Visualizzazione post con etichetta stato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stato. Mostra tutti i post

lunedì 2 febbraio 2026

Charles S. Maier- Lo stato-progetto e i suoi rivali- Una nuova storia del XX e XXI secolo.

 Quella di oggi non è una vera recensione piuttosto una segnalazione, infatti si tratta di un libro di storia, l'autore è Charles Maier che insegna Storia alla Harvard University. L'aspetto più interessante del libro, a mio parere, è il tentativo di dare uno schema di riferimento alla storia dal '900 sino ad oggi. I 4 elementi che egli considera come protagonisti collettivi della storia sono: lo Stato progetto, quale entità politica che aspira a influenzare il corso della storia, con un piano di trasformazione e riforma istituzionale con l'aspirazione a modificare i rapporti sociali ed economci in modo profondo. Questo Stato poteva assumere delle caratteristiche autoritarie o dittatoriali o più democratiche. Un altro elemento e protagonista sono  gli imperi delle risorse, che erano votati al dominio finalizzato non solo alla espansione territoriale ma allo sfruttamento delle risorse naturali (es. gli imperi coloniali), imperi che  non sopravvivono dopo la II Guerra Mondiale. Gli altri due protagonisti "più volatili", sono le comunità di governance, ovvero quell'insieme di organizzazioni, per lo più transnazionali, prive di potere coercitivo sul piano giuridico, che definiscono regole e procedure che possono portare ad azioni collettive corrette, tra queste possiamo citare l'ONU, l'OMS e  le varie organizzazioni internazionali comprese le ONG e infine le reti di capitale.

Il libro è quindi la storia di questi protagonisti, con la fine degli imperi, le guerre, le crisi economiche e il tentativo degli Stati occidentali, sopratutto nel dopoguerra, di raggiungere alcuni obiettivi: crescita economica, protezione sociale e legittimazione democratica. A partire dagli anni '70, con la crisi economica dovuta all'aumento del petrolio, il modello dello Stato-Progetto va in crisi per la difficoltà di mantenere le promesse di crescita economica per molti, a questo contibuiscono anche movimenti culturali, i movimenti studenteschi, che pongono dubbi sulla sua legittimità dello Stato, ma anche la nascita di idee neo-liberiste che criticano la pervasività dello Stato e sono pro mercato. Con la caduta dei sistemi comunisti e la globalizzazione si assiste al predominio delle forze del capitale e dell'impresa, sempre più transnazionali, all'indebolimento della potere politico e statale, almeno in occidente, e la nascita dei vari populismi. In tutto questo l'autore evidenzia, come spesso riportato in questo blog, come una parte della società civile è stata  cooptata dalle idee liberiste, con le forze progressiste che hanno  subito il fascino del processo di crescita capitalistica perdendo di vista l'impegno per una maggiore uguaglianza sociale ed economica. Nelle conclusioni l'autore non fa previsioni anche se esprime la speranza che Stato e impulso capitalistico, se tenuti sotto controllo (come e da chi?), potrebbero essere indirizzati a un miglioramento della umanità. Un libro interessante che  evidenzia aspetti storici ma pone attenzione anche alle  ideologie e alla evoluzione economica.



sabato 31 gennaio 2026

L'intelligenza arificiale e i suoi effetti.

 In questo ultimo periodo fioriscono articoli che affermano che l'intelligenza artificiale (IA) sta già avendo effetti negatvi sul mondo del lavoro, per non parlare di previsioni catastrofiche a breve o medio termine. 

Sul tema della tecnologia e sui suoi effetti sul lavoro ne avevo parlato  qui piu di 10 anni fa, e sui rischi della tecnologia ne abbiamo trattato anche qui e qui, dove gli autori evidenziavano i problemi e che non e' vero che la tecnologia ha effetti sempre positivi, ma dipende da chi ne dirige e controlla la evoluzione. D'altra parte i tecno-ottimisti e i fautori del mercato, giustamente, affermano che sino ad oggi la evoluzione tecnologica non ha creato problemi alla occupazione anzi tutt'altro, peccato che si dimentichino di osservare un fatto: cioè se vediamo il peso dello Stato sulla economia e il PIL di una nazione questo è enormemente  aumentato arrivando ad oggi, nelle nazioni occidentali, mediamente al 50% del PIL, quindi lo Stato da una parte ha permesso una redistribuzione della ricchezza e dall'altro fornisce direttamente e anche indirettamente molti posti di lavoro.  Questo, con buona pace dei liberisti che vorrebbero lo Stato minimo; c'è da osservare, come ho spesso affermato, che in seguito alla globalizzazione, che permette spostamenti di fatturati ed elusione di parte della tassazione, molte nazioni fanno fatica a mantenere il welfare e le spese salvo tartassare le classi medie

Quindi penso che le elìte e le classi dirigenti il problema se lo dovrebbero porre, o lo Stato si fa carico di fornire maggiori posti di lavoro o redistruibuisce i redditi affinchè i consumi possano mantenersi e alimentare il lavoro privato, in entrambi i casi lo Stato deve avere maggiori risorse e tassare di più le ricchezze e le imprese che guadagnano dalla automazione. Non vedo alternative, a meno di mettere a rischio la pace sociale. Di questo problema se ne sono occupati molti economisti, il primo Ricardo, che per primo si pose il problema della "meccanizzazione", ovviamente anche Marx e ancora Keynes che affermava che in qualche modo si dovevano "socializzare" gli investimenti, l'elenco e' molto più lungo. Tra l'altro il problema sta diventando ancor più intricato perchè la manifattura, che ha fin qui contribuito alla crescita economica e alla crescita della produttività, è in calo nei paesi occidentali e lo sarà sempre di più ovunque, quindi avremo tassi di crescita ridotti (i servizi tendenzialmente sono meno produttivi), meno ricchezza da distribuire, pertanto il sistema capitalistico, come lo abbiamo visto sino ad oggi, rischia di aver meno da distribuire e andrà in crisi e con esso la società, se non siamo in grado di trovare un modello alternativo, a meno che non cadiamo definitivamente in quello che Varoufakis già chiama "tecnofeudalesimo".

 La soluzione che ho indicato sono sicuro che non verrà adottata, quindi mi aspetto un futuro turbolento, dove potrebbe tornare di moda l'autoritarismo di qualsiasi tipo, e che vediamo in giro già adesso. Senza contare il pericolo della IA stessa come elemento che potrebbe sfuggire di mano e creare grossi problemi alla umanità  come indicato da Harari.

lunedì 3 novembre 2025

Adam Tooze- Shutdown- How Covid Shook the World's Economy

Di Adam Tooze, storico dell'economia, abbiamo già pubblicato la recensione del suo libro, Crashed, relativo alla crisi del 2008. In questo libro si dedica invece alla crisi economica, sanitaria e  sociale a seguito della pandemia del Covid 19. Tale crisi si è rivelata ancor più grave di quella del 2008, circa il 95% delle economie mondiali subì una contrazione o un forte rallentamento, per non parlare degli innumerevoli vittime che ha generato. Tutte le catene del valore del sistema economico vennero infatti colpite duramente.

Il libro ripercorre quindi la storia degli avvenimenti e le reazioni da parte dei governi.  La Cina è stata il fattore scatenante da cui è partito tutto, la sua reazione è stata, grazie al suo sistema autoritario, ferma e risoluta non senza errori e conseguenze. Il mondo, in particolare l'occidente, è stato colto molto impreparato da un evento, la pandemia, che comunque poteva essere previsto e che avrebbe necessitato un piano preventivo. Le reazioni sono state quindi diverse a seconda dei governi nazionali, con azioni a volte discordanti. Basti pensare solo all'Italia, colpita molto duramente e tra le prime, con all'inizio una sottovalutazione e poi con dei lockdown molto duri ed estesi; con la mancanza anche di dispositivi banali come le mascherine, e con un sistema sanitario frammentato, dove anche le regioni con una sanità migliore, Lombardia, hanno dimostrato la fragilità delle strutture pubbliche, avendo avvantaggiato nel corso degli anni le struttre private, ovviamente in sistuazione anche peggiori erano le strutture sanitarie del sud. Comunque non è andata meglio in molti paesi, vedi gli USA, con Trump che ha sottovalutato il problema in molte situazioni e con una sanità privatizzata. Oltre al problema sanitario vi è stato il problema economico, cioè sostenere una economia che era bloccata, migliaia di persone a rischio indigenza a causa della mancanza di lavoro ad esempio nei trasporti, turismo, ristorazione, ecc. Memori degli errori compiuti nel 2008 le reazioni questa volta sono state più rapide. Davanti al collasso imminente, le banche centrali e i governi hanno adottato misure senza precedenti: tassi quasi a zero, acquisti massicci di asset, salvataggi e garanzie, stimoli giganteschi di trilioni di dollari che hanno appesantito il debito delle nazioni, anche in questo caso le cifre messe in campo dagli USA (da Biden piuttosto che Trump) furono ben maggiori di quelle europee che comunque alla fine varò il Next Gen recovery plan di cui l'Italia è stata una delle maggiori beneficiarie. 

Tooze evidenzia come la globalizzazione,  le catene del valore internazionali, da punto di forza si sono rivelate un punto di estrema debolezza invece. Inoltre, sono emerse maggiormente le differenze e le diseguaglianze tra di chi ha potuto continuare a lavorare anche da remoto con chi, sopratutto nelle fasce più deboli, ha dovuto subire pesanti perdite economiche solo parzialmente compensate dagli aiuti. Ancor piu della  crisi del 2008 questa crisi pandemica ha dimostrato la importanza dello Stato e del suo intervento, della sanità pubblica, degli interventi massicci per salvare la economia e farla riprendere, un ulteriore colpo al mainstream del liberismo e ha mostrato la vulnerabilità delle catene globali. Questa crisi ha dimostrato la interdipendenza globale che merterebbe un coordinamento migliore su tanti aspetti che non c'è. La crisi ha anche ribadito la importanza della Cina come player mondiale, nel bene e nel male. Purtroppo tale crisi difficilmente sarà isolata, siamo in un mondo complesso interconnesso dove un battito d'ali a Pechino causa un uragano a New York. Abbiamo forse capito che il mercato non è la soluzione, abbiamo capito la importanza delle politiche nazionali e statali ma, a parte una reazione più rapida e incisiva rispetto al 2008, non siamo ancora abbastanza forti e resilienti come dovremmo essere. Un libro interessante che mi ha fatto rivivere i momenti angoscianti della pandemia e che vale la pena ricordare come monito.

domenica 7 novembre 2021

Capitalismo, democrazia ed ecologia

Si sono conclusi da poco G20 e COP 26, con al centro i temi ecologici e il riscaldamento climatico e non solo. I risultati non sono affatto incoraggianti, qualche accordo è stato raggiunto ma mancano impegni veramente stringenti da parte di molti paesi  e quasi certamente gli impegni non basteranno e ne vedremo molti altri di questi meeting.
Approfitto di questi eventi per allargare il discorso,  su questo blog abbiamo, infatti, pubblicato recensioni di  decine di libri e articoli relativi ad aspetti economici, politici  e alla democrazia ed è il momento di fare la sintesi con qualche considerazione.
Il capitalismo non esiste da sempre, se vogliamo è una invenzione recente, con la sua formidabile azione, grazie anche alla ricerca scientifica e alla innovazione tecnologica, ha portato ad un diffuso benessere in alcune nazioni  ma anche a molte devastazioni, di cui il clima è un esempio lampante.
Sostenere quindi il mercato e il capitalismo in maniera acritica è divenuto difficile anche per i suoi più fervidi sostenitori, mentre negli autori che abbiamo recensito abbiamo trovato spesso una profonda critica alle eccessiva fiducia risposta nel mercato. Il mercato può essere sicuramente un ottimo mezzo per ottenere alcune cose, ma non può essere un fine, cioè l'arricchimento personale può essere utilizzato per accrescere il benessere generale ma il fine è proprio il benessere generale.
Certo in termini  filosofici e politici è molto difficile stabilire esattamente  quale sia il vero fine del benessere generale ma, in realtà,  se non sottilizziamo troppo possiamo fare qualche considerazione. La maggioranza delle persone, credo, abbia delle aspettative relativamente semplici: vorrebbe avere una vita sufficientemente agiata grazie a un lavoro che sia abbastanza soddisfacente e non eccessivamente instabile, vivere in ambiente confortevole, piacevole, non inquinato e malsano, avere una certa sicurezza e quindi vivere senza  la paura costante di  essere assassinato, derubato o subire catastrofi naturali o guerre, e infine godere di una certa libertà e di diritti. Ovviamente i desideri e le necessità sono molte di più e la questione e' più complicata,  ma sulle cose che ho elencato e poco altro credo si possano riconoscere la maggioranza delle persone; ma come fare a far emergere queste necessità e soprattutto  assicurarle? La questione non e' semplice. 
Nel passato solo le élite, di qualunque tipo, potevano avere il meglio di quanto era possibile nel momento storico (e sappiamo che nel passato non era paragonabile a quello che abbiamo oggi, ad esempio per  salute ed aspettativa di vita); l'élite dominavano per qualche ragione: militare, religiosa, tradizioni, ecc. Oggi abbiamo, soprattutto nei paesi più sviluppati,  élite dominanti grazie al potere economico anche se abbiamo sparse nel mondo situazioni di dominazione di vecchio stampo.
Nei paesi più sviluppati, con l'emergere delle nuove élite economiche e di un maggior benessere, ha incominciato a farsi strada una maggiore democratizzazione delle istituzioni. Idee alternative dittatoriali, fascismo e comunismo, hanno tentato soluzioni diverse ma hanno dimostrato la loro debolezza e pericolosità anche se in giro abbiamo ancora qualche nostalgico (la Cina meriterebbe un discorso a parte). 
Nei paesi occidentali il dopoguerra è  stato un periodo irripetibile e positivo. Infatti, in quella che viene definita Golden Age, abbiamo avuto crescita diffusa del benessere materiale ma anche un miglioramento legislativo, welfare e lavoro ad esempio,  e istituzionale e un allargamento della democrazia ad altre nazioni. Non che fossimo nel migliore dei mondi possibili ma comunque un buon periodo di progresso economico e democratico. Tutto ciò si deve a una serie di concause. Innanzitutto la distruzione della guerra creava un enorme possibilità per le attività economiche. Inoltre, l'atteggiamento degli USA che hanno finanziato  con il Piano Marshall la ricostruzione, ovviamente questo era un atteggiamento benevolo ma anche interessato,  bisognava contrastare il comunismo sovietico e un Europa più ricca era anche un mercato di sbocco per le loro merci. Infine, da non sottovalutare, il clima di idee keynesiane, per la accettazione della necessità di intervento dello Stato per gestire economia e domanda, e sul piano internazionale gli accordi di Bretton-Woods. Fu un periodo in cui si raggiunse un certo equilibrio tra Stato e Mercato, gli Stati cercavano di stabilizzare la economia e la domanda, le imprese erano avvantaggiate dalla stabilità e facevano profitti creando lavoro e benessere (non esisteva ancora la spinta spasmodica dei mercati azionari per tagliare i costi); anche il sistema di Bretton-Woods funzionava creando stabilità ed evitando gli eccessi della finanza, inoltre creando un sistema internazionale più stabile consentiva alle nazioni di gestire l'economia interna senza preoccuparsi eccessivamente di quella internazionale.
Con gli anni '70 gli equilibri si rompono, l'aumento del prezzo del petrolio genera inflazione ma anche recessione, la stagflazione, le idee keynesiane perdono appeal e nascono nuove idee economiche (Friedman e seguaci). Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro, a causa della debolezza del dollaro per il deficit estero USA, viene meno e Nixon abolisce la convertibilità dollaro-oro, salta quindi l'equilibrio di Bretton-Woods. Nei decenni successivi aumenta la globalizzazione con la entrata nel commercio internazionale di altre nazioni, che fanno concorrenza con il basso costo del lavoro, crolla l'URSS e tutto il sistema dei paesi dell'est,  la Cina diventa la fabbrica del mondo. Il sistema internazionale diventa instabile, con movimenti enormi di monete e flussi finanziari. Da una parte per alcune nazioni la globalizzazione rappresenta un progresso del benessere, in occidente però aumentano le diseguaglianze. Alcune aziende e alcuni individui si arricchiscono molto giocando sulle possibilità offerte dalla globalizzazione e dai mercati a bassi salari. Nascono nuovi monopoli, quelli digitali. Anche sul piano della democrazia vi sono aspetti contrastanti. Da una parte la democrazia avanza in molti paesi, tanto che c'è chi troppo presto parla di fine della storia. D'altra parte in alcuni  paesi del est, Russia e Ungheria ad esempio, la democrazia diviene più elettorale che una democrazia effettiva, un altro esempio di arretramento democratico è la Turchia.
Nei paesi industrializzati la globalizzazione e la innovazione tecnologica eliminano posti di lavoro e metteno in difficoltà le classi medie generndo anche un aumento della povertà. La sinistra si è dimostrata incapace di gestire il cambiamento, emergono nuove formazioni politiche populiste che cercano di fare breccia su questa massa di scontenti, paradossalmente le classi disagiate si spostano a destra (vedi ad esempio Lega o Trump), la sinistra tradizionale diventa rappresentante delle élite. I partiti tradizionali perdono terreno e aumenta la disaffezione per la politica. 
Per le nazioni in questo contesto diventa difficile gestire l'economia nazionale (vedi anche Rodrik), le imprese operando a livello internazionale possono trovare il modo di eludere le tasse, inoltre la crisi del sistema finanziario prima e la pandemia poi fanno esplodere i debiti pubblici.
Come si vede la situazione per un politico oggi è  estremamente complessa, le imprese sono sempre meno alleate dello Stato e fanno venire meno le tasse eludendo o delocalizzando, i cittadini sono delusi, arrabbiati o disinteressati, gli spazi di manovra economici sono ridotti, la complessità del sistema è divenuta enorme  e servono personalità preparate per gestire situazioni sempre più intricate.
I problemi oltre che complessi sono transnazionali, senza accordi internazionali non è possibile gestire alcune delle dinamiche prima descritte, come pure il problema enorme ecologico posto dal cambiamento climatico.
Come ho scritto qui un nazione prospera se i tre elementi, Stato, Mercato e Democrazia sono forti e si equilibrano. Questo significa avere istituzioni forti e ben organizzate (vedi qui), un sistema industriale e finanziario avanzato, una cittadinanza attiva e consapevole. Sulle istituzioni e sulla consapevolezza dei cittadini, in Italia abbiamo molto da fare, su questo tema ho detto qualcosa nel mio libro. Dovremmo lavorare molto anche sulla informazione giornalistica, sul coinvolgimento delle persone nella politica superando la semplice democrazia rappresentativa (vedi qui) e arrivando a una democrazia più sostanziale.
La evoluzione della Unione Europea risponde alla esigenza di contare di più a livello internazionale, cosa strategicamente giusta, il modo con cui arrivarci da un certo punto in poi è stato sbagliato: la creazione dell'euro, allargamento a est della UE che complica la gestione, e inoltre vi è anche un deficit democratico nella attuale struttura.
Premetto che questa crescita economica energivora e che spreca enormi risorse non può continuare e dobbiamo cambiare paradigma (vedi anche qui). A livello economico generale le nazioni sviluppate non potranno avere comunque tassi di crescita molto elevati, ed inoltre la crescita delle diseguaglianze crea ulteriori difficoltà perché deprime la domanda di chi potrebbe spingerla (tra l'altro mi domando che ci devono fare con i soldi i ricchissimi come, ad esempio, B. Gates, E. Musk ecc., soldi  che basterebbero per generazioni di nipoti). Viceversa ci sono grandi margini di miglioramento per moltissime nazioni depresse che potrebbero svilupparsi, ma in queste manca quasi tutto, da uno Stato decente alle possibilità di finanziamento. Sarebbe quindi logico ridurre le diseguaglianze all'interno delle nazioni e tra nazioni, un alieno intelligente vedendo la situazione da fuori credo  non capirebbe perché non lo facciamo.
Vi è infine il problema ecologico. Da una parte dopo anni di avvertimenti da parte della scienza, anche a seguito di eventi estremi, le persone sono più consapevoli della necessità di affrontare i cambiamenti climatici. A livello politico però siamo in forte ritardo, gli accordi sono stati spesso al ribasso, ci sono interessi e situazioni contrastanti difficilmente conciliabili. Su questo punto ho poche speranze che si faccia il necessario, d'altra parte anche questa è una situazione complessa. Fare una transizione è difficile quando il sistema è stato imperniato sui combustibili fossili. Anche le nostre abitudini andrebbero profondamente cambiate e dal dire al fare ce ne passa. Infine,  ci sono problemi pratici, difficile poter generare il fabbisogno energetico con sole fonti rinnovabili. Quando le sfide sono enormi bisognerebbe far affidamento sulla intelligenza e le capacità dell'uomo. Ci vorrebbe un nuovo progetto Manhattan  che metta insieme le migliori menti  per trovare soluzioni: dalla cattura della anidride carbonica ai problemi energetici, ma i problemi non sono solo tecnologici e serve sempre la politica; anche se come detto l'interesse della maggior parte dei cittadini è sicuramente a favore di soluzioni per ridurre il riscaldamento  globale, la volontà generale ancora una volta non prevarrà. 
Infatti, nei paesi sviluppati la democrazia è in affanno, con le élite economiche che possono condizionare la politica (non più una testa 1 voto ma un dollaro un voto), d'altra parte perché imprese e super ricchi pagano poco di tasse e noi comuni mortali le paghiamo per intero? In altri paesi la democrazia è solo elettorale o ancora siamo in presenza di dittature più o meno morbide. 
Peccato l'uomo è un essere intelligente che ha tutte le possibilità e conoscenze per far vivere bene l'umanità preservando l'ambiente, ma non sono ottimista non lo farà.

venerdì 5 novembre 2021

James K Gabraith -The predator State

Questo libro è scritto da James Galbraith economista americano, figlio del famoso economista John Galbraith  autore di alcuni libri di successo come la Società Opulenta e il Nuovo Stato Industriale.
La prima parte del libro è una ricostruzione storica, secondo la visione dell'autore, delle idee e politiche economiche del dopoguerra negli USA.
Le idee e politiche dei conservatori sono state ispirate dalle idee di libertà economica, che finisce per essere libertà di scelta o meglio di acquistare, che è una libertà piena solo per i ricchi. Il mercato diventa la necessaria controparte della libertà economica. Di fatto la libertà di scegliere è una libertà per il business, perché solo le grandi corporation hanno sostanzialmente il potere politico. 
Un altro mito dei conservatori è il risparmio privato, che è fondamentale per la crescita e quindi deve essere agevolato grazie anche al taglio delle tasse. In realtà se il mercato è veramente efficiente non vi è possibilità che ci sia insufficienza dei risparmi, quindi se ci deve essere un intervento pubblico questo non può andare a vantaggio dell'investimento privato, la scelta del migliore investimento è quindi una decisione politica, se favorire il risparmio è un fine per la politica pubblica devono essere anche pubblici i benefici. In ogni caso la storia ha dimostrato che le tasse non hanno un grande effetto sui risparmi e sugli investimenti, che sono rimasti piuttosto stabili.
Un altro paradigma dei conservatori e il monetarismo di Friedman  con la idea che la inflazione sia un fenomeno prettamente monetario e quindi con la sua enfasi sul controllo della moneta. L'autore evidenzia, invece, come la inflazione sia spesso un problema di costi in aumento, l'apparente successo  del monetarismo nel bloccare l'inflazione è dovuto  in realtà a fattori esterni, cioè  il collasso della forza dei sindacati e la globalizzazione con l'ingresso massiccio dei paesi a bassi salari. La realtà del mondo attuale, con la proliferazione di nuovi mezzi di pagamento e credito (near money), ha come conseguenza  che la banca centrale non controlla di fatto la massa monetaria ma solo il tasso di interesse. 
Un altro mito è quello relativo al pareggio di bilancio dello Stato. Inizialmente erano i conservatori a difendere il pareggio di bilancio mentre le amministrazioni democratiche (Kennedy-Johnson) erano favorevoli a politiche espansive e keynesiane. Anche Nixon, che si dichiarò anche lui keynesiano, fece una politica espansiva, anche se la sua azione con conseguenze più durature fu l'abbandono del sistema di Bretton-Woods. Di fatto anche Reagan, con i tagli di tasse e soprattutto con le spese militari, fece aumentare il deficit. Di fatto saranno di democratici a divenire i più strenui difensori del pareggio di bilancio. Clinton stesso per una serie di eventi favorevoli, flussi di denaro verso gli USA e crescita del mercato azionario e tecnologico (aumento dei redditi e tasse), riuscì infatti ad ottenere  crescita e risanamento del budget statale. Con Bush figlio si ha una ripresa delle spese militari (dopo 11 settembre) e del deficit con  una crescita economica, che porterà però al boom immobiliare poi esploso nella crisi del 2008. In conclusione la storia ha mostrato che gestire o meno  il deficit del governo dipende da molti fattori, più  esterni (commercio internazionale e flussi finanziari) piuttosto che dalla politica interna.
Nonostante negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche  siano cresciute in maniera enorme il sistema economico americano sembra resistere abbastanza bene, qual è la spiegazione? La spiegazione sta nelle robuste istituzioni create a partire del New Deal e anche nel dopoguerra. Queste istituzioni sono in particolare: la difesa, l'agricoltura (grazie ai sussidi), la scuola e università, il sistema pensionistico e il sistema sanitario. Queste istituzioni assorbono circa il 40% del PIL nazionale, e pur avendo subito attacchi dai conservatori sono riuscite a mantenersi salde nel tempo. Ma i conservatori più attenti al potere che alle idee hanno capito che era più utile  sfruttare queste istituzioni piuttosto che combatterle. Il sistema industriale tradizionale americano (es. Auto) si è ridotto nel tempo per effetto della concorrenza internazionale, cioè quelle industrie descritte dal padre John Galbraith  come tecnostrutture nel libro Il Nuovo Stato Industriale, al loro posto sono cresciute le industrie tecnologiche e digitali. La crescita di queste imprese è molto legata al sistema bancario-finanziario che le finanzia, l'insieme ha creato il fenomeno dei CEO strapagati. Lo Stato predatore nasce dalla coalizione tra politica (partito Repubblicano) e business, con lo scopo di sfruttare le istituzioni dello Stato (sistema sanitario, scuola, difesa ecc..) per trarne profitti, questo è stato molto evidente con la amministrazione di Bush figlio (vedi anche qui). Quindi non più lotta per ridurre le spese statali semmai il contrario.
Nei capitoli conclusivi l'autore afferma che non possiamo fare a meno di pianificare, poiché riguarda l'uso delle risorse di oggi per le necessità del domani, aspetti che il mercato da solo non può risolvere, in quanto il mercato raccoglie i segnali che gli arrivano dagli individui ma solo in proporzione al potere di acquisto. 
La pianificazione (dello Stato) si deve rivolgere ad alcuni aspetti fondamentali: l'educazione (in senso lato), la scienza e ricerca scientifica, le infrastrutture ed investimenti, Un altro aspetto sono le regole e gli standard,  in alcuni casi possono favorire i monopoli ma in generale sono armi per la competizione e per far emergere le imprese migliori, cosi come gli standard sul lavoro sono la manovra piu efficace contro la immigrazione.
Il libro non è recente, è stato scritto nel 2008, comunque ci sono esposti molti concetti interessanti e ricostruzioni storiche dettagliate, la critica dell'autore è rivolta alle idee e politiche della destra ma anche della sinistra liberale, il  punto di vista è quello di un economista progressista, molti punti di vista sono in parte noti e mi trovano in larga parte d'accordo.

domenica 5 aprile 2020

Daron Acemoglu, James A. Robinson - Perché le nazioni falliscono


I due autori del libro - Perché le nazioni falliscono - edito dal Saggiatore, sono Daron Acemoglu, professore di economia al MIT, e James A. Robinson, scienziato politico e professore ad Harvard.
Il libro è essenzialmente storico e volto a dimostrare la tesi degli autori, cioè che sono le istituzioni che fanno la differenza e che permettono a una nazione di evolvere e crescere stabilmente. Le istituzioni politiche che funzionano sono quelle “inclusive”, cioè quelle in qualche modo più democratiche, di fatto si crea un circolo virtuoso per cui istituzioni politiche più inclusive generano istituzioni economiche più inclusive che a loro volta favoriscono lo sviluppo di istituzioni politiche più inclusive. Al contrario, le istituzioni estrattive, ovvero in cui solo una piccola élite ha il potere e si arricchisce, determinano società più povere e più instabili.
Nella prima parte del libro criticano altre teorie sul tema. La teoria geografica, ad esempio quella di Jared Diamond per cui contano in particolare la presenza di specie animali e vegetali adatte, per gli autori può spiegare le differenze solo in una fase pre-moderna. Criticano anche la teoria culturale che può spiegare solo alcune difficoltà e differenze, in particolare gli autori considerano errata la teoria religiosa di Weber sulla importanza del protestantesimo sullo sviluppo capitalistico. Analogamente la teoria dell'ignoranza dei governanti è poco credibile e accettabile.
Quindi il libro, per larga parte, è una analisi della storia di molte nazioni, ad esempio lo sviluppo della Gran Bretagna con la Gloriosa Rivoluzione e le differenti traiettorie delle esperienze coloniali tra il nord America e i sud America. Le testimonianze storiche spaziano dalla antica Roma sino alla evoluzione della Cina dagli antichi imperi sino ad adesso, tutti questi esempi storici dimostrano la tesi secondo gli autori. Sono le istituzioni politiche inclusive, con lo Stato che garantisce i diritti di proprietà e dei contratti, che favoriscono la nascita di istituzioni economiche più inclusive, queste a loro volta aprono la strada a due fondamentali fattori: lo sviluppo tecnologico e la istruzione.
Le istituzioni economiche inclusive sfruttano pertanto il potenziale dei mercati (inclusivi) stimolando la innovazione tecnologica che spinge a investire sulle persone e a mettere a frutto il talento e la abilità di un gran numero di individui che sono decisivi per la crescita economica. Si crea quindi una sinergia tra istituzioni politiche ed economiche. Al contrario società caratterizzate da politiche estrattive rifuggiranno da istituzioni economiche inclusive evitando di far avviare processi di distruzione creatrice.
Ma come nascono le traiettorie diverse dei paesi? Nascono da piccole differenze che dividono le nazioni e che entrano in gioco quando si presenta una congiuntura critica, ad esempio nel caso inglese lo sviluppo delle rotte atlantiche ha sviluppato in Inghilterra una élite di mercanti ricchi, numerosi e desiderosi di maggior potere politico e indipendenza dalla corona. 
Quindi i grandi cambiamenti sono l'esito della interazione tra istituzioni esistenti e congiunture critiche che modificano gli equilibri. Non esiste quindi un determinismo storico, le nazioni ricche sono riuscite grazie a un processo di circoli virtuosi che hanno generato una dinamica di feedback positivi incrementando la inclusività delle istituzioni, ma il processo non è cosi facile da avverarsi come vediamo.
In sintesi un libro interessante e ricco di testimonianze storiche, anche se nel complesso un poco ridondante. La teoria è sicuramente avvincente e su cui in buona parte concordo, ancorché un poco troppo semplicistica, non è comunque particolarmente innovativa per chi legge questo blog. La importanza delle istituzioni la ritroviamo negli scritti di Popper, che abbiamo spesso citato,  e la importanza della tecnologia e la stessa definizione di distruzione creatrice risentono chiaramente della influenza Schumpeteriana

giovedì 30 agosto 2018

Paul De Grauwe - I limiti del mercato


Il libro è scritto da Paul De Grauwe, economista che insegna alla London School of Economics e riesce, in poche pagine, a descrivere i principali problemi dell’economia.
Il mercato, per l’autore, ha dei limiti: esterni ed interni. I limiti esterni sono dovuti alla possibilità che alcuni costi (esternalità), come ad esempio l’inquinamento, tendono ad essere scaricati sulla comunità. I limiti interni invece sono dovuti al fatto che il mercato tende a generare, inevitabilmente, grandi diseguaglianze che non solo sono ingiuste ma generano instabilità e anche bolle speculative che finiscono per generare delle profonde depressioni.
Detto questo, l’autore evidenzia che la storia ha mostrato che solo il mercato è riuscito a garantire il costante miglioramento delle condizioni economiche della società malgrado i suoi limiti. D’altra parte, solo lo Stato può riuscire a limitare queste disfunzioni in quanto il mercato da solo ha dimostrato di non essere in grado di autoregolarsi, quindi la questione se sia meglio lo Stato o il mercato è mal posta, avendo ognuno dei compiti distinti, infatti Stato e mercato sono  complementari. 
Inoltre, solo lo Stato può gestire e creare i beni pubblici (ad esempio la sicurezza) che comunque sono indispensabili in una società. Il problema è che lo Stato nel perseguire l’interesse generale deve andar in conflitto con l’interesse individuale, ma gli interessi privati, se sono molto forti, tendono a condizionare la politica (cattura) e quindi a imporre la volontà di alcune minoranze sugli interessi della maggioranza. In aggiunta con la globalizzazione le capacità degli Stati di perseguire gli interessi della maggioranza si sono indebolite a favore delle grandi corporation sovranazionali. Infine, i problemi di inquinamento travalicano i confini nazionali e si rendono necessarie autorità sovranazionali per far rispettare le regole e diminuire i rischi del cambiamento climatico. La storia ci ha mostrato che i rapporti di forza tra Stato e mercato tendono a oscillare, con una ripresa del potere del mercato negli ultimi decenni dopo un rafforzamento dello Stato dagli anni '30 fino alla fine degli anni '70.
Quali siano i problemi è quindi evidente, le  soluzioni sono possibili solo grazie ad un società inclusiva e democratica  che possa correggere il sistema economico nel senso dell’equità e della giustizia sociale senza compromettere l’efficacia del libero mercato. Su questo l’autore riamane di fondo pessimista, anche se afferma che rimane necessario continuare a impegnarsi affinché le riforme del sistema vengano attuate per evitare la probabile catastrofe.
In sintesi un libro molto ben scritto e leggero che riesce comunque, con grande semplicità, a spiegare la complessità dei principali problemi della società capitalistica, temi che abbiamo affrontato spesso in questo blog.

mercoledì 11 aprile 2018

Economia e politica: del mercato e dello Stato

Lo sviluppo delle economie occidentali, seguito da altre economie ora sviluppate, dimostra inequivocabilmente che il mercato è un motore imprescindibile per la crescita dell’economia. Questo perché, indubbiamente, la spinta individuale rappresenta un forte movente per chi vuole emergere nell’adottare le tecniche migliori per conquistare il mercato, senza spinta individuale le società crescono economicamente meno o solo sino ad un certo livello, come ci hanno mostrato i sistemi socialisti. Inoltre, come ha indicato Hayek, c’è anche un problema di informazione, il sistema dei prezzi può rappresentare un sistema migliore per far circolare le informazioni che sono disperse, ed è praticamente impossibile che tutte le informazioni rilevanti per far funzionare bene un economia siano centralizzabili e utilizzabili. Bisogna aggiungere che in tema di informazione Stigltz e Akerloff hanno dimostrato come le asimmetrie informative minino le basi della presunta efficienza del mercato. 
In sintesi il mercato, almeno dal punto di vista pratico, ha alcuni vantaggi, ma allora esiste “la mano invisibile” di Adam Smith? 
No, in teoria e in pratica, quella della mano invisibile è una teoria troppo naïve che tende ad essere propagandata dai liberisti che può avere un suo appeal ma è fondamentalmente falsa. Da un punto di vista teorico ad esempio la teoria dei giochi competitivi ci dice che gli equilibri (equilibrio di Nash) che si raggiungono non sono ottimali (in senso Paretiano). Inoltre, la storia ci dice che il mercato tende alle concentrazioni e in genere la competizione tende a generare dei mercati oligopolistici. Come si sa si nasce incendiari e si finisce pompieri, così l’audace imprenditore che crea un nuovo mercato cerca, nel tempo, di mantenere i suoi profitti e tende a inglobare i competitor o metterli fuori mercato; nel lungo periodo è vero che nasceranno nuovi imprenditori e nuove tecnologie (distruzione creatrice) ma nel breve gli incumbent cercano di bloccare chi può erodergli la posizione di vantaggio o, in altri casi, si creano oligopoli collusivi. Serve quindi  qualcuno che eviti tutto ciò e questo delicato ruolo di regolatore lo può assumere solo lo Stato. Inoltre, dobbiamo considerare che il mercato tende a creare esternalità cioè, ad esempio, scaricare l’inquinamento sulla collettività, ed esistono beni pubblici di cui può occuparsi solo lo Stato. Quindi, che vi piaccia o no, lo Stato è comunque fondamentale e ha quindi un ruolo non sostituibile
C'è del vero nella teoria delle scelte pubbliche, che afferma che i politici agiscono sulla base di interessi individuali e quindi cercano la loro utilità (rielezione) che ha poco a che fare con la reale efficacia dell'azione pubblica. Quello che non condivido è la conclusione, cioè che bisogna ridurre lo Stato iò cosiddetto Stato minimo (come se fosse una funzione di cui fare la derivata).
Altri economisti (Schumpeter) hanno evidenziato l'importanza della preparazione dei politici e burocrati per il buon funzionamento dello Stato. Popper parla di buone istituzioni per evitare le degenerazioni del potere politico, un esempio è la costruzione di sistemi di check and balance nei poteri politici. Infine, quello che serve è una cittadinanza consapevole della sua importanza nel controllo, questo richiede anche qui formazione e istruzione, anche perché la complessità dei sistemi economici e politici è in aumento. A questo dovrebbe servire la vera "buona" scuola e la informazione giornalistica, oggi abbiamo anche la grande risorsa che è la rete. Sul giornalismo conosciamo i condizionamenti del potere economico e anche sulla rete abbiamo visto, anche recentemente, come può essere un mezzo per veicolare informazioni interessate o fuorvianti. Insomma la situazione è complicata. Aggiungiamo pure che il mercato è sempre più internazionale mentre le nazioni operano a livello locale, servirebbero buone regole e istituzioni internazionali, ma anche qui molte istituzioni sono condizionate anche ideologicamente (vedi FMI o Banca Mondiale), basta leggersi qualche libro di Stiglitz.
Il quadro è complesso e non esistono soluzioni semplici, il primo passo è comunque informarsi e io nel mio piccolo cerco appunto di fare questo, mettendovi in evidenza libri o articoli che possono darvi una mano a districarvi meglio in questa realtà.

martedì 13 marzo 2018

JeanTirole - Economia del bene comune (Economics for the Common Good)

Il libro che segnalo oggi: Economia del bene comune (Economics for the Common Good) è di Jean Tirole, economista francese che insegna a Tolosa e al MIT e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2014. 
E’ un libro che invito a leggere, infatti si tratta di un libro scritto molto bene e completo. L’autore nel libro inserisce moltissime tematiche, ognuna è affrontata con grande profondità ed equilibrio riportando un serie di elementi tratti dalle teorie economiche più recenti. Nella prima parte affronta il tema generale della scienza economica e degli economisti e la loro relazione con la società, evidenziando le caratteristiche principali della scienza economica, ma anche i suoi limiti. Esamina poi la tematica del mercato e dello Stato, dove queste due componenti, entrambe importanti, sono comunque complementari. I temi trattati nel libro sono comunque molti: i cambiamenti climatici e come affrontarli dal punto di vista della teoria economica, il mercato del lavoro, la situazione dell’Europa (a un bivio), la finanza e la crisi del 2008, le politiche industriali e il ruolo dello Stato, i cambiamenti indotti nella società dalla economia digitale e tanto ancora. 
Come si vede le tematiche affrontate sono moltissime e pertanto è impossibile fare una sintesi del libro, su ognuna come detto la sua è una posizione generalmente equilibrata, comunque per quanto approfondito il libro è sempre molto leggibile e chiaro. Un libro che vale quindi la pena di tenere nella propria biblioteca e da leggere un poco alla volta.

mercoledì 1 giugno 2016

Il difficile equilibrio tra mercato, Stato e democrazia


Qual'è la situazione più favorevole per il benessere e sviluppo di una nazione? Domanda difficile a cui oggi cercherò di rispondere. 
La storia ci ha mostrato che le nazioni che sono riuscite a progredire in termini di sviluppo economico e di benessere, per la maggioranza della popolazione, sono quelle che hanno saputo coniugare il mercato con lo Stato per mezzo della democrazia, ovvero a raggiungere un delicato equilibrio tra questi tre elementi. In altre parole ancora quelle società che sono riuscite a contemperare la esigenza della libertà individuale e di impresa, con la necessità di salvaguardare il benessere complessivo della società
Ma andiamo con ordine. I tentativi di società totalitarie di traguardare obiettivi di crescita sostenuta ed un livello di reddito pro capite elevato sono miseramente falliti. Non nego che una società non democratica possa incrementare, nel breve, il benessere di una società e realizzare un primo grado di sviluppo, i fatti dimostrano che nel lungo periodo non ci riescono. Alcuni esempi: il sistema della ex URSS e anche la Cina hanno consentito di portare nazioni prevalentemente agricole a società industrializzate, con elevati costi sociali. Raggiunto un certo stadio non sono comunque riuscite  ad estendere i benefici a tutta la popolazione e la crescita è rimasta limitata in termini di PIL; infatti la ex Urss si è dissolta mentre la Cina, pur rimanendo un regime centralizzato, sta evolvendo verso un sistema misto, dove comunque c'è una certa libertà di impresa e di localizzazione delle scelte, anche se non sappiamo dove condurrà questo percorso. Ho citato sistemi totalitari marxisti, ma se prendiamo la Spagna franchista mi sembra evidente che l'economia ha cominciato a crescere in maniera significativa da quando si è avviata alla democrazia. 
D'altra parte, le nazioni ove generalmente si è avuto più sviluppo e godono di un maggior PIL pro capite sono quelle che hanno implementato la democrazia con un economia di mercato, con gradi diversi di intervento dello Stato nell'economia, ma comunque con uno Stato importante (Negli stessi Stati Uniti non si può far finta di negare il ruolo dello Stato sia nelle spese militari, con le sue ricadute sulle imprese e la tecnologia, sia nella ricerca di base, ecc.). 
Il problema è che questo equilibrio non è facile da raggiungere e, come tutti gli equilibri, nel tempo è difficile mantenerlo perché cambiano le condizioni. Se l'equilibrio tende, come sta succedendo negli ultimi decenni in quasi tutto l'occidente, dalla parte del mercato la democrazia si indebolisce. 
Infatti l'aumento della globalizzazione ha reso più deboli i lavoratori e le organizzazioni sindacali, ricattati dalle minacce di delocalizzazioni e dal "dumping" salariale dei paesi in via di sviluppo, con conseguente diminuzione della quota lavoro sul totale del reddito e una sempre maggiore diseguaglianza di reddito e ricchezza. Inoltre, visto che uno dei ruoli più importanti dello Stato è quello di regolare il mercato, quello che succede è che le forze economiche e finanziarie riescono a condizionare le regole a loro favore, portando a un "capitalismo truccato", dove le redistribuzioni di ricchezza non avvengano dall'alto al basso ma viceversa. 
Gli Stati nazionali, che avevano svolto il ruolo di mediazione tra le forze sociali, hanno visto ridotte le possibilità di agire, anche qui minacciate dalla finanza internazionale e globalizzata che stabilisce le regole, pena il rischio di mettere in crisi il paese. Viceversa negli Stati dove il ruolo dello Stato è troppo forte, stati totalitari o di tipo peronista/populista, la democrazia è imbrigliata e anche  la crescita dell'economia è limitata e il benessere non è diffuso e in mano alle oligarchie. 
In ogni caso, come si vede, non è facile stabilire un equilibrio e mantenerlo. Una delle prime cose da ammettere è che sostenere che il mercato si autoregola è un pericoloso "mito", come dice Stiglitz: "Il capitalismo può essere forse il miglior sistema economico inventato finora dall’uomo, ma nessuno ha mai detto che avrebbe creato stabilità". 
Un altro mito da sfatare è che il libero commercio sia sempre positivo, le teorie del commercio internazionale ci dicono che ci sono vincitori e vinti e, se guardiamo alla storia, le nazioni sviluppate sono state protezioniste a lungo (vedi post su Cattivi Sammaritani). 
Per quanto riguarda la democrazia, che non è retoricamente il "governo del popolo", ma propriamente un metodo, cioè il modo con cui, tramite le elezioni, gli elettori possono scegliere e cambiare chi governa. Pertanto è importante la possibilità per gli elettori di essere informati e consapevoli e, inoltre, è necessario un sistema istituzionale adeguato ma che sia sempre in grado di adattarsi ai mutamenti sociali, economici e anche tecnologici. 
Quindi una delle condizioni della democrazia è la crescita culturale di un paese, tanto più i cittadini sono capaci di comprendere i difficili processi di una democrazia e quanto più divengono consapevoli dell'importanza di essere informati e partecipi. 
Altro punto dolente di alcune democrazie è l'informazione, quanto meno l'informazione è libera e indipendente tanto peggio  è per la democrazia; su questo punto in Italia non siamo messi benissimo con la carta stampata spesso soggetta a potentati economici e la informazione televisiva sotto il controllo del potere politico di turno.  
La democrazia quindi non è un punto di arrivo, ma è un costante lavoro di adattamento alla evoluzione della società e richiede un costante impegno da parte dei cittadini di controllare ed essere vigili

PS: sul tema vedi anche il post Perchè le nazioni falliscono)

domenica 4 maggio 2014

Joseph Stiglitz - Il prezzo della disegueguaglianza- Einaudi

Iniziamo con le recensioni di libri consigliati, perchè essere informati è il primo passo verso una maggiore consapevolezza.
Joseph Stiglitz è un economista, premio Nobel nel 2001, che ha scritto molti libri, l’ultimo uscito di cui parliamo  oggi è: Il prezzo della diseguaglianza - Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro-Einaudi
E’ chiaro dal titolo che il tema è la diseguaglianza, i dati dimostrano, infatti,  come negli ultimi 30 anni in quasi tutti i paesi occidentali la diseguaglianza economica sia aumentata. Quello che  Stiglitz mette in evidenza è che, da un lato, gli Stati Uniti  sono, in contrasto con il mito delle sogno americano, un paese dove le opportunità di migliorare il proprio status sociale siano piuttosto basse e minori di alcuni paesi europei (non certo l’Italia). Inoltre, l’1% della popolazione, che detiene una larga parte della ricchezza,  lo deve in minima parte all’effettive capacità  o contributo che fornisce alla società bensì sfruttando posizioni di rendita. 
Tale meccanismo altera anche le istituzioni  democratiche,  in quanto chi detiene la ricchezza ha anche la possibilità di condizionare pesantemente le scelte politiche, determinando una sempre minor partecipazione al voto e di fatto trasformando il sistema da «una testa un voto»  a «un dollaro un voto». Tale sistema ha fatto si che le scelte politiche si siano orientate a favorire, ad esempio, la deregolamentazione bancaria e finanziaria, con il conseguente crack del sistema che ha generato la crisi. Il sistema, poi, è cosi perverso che le stesse istituzioni finanziarie  hanno avuto dal governo  enormi aiuti economici  a spese dei contribuenti, magari continuandosi a elargire bonus del tutto immotivati. 
Alla fine del libro le conclusioni di  Stiglitz su cosa serve sono chiare: un sistema di regolamentazione delle istituzioni  finanziare e dei mercati che eviti le degenerazioni scaturite dai palesi conflitti di interesse e mancanza di controlli, e che assicuri una effettiva competitività dei mercati limitando le rendite da  posizione dominante; una  politica fiscale più progressiva, contrariamente alle tendenze dell’ultimo periodo che ha visto i ricchi  pagare sempre di meno; un ruolo determinate dello Stato nell’ evitare le distorsioni del mercato e assicurare  un welfare  decente e soprattutto una maggiore uguaglianza delle opportunità.