esente dalla critica pubblica.

A questo punto l'autore indica alcune soluzioni (tornare al New Deal). Per una prosperità sostenibile servono: stabilità macroeconomica, investimenti,  innovazione, sostenibilità e apertura alla economia mondiale.  Per la stabilità macroeconomica evidenzia come politiche monetarie estreme possono essere pericolose mentre una espansione fiscale può migliorare la sostenibilità fiscale. Un errore è fare troppo affidamento sulla domanda privata basata sul credito ma anche su quella del governo tramite  la Banca Centrale. 

E' necessario inoltre ridurre la instabilità finanziaria. Il motore della crescita è la innovazione e il governo dovrebbe premiare l'investimento privato. Sottolinea poi il problema della immigrazione che crea cambiamenti a lungo termine sulla natura della popolazione, per questo va adeguatamente gestita. 

La politica dovrebbe sostanzialmente assicurare che i lavoratori abbiano redditi adeguati e vengano trattati con dignità e rispetto. Indica, inoltre, che bisogna investire in maniera sostanziale nelle politiche attive del lavoro con sussidi temporanei; va bene il reddito minimo ma bisogna sopratutto alzare le retribuzioni più basse e limitare i differenziali. Non c'è invece ragione per sovvenzionare scuole e università che sono accessibili a pochi privilegiati. Il welfare state può essere considerato come un sostituto della assicurazioni private, che sono sempre incomplete. Non è favorevole al reddito universale semplicemente perche insostenibile. Un buon welfare, piuttosto, dovrebbe dare alle persone la possibilità di fare ciò che non sarebbero in grado di poter fare e assicurarle contro rischi che non possono affrontare. Deve essere, inoltre, assicurata una maggior trasparenza delle aziende e le retribuzioni eccessive dei manager devono essere riviste. 

La influenza delle aziende deve essere limitata e il ruolo dei soldi nella politica deve essere controllato e reso ben visibile. Richezza e potere devono essere separate. Infine, l'attuale sistema di tassazione è profondamente ingiusto e va cambiato, così come vanno limitati gli abusi dei paradisi fiscali. 

Un capitolo è dedicato a come deve essere rinnovata la democrazia. Spesso i voti vengono raccolti sulla base di identità tribali. La democrazia necessita piuttosto: di un sistema di votazione equo, di politici professionisti, di esperti disinteressati, istituzioni indipendenti e diritti civili universali. Fondamentale è che le persone siano leali verso le istituzioni democratiche e i cittadini siano consapevoli di avere obblighi reciproci. La meritocrazia è desiderabile ma non può essere il sistema dominante di valori in una stabile democrazia. Un ruolo importante lo devono svolgere i partiti, ponte tra elettorato e potere, ma non devono disporre del denaro privato, cioè subire il controllo delle lobbies. Propone anche alcuni cambiamenti alla democrazia  con la creazione di una camera del merito, indipendente dal governo, formata con persone che hanno raggiunto particolari risultati nella vita, per promuovere studi su importanti aspetti politici. Infine, auspica un senato non eletto ma sorteggiato (vedi qui) per creare una assemblea deliberativa su questioni particolarmente divisive. Un altro aspetto imporatante è quello dei media. Laddove ci siano sistemi di informazione pubblica di qualità (es. BBC) vanno difesi e essere da esempio per altri paesi. Utilizzare una tassa sul digitale per per promuovere questo tipo di servizio e la informazione indipendente locale.

Dobbiamo rendere le nostre democrazie più forti rinforzando il patriottismo civico, migliorando la governabilità, decentralizzando e diminuendo il ruolo dei soldi in politica. 

Rendere il governo più responsabile e avere i media che supportano la democrazia piuttosto che distruggerla.

Un capitolo è dedicato al capitalismo nel mondo. Le più grandi minacce alla sopravvivenza della democrazia liberale sono fondamentalmente domestiche, vengono da una politica povera e da risposte inadeguate ai cambiamenti economici e tecnologici, anche se rimane importante gestire le relazioni globali. Un alleanza tra democrazie liberali stabili è un requisito indispensabile per la salute della democrazia. Bisogna comunque assicurare lo sviluppo dei paesi più poveri e assicurare il fluire di capitale privato alle economie in sviluppo. L'occidente deve valorizzare i suoi punti di forza e proteggere i suoi asssets strategici e bisogna cooperare su obiettivi comuni. 

Le conclusioni del libro sono che le persone hanno il diritto  di poter fare il meglio per se e inoltre il diritto ad aver voce nelle decisioni pubbliche. La forza più potente per il successo di una democrazia è una comune identità. Le basi della legittimità per una democrazia sono una diffusa prosperità e giuste regole del gioco. Il fragile matrimonio tra democrazia e capitalismo richiede il difficile equilibrio tra individuo e comunità, tra pubblico e privato, tra libertà e responsabilità, tra economia e politica, tra denaro ed etica, tra elìte e popolo, tra cittadini e non cittadini, tra nazione e globalità. 

Dobbiamo adattare gli obiettivi dei riformatori del passato alle necessità del presente. Più grande è la diseguaglianza, la insicurezza, il senso di abbandono, la paura per inimmaginabili cambiamenti e il senso di ingiustizia, piu vulnerabile al collasso è il fragile equilibrio che permette di far funzionare il capitalismo democratico. Soprattutto senza una decente e competente élite la democrazia perirà. La democrazia sopravvive solo se da opportunità, sicurezza e dignità alla grande maggioranza delle persone. Se agiamo e pensiamo come cittadini la comunità democratica può sopravvivere  e chi dirige le aziende dovrebbe comprendere che hanno obblighi verso la società che ha reso possibile la loro esistenza. La politica deve essere infine suscettibile alla influenza dei cittadini e non dei più ricchi.

Come si vede dalla lunga recensione è un libro che affronta molti temi e aspetti. E' un libro quindi interessante e anche piacevole da leggere di cui consiglio la lettura. Interessante è anche notare come Wolf, nel corso del tempo, da sostenitore del mercato sia passato ora su posizioni diciamo più keynesiane. 

Sulle crescenti difficoltà delle democrazie occidentali, la nascita dei populismi e le loro cause, sostanzialmente conferma le tesi di molti altri libri che abbiamo recensito. Quando il mercato prende il sopravvento sullo Stato e la Democrazia (vedi qui e qui) aumentano le diseguaglianze e le persone perdono fiducia nelle istituzioni democratiche. Anche le soluzioni ai problemi della crisi del capitalismo democratico che propone le abbiamo sostanzialmente già ritrovate in altri libri: limitare la finanza e lo strapotere delle corporation, le retribuzioni eccessive dei manager, il sistema di tassazione regressivo, sono tutte cose che sono state scritte. Sulla necessità di leadership preparate ne ho parlato spesso su questo blog, ovviamente serve anche una certa dose di etica. Interessante notare anche la proposta di creare quacosa di diverso dalle semplici e ormai in difficoltà democrazie rappresentative, come ad esempio la camera del merito e  il Senato a sorteggio. 

Importante anche il focus sul problema dei media e della informazione di cui anche su questo ho parlato spesso nel blog; sarebbe giusto e bello avere una RAI non lottizzata sul modello BBC, inoltre abbiamo bisogno di sviluppare molta più informazione libera e indipendente che da noi è una rarità.  

Rimane il problema di ricreare il senso di comunità, lavoro difficile ma si potrebbe partire dalle tante ONLUS che fanno volontariato utile alla comunità; dovremmo finanziare strutture e modalità per aumentare il dibattito politico e la informazione politica dei cittadini. C'è molto lavoro da fare, le persone più preparate lo stanno dicendo in vario modo da tempo, devo dire che in Italia siamo in alto mare con una legge elettorale che ha persino tolto la possibilità di scegliere i candidati lasciando tutto in mano alle segreterie politiche, di partiti politici sempre meno rappresentativi e autoreferenziali, ma tanto da noi si fanno tante chiacchere su problemi del tutto marginali.

lunedì 22 maggio 2023

Jean Paul Fitoussi- La neolingua dell'economia- Ovvero come dire a un malato che è in buona salute

 Quello di oggi è l'ultimo libro dell'economista Jean Paul Fitoussi, scomparso un anno fa. Più che un libro è una intervista (a cura di Francesca Perantozzi) che copre un ampio spettro di argomenti, pertanto non è un libro sistematico e quindi difficile da sintetizzare, mi limiterò solo ad evidenziare alcuni temi e passaggi.

Il tema del libro sono le regole, regole che limitano la libertà e che portano alla impotenza politica. Tra le regole di cui ci dobbiamo liberare ci sono le regole di linguaggio, per l'autore una "neolinguache da il titolo al libro; l'impoverimento della lingua, limitando la espessione e riducendo il linguaggio,  tende a limitare anche il pensiero (pensiero unico anche economico).

Una buona parte della intervista verte sulla Europa ed Eurozona e le sue regole. Purtroppo le regole adotatte e le politiche conseguenti sono state controproducenti. Le cosidette riforme strutturali sono in realtà delle riforme che riducono il benessere dei cittadini, mentre ci sarebbe bisogno di una riforma strutturale della Europa stessa. Le riforme finora attuate hanno finito per ridurre la protezione dei cittadini e del lavoro, riducendo gli spazi di manovra degli Stati, anche perchè una economia senza Stato è pura fantasia.  Aver pensato che il privato fosse sempre preferibile al pubblico, perchè più efficente, ha provocato la maggior parte delle crisi che abbiamo attraversato, e quando le politiche attutate non ottengono il risutato sperato bisogna decidersi a cambiarle. 

Le politiche economiche sono composte da diversi strumenti: politica della concorrenza, politica industriale, politica fiscale e la politica monetaria. Questi strumenti dovrebbero essere coordinati mentre in Europa sono indipendenti e non cooperano e non si parlano, e qualsiasi politica non coordinatata è destinata a essere una cattiva politica. Gli Stati nazionali hanno perso la sovranità monetaria, che contiene anche una parte di sovranità industriale. Il problema fondamentale è che l'Europa non è più una squadra, è un insieme di paesi che diffidano uno dell'altro. Le riforme fin qui adotatte hanno avuto per lo più un aspetto sacrificale, e far vivere le persone nella infelicità perchè si crede ai miraggi non dovrebbe essere considerata una politica.

Il nemico non sono i mercati, ma le ideologie dei mercati, i mercati non sono un entità che vive di vita propria hanno bisogno di essere inquadrati. La macroeconomia è un bene pubblico e lo è anche la stabilità, e nessuna azienda privata se ne può far carico al posto dello Stato. La precarietà, l'insicurezza economica non sono un incidente o una fatalità, sono il risultato di precise scelte politiche. L'aspetto amaramente  ironico in Europa è che le nazioni tendono a nazionalizzare i successi e nell'europizzare i fallimenti; mentre l'Europa europeizza i successi e nazionalizza i fallimenti. 

Dobbiamo cambiare le regole e archiviare la illusione tecnocratica secondo cui esiste una sola politica obbligata. Bisogna mettere al primo posto la piena occupazione mentre questa globalizzazione fondata sulla competività è una sciagura per il lavoratori. Anche se la integrazione richiede l'apertura, questa induce la volatilità che a sua volta aumenta la insicurezza che richiede la protezione, quindi la cosa più importante è che bisogna rispondere alla richiesta di protezione dei cittadini esposti alla insicurezza economica.

Il libro contiene molti spunti interessanti di cui ho solo evidenziato alcune riflessioni, per cui ne consiglio la lettura. Fitoussi si conferma un economista con una ampia visione, peccato averlo perso.  


giovedì 18 maggio 2023

Francesco Saraceno - La riconquista- Perche abbiamo perso l'Europa e come possiamo riprendercela

 Francesco Saraceno è professore di macroeconomia internazionale ed europea a Sciences PO e alla Luiss, questo è il suo ultimo libro, il precedente lo abbiamo recensito qui.

Il libro nella prima parte illustra la storia, le criticità e le debolezze insite nella creazione della Eurozona, inoltre pone in evidenza gli errori di governance europea sia nella creazione delle regole e sia nella gestione della crisi greca. 

Nella seconda parte cerca di delineare alcune soluzioni ai problemi nati dalla crezione dell'euro e alla disfunzionalità che l'euro e la regolamentazione hanno creato. Si parte dal fatto che il sogno federalista di Spinelli è al momento irrealizzabile e utopistico. Pertanto, quello che l'autore propone è un "federalismo surrogato" cioè la creazione di istituzioni e modalità per far funzionare meglio la Eurozona. Le proposte sono, la creazione di un sussidio di disoccupazione europeo, in aggiunta servirebbe un fondo di stabilizzazione europeo per sostenere le finanze pubbliche nei momenti di crisi. In particolare, sarebbe essenziale un Ministro delle Finanze della Eurozona dotato di un bilancio proprio che dovrebbe agire come linea di credito per i paesi in difficoltà e reagire alla fluttuazioni cicliche, il tutto grazie alla emissione di titoli europei. Un altra riforma urgente è una vera  unione bancaria con un meccanismo di assicurazione federale dei depositi. 

Inoltre vi è da migliorare la regolamentazione finanziaria, ad oggi c'è la ESMA che andrebbe rinforzata per evitare e ridurre la instabilità finanziaria. Bisogna anche rilanciare le politiche nazionali di bilancio con un aumento dell'investimento pubblico e riformare, pertanto, il pessimo Patto di Stabilità (ma al momento non si vede il cambiamento atteso vedi qui). 

Infine, quello che manca, è una politica industriale europea per promuovere tecnologia e innovazione investendo nei settori più promettenti ( vedi rapporto Draghi). Per ultimo serve un armonizzazione fiscale e, soprattutto, porre fine alla concorrenza fiscale che è spesso all'interno dei confini europei (Lussemburgo, Irlanda, Malta, Olanda ecc.). 

Tutto cio è possibile? Fino ad ora è stata la Germania, e i suoi allaeati, a frenare le riforme, infatti la Germania si è avvantaggiata sia dalla introduzione dell'euro e anche dell'allargamento ad est della UE, avendo esportato ad est una parte della sua catena produttiva. Il Fondo per la ripresa varato dopo la pandemia Covid 19 è comunque un passo avanti verso una forma di mutualizzazione del debito e, quindi, un segnale positivo che fa sperare in un cambiamento di attteggiamento anche della Germania, che vede una situazione internazionale che si modifica erodedone le posizioni di vantaggio attuali.

Un libro ben scritto e ben informato ma chiaro e semplice nella descrizione dei problemi. Per chi legge queso blog, e ha letto qualcuno dei libri recensiti sul tema, il libro di Saraceno non contiene argomenti particolarmente innovativi, lo consiglio pertanto a chi è digiuno come sintesi particolarmente efficace. 

Per quanto riguarda il tema del libro, cioè i problemi dell'Eurozona e le sue soluzioni il discorso è complesso, sono d'accordo che il federalismo vero sia lontano e che alcune delle soluzioni proposte nel libro siano necessarie, sono meno convinto che il clima sia realmente cambiato. 

Per cambiare veramente passo e riformare le istituzioni europee la Unione a 27 è disfunzionale. Io credo che la unica soluzione sia che  alcuni dei paesi europei piu popolosi e importanti dal punto di vista del PIL (Germania, Francia, Italia e Spagna) dovrebbero decidere un impegno comune per proseguire verso un vero percorso che migliori l'attuale assetto, questo potrebbe portare, nel tempo, a qualcosa di piu vicino ad una federazione e comunque ad un assetto istituzionale e regolatorio più funzionale. Io questa volontà non la vedo, ho visto solo impegni bilaterali tra Germania e Francia che, a mio parere, non sono né sufficienti né utili. Certo il futuro è aperto e tutto può succedere, dipende dalle condizioni storiche e, soprattutto, dipende anche dalle individualità politiche di un certo rilievo e spessore che appunto mancano. Intanto, con la guerra tra Russia e Ucraina, la Europa è in difficoltà e continua a rimanere schiacciata nel confronto tra i due giganti: USA e Cina 

sabato 11 marzo 2023

Zachary D. Carter- Il Prezzo della pace.

Quello di cui parliamo oggi è l’ultima biografia di John Maynard Keynes scritta da uno dei giornalisti economici e politici americani più famosi. Di Keynes abbiamo parlato molto in questo blog, in particolare qui , qui e qui; pertanto, non mi dilungherò troppo sulla teoria economica keynesiana.

Il libro abbraccia tutta la vita di Keynes, che quindi comprende il primo '900 dalla prima guerra mondiale alla fine della seconda guerra mondiale. Nel corso della sua vita Keynes vede svanire il tipo di vita spensierata e bohemienne del suo periodo giovanile e, soprattutto, la fine dell impero britannico. Keynes era un genio come conferma lo stesso Bertrand Russel che afferma: " L'intelletto di Keynes era il più acuto e chiaro che io abbia mai conosciuto". Era, sopratutto nelle parole dell'autore: "L'ultimo degli intellettuali illuministi che perseguivano la teoria politica, l'economia e l'etica in un progetto unitario".

Il libro quindi ripercorre la vita privata e soprattutto pubblica di Keynes. Keynes non era inizialmente un economista i suoi studi erano indirizzati alla matematica e, infatti, il suo primo libro è il Trattato sulla probabilità. Inizia ben presto a diventare consigliere del governo inglese, prima in India e poi alla Conferenza di pace del 1919. Sarà questa esperienza e il suo caustico libro di memorie: Le conseguenze economiche della pace, a dargli la notorietà e anche una discreta fortuna economica che saprà ben gestire diventando piuttosto benestante. Nel corso della sua carriera le sue idee economiche si distaccano sempre più dalle teorie tradizionali. Inizialmente con i suoi libri sulla moneta, Saggio sulla riforma monetaria  e Trattato sulla moneta, prende le distanze dal Gold Standard

Nella maturità pubblica il suo capolavoro: La Teoria generale della occupazione, dell'interesse e della moneta. In questo libro famoso, ma alquanto complesso e non facile da leggere, esporrà le sue idee rivoluzionarie.  Il libro è pervaso dalla incertezza, le persone prendono le decisioni senza conoscere cosa avrebbe riservato il futuro. Stigmatizza che i sistemi finanziari hanno potentemente amplificato la capacità del denaro di trasformare la paura in sofferenza. I mercati non sono in grado di misurare con precisione il valore degli investimenti, quando gli investimenti dovrebbero avere l'obiettivo sociale di  sconfiggere le forze oscure del tempo e dell'ignoranza. 

E' la incertezza del futuro a rendere le folle soggette a calamità sia nella finanza sia nella politica. Arriva al punto di sminuire la importanza del lavoro in un economia monetaria, il lavoro è un trucco contabile per consentire il consumo. 

La Teoria generale implicava che i governi dovessero intervenire di volta in volta nelle operazioni di mercato per correggere ecccessi e squilibri. La crescita del capitale non era poi il risultato di un riparmio virtuoso da parte dei ricchi bensì un sottoprodotto della crescita del reddito delle masse. Anche le sue idee sul libero scambio erano mutate, il libero scambio rischiava di diventare una lotta a somma zero per la sopravvivenza delle nazioni. Infine, evidenzia che il problema non risiede nella scarsità e che la condizione e la organizzazione della società non erano esigenze inevitabili per risorse insufficienti, il problema non era quindi la scarsità ma la cattiva gestione.

In estrema sintesi la sua era una visione di una società che doveva entrare in un era di socialismo liberale che definiva: "Un sistema in cui possiamo agire come una comunità organizzata per scopi comuni e promuovere la giustizia sociale ed economica rispettando e proteggendo l'individuo: la sua libertà di scelta, la sua fede, la sua mente e la sua espressione, la sua impresa e la sua proprietà."

La domanda con cui l'autore chiude il libro, a cui non da risposta, è perchè  il patto keynesiano di pace, eguaglianza e prosperità, che dovrebbe essere irresistibile in una democrazia, fu effimero e fragile? Conclude comunque con una frase di speranza: " Nel lungo periodo siamo tutti morti. Ma nel lungo periodo quasi tutto è possibile".

In sintesi un libro molto ben documentato e scritto in maniera chiara, che abbraccia un periodo temporale che va dal inizio novecento sino ai giorni nostri e che merita, ampiamente,  di di essere letto.


domenica 12 febbraio 2023

J. Bradford De Long - Slouching Towards Utopia

Questo è l’ultimo libro di Bradford De Long, storico dell’economia, che insegna alla Università di Berkley. Si tratta di un libro storico economico che abbraccia quello che l’autore definisce il lungo XX secolo, che va dal 1870 al 2010. Perché parta dal 1870 è chiaro, perché a partire da quell’anno la crescita economica, sostanzialmente limitata al cosiddetto nord economico (Nord America, Europa, e poi anche Giappone), assume ritmi mai visti nei periodi precedenti. Questo aumento della crescita si deve ad alcuni fattori, in primo luogo la evoluzione tecnologica che diviene più organizzata con la nascita dei laboratori di ricerca pubblici e privati, lo sviluppo delle organizzazioni nelle industrie in grado di far crescere la produzione in modo organico e scientifico, e la globalizzazione dei mercati grazie alla diminuzione dei costi di trasporto. 
Grazie all’aumento della produzione e della produttività si riesce, almeno nel nord del mondo, a uscire dalla trappola malthusiana, cioè al fatto che l’aumento di produttività riesce a superare l’aumento della popolazione, che per Malthus era il problema che limitava le possibilità di benessere lasciando la maggioranza della popolazione nella indigenza e povertà.
La storia è fatta di idee, vedi ad esempio la citazione di Keynes nel frontespizio del mio blog, ma anche di personalità individuali che fanno la differenza. Da una parte abbiamo le idee pro mercato, in particolare Hayek, per cui è il mercato che riesce meglio di tutto a creare le condizioni per la crescita economica, che l’autore sintetizza nella affermazione: il mercato da, il mercato prende, benedetto sia il mercato. D’altra parte c’è il pensiero di Polanyi per cui il mercato tende a considerare principalmente i diritti di proprietà mentre le persone credono fermamente di avere altri diritti, questo crea tensione nella società che tende ad opporsi agli esiti del mercato lasciato a se stesso. C’è poi una via di mezzo tra queste due visioni che è quella di Keynes di cui abbiamo parlato molto in questo blog, il quale afferma che il mercato lasciato libero tende, sovente, a creare situazioni di crisi e depressione per cui necessita di un intervento dello Stato per evitare cadute di domanda e quindi disoccupazione. Abbiamo inoltre le idee nazionalistiche che sono quelle da cui è nata la I guerra mondiale. Le idee di Marx hanno anche segnato il XX secolo, in particolare la Rivoluzione Russa che, grazie a Lenin, nasce nel paese meno sviluppato industrialmente, al contrario di quanto preconizzato da Marx. La nascita del URSS ci regala la versione reale del socialismo che poi porta a Stalin, all’autoritarismo e ai suoi orrori. Come reazione si sviluppano in Europa i movimenti fascisti, in Italia, in Spagna e poi il nazismo in Germania con Hitler con lo scoppio della II guerra mondiale e ulteriori orrori, morte e distruzione. Negli Usa si sviluppa la Grande Depressione che porta disoccupazione e miseria ma crea le condizioni della presidenza di F.D Roosvelt che fa nascere  negli USA uno Stato più sociale e con legislazioni più vicine a quelle europee. Il secondo dopoguerra è caratterizzato da una parte con i paesi occidentali (e anche il Giappone) che, grazie al piano Marshall, si riprendono dalle macerie della guerra e si pongono le basi per una straordinaria crescita economica ma anche con riforme sociali e democratiche con diminuzione delle diseguaglianze, tanto che questi anni vengono chiamati i gloriosi trenta. Dall’altra parte della cortina di ferro la crescita economica sembra inizialmente tenere il passo con quella occidentale ma, con il tempo, il divario di benessere e prosperità economica si fa sempre più grave fino alla implosione della URSS e di tutto il sistema di paesi dell’est. Sono comunque poche, in queste periodo, le economie che riescono a svilupparsi economicamente, in particolare le cosiddette tigri asiatiche (Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Hong Kong) mentre rimangono indietro sia l’America Latina e soprattutto l’Africa. Con la crisi petrolifera degli anni ‘70 le idee keynesiane, che erano state dominanti nel dopoguerra, entrano in crisi non riuscendo a domare inflazione e recessione, nasce quindi la controrivoluzione neoliberale con le idee di Friedman e Scuola di Chicago. Si apre una nuova fase di grande globalizzazione che porta alcune economie, prima relativamente depresse, a una decisa crescita economica, in particolare i paesi dell’est europeo e soprattutto la Cina, paese marxista che intraprende una trasformazione economica in senso capitalistico rimanendo sotto il controllo della establishment comunista. Inoltre, le ricette neo-liberiste che inizialmente sembrano funzionare, ci regalano con la derugulation delle attività finanziare una gravissima crisi economica nel 2008, la cosiddetta Grande Recessione. In particolare, se a livello mondiale la crescita economica diminuisce le diseguaglianze di reddito tra i paesi, la globalizzazione porta alla delocalizzazione nei paesi occidentali di molte attività manifatturiere, si perdono molti posti di lavoro ben pagati e aumentano le diseguaglianze con i ricchi sempre più ricchi e la riduzione della classe media. Questo porta a malcontento e disaffezione per la politica incapace di dare una risposta ai problemi che la globalizzazione crea. Sono i partiti progressisti a pagare di più, con politiche troppo prone al mercato e alle idee liberiste, infatti perdono consensi a favore di formazioni nuove, con la crescita dei “populismi” come ad esempio Trump negli USA o i movimenti politici variegati che vediamo nascere in Europa.
Alla fine del libro l’autore non offre soluzioni, il cammino verso la Utopia (cioè una società più ricca ma più giusta e democratica) è stato molto incerto con passi avanti e numerosi stop, il 2010 per l’autore rappresenta lo spartiacque verso qualcosa che non conosciamo.
Il libro è un bel libro, scritto molto bene, interessante e quindi vi consiglio caldamente di leggerlo.
A questo punto come ulteriore commento faccio alcune considerazioni generali visti gli ampi temi trattati dal libro. Come ho già scritto e ipotizzato qui la storia ci ha insegnato che una crescita equilibrata di una nazione si ha solo quando mercato, Stato e democrazia sono forti e si controbilanciano. Quando si afferma il mercato e le sue ideologie, aumenta la crescita economica ma aumentano anche le diseguaglianze. Inoltre, una crescita economica guidata dal mercato porta ad un uso indiscriminato delle risorse naturali senza tener conto dei limiti ambientali e fisici (Roegen), comporta anche spesso la distruzione di ecosistemi, inquinamento e, infine, come vediamo i cambiamenti climatici. La soluzione non è neanche uno Stato troppo forte, come abbiamo visto soprattutto nei paesi del socialismo reale, con una crescita economica asfittica, scarso benessere e in più al prezzo della perdita della libertà. Serve più democrazia ma non servono i populismi che cavalcano lo scontento con spesso proposte irrealistiche, servono cittadini più informati, più consapevoli della importanza del voto e della necessità del loro controllo sulle istituzioni democratiche. 
Certo non è facile riuscire a mantenere questo difficile equilibrio, le condizioni cambiano e le spinte, anche esterne, possono modificare situazioni stabili, come abbiamo visto anche nazioni progredite hanno avuto nel passato cadute in regimi totalitari. Contano anche le individualità, le élite economiche e intellettuali dovrebbero far emergere i loro migliori elementi e portarli ad assumere incarichi pubblici, a volte questo è successo in passato, forse meno nei periodi recenti. Sembra che la politica sia ultimamente appannaggio di persone poco preparate che tentano la carriera politica come unica scorciatoia per il successo senza aver svolto alcun attività pratica prima e senza neanche studi adeguati. Purtroppo il mondo contemporaneo è molto complesso e affrontarlo con politici che non hanno esperienza e neanche una preparazione culturale adeguata e molto pericoloso, e il populismo alimenta questa tendenza, anche se d’altra parte le forze economiche tendono a favorire invece persone, magari preparate, ma che sono espressione dei loro interessi particolari, mentre dovremmo avere al potere persone preparate ma animate dalla volontà di essere al servizio della comunità.

mercoledì 3 agosto 2022

John Quiggin - Zombie Economics- Università Bocconi Editore

Pur non essendo un libro recentissimo, 2010, è un libro valido e interessante per cui vale la pena recensirlo.

Il libro è fondamentalmente una critica alle idee della teoria economica recente, idee assurte alla notorietà ma con scarsi fondamenti e risultati pratici, tanto da non potersi più considerare idee valide, idee di fatto morte ma non del tutto, zombie appunto, perché qualcuno cerca ancora di riproporle o ristabilirne la validità.
Le idee che nel corso del libro l'autore critica sono:
  • la grande moderazione, ovvero che si fosse raggiunto un periodo di stabilità economica;
  • la ipotesi dei mercati efficienti, cioè che i prezzi generati dai mercati finanziari fossero la migliore stima del valore di un investimento;
  • l'equilibrio generale dinamico stocastico (DSGE), la idea che la macroeconomia possa essere rigorosamente individuata da modelli microeconomici basati sul comportamento individuale;
  • la idea del “gocciolamento” (trickle-down), cioè che le politiche che favoriscono i ricchi finiscono per favorire tutti;
  • le privatizzazioni, ovvero che i privati possano fare generalmente meglio dello Sato in qualsiasi settore.

La grande moderazione nasce a fine anni '90, quando il boom economico produce inizialmente un periodo di crescita dei redditi dopo un periodo di stagnazione. La espressione viene coniata da Bernanke (ex capo della FED) per definire una nuova era di grande stabilità, ai più sembrava che il ciclo economico fosse stato domato. Per gli economisti liberisti la giustificazione risiedeva nel fatto che le idee del liberismo economico avevano prodotto una prolungata prosperità. In realtà, al di sotto di un apparente stabilità, giacevano equilibri insostenibili e rischi non gestiti, al contrario di quello che pensavano gli economisti mainstream per cui i mercati finanziari erano in grado di gestire i rischi grazie anche alle politiche delle banche centrali; i rischi infatti sarebbero stati gestiti meglio dagli individui e imprese piuttosto che dai governi. D'altra parte gli economisti keynesiani e non allineati (es. Minsky) ritenevano che senza una adeguata regolazione l'instabilità finanziaria sarebbe prima o poi esplosa. Secondo l'autore, sebbene gli aggregati finanziari sembravano più stabili, individui e famiglie sperimentavano rischi e instabilità crescenti. A causa di ciò le famiglie, per mantenere i livelli dei consumi a fronte di redditi sempre meno sicuri, hanno risposto indebitandosi, quando la crisi è arrivata sono arrivate le difficoltà a ripagare i debiti (mutui) con la successiva esplosione della crisi economica che ha colpito tutte le attività e i paesi.
La gestione del rischio, per Quiggin, non può rimanere solo individuale ma riguarda la gestione sociale e collettiva dei rischi. Inoltre i cicli economici sono profondamente radicati nella economia di mercato e, purtroppo, certe teorie ci hanno spinto a dimenticare le lezioni del passato.
La ipotesi alla base alla idea dei mercati efficienti è che il prezzo di un attività sul mercato finanziario non solo rappresenta la stima migliore del suo valore ma anche la migliore possibile date le informazioni disponibili. I prezzi generati dalle borse, pertanto, sono la stima migliore del “giusto prezzo”. Corollario di queste idee è che non possono esserci “bolle” nei prezzi della attività finanziarie, queste idee hanno pertanto spinto la enorme crescita del mercato finanziario.
Anche se la ipotesi dei mercati efficienti presenta molte manchevolezze teoriche e soprattutto pratiche, è stata la crisi del 2008 a determinarne la morte definitiva. I mercati finanziari, asserisce l'autore, possono infatti generare bolle che la politica economica dovrebbe evitare ricorrendo a più strumenti: politiche macroeconomiche e regolamentazione. Le innovazioni finanziarie andrebbero trattate con cautela e andrebbero proibiti intrecci tra sistemi finanziari protetti e non protetti.
Una economia mista è indubbiamente migliore della pianificazione centralizzata o del totale laissez -faire, la grande difficoltà, ammette Quiggin, è determinare il giusto mix tra pubblico e privato.

La teoria dell' equilibrio generale stocastico dinamico (DSGE) parte dalle teorie dell'equilibrio generale di Arrow e Debreu che a sua volta rappresentano un evoluzione di quelle di Walras (vedi anche qui e vedi capitolo dedicato all'equilibrio sul mio libro).
I modelli di equilibrio generale prevedono mercati completi e perfettamente concorrenziali, escludendo di fatto recessioni e fenomeni reali di ciclo.
Per evitare questi problemi i modelli DSGE accettano che salari e prezzi possano essere lenti ad aggiustarsi e che vi siano squilibri fra domanda e offerta, pertanto i modelli DSGE prevedono la possibilità di disoccupazione e bolle, non prevedono però la possibilità di un collasso generale. I modelli DSGE prevedono una gestione macroeconomica basata sul controllo dei tassi di interesse (Regola di Taylor), di fatto non sono stati in grado di prevedere la crisi rivelandosi inutili ancorché molto sofisticati. 
Per costruire una teoria generale macroeconomica l'autore afferma che essa deve includere boom e depressioni, che non possono essere trattati solo come deviazioni marginali e temporanee dell' equilibrio generale. La economia è inserita in una complessa struttura sociale e c'è una interazione continua tra sistema economico e la società. 
La fiducia sociale e la confidenza negli affari non possono essere ridotti alla psicologia individuale (micro-fondazioni economiche), derivano invece da interazioni economiche e sociali fra le persone. La validità generale dell'approccio keynesiano risiede nel fatto che il comportamento macroeconomico è una proprietà “emergente” del sistema economico (vedi anche qui) piuttosto che da spiegazioni microeconomiche. Quiggin comunque avverte che le prescrizioni di politica macroeconomica vanno impiegate in maniera coerente durante tutto il ciclo sia per ridurre la domanda in eccesso nei periodi di boom e sia per stimolare la domanda durante le recessioni.

L'economia del gocciolamento è forse la idea più semplice ma anche quella con meno basi teoriche. La si può derivare dalla cosiddetta curva di Laffer, cioè che all'aumentare della tassazione sui redditi si ha una punto in cui vi è convenienza a non lavorare e produrre, con riduzione del reddito complessivo e quindi anche delle entrate fiscali. Da qui la idea che riducendo le tasse si creerebbe più crescita che, a cascata, favorirebbe anche i meno abbienti (gocciolamento). In realtà, anche se la riduzione delle tasse può produrre più risparmi e investimenti, il risultato è un aumento straordinario delle diseguaglianze, per cui i ricchi stanno ancora meglio mentre i meno abbienti no. Tutto ciò è riscontrabile nelle statistiche economiche dei paesi più avanzati, USA in testa. Anche se abbiamo avuto più disponibilità di beni sottocosto, per effetto della globalizzazione, ciò è stato più che compensato da una crescita della diseguaglianza soprattutto nei servizi cruciali (istruzione, sanità, ecc.). La crescita della diseguaglianza ha anche eroso molto della possibilità di uguaglianza delle opportunità, e una società più egualitaria, secondo moltissimi studi, funziona meglio.

La idea sottostante le privatizzazioni è che il privato è più efficiente dello Stato nella gestione e allocazione degli investimenti, idee iniziate da Friedman e dalla teoria della Public Choice. Inoltre, questa idea rappresenta un indubbio vantaggio  per il sistema finanziario. mentre per i governi ha  rappresentato un modo per risolvere i problemi di finanza pubblica. L'idea delle privatizzazioni si sviluppa sotto la Thatcher nel Regno Unito per diffondersi a macchia d'olio. I risultati non sono stati confortanti, basti vedere, ad esempio, la privatizzazione delle ferrovie britanniche o da noi la privatizzazione delle telecomunicazioni e delle autostrade per capire che non sono state sempre un successo. Le privatizzazioni possono funzionare  se non si tratta soprattutto di monopoli naturali e in generale se il ricavato dal governo eccede il valore del flusso dei ricavi futuri, cosa che normalmente viene sottostimata a priori con in genere maggiori vantaggi per i privati che non per lo Stato. 
Nelle conclusioni al libro l'autore ribadisce le sue posizioni: i cicli economici non possono esser domati e non bisogna, per  tracotanza, ignorare le lezioni del passato. Lo Stato, con il suo welfare, ha un ruolo cruciale nella gestione del rischio e aiuta alla stabilizzazione dell'economia, il rischio lasciato agli individui porta alla diseguaglianza. 
In sintesi le sue raccomandazioni, per una futura e migliore teoria economica, sono:
  •  più realismo e meno rigidità;
  • maggiore focus sulla diseguaglianza e meno sulla efficienza;
  • più umiltà e meno tracotanza.
Il libro è molto approfondito e molto interessante. Su ogni argomento traccia la storia delle idee dalla nascita alle sue confutazioni e ai suoi fallimenti con grande dovizia di informazioni. Richiede, per essere ben compreso, di una preparazione di base (che può darvi il mio libro). Nella edizione italiana ci sono per ogni capitolo dei capitoli di spiegazione degli economisti Barucci e Messori. Tali interventi sono finalizzati ad approfondire i temi ma contengono comunque le idee dei due economisti italiani, per quanto utili trovo che l'aggiunta dei capitoli appesantisca la lettura del libro piuttosto che facilitarla.