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sabato 25 aprile 2026

Brink Lindsey- The Permanent Problem-The Uncertain Transition From Mass Plenty To Mass Flourishing

 Ho comprato questo libro non per l'autore, che non conoscevo, ma per il titolo che mi sembrava interessante e promettente. L'autore è avvocato e  scrittore, attualmente è direttore dell'Open Society Project presso il Niskanen Center, politicamente Repubblicano ma ha anche appoggiato Barak Obama. Il problema, per l'autore, è che la nostra società ha perso dinamismo e stiamo assistendo a una disintegrazione sociale, stiamo perdendo la capacità di relazionarci con gli altri face-to-face. Stiamo affrontando tre crisi: di dinamismo, di inclusione e della politica intesa come meccanismo di decisione collettiva. Uno dei maggiori  problemi è che il capitalismo è sovraesteso. Dobbiamo, quindi, ribilanciare il capitalismo, rinvigorire la famiglia e la comunità, ristabilire le connessioni personali. Il contributo dei lavoratori ordinari è divenuto sempre meno importante, assitiamo a una perdita di potere collettivo e un declino nello status sociale, di fatto i lavoratori stanno diventando irrilevanti. Come conseguenza l'abilità di coinvolgere le persone nell'azione collettiva è diminuita. La perdita di potere dei lavoratori comporta la marginalizzazione delle persone nella vita politica e civica, pertanto le priorità delle persone sono divenute sempre meno importanti. La politica è divenuta un gioco solo per le élite acculturate e professionalizzate. Purtroppo il benessere di massa ha disintegrato le connessioni vitali della società, prosciugando le relazioni personali. Stiamo assistendo ad una alienazione dalle nostre istituzioni e dalla nostra storia, ed anche ad un allargamento della povertà spirituale. La crescita economica presenta una dinamica che tende a indebolirsi, la produttività tende a decrescere con il tempo, dovuta allo spostamento dalla manifattura ai servizi. Ma il declino nella capacità di innovare è in buona parte dovuto alla cautela e compiacenza che colpisce i ricchi, stiamo assistendo a uno spostamento verso il conservatorismo piuttosto che al cambiamento. A livello globale si verifca un collasso della fertilità che rappresenta un difetto del sistema capitalistico che non riesce a coinciliare la creazione di ricchezza con la nostra natura di animali sociali. Rivitalizzare il capitalismo è un compito della politca ma la politica non è esterna al sistema. Il punto fondamentale è di trovare un governance appropriata per il sistema capitalistico, ma la professionalizzazione della politica ha ridotto la partecipazione popolare. Il disallineamento tra ricerca del profitto e la democrazia richiede un pubblico ben informato, e il ruolo dei nuovi media rende il problema critico. La fiducia sociale e politica, che è necessaria per il buon funzionamento di un governo democratico, non è facile da mantenere, la nostra capacità collettiva di risolvere i problemi attraverso il governo si è fortemente degradata e le nuove tecnologie di comunicazione sono state profondamente destabilizzanti. E' necessario migliorare la rappresentatività della democrazia, ma i partiti politici hanno perso potere. A questo proposito sono state promosse nuove forme di rappresentanza non elettorale. Come i mercati anche le democrazie richiedono competizione, e senza partiti la competizione politica si riduce a leadership personali e clientelismo. Dobbiamo sperimentare forme nuove di partecipazione politica  con gruppi deliberativi composti da persone ordinarie. Quando una società cresce il suo ordine sociale diventa più complesso e i sistemi sociopolitici richiedono energia per il loro mantenimento, per cui si rende necessario ridurre la complessità e i costi. Il capitalismo ha investito nella complessità sociale che ha ritorni negativi per la maggioranza delle persone, e sta rendendo le persone sempre più dipendenti dal governo per il benessere materiale. Inoltre, il capitalismo ha eroso la resistenza culturale e istituzionale alla logica del commercio. Il "managerialism" e il consumerismo hanno esteso il loro dominio su ogni aspetto della vita, abbiamo dato troppa enfasi al ruolo della burocrazia e del commercio nel coordinare e dirigere le nostre vite, sostituendo le relazioni vitali e personali. Da una parte dobbiamo liberare il capitalismo dalla "vetocrazia" e dalla burocrazia, ma adattarlo alle nostre necessità di connessione personale. Il conflitto da risolvere è tra il dinamismo tecnologico e il benessere del mondo naturale. Il capitalismo deve essere orientato a convertire le nuove tecnologie nel produrre prodotti popolari, in questo il governo ha un ruolo fondamentale. Rifocalizzare il capitalismo quindi ma sopratutto un ribilanciamento del suo ruolo nelle nostre vite. E' necesaria una espansione della produzione su base domestica e comunitaria per uso interno, per ribilanciare la dipendenza dal mercato del lavoro e  per aumentare il potere contrattuale dei lavoratori. Tutto questo per innescare anche un circolo virtuoso tra lavoro remoto e maggiore co-housing, che permetterebbe di diminuire il peso della assistenza famigliare. In aggiunta bisognerebbe favorire la produzione energetica su base famigliare e comunitaria, per creare una maggiore indipendenza economica. In pratica tutto ciò serve a  provvedere e fornire risorse e capacità ai lavoratori e alle comunità dando loro indipendenza e status di contributori reali; creando una nuova classe di cittadini auto sufficienti, trasformando sorgenti di indipendenza economica in potere sociale e al contempo contro-istituzioni per promuovere decentralizzazione e ridondanza.

Come si vede dalla sintesi è un libro che delinea in maniera molto dettagliata i problemi delle società avanzate contemporanee. La sua analisi è molto apporofondita  e condivisibile, anche se molti aspetti  li ritroviamo in molti dei libri che ho recensito. Nel finale il libro si dedica molto al recupero del lavoro remotizzato e della indipendenza economica delle comunità locali, questo ricorda, anche se in maniera diversa, il terzo pilastro del libro di Raghuran Rajan. Affronta, anche se in maniera poco approfondita, il problema dei nuovi media, che abbiamo visto qui. Il problema più impellente, che a mio parere abbiamo, è quello della rappresentività della democrazia e della partecipazione popolare, che abbiamo visto citato anche da altri autori, in particolare qui; infatti se i corpi intermedi, partiti politici e sindacati, hanno perso potere dobbiamo assolutamente dare più possibilità di esprimersi al popolo tramite nuove forme di rappresentività anche su base sorteggio, e dando maggior peso anche al terzo settore. In sintesi un libro interessante che vale la pena leggere anche se  si perde nella parte costruens, come spesso accade.

lunedì 3 novembre 2025

David Graeber- David Wengrow - L'Alba di tutto- Una nuova storia della umanità

L’alba di tutto è di due autori: l’antropologo David Graeber e l’archeologo David Wengrow, lo scopo del libro è di contestare la narrazione tradizionale secondo cui l’umanità sarebbe passata in modo lineare dallo “stato di natura” alle società complesse, gerarchiche e diseguali che conosciamo oggi, questa narrazione nasce sostanzialmente da Rousseau per poi essere stata ripresa e ampliata da molti autori.
Nel corso del libro gli autori sostengono, infatti,  che la storia umana è stata caratterizzata da una straordinaria varietà di esperimenti politici e sociali, e che le disuguaglianze non sono un destino inevitabile, ma il risultato di precise scelte storiche.
Le società del passato non erano né paradisi né inferni primitivi, ma realtà estremamente diverse e creative, in cui gli esseri umani sperimentavano costantemente nuove forme di vita collettiva. Gli autori elencano nel corso del libro quelle scoperte archeologiche e antropologiche le quali dimostrerebbero che gli esseri umani, sin dai tempi più antichi, hanno avuto la capacità di organizzarsi in molti modi differenti: a volte egalitari, altri gerarchici, a volte stanziali in  altre nomadi. Gli esempi che citano sono ad esempio quelli della valle dell’Indo o di Çatalhöyük in Anatolia, che erano grandi centri urbani ma privi di forti disuguaglianze sociali, che convivevano con società di cacciatori-raccoglitori con strutture politiche complesse e forme di autorità temporanea o simbolica.
Un aspetto che viene evidenziato è che molte società antiche alternavano stagionalmente diversi sistemi politici; ciò indica che la capacità di passare da un modello politico all’altro era una delle libertà fondamentali dell’umanità. Solo in tempi relativamente recenti gli esseri umani avrebbero perso questa flessibilità, rimanendo “intrappolati” in forme rigide di organizzazione statale e burocratica. Un altro mito che gli autori contestano è il passaggio dalla civiltà dei cacciatori-raccoglitori alla civiltà agricola, passaggio che gli autori mostrano fu un processo lento, discontinuo e spesso reversibile. Tutti questi esempi, e molti altri elencati nel libro, sono volti a dimostrare che la complessità non implica necessariamente gerarchia o dominio, che la visione tradizionale e occidentale ha spesso schematizzato in maniera eccessiva la evoluzione delle società umane, e che invece  le prime forme urbane e politiche umane erano spesso fondate su principi di libertà, partecipazione e rotazione del potere.
Tutto il libro è quindi rivolto a dimostrare che gli esseri umani non sono mai stati semplicemente “determinati” dalle loro condizioni materiali o biologiche: hanno sempre avuto la capacità di immaginare e costruire mondi diversi. Gli autori quindi ci invitano a  guardare al passato con occhi diversi e senza stereotipi, soprattutto per scoprire quante altre vie siano state possibili e dunque lo siano ancora oggi.
Un libro indubbiamente interessante e che pone, con molti esempi, una forte critica al modo convenzionale con cui si è guardato alla storia della evoluzione umana. Devo comunque fare una critica a questo libro, la quantità di dati storici, archeologici che vengono portati a suffragio delle loro tesi è enorme, ovviamente sintomo di una grande preparazione, il problema e' che, per un libro che vuole essere  comunque divulgativo, rimane di difficile lettura, io vi ho messo molto a leggerlo e, alla fine, ho dovuto rileggerlo per riuscire a farne una sintesi che non fosse troppo dispersiva. A mio parere libri così validi dovrebbero porsi dei limiti di lunghezza, magari tralasciando esempi o mettendoli in appendice, rimango infatti  convinto che un libro rivolto al grande pubblico dovrebbe rimanere leggibile evitando di voler dimostare per forza la propria erudizione,








lunedì 27 gennaio 2025

Inutile piangere sul latte versato

 La  vittoria di Trump, le sue mosse e i comportamenti di Elon Musk stanno generando commenti preoccupati e contrariati da parte di molti che parlano di declino della democrazia, autoritarismo e finanche fascismo. Per quanto mi riguarda certo non sono felice della situazione che si sta creando negli USA ma anche in buona parte di Europa. Non mi piace che un uomo, perquanto geniale, si permetta di intromettersi nella politica di molti paesi, compreso il nostro, un uomo troppo ricco e troppo potente non dovrebbe avere ancora più potere. 

Detto ciò quando mi accorgo di aver fatto un errore cerco di non prendermela con il destino baro e cinico ma mi sforzo di capire dove ho sbagliato, se una squadra perde ha sbagliato evidentemente molte cose. Chi crede nei valori democratici e nel progresso, nel miglioramento della società e,  soprattutto, chi dovrebbe rappresentare queste istanze nella politica dovrebbe fare un profondo esame di coscienza

Il capitalismo non è il migliore dei sistemi ma, con opportuni limiti, si è dimostrato migliore di utopie, belle in teoria, che si sono rivelate fallimentari sul piano economico e con molte sofferenze e morti a suo carico. La democrazia ha tanti vantaggi ma ha anche molte debolezze, inoltre non si può dare mai per scontata, anzi la storia ha dimostrato che la democrazia, in qualsiasi forma, è  minoritaria nel corso dei secoli. Il capitalismo, sopratutto, dovrebbe essere visto come un mezzo e non un fine per raggiungere la prosperità. 

Come ho infatti scritto qui il sistema economico e sociale funziona bene quando Mercato, Stato e Democrazia si equilbrano. Come asserisce anche Acemoglu le società che progrediscono di più sono quelle con istituzioni più inclusive e cioè democratiche, dove società e Stato si equilibrano. Come diceva Schumpeter magari il popolo o i cittadini non possono avere contezza di tanti problemi complessi che riguardano la società, ma conoscono bene i loro interessi. 

In particolare, le persone vogliono sicurezza: sicurezza economica, sicurezza personale e dei loro beni, sicurezza della salute. Cosa è successo negli ultimi 30 anni in gran parte dei paesi occidentali? Il lavoro è diventato più precario, alcune fasce della popolazione, che appartenevano a una certa classe media, si sentono più povere e insicure, la sanità sta diventando sempre meno efficiente, inoltre una certa propaganda fa cadere che le città siano meno sicure di un tempo, cosa mediamente non vera, e che il problema più importante sia la immigrazione. La risposta di quella parte politica, che storicamente era a difesa delle classi medie e anche più sfortunate, ha di fatto sostenuto che il mercato era buono, che la globalizzazione era un bene, che l'Europa era la nostra salvezza, ecc. 

A fronte di una situazione che ha visto i ricchi sempre più ricchi, le aziende sempre più globalizzate e capaci di spostare il lavoro dove costava meno, buona parte di queste persone hanno perso fiducia nel sistema, in parte sono quindi passate a votare formazioni populiste e sovraniste, che almeno a parole pretendono di prendere a cuore la loro parte, un notevole gruppo di persone invece ha smesso di votare. 

Questo stato di cose è  molto chiaro a molti analisti e studiosi come abbiamo visto nel blog, oltre al fatto che la politica nazionale ha molte meno leve per fronteggiare la situazione, vedi aziende che delocalizzano o spostano le loro sedi all'estero, o ancora spostano i ricavi fuori eludendo le tasse. Quindi, invece di un inutile vittimismo ed esecrazione dei nuovi vincitori, bisogna avere il coraggio di ammettere di aver fatto molti errori e che gli elettori non sono solo una massa di ignoranti e creduloni.

Da dove si riparte? In teoria è facile bisogna ridare ai cittadini la possibilità di contare di più e di vedere che i loro interessi vengano persi in considerazione e possibilmente esauditi. Ovviamente la azioni pratiche da intraprendere sono più complesse da implementare. In primo luogo c'è un problema di informazione, la stampa e TV sono spesso in mano a potentati economici, bisogna favorire maggiormente stampa e TV indipendenti. In Italia, poi, la RAI dovrebbe essere soggetta ad organismi indipendenti formati anche da cittadini estratti a sorte per evitare che sia al servizio del governo di turno. Oggi la informazione viaggia principalmente sui social, e qui abbiamo visto la importanza e alcuni azioni per limitare il potere dei giganti digitali che possono condizionare il dibattito politico e anche le votazioni.

A livello di istituzioni sono state proposti organismi parlamentari con persone prese a sorteggio o con camere del merito, cioè persone selezionate in base a certi risultati di rilievo ottenuti a livello accademico o professionale. Da noi in particolare bisognerebbe abolire questa pessima legge elettorale che blocca le liste e  favorisce la scelta delle segreterie sulla volontà popolare. Sono favorevole al finanziamento pubblico dei partiti, per evitare i grossi condizionamenti economici, ma vorrei che una quota rilevante sia destinata alla possibilità dei cittadini di partecipare, ad esempio avere la possibilità di usufruire di spazi pubblici di discussione e aggregazione, come pure andrebbero finanziati anche partiti o organizzazioni democratiche, anche non elette. Poi, come ho scritto qui, servono scuole di formazione per preparare persone competenti, infatti uno dei capisaldi del progetto di Grillo indicava una giusta partecipazione dal basso ma che, senza adeguata preparazione, finisce come si è visto di scadere nel velleitarismo.

In conclusione, non serve piangere sul latte versato, o prendersela con i cittadini che sbagliano, bisogna prendere atto della situazione, cambiare strategia e prendere a cuore i reali problemi della gente come scritto anche qui  evitando che si vada ad ingrossare la massa di delusi e scontenti;  bisogna anche che una parte della classe politica fallimentare si faccia da parte e sia invece pronta a far crescere una nuova classe di giovani che guidino la innovazione politica e della società.

lunedì 23 dicembre 2024

Michael Lind- La nuova lotta di classe- Elite dominanti, popolo dominato e il futuro della democrazia

 Michael Lind è professore alla Lyndon Johnson School of Public Affairs del Texas, analista politico-economico che scrive su molte testate influenti. Il libro affronta da un punto di vista politico la situazione economico-sociale delle democrazie occidentali. 

Il problema principale delle nostre società è il potere, il potere sociale si esprime in tre ambiti: governo, l'economia e la cultura, e in ciascuno di essi è sede di una lotta di classe. 

La lotta  di classe è iniziata con il processo di industrializzazione. Dopo la II guerra mondiale si è affermato nei paesi occidentali quello che l'autore definisce plurarismo democratico, grazie alla presenza di alcuni mediatori: i partiti politici di massa, i sindacati e associazioni varie (agricole e religiose). Dopo gli anni settanta questo sistema si è indebolito con la nascita di quello che l'autore definisce neoliberismo tecnocratico, grazie alle delocalizzazioni e arbitraggio globale del lavoro, portando alla riduzione del potere dei mediatori. Questa situazione sta provocando una controreazione in tutti i paesi occidentali con la nascita dei cosiddetti populismi.

La nuova divisione di classe può essere condiderata tra insider e outsider. Da una parte abbiamo una "superclasse" di manager e professionisti con istruzione universitaria, dall'altra è quella delle classi operaie locali. Abbiamo inoltre  un mercato del lavoro diviso, cioè lavoratori con stipendi diversi anche a volte a parità di mansione, cioè due segmenti che sono in concorrenza (classe operaia di nativi vs immigrati). Vi è anche una divisione geografica tra chi vive nei quartieri costosi e chi vive nei quartieri perifierici e i sobborghi, che l'autore definisce rispettivamente hub e entroterra, divisione che riflette il divario sociale.

Segue una ricostruzione storica con la nascita del plurarismo democratico a partire dal New Deal (liberalismo dei gruppi di interesse) e poi nei paesi europei dopo la II guerra mondiale, grazie anche alla situazione internazionale della guerra fredda. In seguito, grazie alle idee neo liberiste, nasce la cosidetta rivolta delle èlite che con la globalizzazione permette alle aziende l'arbitraggio globale del lavoro portando all'indebolimento delle istituzioni che davano potere anche alla classe operaia, partiti politici di massa e sindacati. 

Le due classi in realtà non sono compatte nello schieramento politico, da una parte la superclasse ha una destra liberista e una sinistra con un liberismo moderato (es. Clinton e Blair), la classe operaia è divisa tra una sinistra piu tradizionale e una destra di populismo conservatore, entrambe le classi hanno forme di centro politco. Questo ha portato ha portato a un cambiamento nei partiti tradizionali in USA e in Europa, riflettendo la mutevole composizione di classe; abbiamo quindi una sinistra che rappresenta anche classi agiate e che vivono negli hub, e una destra che fa presa su molti operai che vivono nell'entroterra, basta vedere le ultime elezioni americane o anche quelle italiane. Abbiamo due visioni estreme della politica  tra un neoliberismo tecnocratico con una èlite di esperti al potere che, in teoria, dovrebbe garantire il benessere pubblico, e il populismo che vuole personaggi forti con un rapporto quasi mistico con le masse. L'autore comunque difende il populismo dalle demonizzazioni delle èlite tradizionali. L'ondata populista è una reazione difensiva piuttosto che semplicemente dovuta a  macchinazioni dei russi o rigurgiti fascisti e autoritari (vedi ad es. idee di Polanyi sulle  reazioni della società al mercato).

Varie sono le proposte fatte dalle èlite tecnocratiche per ridurre i problemi delle classi meno agiate, ad esempio il "redistribuzionismo" con crediti di imposta e reddito universale o le  teorie antimonopoliste, ma ciascuna proposta, oltre ad essere difficilmente sostenibile anche sul piano economico, non risolve il problema di fondo ovvero lo squilibrio di potere tra le classi.

Dato che il problema di sbilanciamento del potere nasce  dall'indebolimento di certe forme di istutuzioni: partiti politici di massa, sindacati, ecc., vi è la necessita di nuove istituzioni associative, che l'autore definisce "corporazioni" in ambito economico, "circoscrizioni" in ambito governativo e "congregazioni" in ambito culturale. Per esempio in ambito economico dovrebbe essere ricostituito il trialteralismo nella contrattazione tra manodpera e capitale. In ambito politico l'obiettivo è ricostruire un localismo permettendo alla gente comune di vivere la politica da partecipanti e inoltre accrescere il potere della classe operaia con agenzie indipendenti con partecipazione popolare, che compensino e controllino apparati burocratici centralizzati.

Rimane il problema della sovranità esterna, cioè salvaguardare il pluralismo democratico dalle influenze della globalizzazione e degli organismi e accordi internazionali (vedi Rodrik). Questo vuol dire che gli Stati si dovrebbero impegnare anche per una globalizzazione selettiva, con ad esempio politiche selettive per la immigrazione nell'interesse della produttività nazionale e cercando di limitare il mercato del lavoro diviso.

Il libro è interessante nel fornire  una visione politica e sociologica della situazione attuale dei paesi occidentali, anche se di fatto ricalca molte delle analisi che abbiamo visto in altri libri. La sua divisione delle classi è chiaramente una semplificazione di una realtà molto più complessa, i lavoratori professionisti e della conoscenza hanno sicuramente  meno problemi delle classi operaie, ma i veri depositari del potere sono coloro che muovono le file delle grandi corporation industriali e finanziarie (vedi qui) che si sono arricchiti grazie alla globalizzazione. D'altra parte anche le professioni piu elevate potranno essere a richio con lo sviluppo della Intelligenza Aritficiale. Indubbiamente il problema di fondo è la perdita di potere contrattuale di larga parte della popolazione che o non vota più o si rivolge al populismo, che non è la soluzione. 

Certo bisogna creare qualcosa di nuovo per ristabilire il potere dei cittadini e rivedere la democrazia (vedi ad esempio qui) ma anche come indicato da Rajan con la suo terzo pilastro delle comunità locali. Al momento la situazione è piuttosto difficile con la vittoria del populismo ma anche con il rigurgito di destre estreme. Dato che le rivoluzioni non le fà il popolo serve un èlite che promuova il cambiamento.

La sinistra democratica ha sbagliato quasi tutto negli ultimi 30 anni, perdendo il suo popolo; è stata infatti acquiesciente a politiche economiche troppo pro-mercato, non avendo capito che la immigrazione era un tema da affrontare con maggiore attenzione, non avendo sottolineato che la globalizzazione creava grossi problemi. Serve, quindi, in primo luogo una profonda autocritica e presa di coscienza, servono poi persone nuove e preparate che sappiano indirizzare la politica nazionale verso una direzione che dia maggiore potere ai cittadini e gli dia speranza di un futuro migliore. Come abbiamo visto nei libri che ho recensito le analisi della situazione sono chiare e molti autori concordano sui problemi, forse le soluzioni sono più complicate da mettere in atto ma le idee ci sono, speriamo che tra i giovani emergano nuove forze in grado di portare avanti questa battaglia, le alternative infatti sono piuttosto cupe. 

lunedì 2 dicembre 2024

Yuval Noah Harari- Nexus- Breve storia delle reti di informazione dall'età della pietra all'IA

 Dell'autore Harari, storico israeliano, abbiamo già recensito altri suoi libri: 21 Lezioni per il XXI secoloDa animali a dei. Il libro di oggi riprende alcuni temi dei prcedenti ma si sofferma in particolare sulla ultima frontiera tecnologica e i suoi  pericoli: l'Intelligenza Artificiale (IA).

 Il primo tema che affronta è la informazione, la informazione non è verità e neanche una rappresentazione della realtà come sostengono alcuni, e neanche solamente potere come sostengono i populisti. Per l'autore il ruolo della informazione sta nel collegare le cose, qualcosa che crea nuove realtà collegando punti diversi di una rete o anche un nesso sociale, in ogni caso l'incremento della connettività e della informazione non porta automaticamente un incremento di veridicità e conoscienza.

 Ripende poi il tema della importanza delle narrazioni e delle realtà intersoggettive, come ad esempio le nazioni e le società, che non sono cose reali ma esistono grazie alle connessioni tra più menti. Le narrazioni e le reti basate sulle storie sono quelle che hanno reso l'Homo Sapiens il più potenti degli animali. Tutte le relazioni tra i gruppi sono modellate da storie e ciò che tiene unite le reti umane sono appunto le finzioni, le storie intersoggettive. Sono queste informazioni e storie che riescono a mantenere l'ordine sociale in comunità molto ampie, le reti di informazione non massimizzazno la verità piuttosto cercano un delicato equilibrio tra verità e ordine.

Un altro aspetto importante è quello della fallibilità degli umani e il tentativo di correggere gli errori. Il libro, in particolare il libro sacro, ad esempio Bibbia e Corano, hanno rappresentato una tecnologia di correzione degli errori, che ha dato luogo alle interpretazioni che hanno costretto da adottare un organo, la Chiesa (infallibile) che ne custodisse la interpretazione corretta. Al contrario la scienza non ha verità assolute ma teorie che possono essere confutate, cioè un meccanismo di autocorrezione

La differenza tra sistemi totalitari e democratici si basa sulle modalità di funzionamento delle reti di informazione, nelle dittatture le reti informative sono centralizzate al massimo mentre nelle democrazie sono distribuite con meccanismi di autocorrezione. La storia ha dimostrato che le tecnologie informative del passato erano troppo arretrate per permettere una dittatura e anche una democrazia su larga scala, la tecnologia moderna d'altra parte rende più attuabili sia la democrazia e sia la ditattura su larga scala. 

Le nuove tecnologie, dai computer alla IA, rappresentano un salto in avanti tecnologico molto particolare che differisce dalle tecnologie del passato, una bomba atomica non puo' esplodere da sola senza l'intervento umano ma reti di computer e algoritmi possono funzionare in maniera autonoma senza intervento dell'uomo. Le catene da computer a computer possono funzionare senza l'uomo, e i computer sempre di più possono prendere decisioni e creare idee da soli. Le reti di computer, inoltre, sono sempre attive e in grado superare gli umani nell'elaborare modelli dai dati, di qualsiasi genere, e potrebbe essere la fine della privacy. Il problema dei computer o delle reti informatiche è che non sono infallibili. Inoltre, se si fissano degli obiettivi razionali anche per le reti di computer, questi obiettivi, come sostiene Clausewitz, dovrebbero essere allineati a una strategia, ma chi decide la strategia e, soprattutto, non è detto che una strategia, anche nelle migliori intenzioni, non si riveli pericolosa se portata aventi senza un controllo umano, vedi ad esempio certi pericolosi effetti sociali negativi dovuti agli algoritmi dei social network.

Visti i pericoli insiti nello sviluppo della IA si pone il problema di come evitare che mettano a repentaglio la nostra civiltà, infatti le civiltà nascono dal connubio tra burocrazia e mitologia e la rete informatica è una burocrazia molto piu potente e implacabile della burrocrazia umana.  L'autore indica alcuni principi da adottare per difendere la società e la democrazia che sono in primis il bene comune, le informazioni raccolte devono essere utilizzate per aiutarci e non per manipolare gli esseri umani. La reciprocità, a un aumento della sorveglianza degli individui deve corrispondere un aumento della sorveglianza dei governi e delle aziende. Il decentramento, le informazioni non devono essere concentrate in un solo luogo.  Inoltre le società democratiche devono guardarsi dagli estremi di una eccessiva rigidità e flessibilità, la democrazia richiede equilibrio. La opacità degli algoritmi deve essere evitata tramite il diritto alla spiegazione (dei meccanismi interni). Il potenziale anarchico della IA è particolarmente allarmante per cui l'autore propone di limitare l'utilizzo dei bot. 

Se la democrazia puo' incontrare grosse difficoltà ancor peggio potrebbe andare ai sistemi totalitari dove non ci sono sistemi di autocorrezione e l'IA potrebbe prendere il sopravvento.

La nuova teconolgia dell'IA potrebbe diventare la piu potente arma di distruzione sociale di massa, ripetto al pericolo nucleare la sua potenza potrebbe essere maggiore e, soprattutto, i suoi pericoli meno evidenti e nascosti. La nuova guerra fredda, tra le potenze che si contendono gli sviluppi della tecnologia dell'IA, potrebbe essere caratterizzata dalla  divisione di due mondi divisi nella la gestione della propria rete informatica, due imperi digitali separati da una cortina di silicio, con un pericolo di escaltion maggiore.

Nelle conclusioni l'autore ricorda che la invenzione di nuove tecnologie è sempre catalizzatore di grandi cambiamenti storici. Bisogna però evitare false interpretazioni storiche che portano a visioni ingenue e troppo  ottimismistiche, l'informazione non è verità e non dobbiamo illuderci che l'IA privilegi la verità, oltre a non esssere infallibile, così come la interpretazione troppo cinica, ma sbagliata, che la informazione sia solo potere. Dobbiamo quindi abbandonare queste visioni fallaci della informazione e impegnarci piuttosto nel difficile compito di costruire istituzioni con forti meccanismi di autocorrezione. 

Devo dire che sintetizzare questo libro, di oltre 500 pagine, non è stato facile, sono molte le suggestioni e le idee che l'autore propone. Inoltre, le sue considerazioni sono accompagnate da interessanti e mai banali notizie e resconti storici. Un libro quindi molto interessante e valido e che, a dispetto della sua lunghezza, si legge piacevolmente.

I pericoli della IA cominciano ad essere evidenziati da molte parti, soprattutto dagli esperti che ci lavorano. La UE ha già emanato una legge per regolamentare i sistemi di IA ma è ancora l'unica, e spesso la legislazione non riesce a stare al passo con la evoluzione tecnologica. Il problema, come ben evidenzia Harari nel suo libro, è molto reale e grave anche se forse non nell'immediato, quindi saremmo in tempo per limitarne i pericoli. La tecnologia è il motore dello sviluppo economico, ma come abbiamo visto nei due libri che abbiamo recensito, Power and Progress e The Technology Trap, la tecnologia prende la direzione di chi la controlla, spesso i privati, e dalla direzione che prende dipende se questa porta vantaggi a tutta la società o solo a pochi, come sembra che stia accadendo recentemente. Quindi, su questi problemi è necessario avere una politica che sia cosciente e preparata ad affrontarli, come pure tale conoscenza e coscienza critica dovrebbe essere diffusa anche nei cittadini.


venerdì 5 agosto 2022

Carlo Calenda -La libertà che non libera - La nave di Teseo

Carlo Calenda è stato Ministro ed è un uomo politico che ha anche fondato un suo partito: Azione. Questo è il suo terzo libro e qui ne abbiamo recensito uno.
Questo è un libro politico in un senso particolare, infatti parla essenzialmente di valori ed etica (ethos).
Il libro inizia con la affermazione che la fragilità etica dell'Occidente è dovuta a una confusione tra desideri e diritti. Non è possibile, per l'autore, creare una società senza identità e coesione sociale. L'esistenza di un ordine morale è fondamentale affinché una società libera non perda il collante sociale.
Calenda si scaglia conto la "cancel colture", la mancata considerazione dei fenomeni storici conduce le le leadership politiche alla incapacità di comprendere la portata degli eventi che si trovano ad affrontare. Una comunità è fondata piuttosto sulla trasmissione delle idee, della storia e della cultura di un popolo, inoltre è fondata sui diritti ma anche gli obblighi.
Un errore, per l'autore, dei governi occidentali è stato di subordinare l'etica alla efficienza economica, che ha determinato la subordinazione del potere pubblico al potere economico dei privati, abbiamo ridotto la idea di società liberale al liberalismo economico.
La democrazia liberale dovrebbe essere un sistema politico basato sulla combinazione dei diritti individuali con la sovranità del popolo. Le democrazie liberali hanno fallito nel riconoscimento della dignità, una sfera più potente e profonda della efficienza economica (ambito razionale).
I cambiamenti innescati dal progresso e dalla economia di mercato destrutturano l'ordine sociale e morale che regola una comunità (vedi qui). Mentre i diritti individuali progredivano, i vincoli etici collettivi che ordinano lo spazio comune, culturale e politico si indebolivano.
L'autore afferma che dobbiamo ricostruire un ethos capace di riportare nella maggioranza dei cittadini la convinzione di vivere in un sistema giusto, che ricrei la loro dignità e ordini lo spazio comune fondandolo su doveri e obblighi morali.
Viviamo in una società dove comunichiamo più di prima ma ci sentiamo più soli. La solitudine è il frutto del passaggio da una società fondata sull'individualismo a una fondata sul "singolarismo", singolarismo che emerge quando subentra la volontà di sfruttare ogni recesso del mondo a fini personali senza porsi alcun limite alcuno. Stiamo assistendo al passaggio da una società dei bisogni a una società dei desideri.
Viviamo, inoltre, la dannazione dell'uomo prospero ma vuoto di senso e vitalità, la vita viene spogliata di qualsiasi narrazione capace di generare senso. Più aumenta la capacità del progresso di forzare i limiti dell'ordine naturale più toccherà a noi stabilire i limiti di ordine naturale.
Per l'autore la felicità pubblica, la partecipazione alla vita politica di una comunità, ha un valore superiore a quella racchiusa dal desiderio individuale. Purtroppo prevale la convinzione dei politici e dei cittadini che poco o nulla ci sia da fare per gestire il progresso e il mercato. La politica è dunque debole e non vale la pena di parteciparvi. Il problema dunque è l'assenza di etica pubblica, la consapevolezza di dover svolgere un compito appropriato rispetto al ruolo che si ricopre. 
La crisi italiana non è economica ma etica, culturale e sociale. Dobbiamo impegnarci a far tornare l'impegno politico nella quotidianità delle persone, riportare al centro del discorso politico ciò che è giusto che non corrisponde a ciò che economicamente efficiente. Lo sviluppo del benessere materiale non può rappresentare il novanta per cento dell'agenda politica. Va riscoperto l'idealismo inteso come consapevolezza di poter incidere sul corso della storia ricercando la felicità collettiva oltre che quella individuale, la libertà di una comunità si difende, talvolta, rinunciando all'esercizio dei diritti individuali. Le idee sono importanti e diventano politicamente efficaci se sono sistemate all'interno di un pensiero coerente e radicato nella storia. Esser cittadini italiani non è scontato né gratuito, l'appartenenza ad una comunità comporta doveri ed obblighi.
Come si vede un libro singolare per un politico, dove si parla di etica, morale, doveri e obblighi, mentre normalmente i nostri politici sono dediti alla attualità spicciola, più preoccupati dei sondaggi e di compiacere agli elettori che ad affrontare temi ad ampio respiro.
Devo dire che sul molti temi e considerazioni sono d'accordo, ma devo anche dire che nel libro manca la parte del "come",  ad esempio come aumentare la partecipazione dei cittadini. Un libro comunque interessante pieno anche di citazioni autorevoli e di cui consiglio la lettura, ma che rimane, come detto, incompiuto nella parte delle azioni pratiche da intraprendere.

 


venerdì 26 aprile 2019

Wolfgang Streek- Tempo guadagnato – La crisi rinviata del capitalismo democratico-Feltrinelli

Wolfgang Streek è direttore del Max Planck Institut per gli studi sociali e professore di Sociologia alla Università di Colonia. 
Il libro ricostruisce la storia dalla seconda guerra mondiale; il patto sociale del secondo dopoguerra si interrompe all'inizio degli anni '70, patto che prevedeva un alleanza tra governi e grandi imprese sotto l'egida di una guida tecnocratica per assicurare una crescita stabile e bassa disoccupazione (regime keynesiano). Dalla fine degli anni '60, con il rallentamento della crescita e le manifestazioni studentesche e dei lavoratori, si acuisce la insofferenza del capitale verso la mixed economy e incomincia una nuova fase, sostenuta dalle idee del liberismo (Hayek e suoi seguaci) per liberarsi dall'economia sociale di mercato. I primi segni sono i governi di Reagan e Thatcher che rappresentano una discontinuità col passato. 
Per evitare il peggio e il conflitto sociale si adottano delle politiche di compensazione (tempo guadagnato del titolo). Inizialmente è la politica monetaria ad essere utilizzata per far crescere i salari ma con la crescita anche della inflazione. Questo periodo finisce con una stretta monetaria ma, ancora una volta, si usa un ulteriore espediente temporaneo, l'aumento del debito pubblico. Anche questo periodo finisce e la preoccupazione del debito porta, nella maggiore economie, a programmi di consolidamento del bilancio che comportano tagli delle spese sociali. Anche in questo caso si ricorre ad un altro intervento per evitare ulteriori tensioni, si sostituisce l'indebitamento pubblico con quello privato (keynesismo privatizzato) ovvero la diffusione di un potere di acquisto anticipato provocando un aumento del debito complessivo. Ma questa piramide di debiti crolla nel 2008 con il collasso del sistema bancario e finanziario che abbiamo vissuto. La situazione attuale l'autore la descrive come contrapposizione tra il “popolo dello stato”, i cittadini ed elettori a livello nazionale, e “il popolo del mercato” gli investitori a livello internazionale. Lo Stato non è più in grado di esigere e aumentare le tasse (elusione ed evasione internazionale e concorrenza fiscale tra gli Stati) diventando uno Stato debitore sottomesso alla disciplina dei mercati finanziari, con conseguente indebolimento della democrazia, disaffezione degli elettori sempre meno partecipi e aumento delle diseguaglianze e della povertà nei paesi sviluppati, quelli meno sviluppati crescono grazie alla globalizzazione del lavoro ma con pochi diritti e democrazia. 
La parte finale del libro è dedicata alla Unione Europea e monetaria. Per l'autore Unione Europea è caratterizzata da un deficit democratico anche per le limitate competenze del parlamento europeo, con una svalutazione delle istituzioni nazionali senza che ci sia stata una contropartita a livello di istituzioni internazionali. L'Unione Europea è diventata una struttura internazionale in cui la democrazia è addomesticata, con un declino degli investimenti sociali (austerità) e un declino da parte dei cittadini delle aspettative verso la politica, i cittadini contano sempre meno. Definisce l'euro come un esperimento “frivolo” che ha voluto imporre una moneta unica a una società eterogenea e multinazionale. Per l'autore non è praticamente realizzabile una democratizzazione dell'Europa anzi è probabile e auspicabile un ritorno alla monete nazionali. Infatti, costituire una Europa democratica dovrebbe significare costruire istituzioni in grado di sottoporre i mercati al controllo sociale e quindi evitare l'errore compiuto fino ad ora di trattare economia e società indipendentemente l'una dall'altra. Non può nemmeno essere solo un progetto di omogeneizzazione istituzionale ma, cosa molto complicata, dovrebbe essere in grado di fare rientrare nel proprio ordinamento le differenze nazionali con una suddivisone federale e un ampia autonomia a tutela dei diritti delle minoranze, ciò avrebbe bisogno di molto tempo e una democrazia sovranazionale non può nascere certo da un parto intellettualistico volontario come è stato sino ad ora. 

Anche se molte delle riflessioni del libro non sono del tutto nuove per chi legge questo blog, il libro è scritto molto bene con grande chiarezza e capacità espositiva e merita una lettura.

martedì 19 settembre 2017

Paul Mason- Postcapitalism- A guide to our future (Postcapitalismo-una guida al nostro futuro- Il saggiatore)

Questo libro, uscito solo recentemente in Italia, ha avuto un grande successo internazionale, l’autore è un giornalista esperto di economia. 
Il libro si svolge su piani diversi affrontando tematiche storiche, sociologiche ed economiche. Il tema di fondo da cui parte è che la nuova economia dell’informazione e di rete, fondata sulla conoscenza, mina i presupposti stessi del capitalismo abbassando sempre più i costi di produzione ed erodendo la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi; perché se il mercato si basa sulla scarsità, l’informazione è invece abbondante. Dato che il capitalismo è in crisi l’autore analizza le teorie sul capitalismo e le sue crisi, da Marx a Schumpeter passando per Kondratiev, giungendo ad una sua sintesi. Il capitalismo è un sistema adattativo complesso che però ha raggiunto i limiti della propria capacità di adattamento; infatti è stato sempre in grado di adattarsi alle crisi grazie alle resistenze della forza lavoro, ma i successi di queste trasformazioni si devono principalmente allo Stato, che ha un ruolo fondamentale per la nascita di un nuovo paradigma.
In questa ultima fase però la resistenza dei lavoratori è debole e l’economia si è sbilanciata a favore del capitale e quindi viene meno la spinta alla trasformazione. Il capitale cerca di resistere alle spinte della rivoluzione tecnologica con nuovi monopoli,  il problema è che la tecnologia che sostiene il capitalismo, e che lo ha reso globale, sta minando il capitalismo stesso. Mason prevede che:
 “Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo post-capitalismo”.
L’ultima parte del libro indica quindi una serie di passi e soluzioni che ci porteranno al post-capitalismo, ed è questa la parte più debole del libro, come spesso succede ai libri che affrontano temi così globali. Le soluzioni sono in linea di principio condivisibili ma, a mio parere, poco praticabili.  Mason sostiene in sintesi che ci vuole più intervento dello Stato che deve assumere anche il controllo totale della distribuzione dell’energia e della produzione a carbone (per risolvere anche il problema ecologico) e controllare profondamente la finanza e il sistema bancario, anche se non ciò non significa un completa sparizione del mercato.
Complessivamente è un libro che ho trovato molto valido, pieno riferimenti e considerazioni interessanti, Mason riesce soprattutto ad affrontare tematiche complesse rendendole piacevoli e quasi avvincenti come in un romanzo.

Alcune mie considerazioni. Credo che Mason nelle conclusioni cada in contraddizione, perché da una parte sostiene che il capitalismo è un sistema molto complesso, mentre le sue soluzioni sono troppo semplicistiche. La tesi della resistenza dei lavoratori  e della società ai cambiamenti non è nuova, la troviamo nel libro di Polanyi, La grande trasformazione, in cui afferma che le società sono cambiate ma lo Stato è dovuto intervenire per evitare le distruzioni sociali da parte dei meccanismi di mercato lasciati a se stessi. Quindi sono d’accordo che lo Stato, al contrario di quello che dicono i liberisti, è la soluzione e non il problema. Ma quale Stato? Quello nazionale sta perdendo potere nei confronti di un economia globalizzata e un sistema di regolazione e controllo globale non esiste ed è di difficile realizzazione. Non credo poi che sia così facile eliminare o sostituire certi meccanismi di mercato, credo invece che il capitalismo abbia ancora un ruolo nel futuro, anche se è un istituzione umana e come tale ha una sua fine, ma a mio parere non così a breve termine. Credo che il problema della modificazione del clima non possa essere risolto dai meccanismi di mercato, che non sono così efficienti come ci contrabbandano. Sicuramente la tecnologia è un potente agente del cambiamento ma serve anche la politica. Mancano soprattutto élite illuminate e preparate in grado di interpretare la volontà dei cittadini e non condizionate dalle forze economiche e dalle ideologie dominanti
Le sfide aperte sono molte, come ho indicato nel mio libro, dalla gestione dei flussi finanziari e monetari internazionali, gli squilibri economici tra i paesi, le crescenti diseguaglianze, sino ad arrivare ai problemi di compatibilità tra sviluppo ed ecologia. Serve un nuovo equilibrio tra democrazia e capitalismo, passando attraverso il ruolo dello Stato, ma non esistono soluzioni facili e globali, anzi credo che dovremmo porci obiettivi semplici e mirati di volta in volta e affrontarli. Le conoscenze ci sono, i cittadini sono consapevoli, in larga maggioranza, di quali siano i loro interesse reali. 
Fino ad ora è mancata una lungimiranza delle élite, negli ultimi tempi ha trionfato il liberismo sfrenato, il ritorno ad ideologie marxiste non è la soluzione, ma servono idee e persone nuove e queste, soprattutto, preparate a gestire la complessità senza preconcetti.

mercoledì 12 luglio 2017

Carlo Rosselli - Socialismo Liberale


Quelle che sotto riporto sono frasi  tratte dal libro Socialismo Liberale di Carlo Rosselli.


Il problema italiano è essenzialmente problema di libertà.
Senza conoscenze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione delle classi.
La libertà inizia con l’educazione dell’uomo e si conclude con il trionfo di uno Stato….in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite della libertà di tutti.
L’italiano medio oscilla ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. 
Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione di libertà come dovere morale.
Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona che della loro personalità.
La lunga serie di governi paterni hanno esentato, per secoli, gli italiani dal pensare in prima persona.
Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e «macchiavellismo» di basso rango che gli induce a contaminare irridendoli tutti i valori.
L’intervento del Deus ex machina risponde sovente ad una loro necessità psicologica.
La nostra storia non offre sinora nessuna rivoluzione di popolo.
In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo seno punte altissime, solitarie e inaccessibili: minoranze eroiche…., ma non ha mai saputo realizzare se stesso.
La stessa lotta per la indipendenza fu opera di una minoranza, non passione di popolo.
Se gli uomini non hanno né senso di dignità ne quello della responsabilità, se non sentono la fierezza della loro autonomia, se non si sono emancipati nel loro mondo interiore non si fa il socialismo (nota mia qui direi il progresso di una società).
E’ innanzitutto un problema di educazione morale.
L’abitudine a considerare  il problema economico come il problema chiave, il problema determinate e a misurare tutti i valori in termini utilitari fa si che sfuggano i valori profondi e permanenti.
La cultura non è borghese, né proletaria.
La cultura ….di una nazione è un patrimonio di valori che trascende il fenomeno economico della classe.
La straordinaria complessità e intensità della vita del mondo moderno, dove continuo è l’alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute incontrovertibili.
Alcune brevi considerazioni, il testo è stato scritto negli anni ‘30 e pubblicato in francese, solamente nel dopoguerra pubblicato in italiano. Nelle prima parte è un critica al socialismo massimalista e marxista, mentre i brani sopra riportati fanno parte delle conclusioni finali. A dispetto degli anni trascorsi  queste considerazioni rimangono ancora  in buona parte condivisibili. Forse il giudizio sugli italiani è troppo tagliente, ma è ancora profondamente vero che gli italiani spesso aspirino a cercare il deus ex machina (leaderismo personalistico) che sovente è solo un arringatore di popolo (Berlusconi, Grillo ecc.) e che non siamo stati mai in grado di fare una rivoluzione.