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giovedì 11 dicembre 2025

Niall Kishtainy-A Little History of Economics

 Ho letto questo libro per curiosità ma soprattutto per vedere le differenze con il mio libro. Il libro è scritto molto bene, suddiviso in piccoli capitoli in cui Kishtainy, che insegna storia economica alla London School of Economics, descrive un autore e le sue idee economiche, le idee sono spiegate in maniera semplice con esempi pratici presi dalla vita quotidiana.

Il libro ripercorre la storia delle teorie economiche partendo dai Fisiocratici e Mercantilisti, prosegue poi con gli economisti classici arrivando ai giorni nostri con le teorie economiche più recenti, questo rappresenta un ulteriore aspetto positivo del libro in quanto arriva alle teorie più nuove che in genere sono poco trattate dai libri divulgativi di storia economica. Di fatto rispetto al mio libro le teorie riportate sono quasi sovrapponibili anche se io ho tralasciato alcuni autori che Kisthainy riporta, l'unico che manca completamente nel suo è Roegen l'economista rumeno eterodosso.

La differenza maggiore con il mio libro è che sugli economisti piu importanti, ad esempio Smith o Keynes, e in generale ho cercato di illustrare le teorie in maniera più approfondita e in qualche caso anche più analitica. Nel complesso un libro che, per chi non sa niente di economia, merita di essere letto, il mio libro in compenso può servire ad accrescere la conoscenza  della economia e ed essere base anche per studi piu approfonditi, visto che ho indicato anche una bibliografia  ragionata di riferimento. 

giovedì 10 luglio 2025

Charles P. Kindelberger - Manias, Panics and Crashes- A History of Financial Crisis

 Il libro che recensimo oggi non è un libro nuovo, la prima edizione è del 1978 e l'ultima del 2000, si tratta comunque di un libro fondamentale sull'analisi delle crisi e, pertanto, immancabile per chi è interessato alla economia. L'autore, Kindelberger, è stato professore di Economia al MIT per 30 anni.

Il libro inizia con la scelta di un modello di riferimento, quello che l'autore sceglie è quello di Minsky, di cui abbiamo parlato più diffusamente qui. Minsky ha dato molto rilievo, nella genesi delle crisi  finanziarie, al debito contratto soprattutto tramite leva finanziaria per l'acquisto di asset per successiva speculazione. Le crisi, per Minsky, iniziano con un shock esterno che altera le opportunità di profitto. Il boom è invece alimentato da una espansione del credito bancario, con lo sviluppo di nuovi strumenti di credito. Tutto ciò porta a euforia e quello che l'autore definisce "overtrading", e l'euforia è generata da una sovrastima dei profitti, portando a un comportamento che esula dal comportamento razionale. Durante il boom crescono nel tempo gli interessi, la circolazione monetaria e i prezzi. Ma quando qualcosa fa precipitare la crisi i prezzi declinano, le bancarotte aumentano e aumenta la corsa verso la liquidità. Ovviamente il modello ha i suoi limiti ma ben rappresenta le crisi finanziarie internazionali che sono lo scopo del libro.

L'autore passa poi ad analizzare la speculazione, affermando che la razionalità è un assunzione a priori piuttosto che una corretta rappresentazione della realtà. La razionalità individuale può coesistere con la irrazionalità del tutto. La speculazione nasce da uno spostamento (displacement) di qualche caratteristica del sistema. Inizialmente la speculazione non assume aspetti irrazionali e solo dopo che i guadagni in capitale prendono il sopravvento, con due tipologie di speculatori, gli insider che destabilizzano e fanno crescere i prezzi che poi calano a spese degli outsider che comprano ai massimi. Questi "displacements" possono essere causati da: guerre, cambiamenti politici, ma anche modifiche monetarie e finanziarie, come deregolamentazioni di banche e istituzioni (vedi ad es. crisi del 2008 nota mia). Gli obiettivi della speculazione sono invece molto variabili. Le manie speculative comunque crescono quasi sempre attraverso la espansione della moneta e del credito, e la espansione monetaria è sistematica e endogena al sistema nonostante i tentativi di controllare la massa monetaria; infatti la moneta è un costrutto elusivo difficilmente controllabile, le politiche monetarie possono moderare i boom ma è difficile che riescano ad eliminarli del tutto (vedi anche qui crisi recenti). Inoltre, le crisi commerciali e finanziarie sono intimamente connesse con condotte che sono al limite della moralità e della legge, in particolare alcuni tipi di truffe (swindles). Le truffe crescono con la prosperità e incrementano negli stress finanziari. Le cosidette bolle, causa di molte crisi, possono essere o non essere truffe vere e proprie, ad esempio la bolla del Mississippi non lo è stata. Le speculazioni sono state aiutate spesso dal gionalismo che definisce venale. Le forme di imboglio sono tantissime e spesso vicine alla linea di confine tra legalità e illegalità. L'autore fornisce poi un lungo elenco di casistiche storiche.

La euforia e l'angoscia sono spesso seguite dal panico. Lo stress commerciale riflette uno stato di sofferenza mentre lo stress finanziario piuttosto una situazione di azzardo. Le cause di logorio (distress) sono difficili da distinguere dai sintomi, che sono: aumento della domanda di liquidità, aumento dei tassi di interesse, crescita delle bancarotte, fine del rialzo dei prezzi di alcuni assets, sintomi che il meccanismo del credito ha superato i normali limiti. In ogni caso la essenza dello stress finanziario è la perdita di confidenza. Quando lo stress finanziario è seguito da una crash o dal panico la sua durata puo essere breve o molto lunga (anni). La causa remota delle crisi è la speculazione e la estensione del credito, la causa prossima può essere un qualunque fatto che spinge le persone ad abbandonare assets in favore della liquidità. Un crash è infatti il collasso dei prezzi degli assets o anche il fallimento di una azienda o banca molto importante. La caduta dei prezzi riduce il valore del collaterale, induce le banche a ridurre i prestiti, porta alla svendita di titoli e merci, inducendo ulteriore riduzione dei prezzi con in successione riduzione di prezzi e aumento di fallimenti. I boom e i crash si diffondono poi attraverso i mercati e le nazioni.Una degli obiettivi principali della speculazione è il  mercato immobiliare, i casi storici sono molti ultimo dei quali, ovviamente non citato, è la crisi dei subprime del 2008.

Boom, stress finanziaro si trasmettono tra le varie economie nazionali tramite una varietà di connessioni: arbitraggio di materie e di titoli, movimenti di denaro e, a volte, pura psicologia. Il deprezzamento di un dato bene può produrre bancarotte e fallimenti anche a lunga distanza. Una data nazione può diventare inflazionistica e il boom si trasmette tramite le fuoriuscite di capitale, segue un dettagliato elenco e disamina delle principali crisi internazionali dal 1700 in poi.

Nei due ultimi capitoli affronta il tema del prestatore di ultima istanza (lender of last resort)  a livello nazionale. Il concetto di prestatore di ultima istanza non è un prodotto degli economisti ma è scaturito dalla pratica del mercato. Nel corso del tempo sono stati utilizzati come prestatori di ultima istanza il tesoro, a volte le banche private sino ad arrivare alle banche centrali, in ogni caso il mercato ha bisogno di un stabilizzatore. I problemi che sono sorti nello utilizzo di un prestatore di ultima istanza sono molti, in particolare oltre a chi interviene e in che quantità molto dipende dai tempi, se cresce un boom questo va rallentato senza diffondere il panico, è importante aspettare per intervenire sulle aziende insolventi ma non troppo per evitare che la crisi si estenda anche alle aziende solventi. Infine, esaminina il tema del prestatore di ultima istanza a livello internazionale. Di fatto la storia mostra che i paesi che erano il centro finanziario del mondo, con l'aiuto di altre nazioni, hanno tentato di svolgere questo ruolo, ma di fatto che questo ruolo non era svolto pienamente da nessuno sino al 1931, e le crisi finanziarie sono state mediamente lunghe di cui l'autore fornisce molteplici esempi. La lezione del 1931 però non fù sufficentemente compresa, a Bretton Wood fu creato il FMI con fondi limitati, inoltre lo FMI si occupava di crediti non di creazione di moneta. Si dimostrò pertanto impossibile mantenere la convertibilità delle monete e i controlli di capitale perchè i movimenti di denaro presero a  fluire in maniera sempre più massiccia. 

Nelle conclusioni l'autore asserisce che la presenza del lender di last resort ha ridotto la durata delle depressioni, anche se molti errori sono stati commessi,  e  ci sono altri fattori in gioco. In ogni caso piuttosto che rifome globali del sistema finaziario, piuttosto difficili da realizzare, Kilderberger propone alcuni miglioramenti nel funzionamento del FMI.

E' un libro che ritengo assolutamente interessante da leggere, ricco di esempi storici e di considerazioni interessanti ed equilibrate. Sarebbe stato interessante vedere come l'autore avrebbe affrontato la recente crisi del 2008, dove i problemi del credito, delle innnovazioni finanziarie e le interconnessioni tra le economie hanno mostrato come ancora le crisi sono possibili e devastanti, nonostante le presunte assunzioni sulla razionalità dei comportamenti. In questo le analisi di Minsky si dimostrano ancora valide, come pure si è evidenziata una mancanza di un vero lender di last resort a livello internazionale, nonostante l'impegno della FED e la insipienza della Europa (vedi qui). In ogni caso il libro dimostra che le crisi sono molto più numerose e comuni di quanto gli economisti spesso raccontano e che, nonostante abbiamo imparato con fatica alcune cose, ancora i pericoli sono presenti e non affrontati in maniera strutturale.

sabato 9 novembre 2024

Todd G. Buchholz - New Ideas From Dead Economist - An introduction to modern economic thought

 Ho letto il libro dell'economista americano  Todd Buchholz perché è un libro di storia economica che volevo confrontare con il mio: Le idee dell'economia.

Il libro parte dall economia classica trattando nell'ordine: Adam Smith, Ricardo, Malthus, Marx, e Stuart Mills. Prosegue la trattazione storica con Marshall e i marginalisti. Un capitolo è dedicato agli istituzionalisti: Veblen e Galbraith. Vengono trattati in maniera piuttosto approfondita sia Keynes e sia Friedman. Un capitolo è  dedicato alle teorie della Public Choice. Nella parte finale tratta alcune teorie più recenti come le aspettative razionali e la behavioral economics. 

Nel complesso è  un libro piacevole, che tratta gli argomenti in maniera semplice con esempi relativi alla vita reale, quindi è un libro che si legge bene, l'unico problema, per chi non conosce l'inglese, è  che non è tradotto in italiano e lo trovate solo in lingua originale.

Il mio libro rispetto a questo è un poco più rigoroso, con qualche formula e dettagli in più. Inoltre, nel libro di Buchholz trovo alcune mancanze importanti: Schumpeter e le teorie della crescita da Harrod sino a quelle più recenti di Solow, come pure non accenna ad A. Sen, J. Stiglitz, e molto altro. Il mio libro risulta quindi più completo anche se anche io ho fatto delle scelte  tralasciando  Veblen e ho  appena accennato alle Public Choice. Comunque vi consiglio di leggerli entrambi e fatevi la vostra opinione in merito.

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mercoledì 20 marzo 2024

Robert J. Shiller- Economia e narrazioni- Come le storie diventano virali e guidano i grandi eventi economici.

 Questo è l'ultimo libro di Robert Shiller, economista e premio Nobel di cui abbiamo recensito un altro libro: Phishing for Phoolos. Il libro tratta della importanza delle narrazioni nella economia. Le narrazioni, o meglio le costellazioni di narrazioni, hanno avuto importanza nella storia dell'uomo e quindi anche sulle vicende economiche. Le narrazioni economiche sono come le epidemie crescono lentamente poi raggiugono un picco per poi tendere a scomparire. L'autore riporta poi una serie di principi che regolano le narrazioni economiche. Nella seconda parte elenca e fa la storia delle principali narazioni economiche che hanno preso piede nell'ultimo periodo. Tra queste narrazioni citiamo: panico e fiducia, frugalità vs consumo vistoso, gold standard vs bimetallismo, macchine e automazione che riduono il lavoro, bolle immobiliari e finanziarie. 
Le conclusioni dell'autore sono che sicuramente le narrazioni hanno importanza in economia, anche se la relazione tra queste e l'andamento economico è complesso, pertanto lo studio delle narrazioni andrebbe maggiormente indagato dagli economisti. 
Un libro interessante come argomento, con dettagliate ricostruzioni storiche che comunque risulta non  facilmente leggibile; a mio parere un libro molto meno riuscito dei precedenti di Shiller.



lunedì 4 dicembre 2023

Daron Acemoglu-Simon Johnson- Power and Progress: Our Thousand-Year Struggle Over Technology and Prosperity

Gli autori del libro sono: Kamer Daron Acemoğlu un economista americano di origine turca che insegna al Massachusetts Institute of Technology (MIT), di cui abbiamo recensito: Perchè le nazioni falliscono, e Simon H. Johnson economista britannico-americano che insegna alla Sloan School of Management del MIT.

Il tema del libro viene chiarito sin dall'introduzione: la crescita della prosperità, che abbiamo avuto, non si deve all' avanzamento del progresso tecnologico per se ma al fatto che la direzione dell'avanzamento tecnologico è stata indirizzata a beneficio di tutti e non solo di una piccola élite. Questo si è ottenuto grazie ai cittadini e ai lavoratori che hanno sfidato le scelte delle élite dominanti forzando a loro vantaggio i guadagni del progresso tecnologico. Il progresso non è mai automatico, una visone più inclusiva della tecnologia emerge solo se gli equilibri del potere si modificano. Purtroppo negli ultimi tempi i lavoratori hanno visto invece i loro redditi reali diminuire, la disuguaglianza può aumentare a causa della innovazione. Anche se cresce la produttività questa non si traduce in un aumento di domanda di lavoro. L'automazione aumenta la produttività media ma spesso non fa crescere, o addiritura diminuire, la produttività marginale del lavoratore. Ciò porta all'aumento dei profitti e della quota di reddito del capitale a scapito di quella del lavoro. Nel XX secolo, invece, la automazione non ha ridotto la domanda di lavoro perche accompagnata da miglioramenti e riorganizzazioni  che hanno prodotto nuovi compiti e attività per i lavoratori.

La direzione del progresso, e quindi chi vince e chi perde, dipende dalla visione predominante nella società. Questa visione dipende dal potere di persuadere; la forza delle idee dipende dal fatto che siano semplici, supportate da una storia convincente e intrigante, con un velo di verità, e le storie ripetute sono spesso vincenti. Una idea vincente dipende dal potere, dai mezzi e dal prestigio di chi la propugna. Inoltre, le istituzioni politiche ed economiche determinano chi ha le migliori opportunità di persuadere gli altri. Lo  status sociale è infatti conferito da norme e istituzioni.

Il potere economico e politico determinano chi ha il potere di agenda. La visione della tecnologia permea ogni aspetto della economia e della società. Tutto ciò spiega la necessità di avere forze che si controbilanciano e facciano da contrappeso alla visione dominante, creando istituzioni che permettano di creare spazio a idee che possano influenzare l'agenda. 

Il vantaggio della democrazia risiede nell'incoraggiare diverse prospettive e uno dei suoi maggiori vantaggi è, appunto, di evitare la tirannia delle visioni ristrette. Le scelte tecnologiche sono definite dalla visione dominante e tendono a rinforzare il potere e lo status di coloro che stanno modellando la traiettoria della tecnologia e le scelte teconologiche possono essere molte con esiti diversi. Segue una storia della evoluzione tecnologica e della produttività. Sino a tutto il medioevo i migliormenti produttivi non ebbero effetti sugli standard di vita dei lavoratori, lo scarso surplus andava tutto a una piccola elìte.  I progressi tecnologici e organizzativi, seppur proclamati nell'interesse generale, spingevano sempre più verso il basso la gran parte della popolazione. I benefici del progresso cominciarono ad essere condivisi solo quando le elìte non ebbero più la forza di imporre la loro visione ed estrarre il surplus dalle nuove tecnologie. Il vero progresso si ebbe comunque nel XIX secolo quando si trasformò la relazione tra industria e scienza, quando il metodo scientifico divenne sempre più importante per la innovazione industriale. 

La prima rivoluzione industriale invece fu più opera di intraprendenti inventori senza una vera formazione scolastica che facevano parte di una classe media in cerca di un avanzamento sociale; questo gruppo  fu cruciale per la nascita della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, grazie al declino della società feudale dovuto alla crescita dei commerci atlantici che fece emergere una nuova classe media. Comunque questo progresso fu vantaggioso solo per gli imprenditori e una classe ristretta mentre le condizioni dei lavoratori peggiorarono ancora, con condizioni di lavoro disumane e poco salubri con aumento dell' inquinamento; la rivoluzione industriale si rivelò quindi inizialmente come  un disastro sanitario.

 Fu solo nella seconda metà dell'ottocento che incominciarono a crescere i salari e migliorarono le condizioni sanitarie e questo grazie a un processo di riforme politiche ed economiche. Ad esempio furono le ferrovie una tipica trasformazione tecnologica che aumentò la produttività ma generò nuove opportunità di lavoro. In ogni caso la innovazione tecnologica non conduce di per se all'innalzamento dei salari ma questo si ottiene solo grazie ad un aumento del potere contrattuale del lavoratori. I decisori politici divennero attenti alle responsabilità sociali solo quando furono sottoposti a pressioni da parte dei votanti. Fu quindi l'aumento di poteri che si contrapponevano a permettere di  distribuire i vantaggi di una maggiore produttività.

La crescita in seguito anche negli altri paesi fu generata dalle nuove tecnologie ed ebbe due aspetti fondamentali, da una parte la innovazione non produsse la sola riduzione dei costi ma fu in grado di creare nuove attività ed opportunità, inoltre si svilupparono strutture istituzionali  che rafforzarono il potere dei lavoratori e la  regolazione del governo. La riduzione del lavoro dovuto alla automazione fu più che compensata dalla creazione di nuove opportunità di lavoro. 

Lo sviluppo della produzione di massa, trainato anche dalla produzione delle auto, generò domanda in tutti i settori creando nuovi posti di lavoro e distribuzione della ricchezza prodotta. Questo aumento della ricchezza distribuita lo si deve anche alla forza del movimento operaio. La introduzione sempre piu massiccia delle tecnologie digitali che si sono sviluppate nell'ultimo periodo hanno, invece, dei  risvolti negativi per il lavoro, portando a una modifica della quota di ricchezza a favore del capitale e, quindi, una diminuizione della quota a favore del lavoro. La perdita di potere contrattuale  del lavoro si è rispecchiata in un indebolimento del sindacato. Tagliare i costi divenne un imperativo, con sempre più nuove macchine e algoritmi che sostituiscono lavoratori. Questo ha aumentato le disuguaglianze riducendo lavoro  e retribuzione  a medio basso skill. Il reindirizzamento di alcune lavorazioni all'estero ha pure contribuito alle disuguaglianze ma il maggior ruolo lo ha avuto la direzione dello sviluppo tecnologico. 

La direzione dello sviluppo tecnologico si fonda sull'emergere di una ideologia (o distopia) che ha spinto in una direzione anti-lavoro, cioè l'idea che il mercato non regolato sia favorevole all'interesse della nazione e della società. Questa visione ha giustificato qualsiasi modo per fare soldi, incoraggiando le corporations a incrementare i profitti con qualsiasi mezzo e spostando la bilancia a favore dei manager rispetto ai lavoratori. Il lavoro è cosi diventato sempre più un costo che una risorsa. 

Altrettanto pericolosa si sta rivelando la introduzione dalla IA (Intelligenza Artificiale) con l'ambizione di automatizzare anche i compiti meno routinari. Purtroppo la direzione della IA sembra più quella di sostituire gli umani piuttosto che complementare il loro lavoro. Piuttosto che fissarsi sulla intelligenza delle macchine bisognerebbe focalizzarsi sulla loro utilità (machine usefulness).

Le macchine dovrebbero essere al servizio degli uomini  come complemento delle loro capacità, possono quindi aumentare la produttività dei lavoratori. La IA sta aumentando il potere nelle mani delle élite tecnologiche, mentre le tecnologie digitali non dovrebbero essere usate solo per automatizzare il lavoro.

La IA ha anche un ulteriore aspetto negativo, infatti come dimostra la Cina ma anche altri paesi, non esclusi quelli democratici, l'uso dell'IA  può servire a combattere il dissenso ed aumentare la sorveglianza sui cittadini. Quindi l'IA può aumentare il potere degli stati autoritari. 

Un altro aspetto è relativo alle piattaforme social che hanno spesso dimostrato di diffondere più le false informazioni che la verità, questo perché le piattaforme guadagnano quanto più c'è attenzione sui post e questa è mossa da forti emozioni quali sdegno e indignazione. L'approccio delle élite tecnologiche è di base antidemocratico perché le scelte sono in capo a poche persone. 

Stiamo assistendo a una traiettoria  antidemocratica sotto la spinta del profitto. L'IA e le tecnologie digitali rischiano così di soffocare la democrazia e favorire le derive autoritarie. Dobbiamo dunque intervenire per reindirizzare la tecnologia che si sta indirizzando verso l'automazione, la sorveglianza e  la raccolta di dati dei cittadini. Le scelte relative alla tecnologia dovrebbero essere un criterio fondamentale di scelta da parte degli investitori nel valutare le imprese e i loro effetti.

Non possiamo reindirizzare la tecnologia senza poteri che si controbilanciano, e non possiamo costruire poteri che si contrappongano senza basarsi sulle organizzazioni della società civile

Abbiamo quindi bisogno di organizzazioni non solo a livello locale ma di tipo generale e multilivello. Sono vitali le organizzazioni civili che coordinino i consumatori e permettano loro di agire in maniera collettiva piuttosto che individuale. Le tecnologie digitali potrebbero avere un ruolo benefico nel coltivare nuove e migliori comunità on line. Le architetture digitali potrebbero essere disegnate per aiutare deliberazioni e dialogo piuttosto che per attirare attenzione e provocazioni. 

Devono essere sviluppate specifiche politiche per incoraggiare innovazioni benefiche socialmente: sussidi e supporto a tecnologie più user-friendly per i lavoratori, programmi di formazione per i lavoratori, introduzione di meccanismi di controllo sui dati e la loro proprietà, smembramento dei giganti del web, tassazione della pubblicità digitale. In particolare è importante ridurre le forme più intrusive di sorveglianza dei lavoratori e regolare la raccolta dei dati di cittadini e consumatori, sussidiare tecnologie che aumentino la quota e produttività del lavoro. Inoltre, dobbiamo incoraggiare le tecnologie che aumentino la complementarietà e lo sviluppo dei lavoratori. Importante è anche riformare il sistema di tassazione affinchè si equalizzino le imposte tra lavoro e capitale. Importante è  inoltre aumentare il livello degli investimenti in formazione per i lavoratori. 

Reindirizzare le tecnologie richede un lavoro per identificare quelle tecnologie che comportano  benefici sociali. Piuttosto che cercare di introdurre meccanismi complicati di trasferimenti, la società dovrebbe rafforzare le sue attali reti di protezione sociale, combinando questo con un significativo aumento dei lavori ben pagati, ciò potrebbe essere un vero reindirizzamento della tecnologia. L'autore si manifesta piuttosto contrario al reddito universale perché quello che serve è, soprattutto, creare nuove opportunità di lavoro, come pure il reddito minimo non è una soluzione sistemica.

La direzione dello sviluppo tecnologico, che può portare la disuguaglianza, non è data ma è una scelta della società. La tecnologia dipende dalla visione e la visione è connessa con il potere sociale, e il mondo accademico gioca un ruolo centrale visto che le univeristà formano i giovani talenti di domani; purtroppo il mondo accademico ha perso buona parte della sua indipendenza a causa della crescita dei finanziamenti delle aziende, per questo è importante ristabilire la sua indipendenza. 

L'autore conclude che le riforme proposte nel libro sono difficili da realizzare, per questo ci vuole un cambiamento di narrazione per riorganizzare le persone affinchè la pressione sociale riesca a modificare la traiettoria della tecnologia.

Un libro come si vede molto ricco di spunti e informazioni, che tocca un punto importante a volte sottovalutato, cioè che la direzione della tecnologia è molto influente e spesso viene vista come solo benefica quando non lo è. Avevo trattato qui il  tema della evoluzione tecnologica esponendo le mie perplessità ed evidenziandone i rischi, credo che i nostri politici dovrebbero prendere sul serio gli avvertimenti del libro, in particolare sui rischi della IA. Per fortuna il tema è stato sollevato da più parti ma non vedo una vera presa di coscienza, inoltre i grandi player digitali e i social network hanno già dimostrato di aver avuto peso nelle ultime competizioni elettorali, condizionando la democrazia, per cui diventa urgente porre un freno e un limite al loro potere, vedi qui.

domenica 10 settembre 2023

Guido Maria Brera- Dimmi cosa vedi tu da li'

 Oggi il libro che recensisco non è un saggio ma un  romanzo, romanzo keynesiano come lo definisce l'autore. Autore del libro è Guido Maria Brera, fondatore e gestore di un hedge fund, quindi un uomo della finanza che comunque ha compreso che il mercato non è la risposta ai nostri problemi.

lIl libro è un viaggio nel tempo e nello spazio sulle orme dello scomparso economista Federico Caffè. Un viaggio nello spazio e nei luoghi di Roma dove ha vissuto e lavorarato il professore, ma anche luoghi dove l'autore ha vissuto come Londra. È anche un viaggio nel tempo inseguendo le evoluzioni della teoria economica, mentre il professor Caffè rimaneva fermo nelle sue convinzioni che la politica economica fosse votata alla riduzione delle diseguaglianze, a garantire il benessere di tutti, a una critica al profitto per pochi conseguito a spese della dignità del lavoro e giustizia sociale. Il professor Caffè vede quindi, con disappunto, affermarsi la corrente di pensiero economica (Friedman) che pone il mercato al centro e lo Stato come nemico, forse è anche la delusione di non riuscire a modificare questo percorso della teoria economica a spingere il professor Caffe' a sparire un giorno senza lasciare tracce. Il libro si conclude con una ipotetica ultima lezione postuma del professore nelle aule della Università La Sapienza. 

Un libro piacevole ben scritto, che con leggerezza ricorda la figura del professor Caffè e le incongruenze e gli errori di certa economia mainstream.

venerdì 1 settembre 2023

Martin Wolf - The Crisis of Democratic Capitalism

 Martin Wolf è un famoso editoralista economico del Financial Times, autore di diversi libri, questo è il suo ultimo lavoro.

La prima parte del libro tratta del rapporto tra democrazia e capitalismo. Il benessere della nostra società dipende dal mantenimento di un delicato equilibrio tra economia e politica, tra individuo e collettività, tra nazione e il resto del mondo. La principale spiegazione per la crescita dei populismi (di destra e sinistra) è dovuta alla delusione sul sistema economico attuale, la democrazia ha perso legittimità. E' necessario, quindi, trovare un nuovo equilibrio tra economia di mercato e politica economica. Le libertà non possono essere assolute ma devono essere limitate attraverso la regolazione, la legislazione e i limiti costituzionali. Il capitalismo democratico si basa su alcune virtù della popolazione ed in particolare delle elìte.

Nè la politica e nè la economia possono funzionare senza una sostanziale onestà. La sopravvivenza della democrazia liberale dipende dalla separazione del controllo delle risorse economiche dal potere politico. 

La lealtà alla comunità politica e la lealtà alle sue componenti è condizione necessaria per la salute di ogni sistema politico democratico (senso di identità). Segue poi una analisi della evoluzione del capitalismo democratico, in cui il ruolo dello Stato è stato quello di creare l'ambiente legale e regolatorio all'interno del quale opera una economia capitalistica, ma una nazione è fondamentalmente una entità politica e non economica, mentre il  capitalismo è invece tendenzialmente globale. Negli ultimi due secoli democrazia e capitalismo sono evoluti e la loro interazione li ha modellati. 

Il recente capitalismo globale ha portato profondi disordini sociali ed economici, e la situazione delle democrazie occidentali sta profondamente peggiorando. Ma cosa è andato storto? La maggioranza delle persone ha perso la fiducia in un sistema che non fa niente per loro, e le condizioni economiche influenzano pesantemente le opinioni politiche. Nazionalità, etnicità, religione assumono grande importanza quando il sistema economico è sotto attacco. 

La crescente diseguaglianza di benessere economico ha accresciuto il potere del denaro, la democrazia è in vendita. La trasformazione del mercato del lavoro ha portato alla crescita del lavoro precario, per il 70% dei cittadini dei paesi ricchi il reddito è rimasto stagnante, minando la fiducia nel futuro. La crescita del capitalismo (da rendita) nell'ultimo periodo ha i seguenti aspetti:

  • spostamento del focus da beni a servizi;
  • nuovi lavori a basso skill;
  • svuotamento della classe media;
  • globalizzazione;
  • impatto delle tecnologie sul mercato del lavoro;
  • crescita attività finanziarie; 
  • crescita delal retribuzione dei top manager;
  • elusione fiscale.
Ciò ha portato alla crescita del populismo: i meno istruiti e meno abbienti sono diventati anti élite; le vecchie coalizioni impegnate nella redistribuzione del reddito e nelle riforme sono quasi scomparse.

Le democrazie occidentali non sono state in grado di alimentare e garantire quel tipo di cittadinaza che esse richiedono. Mentre la speranza richiede fiducia, la paura richiede solo un nemico da additare. Un aspetto fondamentale del capitalismo democratico è che nessuno sia al di sopra della legge, nessun business sia al di sopra del mercato, nessun politico sia al di sopra degli elettori e nessun individuo sia esente dalla critica pubblica.

A questo punto l'autore indica alcune soluzioni (tornare al New Deal). Per una prosperità sostenibile servono: stabilità macroeconomica, investimenti,  innovazione, sostenibilità e apertura alla economia mondiale.  Per la stabilità macroeconomica evidenzia come politiche monetarie estreme possono essere pericolose mentre una espansione fiscale può migliorare la sostenibilità fiscale. Un errore è fare troppo affidamento sulla domanda privata basata sul credito ma anche su quella del governo tramite  la Banca Centrale. 

E' necessario inoltre ridurre la instabilità finanziaria. Il motore della crescita è la innovazione e il governo dovrebbe premiare l'investimento privato. Sottolinea poi il problema della immigrazione che crea cambiamenti a lungo termine sulla natura della popolazione, per questo va adeguatamente gestita. 

La politica dovrebbe sostanzialmente assicurare che i lavoratori abbiano redditi adeguati e vengano trattati con dignità e rispetto. Indica, inoltre, che bisogna investire in maniera sostanziale nelle politiche attive del lavoro con sussidi temporanei; va bene il reddito minimo ma bisogna sopratutto alzare le retribuzioni più basse e limitare i differenziali. Non c'è invece ragione per sovvenzionare scuole e università che sono accessibili a pochi privilegiati. Il welfare state può essere considerato come un sostituto della assicurazioni private, che sono sempre incomplete. Non è favorevole al reddito universale semplicemente perche insostenibile. Un buon welfare, piuttosto, dovrebbe dare alle persone la possibilità di fare ciò che non sarebbero in grado di poter fare e assicurarle contro rischi che non possono affrontare. Deve essere, inoltre, assicurata una maggior trasparenza delle aziende e le retribuzioni eccessive dei manager devono essere riviste. 

La influenza delle aziende deve essere limitata e il ruolo dei soldi nella politica deve essere controllato e reso ben visibile. Richezza e potere devono essere separate. Infine, l'attuale sistema di tassazione è profondamente ingiusto e va cambiato, così come vanno limitati gli abusi dei paradisi fiscali. 

Un capitolo è dedicato a come deve essere rinnovata la democrazia. Spesso i voti vengono raccolti sulla base di identità tribali. La democrazia necessita piuttosto: di un sistema di votazione equo, di politici professionisti, di esperti disinteressati, istituzioni indipendenti e diritti civili universali. Fondamentale è che le persone siano leali verso le istituzioni democratiche e i cittadini siano consapevoli di avere obblighi reciproci. La meritocrazia è desiderabile ma non può essere il sistema dominante di valori in una stabile democrazia. Un ruolo importante lo devono svolgere i partiti, ponte tra elettorato e potere, ma non devono disporre del denaro privato, cioè subire il controllo delle lobbies. Propone anche alcuni cambiamenti alla democrazia  con la creazione di una camera del merito, indipendente dal governo, formata con persone che hanno raggiunto particolari risultati nella vita, per promuovere studi su importanti aspetti politici. Infine, auspica un senato non eletto ma sorteggiato (vedi qui) per creare una assemblea deliberativa su questioni particolarmente divisive. Un altro aspetto imporatante è quello dei media. Laddove ci siano sistemi di informazione pubblica di qualità (es. BBC) vanno difesi e essere da esempio per altri paesi. Utilizzare una tassa sul digitale per per promuovere questo tipo di servizio e la informazione indipendente locale.

Dobbiamo rendere le nostre democrazie più forti rinforzando il patriottismo civico, migliorando la governabilità, decentralizzando e diminuendo il ruolo dei soldi in politica. 

Rendere il governo più responsabile e avere i media che supportano la democrazia piuttosto che distruggerla.

Un capitolo è dedicato al capitalismo nel mondo. Le più grandi minacce alla sopravvivenza della democrazia liberale sono fondamentalmente domestiche, vengono da una politica povera e da risposte inadeguate ai cambiamenti economici e tecnologici, anche se rimane importante gestire le relazioni globali. Un alleanza tra democrazie liberali stabili è un requisito indispensabile per la salute della democrazia. Bisogna comunque assicurare lo sviluppo dei paesi più poveri e assicurare il fluire di capitale privato alle economie in sviluppo. L'occidente deve valorizzare i suoi punti di forza e proteggere i suoi asssets strategici e bisogna cooperare su obiettivi comuni. 

Le conclusioni del libro sono che le persone hanno il diritto  di poter fare il meglio per se e inoltre il diritto ad aver voce nelle decisioni pubbliche. La forza più potente per il successo di una democrazia è una comune identità. Le basi della legittimità per una democrazia sono una diffusa prosperità e giuste regole del gioco. Il fragile matrimonio tra democrazia e capitalismo richiede il difficile equilibrio tra individuo e comunità, tra pubblico e privato, tra libertà e responsabilità, tra economia e politica, tra denaro ed etica, tra elìte e popolo, tra cittadini e non cittadini, tra nazione e globalità. 

Dobbiamo adattare gli obiettivi dei riformatori del passato alle necessità del presente. Più grande è la diseguaglianza, la insicurezza, il senso di abbandono, la paura per inimmaginabili cambiamenti e il senso di ingiustizia, piu vulnerabile al collasso è il fragile equilibrio che permette di far funzionare il capitalismo democratico. Soprattutto senza una decente e competente élite la democrazia perirà. La democrazia sopravvive solo se da opportunità, sicurezza e dignità alla grande maggioranza delle persone. Se agiamo e pensiamo come cittadini la comunità democratica può sopravvivere  e chi dirige le aziende dovrebbe comprendere che hanno obblighi verso la società che ha reso possibile la loro esistenza. La politica deve essere infine suscettibile alla influenza dei cittadini e non dei più ricchi.

Come si vede dalla lunga recensione è un libro che affronta molti temi e aspetti. E' un libro quindi interessante e anche piacevole da leggere di cui consiglio la lettura. Interessante è anche notare come Wolf, nel corso del tempo, da sostenitore del mercato sia passato ora su posizioni diciamo più keynesiane. 

Sulle crescenti difficoltà delle democrazie occidentali, la nascita dei populismi e le loro cause, sostanzialmente conferma le tesi di molti altri libri che abbiamo recensito. Quando il mercato prende il sopravvento sullo Stato e la Democrazia (vedi qui e qui) aumentano le diseguaglianze e le persone perdono fiducia nelle istituzioni democratiche. Anche le soluzioni ai problemi della crisi del capitalismo democratico che propone le abbiamo sostanzialmente già ritrovate in altri libri: limitare la finanza e lo strapotere delle corporation, le retribuzioni eccessive dei manager, il sistema di tassazione regressivo, sono tutte cose che sono state scritte. Sulla necessità di leadership preparate ne ho parlato spesso su questo blog, ovviamente serve anche una certa dose di etica. Interessante notare anche la proposta di creare quacosa di diverso dalle semplici e ormai in difficoltà democrazie rappresentative, come ad esempio la camera del merito e  il Senato a sorteggio. 

Importante anche il focus sul problema dei media e della informazione di cui anche su questo ho parlato spesso nel blog; sarebbe giusto e bello avere una RAI non lottizzata sul modello BBC, inoltre abbiamo bisogno di sviluppare molta più informazione libera e indipendente che da noi è una rarità.  

Rimane il problema di ricreare il senso di comunità, lavoro difficile ma si potrebbe partire dalle tante ONLUS che fanno volontariato utile alla comunità; dovremmo finanziare strutture e modalità per aumentare il dibattito politico e la informazione politica dei cittadini. C'è molto lavoro da fare, le persone più preparate lo stanno dicendo in vario modo da tempo, devo dire che in Italia siamo in alto mare con una legge elettorale che ha persino tolto la possibilità di scegliere i candidati lasciando tutto in mano alle segreterie politiche, di partiti politici sempre meno rappresentativi e autoreferenziali, ma tanto da noi si fanno tante chiacchere su problemi del tutto marginali.

sabato 11 marzo 2023

Zachary D. Carter- Il Prezzo della pace.

Quello di cui parliamo oggi è l’ultima biografia di John Maynard Keynes scritta da uno dei giornalisti economici e politici americani più famosi. Di Keynes abbiamo parlato molto in questo blog, in particolare qui , qui e qui; pertanto, non mi dilungherò troppo sulla teoria economica keynesiana.

Il libro abbraccia tutta la vita di Keynes, che quindi comprende il primo '900 dalla prima guerra mondiale alla fine della seconda guerra mondiale. Nel corso della sua vita Keynes vede svanire il tipo di vita spensierata e bohemienne del suo periodo giovanile e, soprattutto, la fine dell impero britannico. Keynes era un genio come conferma lo stesso Bertrand Russel che afferma: " L'intelletto di Keynes era il più acuto e chiaro che io abbia mai conosciuto". Era, sopratutto nelle parole dell'autore: "L'ultimo degli intellettuali illuministi che perseguivano la teoria politica, l'economia e l'etica in un progetto unitario".

Il libro quindi ripercorre la vita privata e soprattutto pubblica di Keynes. Keynes non era inizialmente un economista i suoi studi erano indirizzati alla matematica e, infatti, il suo primo libro è il Trattato sulla probabilità. Inizia ben presto a diventare consigliere del governo inglese, prima in India e poi alla Conferenza di pace del 1919. Sarà questa esperienza e il suo caustico libro di memorie: Le conseguenze economiche della pace, a dargli la notorietà e anche una discreta fortuna economica che saprà ben gestire diventando piuttosto benestante. Nel corso della sua carriera le sue idee economiche si distaccano sempre più dalle teorie tradizionali. Inizialmente con i suoi libri sulla moneta, Saggio sulla riforma monetaria  e Trattato sulla moneta, prende le distanze dal Gold Standard

Nella maturità pubblica il suo capolavoro: La Teoria generale della occupazione, dell'interesse e della moneta. In questo libro famoso, ma alquanto complesso e non facile da leggere, esporrà le sue idee rivoluzionarie.  Il libro è pervaso dalla incertezza, le persone prendono le decisioni senza conoscere cosa avrebbe riservato il futuro. Stigmatizza che i sistemi finanziari hanno potentemente amplificato la capacità del denaro di trasformare la paura in sofferenza. I mercati non sono in grado di misurare con precisione il valore degli investimenti, quando gli investimenti dovrebbero avere l'obiettivo sociale di  sconfiggere le forze oscure del tempo e dell'ignoranza. 

E' la incertezza del futuro a rendere le folle soggette a calamità sia nella finanza sia nella politica. Arriva al punto di sminuire la importanza del lavoro in un economia monetaria, il lavoro è un trucco contabile per consentire il consumo. 

La Teoria generale implicava che i governi dovessero intervenire di volta in volta nelle operazioni di mercato per correggere ecccessi e squilibri. La crescita del capitale non era poi il risultato di un riparmio virtuoso da parte dei ricchi bensì un sottoprodotto della crescita del reddito delle masse. Anche le sue idee sul libero scambio erano mutate, il libero scambio rischiava di diventare una lotta a somma zero per la sopravvivenza delle nazioni. Infine, evidenzia che il problema non risiede nella scarsità e che la condizione e la organizzazione della società non erano esigenze inevitabili per risorse insufficienti, il problema non era quindi la scarsità ma la cattiva gestione.

In estrema sintesi la sua era una visione di una società che doveva entrare in un era di socialismo liberale che definiva: "Un sistema in cui possiamo agire come una comunità organizzata per scopi comuni e promuovere la giustizia sociale ed economica rispettando e proteggendo l'individuo: la sua libertà di scelta, la sua fede, la sua mente e la sua espressione, la sua impresa e la sua proprietà."

La domanda con cui l'autore chiude il libro, a cui non da risposta, è perchè  il patto keynesiano di pace, eguaglianza e prosperità, che dovrebbe essere irresistibile in una democrazia, fu effimero e fragile? Conclude comunque con una frase di speranza: " Nel lungo periodo siamo tutti morti. Ma nel lungo periodo quasi tutto è possibile".

In sintesi un libro molto ben documentato e scritto in maniera chiara, che abbraccia un periodo temporale che va dal inizio novecento sino ai giorni nostri e che merita, ampiamente,  di di essere letto.


domenica 12 febbraio 2023

J. Bradford De Long - Slouching Towards Utopia

Questo è l’ultimo libro di Bradford De Long, storico dell’economia, che insegna alla Università di Berkley. Si tratta di un libro storico economico che abbraccia quello che l’autore definisce il lungo XX secolo, che va dal 1870 al 2010. Perché parta dal 1870 è chiaro, perché a partire da quell’anno la crescita economica, sostanzialmente limitata al cosiddetto nord economico (Nord America, Europa, e poi anche Giappone), assume ritmi mai visti nei periodi precedenti. Questo aumento della crescita si deve ad alcuni fattori, in primo luogo la evoluzione tecnologica che diviene più organizzata con la nascita dei laboratori di ricerca pubblici e privati, lo sviluppo delle organizzazioni nelle industrie in grado di far crescere la produzione in modo organico e scientifico, e la globalizzazione dei mercati grazie alla diminuzione dei costi di trasporto. 
Grazie all’aumento della produzione e della produttività si riesce, almeno nel nord del mondo, a uscire dalla trappola malthusiana, cioè al fatto che l’aumento di produttività riesce a superare l’aumento della popolazione, che per Malthus era il problema che limitava le possibilità di benessere lasciando la maggioranza della popolazione nella indigenza e povertà.
La storia è fatta di idee, vedi ad esempio la citazione di Keynes nel frontespizio del mio blog, ma anche di personalità individuali che fanno la differenza. Da una parte abbiamo le idee pro mercato, in particolare Hayek, per cui è il mercato che riesce meglio di tutto a creare le condizioni per la crescita economica, che l’autore sintetizza nella affermazione: il mercato da, il mercato prende, benedetto sia il mercato. D’altra parte c’è il pensiero di Polanyi per cui il mercato tende a considerare principalmente i diritti di proprietà mentre le persone credono fermamente di avere altri diritti, questo crea tensione nella società che tende ad opporsi agli esiti del mercato lasciato a se stesso. C’è poi una via di mezzo tra queste due visioni che è quella di Keynes di cui abbiamo parlato molto in questo blog, il quale afferma che il mercato lasciato libero tende, sovente, a creare situazioni di crisi e depressione per cui necessita di un intervento dello Stato per evitare cadute di domanda e quindi disoccupazione. Abbiamo inoltre le idee nazionalistiche che sono quelle da cui è nata la I guerra mondiale. Le idee di Marx hanno anche segnato il XX secolo, in particolare la Rivoluzione Russa che, grazie a Lenin, nasce nel paese meno sviluppato industrialmente, al contrario di quanto preconizzato da Marx. La nascita del URSS ci regala la versione reale del socialismo che poi porta a Stalin, all’autoritarismo e ai suoi orrori. Come reazione si sviluppano in Europa i movimenti fascisti, in Italia, in Spagna e poi il nazismo in Germania con Hitler con lo scoppio della II guerra mondiale e ulteriori orrori, morte e distruzione. Negli Usa si sviluppa la Grande Depressione che porta disoccupazione e miseria ma crea le condizioni della presidenza di F.D Roosvelt che fa nascere  negli USA uno Stato più sociale e con legislazioni più vicine a quelle europee. Il secondo dopoguerra è caratterizzato da una parte con i paesi occidentali (e anche il Giappone) che, grazie al piano Marshall, si riprendono dalle macerie della guerra e si pongono le basi per una straordinaria crescita economica ma anche con riforme sociali e democratiche con diminuzione delle diseguaglianze, tanto che questi anni vengono chiamati i gloriosi trenta. Dall’altra parte della cortina di ferro la crescita economica sembra inizialmente tenere il passo con quella occidentale ma, con il tempo, il divario di benessere e prosperità economica si fa sempre più grave fino alla implosione della URSS e di tutto il sistema di paesi dell’est. Sono comunque poche, in queste periodo, le economie che riescono a svilupparsi economicamente, in particolare le cosiddette tigri asiatiche (Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Hong Kong) mentre rimangono indietro sia l’America Latina e soprattutto l’Africa. Con la crisi petrolifera degli anni ‘70 le idee keynesiane, che erano state dominanti nel dopoguerra, entrano in crisi non riuscendo a domare inflazione e recessione, nasce quindi la controrivoluzione neoliberale con le idee di Friedman e Scuola di Chicago. Si apre una nuova fase di grande globalizzazione che porta alcune economie, prima relativamente depresse, a una decisa crescita economica, in particolare i paesi dell’est europeo e soprattutto la Cina, paese marxista che intraprende una trasformazione economica in senso capitalistico rimanendo sotto il controllo della establishment comunista. Inoltre, le ricette neo-liberiste che inizialmente sembrano funzionare, ci regalano con la derugulation delle attività finanziare una gravissima crisi economica nel 2008, la cosiddetta Grande Recessione. In particolare, se a livello mondiale la crescita economica diminuisce le diseguaglianze di reddito tra i paesi, la globalizzazione porta alla delocalizzazione nei paesi occidentali di molte attività manifatturiere, si perdono molti posti di lavoro ben pagati e aumentano le diseguaglianze con i ricchi sempre più ricchi e la riduzione della classe media. Questo porta a malcontento e disaffezione per la politica incapace di dare una risposta ai problemi che la globalizzazione crea. Sono i partiti progressisti a pagare di più, con politiche troppo prone al mercato e alle idee liberiste, infatti perdono consensi a favore di formazioni nuove, con la crescita dei “populismi” come ad esempio Trump negli USA o i movimenti politici variegati che vediamo nascere in Europa.
Alla fine del libro l’autore non offre soluzioni, il cammino verso la Utopia (cioè una società più ricca ma più giusta e democratica) è stato molto incerto con passi avanti e numerosi stop, il 2010 per l’autore rappresenta lo spartiacque verso qualcosa che non conosciamo.
Il libro è un bel libro, scritto molto bene, interessante e quindi vi consiglio caldamente di leggerlo.
A questo punto come ulteriore commento faccio alcune considerazioni generali visti gli ampi temi trattati dal libro. Come ho già scritto e ipotizzato qui la storia ci ha insegnato che una crescita equilibrata di una nazione si ha solo quando mercato, Stato e democrazia sono forti e si controbilanciano. Quando si afferma il mercato e le sue ideologie, aumenta la crescita economica ma aumentano anche le diseguaglianze. Inoltre, una crescita economica guidata dal mercato porta ad un uso indiscriminato delle risorse naturali senza tener conto dei limiti ambientali e fisici (Roegen), comporta anche spesso la distruzione di ecosistemi, inquinamento e, infine, come vediamo i cambiamenti climatici. La soluzione non è neanche uno Stato troppo forte, come abbiamo visto soprattutto nei paesi del socialismo reale, con una crescita economica asfittica, scarso benessere e in più al prezzo della perdita della libertà. Serve più democrazia ma non servono i populismi che cavalcano lo scontento con spesso proposte irrealistiche, servono cittadini più informati, più consapevoli della importanza del voto e della necessità del loro controllo sulle istituzioni democratiche. 
Certo non è facile riuscire a mantenere questo difficile equilibrio, le condizioni cambiano e le spinte, anche esterne, possono modificare situazioni stabili, come abbiamo visto anche nazioni progredite hanno avuto nel passato cadute in regimi totalitari. Contano anche le individualità, le élite economiche e intellettuali dovrebbero far emergere i loro migliori elementi e portarli ad assumere incarichi pubblici, a volte questo è successo in passato, forse meno nei periodi recenti. Sembra che la politica sia ultimamente appannaggio di persone poco preparate che tentano la carriera politica come unica scorciatoia per il successo senza aver svolto alcun attività pratica prima e senza neanche studi adeguati. Purtroppo il mondo contemporaneo è molto complesso e affrontarlo con politici che non hanno esperienza e neanche una preparazione culturale adeguata e molto pericoloso, e il populismo alimenta questa tendenza, anche se d’altra parte le forze economiche tendono a favorire invece persone, magari preparate, ma che sono espressione dei loro interessi particolari, mentre dovremmo avere al potere persone preparate ma animate dalla volontà di essere al servizio della comunità.

mercoledì 3 agosto 2022

John Quiggin - Zombie Economics- Università Bocconi Editore

Pur non essendo un libro recentissimo, 2010, è un libro valido e interessante per cui vale la pena recensirlo.

Il libro è fondamentalmente una critica alle idee della teoria economica recente, idee assurte alla notorietà ma con scarsi fondamenti e risultati pratici, tanto da non potersi più considerare idee valide, idee di fatto morte ma non del tutto, zombie appunto, perché qualcuno cerca ancora di riproporle o ristabilirne la validità.
Le idee che nel corso del libro l'autore critica sono:
  • la grande moderazione, ovvero che si fosse raggiunto un periodo di stabilità economica;
  • la ipotesi dei mercati efficienti, cioè che i prezzi generati dai mercati finanziari fossero la migliore stima del valore di un investimento;
  • l'equilibrio generale dinamico stocastico (DSGE), la idea che la macroeconomia possa essere rigorosamente individuata da modelli microeconomici basati sul comportamento individuale;
  • la idea del “gocciolamento” (trickle-down), cioè che le politiche che favoriscono i ricchi finiscono per favorire tutti;
  • le privatizzazioni, ovvero che i privati possano fare generalmente meglio dello Sato in qualsiasi settore.

La grande moderazione nasce a fine anni '90, quando il boom economico produce inizialmente un periodo di crescita dei redditi dopo un periodo di stagnazione. La espressione viene coniata da Bernanke (ex capo della FED) per definire una nuova era di grande stabilità, ai più sembrava che il ciclo economico fosse stato domato. Per gli economisti liberisti la giustificazione risiedeva nel fatto che le idee del liberismo economico avevano prodotto una prolungata prosperità. In realtà, al di sotto di un apparente stabilità, giacevano equilibri insostenibili e rischi non gestiti, al contrario di quello che pensavano gli economisti mainstream per cui i mercati finanziari erano in grado di gestire i rischi grazie anche alle politiche delle banche centrali; i rischi infatti sarebbero stati gestiti meglio dagli individui e imprese piuttosto che dai governi. D'altra parte gli economisti keynesiani e non allineati (es. Minsky) ritenevano che senza una adeguata regolazione l'instabilità finanziaria sarebbe prima o poi esplosa. Secondo l'autore, sebbene gli aggregati finanziari sembravano più stabili, individui e famiglie sperimentavano rischi e instabilità crescenti. A causa di ciò le famiglie, per mantenere i livelli dei consumi a fronte di redditi sempre meno sicuri, hanno risposto indebitandosi, quando la crisi è arrivata sono arrivate le difficoltà a ripagare i debiti (mutui) con la successiva esplosione della crisi economica che ha colpito tutte le attività e i paesi.
La gestione del rischio, per Quiggin, non può rimanere solo individuale ma riguarda la gestione sociale e collettiva dei rischi. Inoltre i cicli economici sono profondamente radicati nella economia di mercato e, purtroppo, certe teorie ci hanno spinto a dimenticare le lezioni del passato.
La ipotesi alla base alla idea dei mercati efficienti è che il prezzo di un attività sul mercato finanziario non solo rappresenta la stima migliore del suo valore ma anche la migliore possibile date le informazioni disponibili. I prezzi generati dalle borse, pertanto, sono la stima migliore del “giusto prezzo”. Corollario di queste idee è che non possono esserci “bolle” nei prezzi della attività finanziarie, queste idee hanno pertanto spinto la enorme crescita del mercato finanziario.
Anche se la ipotesi dei mercati efficienti presenta molte manchevolezze teoriche e soprattutto pratiche, è stata la crisi del 2008 a determinarne la morte definitiva. I mercati finanziari, asserisce l'autore, possono infatti generare bolle che la politica economica dovrebbe evitare ricorrendo a più strumenti: politiche macroeconomiche e regolamentazione. Le innovazioni finanziarie andrebbero trattate con cautela e andrebbero proibiti intrecci tra sistemi finanziari protetti e non protetti.
Una economia mista è indubbiamente migliore della pianificazione centralizzata o del totale laissez -faire, la grande difficoltà, ammette Quiggin, è determinare il giusto mix tra pubblico e privato.

La teoria dell' equilibrio generale stocastico dinamico (DSGE) parte dalle teorie dell'equilibrio generale di Arrow e Debreu che a sua volta rappresentano un evoluzione di quelle di Walras (vedi anche qui e vedi capitolo dedicato all'equilibrio sul mio libro).
I modelli di equilibrio generale prevedono mercati completi e perfettamente concorrenziali, escludendo di fatto recessioni e fenomeni reali di ciclo.
Per evitare questi problemi i modelli DSGE accettano che salari e prezzi possano essere lenti ad aggiustarsi e che vi siano squilibri fra domanda e offerta, pertanto i modelli DSGE prevedono la possibilità di disoccupazione e bolle, non prevedono però la possibilità di un collasso generale. I modelli DSGE prevedono una gestione macroeconomica basata sul controllo dei tassi di interesse (Regola di Taylor), di fatto non sono stati in grado di prevedere la crisi rivelandosi inutili ancorché molto sofisticati. 
Per costruire una teoria generale macroeconomica l'autore afferma che essa deve includere boom e depressioni, che non possono essere trattati solo come deviazioni marginali e temporanee dell' equilibrio generale. La economia è inserita in una complessa struttura sociale e c'è una interazione continua tra sistema economico e la società. 
La fiducia sociale e la confidenza negli affari non possono essere ridotti alla psicologia individuale (micro-fondazioni economiche), derivano invece da interazioni economiche e sociali fra le persone. La validità generale dell'approccio keynesiano risiede nel fatto che il comportamento macroeconomico è una proprietà “emergente” del sistema economico (vedi anche qui) piuttosto che da spiegazioni microeconomiche. Quiggin comunque avverte che le prescrizioni di politica macroeconomica vanno impiegate in maniera coerente durante tutto il ciclo sia per ridurre la domanda in eccesso nei periodi di boom e sia per stimolare la domanda durante le recessioni.

L'economia del gocciolamento è forse la idea più semplice ma anche quella con meno basi teoriche. La si può derivare dalla cosiddetta curva di Laffer, cioè che all'aumentare della tassazione sui redditi si ha una punto in cui vi è convenienza a non lavorare e produrre, con riduzione del reddito complessivo e quindi anche delle entrate fiscali. Da qui la idea che riducendo le tasse si creerebbe più crescita che, a cascata, favorirebbe anche i meno abbienti (gocciolamento). In realtà, anche se la riduzione delle tasse può produrre più risparmi e investimenti, il risultato è un aumento straordinario delle diseguaglianze, per cui i ricchi stanno ancora meglio mentre i meno abbienti no. Tutto ciò è riscontrabile nelle statistiche economiche dei paesi più avanzati, USA in testa. Anche se abbiamo avuto più disponibilità di beni sottocosto, per effetto della globalizzazione, ciò è stato più che compensato da una crescita della diseguaglianza soprattutto nei servizi cruciali (istruzione, sanità, ecc.). La crescita della diseguaglianza ha anche eroso molto della possibilità di uguaglianza delle opportunità, e una società più egualitaria, secondo moltissimi studi, funziona meglio.

La idea sottostante le privatizzazioni è che il privato è più efficiente dello Stato nella gestione e allocazione degli investimenti, idee iniziate da Friedman e dalla teoria della Public Choice. Inoltre, questa idea rappresenta un indubbio vantaggio  per il sistema finanziario. mentre per i governi ha  rappresentato un modo per risolvere i problemi di finanza pubblica. L'idea delle privatizzazioni si sviluppa sotto la Thatcher nel Regno Unito per diffondersi a macchia d'olio. I risultati non sono stati confortanti, basti vedere, ad esempio, la privatizzazione delle ferrovie britanniche o da noi la privatizzazione delle telecomunicazioni e delle autostrade per capire che non sono state sempre un successo. Le privatizzazioni possono funzionare  se non si tratta soprattutto di monopoli naturali e in generale se il ricavato dal governo eccede il valore del flusso dei ricavi futuri, cosa che normalmente viene sottostimata a priori con in genere maggiori vantaggi per i privati che non per lo Stato. 
Nelle conclusioni al libro l'autore ribadisce le sue posizioni: i cicli economici non possono esser domati e non bisogna, per  tracotanza, ignorare le lezioni del passato. Lo Stato, con il suo welfare, ha un ruolo cruciale nella gestione del rischio e aiuta alla stabilizzazione dell'economia, il rischio lasciato agli individui porta alla diseguaglianza. 
In sintesi le sue raccomandazioni, per una futura e migliore teoria economica, sono:
  •  più realismo e meno rigidità;
  • maggiore focus sulla diseguaglianza e meno sulla efficienza;
  • più umiltà e meno tracotanza.
Il libro è molto approfondito e molto interessante. Su ogni argomento traccia la storia delle idee dalla nascita alle sue confutazioni e ai suoi fallimenti con grande dovizia di informazioni. Richiede, per essere ben compreso, di una preparazione di base (che può darvi il mio libro). Nella edizione italiana ci sono per ogni capitolo dei capitoli di spiegazione degli economisti Barucci e Messori. Tali interventi sono finalizzati ad approfondire i temi ma contengono comunque le idee dei due economisti italiani, per quanto utili trovo che l'aggiunta dei capitoli appesantisca la lettura del libro piuttosto che facilitarla.

domenica 20 marzo 2022

Keynesiano nel breve, Schumpeteriano nel lungo

Se qualcuno mi chiede se sono keynesiano in genere, sorridendo, dico di essere keynesiano nel breve (periodo) e schumpeteriano nel lungo (periodo). Anche se è una battuta c'è del vero.

Infatti, Keynes non ha mai nascosto di non essere interessato al lungo periodo con la sua  famosa frase: "Nel lungo periodo siamo tutti morti". Di fatto la sua teoria economica esposta in gran parte nel suo libro: La Teoria Generale (della occupazione, dell'interesse e della moneta), è essenzialmente una teoria del breve periodo. La analisi  di Keynes si concentra sulla domanda cosiddetta effettiva, cioè quella che si genera effettivamente nella realtà. L'elemento determinante sono gli investimenti, infatti questi sono l'elemento più variabile e sono condizionati dagli imprenditori (animal spirits), la volontà di investire dipende dalle prospettive di guadagno, ovvero quanti profitti posso fare al netto degli interessi che devo pagare sull'investimento che ho intrapreso. Se le prospettive sono buone avremo investimenti sufficienti, che a loro volta guidano l'occupazione e quindi il reddito complessivo, e tutto ciò si somma in una domanda complessiva che è sufficiente a mantenere una  offerta che garantisce una piena occupazione; viceversa prospettive cattive deprimono gli investimenti e a catena reddito e occupazione creando una situazione di stagnazione. Data la importanza degli investimenti nel generare reddito e occupazione e la loro criticità, Keynes propone una "socializzazione degli investimenti", ovvero lo Stato deve assumersi il ruolo di guida degli investimenti nei periodi di crisi, direi anche perché è l'unico soggetto che ha un orizzonte di lungo termine, mentre l'investitore privato ha un orizzonte generalmente orientato al breve; soprattutto in quegli investimenti, ad esempio le reti di infrastrutture, che sono investimenti di lungo termine e che inoltre favoriscono lo sviluppo di una nazione. In questo si vede un aspetto di Keynes che non è di breve termine. Infatti, anche se è vero che propone al limite di scavare e coprire buche nei periodi di crisi pur di creare lavoro e reddito, Keynes aveva in mente soprattutto gli investimenti, piuttosto che le spese correnti, per favorire la crescita, mentre forse alcuni suoi epigoni si sono fatti prendere troppo la mano sulla effettiva efficacia di tutte le spese del governo. 

Detto questo, quindi, che fa di Keynes un economista non solo interessato al breve termine, Schumpeter non si pone minimamente il  problema di come risolvere le crisi che assillava  Keynes. Per Schumpeter la economia è per sua natura ciclica, infatti nel suo poderoso libro, Business Cycles, illustra che vi sono ben quattro cicli dell'economia, alcuni più brevi e alcuni più lunghi, tali cicli sono determinati essenzialmente dalle evoluzioni tecnologiche. La spiegazione della nascita dei cicli è in parole semplici la seguente: gli imprenditori, che sono l'elemento fondamentale per Schumpeter, sono alla ricerca di innovazioni tecnologiche o di processo, se riescono a trovarne di efficaci, questo gli da un vantaggio competitivo che spiazza i concorrenti. Si genera, alimentato anche dalla finanza (vedi Carlota Perez), un periodo di crescita economica, ma la crescita economica e le innovazioni tendono, col tempo, ad affievolirsi e così anche la crescita, dando luogo a un rallentamento che sfocia poi in una crisi, tale crisi pone le basi per un ulteriore ciclo di innovazione. Quello che descrive Schumpeter è abbastanza vicino alla realtà, forse i cicli economici non sono così precisamente determinati in termini temporali, ma che sia la tecnologia a produrre la crescita è ormai abbastanza assodato, vedi ad esempio l'analisi della crescita di Solow, anche se, come abbiamo visto in molti dei libri e articoli che abbiamo recensito, la crescita economica e lo sviluppo tecnologico funzionano bene solo  se sono accompagnati da un miglioramento istituzionale e culturale della società

Quindi, qualsiasi analisi economica seria non può prescindere dalle idee e dalle intuizioni schumpeteriane, anche se è pur vero che senza le idee keynesiane le crisi durerebbero di più, vedi la differenza tra la crisi del 1929 e quella del 2008. Inoltre, le idee keynesiane sono servite a creare nei paesi democratici occidentali, e non solo, le condizioni di stabilità economica e finanziaria per tutto il primo periodo del dopoguerra. 

Quindi se la teoria economica oggi è un poco meno cieca ed è più capace di interpretare i fatti economici lo dobbiamo a questi due grandissimi economisti del '900.

giovedì 14 ottobre 2021

Robert Skidelsky -What's Wrong With Economics

 Il libro che recensiamo oggi è di Robert Skidelsky di cui abbiamo parlato qui in relazione al suo libro di biografia di Keynes. Il tema di questo libro è più ampio, cioè cosa c'è di sbagliato nella scienza economica (economics). 
La accusa che muove l'autore alla cosiddetta scienza economica  è fondamentalmente metodologica, l'errore fondamentale non risiede in qualche specifica dottrina ma nei metodi che la economia utilizza nel raggiungere le sue conclusioni, la sua debolezza sta nel generalizzare sulla base di assunzioni troppo semplicistiche. Inoltre, la incapacità di validare empiricamente le sue ipotesi più importanti tende a portarla verso la ideologia.
L'individualismo metodologico, che caratterizza l'economia, omette le relazioni tra gli individui stessi riducendo le strutture sociali a transazioni economiche. I modelli economici tendono ad essere ciechi di fronte al ruolo del potere nel definire le relazioni economiche.
L'economia tratta di desideri e mezzi, i fini sono semplicemente cosa le persone desiderano, il tutto connesso al concetto di scarsità, ma spesso la scarsità nasce dalle strutture sociali e politiche (scarsità artificiale), restrizione artificiali della offerta. 
L'unico scopo valido dell'economia dovrebbe essere l'abolizione della povertà. La questione relativa alla crescita e al ruolo dello Stato e delle istituzioni rimane insoluta in economia, anche se di fatto la crescita economica è stata guidata dalla Stato piuttosto che dal mercato, e il commercio è stato uno strumento della politica nazionale piuttosto che un libero commercio. Purtroppo le prescrizioni della economia mainstream prevedono, per la crescita dei paesi più arretrati, la liberalizzazione dei mercati finanziari, la riduzione delle barriere tariffarie, le privatizzazioni e la riduzione della spesa pubblica, mentre un requisito fondamentale per la crescita è piuttosto uno Stato forte e non corrotto.
La storia ha infatti  dimostrato che le nazioni non liberalizzarono per diventare ricche, piuttosto hanno liberalizzato dopo essere diventate ricche. Un altro concetto economico è quello dell'equilibro, concetto relativo a un sistema fermo, senza assunzioni irrealistiche sul comportamento umano l'esistenza dell'equilibrio tra domanda e offerta non può essere dimostrata. Le leggi economiche hanno una valenza molto minore di quelle delle scienze naturali.
 Creare modelli significa creare una semplice struttura teorica che rappresenti la realtà, e il mondo sociale difficilmente è stazionario, l'economia cerca quindi di rimuovere i potenziali disturbi. I modelli economici non possono essere considerati una replica semplificata dei reali comportamenti, piuttosto creano un comportamento consistente con i loro modelli. Alla economia è impedito usare il metodo sperimentale delle scienze naturali. L'econometria non riesce a sostituire gli esperimenti, tramite essa è difficile isolare le ipotesi da testare dalle altre ipotesi e le correlazioni che trova non sono delle relazioni causali, rivelando la sua debolezza. 
L'economia quindi è solo rivestita da un aura scientifica, a causa della inconsistenza dei suoi modelli e la incapacità dei modelli di spiegare i fatti osservati, riuscendo quindi a fornire solo predizioni qualitative piuttosto che quantitative. Non ci sono leggi economiche valide in ogni tempo e luogo, al massimo le teorie possono fare delle predizioni approssimativamente valide per periodi limitati. La economia neoclassica si basa sul "homo economicus" ovvero l'uomo razionale, le deviazioni dalla razionalità vengono considerate non sistemiche, mentre la behavioural economics ha mostrato le deviazioni dalla razionalità ed errori sistematici, non confermando pertanto il modello di homo economicus, anche se l'autore evidenza che la behavioural economics non ha fornito una decisa alternativa a tale modello. 
L'autore passa poi ha esaminare le differenze tra economia e sociologia.
La sociologia afferma che la azione individuale è condizionata dalla posizione sociale dell'individuo nel gruppo, mentre per gli economisti neoclassici la causazione va dall'individuo alle istituzioni. La economia astrae, quindi, dalla società mente la sociologia la presuppone, la economia studia sistemi chiusi mentre la sociologia sistemi aperti. La sociologia presuppone che gli esseri umani siano inseparabilmente legati dalla biologia, esperienza e cultura. La economia neoclassica assume invece una natura umana non modificabile caratterizzata da un illimitato desiderio di guadagno.
Vi è quindi una separazione non colmabile nella spiegazione del comportamento umano tra economia e sociologia. Ma entrambe falliscono nella loro interpretazione, la sociologia con la sua visione olistica del tutto, mentre la economia con il suo individualismo.
L'economia neoclassica ha una visione piuttosto riduttiva delle organizzazioni sociali, assume, infatti, che gli individui formano le istituzioni economiche (ad esempio aziende) per ridurre i costi di transazione, inoltre con la teoria della Scelta Pubblica che i politici e la burocrazia sono mossi fondamentalmente dagli interessi privati e quindi a massimizzare il proprio tornaconto. Inoltre, mentre il potere è un elemento essenziale della politica, questo è del tutto assente dalla economia contemporanea (mentre era presente nella economa classica). Ignorando il ruolo del potere nell'economia rende le strutture di potere invisibili, rendendosi quindi veicolo per la ideologia corrente.
Dietro la loro apparente aura di indipendenza e scientificità gli studi economici riflettono, inevitabilmente, gli interessi di chi ne finanzia le attività. La mancanza del ruolo del potere e delle istituzioni è quindi una debolezza dell'economia attuale, mentre dovrebbe proprio partire da istituzioni, classi, organizzazioni e norme sociali. Un altro aspetto è la sottovalutazione dello  studio della storia del pensiero economico, dando per scontato che le teorie attuali siano superiori alle vecchie e quindi queste non meritino di essere studiate, mentre la storia dimostra che la economia e le sue idee sono "path-dipendent", il presente e il futuro sono connessi dalla continuità dalle istituzioni della società.
Un altro aspetto completamente assente dalla economia è l'etica, la etica diventa solamente un aspetto del calcolo individuale.
La debolezza della economia come scienza deriva dalla impossibilità di stabilire leggi empiricamente robuste relative al comportamento umano, il suo nucleo scientifico consiste in deduzioni logico/matematiche basate su assunzioni non realistiche. Tutto ciò rende larga parte dell'economia una visione inutile del mondo e pertanto una guida politica piuttosto fuorviante.  La economia mainstream da un eccessivo potere di calcolo agli umani, ignorando il ruolo della  incertezza. In definitiva sono due i problemi della economia, insufficiente generalità delle sue premesse e mancanza di una mappa istituzionale. La necessità per il futuro è di un economia meno  pretenziosa nei confronti delle altre scienze sociali e che invece sappia guardare ad esse con maggior rispetto. Aspetti centrali di  un economia più aperta  dovrebbero essere il ruolo dello Stato, la distribuzione del potere e gli effetti di entrambi sulla distribuzione della ricchezza.
In definitiva un libro molto ricco e interessante, in sintesi  riflette il pensiero di Keynes sulle caratteristiche che dovrebbe avere un economista riferendosi a Marshall:
un grande economista deve possedere una rara combinazione di doti: deve essere allo stesso tempo e in qualche misura matematico, storico, politico e filosofo; deve saper decifrare simboli e usare le parole; deve saper risalire dal particolare al generale e saper passare dall'astratto al concreto nelle stesso processo mentale; deve saper studiare il presente alla luce del passato, per gli scopi del futuro. Nessun aspetto della natura dell'uomo o delle istituzioni umane gli deve essere alieno.

lunedì 4 ottobre 2021

Robert Skidelski -Keynes A Very Short Introduction

 Robert Skidelsky è un economista e storico britannico, ottimo conoscitore di Keynes su cui ha scritto delle estese biografie pubblicate in tre volumi; questa che presento è una introduzione molto sintetica ma che trovo fatta molto bene e contiene tutti gli elementi essenziali per capire il pensiero del grande economista.
I primi due capitoli sono dedicati alla sua vita e alla sua filosofia. In particolare, Keynes poneva la intuizione come fondamento della conoscenza. Inoltre, i suoi primi interessi e lavori sono relativi alla probabilità, infatti la incertezza è al cuore del suo pensiero economico. Anche se si definiva un conservatore moderato era contrario al conservatorismo politico, militando tra i liberali ma non tra i laburisti, era contrario alla lotta di classe socialista pur rimanendo un riformatore del sistema capitalistico che riteneva intrinsecamente instabile. Nel capitolo successivo il libro affronta la evoluzione del pensiero monetario di Keynes. Inizialmente Keynes accetta la teoria quantitativa della moneta (vedi ad esempio capitolo del mio libro ad essa dedicato). Nel libro Tract on Monetary Reform (1923) l'obiettivo è la stabilità dei prezzi ottenibile attraverso il controllo della moneta disponibile al sistema bancario da parte della banca centrale. E' invece contrario al ritorno della parità aurea stabilito da Winston Churchill nel 1925 che avrebbe generato  disoccupazione.
In seguito Keynes inizia a porre al centro dell'attenzione la relazione tra investimenti e risparmi, e sulla scia di Robertson cerca di integrare, quindi, l'analisi investimenti-risparmi con la teoria monetaria.
Con Tratise on Money si stacca dalla teoria classica secondo cui  risparmi e investimenti si adeguano naturalmente, risparmi e investimenti sono fatti da soggetti diversi con diverse finalità. Le depressioni avvengono quando l'incentivo a investire nuovi capitali non assorbe il tasso di risparmio. Vediamo quindi che incominciano a farsi luce i temi della Teoria Generale, anche se rimane fiducioso nella capacità della banca centrale di agire sul tasso di interesse per bilanciare l'economia solo qualora si abbandonasse il gold standard e si adottino barriere tariffarie.
Nella Teoria Generale integra i concetti del Tratise con nuovi elementi, la teoria del moltiplicatore (sviluppata da Kahn), la efficienza marginale del capitale (derivata dall'analisi degli investimenti di Fischer), la teoria dei consumi, ecc.
L'autore in poche righe fa una sintesi efficace della sequenza logica causale:
Data la propensione al consumo, la quantità di  disoccupazione è determinata dall'ammontare degli investimenti; date le aspettative di profittabilità degli investimenti questi sono determinati dal tasso di interesse; data la quantità di moneta il tasso di interesse è determinato dalla preferenza della liquidità.
 Al centro dell'analisi sono gli investimenti, e la loro instabilità, sono gli investimenti che determinano i risparmi (solo a posteriori sono uguali), infatti (paradosso della parsimonia) un eccesso di risparmi conduce a una riduzione delle aspettative sui futuri consumi e quindi dei futuri guadagni degli imprenditori che porta a ridurre il risparmio complessivo  via riduzione del reddito (sono le  spese che determinano il reddito). Il tasso dei interesse è determinato dalla preferenza per la liquidità, moneta come riserva di valore per combattere la incertezza (trappola della liquidità). Se il tasso di interesse rimane al disopra del tasso di ritorno del capitale, che rende possibile (via investimenti) la piena occupazione, la politica monetaria diviene impotente nel abbassare ulteriormente il tasso di interesse, da cui deriva la necessità di politica fiscale e di spesa da parte dello Stato (la socializzazione  degli investimenti). 
Un capitolo è dedicato a Keynes come uomo di Stato, soprattutto durante la seconda guerra mondiale con i suoi piani per pagare la guerra senza generare inflazione (How to Pay for the War). Il suo contributo più importante, nel tentativo di regolare la economia internazionale, si realizzò nelle trattative che portarono al cosiddetto accordo di Bretton Woods. Keynes era convinto che un sistema di cambi rigidi come il gold-standard non poteva durare a lungo, d'altra parte un sistema di cambi flessibili era troppo pericoloso per la stabilità economica internazionale, quindi la sua preferenza era per un sistema di cambi flessibili ma con limitazioni alle oscillazioni. Altri aspetti che voleva limitare erano l'eccesso di esportazioni da parte di una nazione nel commercio internazionale (che genera deflazione) e un sistema finanziario controllato. Le sue proposte vennero approvate solo in parte, l'accordo metteva al centro del sistema internazionale monetario il dollaro e non la divisa internazionale (Bancor) che aveva proposto Keynes.
Gli ultimi capitoli sono dedicati alla eredità di Keynes. La Teoria Generale ha avuto un grande impatto dalla sua uscita, in particolare sui giovani economisti e anche sul pubblico. La influenza di Keynes sul dopoguerra è indubbia, almeno fino al 1970, va evidenziato, comunque, che le politiche keynesiane influirono sui governi ma non furono completamente adottate dai paesi occidentali, ad eccezione del periodo di Kennedy negli USA. 
La cosiddetta "golden age" è si, in parte, dovuta alla influenza keynesiana ma hanno giocato un ruolo anche la situazione generale politica (Guerra Fredda e lotta ideologica tra capitalismo e comunismo), il rapido sviluppo tecnologico e la crescita della domanda in generale. Inoltre, anche nel sistema monetario le idee di Keynes hanno aiutato nella stabilità, grazie comunque alla politica in deficit commerciale degli USA che ha quindi impedito tendenze deflazionistiche. Non possono essere ascritte a Keynes certe interpretazioni da parte  dei cosiddetti keynesiani, che hanno in parte travisato le idee di Keynes che era molto più accorto e moderato nelle sue indicazioni di politica economica, vi è stato, quindi, un eccesso di ambizione nel tentativo di governare la economia.
Sta di fatto che, dagli anni '70 con la comparsa della stagflazione, prende il sopravvento la teoria monetarista e delle aspettative razionali con il conseguente discredito delle politiche keynesiane, che sembrano superate dai fatti. Sarà, soprattutto, la crisi del 2008 ha dimostrare che la eccessiva fiducia nelle salvifiche caratteristiche  del mercato è ancor più fallace, avendo portato a una crisi economica di grandi dimensioni, con la rivalutazione delle idee di Keynes. 
E' proprio la impossibilità di modellizzare e dominare la incertezza che non rende possibile marginalizzare la teoria keynesiana e pone invece limiti alla teorie classiche; quindi la eredità di Keynes riamane, un Keynes correttamente interpretato e inteso ma anche con adeguate integrazioni e innovazioni.