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giovedì 6 agosto 2026

Yanis Varoufakis- Tecnofeudalesimo-Cosa ha ucciso il capitalismo

Di Yanis Varoufakis abbiamo parlato spesso in questo luogo, recensendo molti suoi libri (vedi qui, qui e qui); questo perché Varoufakis scrive libri piacevoli da leggere e con contenuti interessanti, mai banali.

Il libro si presenta come un dialogo virtuale con il padre di Varoufakis, ingegnere chimico attivo politicamente nella sinistra, in cui il figlio gli spiega l'evoluzione del capitalismo, anzi, per essere più precisi, la sua profonda trasformazione in quello che l'autore chiama "tecnofeudalesimo". La tesi del libro è che sia avvenuta una mutazione storica del capitale: il cosiddetto capitale cloud ha demolito i due pilastri del capitalismo, i mercati e il profitto. I mercati sono stati rimpiazzati da piattaforme di trading digitale, che sono di fatto dei feudi, e il profitto è stato a sua volta rimpiazzato dalla rendita, trasformando il capitalismo in una forma tecnologicamente avanzata di feudalesimo. Ai tradizionali mercati si è aggiunto, nel tempo, con la nascita della tv commerciale, un altro mercato: quello dell'attenzione.

Segue poi un'analisi storica sul ruolo degli Stati Uniti e del dollaro, già descritto nel suo libro sul Minotauro Globale. Con la Rivoluzione Industriale il potere, cioè il potere di comandare gli altri, si è trasferito dalla terra al capitale, ma la nascita di Internet ha modificato la struttura del capitalismo con l'emergere del capitale cloud, che può riprodurre se stesso senza il coinvolgimento del lavoro salariato. Il capitale cloud  ha dato vita, quindi, a una forma di capitale che ha ucciso il capitalismo, rimpiazzandolo con qualcosa di molto peggio. Di fatto abbiamo, da una parte, i proprietari delle infrastrutture digitali, che si avvalgono di quelli che l'autore chiama servi della gleba cloud, i quali forniscono gratuitamente informazioni - cioè identità digitale - alle piattaforme. Piattaforme che sono veri e propri feudi, dove i cosiddetti vassalli sono i produttori che, per vendere le loro merci, devono pagare una rendita cloud per accedere ai feudi. L'esercizio del potere di comando del capitale su lavoratori e consumatori si è quindi trasferito agli algoritmi. 

I cloudisti, poi, hanno beneficiato dell'enorme massa di denaro immessa dalle banche centrali per far fronte alle crisi; infatti hanno potuto assorbire miliardi grazie alla garanzia delle loro azioni in rialzo. Questa nuova configurazione, cioè il tecnofeudalesimo, ha segnato di fatto il trionfo della rendita sul profitto: la rendita, infatti, scaturisce dall'accesso privilegiato a beni in fornitura fissa, mentre il profitto è più vulnerabile alla competizione. Adesso tutti gli attori, produttori e venditori, dipendono da qualche feudo cloud per accedere ai clienti; di fatto il cloudista non compete nel mercato, ma tende a farci uscire dai mercati capitalistici, e i cloudisti diventano ricchi senza bisogno di organizzare la produzione di alcuna merce.

Il tecnofeudalesimo americano si deve comunque confrontare con l'ascesa in Cina dei cloudisti cinesi, che stanno acquistando sempre più potere (vedi TikTok, Alibaba ecc.), configurando un nuovo tipo di guerra fredda; mentre l'Europa si caratterizza per la mancanza di capitale cloud e rischia di dover scegliere a quale capitale cloud sottomettersi. C'è poi un ulteriore aspetto che l'autore evidenzia, cioè che il potere della classe cloudista può compromettere la possibilità che noi, il demos, possiamo evitare la catastrofe climatica. L'aspetto più inquietante è che il capitale cloud ha frantumato l'individuo in frammenti di dati, in un'identità composta da scelte espresse con clic, che i suoi algoritmi sono in grado di manipolare. Nel finale delinea, molto sinteticamente, uno scenario alternativo, che ha descritto nel libro Un altro presente. Lo scenario descritto è molto teorico e rasenta la fantascienza, anche se contiene alcune idee interessanti. La conclusione del libro è che, per riappropriarci delle nostre menti, dobbiamo possedere collettivamente il capitale cloud.

In definitiva, come già affermato, è un libro stimolante e piacevole da leggere, che contiene molti elementi interessanti, anche se alcuni erano già stati trattati nei suoi libri precedenti. L'analisi sull'evoluzione sistemica del capitalismo è molto ben descritta, anche se la parola tecnofeudalesimo, molto attraente, a mio parere non rivela che siamo sempre nel capitalismo: mutato profondamente, sì, ma sempre capitalismo. Inoltre, come tutte le spiegazioni semplici, la focalizzazione sul capitalismo cloud, o delle piattaforme, trascura il fatto che il capitalismo sia più complesso e non evidenzia, ad esempio, il crescente potere e la pervasività dei fondi di investimento, che abbiamo visto in questo libro

sabato 30 maggio 2026

Clara E. Mattei-L'Economia è Politica- Tutto quello che non vediamo dell'economia e che nessuno ci racconta

 Il libro che recensiamo oggi è di Clara Mattei, di nazionalità italiana ma insegna nel dipartimento di Economia della New York for Social Resarch. Di questo libro ne avevo sentito molto parlare ma avevo dei dubbi che esprimo a fine recensione.
Il punto di partenza è la critica  alle narrazioni che mascherano il funzionamento del nostro sistema economico. Il sistema capitalistico viene considerato "naturale", mentre per l'autrice così non è e dobbiamo "ripoliticizzare" l'economia o anche ri-democratizzarla. Uno dei temi del libro è l'austerità, il problema non è se lo Stato non spende e di fatto spende, ma dove e per chi. La nostra macchina economica per l'autrice non è strutturata per soddisfare i bisogni della gente comune ma aumentare la rendita e i profitti per i pochi detentori di capitale. Il capitalismo è un sistema recente, meno di 300 anni, che ha sostituito il feudalesimo. L'avvento del sistema capitalistico in Gran Bretagna è iniziato con la confisca delle terre (enclosure dei commons), che sono diventate private, mentre nel feudalesimo detenere un titolo feudale non significava possedere la terra. Quindi un ruolo fondamentale nella evoluzione del sistema economico è quello delle istituzioni statali con le sue leggi. La coercizione insita nel sitema capitalistico  è una coercizione meno esplicita e di tipo economico ed impersonale. Di fatto la anche povertà non è un accidente ma  è intrinseca alla società capitalistica. Anche lo sfruttamento del lavoro da parte dei capitalisti è implicito. Il processo di centralizzazione e concentrazione nel capitalismo è tipico, e il monopolio  non è una antitesi del mercato ma è il risultato delle dinamiche del sistema. Anche la disoccupazione non è un male eccezionale è piuttosto necessario, è il mercato stesso a produrre derive strutturali verso il risparmio di manodopera, che è un obiettivo che si raggiunge anche grazie alla tecnologia che non è neutra (vedi qui). La stessa stabilità monetaria richiede che debbano esserci un significativo numero di persone senza lavoro (esercito di riserva di marxiana memoria). Infine, lo Stato stesso finisce per avere un ruolo attivo di protettore del mercato. L'autrice poi distingue tre forme di austerità: l'austerità fiscale che impone un taglio alle spese; l'austerità monetaria tramite l'aumento dei tassi di interesse; l'austerità industriale tramite privatizzazioni e riducendo i diritti dei lavoratori e sindacali. L'obiettivo della austerità è incrementare la dipendenza dei lavoratori dal mercato e la redistribuzione della ricchezza verso l'alto.
Il libro prosegue poi con un escursus storico con le grandi rivolte operaie degli anni venti e la successiva nascita dei totalitarismi, in particolare il fascismo che adottò politiche economiche antisindacali e di contenimento dei salari con l'ausilio degli economisti italiani del tempo. Nelle conclusioni ribadisce la incompatibilità del capitalismo con la democrazia, la democrazia elettorale rafforza le basi del capitalismo mantendendo una falsa impressione di scelta. Infine afferma che lo scopo del libro è di smascherare le mistificazioni e aumentare la consapevolezza sulla realtà del sistema economico; le basi del capitalismo si possono scuotere anche con piccoli cambiamenti se ci impegniamo in progetti collettivi che producono spazi per la democrazia economica.
Se il libro è destinato a chi non conosce molto di economia e storia economica indubbiamente ha una sua valenza nel disvelare molte cose che la economia mainstram non esplicita e anzi da per scontato. L'approccio della autrice risente molto della analisi marxista, con questo non voglio dire che sia sbagliata, Marx ha rivelato molti aspetti critici del sistema capitalistico e molte sue considerazioni rimangono valide. Chi legge questo blog ha visto recensioni di molti libri di critica alla economia mainstream, con critiche molto dettagliate, che rivelano che molte leggi economiche sono basate su ipotesi molto discutibili e che pensare che l'economia sia una scienza apolitica è piuttosto naive. Inoltre, molti autori hanno criticato l'attuale stato di cose e come la evoluzione del capitalismo con la globalizzazione stia portando ad un aumento di diseguaglianze e crisi dei sistemi democratici. Nel libro della Mattei però non trovo soluzioni concrete ai problemi e, inoltre, i sistemi non capitalistici  hanno dimostrato, nel lungo periodo, di non essere in grado di diffondere il benessere, e infatti la Cina è un sistema, come afferma Milanovic, ormai capitalista. Quindi, in sintesi, un libro interessante solo per alcuni aspetti per me, che nel mio libro ho parlato di Marx e dei suoi limiti, e di quelli che hanno letto almeno in parte i libri che ho consigliato.

sabato 25 aprile 2026

Brink Lindsey- The Permanent Problem-The Uncertain Transition From Mass Plenty To Mass Flourishing

 Ho comprato questo libro non per l'autore, che non conoscevo, ma per il titolo che mi sembrava interessante e promettente. L'autore è avvocato e  scrittore, attualmente è direttore dell'Open Society Project presso il Niskanen Center, politicamente Repubblicano ma ha anche appoggiato Barak Obama. Il problema, per l'autore, è che la nostra società ha perso dinamismo e stiamo assistendo a una disintegrazione sociale, stiamo perdendo la capacità di relazionarci con gli altri face-to-face. Stiamo affrontando tre crisi: di dinamismo, di inclusione e della politica intesa come meccanismo di decisione collettiva. Uno dei maggiori  problemi è che il capitalismo è sovraesteso. Dobbiamo, quindi, ribilanciare il capitalismo, rinvigorire la famiglia e la comunità, ristabilire le connessioni personali. Il contributo dei lavoratori ordinari è divenuto sempre meno importante, assitiamo a una perdita di potere collettivo e un declino nello status sociale, di fatto i lavoratori stanno diventando irrilevanti. Come conseguenza l'abilità di coinvolgere le persone nell'azione collettiva è diminuita. La perdita di potere dei lavoratori comporta la marginalizzazione delle persone nella vita politica e civica, pertanto le priorità delle persone sono divenute sempre meno importanti. La politica è divenuta un gioco solo per le élite acculturate e professionalizzate. Purtroppo il benessere di massa ha disintegrato le connessioni vitali della società, prosciugando le relazioni personali. Stiamo assistendo ad una alienazione dalle nostre istituzioni e dalla nostra storia, ed anche ad un allargamento della povertà spirituale. La crescita economica presenta una dinamica che tende a indebolirsi, la produttività tende a decrescere con il tempo, dovuta allo spostamento dalla manifattura ai servizi. Ma il declino nella capacità di innovare è in buona parte dovuto alla cautela e compiacenza che colpisce i ricchi, stiamo assistendo a uno spostamento verso il conservatorismo piuttosto che al cambiamento. A livello globale si verifca un collasso della fertilità che rappresenta un difetto del sistema capitalistico che non riesce a coinciliare la creazione di ricchezza con la nostra natura di animali sociali. Rivitalizzare il capitalismo è un compito della politca ma la politica non è esterna al sistema. Il punto fondamentale è di trovare un governance appropriata per il sistema capitalistico, ma la professionalizzazione della politica ha ridotto la partecipazione popolare. Il disallineamento tra ricerca del profitto e la democrazia richiede un pubblico ben informato, e il ruolo dei nuovi media rende il problema critico. La fiducia sociale e politica, che è necessaria per il buon funzionamento di un governo democratico, non è facile da mantenere, la nostra capacità collettiva di risolvere i problemi attraverso il governo si è fortemente degradata e le nuove tecnologie di comunicazione sono state profondamente destabilizzanti. E' necessario migliorare la rappresentatività della democrazia, ma i partiti politici hanno perso potere. A questo proposito sono state promosse nuove forme di rappresentanza non elettorale. Come i mercati anche le democrazie richiedono competizione, e senza partiti la competizione politica si riduce a leadership personali e clientelismo. Dobbiamo sperimentare forme nuove di partecipazione politica  con gruppi deliberativi composti da persone ordinarie. Quando una società cresce il suo ordine sociale diventa più complesso e i sistemi sociopolitici richiedono energia per il loro mantenimento, per cui si rende necessario ridurre la complessità e i costi. Il capitalismo ha investito nella complessità sociale che ha ritorni negativi per la maggioranza delle persone, e sta rendendo le persone sempre più dipendenti dal governo per il benessere materiale. Inoltre, il capitalismo ha eroso la resistenza culturale e istituzionale alla logica del commercio. Il "managerialism" e il consumerismo hanno esteso il loro dominio su ogni aspetto della vita, abbiamo dato troppa enfasi al ruolo della burocrazia e del commercio nel coordinare e dirigere le nostre vite, sostituendo le relazioni vitali e personali. Da una parte dobbiamo liberare il capitalismo dalla "vetocrazia" e dalla burocrazia, ma adattarlo alle nostre necessità di connessione personale. Il conflitto da risolvere è tra il dinamismo tecnologico e il benessere del mondo naturale. Il capitalismo deve essere orientato a convertire le nuove tecnologie nel produrre prodotti popolari, in questo il governo ha un ruolo fondamentale. Rifocalizzare il capitalismo quindi ma sopratutto un ribilanciamento del suo ruolo nelle nostre vite. E' necesaria una espansione della produzione su base domestica e comunitaria per uso interno, per ribilanciare la dipendenza dal mercato del lavoro e  per aumentare il potere contrattuale dei lavoratori. Tutto questo per innescare anche un circolo virtuoso tra lavoro remoto e maggiore co-housing, che permetterebbe di diminuire il peso della assistenza famigliare. In aggiunta bisognerebbe favorire la produzione energetica su base famigliare e comunitaria, per creare una maggiore indipendenza economica. In pratica tutto ciò serve a  provvedere e fornire risorse e capacità ai lavoratori e alle comunità dando loro indipendenza e status di contributori reali; creando una nuova classe di cittadini auto sufficienti, trasformando sorgenti di indipendenza economica in potere sociale e al contempo contro-istituzioni per promuovere decentralizzazione e ridondanza.

Come si vede dalla sintesi è un libro che delinea in maniera molto dettagliata i problemi delle società avanzate contemporanee. La sua analisi è molto apporofondita  e condivisibile, anche se molti aspetti  li ritroviamo in molti dei libri che ho recensito. Nel finale il libro si dedica molto al recupero del lavoro remotizzato e della indipendenza economica delle comunità locali, questo ricorda, anche se in maniera diversa, il terzo pilastro del libro di Raghuran Rajan. Affronta, anche se in maniera poco approfondita, il problema dei nuovi media, che abbiamo visto qui. Il problema più impellente, che a mio parere abbiamo, è quello della rappresentività della democrazia e della partecipazione popolare, che abbiamo visto citato anche da altri autori, in particolare qui; infatti se i corpi intermedi, partiti politici e sindacati, hanno perso potere dobbiamo assolutamente dare più possibilità di esprimersi al popolo tramite nuove forme di rappresentatività anche su base sorteggio, e dando maggior peso anche al terzo settore. In sintesi un libro interessante che vale la pena leggere anche se  si perde nella parte costruens, come spesso accade.

lunedì 3 luglio 2023

Branko Milanovic- Capitalismo contro capitalismo

 Branco Milanovic è professore alla City University di New York, autore di diversi saggi e questo è l'ultimo dei suoi libri.

All'inizio del libro definisce le tre forme di capitalismo: il capitalismo classico (quello nel Regno Unito prima del 1914), il capitalismo socialdemocratico (Paesi occidentali dal 1945 sino al XXI secolo), capitalismo liberal-meritocratico (dal XXI secolo in poi). Ognuno di essi è caratterizzato da alcune proprietà, in particolare il capitalismo liberal-meritocratico si differenzia dagli altri per il fatto che la ricchezza non è esclusivamente da capitale ma anche da reddito, inoltre si accentua in esso la caratteristica che i ricchi si sposano con i ricchi (omogamia). Le diseguaglianze nel capitalismo liberal-meritocratico tornano ad aumentare, inoltre diminuisce la mobilità intergenerazionale, anche perchè i ricchi hanno la possibilità di frequentare le scuole migliori a pagamento mantendendo o aumentando le diseguaglianze iniziali. 

Passa poi ad analizzare il cosidetto capitalismo politico che è rappresentato principalmente dai paesi ex comunisti (Cina, Vietnam, ecc.). L'autore evidenzia come i movimenti comunisti siano stati in grado, soprattutto, di far transitare i paesi (compresi quelli del Terzo Mondo) dal feudalismo al capitalismo. Che la Cina sia ormai un paese capitalista è indubbio visto che la quota dello Stato nella produzione industriale e agricola è ormai redisuale (20% nel caso della produzione industriale). Le caratteristiche sistemiche del capitalismo politico sono: una burocrazia efficiente, assenza dello Stato di Diritto, autonomia dello Stato, in sintesi  lo Stato controlla il settore privato in assenza di vincoli giuridici. Il capitalismo politico, soprattutto in Cina e Vietnam, ha dimostrato la sua efficcacia attraverso una crescita sostenuta, d'altra parte una caratteristica sistemica ed endemica è la corruzione. In ogni caso, anche se presenta alcuni vantaggi, le potenzialità di esportazione del capitalismo politico sono piuttosto limitate.

Relativamente alla globalizzazione la sua principale caratteristica, in termini di capitale e lavoro, è la mobilità. In particolare per la prima volta abbiamo assitito alla separazione della produzione dalla gestione. La mobilità del lavoro è legata alla differenze di reddito tra le nazioni e anche al fatto che la cittadinanza è un bene economico connessa ai vantaggi di essa, ad esempio il welfare; ciò comporta malumori degli autoctoni anche perchè con l'aumento dei flussi migratori il welfare diventa insostenibile. Una soluzione, oltre ai flussi legali, è quella, come gia avviene in alcuni paesi, di trattare in maniera diversa differnti categorie di residenti. Un altro aspetto della globalizzazione è l'aumento della  corruzione, tale crescita è sostenuta dalla ideologia che giustifica il fare soldi in qualsiasi modo. Questo porta alla crescita dei paradisi fiscali, e delle strutture (banche e uffici legali) il cui ruolo è facilitare i trasferimenti di denaro acquisito illegalmente: "riciclaggio morale".

L'ultimo capitolo è dedicato al futuro del capitalismo globale. Le società puramente commerciali hanno come unica gerarchia il successo monetario. Un tempo le persone rispondevano alle leggi e ai limiti autoimposti, mentre oggi la moralità a livello interiore non esiste più, assitiamo quindi alla esternalizzazione della moralità attraverso il ricorso esclusivo alle leggi e forze dell'ordine che molti cercano di manipolare per trarne vantaggi. Le caratteristiche delle società moderne sono: atomizzazione e mercificazione. Le famiglie hanno perso gran parte del loro valore economico dato che molti  beni e servizi si possono acquistare sul mercato (mercificazione). Nel confronto tra capitalismo liberale e capitalismo politico, i vantaggi del capitalismo liberale consistono nell'essere in un certo modo integrati nel sistema (la democrazia) e quindi più naturali, invece il capitalismo politico è obbligato a garantire tassi di crescita elevati se vuole sopravvivere. Nel finale illustra alcune possibili evoluzioni del capitalismo liberale. Una potrebbe essere il capitalismo popolare dove tutti hanno quote equivalenti di reddito e capitale, i redditi continuano ad essere diversi ma la diseguaglianza non tende ad aumentare e la mobilità intergenerazionale dei redditi viene garantita. Il capitalismo egualitario dove tutti hanno circa la stessa quantita di reddito da capitale e lavoro, la diseguaglianza è bassa, e ciò garantisce pari opportunità. Infine, l'attuale capitalismo liberal-meritocratico potrebbe degenerare in un capitalismo in cui l'élite economiche esercitano ancor più controllo sulla politica, portando a un sistema plutocratico che tende a diventare simile al capitalismo politico con tutti i problemi evidenziati per questo tipo di sistema.

Un libro scritto con grande chiarezza, rendendo semplici cose complesse, in maniera direi schematica e quasi didattica, che quindi ne favorisce la lettura, e, al contempo, contiene molte riflessioni interessanti e non banali sulla storia ed evoluzioni delle società occidentali e non. Un libro quindi che merita assolutamente una lettura.

domenica 7 novembre 2021

Capitalismo, democrazia ed ecologia

Si sono conclusi da poco G20 e COP 26, con al centro i temi ecologici e il riscaldamento climatico e non solo. I risultati non sono affatto incoraggianti, qualche accordo è stato raggiunto ma mancano impegni veramente stringenti da parte di molti paesi  e quasi certamente gli impegni non basteranno e ne vedremo molti altri di questi meeting.
Approfitto di questi eventi per allargare il discorso,  su questo blog abbiamo, infatti, pubblicato recensioni di  decine di libri e articoli relativi ad aspetti economici, politici  e alla democrazia ed è il momento di fare la sintesi con qualche considerazione.
Il capitalismo non esiste da sempre, se vogliamo è una invenzione recente, con la sua formidabile azione, grazie anche alla ricerca scientifica e alla innovazione tecnologica, ha portato ad un diffuso benessere in alcune nazioni  ma anche a molte devastazioni, di cui il clima è un esempio lampante.
Sostenere quindi il mercato e il capitalismo in maniera acritica è divenuto difficile anche per i suoi più fervidi sostenitori, mentre negli autori che abbiamo recensito abbiamo trovato spesso una profonda critica alle eccessiva fiducia risposta nel mercato. Il mercato può essere sicuramente un ottimo mezzo per ottenere alcune cose, ma non può essere un fine, cioè l'arricchimento personale può essere utilizzato per accrescere il benessere generale ma il fine è proprio il benessere generale.
Certo in termini  filosofici e politici è molto difficile stabilire esattamente  quale sia il vero fine del benessere generale ma, in realtà,  se non sottilizziamo troppo possiamo fare qualche considerazione. La maggioranza delle persone, credo, abbia delle aspettative relativamente semplici: vorrebbe avere una vita sufficientemente agiata grazie a un lavoro che sia abbastanza soddisfacente e non eccessivamente instabile, vivere in ambiente confortevole, piacevole, non inquinato e malsano, avere una certa sicurezza e quindi vivere senza  la paura costante di  essere assassinato, derubato o subire catastrofi naturali o guerre, e infine godere di una certa libertà e di diritti. Ovviamente i desideri e le necessità sono molte di più e la questione e' più complicata,  ma sulle cose che ho elencato e poco altro credo si possano riconoscere la maggioranza delle persone; ma come fare a far emergere queste necessità e soprattutto  assicurarle? La questione non e' semplice. 
Nel passato solo le élite, di qualunque tipo, potevano avere il meglio di quanto era possibile nel momento storico (e sappiamo che nel passato non era paragonabile a quello che abbiamo oggi, ad esempio per  salute ed aspettativa di vita); l'élite dominavano per qualche ragione: militare, religiosa, tradizioni, ecc. Oggi abbiamo, soprattutto nei paesi più sviluppati,  élite dominanti grazie al potere economico anche se abbiamo sparse nel mondo situazioni di dominazione di vecchio stampo.
Nei paesi più sviluppati, con l'emergere delle nuove élite economiche e di un maggior benessere, ha incominciato a farsi strada una maggiore democratizzazione delle istituzioni. Idee alternative dittatoriali, fascismo e comunismo, hanno tentato soluzioni diverse ma hanno dimostrato la loro debolezza e pericolosità anche se in giro abbiamo ancora qualche nostalgico (la Cina meriterebbe un discorso a parte). 
Nei paesi occidentali il dopoguerra è  stato un periodo irripetibile e positivo. Infatti, in quella che viene definita Golden Age, abbiamo avuto crescita diffusa del benessere materiale ma anche un miglioramento legislativo, welfare e lavoro ad esempio,  e istituzionale e un allargamento della democrazia ad altre nazioni. Non che fossimo nel migliore dei mondi possibili ma comunque un buon periodo di progresso economico e democratico. Tutto ciò si deve a una serie di concause. Innanzitutto la distruzione della guerra creava un enorme possibilità per le attività economiche. Inoltre, l'atteggiamento degli USA che hanno finanziato  con il Piano Marshall la ricostruzione, ovviamente questo era un atteggiamento benevolo ma anche interessato,  bisognava contrastare il comunismo sovietico e un Europa più ricca era anche un mercato di sbocco per le loro merci. Infine, da non sottovalutare, il clima di idee keynesiane, per la accettazione della necessità di intervento dello Stato per gestire economia e domanda, e sul piano internazionale gli accordi di Bretton-Woods. Fu un periodo in cui si raggiunse un certo equilibrio tra Stato e Mercato, gli Stati cercavano di stabilizzare la economia e la domanda, le imprese erano avvantaggiate dalla stabilità e facevano profitti creando lavoro e benessere (non esisteva ancora la spinta spasmodica dei mercati azionari per tagliare i costi); anche il sistema di Bretton-Woods funzionava creando stabilità ed evitando gli eccessi della finanza, inoltre creando un sistema internazionale più stabile consentiva alle nazioni di gestire l'economia interna senza preoccuparsi eccessivamente di quella internazionale.
Con gli anni '70 gli equilibri si rompono, l'aumento del prezzo del petrolio genera inflazione ma anche recessione, la stagflazione, le idee keynesiane perdono appeal e nascono nuove idee economiche (Friedman e seguaci). Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro, a causa della debolezza del dollaro per il deficit estero USA, viene meno e Nixon abolisce la convertibilità dollaro-oro, salta quindi l'equilibrio di Bretton-Woods. Nei decenni successivi aumenta la globalizzazione con la entrata nel commercio internazionale di altre nazioni, che fanno concorrenza con il basso costo del lavoro, crolla l'URSS e tutto il sistema dei paesi dell'est,  la Cina diventa la fabbrica del mondo. Il sistema internazionale diventa instabile, con movimenti enormi di monete e flussi finanziari. Da una parte per alcune nazioni la globalizzazione rappresenta un progresso del benessere, in occidente però aumentano le diseguaglianze. Alcune aziende e alcuni individui si arricchiscono molto giocando sulle possibilità offerte dalla globalizzazione e dai mercati a bassi salari. Nascono nuovi monopoli, quelli digitali. Anche sul piano della democrazia vi sono aspetti contrastanti. Da una parte la democrazia avanza in molti paesi, tanto che c'è chi troppo presto parla di fine della storia. D'altra parte in alcuni  paesi del est, Russia e Ungheria ad esempio, la democrazia diviene più elettorale che una democrazia effettiva, un altro esempio di arretramento democratico è la Turchia.
Nei paesi industrializzati la globalizzazione e la innovazione tecnologica eliminano posti di lavoro e metteno in difficoltà le classi medie generndo anche un aumento della povertà. La sinistra si è dimostrata incapace di gestire il cambiamento, emergono nuove formazioni politiche populiste che cercano di fare breccia su questa massa di scontenti, paradossalmente le classi disagiate si spostano a destra (vedi ad esempio Lega o Trump), la sinistra tradizionale diventa rappresentante delle élite. I partiti tradizionali perdono terreno e aumenta la disaffezione per la politica. 
Per le nazioni in questo contesto diventa difficile gestire l'economia nazionale (vedi anche Rodrik), le imprese operando a livello internazionale possono trovare il modo di eludere le tasse, inoltre la crisi del sistema finanziario prima e la pandemia poi fanno esplodere i debiti pubblici.
Come si vede la situazione per un politico oggi è  estremamente complessa, le imprese sono sempre meno alleate dello Stato e fanno venire meno le tasse eludendo o delocalizzando, i cittadini sono delusi, arrabbiati o disinteressati, gli spazi di manovra economici sono ridotti, la complessità del sistema è divenuta enorme  e servono personalità preparate per gestire situazioni sempre più intricate.
I problemi oltre che complessi sono transnazionali, senza accordi internazionali non è possibile gestire alcune delle dinamiche prima descritte, come pure il problema enorme ecologico posto dal cambiamento climatico.
Come ho scritto qui un nazione prospera se i tre elementi, Stato, Mercato e Democrazia sono forti e si equilibrano. Questo significa avere istituzioni forti e ben organizzate (vedi qui), un sistema industriale e finanziario avanzato, una cittadinanza attiva e consapevole. Sulle istituzioni e sulla consapevolezza dei cittadini, in Italia abbiamo molto da fare, su questo tema ho detto qualcosa nel mio libro. Dovremmo lavorare molto anche sulla informazione giornalistica, sul coinvolgimento delle persone nella politica superando la semplice democrazia rappresentativa (vedi qui) e arrivando a una democrazia più sostanziale.
La evoluzione della Unione Europea risponde alla esigenza di contare di più a livello internazionale, cosa strategicamente giusta, il modo con cui arrivarci da un certo punto in poi è stato sbagliato: la creazione dell'euro, allargamento a est della UE che complica la gestione, e inoltre vi è anche un deficit democratico nella attuale struttura.
Premetto che questa crescita economica energivora e che spreca enormi risorse non può continuare e dobbiamo cambiare paradigma (vedi anche qui). A livello economico generale le nazioni sviluppate non potranno avere comunque tassi di crescita molto elevati, ed inoltre la crescita delle diseguaglianze crea ulteriori difficoltà perché deprime la domanda di chi potrebbe spingerla (tra l'altro mi domando che ci devono fare con i soldi i ricchissimi come, ad esempio, B. Gates, E. Musk ecc., soldi  che basterebbero per generazioni di nipoti). Viceversa ci sono grandi margini di miglioramento per moltissime nazioni depresse che potrebbero svilupparsi, ma in queste manca quasi tutto, da uno Stato decente alle possibilità di finanziamento. Sarebbe quindi logico ridurre le diseguaglianze all'interno delle nazioni e tra nazioni, un alieno intelligente vedendo la situazione da fuori credo  non capirebbe perché non lo facciamo.
Vi è infine il problema ecologico. Da una parte dopo anni di avvertimenti da parte della scienza, anche a seguito di eventi estremi, le persone sono più consapevoli della necessità di affrontare i cambiamenti climatici. A livello politico però siamo in forte ritardo, gli accordi sono stati spesso al ribasso, ci sono interessi e situazioni contrastanti difficilmente conciliabili. Su questo punto ho poche speranze che si faccia il necessario, d'altra parte anche questa è una situazione complessa. Fare una transizione è difficile quando il sistema è stato imperniato sui combustibili fossili. Anche le nostre abitudini andrebbero profondamente cambiate e dal dire al fare ce ne passa. Infine,  ci sono problemi pratici, difficile poter generare il fabbisogno energetico con sole fonti rinnovabili. Quando le sfide sono enormi bisognerebbe far affidamento sulla intelligenza e le capacità dell'uomo. Ci vorrebbe un nuovo progetto Manhattan  che metta insieme le migliori menti  per trovare soluzioni: dalla cattura della anidride carbonica ai problemi energetici, ma i problemi non sono solo tecnologici e serve sempre la politica; anche se come detto l'interesse della maggior parte dei cittadini è sicuramente a favore di soluzioni per ridurre il riscaldamento  globale, la volontà generale ancora una volta non prevarrà. 
Infatti, nei paesi sviluppati la democrazia è in affanno, con le élite economiche che possono condizionare la politica (non più una testa 1 voto ma un dollaro un voto), d'altra parte perché imprese e super ricchi pagano poco di tasse e noi comuni mortali le paghiamo per intero? In altri paesi la democrazia è solo elettorale o ancora siamo in presenza di dittature più o meno morbide. 
Peccato l'uomo è un essere intelligente che ha tutte le possibilità e conoscenze per far vivere bene l'umanità preservando l'ambiente, ma non sono ottimista non lo farà.

sabato 24 ottobre 2020

Thomas Piketty - Capitale e ideologia

Ho finito di leggere, lettura non breve, il monumentale (1200 pagine) ultimo libro di Thomas Piketty, economista francese, del quale abbiamo recensito nel blog il libro Il Capitale del XXI secolo. 

Rispetto al suo precedente libro, tra l'altro di grande successo,  questo è forse meno economico e più sociale. In pratica, per lunga parte, è la storia della evoluzione economica, sociale e istituzionale di moltissime nazioni, partendo dall'Europa medioevale sino alla Cina e India moderne; in particolare come afferma l'autore è la storia e l'evoluzione dei regimi basati sulla diseguaglianza. Inoltre, mette in evidenza, sin dall'inizio, come sia anche una storia soprattutto di ideologie, in ogni epoca la  società produce ideologie finalizzate a legittimare la diseguaglianza e, nelle società contemporanee, la ideologia è una narrativa "proprietarista" e meritocratica.

In primo luogo definisce la ideologia come un insieme di idee o narrazioni intese a descrivere come si dovrebbe strutturare una società. Inoltre, i problemi di regime politico e quelli di regime di proprietà sono intimamente connessi da cui ne consegue, per l'autore, che la diseguaglianza non è economica o tecnologica ma ideologica e politica e, quindi, le ideologie contano nel modellare le società. In particolare negli ultimi decenni si sta verificando un aumento della diseguaglianza in maniera inequivocabile  quasi ovunque dopo una sua diminuzione nel XX secolo, frutto della globalizzazione e della incapacità della sinistra (e io direi forse grande difficoltà) nel riorganizzare la redistribuzione economica su base transnazionale.

Segue l'analisi storica partendo dalle società ternarie (Nobiltà, Clero e terzo Stato) ovviamente diseguali, e dove diritti di proprietà e funzioni sovrane sono inestricabilmente legati. La evoluzione dello Stato moderno avviene tramite il logoramento di quest'ordine.

Con la Rivoluzione Francese si pongono le basi per la nascita della società borghese e proprietarista, con il  proprietarismo emerso grazie anche alla formazione di uno Stato centralizzato. Rimane, comunque, evidente il  fallimento nella soluzione del problema della diseguaglianza della proprietà, che non diminuisce anzi finisce per crescere, il vero calo della concentrazione dei patrimoni inizia dopo la prima guerra mondiale. Nel libro vengono poi evidenziate le traiettorie storico istituzionali delle varie nazioni europee.

Nella seconda parte delinea la storia delle società schiaviste e coloniali (Europa e Stati Uniti) che hanno influito sulla evoluzione economica e politica delle società extraeuropee, India, Cina, Giappone ecc.

La terza parte è incentrata sulla grande trasformazione nelle società occidentali dalla fine della prima guerra mondiale sino agli anni '70; in questo periodo la diseguaglianza diminuisce grazie al tracollo dei patrimoni privati per distruzione, espropriazione e inflazione, cioè per motivi in parte accidentali ma anche politici, grazie alla introduzione del suffragio universale che sposta gli equilibri politici e quindi ideologici (vedi anche influenza della Rivoluzione Russa). La introduzione della progressività fiscale ha permesso di sostenere il welfare ma anche le spese fondamentali per lo sviluppo (istruzione, ricerca, infrastrutture). 

L'autore mostra anche i limiti delle società contemporanee negli ultimi decenni nel affrontare i cambiamenti che hanno portato ad un aumento della diseguaglianza e al ritorno di un alta concentrazione della proprietà. Oltre alla globalizzazione questo fenomeno di aumento di diseguaglianza si deve alla narrativa/ideologia neo proprietarista che esalta il merito e gli imprenditori ma sotto tale copertura vengono perpetuati i privilegi sociali.

Affronta poi il tema delle elezioni mostrando come, in Europa e Stati Uniti, a una divisione "classista elettorale", cioè i ricchi e proprietari (e in genere i più istruiti) che votavano  a destra e le classi meno agiate a sinistra, sia succeduta una stratificazione multipolare. La sinistra tradizionale è passata, sorprendentemente, da partito dei lavoratori a quello delle élite laureate, mentre la destra tradizionale (destra mercantile) rimane con la élite dei proprietari. Crescono a fianco di queste due suddivisioni negli ultimi anni, per effetto della insoddisfazione delle classi popolari, dei partiti cosiddetti social-nativisti con collocazioni spesso a destra (ad esempio Lega o Front National) o miste (5 stelle). In altri paesi extra europei, come l'India, la traiettoria delle suddivisioni elettorali è stata diversa sviluppando, nel tempo, una forma peculiare di divisione classista/religiosa con le classi (caste) alte indù divise elettoralmente dalle caste più basse e di appartenenti ad altre religioni (musulmani).

Nel finale l'autore delinea alcune ricette, per quanto egli ammetta essere imperfette e fragili, perché lo scopo dell'autore è piuttosto aprire il dibattito e non quello di chiuderlo.

Le proposte sinteticamente sono:

  • condividere il potere nelle imprese aumentando la partecipazione dei lavoratori (cogestione);
  • istituire norme che impediscano la concentrazione incontrollata di ricchezza tramite imposte progressive sul reddito, successioni e una tassa annuale sul patrimonio globale;
  • tassazione progressiva dei singoli consumatori per la CO2 emessa;
  • aumentare in maniera sostanziale le risorse investite negli istituti di formazione più svantaggiati;
  • promuovere  una democrazia partecipativa ed egualitaria depotenziando il  finanziamento elettorale privato;
  • aumentare la democrazia transnazionale con una sovranità parlamentare europea privilegiata.
Alcune considerazioni sintetiche sul libro. Sicuramente è un libro interessante e pieno di informazioni storiche e sociali, ritengo, comunque, che per un libro che è dedicato al grande pubblico la sua dimensione sia eccessiva, diventando alla lunga di non facile lettura e dispersivo, credo che libri così voluminosi rispondano più alle esigenze dell'autore che del lettore.

Che il problema della diseguaglianza sia uno dei problemi fondamentali è ormai piuttosto noto.  La diminuzione della diseguaglianza all'interno di un paese e tra paesi, come ho scritto nel mio libro sulla economia, non è un imperativo solo morale ma di efficienza economica, questo dovrebbe essere chiaro alle elìte dominanti per cercare di ridurlo per il bene di tutti anche dei più ricchi. Basti pensare solo allo spreco di risorse che si produce non permettendo ad alcune persone di dispiegare il proprio potenziale intellettuale che potrebbe essere utilissimo alla società. 

Quello che è chiaro, anche all'autore, è che molti problemi, compreso quello ecologico, non sono risolvibili solo su scala nazionale ma hanno dimensione transnazionale. Questo pone un grandissimo problema di coordinamento che abbiamo visto è difficilissimo raggiungere, come evidenziato anche da Rodrik ad esempio nel suo trilemma sulla globalizzazione e la democrazia. Tutto questo richiede in primo luogo un miglioramento delle leadership politiche che dovrebbero essere più preparate, mentre il deterioramento nel funzionamento della democrazie sta portando a leadership sempre più "populiste", termine che Piketty non ama, che tendono a promettere soluzioni  che una popolazione sempre più spaventata e in difficoltà chiede,  ma si rivelano sbagliate o alla fine favoriscono le elìte dominanti (vedi ad esempio Trump). Certo, come afferma Piketty, la colpa è anche dei cosiddetti progressisti che hanno perso di vista il loro compito e sono diventati i rappresentanti delle elìte intellettuali e sempre meno delle masse popolari. Tentativi come quello dei 5 stelle di recuperare la partecipazione popolare sono in teoria giusti e condivisibili, ma anche in questo caso ci vogliono leadership preparate altrimenti le proposte che vengono portate avanti diventano confuse e a volte controproducenti o sprechi di denaro.

mercoledì 20 novembre 2019

Luigi Zingales - Manifesto capitalista

Il libro è di Luigi Zingales economista da molto tempo negli  Stati Uniti. Partiamo dal titolo, quello in italiano mi sembra un poco fuorviante mentre quello in inglese "Capitalism for the people" mi sembra più significativo. Infatti, Zingales è un fautore del mercato e del capitalismo ma il libro in larga parte è una critica riferendosi quasi esclusivamente agli Stati Uniti.
La critica di Zingales si concentra  sul fatto che il capitalismo ha imboccato una strada che lo allontana dalle origini portandolo ad alcune degenerazioni. I suoi strali in particolare si focalizzano sul mercato finanziario e il lobbismo. 
A partire dal mercato finanziario, che  ha originato  la tremenda crisi del 2008, e di cui si è è perso il controllo grazie anche alle regolamentazioni che lo stesso sistema finanziario ha in qualche modo imposto alla politica.
Il lobbismo, invece per quanto riguarda il mondo produttivo, è divenuto una pratica invadente che condiziona pesantemente anche qui la politica (teoria della cattura). Tutto ciò ha alterato lo spirito del capitalismo che dovrebbe essere concorrenza e meritocrazia. Le sue proposte sono di porre dei limiti a questa situazione con regole semplici ma efficaci, perché ogni complicazione in realtà favorisce le grandi corporations che possono sfruttare la complessità per trovare scappatoie ed eludere le regole. Insomma Zingales rimane un liberale a favore del mercato ma non dell'affarismo sfrenato, favorevole alla concorrenza perché è quella che produce nel tempo i migliori risultati per la società.
Sul fatto che le regole dovrebbero essere semplici sono perfettamente d'accordo, come anche che il mercato dovrebbe essere il più concorrenziale possibile. Quello che critico è che Zingales si concentra troppo sul mercato tralasciando il fatto che per elaborare e far applicare le regole serve uno Stato forte (e direi anche democratico), perché la tendenza del mercato è inevitabilmente alla concentrazione, come è successo nel'800 con le grandi compagnie petrolifere e oggi con i giganti del web. 
Un altro aspetto che non mi piace del libro è l'atteggiamento molto negativo verso il paese natio ovvero l'Italia. Certo il nostro paese ha molti difetti sia in termini di corruzione e sia  nepotismo, e per un giovane, come era  Zingales, entrare nel mondo dell' Università, senza spinte o  compromessi, restava abbastanza precluso. Resta il fatto che il nostro è un paese comunque industrializzato e ricco di tante eccellenze, dove il talento è comunque meno premiato che negli Stati Uniti, ma non è un paese da terzo mondo come l'autore pare descriverlo. Nel complesso un libro interessante ma divulgativo, che affronta i temi in maniera non eccessivamente approfondita e non paragonabile ai libri che ho segnalato recentemente in questo blog.

martedì 19 settembre 2017

Paul Mason- Postcapitalism- A guide to our future (Postcapitalismo-una guida al nostro futuro- Il saggiatore)

Questo libro, uscito solo recentemente in Italia, ha avuto un grande successo internazionale, l’autore è un giornalista esperto di economia. 
Il libro si svolge su piani diversi affrontando tematiche storiche, sociologiche ed economiche. Il tema di fondo da cui parte è che la nuova economia dell’informazione e di rete, fondata sulla conoscenza, mina i presupposti stessi del capitalismo abbassando sempre più i costi di produzione ed erodendo la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi; perché se il mercato si basa sulla scarsità, l’informazione è invece abbondante.
Dato che il capitalismo è in crisi l’autore analizza le teorie sul capitalismo e le sue crisi, da Marx a Schumpeter passando per Kondratiev, giungendo ad una sua sintesi. Il capitalismo è un sistema adattativo complesso che però ha raggiunto i limiti della propria capacità di adattamento; infatti è stato sempre in grado di adattarsi alle crisi grazie alle resistenze della forza lavoro, ma i successi di queste trasformazioni si devono principalmente allo Stato, che ha un ruolo fondamentale per la nascita di un nuovo paradigma.
In questa ultima fase però la resistenza dei lavoratori è debole e l’economia si è sbilanciata a favore del capitale e quindi viene meno la spinta alla trasformazione. Il capitale cerca di resistere alle spinte della rivoluzione tecnologica con nuovi monopoli,  il problema è che la tecnologia che sostiene il capitalismo, e che lo ha reso globale, sta minando il capitalismo stesso. Mason prevede che:
 “Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo post-capitalismo”.
L’ultima parte del libro indica quindi una serie di passi e soluzioni che ci porteranno al post-capitalismo, ed è questa la parte più debole del libro, come spesso succede ai libri che affrontano temi così globali. Le soluzioni sono in linea di principio condivisibili ma, a mio parere, poco praticabili.  Mason sostiene in sintesi che ci vuole più intervento dello Stato, che deve assumere anche il controllo totale della distribuzione dell’energia e della produzione a carbone (per risolvere anche il problema ecologico) e controllare profondamente la finanza e il sistema bancario, anche se non ciò non significa un completa sparizione del mercato.
Complessivamente è un libro che ho trovato molto valido, pieno riferimenti e considerazioni interessanti, Mason riesce soprattutto ad affrontare tematiche complesse rendendole piacevoli e quasi avvincenti come in un romanzo.

Alcune mie considerazioni. Credo che Mason nelle conclusioni cada in contraddizione, perché da una parte sostiene che il capitalismo è un sistema molto complesso, mentre le sue soluzioni sono troppo semplicistiche. La tesi della resistenza dei lavoratori  e della società ai cambiamenti non è nuova, la troviamo nel libro di Polanyi, La grande trasformazione, in cui afferma che le società sono cambiate ma lo Stato è dovuto intervenire per evitare le distruzioni sociali da parte dei meccanismi di mercato lasciati a se stessi. Quindi sono d’accordo che lo Stato, al contrario di quello che dicono i liberisti, è la soluzione e non il problema. Ma quale Stato? Quello nazionale sta perdendo potere nei confronti di un economia globalizzata, e un sistema di regolazione e controllo globale non esiste ed è di difficile realizzazione. Non credo poi che sia così facile eliminare o sostituire certi meccanismi di mercato, credo invece che il capitalismo abbia ancora un ruolo nel futuro, anche se è un istituzione umana e come tale ha una sua fine, ma a mio parere non così a breve termine. Credo che il problema della modificazione del clima non possa essere risolto dai meccanismi di mercato, che non sono così efficienti come ci contrabbandano. Sicuramente la tecnologia è un potente agente del cambiamento ma serve anche la politica. Mancano soprattutto élite illuminate e preparate in grado di interpretare la volontà dei cittadini e non condizionate dalle forze economiche e dalle ideologie dominanti. 
Le sfide aperte sono molte, come ho indicato nel mio libro, dalla gestione dei flussi finanziari e monetari internazionali, gli squilibri economici tra i paesi, le crescenti diseguaglianze, sino ad arrivare ai problemi di compatibilità tra sviluppo ed ecologia. Serve un nuovo equilibrio tra democrazia e capitalismo, passando attraverso il ruolo dello Stato, ma non esistono soluzioni facili e globali, anzi credo che dovremmo porci obiettivi semplici e mirati di volta in volta e affrontarli. Le conoscenze ci sono, i cittadini sono consapevoli, in larga maggioranza, di quali siano i loro interesse reali. 
Fino ad ora è mancata una lungimiranza delle élite, negli ultimi tempi ha trionfato il liberismo sfrenato, il ritorno ad ideologie marxiste non è la soluzione, ma servono idee e persone nuove e queste, soprattutto, preparate a gestire la complessità senza preconcetti.

martedì 30 maggio 2017

Hans Kelsen - Fundations of democracy

Oggi faremo una sintesi di uno dei contributi più famosi sulla teoria della democrazia, si tratta di un articolo pubblicato su Ethics dal titolo "Fundations of democracy” di Hans Kelsen, tradotto in italiano nel libro La democrazia, edito dal Mulino.
Nella prima parte descrive cosa significhi democrazia. Esclude che esista e sia oggettivamente determinabile il cosiddetto “bene comune” (vedi anche Schumpeter) e che il popolo sia in grado di conoscerlo, la volontà del popolo rimane una figura retorica. Pertanto la definizione corretta di democrazia è come governo “del popolo”, che non presuppone una sua volontà e che designa un governo nel quale il popolo partecipa, direttamente o indirettamente, mentre non condivide la dizione governo per il popolo (che presuppone una definita volontà popolare).

La rappresentanza del popolo (democrazia indiretta) avviene tramite i suoi rappresentanti eletti in elezioni democratiche (libere, universali e a suffragio segreto) 

La essenza della democrazia è quindi la partecipazione nel governo e la creazione e applicazione di norme generali e individuali dell’ordine sociale, che costituisce la comunità.
Per il popolo va inteso il più grande numero possibile di membri della comunità capaci di partecipare nel processo di rappresentanza democratica.
Per democrazia si intende laddove il potere del popolo non è limitato, mentre il liberalismo prevede la restrizione del potere del governo (i principi di democrazia e liberalismo non sono la stessa cosa). Comunque la democrazia deve garantire alcune libertà intellettuali (libertà di stampa, ecc.).
Bisogna inoltre distinguere tra cosa è la rappresentanza in democrazia dalla questione se la rappresentanza democratica assicura la esistenza (soddisfacente) dello Stato.
Il principio generale è che l’ordine legale costituente lo Stato è valido se e solo se è rispettato dagli individui il cui comportamento è da esso regolato.
Solo un valido ordine legale può determinare i rappresentanti e solamente un effettivo ordine legale è valido. Il principio di validità si riferisce all’ordine legale e non agli organi dello Stato. Sono quindi le norme e non gli organi politici validi, quindi solo un valido ordine legale costituisce la comunità chiamata Stato.
Solamente sulla base di tale ordine legale sono possibili gli organi dello Stato e ciò significa rappresentanza. La validità come qualità di un ordine costituito è una condizione di ogni tipo di rappresentanza. La rappresentanza del governo dipende solo dal fatto se agisce in conformità a un valido ordine legale costituente lo Stato. Un governo è democratico, solamente ed esclusivamente, se è stabilito in un modo democratico, cioè su base di un suffragio universale e libero. Solo in una democrazia il governo rappresenta l’intera società perché rappresenta la società includendo il governo, che rappresentando il popolo rappresenta lo Stato.
L’ordine legale determina non solamente la funzione ma anche l’individuo che deve attendere a tale funzione. Nella democrazia rappresentativa gli organi rappresentano lo Stato rappresentando la popolazione dello Stato. Sottolinea poi la importante differenza tra il concetto di essenza della rappresentanza democratica da quello delle condizioni sotto le quali un sistema democratico funziona in maniera soddisfacente. 
Per quanto attiene gli aspetti filosofici per Kelsen una convinzione politica è coordinata con una definita visione del mondo. 
L’assolutismo filosofico è la visione metafisica per cui vi è una realtà assoluta.
Il relativismo filosofico difende la  dottrina empirica che la realtà esiste solo nella cognizione umana, la realtà è relativa al soggetto conoscente.
Ma se c’è una realtà assoluta deve coincidere con un valore assoluto, e tale valore immanente nella realtà è una creazione o emanazione di un assoluta bontà; mentre il relativismo separa realtà e valore e distingue tra le proposizioni inerenti la realtà e i giudizi di valore.
La libertà di cognizione, nel senso di auto-determinazione, è un pre-requisito del relativismo, e gli individui come soggetti della conoscenza sono uguali. Quindi, se libertà ed uguaglianza sono elementi essenziali della filosofia relativistica, la sua analogia con la democrazia politica diventa evidente.
Il dualismo tra natura e società che è in stretta connessione con la distinzione tra realtà e valore è caratteristico della filosofia relativistica. La società come un sistema differente dalla natura è possibile solo con un ordine normativo del comportamento umano. La esistenza di un ordine normativo presuppone la libertà metafisica dell’ uomo (indeterminismo).
La filosofia assolutistica non separa la realtà dal valore, la natura dalla società, la causalità dalla normatività. La relazione tra l’oggetto della conoscenza (assoluto) e il soggetto della conoscenza, l’individuo umano, è molto simile a quello tra governo assoluto e i suoi soggetti. Esiste un parallelismo tra assolutismo politico e filosofico, il primo ha di fatto la tendenza a usare il secondo come strumento ideologico. 
La democrazia non può essere una dominazione assoluta, neanche di una maggioranza. Il governo non può interferire in certe sfere di interesse individuali.
Il carattere razionalistico della democrazia si manifesta specialmente nella tendenza a stabilire l’ordine legale dello Stato come un sistema di norme generali create da una procedura ben organizzata allo scopo.
Un ordine sociale in generale e un ordine legale (la legge dello Stato) presuppongono la possibilità di una differenza tra il contenuto dell’ordine e la volontà degli individui soggetti ad essa. La libertà dunque è compatibile con l’essere soggetto alla volontà generale, la trasformazione della libertà naturale in una differente libertà la “libertà civile”(Rosseau).
Il principio del voto della maggioranza è previsto nel contratto sociale come norma basilare dell’ordine sociale. Se il principio di maggioranza per lo sviluppo dell’ordine sociale è accettato, la idea di libertà naturale non può essere completamente realizzata, solo una sua approssimazione è possibile.
La libertà politica significa accordo tra volontà individuale e volontà collettiva espressa nell’ordine sociale. La negazione totale del valore della libertà è l’idea di autocrazia.
Nella ideologia autocratica il sovrano è un autorità che rimane fuori dalla comunità, di origine divina, la usurpazione della sovranità è velata dal mito del leader.
Nella democrazia la sovranità non ha caratteristiche soprannaturali e il governante è stabilito attraverso una procedura razionale e pubblicamente controllabile, la sovranità non può essere monopolio permanente di una singola persona.
Tolleranza, diritti delle minoranze, libertà di parola e di pensiero, caratteristiche della democrazia, non hanno posto in un sistema politico basato sulla fede in valori assoluti.
Nell’articolo segue un analisi del rapporto tra democrazia e religione analizzando le idee espresse in proposito da alcuni teorici cristiani; per Kelsen la religione è per sua natura una fede in un valore ideale, perfetto in quanto crede in Dio, ciò va in conflitto con la necessità di una visione relativistica, cioè il conflitto tra un idea di giustizia assoluta contrapposta a quella di giustizia di un ordine dinamico che si applica a una realtà sociale in continuo cambiamento.
Infatti, una delle condizioni essenziali della democrazia è la tolleranza che presuppone relativismo, la relatività della verità o dei valori implica che verità o valori opposti non possano essere completamente esclusi. La volontà di un Dio assolutamente non conosciuto e non conoscibile agli uomini non può essere applicata alla società umana. Per Kelsen è difficile capire come possa essere il Cristianesimo la vera essenza della democrazia se il Cristianesimo come religione è indifferente ai sistemi politici in accordo con la distinzione effettuata da Cristo tra cose politiche e religiose.

Nell’ultima parte del saggio affronta la questione se esista una relazione essenziale tra la democrazia e i due sistemi economici in competizione: capitalismo e socialismo.


Per Kelsen né il socialismo né il capitalismo implicano una procedura politica definita e pertanto entrambi sono, in principio, compatibili con la democrazia come pure con l’autocrazia. In base alla esperienza storica si potrebbe ritenere più favorevole il capitalismo del socialismo ma questa non è una risposta scientificamente fondata.

Il socialismo marxista è politicamente anarchico (nella fase finale) piuttosto che democratico. 

In un sistema capitalistico il governo può essere sotto la influenza decisiva dei possessori dei mezzi di produzione, così che il governo solo apparentemente dirige il processo legislativo ed esecutivo.
La pianificazione economica non comporta necessariamente un sistema autocratico, lo stesso liberalismo classico non significa una completa libertà economica. Non è la libertà economica, piuttosto la libertà intellettuale (libertà religiosa, di scienza, di stampa, ecc.) che è essenziale per la democrazia. Per Kelsen è sostanzialmente vero che la libertà della soddisfazione delle necessità non economiche in una società capitalistica è la libertà del ricco piuttosto che del povero.
Le libertà umane garantite da una costituzione democratica in una democrazia capitalistica potrebbero essere solo formali o legali, d’altra parte non ci sono ragioni per assumere che tali garanzie formali e legali non siano possibili in un sistema socialista.
Conclude, infine, che anche tra libertà e proprietà privata non esiste una connessione essenziale al contrario di quanto sostenuto da Locke ed Hegel.

venerdì 24 ottobre 2014

Robert Reich - Supercapitalismo

Il libro di cui parliamo oggi è  Supercapitalismo (Fazi editore) di Robert Reich, economista dell’Università di Berkeley, ex Segretario del Lavoro di Clinton e anche consigliere di Barack Obama. 
Nel libro l’autore presenta una ricostruzione, molto ben documentata, sulla evoluzione del capitalismo, soprattutto USA  dal dopoguerra ad oggi, che lo trasforma in quello che appunto lui definisce “supercapitalismo”. 
Nel dopoguerra, periodo che l’autore definisce “età proprio non dell’oro” per sottolineare un epoca positiva ma anche con alcune ombre, si concretizza un certo equilibrio tra democrazia e capitalismo. Infatti il mercato è caratterizzato da una moderata competizione internazionale e quindi da poche imprese oligopolistiche che, quindi, riescono a spuntare dei prezzi che gli consentono adeguati  profitti, ma  la presenza di un forte Stato nazionale e anche la forza dei sindacati garantisce che anche l’occupazione e i salari aumentino  con conseguente crescita di una classe media. 
Questo equilibrio che ha i suoi difetti per il consumatore, minore possibilità di scelta, si spezza a partire dagli anni 70. Le cause di questo sono molteplici e interdipendenti. Tra queste cause ci sono: la evoluzione tecnologica, l’aumento della globalizzazione e concorrenza internazionale. Ci sono anche componenti più ideologiche e politiche, come l’affermazione delle teorie liberiste e la loro adozione da parte di politici (Reagan e Thatchter per esempio), con l’attuazione  di politiche di deregulation. Tutto ciò rende la competizione sempre più forte e consente alle imprese di allargare le catene produttive  verso altri paesi, a minor costo. Con il collasso dell’Unione Sovietica e, quindi, la sparizione dello spauracchio anche del comunismo, si compie l’atto finale comportando anche l’ingresso dei  paesi dell’area dell’est nell’arena competitiva. Questo comporta la sempre maggiore internazionalizzazione delle imprese, con conseguenti minori vincoli verso gli  Stati nazionali e le comunità locali. Da una parte questo comporta alcuni benefici per i consumatori ed investitori, con maggiori possibilità di scelta e riduzioni di costo (si pensi ad esempio ai mercati delle telecomunicazioni e a quello del trasporto aereo), questi vantaggi sono comunque più che bilanciati dalla perdite come cittadini in termini di sicurezza del lavoro e riduzione delle retribuzioni, in sintesi l’autore afferma:
Il capitalismo  è diventato più sensibile alle nostre richieste individuali in quanto consumatori, ma la democrazia è sempre meno sensibile alle nostre richieste collettive in quanto cittadini.

La trasformazione del capitalismo ha anche comportato   un crescente  peso delle aziende nelle decisioni politiche, rappresentato dall’autore dalla crescente opera e spesa per l’attività di lobbying. Inoltre, il processo di trasformazione del capitalismo, ha innescato una crescita della diseguaglianza distributiva, con la impennata delle retribuzioni dei manager e la riduzione dei salari degli altri e, quindi, anche una  maggiore concentrazione della ricchezza.  L’autore,  in parte, assolve le aziende in quanto  rispondono solo alla richieste di maggiore  competitività e di realizzare profitti e, quindi, in buona parte  è soprattutto colpa nostra e  del nostro atteggiamento “schizofrenico”,  che come consumatori e investitori spingiamo per risparmiare sui consumi o guadagnare di più con gli investimenti. 
Nel finale, Reich,  da alcune indicazioni, ma l’aspetto più rilevante per l’autore, è che dobbiamo aumentare la consapevolezza del nostro duplice ruolo di cittadini e consumatori e quindi che il cambiamento dipende da noi e dalla nostra volontà di contare di più come cittadini, infatti conclude:
possiamo farcela solo se ci assumiamo seriamente le nostre responsabilità in quanto cittadini, e salvaguardiamo la nostra democrazia
Nel complesso  il libro  è dunque molto interessante e ben scritto  e consente di comprendere meglio la evoluzione del capitalismo con i suoi vantaggi e i suoi limiti. Ritengo che evidenzi comunque poco l’aspetto della enorme crescita del capitalismo finanziario che, con le su aberrazioni, ci ha regalato la crisi in cui adesso ci ritroviamo. Inoltre, manca anche un elemento evidenziato da Stiglitz nel suo libro, La globalizzazione e i suoi oppositori, ovvero che mancano quelle istituzioni globali in grado, viste ormai le difficoltà degli stati nazionali, di rappresentare la volontà dei cittadini e limitare lo strapotere del "supercapitalismo".