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lunedì 13 luglio 2026

N.Oreskes- E.M. Conway- Il Grande Mito- Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato ad odiare il governo.

Il libro di oggi è di Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, rispettivamente professoressa di Storia della Scienza di Harvard e professore alla Purdue University.

Come da sottotitolo il libro è la storia dettagliata di come, per oltre un secolo, le aziende americane si siano impegnate a diffondere il mito del libero mercato e, conseguentemente, che lo Stato è il male che va limitato al minimo.

La storia è molto lunga è inizia con la difesa da parte di organizzazioni di imprese del lavoro minorile, dando battaglia contro le leggi che tendevano a limitarlo o abolirlo. Il secondo momento di scontro è quando, negli Stati Uniti, si cerca di ovviare alle difficoltà di raggiungere con la energia elettrica le aziende agricole disperse sul territorio, utilizzando aziende statali. Le aziende elettriche risposero orchestrando una campagna per screditare le imprese statali tramite editoriali sponsorizzati, ma anche con pressioni sulle accademie e sui libri di testo scolastici. Il New Deal fu un ulteriore campo di scontro, anche qui le organizzazioni imprenditoriali (es. American Liberty League) lanciarono una vasta campagna per convincere gli americani ad opporsi alle riforme del lavoro del New Deal, alla regomentazione dei servizi pubblici, ecc., al fine di convincere le persone che queste politiche minacciavano la loro libertà.

Gli sforzi in tutti gli anni '30 si concentrarono nel tentativo di persuadere gli statunitensi che gli interessi delle imprese coincidevano con quelli del popolo americano, utilizzando stampa, radio e successivamente anche il cinema. Il messaggio era che lo Stato era inefficiente e la libertà di impresa fosse indivisibile dalla democrazia, diffondendo anche la falsa dicotomia tra il capitalismo laissez-faire e l'irreggimentazione comunista. La industria poi favorì e finanziò i due economisti autriaci, poco noti all'inizio, Von Mises ed Hayek (futuro premio Nobel per la Economia). Quest'ultimo fondatore della Mont Perelin Society, di cui fece parte anche Friedman, e autore del libro The Road to Serfdom (La via della schiavitù), libro che fu diffuso anche in forma ridotta. Il libro era contro l'intervento governativo e la pianificazione centralizzata, ma le idee di Hayek  furono comunque distorte e limitate nelle parti dove era a favore dell' intervento governativo.

La propaganda non disdegnò neanche l'argomento religioso con la pubblicazione di Faith and Freedom con la dottrina di libertà guidata da Dio, trasformando l'individualismo cristiano in liberismo cristiano. Anche il clima politico di Hollywood dopo gli anni 30 virò verso destra con soppressione di temi "sovversivi" e anticapitalisti. Un ruolo importante e fondamentale nella storia della diffusione del mito del mercato lo ha certamente Milton Friedman e la cosiddetta Scuola di Chicago.  Il libro di Friedman Capitalism and Freedom ebbe grandissima diffusione, con le sue idee pro mercato come pure le sue apparizioni in TV (Free to choose). Una parte del libro è dedicata a Ronald Reagan e alla sua opera di diffusione delle idee ma, soprattutto, con la sua presidenza e le sue politiche (reaganomics) e il taglio delle tasse. Non mancano nel libro critiche anche ai democratici, fu Carter il primo ad avviare l'opera di dergulation e Clinton a completarla con la abolizione della Glass-Steagal che limitava la finanza.

Nelle conclusioni gli autori affermano che  mito del libero mercato è stato costruito artificiosamente dai leader aziendali, non scaturito da un'esigenza popolare. La storia dimostra al contrario che la governance pubblica è stata, storicamente, una componente vitale della crescita economica. La divinizzazione del mercato e la demonizzazione dello Stato ci hanno privati degli strumenti necessari per affrontare le sfide odierne, dalle crisi pandemiche alla crisi climatica, ambiti in cui il dogma del mercato si è rivelato sistematicamente fallimentare, e infine si augurano che abbiamo bisogno di un governo intelligente per evitare che il modello di economia capitalistica esca dal seminato. 

Mi permetto però di criticare il libro per la sua lunghezza, credo che se si vuole fare una opera di giusta divulgazione bisognerebbe contenere il numero di pagine, molti dettagli, anche se storicamente validi, finiscono per rendere difficoltosa e ardua la lettura del libro che invece, come ho detto, dovrebbe essere patrimonio di tutti.

domenica 7 novembre 2021

Capitalismo, democrazia ed ecologia

Si sono conclusi da poco G20 e COP 26, con al centro i temi ecologici e il riscaldamento climatico e non solo. I risultati non sono affatto incoraggianti, qualche accordo è stato raggiunto ma mancano impegni veramente stringenti da parte di molti paesi  e quasi certamente gli impegni non basteranno e ne vedremo molti altri di questi meeting.
Approfitto di questi eventi per allargare il discorso,  su questo blog abbiamo, infatti, pubblicato recensioni di  decine di libri e articoli relativi ad aspetti economici, politici  e alla democrazia ed è il momento di fare la sintesi con qualche considerazione.
Il capitalismo non esiste da sempre, se vogliamo è una invenzione recente, con la sua formidabile azione, grazie anche alla ricerca scientifica e alla innovazione tecnologica, ha portato ad un diffuso benessere in alcune nazioni  ma anche a molte devastazioni, di cui il clima è un esempio lampante.
Sostenere quindi il mercato e il capitalismo in maniera acritica è divenuto difficile anche per i suoi più fervidi sostenitori, mentre negli autori che abbiamo recensito abbiamo trovato spesso una profonda critica alle eccessiva fiducia risposta nel mercato. Il mercato può essere sicuramente un ottimo mezzo per ottenere alcune cose, ma non può essere un fine, cioè l'arricchimento personale può essere utilizzato per accrescere il benessere generale ma il fine è proprio il benessere generale.
Certo in termini  filosofici e politici è molto difficile stabilire esattamente  quale sia il vero fine del benessere generale ma, in realtà,  se non sottilizziamo troppo possiamo fare qualche considerazione. La maggioranza delle persone, credo, abbia delle aspettative relativamente semplici: vorrebbe avere una vita sufficientemente agiata grazie a un lavoro che sia abbastanza soddisfacente e non eccessivamente instabile, vivere in ambiente confortevole, piacevole, non inquinato e malsano, avere una certa sicurezza e quindi vivere senza  la paura costante di  essere assassinato, derubato o subire catastrofi naturali o guerre, e infine godere di una certa libertà e di diritti. Ovviamente i desideri e le necessità sono molte di più e la questione e' più complicata,  ma sulle cose che ho elencato e poco altro credo si possano riconoscere la maggioranza delle persone; ma come fare a far emergere queste necessità e soprattutto  assicurarle? La questione non e' semplice. 
Nel passato solo le élite, di qualunque tipo, potevano avere il meglio di quanto era possibile nel momento storico (e sappiamo che nel passato non era paragonabile a quello che abbiamo oggi, ad esempio per  salute ed aspettativa di vita); l'élite dominavano per qualche ragione: militare, religiosa, tradizioni, ecc. Oggi abbiamo, soprattutto nei paesi più sviluppati,  élite dominanti grazie al potere economico anche se abbiamo sparse nel mondo situazioni di dominazione di vecchio stampo.
Nei paesi più sviluppati, con l'emergere delle nuove élite economiche e di un maggior benessere, ha incominciato a farsi strada una maggiore democratizzazione delle istituzioni. Idee alternative dittatoriali, fascismo e comunismo, hanno tentato soluzioni diverse ma hanno dimostrato la loro debolezza e pericolosità anche se in giro abbiamo ancora qualche nostalgico (la Cina meriterebbe un discorso a parte). 
Nei paesi occidentali il dopoguerra è  stato un periodo irripetibile e positivo. Infatti, in quella che viene definita Golden Age, abbiamo avuto crescita diffusa del benessere materiale ma anche un miglioramento legislativo, welfare e lavoro ad esempio,  e istituzionale e un allargamento della democrazia ad altre nazioni. Non che fossimo nel migliore dei mondi possibili ma comunque un buon periodo di progresso economico e democratico. Tutto ciò si deve a una serie di concause. Innanzitutto la distruzione della guerra creava un enorme possibilità per le attività economiche. Inoltre, l'atteggiamento degli USA che hanno finanziato  con il Piano Marshall la ricostruzione, ovviamente questo era un atteggiamento benevolo ma anche interessato,  bisognava contrastare il comunismo sovietico e un Europa più ricca era anche un mercato di sbocco per le loro merci. Infine, da non sottovalutare, il clima di idee keynesiane, per la accettazione della necessità di intervento dello Stato per gestire economia e domanda, e sul piano internazionale gli accordi di Bretton-Woods. Fu un periodo in cui si raggiunse un certo equilibrio tra Stato e Mercato, gli Stati cercavano di stabilizzare la economia e la domanda, le imprese erano avvantaggiate dalla stabilità e facevano profitti creando lavoro e benessere (non esisteva ancora la spinta spasmodica dei mercati azionari per tagliare i costi); anche il sistema di Bretton-Woods funzionava creando stabilità ed evitando gli eccessi della finanza, inoltre creando un sistema internazionale più stabile consentiva alle nazioni di gestire l'economia interna senza preoccuparsi eccessivamente di quella internazionale.
Con gli anni '70 gli equilibri si rompono, l'aumento del prezzo del petrolio genera inflazione ma anche recessione, la stagflazione, le idee keynesiane perdono appeal e nascono nuove idee economiche (Friedman e seguaci). Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro, a causa della debolezza del dollaro per il deficit estero USA, viene meno e Nixon abolisce la convertibilità dollaro-oro, salta quindi l'equilibrio di Bretton-Woods. Nei decenni successivi aumenta la globalizzazione con la entrata nel commercio internazionale di altre nazioni, che fanno concorrenza con il basso costo del lavoro, crolla l'URSS e tutto il sistema dei paesi dell'est,  la Cina diventa la fabbrica del mondo. Il sistema internazionale diventa instabile, con movimenti enormi di monete e flussi finanziari. Da una parte per alcune nazioni la globalizzazione rappresenta un progresso del benessere, in occidente però aumentano le diseguaglianze. Alcune aziende e alcuni individui si arricchiscono molto giocando sulle possibilità offerte dalla globalizzazione e dai mercati a bassi salari. Nascono nuovi monopoli, quelli digitali. Anche sul piano della democrazia vi sono aspetti contrastanti. Da una parte la democrazia avanza in molti paesi, tanto che c'è chi troppo presto parla di fine della storia. D'altra parte in alcuni  paesi del est, Russia e Ungheria ad esempio, la democrazia diviene più elettorale che una democrazia effettiva, un altro esempio di arretramento democratico è la Turchia.
Nei paesi industrializzati la globalizzazione e la innovazione tecnologica eliminano posti di lavoro e metteno in difficoltà le classi medie generndo anche un aumento della povertà. La sinistra si è dimostrata incapace di gestire il cambiamento, emergono nuove formazioni politiche populiste che cercano di fare breccia su questa massa di scontenti, paradossalmente le classi disagiate si spostano a destra (vedi ad esempio Lega o Trump), la sinistra tradizionale diventa rappresentante delle élite. I partiti tradizionali perdono terreno e aumenta la disaffezione per la politica. 
Per le nazioni in questo contesto diventa difficile gestire l'economia nazionale (vedi anche Rodrik), le imprese operando a livello internazionale possono trovare il modo di eludere le tasse, inoltre la crisi del sistema finanziario prima e la pandemia poi fanno esplodere i debiti pubblici.
Come si vede la situazione per un politico oggi è  estremamente complessa, le imprese sono sempre meno alleate dello Stato e fanno venire meno le tasse eludendo o delocalizzando, i cittadini sono delusi, arrabbiati o disinteressati, gli spazi di manovra economici sono ridotti, la complessità del sistema è divenuta enorme  e servono personalità preparate per gestire situazioni sempre più intricate.
I problemi oltre che complessi sono transnazionali, senza accordi internazionali non è possibile gestire alcune delle dinamiche prima descritte, come pure il problema enorme ecologico posto dal cambiamento climatico.
Come ho scritto qui un nazione prospera se i tre elementi, Stato, Mercato e Democrazia sono forti e si equilibrano. Questo significa avere istituzioni forti e ben organizzate (vedi qui), un sistema industriale e finanziario avanzato, una cittadinanza attiva e consapevole. Sulle istituzioni e sulla consapevolezza dei cittadini, in Italia abbiamo molto da fare, su questo tema ho detto qualcosa nel mio libro. Dovremmo lavorare molto anche sulla informazione giornalistica, sul coinvolgimento delle persone nella politica superando la semplice democrazia rappresentativa (vedi qui) e arrivando a una democrazia più sostanziale.
La evoluzione della Unione Europea risponde alla esigenza di contare di più a livello internazionale, cosa strategicamente giusta, il modo con cui arrivarci da un certo punto in poi è stato sbagliato: la creazione dell'euro, allargamento a est della UE che complica la gestione, e inoltre vi è anche un deficit democratico nella attuale struttura.
Premetto che questa crescita economica energivora e che spreca enormi risorse non può continuare e dobbiamo cambiare paradigma (vedi anche qui). A livello economico generale le nazioni sviluppate non potranno avere comunque tassi di crescita molto elevati, ed inoltre la crescita delle diseguaglianze crea ulteriori difficoltà perché deprime la domanda di chi potrebbe spingerla (tra l'altro mi domando che ci devono fare con i soldi i ricchissimi come, ad esempio, B. Gates, E. Musk ecc., soldi  che basterebbero per generazioni di nipoti). Viceversa ci sono grandi margini di miglioramento per moltissime nazioni depresse che potrebbero svilupparsi, ma in queste manca quasi tutto, da uno Stato decente alle possibilità di finanziamento. Sarebbe quindi logico ridurre le diseguaglianze all'interno delle nazioni e tra nazioni, un alieno intelligente vedendo la situazione da fuori credo  non capirebbe perché non lo facciamo.
Vi è infine il problema ecologico. Da una parte dopo anni di avvertimenti da parte della scienza, anche a seguito di eventi estremi, le persone sono più consapevoli della necessità di affrontare i cambiamenti climatici. A livello politico però siamo in forte ritardo, gli accordi sono stati spesso al ribasso, ci sono interessi e situazioni contrastanti difficilmente conciliabili. Su questo punto ho poche speranze che si faccia il necessario, d'altra parte anche questa è una situazione complessa. Fare una transizione è difficile quando il sistema è stato imperniato sui combustibili fossili. Anche le nostre abitudini andrebbero profondamente cambiate e dal dire al fare ce ne passa. Infine,  ci sono problemi pratici, difficile poter generare il fabbisogno energetico con sole fonti rinnovabili. Quando le sfide sono enormi bisognerebbe far affidamento sulla intelligenza e le capacità dell'uomo. Ci vorrebbe un nuovo progetto Manhattan  che metta insieme le migliori menti  per trovare soluzioni: dalla cattura della anidride carbonica ai problemi energetici, ma i problemi non sono solo tecnologici e serve sempre la politica; anche se come detto l'interesse della maggior parte dei cittadini è sicuramente a favore di soluzioni per ridurre il riscaldamento  globale, la volontà generale ancora una volta non prevarrà. 
Infatti, nei paesi sviluppati la democrazia è in affanno, con le élite economiche che possono condizionare la politica (non più una testa 1 voto ma un dollaro un voto), d'altra parte perché imprese e super ricchi pagano poco di tasse e noi comuni mortali le paghiamo per intero? In altri paesi la democrazia è solo elettorale o ancora siamo in presenza di dittature più o meno morbide. 
Peccato l'uomo è un essere intelligente che ha tutte le possibilità e conoscenze per far vivere bene l'umanità preservando l'ambiente, ma non sono ottimista non lo farà.

giovedì 30 agosto 2018

Paul De Grauwe - I limiti del mercato


Il libro è scritto da Paul De Grauwe, economista che insegna alla London School of Economics e riesce, in poche pagine, a descrivere i principali problemi dell’economia.
Il mercato, per l’autore, ha dei limiti: esterni ed interni. I limiti esterni sono dovuti alla possibilità che alcuni costi (esternalità), come ad esempio l’inquinamento, tendono ad essere scaricati sulla comunità. I limiti interni invece sono dovuti al fatto che il mercato tende a generare, inevitabilmente, grandi diseguaglianze che non solo sono ingiuste ma generano instabilità e anche bolle speculative che finiscono per generare delle profonde depressioni.
Detto questo, l’autore evidenzia che la storia ha mostrato che solo il mercato è riuscito a garantire il costante miglioramento delle condizioni economiche della società malgrado i suoi limiti. D’altra parte, solo lo Stato può riuscire a limitare queste disfunzioni in quanto il mercato da solo ha dimostrato di non essere in grado di autoregolarsi, quindi la questione se sia meglio lo Stato o il mercato è mal posta, avendo ognuno dei compiti distinti, infatti Stato e mercato sono  complementari. 
Inoltre, solo lo Stato può gestire e creare i beni pubblici (ad esempio la sicurezza) che comunque sono indispensabili in una società. Il problema è che lo Stato nel perseguire l’interesse generale deve andar in conflitto con l’interesse individuale, ma gli interessi privati, se sono molto forti, tendono a condizionare la politica (cattura) e quindi a imporre la volontà di alcune minoranze sugli interessi della maggioranza. In aggiunta con la globalizzazione le capacità degli Stati di perseguire gli interessi della maggioranza si sono indebolite a favore delle grandi corporation sovranazionali. Infine, i problemi di inquinamento travalicano i confini nazionali e si rendono necessarie autorità sovranazionali per far rispettare le regole e diminuire i rischi del cambiamento climatico. La storia ci ha mostrato che i rapporti di forza tra Stato e mercato tendono a oscillare, con una ripresa del potere del mercato negli ultimi decenni dopo un rafforzamento dello Stato dagli anni '30 fino alla fine degli anni '70.
Quali siano i problemi è quindi evidente, le  soluzioni sono possibili solo grazie ad un società inclusiva e democratica  che possa correggere il sistema economico nel senso dell’equità e della giustizia sociale senza compromettere l’efficacia del libero mercato. Su questo l’autore riamane di fondo pessimista, anche se afferma che rimane necessario continuare a impegnarsi affinché le riforme del sistema vengano attuate per evitare la probabile catastrofe.
In sintesi un libro molto ben scritto e leggero che riesce comunque, con grande semplicità, a spiegare la complessità dei principali problemi della società capitalistica, temi che abbiamo affrontato spesso in questo blog.

mercoledì 11 aprile 2018

Economia e politica: del mercato e dello Stato

Lo sviluppo delle economie occidentali, seguito da altre economie ora sviluppate, dimostra inequivocabilmente che il mercato è un motore imprescindibile per la crescita dell’economia. Questo perché, indubbiamente, la spinta individuale rappresenta un forte movente per chi vuole emergere nell’adottare le tecniche migliori per conquistare il mercato, senza spinta individuale le società crescono economicamente meno o solo sino ad un certo livello, come ci hanno mostrato i sistemi socialisti. Inoltre, come ha indicato Hayek, c’è anche un problema di informazione, il sistema dei prezzi può rappresentare un sistema migliore per far circolare le informazioni che sono disperse, ed è praticamente impossibile che tutte le informazioni rilevanti per far funzionare bene un economia siano centralizzabili e utilizzabili. Bisogna aggiungere che in tema di informazione Stigltz e Akerloff hanno dimostrato come le asimmetrie informative minino le basi della presunta efficienza del mercato. 
In sintesi il mercato, almeno dal punto di vista pratico, ha alcuni vantaggi, ma allora esiste “la mano invisibile” di Adam Smith? 
No, in teoria e in pratica, quella della mano invisibile è una teoria troppo naïve che tende ad essere propagandata dai liberisti che può avere un suo appeal ma è fondamentalmente falsa. Da un punto di vista teorico ad esempio la teoria dei giochi competitivi ci dice che gli equilibri (equilibrio di Nash) che si raggiungono non sono ottimali (in senso Paretiano). Inoltre, la storia ci dice che il mercato tende alle concentrazioni e in genere la competizione tende a generare dei mercati oligopolistici. Come si sa si nasce incendiari e si finisce pompieri, così l’audace imprenditore che crea un nuovo mercato cerca, nel tempo, di mantenere i suoi profitti e tende a inglobare i competitor o metterli fuori mercato; nel lungo periodo è vero che nasceranno nuovi imprenditori e nuove tecnologie (distruzione creatrice) ma nel breve gli incumbent cercano di bloccare chi può erodergli la posizione di vantaggio o, in altri casi, si creano oligopoli collusivi. Serve quindi  qualcuno che eviti tutto ciò e questo delicato ruolo di regolatore lo può assumere solo lo Stato. Inoltre, dobbiamo considerare che il mercato tende a creare esternalità cioè, ad esempio, scaricare l’inquinamento sulla collettività, ed esistono beni pubblici di cui può occuparsi solo lo Stato. Quindi, che vi piaccia o no, lo Stato è comunque fondamentale e ha quindi un ruolo non sostituibile. 
C'è del vero nella teoria delle scelte pubbliche, che afferma che i politici agiscono sulla base di interessi individuali e quindi cercano la loro utilità (rielezione) che ha poco a che fare con la reale efficacia dell'azione pubblica. Quello che non condivido è la conclusione, cioè che bisogna ridurre lo Stato iò cosiddetto Stato minimo (come se fosse una funzione di cui fare la derivata).
Altri economisti (Schumpeter) hanno evidenziato l'importanza della preparazione dei politici e burocrati per il buon funzionamento dello Stato. Popper parla di buone istituzioni per evitare le degenerazioni del potere politico, un esempio è la costruzione di sistemi di check and balance nei poteri politici. Infine, quello che serve è una cittadinanza consapevole della sua importanza nel controllo, questo richiede anche qui formazione e istruzione, anche perché la complessità dei sistemi economici e politici è in aumento. A questo dovrebbe servire la vera "buona" scuola e la informazione giornalistica, oggi abbiamo anche la grande risorsa che è la rete. Sul giornalismo conosciamo i condizionamenti del potere economico e anche sulla rete abbiamo visto, anche recentemente, come può essere un mezzo per veicolare informazioni interessate o fuorvianti. Insomma la situazione è complicata. Aggiungiamo pure che il mercato è sempre più internazionale mentre le nazioni operano a livello locale, servirebbero buone regole e istituzioni internazionali, ma anche qui molte istituzioni sono condizionate anche ideologicamente (vedi FMI o Banca Mondiale), basta leggersi qualche libro di Stiglitz.
Il quadro è complesso e non esistono soluzioni semplici, il primo passo è comunque informarsi e io nel mio piccolo cerco appunto di fare questo, mettendovi in evidenza libri o articoli che possono darvi una mano a districarvi meglio in questa realtà.

martedì 13 marzo 2018

JeanTirole - Economia del bene comune (Economics for the Common Good)

Il libro che segnalo oggi: Economia del bene comune (Economics for the Common Good) è di Jean Tirole, economista francese che insegna a Tolosa e al MIT e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2014. 
E’ un libro che invito a leggere, infatti si tratta di un libro scritto molto bene e completo. L’autore nel libro inserisce moltissime tematiche, ognuna è affrontata con grande profondità ed equilibrio riportando un serie di elementi tratti dalle teorie economiche più recenti. Nella prima parte affronta il tema generale della scienza economica e degli economisti e la loro relazione con la società, evidenziando le caratteristiche principali della scienza economica, ma anche i suoi limiti. Esamina poi la tematica del mercato e dello Stato, dove queste due componenti, entrambe importanti, sono comunque complementari. I temi trattati nel libro sono comunque molti: i cambiamenti climatici e come affrontarli dal punto di vista della teoria economica, il mercato del lavoro, la situazione dell’Europa (a un bivio), la finanza e la crisi del 2008, le politiche industriali e il ruolo dello Stato, i cambiamenti indotti nella società dalla economia digitale e tanto ancora. 
Come si vede le tematiche affrontate sono moltissime e pertanto è impossibile fare una sintesi del libro, su ognuna come detto la sua è una posizione generalmente equilibrata, comunque per quanto approfondito il libro è sempre molto leggibile e chiaro. Un libro che vale quindi la pena di tenere nella propria biblioteca e da leggere un poco alla volta.

mercoledì 1 giugno 2016

Il difficile equilibrio tra mercato, Stato e democrazia


Qual'è la situazione più favorevole per il benessere e sviluppo di una nazione? Domanda difficile a cui oggi cercherò di rispondere. 
La storia ci ha mostrato che le nazioni che sono riuscite a progredire in termini di sviluppo economico e di benessere, per la maggioranza della popolazione, sono quelle che hanno saputo coniugare il mercato con lo Stato per mezzo della democrazia, ovvero a raggiungere un delicato equilibrio tra questi tre elementi. In altre parole ancora quelle società che sono riuscite a contemperare la esigenza della libertà individuale e di impresa, con la necessità di salvaguardare il benessere complessivo della società. 
Ma andiamo con ordine. I tentativi di società totalitarie di traguardare obiettivi di crescita sostenuta ed un livello di reddito pro capite elevato sono miseramente falliti. Non nego che una società non democratica possa incrementare, nel breve, il benessere di una società e realizzare un primo grado di sviluppo, i fatti dimostrano che nel lungo periodo non ci riescono. Alcuni esempi: il sistema della ex URSS e anche la Cina hanno consentito di portare nazioni prevalentemente agricole a società industrializzate, con elevati costi sociali. Raggiunto un certo stadio non sono comunque riuscite  ad estendere i benefici a tutta la popolazione e la crescita è rimasta limitata in termini di PIL; infatti la ex Urss si è dissolta mentre la Cina, pur rimanendo un regime centralizzato, sta evolvendo verso un sistema misto, dove comunque c'è una certa libertà di impresa e di localizzazione delle scelte, anche se non sappiamo dove condurrà questo percorso. Ho citato sistemi totalitari marxisti, ma se prendiamo la Spagna franchista mi sembra evidente che l'economia ha cominciato a crescere in maniera significativa da quando si è avviata alla democrazia. 
D'altra parte, le nazioni ove generalmente si è avuto più sviluppo e godono di un maggior PIL pro capite sono quelle che hanno implementato la democrazia con un economia di mercato, con gradi diversi di intervento dello Stato nell'economia, ma comunque con uno Stato importante (Negli stessi Stati Uniti non si può far finta di negare il ruolo dello Stato sia nelle spese militari, con le sue ricadute sulle imprese e la tecnologia, sia nella ricerca di base, ecc.). 
Il problema è che questo equilibrio non è facile da raggiungere e, come tutti gli equilibri, nel tempo è difficile mantenerlo perché cambiano le condizioni. Se l'equilibrio tende, come sta succedendo negli ultimi decenni in quasi tutto l'occidente, dalla parte del mercato la democrazia si indebolisce. 
Infatti l'aumento della globalizzazione ha reso più deboli i lavoratori e le organizzazioni sindacali, ricattati dalle minacce di delocalizzazioni e dal "dumping" salariale dei paesi in via di sviluppo, con conseguente diminuzione della quota lavoro sul totale del reddito e una sempre maggiore diseguaglianza di reddito e ricchezza. Inoltre, visto che uno dei ruoli più importanti dello Stato è quello di regolare il mercato, quello che succede è che le forze economiche e finanziarie riescono a condizionare le regole a loro favore, portando a un "capitalismo truccato", dove le redistribuzioni di ricchezza non avvengano dall'alto al basso ma viceversa. 
Gli Stati nazionali, che avevano svolto il ruolo di mediazione tra le forze sociali, hanno visto ridotte le possibilità di agire, anche qui minacciate dalla finanza internazionale e globalizzata che stabilisce le regole, pena il rischio di mettere in crisi il paese. Viceversa negli Stati dove il ruolo dello Stato è troppo forte, stati totalitari o di tipo peronista/populista, la democrazia è imbrigliata e anche  la crescita dell'economia è limitata e il benessere non è diffuso e in mano alle oligarchie. 
In ogni caso, come si vede, non è facile stabilire un equilibrio e mantenerlo. Una delle prime cose da ammettere è che sostenere che il mercato si autoregola è un pericoloso "mito", come dice Stiglitz: "Il capitalismo può essere forse il miglior sistema economico inventato finora dall’uomo, ma nessuno ha mai detto che avrebbe creato stabilità". 
Un altro mito da sfatare è che il libero commercio sia sempre positivo, le teorie del commercio internazionale ci dicono che ci sono vincitori e vinti e, se guardiamo alla storia, le nazioni sviluppate sono state protezioniste a lungo (vedi post su Cattivi Sammaritani). 
Per quanto riguarda la democrazia, che non è retoricamente il "governo del popolo", ma propriamente un metodo, cioè il modo con cui, tramite le elezioni, gli elettori possono scegliere e cambiare chi governa. Pertanto è importante la possibilità per gli elettori di essere informati e consapevoli e, inoltre, è necessario un sistema istituzionale adeguato ma che sia sempre in grado di adattarsi ai mutamenti sociali, economici e anche tecnologici. 
Quindi una delle condizioni della democrazia è la crescita culturale di un paese, tanto più i cittadini sono capaci di comprendere i difficili processi di una democrazia e quanto più divengono consapevoli dell'importanza di essere informati e partecipi. 
Altro punto dolente di alcune democrazie è l'informazione, quanto meno l'informazione è libera e indipendente tanto peggio  è per la democrazia; su questo punto in Italia non siamo messi benissimo con la carta stampata spesso soggetta a potentati economici e la informazione televisiva sotto il controllo del potere politico di turno.  
La democrazia quindi non è un punto di arrivo, ma è un costante lavoro di adattamento alla evoluzione della società e richiede un costante impegno da parte dei cittadini di controllare ed essere vigili. 

PS: sul tema vedi anche il post Perchè le nazioni falliscono)