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mercoledì 15 gennaio 2025

Jamie Susskind- The Digital Republic- On Freedom and Democracy in the 21st Century

 L'autore del libro, Jamie Susskind, ha studiato storia e politica alla Università di Oxford e si è laureato in Giurispudenza ad Harvard, esercita la professione di avvocato e questo è il suo secondo libro.

Il tema del libro è il potere incontrollato dei giganti digitali, questi hanno lo straordinario  potere di modellare il carattere morale della società e che operano al di fuori dei canali tradizionali della politica. 

La crescita del potere digitale non è stata accompagnata dalla corrispondente crescita della responsabilità legale, una crescita veloce e quasi inarrestabile. L'autore, quindi, nel corso del libro cerca di mostrare le linee guida di quello che definisce repubblicanesimo digitale per contenere il potere della tecnologia digitale, i cui principi di base sono: la legge deve preservare le istituzioni di base necessarie per una società libera, la legge deve ridurre il potere della tecnologia digitale, la legge deve assicurare che la tecnologia rifletta i valori civici e morali delle persone, la legge deve assicurare che le leggi e regolamentazioni dello Stato siano le meno intrusive possibili. Questi principi rappresenterebbero un cambiamento di direzione rispetto a quello che l'autore definisce individualismo di mercato.

La tecnologia può cambiare il nostro comportamento tramite il condizionamento, inoltre può modificare la nostra visione del mondo,  infatti gli umani sono vulnerabili alle influenze cognitive, inoltre le cose negative tendono a catturare la nostra attenzione più  delle cose neutre o positive. Ogni scelta di fornire una determinata informazione è anche spesso una scelta di negare un altro tipo di informazione. In particolare il potere digitale si esplica in diverse forme: il potere di dettare le regole che gli altri devono seguire, il potere di controllare, il  potere di condizionare come le persone vedono il mondo e il potere di modellare le modalità di deliberazione democratica.

Una prima falsa credenza (fallacia della neutralità) è che un algoritmo tratti tutti allo stesso modo, anche perchè neutralità non è giustizia. Un altro problema è quella che l'autore definisce ideologia computazionale,  cioè trattare tutte le persone come meri dati che rischia di violare il principio che ogni persona conta.

Il potere è principalmente politico ed è permeato di valori, pregiudizi e ideologie. Il mercato fornisce il potere alle imprese tecnologiche a spese dei consumatori, per questo i problemi che sorgono dalle tecnologie digitali non possono essere curati dal mercato, come pure  i problemi del mercato non possono essere curati con la tecnologia. Alcune delle questioni sollevate dalla tecnologia sono così importanti e così intrinsecamente politiche che devono necessariamente essere soggette al dibattito democratico.

Uno dei problemi che viene evidenziato è la trappola del consenso, cioè che siamo continumente esposti a dare consensi su cose che non abbiamo il tempo ne le capacità di valutare, cioè siamo lasciati soli a negoziare i termini di impegno con i servizi digitali. Il problema fondamentale non è che non ci siano leggi ma che queste tendano a far decidere al business in maniera autonoma. 

In sintesi la tecnologia digitale esercita un potere, e la tecnologia non è neutrale e, infine, che questa tecnologia viene gestita in accordo principalmente con le logiche di mercato. Pertanto, il repubblicanesimo digitale deve avere alcuni principi il primo dei quali è di essere teso alla sopravvivenza dello stato democratico (preservation principle). Il secondo principio  è il domination principle ovvero ridurre il potere senza controllo della tecnologia digitale. Il terzo principio è il principio di democrazia, cioè che il disegno e sviluppo delle tecnologie digitali deve riflettere, per quanto possibile, i valori morali e civici dei cittadini. Infine, l'ultimo principio è che qualsiasi sistema di governance deve porre limiti al potere dello Stato (parsimony principle). 

In ogni democrazia, poi, sarebbe utile avere un organismo dedicato a pensare sistematicamente al futuro della tecnologia. In primo luogo sarebbero necessari degli organismi deliberativi pubblici di cittadini eletti a sorte con il compito di rispondere a questioni di principio sulle tecnologie digitali. Anche se esistono dei diritti individuali questi possono avere dei limiti quando i danni sono collettivi, per cui si rendono necessari dei rimedi collettivi tramite il rafforzamento collettivo degli standard e delle regole. Abbiamo fondamentalmente bisogno di contropoteri che limitino la sfida che pongono le tecnologie digitali. Ad esempio dovremmo avere degli organismi arbitrali di esperti indipendenti dallo Stato e dalle compagnie private. Sarebbero necessari anche dei meccanismi di certificazione come esistono in altri ambiti. Inoltre, sarebbe necessario promuovere la cultura per la quale chi prende importanti decisioni, in ambito tecnologico, sia obbligato a pensare attentamente alle responsabilità sociali. E' importante avere, inoltre, organizzazioni che abbiano meccanismi istituzionali per evitare fallimenti etici; ad esempio avere, per le persone che operano in ambito tecnologico, codici di comportamento e meccanismi disciplinari che li responsabilizzino, cioè un coerente sistema di regole e standards.

Per governare la tecnologia è necessario raccogliere informazioni sui sistemi e le imprese, servono comunque esperti. Esite una tensione tra le traparenza e la privacy, e la trasparenza non è una panacea ed esente da rischi. Abbiamo infatti necessità di una maggiore trasparenza nelle tecnologie digitali ma dobbiamo rispettare comunque gli aspetti tecnici e commerciali delle imprese. Un primo problema è la grandezza dei giganti digitali, purtoppo le leggi antitrust sono difficilmente applicabili al contesto digitale. Una politica antirust repubblicana considera sia il benessere del cittadino e sia  del consumatore, ma la priorità è quella del cittadino. Governare i dati è qualcosa di più che assicurare la privacy. Il consenso individuale deve essere affiancato da un un sistema di consenso collettivo garantito da una terza parte. Gli algoritmi poi sono troppo importatanti per essere lasciati al mercato poichè spesso hanno un impatto significativo sulle nostre vite, perchè prendono decisioni che sono politiche e morali. Gli algoritmi più rilevanti devono essere dunque allineati con gli standard morali della comunità nel contesto in cui vengono utilizzati.

Le piattaforme dei social media stanno già definendo i confini della libera espressione e decidendo la qualità della deliberazione democratica, queste infatti ordinano, filtrano e presentano le informazioni. La libertà di parola assoluta non è un opzione, alcune restrizioni sono necessarie per preservare una società civile. E' pertanto necessario un bilanciamento tra qualità e quantità di parola. Di fatto le piattaforme social operano per massimizzare i loro ricavi e ciò conduce a risultati nefasti in alcuni casi, esacerbando le divisioni sociali; creando inoltre  un sistema privatizzato di discussione che opera attraverso i consumatori piuttosto che i cittadini in accordo con regole mercantilistiche piuttosto che norme democratiche. In un certo modo siamo retrocessi a un livello  primitivo di discussione. 

Attualmente le piattoforme operano nella oscurità pertanto è necessaria una regolazione, come vi è stata negli USA per la radio e c'è attualmente in UK. D'altra parte i social media sono molto differenti dai giornali, infatti i social media collezionano una immensa mole di dati e il mondo dei giornali è molto piu decentralizzato e competitivo. In merito alla libertà di espressione vi è una profonda differenza tra l'approccio europeo e qullo americano, per gli europei la libertà di espressione è un bene comune e non individuale, pertanto deve essere assicurato in pratica il diritto alla libertà di espressione da un sistema di autogoverno. La libertà di espressione deve essere difesa dal dominio dello Stato ma anche a quello del privato. Le proposte per una regolazione delle maggiori piattaforme di social media sono che esse devono mettere in pratica un ragionevole sistema per: ridurre il flusso e la visibilità delle informazioni pericolose, evitare le molestie online, prevenire la interferenza straniera nel processo politico, mitigare gli effetti pericolosi di attività coordinate non autentiche e, soprattutto, incoraggiare la deliberazione civile su materie di importanza  pubblica. Infine, le piattaforme social dovrebbero rendere evidenti le loro politiche di moderazione.

Il libro è scritto molto bene con grande chiarezza e mette in evidenza i gravi problemi che sono inerenti alle tecnologie digitali e all'enorme potere incontrollato che le grandi coorporation hanno sulle nostre vite e anche sulla democrazia, pertanto ne consiglio vivamente la lettura. Il libro elenca non solo i principi ma anche molte proposte per limitare il potere e gli abusi delle grandi coorporation digitali. Anche se le proposte possono essere di difficile applicazione rappresentano delle soluzioni ai gravi problemi sollevati.  In UE, in particolare, è stato per fortuna emanato il regolamento GDPR,  che è un regolamento in materia di trattamento dei dati personali e di privacy, e quindi un certo passo in avanti è stato fatto, mentre negli USA, con l'amministrazione Trump, le cose purtroppo possono prendere una piega completamente diversa, basta vedere le ultime dichiarazioni e mosse di Zuckerberg.

lunedì 23 dicembre 2024

Michael Lind- La nuova lotta di classe- Elite dominanti, popolo dominato e il futuro della democrazia

 Michael Lind è professore alla Lyndon Johnson School of Public Affairs del Texas, analista politico-economico che scrive su molte testate influenti. Il libro affronta da un punto di vista politico la situazione economico-sociale delle democrazie occidentali. 

Il problema principale delle nostre società è il potere, il potere sociale si esprime in tre ambiti: governo, l'economia e la cultura, e in ciascuno di essi è sede di una lotta di classe. 

La lotta  di classe è iniziata con il processo di industrializzazione. Dopo la II guerra mondiale si è affermato nei paesi occidentali quello che l'autore definisce plurarismo democratico, grazie alla presenza di alcuni mediatori: i partiti politici di massa, i sindacati e associazioni varie (agricole e religiose). Dopo gli anni settanta questo sistema si è indebolito con la nascita di quello che l'autore definisce neoliberismo tecnocratico, grazie alle delocalizzazioni e arbitraggio globale del lavoro, portando alla riduzione del potere dei mediatori. Questa situazione sta provocando una controreazione in tutti i paesi occidentali con la nascita dei cosiddetti populismi.

La nuova divisione di classe può essere condiderata tra insider e outsider. Da una parte abbiamo una "superclasse" di manager e professionisti con istruzione universitaria, dall'altra è quella delle classi operaie locali. Abbiamo inoltre  un mercato del lavoro diviso, cioè lavoratori con stipendi diversi anche a volte a parità di mansione, cioè due segmenti che sono in concorrenza (classe operaia di nativi vs immigrati). Vi è anche una divisione geografica tra chi vive nei quartieri costosi e chi vive nei quartieri perifierici e i sobborghi, che l'autore definisce rispettivamente hub e entroterra, divisione che riflette il divario sociale.

Segue una ricostruzione storica con la nascita del plurarismo democratico a partire dal New Deal (liberalismo dei gruppi di interesse) e poi nei paesi europei dopo la II guerra mondiale, grazie anche alla situazione internazionale della guerra fredda. In seguito, grazie alle idee neo liberiste, nasce la cosidetta rivolta delle èlite che con la globalizzazione permette alle aziende l'arbitraggio globale del lavoro portando all'indebolimento delle istituzioni che davano potere anche alla classe operaia, partiti politici di massa e sindacati. 

Le due classi in realtà non sono compatte nello schieramento politico, da una parte la superclasse ha una destra liberista e una sinistra con un liberismo moderato (es. Clinton e Blair), la classe operaia è divisa tra una sinistra piu tradizionale e una destra di populismo conservatore, entrambe le classi hanno forme di centro politco. Questo ha portato ha portato a un cambiamento nei partiti tradizionali in USA e in Europa, riflettendo la mutevole composizione di classe; abbiamo quindi una sinistra che rappresenta anche classi agiate e che vivono negli hub, e una destra che fa presa su molti operai che vivono nell'entroterra, basta vedere le ultime elezioni americane o anche quelle italiane. Abbiamo due visioni estreme della politica  tra un neoliberismo tecnocratico con una èlite di esperti al potere che, in teoria, dovrebbe garantire il benessere pubblico, e il populismo che vuole personaggi forti con un rapporto quasi mistico con le masse. L'autore comunque difende il populismo dalle demonizzazioni delle èlite tradizionali. L'ondata populista è una reazione difensiva piuttosto che semplicemente dovuta a  macchinazioni dei russi o rigurgiti fascisti e autoritari (vedi ad es. idee di Polanyi sulle  reazioni della società al mercato).

Varie sono le proposte fatte dalle èlite tecnocratiche per ridurre i problemi delle classi meno agiate, ad esempio il "redistribuzionismo" con crediti di imposta e reddito universale o le  teorie antimonopoliste, ma ciascuna proposta, oltre ad essere difficilmente sostenibile anche sul piano economico, non risolve il problema di fondo ovvero lo squilibrio di potere tra le classi.

Dato che il problema di sbilanciamento del potere nasce  dall'indebolimento di certe forme di istutuzioni: partiti politici di massa, sindacati, ecc., vi è la necessita di nuove istituzioni associative, che l'autore definisce "corporazioni" in ambito economico, "circoscrizioni" in ambito governativo e "congregazioni" in ambito culturale. Per esempio in ambito economico dovrebbe essere ricostituito il trialteralismo nella contrattazione tra manodpera e capitale. In ambito politico l'obiettivo è ricostruire un localismo permettendo alla gente comune di vivere la politica da partecipanti e inoltre accrescere il potere della classe operaia con agenzie indipendenti con partecipazione popolare, che compensino e controllino apparati burocratici centralizzati.

Rimane il problema della sovranità esterna, cioè salvaguardare il pluralismo democratico dalle influenze della globalizzazione e degli organismi e accordi internazionali (vedi Rodrik). Questo vuol dire che gli Stati si dovrebbero impegnare anche per una globalizzazione selettiva, con ad esempio politiche selettive per la immigrazione nell'interesse della produttività nazionale e cercando di limitare il mercato del lavoro diviso.

Il libro è interessante nel fornire  una visione politica e sociologica della situazione attuale dei paesi occidentali, anche se di fatto ricalca molte delle analisi che abbiamo visto in altri libri. La sua divisione delle classi è chiaramente una semplificazione di una realtà molto più complessa, i lavoratori professionisti e della conoscenza hanno sicuramente  meno problemi delle classi operaie, ma i veri depositari del potere sono coloro che muovono le file delle grandi corporation industriali e finanziarie (vedi qui) che si sono arricchiti grazie alla globalizzazione. D'altra parte anche le professioni piu elevate potranno essere a richio con lo sviluppo della Intelligenza Aritficiale. Indubbiamente il problema di fondo è la perdita di potere contrattuale di larga parte della popolazione che o non vota più o si rivolge al populismo, che non è la soluzione. 

Certo bisogna creare qualcosa di nuovo per ristabilire il potere dei cittadini e rivedere la democrazia (vedi ad esempio qui) ma anche come indicato da Rajan con la suo terzo pilastro delle comunità locali. Al momento la situazione è piuttosto difficile con la vittoria del populismo ma anche con il rigurgito di destre estreme. Dato che le rivoluzioni non le fà il popolo serve un èlite che promuova il cambiamento.

La sinistra democratica ha sbagliato quasi tutto negli ultimi 30 anni, perdendo il suo popolo; è stata infatti acquiesciente a politiche economiche troppo pro-mercato, non avendo capito che la immigrazione era un tema da affrontare con maggiore attenzione, non avendo sottolineato che la globalizzazione creava grossi problemi. Serve, quindi, in primo luogo una profonda autocritica e presa di coscienza, servono poi persone nuove e preparate che sappiano indirizzare la politica nazionale verso una direzione che dia maggiore potere ai cittadini e gli dia speranza di un futuro migliore. Come abbiamo visto nei libri che ho recensito le analisi della situazione sono chiare e molti autori concordano sui problemi, forse le soluzioni sono più complicate da mettere in atto ma le idee ci sono, speriamo che tra i giovani emergano nuove forze in grado di portare avanti questa battaglia, le alternative infatti sono piuttosto cupe.