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lunedì 27 gennaio 2025

Inutile piangere sul latte versato

 La  vittoria di Trump, le sue mosse e i comportamenti di Elon Musk stanno generando commenti preoccupati e contrariati da parte di molti che parlano di declino della democrazia, autoritarismo e finanche fascismo. Per quanto mi riguarda certo non sono felice della situazione che si sta creando negli USA ma anche in buona parte di Europa. Non mi piace che un uomo, perquanto geniale, si permetta di intromettersi nella politica di molti paesi, compreso il nostro, un uomo troppo ricco e troppo potente non dovrebbe avere ancora più potere. 

Detto ciò quando mi accorgo di aver fatto un errore cerco di non prendermela con il destino baro e cinico ma mi sforzo di capire dove ho sbagliato, se una squadra perde ha sbagliato evidentemente molte cose. Chi crede nei valori democratici e nel progresso, nel miglioramento della società e,  soprattutto, chi dovrebbe rappresentare queste istanze nella politica dovrebbe fare un profondo esame di coscienza

Il capitalismo non è il migliore dei sistemi ma, con opportuni limiti, si è dimostrato migliore di utopie, belle in teoria, che si sono rivelate fallimentari sul piano economico e con molte sofferenze e morti a suo carico. La democrazia ha tanti vantaggi ma ha anche molte debolezze, inoltre non si può dare mai per scontata, anzi la storia ha dimostrato che la democrazia, in qualsiasi forma, è  minoritaria nel corso dei secoli. Il capitalismo, sopratutto, dovrebbe essere visto come un mezzo e non un fine per raggiungere la prosperità. 

Come ho infatti scritto qui il sistema economico e sociale funziona bene quando Mercato, Stato e Democrazia si equilbrano. Come asserisce anche Acemoglu le società che progrediscono di più sono quelle con istituzioni più inclusive e cioè democratiche, dove società e Stato si equilibrano. Come diceva Schumpeter magari il popolo o i cittadini non possono avere contezza di tanti problemi complessi che riguardano la società, ma conoscono bene i loro interessi. 

In particolare, le persone vogliono sicurezza: sicurezza economica, sicurezza personale e dei loro beni, sicurezza della salute. Cosa è successo negli ultimi 30 anni in gran parte dei paesi occidentali? Il lavoro è diventato più precario, alcune fasce della popolazione, che appartenevano a una certa classe media, si sentono più povere e insicure, la sanità sta diventando sempre meno efficiente, inoltre una certa propaganda fa cadere che le città siano meno sicure di un tempo, cosa mediamente non vera, e che il problema più importante sia la immigrazione. La risposta di quella parte politica, che storicamente era a difesa delle classi medie e anche più sfortunate, ha di fatto sostenuto che il mercato era buono, che la globalizzazione era un bene, che l'Europa era la nostra salvezza, ecc. 

A fronte di una situazione che ha visto i ricchi sempre più ricchi, le aziende sempre più globalizzate e capaci di spostare il lavoro dove costava meno, buona parte di queste persone hanno perso fiducia nel sistema, in parte sono quindi passate a votare formazioni populiste e sovraniste, che almeno a parole pretendono di prendere a cuore la loro parte, un notevole gruppo di persone invece ha smesso di votare. 

Questo stato di cose è  molto chiaro a molti analisti e studiosi come abbiamo visto nel blog, oltre al fatto che la politica nazionale ha molte meno leve per fronteggiare la situazione, vedi aziende che delocalizzano o spostano le loro sedi all'estero, o ancora spostano i ricavi fuori eludendo le tasse. Quindi, invece di un inutile vittimismo ed esecrazione dei nuovi vincitori, bisogna avere il coraggio di ammettere di aver fatto molti errori e che gli elettori non sono solo una massa di ignoranti e creduloni.

Da dove si riparte? In teoria è facile bisogna ridare ai cittadini la possibilità di contare di più e di vedere che i loro interessi vengano persi in considerazione e possibilmente esauditi. Ovviamente la azioni pratiche da intraprendere sono più complesse da implementare. In primo luogo c'è un problema di informazione, la stampa e TV sono spesso in mano a potentati economici, bisogna favorire maggiormente stampa e TV indipendenti. In Italia, poi, la RAI dovrebbe essere soggetta ad organismi indipendenti formati anche da cittadini estratti a sorte per evitare che sia al servizio del governo di turno. Oggi la informazione viaggia principalmente sui social, e qui abbiamo visto la importanza e alcuni azioni per limitare il potere dei giganti digitali che possono condizionare il dibattito politico e anche le votazioni.

A livello di istituzioni sono state proposti organismi parlamentari con persone prese a sorteggio o con camere del merito, cioè persone selezionate in base a certi risultati di rilievo ottenuti a livello accademico o professionale. Da noi in particolare bisognerebbe abolire questa pessima legge elettorale che blocca le liste e  favorisce la scelta delle segreterie sulla volontà popolare. Sono favorevole al finanziamento pubblico dei partiti, per evitare i grossi condizionamenti economici, ma vorrei che una quota rilevante sia destinata alla possibilità dei cittadini di partecipare, ad esempio avere la possibilità di usufruire di spazi pubblici di discussione e aggregazione, come pure andrebbero finanziati anche partiti o organizzazioni democratiche, anche non elette. Poi, come ho scritto qui, servono scuole di formazione per preparare persone competenti, infatti uno dei capisaldi del progetto di Grillo indicava una giusta partecipazione dal basso ma che, senza adeguata preparazione, finisce come si è visto di scadere nel velleitarismo.

In conclusione, non serve piangere sul latte versato, o prendersela con i cittadini che sbagliano, bisogna prendere atto della situazione, cambiare strategia e prendere a cuore i reali problemi della gente come scritto anche qui  evitando che si vada ad ingrossare la massa di delusi e scontenti;  bisogna anche che una parte della classe politica fallimentare si faccia da parte e sia invece pronta a far crescere una nuova classe di giovani che guidino la innovazione politica e della società.

venerdì 6 settembre 2024

Dan Davies-The Unaccontability Machine- Why Big Systems Make terrible Decisons - And How The Wordl Lost ItsMind

 Il libro che recensico oggi è un libro particolare di Dan Davies, che è uno scrittore/attore/produttore pluripremiato e di fama internazionale, autore di vari libri di cui questo è l'ultimo. Il tema sono, come da sottotitolo, i sistemi complessi e le diffcoltà a gestirli.

Il libro si apre con una dissertazione sulla responsabilità (accountability) per cui la crisi odierna della politica e del management è una crisi di responsabilità. La prima legge della responsabilità è per l'autore: la misura in cui si è in grado di cambiare una decisione è la misura per cui si può essere ritenuto responsabile e viceversa. Riducendo l'abilità di prendere decisioni come individui, la classe manageriale e professionale ha cementato il controllo sul sistema. Pertanto, a meno che non vengano prese misure consapevoli per impedirlo, qualsiasi organizzazione, in una moderna società industriale, tenderà a ristrutturarsi in modo da ridurre la quantità di responsabilità personale attribuibile alle sue azioni. Questa tendenza continuerà fino a quando non si verificherà una crisi (principio della diminuizione di responsabilità). Da cui segue la definizione di "pozzo della responsabilità" (accountability sink): è un sistema che è pensato per fornire decisioni che non sono attribuibili a una persona identificabile e che non sono modificabili in risposta al feedback di coloro che ne sono interessati. 

Segue poi una parte relativa alla cibernetica e ad uno dei suoi fondatori: Stafford Beer. Un sistema complesso è quello in cui non puoi sperare di ottenere informazioni complete o perfette sulla struttura interna.  La cibernetica è lo studio del controllo dei sistemi, i costituenti dei sistemi cibernetici devono essere visti quindi come scatole nere, per cui per capire un sistema tutto ciò che si può fare è osservarne il comportamento, e tutto ciò che si può imparare da ciò è tutto ciò che c'è da sapere su di esso, lo scopo del sistema è cio che fa.

I sistemi non hanno desideri interiori, quindi non fanno le cose intenzionalmente. Il problema dei sistemi complessi è che la combinazione di più cose tende a moltiplicarsi piuttosto che addizionarsi. Un dato sistema ha il potenziale per raggiungere la stabilità solo se ogni fonte di variabilità dall'ambiente è accompagnata da una fonte uguale o maggiore di varietà nel sistema di regolamentazione. Quando ci troviamo di fronte a flussi di informazioni ingestibili nelle organizzazioni possiamo creare sistemi che regolano la varietà in arrivo, operando il più possibile attraverso catene di causa ed effetto piuttosto che attraverso singoli manager che devono prendere decisioni; inoltre è necessario assicurarsi che il regolatore possa disporre delle informazioni più velocemente di quanto il sistema possa generare varietà e rispondere rapidamente.

Vengono poi descritti i principali componenti di un sistema cibernetico: il sistema 1 è quello che opera nel mondo reale ovvero la parte operativa. Il sistema 2 è quello che gestisce le regole per la condivisione e programmazione. Il sistema 3, ottimizzazione e integrazione,  è quella parte del sistema che dirige la gestione di ogni singola operazione al fine di coordinare le loro attività verso uno scopo particolare, questo è il livello a cui si inizia a vedere il management, la differenza è che il Sistema 2 riguarda la prevenzione degli scontri e la gestione dei conflitti, mentre il Sistema 3 si occupa di raggiungere uno scopo. Il sistema 2 ha lo scopo di assorbire la varietà di interazioni tra le operazioni,  il sistema 3 deve essere  sufficientemente ampio per trattare questa varietà. Il sistema 4, ovvero la funzione di intelligenza e politica, ha lo scopo di indirizzare il sistema 3 affinchè possa riorganizzarsi per affrontare i cambiamenti, cioè di assicurare che tutto funzioni anche in caso di cambiamenti strutturali. Infine, abbiamo il sistema 5, cosidetto di filosofia o identità; avere una identità coerente e costante è un modo efficace di ridurre la varietà con cui bisogna trattare perchè significa che molte possibilità possono essere ignorate. 

La capacità di tradurre le informazioni in azioni è la parte più cruciale, nel sistema complesso abbiamo  dei collegamenti tra le parti di un sistema in grado di assorbire la varietà dell'altra, ma vi è la necessità  di un collegamento tra questo tipo di visione, incentrata sulle informazioni di un'organizzazione, e ciò che effettivamente fa. Ogni canale di comunicazione tra sistemi non solo deve avere una larghezza di banda sufficiente per trasportare la varietà che deve trasmettere, ma deve anche essere dotato di una capacità di traduzione sufficiente per garantire che il segnale venga compreso.

In sintesi per la cibernetica: ci sono cinque funzioni fondamentali e se una di queste manca o non ha risorse sufficienti, il flusso di informazioni non sarà bilanciato dalla capacità di elaborarla. Le informazioni contano solo se vengono fornite in una forma in cui possono essere tradotte in azioni, e questo significa che devono arrivare abbastanza rapidamente. I sistemi preservano la loro vitalità affrontando i problemi il più possibile allo stesso livello in cui arrivano, ma devono anche avere canali di comunicazione che attraversino più livelli di gestione, per gestire grandi shock che richiedono un cambiamento immediato.

Segue poi una critica agli economisti e alla disciplina della economia. In particolare gli economisti creano dei modelli caratteristici dell'economia eliminando quasi tutta la complessità; fanno un sacco di ipotesi semplificatrici, spesso discutibili in termini di rilevanza empirica; agiscono come se le loro conclusioni fossero  dimostrate nel mondo reale, ed è un aspetto molto problematico quello di dedurre fatti da un modello, poco realistico, e poi applicarlo al mondo reale. In questo modo hanno sviluppato un metodo per ridurre la varietà del mondo reale ma così si perdono moltissime informazioni, da un punto di vista cibernetico un modello economico è un sistema dal quale sono state eliminate molte informazioni. Esiste poi il cosiddetto Vizio Ricardiano ovvero la pratica di risolvere il modello prima di aver applicato le soluzioni alla vita reale, ciò che lo rende un vizio è quindi la sua tendenza a dimostrare le cose in un modello stilizzato, e poi agire come se fossero verità ovvie del mondo reale. Il grande punto cieco dell'economia è che gli economisti hanno dedicato così tanto tempo alle loro questioni generali di ottimizzazione e scarsità, prezzo e quantità, che sembrano dimenticare che c'è molto di più nella gestione di un'azienda, per non parlare di un'intera società. Un altra critica si rivolge ai sistemi di contabilità che sono spesso fuorvianti per il management, perchè considerare un costo fisso o variabile è piuttosto una decisione strategica e qualunque costo può essere considerato variabile se ristrutturi il tuo business. Inoltre, il problema principale dei sistemi di management delle organizzazioni è che queste sono divenute sempre più complicate ad una velocità che i managers non riescono a gestire. In conclusione i punti ciechi dell'economia e i punti ciechi del management lavorano insieme per produrre un modello del mondo che tende ad allontanarsi dalla realtà e produrre cattive decisioni. 

Le critiche dell'autore si rivolgono poi a Friedman e alla sua teoria della massimizzazione del valore per gli azionisti, cioè i manager sono agenti per conto  dei proprietari-azionisti e doveno agire nell'interesse esclusivo di questi ultimi. Inoltre, si scaglia contro la moda del leveraged buyout, dove il debito diventa una strumento di controllo, e che tanti danni ha fatto alle imprese e ai lavoratori. Critica anche le forme assunte dal management, iper pagato, dove si sono cercati di abbattere i costi diminuendo il personale e il middle management, così riducendo le capacità cognitive delle organizzazioni.

Il problema di base è che i sistemi in generale hanno bisogno di meccanismi per riorganizzarsi quando la complessità del loro ambiente diventa troppo difficile da sostenere, ma i sistemi di governo di alto livello del mondo industriale (politica economica e gestione aziendale) hanno mostrato  alcuni difetti e punti ciechi che hanno impedito che ciò accadesse. 

Nell'ambito delle politica il popolo dovrebbe essere considerato una entità di decisione collettiva e, quindi, il canale di comunicazione con la popolazione deve rimanere aperto per consentire a questo di esprimere la propria visione. Il meccanismo di comunicazione del popolo è la protesta o malcontento, mentre le elezioni sono diventate una corsa in cui il potere esecutivo diventa il prezzo, pertanto una società liberale dovrebbe poter rispondere al disagio di massa piuttosto che al suo contenuto.

 La natura della crisi è che non è una crisi in sé, piuttosto è il modo in cui il sistema raggiunge la stabilità. Il mondo diventerà sempre  più complesso, ciò significa che devono essere costruiti sistemi che assorbano la volatilità e la varietà ai livelli appropriati. Quindi è necessario ristabilire il canale di comunicazione con il popolo forzando le classi dirigenti ad ascoltarlo. Il popolo ha lanciato un allarme, dobbiamo trovare un nuovo principio organizzativo. La cibernetica gestionale, sfortunatamente, non fornisce alcun indizio su come si potrebbe ottenere un cambiamento sociale così profondo, quello che l'autore auspica è che si presti pià attenzione ai meccanismi di "allarme maniglia rossa" che indicano un risultato insopportabile per le persone.

Dalla lunga recensione e dai suoi contenuti si capisce che è un libro che affronta molti argomenti, alcuni complessi, ma l'autore è molto bravo a rendere cose difficili in maniera gradevole da leggere e comprensibili che rende il libro molto leggibile, pertanto è un libro molto interessante e di cui suggerisco calorsamente la lettura.

In merito ai contenuti, le critiche alle economia e a certe degenerzioni nelle imprese sono stati più volte affrontati in questo blog da vari autori, però l'approccio sistemico e il ricorso alla cibenetica è senza dubbio nuovo, interessante e probabilmente convincente. L'autore però non da molte soluzioni nel finale oltre alle critiche al modo di fare economia e alle storture del management. 

Che il mondo sia estremamente complesso l'ho più volte dichiarato nei  miei post e che questo richieda èlite preparate, idee e modalità nuove, anche  in democrazia. Sono d'accordo che il popolo va ascoltato e il populismo non è altro che una reazione al mancato ascolto. Sono anche d'accordo che non ci sono soluzioni semplici, abbiamo soprattutto  bisogno di modalità organizzative nuove, dobbiamo velocemente abbandonare certe storture ideologiche del liberismo sul mercato che sono servite solo a far arrichire sempre di più i ricchi, per sostituirle con una visione dove conti di più la dimensione sociale e una maggiore etica senza ricadere in vetuste idee di utopie irrealizabili.


martedì 2 gennaio 2024

Francesco Saraceno- Oltre le banche centrali- Inflazione, disuguaglianza e politiche economiche

 Questo è l'ultimo libro di Francesco Saraceno, professore di Macroeconomia internazionale a Sciences Po e Luiss, di cui abbiamo già recensito: La riconquista e La scienza inutile.

Come da sottotitolo tema principale del libro è l'inflazione che tradizionalmente si divide in: inflazione da domanda, da offerta o da aspettative. L'aspetto peggiore dell'inflazione è che, citando Keynes, non sia costante e prevedibile. Se per Keynes la moneta non è neutrale, per  la teoria monetarista di Friedman e seguaci "solo la moneta conta". Per i monetaristi la relazione tra reddito e domanda di moneta è stabile nel tempo. L'altro concetto fondamentale della teoria monetarista è che l'economia fluttua intorno a un equilibrio "naturale"; altri concetti fondamentali sono: l'economia non ha bisogno di aiuti esterni, qualunque tentativo della politica di bilancio volta a spingere la crescita provoca una riduzione della spesa privata, infine una espansione monetaria finisce per aumentare i prezzi.  

Segue una breve storia dello shock di Vockler, capo della Fed dal 1979, che con la sua cura fatta di alti tassi di interesse avrebbe bloccato la inflazione, comportando comunque recessione e disoccupazione.

Per l'autore la inflazione non è mai un fenomeno monetario, ma deriva piuttosto da una discrepanza tra domanda e offerta. Inoltre, dietro la dinamica dei prezzi ci sono una eterogeneità di fattori e gli shock macroeconomici hanno differenti effetti sui vari settori economici. 

La inflazione è un fenomeno macroeconomico che richiede quindi una analisi disaggregata. Per i fautori della stretta monetaria è importante che la inflazione corrente non venga incorporata nelle aspettative, mentre è piu importante chiedersi se gli operatori si attendono che le cause contingenti persisteranno. 

Il periodo di assenza di inflazione che passa sotto il nome di Grande Moderazione, che sembra avvalorare le tesi dei monetaristi, ha come spiegazione non solo la politica monetaria, ma ci sono altri fattori come la innovazione tecnologica, le catene produttive più lunghe (globalizzazione). Inoltre, la Grande Moderazione ha contribuito a creare squilibri crescenti che sono esplosi nella crisi del 2008. Segue nel libro una analisi della crisi finanziaria che non riporto e che abbiamo visto dettagliatamente in altri libri: Crashed e Hall of Mirrors.

Dopo la crisi finanziaria abbiamo avuto la crisi del covid con  il lockdown che ha, oltre a  politiche monetarie, costretto ad intraprendere  numerosi e sostanziosi  interventi di politica economica per risollevare la economia reale. La crisi del covid ha avuto pesanti ripercussioni sulle catene di produzione e sui trasporti, l'aumento di  domanda con la ripresa ha portato all'innescarsi di alcuni colli di bottiglia produttivi a cui la guerra in Ucraina ha aggiunto un ulteriore aggravamento dei costi energetici.

Nonostante ciò il monetarismo sembra ancora vivo  anche se l'accademia ha respinto ormai i suoi fondamentali. La domanda e offerta di moneta non sono risultate affatto stabili come il monetarismo afferma. Inoltre, anche la convergenza sull'equilibrio naturale non sembra così solida. In particolare in una economia moderna i pagamenti avvengono con una molteplicità di strumenti e quindi definire cosa sia la moneta da controllare appare poco chiaro. Il credito riamane poi  principalmente nelle mani del sistema finanziario e di imprese e famiglie. Infine, anche se la banca centrale riesce a influenzare i tassi a lungo questi sono solo uno dei fattori che determinano le decisioni di consumo e investimento. L'autore concorda con Tobin che dietro ogni equlibrio aggregato ci sono sempre mercati in disequilibrio di segno opposto con diverse sensibilità dei prezzi agli eccessi di domanda e offerta. La curva di Phillips che ha occupato tanto spazio nelle discussioni tra economisti di varie estrazioni, con i monetaristi che la vedevano verticale al tasso di disoccupazione naturale, sembra dipendere fortemente dal periodo e paese studiato. In ogni caso nell'ultimo periodo le variazioni di disoccupazione non hanno avuto effetti sui prezzi (curva orizzontale) e se la curva è orizzontale significa che la politica monteria può aver un notevole effetto sulla disoccupazione senza che questo provochi variazioni significative della inflazione. L'esito di tutte queste riflessioni è che bisognerebbe nel perseguire  certi obiettivi, che sono intrecciati tra loro, mobiltare contemporanemante strumenti diversi.

Quindi l'autore elenca alcuni degli strumenti con cui combattere l'inflazione piuttosto che colpire in maniera indifferenziata con la politica monetaria ("spegnere una candela con un idrante"). In particolare gli strumenti sono: 

  • le politiche industriali con investimenti significativi in infrastrutture canalizzando le risorse sui settori colpiti da shock; fornire risorse alle imprese per continuare a svilupare programmi di investimento; 
  • controlli temporanei dei prezzi che comunque servono solo quando non c'è un generale surriscaldamento della economia. 
  • Infine, dato che la inflazione ha effetti distributivi bisogna garantire una distribuzione equa dei costi dello shock.

Nell'ultimo capitolo l'autore da uno sguardo al domani.  Gli eventi climatici estremi e i costi di mitigazione possono portare a più inflazione e difficoltà nelle catene del valore. C'è inoltre una certa tendenza al reshoring per recuperare autonomia strategica sulle catene produttive, inoltre è probabile/auspicabile una minor esternalizzazione dei costi ambientali, ciò sicuramente può comportare ulteriori incrementi dei costi. Un problema fondamentale che si è acuito negli ultimi 30 anni è la disuguaglianza, questa dovrebbe esser ridotta tramite una riduzione della precarietà, salari minimi adeguati, regolamentazione dei mercati per ridurre il potere delle rendite e del potere di mercato, questo, se implementato, potrebbe aumentare i costi. Questi fattori porterebbero a pensare che la "stagnazione secolare" forse non è cosi probabile, anche se l'autore azzarda  a prevedere che probabilmente le tendenze di lungo periodo che hanno dominato lo scorso decennio torneranno a farlo. 

In ogni caso l'affidarsi solamente ai banchieri centrali non porta a crescita e stabilità e piuttosto è importante il policy mix. E' inoltre importante agire simultaneamente sul lato della offerta e su quello della domanda e superare la tradizionale suddivisione tra politiche macroeconomiche e microeconomiche.

Un libro molto ben scritto e ben documentato, infatti in ogni affermazione l'autore porta a sostegno delle sue tesi studi e articoli. Il tema della inflazione è molto ben sviscerato ed approfondito, anche se altri aspetti (critica all'Europa o al liberismo) li aveva già esposti nei suoi precedenti libri. Un libro quindi di cui consiglio vivamente la lettura.













venerdì 1 settembre 2023

Martin Wolf - The Crisis of Democratic Capitalism

 Martin Wolf è un famoso editoralista economico del Financial Times, autore di diversi libri, questo è il suo ultimo lavoro.

La prima parte del libro tratta del rapporto tra democrazia e capitalismo. Il benessere della nostra società dipende dal mantenimento di un delicato equilibrio tra economia e politica, tra individuo e collettività, tra nazione e il resto del mondo. La principale spiegazione per la crescita dei populismi (di destra e sinistra) è dovuta alla delusione sul sistema economico attuale, la democrazia ha perso legittimità. E' necessario, quindi, trovare un nuovo equilibrio tra economia di mercato e politica economica. Le libertà non possono essere assolute ma devono essere limitate attraverso la regolazione, la legislazione e i limiti costituzionali. Il capitalismo democratico si basa su alcune virtù della popolazione ed in particolare delle elìte.

Nè la politica e nè la economia possono funzionare senza una sostanziale onestà. La sopravvivenza della democrazia liberale dipende dalla separazione del controllo delle risorse economiche dal potere politico. 

La lealtà alla comunità politica e la lealtà alle sue componenti è condizione necessaria per la salute di ogni sistema politico democratico (senso di identità). Segue poi una analisi della evoluzione del capitalismo democratico, in cui il ruolo dello Stato è stato quello di creare l'ambiente legale e regolatorio all'interno del quale opera una economia capitalistica, ma una nazione è fondamentalmente una entità politica e non economica, mentre il  capitalismo è invece tendenzialmente globale. Negli ultimi due secoli democrazia e capitalismo sono evoluti e la loro interazione li ha modellati. 

Il recente capitalismo globale ha portato profondi disordini sociali ed economici, e la situazione delle democrazie occidentali sta profondamente peggiorando. Ma cosa è andato storto? La maggioranza delle persone ha perso la fiducia in un sistema che non fa niente per loro, e le condizioni economiche influenzano pesantemente le opinioni politiche. Nazionalità, etnicità, religione assumono grande importanza quando il sistema economico è sotto attacco. 

La crescente diseguaglianza di benessere economico ha accresciuto il potere del denaro, la democrazia è in vendita. La trasformazione del mercato del lavoro ha portato alla crescita del lavoro precario, per il 70% dei cittadini dei paesi ricchi il reddito è rimasto stagnante, minando la fiducia nel futuro. La crescita del capitalismo (da rendita) nell'ultimo periodo ha i seguenti aspetti:

  • spostamento del focus da beni a servizi;
  • nuovi lavori a basso skill;
  • svuotamento della classe media;
  • globalizzazione;
  • impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro;
  • crescita attività finanziarie; 
  • crescita delal retribuzione dei top manager;
  • elusione fiscale.
Ciò ha portato alla crescita del populismo: i meno istruiti e meno abbienti sono diventati anti élite; le vecchie coalizioni impegnate nella redistribuzione del reddito e nelle riforme sono quasi scomparse.

Le democrazie occidentali non sono state in grado di alimentare e garantire quel tipo di cittadinaza che esse richiedono. Mentre la speranza richiede fiducia, la paura richiede solo un nemico da additare. Un aspetto fondamentale del capitalismo democratico è che nessuno sia al di sopra della legge, nessun business sia al di sopra del mercato, nessun politico sia al di sopra degli elettori e nessun individuo sia esente dalla critica pubblica.

A questo punto l'autore indica alcune soluzioni (tornare al New Deal). Per una prosperità sostenibile servono: stabilità macroeconomica, investimenti,  innovazione, sostenibilità e apertura alla economia mondiale.  Per la stabilità macroeconomica evidenzia come politiche monetarie estreme possono essere pericolose mentre una espansione fiscale può migliorare la sostenibilità fiscale. Un errore è fare troppo affidamento sulla domanda privata basata sul credito ma anche su quella del governo tramite  la Banca Centrale. 

E' necessario inoltre ridurre la instabilità finanziaria. Il motore della crescita è la innovazione e il governo dovrebbe premiare l'investimento privato. Sottolinea poi il problema della immigrazione che crea cambiamenti a lungo termine sulla natura della popolazione, per questo va adeguatamente gestita. 

La politica dovrebbe sostanzialmente assicurare che i lavoratori abbiano redditi adeguati e vengano trattati con dignità e rispetto. Indica, inoltre, che bisogna investire in maniera sostanziale nelle politiche attive del lavoro con sussidi temporanei; va bene il reddito minimo ma bisogna sopratutto alzare le retribuzioni più basse e limitare i differenziali. Non c'è invece ragione per sovvenzionare scuole e università che sono accessibili a pochi privilegiati. Il welfare state può essere considerato come un sostituto della assicurazioni private, che sono sempre incomplete. Non è favorevole al reddito universale semplicemente perche insostenibile. Un buon welfare, piuttosto, dovrebbe dare alle persone la possibilità di fare ciò che non sarebbero in grado di poter fare e assicurarle contro rischi che non possono affrontare. Deve essere, inoltre, assicurata una maggior trasparenza delle aziende e le retribuzioni eccessive dei manager devono essere riviste. 

La influenza delle aziende deve essere limitata e il ruolo dei soldi nella politica deve essere controllato e reso ben visibile. Richezza e potere devono essere separate. Infine, l'attuale sistema di tassazione è profondamente ingiusto e va cambiato, così come vanno limitati gli abusi dei paradisi fiscali. 

Un capitolo è dedicato a come deve essere rinnovata la democrazia. Spesso i voti vengono raccolti sulla base di identità tribali. La democrazia necessita piuttosto: di un sistema di votazione equo, di politici professionisti, di esperti disinteressati, istituzioni indipendenti e diritti civili universali. Fondamentale è che le persone siano leali verso le istituzioni democratiche e i cittadini siano consapevoli di avere obblighi reciproci. La meritocrazia è desiderabile ma non può essere il sistema dominante di valori in una stabile democrazia. Un ruolo importante lo devono svolgere i partiti, ponte tra elettorato e potere, ma non devono disporre del denaro privato, cioè subire il controllo delle lobbies. Propone anche alcuni cambiamenti alla democrazia  con la creazione di una camera del merito, indipendente dal governo, formata con persone che hanno raggiunto particolari risultati nella vita, per promuovere studi su importanti aspetti politici. Infine, auspica un senato non eletto ma sorteggiato (vedi qui) per creare una assemblea deliberativa su questioni particolarmente divisive. Un altro aspetto imporatante è quello dei media. Laddove ci siano sistemi di informazione pubblica di qualità (es. BBC) vanno difesi e essere da esempio per altri paesi. Utilizzare una tassa sul digitale per per promuovere questo tipo di servizio e la informazione indipendente locale.

Dobbiamo rendere le nostre democrazie più forti rinforzando il patriottismo civico, migliorando la governabilità, decentralizzando e diminuendo il ruolo dei soldi in politica. 

Rendere il governo più responsabile e avere i media che supportano la democrazia piuttosto che distruggerla.

Un capitolo è dedicato al capitalismo nel mondo. Le più grandi minacce alla sopravvivenza della democrazia liberale sono fondamentalmente domestiche, vengono da una politica povera e da risposte inadeguate ai cambiamenti economici e tecnologici, anche se rimane importante gestire le relazioni globali. Un alleanza tra democrazie liberali stabili è un requisito indispensabile per la salute della democrazia. Bisogna comunque assicurare lo sviluppo dei paesi più poveri e assicurare il fluire di capitale privato alle economie in sviluppo. L'occidente deve valorizzare i suoi punti di forza e proteggere i suoi asssets strategici e bisogna cooperare su obiettivi comuni. 

Le conclusioni del libro sono che le persone hanno il diritto  di poter fare il meglio per se e inoltre il diritto ad aver voce nelle decisioni pubbliche. La forza più potente per il successo di una democrazia è una comune identità. Le basi della legittimità per una democrazia sono una diffusa prosperità e giuste regole del gioco. Il fragile matrimonio tra democrazia e capitalismo richiede il difficile equilibrio tra individuo e comunità, tra pubblico e privato, tra libertà e responsabilità, tra economia e politica, tra denaro ed etica, tra elìte e popolo, tra cittadini e non cittadini, tra nazione e globalità. 

Dobbiamo adattare gli obiettivi dei riformatori del passato alle necessità del presente. Più grande è la diseguaglianza, la insicurezza, il senso di abbandono, la paura per inimmaginabili cambiamenti e il senso di ingiustizia, piu vulnerabile al collasso è il fragile equilibrio che permette di far funzionare il capitalismo democratico. Soprattutto senza una decente e competente élite la democrazia perirà. La democrazia sopravvive solo se da opportunità, sicurezza e dignità alla grande maggioranza delle persone. Se agiamo e pensiamo come cittadini la comunità democratica può sopravvivere  e chi dirige le aziende dovrebbe comprendere che hanno obblighi verso la società che ha reso possibile la loro esistenza. La politica deve essere infine suscettibile alla influenza dei cittadini e non dei più ricchi.

Come si vede dalla lunga recensione è un libro che affronta molti temi e aspetti. E' un libro quindi interessante e anche piacevole da leggere di cui consiglio la lettura. Interessante è anche notare come Wolf, nel corso del tempo, da sostenitore del mercato sia passato ora su posizioni diciamo più keynesiane. 

Sulle crescenti difficoltà delle democrazie occidentali, la nascita dei populismi e le loro cause, sostanzialmente conferma le tesi di molti altri libri che abbiamo recensito. Quando il mercato prende il sopravvento sullo Stato e la Democrazia (vedi qui e qui) aumentano le diseguaglianze e le persone perdono fiducia nelle istituzioni democratiche. Anche le soluzioni ai problemi della crisi del capitalismo democratico che propone le abbiamo sostanzialmente già ritrovate in altri libri: limitare la finanza e lo strapotere delle corporation, le retribuzioni eccessive dei manager, il sistema di tassazione regressivo, sono tutte cose che sono state scritte. Sulla necessità di leadership preparate ne ho parlato spesso su questo blog, ovviamente serve anche una certa dose di etica. Interessante notare anche la proposta di creare quacosa di diverso dalle semplici e ormai in difficoltà democrazie rappresentative, come ad esempio la camera del merito e  il Senato a sorteggio. 

Importante anche il focus sul problema dei media e della informazione di cui anche su questo ho parlato spesso nel blog; sarebbe giusto e bello avere una RAI non lottizzata sul modello BBC, inoltre abbiamo bisogno di sviluppare molta più informazione libera e indipendente che da noi è una rarità.  

Rimane il problema di ricreare il senso di comunità, lavoro difficile ma si potrebbe partire dalle tante ONLUS che fanno volontariato utile alla comunità; dovremmo finanziare strutture e modalità per aumentare il dibattito politico e la informazione politica dei cittadini. C'è molto lavoro da fare, le persone più preparate lo stanno dicendo in vario modo da tempo, devo dire che in Italia siamo in alto mare con una legge elettorale che ha persino tolto la possibilità di scegliere i candidati lasciando tutto in mano alle segreterie politiche, di partiti politici sempre meno rappresentativi e autoreferenziali, ma tanto da noi si fanno tante chiacchere su problemi del tutto marginali.

martedì 6 giugno 2023

Michele Salvati- Norberto Dilmore- Liberalismo inclusivo

 Gli autori del libro di oggi sono un professore di Economia Politica alla Statale di Milano (Salvati) mentre il secondo è uno prseudonimo. 

Il libro si propone di delineare una possibile strada, che gli autori definiscono liberalismo inclusivo (embedded liberalism), che superi il fallimento del neoliberismo per riavviare un nuovo patto che consenta di gestire la complessità del mondo moderno, riducendo le diseguaglianze, garantendo le libertà economiche e, sopratutto, aumentare il benessere dei cittadini.

Il libro, da una parte, delinea come il compromesso socialdemocratico, alla fine della seconda guerra mondiale, ha garantito nei paesi occidentali crescita e aumento del benessere per 30 anni ("i trenta gloriosi") ma si basava su condizioni specifiche che non sono più riproducibli, pertanto non va né mitizzato né riproposto nella stessa forma. D'altra parte l'ascesa del neoliberismo dagli anni '70, in sostituzione di politiche di stampo keynesiano (almeno in parte), ha portato inizialmente una crescita economica ma con un aumento disastroso delle diseguaglianze e, infine, ha certificato il suo fallimento con la crisi economica del 2008. Un intero capitolo è dedicato al libro di Piketty: Capitale e ideologia, che abbiamo recensito qui, gli autori più che criticare l'analisi di Piketty si concentrano sulle souzioni da lui proposte (socialismo partecipativo) che reputano un pò troppo radicali e in alcuni casi controproducenti.

Per quanto riguarda la loro proposta gli autori partono dalla analisi della situazione attuale, che si presenta mutata rispetto al primo dopoguerra, infatti il capitale è molto più fluido che in passato, meno fisico e più intangibile, più mobile e internazionale che radicato sul territorio nazionale. Il mondo del lavoro è molto più frammentato del passato, con la riduzione delle grandi aziende produttive mentre oggi siamo in un mondo di servizi e tecnologie avanzate con lavoratori piuttosto diversi e meno connessi tra loro, questo ha comportato la perdita di potere dei sindacati. Ma anche la politica è cambiata, non ci sono più i partiti "pesanti" e di massa,  radicati sul territorio e in grado di costruire il consenso piuttosto che inseguirlo come attualmente, con un potere negoziale maggiore con gli interlocutori economici. Lo Stato, pur mantendo un elevato peso sulla economia, ha perso anch'esso la sua forza per i condizionamenti internazionali e della globalizzazione: politiche europee e potere delle multinazionali delocalizzate, con una forte riduzione della capacità redistributiva.

Le soluzioni che gli autori propongono per un nuovo patto per una crescita inclusiva e sostenibile, ammesso che vi  siano le condizioni  adatte, che in parte con la crisi e la pandemia  si sono create, sono in sintesi:

  • una nuova politica macroeconomica, dove lo Stato, con  un ruolo meno diretto,  abbia comunque un ruolo di indirizzo e guida  in grado di imporre una adeguata politica fiscale grazie anche alla riduzione dei paradisi fiscali;
  • ripristinare le regole della concorrenza e la riduzione della instabilità finanziaria;
  • ridare autonomia alla politica anche tramite il finanziamento pubblico;
  • rafforzare i corpi intermedi: sindacati e associazioni industriali.
  • maggiore equità fiscale e inclusione.
In sintesi un libro ben documentato e ben scritto, che ripete molte cose che su questo blog abbiamo ampiamente riportato, con delle proposte non del tutto nuove ma comunque nel complesso equilibrate.

Alcune considerazioni personali, purtroppo anche se alcune condizioni sono cambiate non sono ottimista al momento su possibili cambiamenti. La narrazione economica del neoliberismo fortunatamente ha perso molto appeal e molti economisti mainstream hanno ammesso che vanno rivalutati alcuni approcci economici del passato, e che il mercato crea molti problemi se lasciato a se stesso, per cui da un punto di vista teorico la situazione attuale è piu favorevole al cambiamento. Anche le istituzioni europee, con il piano Next Generation UE, sembrano aver imboccato, seppur timidamente, un nuovo corso di politica economica anche se il patto di stabilità continua ad essere riproposto anche se modificato. Mancano comunque leadership politiche preparate che, facendo base su una nuova narrazione economica e sociale, siano in grado di indirizzare il cambiamento; tanto più che servono politiche trasnazionali (almeno europee) per poter tener testa al potere economico delle aziende globalizzate che fanno affari ed eludono le tasse.  Inoltre, la gran parte dei cittadini è delusa dalla politica non votando o votando per i partiti populisti; la cosa è anche giustificata perchè i partiti progressiti dei paesi occidentali si sono mostrati troppo proni alle politiche di austerità e alla globalizzazione dei mercati ingenerando, quindi, risentimento e rabbia in tutti quei ceti, e sono molti, che hanno perso la sicurezza del lavoro e hanno visto ridotto il loro potere di acquisto. Quindi, al momento, purtroppo non vedo le condizioni per un liberalismo inclusivo; il primo passo per noi europei sarebbe una profonda rifondazione istituzionale della Unione Europea che con la attuale situazione a 27 membri vedo difficile da realizzarsi. 



domenica 30 aprile 2023

Europa ancora non ci siamo

La Commissione Europea ha elaborato una nuova proposta  delle nuove regole del "patto di stabilità". 

Rispetto al precedente patto il nuovo sistema è piu flessibile e da, ai paesi con rapporto debito/PIL eccessivo, la possibilità di modulare il piano avendo però l'obbligo di un percorso che riduca il suddetto rapporto in un certo numero di anni (4/7). Sicuramente è un passo avanti rispetto alle regole rigide, e direi masochistiche, del precedente patto, quello che resta sono i paletti del 3% del deficit e 60% del rapporto debito/PIL. Capisco che rivedere questi paletti sarebbe politicamente azzardato ma non capisco perchè non si prende atto che si tratta di parametri del tutto arbitrari, senza nessun fondamento scientifico, infatti questi valori sono stati presi in tempi passati basandosi, in particolare sul rapporto debito/Pil, sulla situazione media dei paesi di molti anni fa, mentre non esiste nessuno studio economico che definisca il 60% come valore ottimale. Inoltre, la crisi del 2008 e la pandemia del 2020 hanno comportato un notevole aumento del indebitamento degli stati del UE, pertanto la situazione è completamente cambiata e non solo l'Italia ha un rapporto debito/PIL maggiore del 100%. E' chiaro che da un punto di vista logico, proprio per affrontare periodi critici, sarebbe bene avere un rapporto debito/PIL più basso per avere maggiori margini di manovra ma fissare l'asticella al 60% è insensato e antistorico.

 Per ridurre il rapporto debito/PIL ci sono due metodi, uno è di ridurre le spese dello Stato per diminuire il numeratore e l'altro aumentare il denominatore (il PIL) con la crescita. Dato che aumentare il PIL diminuendo le spese dello Stato, la cosidetta austerità espansiva, è un metodo che rararmente funziona, anzi spesso produce effetti controproducenti vedi, ad esempio, quello che ha fatto il governo Monti, sarebbe meglio puntare sulla crescita, come si sta facendo con il PNRR. Quindi, ancora una volta la UE perde un occasione per impostare  gli obiettivi economici su un ottica di sviluppo coordinato tra tutti i paesi e persegue degli obiettivi che, in questo momento con la inflazione e la guerra in Ucraina, sembrano piuttosto velleitari. Certo il nostro paese e la  sua classe dirigente hanno dismostrato di non essere spesso alla altezza, lo vediamo con la incapacità conclamata di sfruttare a pieno e bene la occasione del PNRR, inoltre spesso le spese sono state male indirizzate (vedi ad es. i bonus) e sono anni che manca la capacità di fare adeguati investimenti, che per inciso andrebbero tolti dal debito nel calcolo del rapporto debito/PIL. Abbiamo problemi strutturali, un sistema bicamerale non funzionale, un livello di preparazione della pubblica amministrazione non alla altezza, con un personale che andrebbe ringiovanito e rinforzato, una classe politica con persone con una preparazione scarsa rispetto alla complessità del mondo attuale, e  i governi con i 5 stelle, ma anche quest'ultimo, dimostrano i grossi limiti dei ministri.

Purtroppo questo nuovo patto di stabilità, piuttosto miope, ci costringerà a fare risparmi che, unito alla incapacità di farli in maniera razionale e ragionevole (di sprechi ce ne sono tanti) ci costringerà ad una stagnazione economica che ormai stiamo sperimentando da due decenni. Non vedo all'orizzonte personaggi politici in grado di raddrizzare le sorti del nostro paese e la continua dimninuizione della partecipazione al voto e democratica, oltre a una informazione giornalistica e televisiva non all'altezza non fanno che predispormi ad un ulteriore pessimismo.

lunedì 7 giugno 2021

Stephanie Kelton - The Deficit Myth

  I miti che con questo libro l'autrice, economista che insegna alla Università del Missouri, vuole confutare sono tutti elencati nella introduzione. Il primo mito è che la gestione del budget del governo sia simile a quella di un cittadino. Il secondo è che il deficit sia sintomo di eccesso di spesa. Il terzo mito è che il deficit sia un peso per le future generazioni. Il quarto mito è che il deficit spiazza gli investimenti privati e mina la crescita di lungo termine. Il quinto mito è che il deficit rende gli Stati Uniti dipendenti dagli stranieri. Infine, il sesto mito è che i diritti (spese del welfare) ci stiano portando verso una crisi fiscale di lungo termine.
Relativamente al primo mito, cioè che il budget del governo sia simile a quello dei cittadino, per prima cosa bisogna evidenziare che la sostanziale differenza sta nel fatto che la Federal Riserve ha la piena autorità di emettere dollari. E' poi da respingere la idea che siano le tasse che creino la domanda di moneta del governo (differenza tra chi emette moneta e chi la usa). Le tasse, in realtà, sono un mezzo per cui il governo altera la distribuzione della ricchezza e dei redditi. Prima che qualcuno paghi le tasse qualcuno deve lavorare per guadagnarsi la moneta, non è quindi vero che tassazione e prestiti (emissione di bond) precedano la spesa.
Va evidenziato che la teoria monetaria (MMT-Modern Monetary Theory) che l'autrice difende non è un pasto gratis, e neanche asserisce che non vi siano limiti, piuttosto lo scopo è dare la priorità alle esigenze umane riconoscendo, allo stesso tempo, i veri limiti della economia e delle risorse.
Il deficit non è evidenza di eccessiva spesa, una spesa eccessiva si manifesta solamente quando si accende l'inflazione. Il budget è solo un mezzo per aggiungere o sottrarre denaro a tutti noi, in realtà il deficit aggiunge più denaro di quanto ne sottragga, è semmai un surplus fiscale che sottrae più denaro di quanto ne dia, piuttosto è la disoccupazione sintomo di un deficit troppo piccolo.
L'autrice poi critica il concetto di tasso naturale di disoccupazione (NAIRU), di fatto non è qualcosa che la FED possa calcolare od osservare, e le stime sul NAIRU si sino dimostrate spesso sbagliate. C'è una fede nella idea che ci sia qualcosa come un inesplicabile limite alla potenziale occupazione, che causa il fatto che la FED sottostima regolarmente di quanto potrebbe cadere il tasso di occupazione. Il doppio mandato della FED (massima occupazione e stabilità dei prezzi) si basa sulla erronea credenza che ci sia un trade-off tra troppa disoccupazione e troppo poca.
Si ha evidenza di spesa insufficiente ogni qual volta vi è  capacità non utilizzata.
Le idee di Abba Lerner (Functional Finance), da cui origina la MMT, sono che, con sufficiente domanda aggregata, i policy makers possano mantenere la prosperità mantenendo l'economia al pieno potenziale tramite l'applicazione permanente della politica fiscale. Tasse e spesa possono essere manipolate per tenere l'economia in equilibrio. Per la MMT ciò non è però sufficiente, bisogna piuttosto garantire una garanzia federale sul lavoro che promuove la piena occupazione e la stabilità dei prezzi.
In una economia profondamente depressa vi è un grande spazio fiscale perché le imprese operano con molta capacità di riserva e ci sono molti lavoratori disponibili per essere assunti. Solo quando siamo vicini alla piena occupazione le risorse reali iniziano a diventare scarse.
Il governo non vende i titoli (bond) perché ha realmente bisogno di soldi ma per controllare il tasso di interesse. Non esiste una quantità di denaro prefissata, il limite è la capacità di assorbire quantità addizionali di moneta senza spingere in alto la inflazione.
Secondo l' economista Blanchard il debito è sostenibile se il tasso di crescita dell'economia (g) è maggiore del tasso di interesse pagato sui titoli (r), mentre la MMT da più importanza alla inflazione rispetto alla relazione tra r e g.
Le serie storiche sull'andamento dell'economia mostrano che, se si cerca di ridurre il debito, la economia cade in depressione. Le tasse non sono importanti perché aiutano il governo a pagare i conti, sono piuttosto importanti per prevenire che le spese creino inflazione. La vendita di bond non è importante per finanziare il deficit fiscale, ma perché riduce l'eccesso di riserve che permette alla FED di agire sul tasso di interesse. Di fatto per ogni deficit che si crea si crea un surplus in qualche altra parte dell'economia. Il deficit fiscale non significa un inevitabile aumento dei tassi di interesse, i tassi di interesse sono una scelta politica e non imposti dai prestatori di fondi. Inoltre, regolare il flusso di capitali internazionali è una misura permanente che aiuta le nazioni a raggiungere un elevato livello di sovranità monetaria.
La MMT non pretende che il potere di emettere moneta dia il potere di fare qualsiasi cosa. Dobbiamo prepararci investendo oggi in quelle cose che ci rendono più produttivi per raggiungere i nostri obiettivi senza generare inflazione
I veri deficit che contano sono altri: il deficit di buoni lavori, di risparmi, di sanità, di educazione, di infrastrutture, del clima, e di democrazia.
Il mito del deficit ha impedito che il Congresso degli Stati Uniti usasse il suo potere per aggiustare i deficit reali della nostra economia.
Per MMT la sfida critica è gestire la inflazione. Il suo scopo è fornire una migliore visione di insieme, che aiuti a vedere un insieme di politiche che possano rendere l'economia più sana. Il più potente stabilizzatore automatico che si può introdurre è la garanzia federale sul lavoro, tramite emissione di moneta il governo ha il potere di eliminare la disoccupazione, semplicemente offrendo di assumere disoccupati. L'assicurazione contro la disoccupazione rimpiazza solo una parte dei redditi persi anche perché non tutti i lavori sono coperti da tale assicurazione. Il vantaggio maggiore della garanzia federale sul lavoro è di stabilizzare la disoccupazione durante il ciclo di business. Comunque il governo federale non è in grado di identificare al meglio le necessità più pressanti delle comunità, per questo le agenzie governative devono lavorare con partners delle comunità.
Esistono però dei limiti, ogni economia ha una sua velocità limite, ogni qual volta l'economia raggiunge la piena occupazione ogni spesa aggiuntiva porta al rischio di inflazione. Sono le capacità tecniche e le risorse materiali le uniche cose che possono limitare le nostre possibilità.
Nel complesso è un libro interessante, quello che dice non è nuovo ma, per chi  ha studiato Keynes e i suoi successori, sono concetti noti, anche se per molti alcuni concetti possono sembrare paradossali; mi trovo sostanzialmente d'accordo con molte delle affermazioni dell'autrice circa il funzionamento di una moderna economia monetaria. D'altra parte, come afferma la stessa autrice alla fine del libro: “la MMT non ha un pacchetto di politiche per affrontare tutti i problemi. È soprattutto una descrizione di come funziona una moderna moneta fiat (1) . Quindi se accettiamo questo limite, il libro, che è molto chiaro in molte parti, rappresenta un buon ausilio per capire che molte cose che ci vengono propagandate sul funzionamento dell'economia sono, spesso, non del tutto vere. 
Ho qualche perplessità su alcuni punti, come pure sulla garanzia federale sul lavoro, giusta in teoria ma non riesco bene a vederne la applicazione pratica e facile nella realtà. Rimango convinto che comunque quello che conta di più sia l'economia reale e quindi la prosperità di una nazione è cosa più complessa. La moneta, come diceva Friedmann, sicuramente conta, cosi come è importante la sovranità monetaria, ma come sappiamo contano anche molte altre cose per  creare e mantenere la crescita economica, e non solo economica, di una nazione.

1.Moneta fiat o legale, per chi non lo sapesse, significa una valuta nazionale non ancorata al prezzo di una materia prima, come l'oro ad esempio, vale quindi solo per fiducia nella autorità che la emette. Di fatto tutte le monete degli Stati moderni sono di questo tipo.


martedì 20 ottobre 2020

Perché non credo agli economisti troppo assertivi

La massima di Socrate "so di non sapere" dovrebbe essere patrimonio di tutte le persone intelligenti. D'altra parte anche la scienza nelle sue discipline più dure e che hanno avuto più successo nelle sue  realizzazioni pratiche, come la Fisica, ci sorprendono con nuove rivelazioni che non trovano spiegazioni. Come ha spiegato Popper sono ammissibili, nella scienza, solo teorie che  sono confutabili,  cioè esiste la possibilità di concepire ed effettuare almeno un esperimento che le possa confutare. Detto ciò, qualsiasi affermazione, anche in ambito scientifico è, quindi, soggetta a possibili confutazioni e rivisitazioni, per cui in materie in cui è  intrinsecamente più difficile trovare prove sperimentali, come la Economia, sarebbe necessario avere più prudenza nel fare affermazioni spacciandole per verità indiscutibili. Quello che sto dicendo non è originale ma è quello che sostiene, ad esempio Rodrik, nel suo libro Economic Rules, infatti Rodrik afferma nel libro che in Economia, essendo una scienza sociale, la ricerca della teoria e dei risultati universali è futile e che i modelli utilizzati sono al massimo contestualmente validi

Fatta questa doverosa premessa, passiamo ad esaminare alcune questioni. Un esempio è la preminenza della offerta o della domanda, se chiediamo ad un liberista (ad es. Boldrin) vi dirà con estrema sicurezza che conta fondamentalmente la offerta e, infatti, le sue ricette economiche sono quasi tutte incentrate sulla offerta, se invece chiediamo a un keynesiano convinto vi dirà che alla fine la cosa che serve è la domanda. Ora, come ho già spiegato più volte io credo a Marshall quando affermava che domanda e offerta sono come le componenti di una forbice e se non c'è l'una anche l'altra non ha senso. Quindi, qualsiasi ricetta di politica economica deve essere valutata in base al contesto economico, storico e sociale di un paese e non dare per scontato niente. Altro aspetto molto dibattuto è quello del mercato e dello Stato. Anche qui gli economisti liberisti diranno che quello che conta è lo dispiegarsi delle fantastiche forze del mercato e della concorrenza, e che lo Stato dovrebbe impicciarsi di economia il meno possibile.  Gli economisti di "sinistra" diranno che è solo lo Stato che ci può salvare fornendo nel migliore dei modi i beni pubblici e anche dirigendo e pianificando l'economia.  Sostenere ognuna delle due posizioni con estrema forza, e spesso arroganza, mi fa un tantino trasalire. 

Stato e mercato sono spesso non in antagonismo ma complementari. Pensare che si possa governare dal centro e indirizzare sempre in maniera efficace la economia è sbagliato e non funziona come hanno mostrato molte esperienze, come pensare al mercato che funzioni senza regolazioni, senza che qualcuno fornisca infrastrutture e beni pubblici è altrettanto illusorio. 

Altro aspetto molto dibattuto è quello della moneta (vedi ad esempio Bagnai), dire che la moneta è ininfluente o neutrale è piuttosto naïve al giorno d'oggi, ma pensare che la sovranità monetaria sia la soluzione della stragrande maggioranza dei nostri problemi è troppo semplicistico e irrealistico.  Peccato che spesso il dibattito sia spesso  così limitato e ridotto a inutili diatribe tra fautori di una o l'altra delle tesi. 

La realtà economica e sociale è complessa e multidimensionale. E' giusto cercare di semplificare e trovare delle ricette semplici, ma una cosa è cercare soluzioni semplici e altro che siano sempre giuste. Nel mio libro sull'economia ho cercato di illustrare le tesi sia di una parte e sia dell'altra, ho infatti parlato di Marx ma anche di Smith, di Keynes e di Hayek, di Stiglitz e Friedman, per dare al lettore una panoramica la più completa e, nei limiti del possibile, equidistante. 

Non accontentatevi di una visione sola, neanche di quelle teoricamente più equilibrate, ad esempio Blanchard, non esistono verità uniche e, infatti, spesso gli autori più seri ammettono di prendere degli abbagli. Certo fa piacere vedere quelli che espongono le loro idee con grande sicurezza, ma la scienza è soprattutto consapevolezza della propria ignoranza e non compiacimento egocentrico della propria presunta conoscenza.

giovedì 2 aprile 2020

Coronabond

La crisi economica che seguirà, quando finirà, la emergenza corona virus sarà molto grande. Un mese di fermo del PIL (circa 8%) sono 150 miliardi di euro per l'Italia; le previsioni sono difficili adesso, dipende dalla ripresa quando ci sarà e se recupererà in parte il terreno perduto, tenendo conto degli effetti collaterali di cali di domanda interna ed esterna. Credo che comunque per evitare cadute di PIL l'impegno del governo sarà superiore ai 100 miliardi, come reperirli? Se andiamo a debito significa ulteriore incremento di interessi da pagare, aumento del rapporto debito/PIL sia per l'aumento del primo sia per la diminuzione del denominatore, rischio di portarlo a > 150%, con ulteriore aumento del rischio e dello spread e spirale negativa anche perché la crescita del nostro paese ultimamente è stata asfittica. Se BCE fa acquisti di nostre emissioni di buoni per sopperire alla necessità lo spread potrebbe essere basso ma c'è sempre il rischio del mercato. Una ipotesi utile (ma anche questa difficilmente verrà attuata) sarebbe che le quote di debito aggiuntivo siano interamente acquisite da BCE e sterilizzate nel suo bilancio per un bel pò, questo ci darebbe un po più di fiato. La ipotesi dei coronabond sono sicuro non si farà, ne tanto meno l'ipotesi fantascientifica che BCE stampi moneta direttamente, lasciamo stare MES o altro. 
Negli USA le cose sono  andate  diversamente nel 2008 e lo saranno anche adesso con la FED pronta a intervenire, d'altra parte visto che la moneta è ormai fiat (cioè creata dal nulla senza collegamento all'oro) la enorme quantità di liquidità immessa durante la crisi non ha causato alcun problema anzi è stata la soluzione a molti dei problemi di liquidità interni ed esterni (Europa) vedi libro di Tooze. La domanda che faccio a tutti quelli che hanno costruito l'Europa dell'euro, ma se non sfruttiamo la moneta, per quello che è e quando serve, che senso ha creare una moneta comune? Quindi come finirà: noi andremo a debito e spero che lo facciamo prima possibile in quantità adeguata e sopratutto non spendendo a caso i soldi (dare soldi a chi ne ha bisogno ma puntare anche sul rilancio della nostra economia); la BCE ci farà il favore di abbassare gli spread ma ci ritroveremo con un rapporto debito/pil peggiore e più difficilmente gestibile, la popolazione sarà molto ma molto arrabbiata, andranno al governo le destre (e che destra!) e a quel punto forse la Europa dell'euro sarà finita, bel capolavoro !

martedì 17 marzo 2020

P. Sestito, R. Torrini - Molto rumore per nulla-La parabola dell'Italia tra riforme abortite e ristagno- i

I due autori, entrambi economisti, lavorano  in Banca d'Italia. Il libro è molto ricco di informazioni e affronta molti temi.
In particolare affronta il tema della produttività e del ristagno della nostra economia. L'analisi affronta molti aspetti dalla situazione delle imprese e del lavoro, il sistema burocratico, il sistema formativo. Inoltre, analizza anche le politiche effettuate e le svariate riforme proposte dalla politica sia per l'industria e sia per la Pubblica Amministrazione. 
Nel libro si analizza anche la situazione internazionale con la globalizzazione degli ultimi anni e anche la situazione della Unione Europea e gli influssi sulla nostra economia. La analisi svela le molte debolezze del nostro sistema industriale e dei suoi ritardi, la arretratezza della nostra pubblica amministrazione, le difficoltà del sistema scolastico e universitario, e infine anche  la scarsezza dei fondi per la ricerca. Vengono anche indicati alcuni suggerimenti per quanto riguarda la soluzione dei problemi evidenziati anche se  le proposte sono piuttosto generali ed indicative.
Nel complesso un libro interessante e di cui consiglio la lettura e anche ben documentato,  anche se per me molti dati e analisi sono noti. Sono abbastanza d'accordo con le analisi e in parte con le soluzioni indicate dove a mio parere prevale una approccio tendenzialmente liberista con comunque un buon equilibrio complessivo.

giovedì 12 marzo 2020

I conti del Coronavirus

In questo momento la emergenza è sanitaria e anche grave, senza allarmismi ma senza sottovalutazioni, come fatto da qualcuno inizialmente, dobbiamo tutti impegnarci per evitare che il contagio si diffonda a macchia d'olio,  evitando che la pressione sul sistema sanitario lo porti al collasso con un aumento dei decessi per impossibilità di curare le persone. Credo che al momento le misure prese siano giuste, evitiamo polemiche sul prima, ma la situazione è difficile e ci vorrà del tempo per normalizzarla. Purtroppo il tempo che passa significa attività ferme in parte o del tutto; considerato che il PIL italiano è 1800 miliardi di euro un punto percentuale di PIL sono 18 miliardi  viene subito che un mese di fermo di PIL sono 150 miliardi una cifra enorme. E' chiaro che le cifre stanziate sono ancora poco probabilmente servirà di più, e inoltre bisognerà spendere bene questi soldi non promettendo tutto a tutti, purtroppo si potrà solo limitare i danni. Capisco che bisogna spendere giustamente un po di soldi in sanità e aiuti vari per evitare licenziamenti di massa e chiusure di imprese, ma la contrazione ci sarà, basti pensare al solo turismo e anche se ci potrà essere un recupero bisognerà aspettare alla fine per fare i conti.
Detto ciò e che ho poca fiducia di come i nostri politici impiegano i soldi, spesso per mance elettorali che per interventi strutturali, si pone il problema della tenuta del sistema Italia. Una diminuzione del PIL e un aumento delle spese determina un aumento del rapporto deficit/PIL già elevato e ci espone a maggiore spese anche sul fronte degli interessi innescando un ulteriore spirale negativa. C'è solo un modo per evitare tutto ciò e visto la situazione dell'espansione del virus a tutta Europa sarebbe logico e inevitabile: un massiccio piano di intervento anche per investimenti finanziato dall'Europa (BCE, BEI o cosa si vuole). Il piano visti i numeri in gioco dovrebbe essere di dimensioni veramente imponenti. Se anche questo non accadrà penso che sia la fine dell'Europa fondata sull'euro, un Europa che non è stata in grado di coordinarsi neanche di fronte alla emergenza sanitaria.

domenica 8 dicembre 2019

Carlo Cottrelli - I sette peccati capitali dell'economia italiana

Questo è l'ultimo libro del famoso Carlo Cottrelli che scrive un libro all'anno ormai.
Quali sono i 7 vizi capitali? In realtà sono 6 e precisamente: evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia, il crollo demografico e il divario tra sud e nord.
Su ognuno di questi l'autore mostra i dati, anche di confronto con gli altri paesi, e cerca di indicare cosa è stato fatto e cosa si può fare. Riconosce che ognuno di questi mali è endemico e quindi non spiega il fatto che il PIL sia rimasto stagnante nell'ultimo ventennio. Qui interviene l'ultimo vizio ovvero la difficoltà a convivere con l'euro.
La tesi convince a un certo punto in quanto le difficoltà sono state comuni a molti paesi del sud europeo, anche se qualche paese, Spagna e Portogallo, sembra nell'ultimo periodo stia recuperando qualcosa. Questo ragionamento mi sembra un tantino contorto infatti, poi, ammette che uscire dall'euro potrebbe risolvere i nostri problemi di produttività e di debito  per quanto oneroso con tagli ai salari reali e comunque sarebbe un periodo turbolento. Sarebbe preferibile per Cottarelli  rimanere nell'euro e risolvere i problemi  dei 6 vizi capitali precedenti, ma ammette che sia difficile; comunque osservo che all'inizio aveva fatto notare che questi problemi non sono la causa del nostro rallentamento degli ultimi 20 anni per cui qualcosa non mi torna. 
La verità, a mio parere, è che siamo un paese problematico, che ha ingigantito  negli anni '80 il suo debito pubblico che è rimasto un fardello pesante da gestire, inoltre, poco si è fatto per riformare in profondità il paese, se a questo aggiungiamo l'adozione dell'euro, che è stata una scelta azzardata in queste condizioni e che ha indubbiamente condizionato il nostro sistema produttivo, abbiamo questo risultato. 
Cottarelli rimane, comunque, un economista serio e onesto intellettualmente e il suo libro è comunque interessante e piacevole da leggere.

mercoledì 20 novembre 2019

Luigi Zingales - Manifesto capitalista

Il libro è di Luigi Zingales economista da molto tempo negli  Stati Uniti. Partiamo dal titolo, quello in italiano mi sembra un poco fuorviante mentre quello in inglese "Capitalism for the people" mi sembra più significativo. Infatti, Zingales è un fautore del mercato e del capitalismo ma il libro in larga parte è una critica riferendosi quasi esclusivamente agli Stati Uniti.
La critica di Zingales si concentra  sul fatto che il capitalismo ha imboccato una strada che lo allontana dalle origini portandolo ad alcune degenerazioni. I suoi strali in particolare si focalizzano sul mercato finanziario e il lobbismo
A partire dal mercato finanziario, che  ha originato  la tremenda crisi del 2008, e di cui si è è perso il controllo grazie anche alle regolamentazioni che lo stesso sistema finanziario ha in qualche modo imposto alla politica.
Il lobbismo, invece per quanto riguarda il mondo produttivo, è divenuto una pratica invadente che condiziona pesantemente anche qui la politica (teoria della cattura). Tutto ciò ha alterato lo spirito del capitalismo che dovrebbe essere concorrenza e meritocrazia. Le sue proposte sono di porre dei limiti a questa situazione con regole semplici ma efficaci, perché ogni complicazione in realtà favorisce le grandi corporations che possono sfruttare la complessità per trovare scappatoie ed eludere le regole. Insomma Zingales rimane un liberale a favore del mercato ma non dell'affarismo sfrenato, favorevole alla concorrenza perché è quella che produce nel tempo i migliori risultati per la società.
Sul fatto che le regole dovrebbero essere semplici sono perfettamente d'accordo, come anche che il mercato dovrebbe essere il più concorrenziale possibile. Quello che critico è che Zingales si concentra troppo sul mercato tralasciando il fatto che per elaborare e far applicare le regole serve uno Stato forte (e direi anche democratico), perché la tendenza del mercato è inevitabilmente alla concentrazione, come è successo nel'800 con le grandi compagnie petrolifere e oggi con i giganti del web. 
Un altro aspetto che non mi piace del libro è l'atteggiamento molto negativo verso il paese natio ovvero l'Italia. Certo il nostro paese ha molti difetti sia in termini di corruzione e sia  nepotismo, e per un giovane, come era  Zingales, entrare nel mondo dell' Università, senza spinte o  compromessi, restava abbastanza precluso. Resta il fatto che il nostro è un paese comunque industrializzato e ricco di tante eccellenze, dove il talento è comunque meno premiato che negli Stati Uniti, ma non è un paese da terzo mondo come l'autore pare descriverlo. Nel complesso un libro interessante ma divulgativo, che affronta i temi in maniera non eccessivamente approfondita e non paragonabile ai libri che ho segnalato recentemente in questo blog.

giovedì 31 ottobre 2019

Raghuran Rajan - Il terzo pilastro- La comunità dimenticata dallo Stato e mercati.( The Third Pillar)

L'autore del libro è un economista indiano che ha lavorato a lungo negli Stati Uniti, Chief Economist del FMI e insegna alla University di Chicago, autore di alcuni libri tra cui Terremoti Finanziari. I pilastri di cui parla l'autore sono: il mercato, lo Stato e le comunità locali.
Una buona parte del libro è dedicata alla ricostruzione storica, come dalla società feudale si siano andati sviluppando lo Stato nazione e il mercato, in parte favorendosi vicendevolmente. 
Il processo è stato lungo ed è partito dalla Gran Bretagna per poi estendersi a tutti le nazioni sviluppate. Nel '800 il mercato tende a prendere il sopravvento con la costituzione delle grandi corporation, con la conseguente reazione che tende a limitarne l'estensione  con le prime leggi antitrust  negli Stati Uniti. Il terzo pilastro, le comunità locali tendono invece a perdere terreno col tempo. 
Dopo la Grande Depressione lo Stato tende a riappropriarsi del controllo di molte attività e ad ingrandirsi, processo che tende a continuare dopo la seconda guerra mondiale per circa 30 anni in cui, nei paesi occidentali, avviene un grande sviluppo, con il mercato che mantiene  anche una funzione sociale. 
Le cose cambiano a partire dagli anni '70 con l'incremento della globalizzazione e la rivoluzione ICT, entrambe rafforzano il potere del mercato, divenuto transnazionale e quindi meno sotto il controllo degli Stati nazionali che cominciano a perdere terreno, incapaci e senza le necessarie risorse per tener fede alla promesse della politica nel dopoguerra sul welfare-state.
Viene pertanto crescendo il malcontento popolare, sopratutto dopo la grande crisi del 2008, con rinascita dei movimenti populisti di vario genere sia negli Stati Uniti e sia  in Europa. Alcune comunità, con la delocalizzazione delle imprese, tendono a diventare depresse e abbandonate, mentre fioriscono alcune città dove nascono le nuove imprese e attività (ad es. Los Angeles e San Francisco).
Una parte del libro è anche dedicata alla storia e alle differenze tra i due giganti dell'est: India e Cina, con le loro specificità e con le loro debolezze.
Nella parte finale l'autore auspica un recupero delle comunità locali (localismo inclusivo), esemplificando alcuni casi di successo ma anche ammettendo che il processo non è semplice, e lo Stato dovrebbe favorire quanto più possibile anche il processo di decentramento. Anche il mercato dovrebbe cambiare, dovrebbe, ad esempio, essere garantita maggiore concorrenza, evitando ad esempio l'eccessivo potere di giganti (anche del web) o l'eccesso di difesa delle proprietà intellettuali.
La conclusione dell'autore è in sintesi che in un paese evoluto i tre pilastri dovrebbero essere tutti abbastanza forti e bilanciarsi tra di loro.
Il libro è quindi complesso e interessante trattando molti argomenti, in ogni caso con grande chiarezza espositiva, pertanto la mia sintesi è forzatamente riduttiva, un libro che consiglio caldamente di  leggere.
Per quanto riguarda la tesi dei tre pilastri, il sottoscritto ha sostenuto in questo post la necessità di equilibrio tra i poteri dove io al posto delle comunità indicavo la democrazia.
Concordo sul fatto che bisogna dare una aiuto alle comunità e decentrare alcune funzioni e attività dello Stato, anche se questo comporta sempre il rischio che le comunità meglio organizzate migliorino e quelle più povere continuino ad arretrare. Il punto è che io ho indicato la democrazia perché credo che sia un concetto più ampio e completo e forse dove sia possibile anche aver più spazio di manovra. Per aumento della forza della democrazia intendo maggiore partecipazione dei cittadini, anche attraverso nuovi strumenti messi a disposizione dalle tecnologie, un miglioramento delle istituzioni che prevedano un  maggior coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni e nel controllo, con maggiore trasparenza del potere politico.  
Intendo, anche come indicato nel saggio di Manin, il superamento del concetto di democrazia intesa non  solo come democrazia parlamentare ed elettorale.

giovedì 17 ottobre 2019

Dani Rodrik - Dirla tutta sul mercato globale ( Straight Talk on Trade)

Questo di Dani Rodrik è l'ultimo libro uscito nel 2018. Chi segue questo blog conosce bene questo autore avendo recensito i suoi libri e alcuni articoli,  quindi i temi trattati sono in parte noti. 
Il titolo del libro forse è un poco fuorviante in quanto gli argomenti trattati sono diversi e non solo relativi al mercato, si parla di Stato, di economia e di politica,  ovvero affronta temi molto ampi. 
Per quanto riguarda il commercio e gli accordi commerciali, Rodrik rimarca come la globalizzazione, pur con alcuni vantaggi, non è una panacea per tutti e l'allargamento del commercio produce vinti e vincitori; gli accordi di commercio poi (es. TPP) tendono più a difendere gli interessi delle multinazionali che dei cittadini. 
La globalizzazione ha poi ridotto spazi per lo Stato e anche per la democrazia. In alcuni casi, vedi Europa, l'unificazione economica e monetaria ha portato ad una riduzione della sovranità senza avere delle istituzioni adeguate e anche democratiche. Tutto ciò ha fatto nascere risentimento nelle classi medie e basse che hanno sofferto della crisi, della globalizzazione ma anche della evoluzione tecnologica, dando spazio ai populismi di destra che in Occidente fanno leva anche sulle divisioni etniche (immigrazione) come si è visto con Trump o anche in Europa (Le Pen e  Salvini). 
Una parte del libro è dedicata alla economia e agli economisti e ai rapporti con a politica. Rodrik critica l'atteggiamento di molti economisti che assumono che il loro modello sia quello giusto quando in economia i modelli sono molti e ognuno va adattato al contesto prescelto, non esistono quindi verità assolute e gli economisti sbagliano quando parlano in pubblico o danno consigli alla politica, dando per scontate alcune ricetteProprio in politica evidenzia  la importanza delle idee (innovative) perché anche la politica non può essere ridotta solo a lotta per interessi precostituiti; infatti spesso le élite fanno ricorso alle idee, vedi liberismo, per giustificare delle politiche che sono vantaggiose per pochi e non per la maggioranza.
I problemi in atto sono complessi e non esistono soluzioni facili né per i paesi sviluppati né per quelli in sviluppo, che difficilmente possono ripetere il percorso di quelli sviluppati e rischiano una non-industrializzazione o deindustrializzazione precoce a causa della evoluzione tecnologica. L'arretramento dello Stato non si risolve con una maggiore regolamentazione internazionale, primo perché sarebbe molto difficile attuarla in un mondo multipolare e poi perché non è utile; servono delle regolamentazioni internazionali solo per quanto riguarda i cambiamenti climatici mentre per il resto servono poche regole e bisogna dare di nuovo forza agli Stati e alla democrazia. Servono sopratutto nuove idee che sostituiscano il mito del mercato autoregolantesi e a sinistra leadership preparate e illuminate.
Il libro si rivela quindi molto interessante e si legge con piacere pur rimanendo rigoroso e ben documentato.