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sabato 15 marzo 2025

The Essential Keynes- A cura di Robert Skidlesky

 Oggi vorrei segnalare un libro interessante  ma per palati fini, si tratta di una raccolta, molto ampia, di scritti di John Maynard Keynes redatta da Robert Skidelsky, uno storico economico che ha scritto una monumentale biografia di Keynes e alcuni libri di cui due che  abbiamo recensito qui e qui.

Il libro contiene un ampia collezione di estratti da libri e articoli di Keynes a partire dalle prime pubblicazioni sino agli ultimi lavori o scritti. Ogni estratto viene presentato e inquadrato brevemente e inizialmente da Skidelsky. Alla fine del libro vi è una interessante raccolta di tutte le citazioni che Skidelsky evidenzia nel corso del libro,  e che sintetizzano  efficacemente il pensiero del grande economista britannico. 

Alcuni estratti sono presi da libri che si conoscono e sono stati tradotti in italiano, ma la parte più interessante sono quelle parti di libri o articoli che sono poco o per niente conosciuti. Per me è stata una lettura interessante anche se una parte degli scritti la conoscevo già, ma come ho detto vi sono delle vere chicche; ovviamente lo consiglio ai lettori che conoscono l'inglese e vogliono avere una visione più approfondita di Keynes, che comunque si rivela, nelle varie pagine, un economista poliedrico, innovatore e da cui si può ancora apprendere molto.

martedì 28 maggio 2024

Yanis Varoufakis- Il Minotauro Globale- L' America, le vere origini della crisi e il futuro dell' economia globale

 Quello di oggi è un libro di Yanis Varoufakis, economista greco che insegna negli Stati Uniti e di cui abbiamo parlato in varie occasioni in questo blog, in particolare qui. Recensisco questo libro, non nuovissimo (2012), perchè comunque Varoufakis, per quanto si possa essere d'accordo o meno con le sue tesi, scrive bene, in modo chiaro e piacevole, nei suoi libri ci sono sempre interessanti richiami alla mitologia greca, come in questo caso, e comunque il suo punto di vista non è mai banale. 

Il libro contiene molte cose ma se vogliamo il tema principale è: come fare a mantenere il sistema economico generale in equilibrio e quindi a riciclare le eccedenze che si creano. Il problema della stabilità del sistema economico globale ed evitare il rischio di depressioni globali era uno dei principali crucci di Keynes. La crisi del '29 aveva portato alla fine del sistema di cambi fissi con l'oro (Gold Standard) a cui erano seguite svalutazioni competitive nella speranza delle nazioni di evitare la crisi depressiva che invece avevano esacerbato la crisi. Quando si presentò l'occasione di rifondare il sistema economico globale a Bretton Woods Keynes, che aveva le idee chiare, propose un sistema di cambi semi fissi affiancato da una moneta internazionale (bancor) e la creazione di alcune istituzioni che avrebbero dovuto finanziare i paesi in deficit e nel contempo colpire quelli in eccessivo surplus, con inoltre un sistema di finanziamento degli investimenti (FMI, e Banca Mondiale). Le idee rivoluzionarie, e anche scioccanti, di Keynes sorpresero gli intervenuti ma non furono adottate, se non in parte. La guerra l'avevano vinta gli americani e quindi vinse il piano White che metteva al centro il dollaro, unica moneta ad essere agganciata stabilmente all'oro, con le altre monete con dei cambi fissi che potevano essere modificati in certe circostanze.

Il piano che Varoufakis definisce globale comunque funzionò bene all'inizio, perchè gli Stati Uniti erano gli esportatori globali sfruttando la domanda dei paesi distrutti dalla guerra, ma riciclavano le eccedenze anche con il piano Marshall reinvestendo nei paesi occidentali e il Giappone che cominciarono così un percorso di ripresa economica. Ma questo sistema non era un sistema automatico di riciclo delle eccedenze e funzionò fino a che gli Stati Uniti erano in surplus commerciale. Con il passare del tempo i paesi usciti dalla guerra divennero esportatori, in particolare Germania e Giappone, e gli Stati Uniti passarono da paese in surplus a paese in deficit commerciale con anche un debito pubblico in crescita  a causa della guerra del Vietnam. Questa situazione di debolezza del dollaro portava il cambio fisso con l'oro ad essere sottovalutato e, quando qualcuno, la Francia, provò a forzare la mano per cambiare dollari svalutati con oro, Nixon sospese definitivamente il sistema, era la fine del cosiddetto Piano Globale. 

A questo sistema si sostituì quello che Varofakis chiama Minotauro Globale. Infatti la figura mitologica del Minotauro, mezzo uomo e mezzo toro, si nutriva di giovani vittime che le venivano offerte per sfamarlo, come metafora del sistema in cui i surplus dei paesi sviluppati occidentali alimentavano gli Stati Uniti. Il sistema funzionava perchè i surplus commerciali degli altri paesi, recentemente anche la Cina, venivano reinvestiti nel sistema finanziario e industriale americano. Questo nuovo precario equilibrio funzionò per un certo tempo provocando la crescita della finanza e delle speculazioni finanziarie che, come sappiamo, si è trasformata nella terribile crisi del 2008. Il libro prosegue con una descrizione della crisi del 2008 e quindi con la conseguente  crisi in Europa e le varie vicende della zona euro, che ha visto come protagonista la Grecia e che l'autore tratta in maniera dettagliata nel libro citato all'inizio. 

Nel finale si domanda se si intravede qualche cosa che possa sostituire il meccanismo del Minotauro Globale, ora azzoppato dalla crisi del 2008, ma a questa domanda non c'è risposta in questo sistema dove la Cina sta assumendo un ruolo rilevante. 

I temi e argomenti del libro non sono nuovi, anzi ne abbiamo trattato ampiamente in questo blog, resta comunque un libro, come detto all'inizio, piacevole e interessante da leggere. Il tema della moneta di riserva e dei suoi vanatggi e problemi è stato ripreso da Stephen Miran, advisor economico di Trump, nel suo documento che abbiamo recensito qui.

lunedì 25 settembre 2023

Thomas Fazi- Una civiltà possibile- La lezione dimenticata di Federico Caffè

 Dopo aver letto il precedente romanzo sull'economista Federico Caffè mi è venuta voglia di conoscere meglio il suo pensiero, pertanto ho trovato questo libro di Thomas Fazi, di cui abbiamo recensito un altro libro; Fazi è un giornalista e saggista di questioni economiche.

Il libro è una sintesi del pensiero di Federico Caffè,  dove l'autore riporta stralci delle sue idee tratti dai suoi scritti e articoli di giornale. 

La prima parte è dedicata al pensiero generale di Caffè sui temi economici e macroeconomici. Caffè rimase fedele alle idee del grande economista britannico John Maynard Keynes per tutta la sua vita, per Caffè uno dei grandi meriti di Keynes è che l'intervento pubblico è una componente essenziale e intrinseca dell'assetto di una economia moderna. Caffè rimane contrario alla interpretazione dei neoclassici di Keynes, che ne effettuano un ribaltamento della posizione originaria. Inoltre, per Caffè rimane importante che il pensiero keynesiano sia improntato alla ricerca di vie idonee al miglioramento sociale, mentre le sole forze del mercato spesso portano a risultati non vantaggiosi per la collettività

In sintesi, per Caffè, la politica economica non doveveva escludere i controlli condizionati delle scelte individuali e doveva considerare come irrununciabili obiettivi di assistenza e egualitarismo, con lo Stato garante del benessere sociale. Le sue idee lo portarono ad essere critico con il modello di sviluppo del dopoguerra troppo orientato alle esportazioni più che alla domanda interna e condizionato dal mito della deflazione, ma anche critico nei confronti delle posizioni anticapitalistiche e utopistiche della sinistra marxista, tanto da definire la sua posizione come solitudine del riformista.

Il secondo capitolo invece riguarda la crisi degli anni Settanta e la predominanza in economia del pensiero monetarista, che tendeva a mettere in secondo piano le politiche keynesiane, idee che in Italia si fecero via via strada, anche tra gli economisti progressisti, con l'accettazione di politiche di contenimento salariale sino alla abolizione della scala mobile e alle politiche recenti di flessibilità del lavoro. 

Caffè rimase sempre fedele alle sue idee: "Non credo che il risanamemento della bilancia dei pagamenti e un riassetto della economia senza l'introduzione di veri elementi di socialismo sia qualcosa che vale", rendendolo sempre piu isolato e in contrasto anche con il mondo sindacale.

L'ultima parte del libro è dedicato alla nascita del sistema monetario europeo (SME), antesignano dell' euro. La posizione di Caffè era fermamente contraria perchè capiva benissimo che la limitazione di sovranità monetaria, con l'adozione di un cambio poco flessibile, significava politiche di contenimento dei salari e difficoltà per il nostro paese con aumento della disoccupazione, portandolo ad affermare: "Il lavoro come la più illustre delle vittime della politica monetaria (...) ai lavoratori non si offre altra scelta che la fame o la sottomissione, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi". 

Caffè riteneva come diceva Keynes che solo uno sciocco poteva preferire una politica salariale flessibile rispetto a una politica monteria flessibile. La sua posizione lo mise in forte contrasto con Padoa Schioppa, d'altra parte era contario allo SME anche Baffi, governatore della Banca d'Italia, che venne poi estromesso con infamanti accuse rivelatesi non vere. Gli esponenti di  sinistra, vedi Scalfari e Napolitano, inizialmente erano contari allo SME, nel tempo però Caffè rimase sempre più isolato. Questa condizione, oltre al fatto di non poter più insegnare lo portò ad un periodo di incupimento che lo condusse poi a sparire nel nulla senza lasciare tracce.

Un libro molto ben fatto, che contiene molte citazioni del professor Caffè e fa rivivere, con interessanti ricostruzioni, anche la storia dell'Italia dal dopoguerra sino alla fine degli anni '80. Un libro quindi che consente di apprezzare e far conoscere le idee di Caffè, un uomo che ha formato una generazione di economisti, tra cui Draghi, ma è rimasto fedele alle sue idee sino all'ultimo.


sabato 11 marzo 2023

Zachary D. Carter- Il Prezzo della pace.

Quello di cui parliamo oggi è l’ultima biografia di John Maynard Keynes scritta da uno dei giornalisti economici e politici americani più famosi. Di Keynes abbiamo parlato molto in questo blog, in particolare qui , qui e qui; pertanto, non mi dilungherò troppo sulla teoria economica keynesiana.

Il libro abbraccia tutta la vita di Keynes, che quindi comprende il primo '900 dalla prima guerra mondiale alla fine della seconda guerra mondiale. Nel corso della sua vita Keynes vede svanire il tipo di vita spensierata e bohemienne del suo periodo giovanile e, soprattutto, la fine dell impero britannico. Keynes era un genio come conferma lo stesso Bertrand Russel che afferma: " L'intelletto di Keynes era il più acuto e chiaro che io abbia mai conosciuto". Era, sopratutto nelle parole dell'autore: "L'ultimo degli intellettuali illuministi che perseguivano la teoria politica, l'economia e l'etica in un progetto unitario".

Il libro quindi ripercorre la vita privata e soprattutto pubblica di Keynes. Keynes non era inizialmente un economista i suoi studi erano indirizzati alla matematica e, infatti, il suo primo libro è il Trattato sulla probabilità. Inizia ben presto a diventare consigliere del governo inglese, prima in India e poi alla Conferenza di pace del 1919. Sarà questa esperienza e il suo caustico libro di memorie: Le conseguenze economiche della pace, a dargli la notorietà e anche una discreta fortuna economica che saprà ben gestire diventando piuttosto benestante. Nel corso della sua carriera le sue idee economiche si distaccano sempre più dalle teorie tradizionali. Inizialmente con i suoi libri sulla moneta, Saggio sulla riforma monetaria  e Trattato sulla moneta, prende le distanze dal Gold Standard

Nella maturità pubblica il suo capolavoro: La Teoria generale della occupazione, dell'interesse e della moneta. In questo libro famoso, ma alquanto complesso e non facile da leggere, esporrà le sue idee rivoluzionarie.  Il libro è pervaso dalla incertezza, le persone prendono le decisioni senza conoscere cosa avrebbe riservato il futuro. Stigmatizza che i sistemi finanziari hanno potentemente amplificato la capacità del denaro di trasformare la paura in sofferenza. I mercati non sono in grado di misurare con precisione il valore degli investimenti, quando gli investimenti dovrebbero avere l'obiettivo sociale di  sconfiggere le forze oscure del tempo e dell'ignoranza. 

E' la incertezza del futuro a rendere le folle soggette a calamità sia nella finanza sia nella politica. Arriva al punto di sminuire la importanza del lavoro in un economia monetaria, il lavoro è un trucco contabile per consentire il consumo. 

La Teoria generale implicava che i governi dovessero intervenire di volta in volta nelle operazioni di mercato per correggere ecccessi e squilibri. La crescita del capitale non era poi il risultato di un riparmio virtuoso da parte dei ricchi bensì un sottoprodotto della crescita del reddito delle masse. Anche le sue idee sul libero scambio erano mutate, il libero scambio rischiava di diventare una lotta a somma zero per la sopravvivenza delle nazioni. Infine, evidenzia che il problema non risiede nella scarsità e che la condizione e la organizzazione della società non erano esigenze inevitabili per risorse insufficienti, il problema non era quindi la scarsità ma la cattiva gestione.

In estrema sintesi la sua era una visione di una società che doveva entrare in un era di socialismo liberale che definiva: "Un sistema in cui possiamo agire come una comunità organizzata per scopi comuni e promuovere la giustizia sociale ed economica rispettando e proteggendo l'individuo: la sua libertà di scelta, la sua fede, la sua mente e la sua espressione, la sua impresa e la sua proprietà."

La domanda con cui l'autore chiude il libro, a cui non da risposta, è perchè  il patto keynesiano di pace, eguaglianza e prosperità, che dovrebbe essere irresistibile in una democrazia, fu effimero e fragile? Conclude comunque con una frase di speranza: " Nel lungo periodo siamo tutti morti. Ma nel lungo periodo quasi tutto è possibile".

In sintesi un libro molto ben documentato e scritto in maniera chiara, che abbraccia un periodo temporale che va dal inizio novecento sino ai giorni nostri e che merita, ampiamente,  di di essere letto.


mercoledì 3 agosto 2022

John Quiggin - Zombie Economics- Università Bocconi Editore

Pur non essendo un libro recentissimo, 2010, è un libro valido e interessante per cui vale la pena recensirlo.

Il libro è fondamentalmente una critica alle idee della teoria economica recente, idee assurte alla notorietà ma con scarsi fondamenti e risultati pratici, tanto da non potersi più considerare idee valide, idee di fatto morte ma non del tutto, zombie appunto, perché qualcuno cerca ancora di riproporle o ristabilirne la validità.
Le idee che nel corso del libro l'autore critica sono:
  • la grande moderazione, ovvero che si fosse raggiunto un periodo di stabilità economica;
  • la ipotesi dei mercati efficienti, cioè che i prezzi generati dai mercati finanziari fossero la migliore stima del valore di un investimento;
  • l'equilibrio generale dinamico stocastico (DSGE), la idea che la macroeconomia possa essere rigorosamente individuata da modelli microeconomici basati sul comportamento individuale;
  • la idea del “gocciolamento” (trickle-down), cioè che le politiche che favoriscono i ricchi finiscono per favorire tutti;
  • le privatizzazioni, ovvero che i privati possano fare generalmente meglio dello Sato in qualsiasi settore.

La grande moderazione nasce a fine anni '90, quando il boom economico produce inizialmente un periodo di crescita dei redditi dopo un periodo di stagnazione. La espressione viene coniata da Bernanke (ex capo della FED) per definire una nuova era di grande stabilità, ai più sembrava che il ciclo economico fosse stato domato. Per gli economisti liberisti la giustificazione risiedeva nel fatto che le idee del liberismo economico avevano prodotto una prolungata prosperità. In realtà, al di sotto di un apparente stabilità, giacevano equilibri insostenibili e rischi non gestiti, al contrario di quello che pensavano gli economisti mainstream per cui i mercati finanziari erano in grado di gestire i rischi grazie anche alle politiche delle banche centrali; i rischi infatti sarebbero stati gestiti meglio dagli individui e imprese piuttosto che dai governi. D'altra parte gli economisti keynesiani e non allineati (es. Minsky) ritenevano che senza una adeguata regolazione l'instabilità finanziaria sarebbe prima o poi esplosa. Secondo l'autore, sebbene gli aggregati finanziari sembravano più stabili, individui e famiglie sperimentavano rischi e instabilità crescenti. A causa di ciò le famiglie, per mantenere i livelli dei consumi a fronte di redditi sempre meno sicuri, hanno risposto indebitandosi, quando la crisi è arrivata sono arrivate le difficoltà a ripagare i debiti (mutui) con la successiva esplosione della crisi economica che ha colpito tutte le attività e i paesi.
La gestione del rischio, per Quiggin, non può rimanere solo individuale ma riguarda la gestione sociale e collettiva dei rischi. Inoltre i cicli economici sono profondamente radicati nella economia di mercato e, purtroppo, certe teorie ci hanno spinto a dimenticare le lezioni del passato.
La ipotesi alla base alla idea dei mercati efficienti è che il prezzo di un attività sul mercato finanziario non solo rappresenta la stima migliore del suo valore ma anche la migliore possibile date le informazioni disponibili. I prezzi generati dalle borse, pertanto, sono la stima migliore del “giusto prezzo”. Corollario di queste idee è che non possono esserci “bolle” nei prezzi della attività finanziarie, queste idee hanno pertanto spinto la enorme crescita del mercato finanziario.
Anche se la ipotesi dei mercati efficienti presenta molte manchevolezze teoriche e soprattutto pratiche, è stata la crisi del 2008 a determinarne la morte definitiva. I mercati finanziari, asserisce l'autore, possono infatti generare bolle che la politica economica dovrebbe evitare ricorrendo a più strumenti: politiche macroeconomiche e regolamentazione. Le innovazioni finanziarie andrebbero trattate con cautela e andrebbero proibiti intrecci tra sistemi finanziari protetti e non protetti.
Una economia mista è indubbiamente migliore della pianificazione centralizzata o del totale laissez -faire, la grande difficoltà, ammette Quiggin, è determinare il giusto mix tra pubblico e privato.

La teoria dell' equilibrio generale stocastico dinamico (DSGE) parte dalle teorie dell'equilibrio generale di Arrow e Debreu che a sua volta rappresentano un evoluzione di quelle di Walras (vedi anche qui e vedi capitolo dedicato all'equilibrio sul mio libro).
I modelli di equilibrio generale prevedono mercati completi e perfettamente concorrenziali, escludendo di fatto recessioni e fenomeni reali di ciclo.
Per evitare questi problemi i modelli DSGE accettano che salari e prezzi possano essere lenti ad aggiustarsi e che vi siano squilibri fra domanda e offerta, pertanto i modelli DSGE prevedono la possibilità di disoccupazione e bolle, non prevedono però la possibilità di un collasso generale. I modelli DSGE prevedono una gestione macroeconomica basata sul controllo dei tassi di interesse (Regola di Taylor), di fatto non sono stati in grado di prevedere la crisi rivelandosi inutili ancorché molto sofisticati. 
Per costruire una teoria generale macroeconomica l'autore afferma che essa deve includere boom e depressioni, che non possono essere trattati solo come deviazioni marginali e temporanee dell' equilibrio generale. La economia è inserita in una complessa struttura sociale e c'è una interazione continua tra sistema economico e la società. 
La fiducia sociale e la confidenza negli affari non possono essere ridotti alla psicologia individuale (micro-fondazioni economiche), derivano invece da interazioni economiche e sociali fra le persone. La validità generale dell'approccio keynesiano risiede nel fatto che il comportamento macroeconomico è una proprietà “emergente” del sistema economico (vedi anche qui) piuttosto che da spiegazioni microeconomiche. Quiggin comunque avverte che le prescrizioni di politica macroeconomica vanno impiegate in maniera coerente durante tutto il ciclo sia per ridurre la domanda in eccesso nei periodi di boom e sia per stimolare la domanda durante le recessioni.

L'economia del gocciolamento è forse la idea più semplice ma anche quella con meno basi teoriche. La si può derivare dalla cosiddetta curva di Laffer, cioè che all'aumentare della tassazione sui redditi si ha una punto in cui vi è convenienza a non lavorare e produrre, con riduzione del reddito complessivo e quindi anche delle entrate fiscali. Da qui la idea che riducendo le tasse si creerebbe più crescita che, a cascata, favorirebbe anche i meno abbienti (gocciolamento). In realtà, anche se la riduzione delle tasse può produrre più risparmi e investimenti, il risultato è un aumento straordinario delle diseguaglianze, per cui i ricchi stanno ancora meglio mentre i meno abbienti no. Tutto ciò è riscontrabile nelle statistiche economiche dei paesi più avanzati, USA in testa. Anche se abbiamo avuto più disponibilità di beni sottocosto, per effetto della globalizzazione, ciò è stato più che compensato da una crescita della diseguaglianza soprattutto nei servizi cruciali (istruzione, sanità, ecc.). La crescita della diseguaglianza ha anche eroso molto della possibilità di uguaglianza delle opportunità, e una società più egualitaria, secondo moltissimi studi, funziona meglio.

La idea sottostante le privatizzazioni è che il privato è più efficiente dello Stato nella gestione e allocazione degli investimenti, idee iniziate da Friedman e dalla teoria della Public Choice. Inoltre, questa idea rappresenta un indubbio vantaggio  per il sistema finanziario. mentre per i governi ha  rappresentato un modo per risolvere i problemi di finanza pubblica. L'idea delle privatizzazioni si sviluppa sotto la Thatcher nel Regno Unito per diffondersi a macchia d'olio. I risultati non sono stati confortanti, basti vedere, ad esempio, la privatizzazione delle ferrovie britanniche o da noi la privatizzazione delle telecomunicazioni e delle autostrade per capire che non sono state sempre un successo. Le privatizzazioni possono funzionare  se non si tratta soprattutto di monopoli naturali e in generale se il ricavato dal governo eccede il valore del flusso dei ricavi futuri, cosa che normalmente viene sottostimata a priori con in genere maggiori vantaggi per i privati che non per lo Stato. 
Nelle conclusioni al libro l'autore ribadisce le sue posizioni: i cicli economici non possono esser domati e non bisogna, per  tracotanza, ignorare le lezioni del passato. Lo Stato, con il suo welfare, ha un ruolo cruciale nella gestione del rischio e aiuta alla stabilizzazione dell'economia, il rischio lasciato agli individui porta alla diseguaglianza. 
In sintesi le sue raccomandazioni, per una futura e migliore teoria economica, sono:
  •  più realismo e meno rigidità;
  • maggiore focus sulla diseguaglianza e meno sulla efficienza;
  • più umiltà e meno tracotanza.
Il libro è molto approfondito e molto interessante. Su ogni argomento traccia la storia delle idee dalla nascita alle sue confutazioni e ai suoi fallimenti con grande dovizia di informazioni. Richiede, per essere ben compreso, di una preparazione di base (che può darvi il mio libro). Nella edizione italiana ci sono per ogni capitolo dei capitoli di spiegazione degli economisti Barucci e Messori. Tali interventi sono finalizzati ad approfondire i temi ma contengono comunque le idee dei due economisti italiani, per quanto utili trovo che l'aggiunta dei capitoli appesantisca la lettura del libro piuttosto che facilitarla.

domenica 20 marzo 2022

Keynesiano nel breve, Schumpeteriano nel lungo

Se qualcuno mi chiede se sono keynesiano in genere, sorridendo, dico di essere keynesiano nel breve (periodo) e schumpeteriano nel lungo (periodo). Anche se è una battuta c'è del vero.

Infatti, Keynes non ha mai nascosto di non essere interessato al lungo periodo con la sua  famosa frase: "Nel lungo periodo siamo tutti morti". Di fatto la sua teoria economica esposta in gran parte nel suo libro: La Teoria Generale (della occupazione, dell'interesse e della moneta), è essenzialmente una teoria del breve periodo. La analisi  di Keynes si concentra sulla domanda cosiddetta effettiva, cioè quella che si genera effettivamente nella realtà. L'elemento determinante sono gli investimenti, infatti questi sono l'elemento più variabile e sono condizionati dagli imprenditori (animal spirits), la volontà di investire dipende dalle prospettive di guadagno, ovvero quanti profitti posso fare al netto degli interessi che devo pagare sull'investimento che ho intrapreso. Se le prospettive sono buone avremo investimenti sufficienti, che a loro volta guidano l'occupazione e quindi il reddito complessivo, e tutto ciò si somma in una domanda complessiva che è sufficiente a mantenere una  offerta che garantisce una piena occupazione; viceversa prospettive cattive deprimono gli investimenti e a catena reddito e occupazione creando una situazione di stagnazione. Data la importanza degli investimenti nel generare reddito e occupazione e la loro criticità, Keynes propone una "socializzazione degli investimenti", ovvero lo Stato deve assumersi il ruolo di guida degli investimenti nei periodi di crisi, direi anche perché è l'unico soggetto che ha un orizzonte di lungo termine, mentre l'investitore privato ha un orizzonte generalmente orientato al breve; soprattutto in quegli investimenti, ad esempio le reti di infrastrutture, che sono investimenti di lungo termine e che inoltre favoriscono lo sviluppo di una nazione. In questo si vede un aspetto di Keynes che non è di breve termine. Infatti, anche se è vero che propone al limite di scavare e coprire buche nei periodi di crisi pur di creare lavoro e reddito, Keynes aveva in mente soprattutto gli investimenti, piuttosto che le spese correnti, per favorire la crescita, mentre forse alcuni suoi epigoni si sono fatti prendere troppo la mano sulla effettiva efficacia di tutte le spese del governo. 

Detto questo, quindi, che fa di Keynes un economista non solo interessato al breve termine, Schumpeter non si pone minimamente il  problema di come risolvere le crisi che assillava  Keynes. Per Schumpeter la economia è per sua natura ciclica, infatti nel suo poderoso libro, Business Cycles, illustra che vi sono ben quattro cicli dell'economia, alcuni più brevi e alcuni più lunghi, tali cicli sono determinati essenzialmente dalle evoluzioni tecnologiche. La spiegazione della nascita dei cicli è in parole semplici la seguente: gli imprenditori, che sono l'elemento fondamentale per Schumpeter, sono alla ricerca di innovazioni tecnologiche o di processo, se riescono a trovarne di efficaci, questo gli da un vantaggio competitivo che spiazza i concorrenti. Si genera, alimentato anche dalla finanza (vedi Carlota Perez), un periodo di crescita economica, ma la crescita economica e le innovazioni tendono, col tempo, ad affievolirsi e così anche la crescita, dando luogo a un rallentamento che sfocia poi in una crisi, tale crisi pone le basi per un ulteriore ciclo di innovazione. Quello che descrive Schumpeter è abbastanza vicino alla realtà, forse i cicli economici non sono così precisamente determinati in termini temporali, ma che sia la tecnologia a produrre la crescita è ormai abbastanza assodato, vedi ad esempio l'analisi della crescita di Solow, anche se, come abbiamo visto in molti dei libri e articoli che abbiamo recensito, la crescita economica e lo sviluppo tecnologico funzionano bene solo  se sono accompagnati da un miglioramento istituzionale e culturale della società

Quindi, qualsiasi analisi economica seria non può prescindere dalle idee e dalle intuizioni schumpeteriane, anche se è pur vero che senza le idee keynesiane le crisi durerebbero di più, vedi la differenza tra la crisi del 1929 e quella del 2008. Inoltre, le idee keynesiane sono servite a creare nei paesi democratici occidentali, e non solo, le condizioni di stabilità economica e finanziaria per tutto il primo periodo del dopoguerra. 

Quindi se la teoria economica oggi è un poco meno cieca ed è più capace di interpretare i fatti economici lo dobbiamo a questi due grandissimi economisti del '900.

martedì 14 dicembre 2021

Modello IS-LM

 In questo post (tratto dal mio libro Le idee dell'economia)  descriveremo  il modello IS-LM che  discende da un articolo di Hiks: Mr. Keynes and the Classics, che aveva l'obiettivo di ricondurre il complesso libro di Keynes, La teoria generale, e il modello classico ad una serie di relazioni matematiche, facendo delle assunzioni semplificative.
In particolare Hicks riconduce la teoria economica keynesiana e classica a sole tre relazioni
La prima è quella che lega gli investimenti (I) all’interesse (i) ovvero I=I(i), con gli investimenti che sono decrescenti all’aumentare del tasso di interesse. Questa relazione inversa scaturisce fondalmentalmente perchè ad aumentare del tasso di interesse il valore scontato futuro di un investimento diminuisce.
La seconda relazione è relativa alla domanda di moneta o liquidità (M), che dipende da due variabili: interesse (i)  e reddito (Y), ovvero è una relazione del tipo M= L (i,Y). 
Infine, la terza è quella che lega investimenti e risparmio: I=S. Quest’ultima relazione si comprende se partiamo dalla spesa o reddito, infatti il reddito (semplificando) è composto da consumi più investimenti: Y=C+I, mentre i risparmi per definizione non sono altro che reddito meno consumi: S=Y-C (anche qui per semplificazione sono escluse tra le spese le tasse). Dalle due relazioni discende che in equilibrio deve essere sempre S=I. 
Partiamo dalla prima curva che costruiremo, la I-S del modello, che scaturisce dalla relazione che lega investimenti (I) e risparmio (S) e dal loro andamento in funzione dell’interesse e del reddito. In equilibrio abbiamo detto che deve essere S=I, di questi due elementi il risparmio è funzione del reddito, cioè tende ad aumentare con il reddito, mentre gli investimenti, per il meccanismo della efficienza marginale del capitale, aumentano al diminuire del tasso di interesse, questo perché, come detto, il rendimento (attualizzato) degli investimenti diminuisce all’aumentare del tasso di interesse. 
Nella figura successiva abbiamo rappresentato l’andamento (decrescente) degli investimenti all’aumentare del tasso di interesse, nel quadrante a sinistra. Nel secondo quadrante in basso è rappresentata la retta I=S. Il risparmio è invece una funzione crescente del reddito (Y), l’andamento del risparmio  lo vedete rappresentato nel terzo quadrante in basso (con S crescente verso il basso). Unendo i punti tra i quadranti otteniamo una curva nell’ultimo quadrante, la cosiddetta I-S, che rappresenta quindi tutti i punti in cui sono in equilibrio, per come è stata costruita la curva, investimenti e risparmio per tutti i valori di interesse e reddito.




La curva LM è la curva che rappresenta i punti di equilibrio del mercato della moneta, cioè i punti ove sono uguali la domanda di moneta (o di liquidità L) e la offerta di moneta. 
La domanda di moneta, che ricordo essere la quantità di moneta che gli operatori privati vogliono tenere, ha due componenti fondamentali secondo Keynes. La prima è la domanda di moneta per transazioni (Lt), che dipende direttamente dal reddito e aumenta con questo, cioè del tipo: Lt=kY. La seconda componente, domanda di moneta speculativa (Ls), è invece legata al tasso di interesse. La relazione tra domanda di moneta speculativa e tasso di interesse è la seguente: se il tasso è basso, per cui gli operatori speculano sul suo rialzo, preferiscono detenere moneta (aumento domanda) per compare titoli in seguito che renderanno di più, viceversa avviene con tassi alti, quindi la domanda di moneta speculativa decresce all’aumentare del tasso di interesse. 
Altro aspetto da sottolineare, per capire la costruzione della curva, è che in equilibrio la domanda complessiva di moneta è uguale alla offerta complessiva di moneta, quindi la somma delle due componenti (Lt+Ls) non può cambiare, per cui se una aumenta l’altra diminuisce al variare delle due variabili (reddito e tasso di interesse). 
A questo punto possiamo costruire la curva LM. Nella figura seguente, nel quadrante sinistro, abbiamo la domanda di moneta per motivi speculativi (Ls), che abbiamo detto essere decrescente all’aumentare del tasso di interesse. Nel secondo quadrante abbiamo la relazione tra Ls e Lt, cioè l’insieme dei punti in cui la loro somma deve essere costante, perché in equilibrio uguale alla offerta di moneta. Nel terzo quadrante si identificano i punti che rappresentano la relazione lineare di aumento della domanda di moneta per transazioni all’aumentare del reddito. Unendo i punti corrispondenti nei vari quadranti otteniamo, nel primo quadrante, la curva LM che quindi rappresenta tutti e soli i punti di equilibrio del mercato della moneta, dove domanda e offerta di moneta si eguagliano.


 
Avendo capito come si costruiscono le curve, vediamo adesso come alcune variazioni nelle grandezze influiscono sugli equilibri dei due mercati e quindi sulle curve stesse. 
Partiamo dalla I-S e complichiamo il modello, introducendo la spesa pubblica (G) e le tasse (T). La relazione del reddito diviene Y=C+G+I. I risparmi saranno determinati dal reddito meno i consumi al netto delle tasse, cioè S=Y-C-T, quindi la relazione che ne scaturisce, al posto della precedente (S=I), diviene S+T=G+I. 
Nelle figure seguenti sono rappresentati gli effetti della spesa pubblica e delle tasse, vedendoli separatamente per non complicare troppo le figure. La aggiunta della spesa pubblica, che è indipendente dal tasso di interesse, facendo spostare la curva I+G a sinistra nel primo quadrante determina uno spostamento della IS (che diventa I-S’) e dei punti di equilibrio verso l’alto a destra con valori di reddito maggiori. Al contrario un aumento delle tasse, nella successiva figura, determina uno spostamento della curva IS verso il basso a sinistra, con punti di equilibrio a reddito minore. 
 


 

Tutto ciò è logicamente spiegabile pensando che l’aumento della spesa pubblica aumenta la domanda e quindi il reddito complessivo, mentre le tasse riducono i consumi e quindi la domanda. Questa è anche la ragione del perché alcuni propendono a consigliare la spese in deficit (non coperte da tasse) per aumentare la domanda complessiva; per completezza di informazione secondo il teorema del bilancio in pareggio (Teorema di Havelmo) si dimostra  che l'aumento del reddito nazionale (Y) è massimo quando ogni incremento di spesa pubblica (G) è corrisposto da un analogo incremento delle entrate ovvero di imposizione fiscale (T).
Analogamente se prendiamo la curva LM e ipotizziamo un aumento di offerta di moneta, questo sposta, come si vede nella figura seguente, la curva LM (che diventa L-M’), con punti di equilibrio con tassi di interesse minore e reddito (Y) maggiore. 


Anche questo movimento si può spiegare secondo la seguente logica: l’aumento di offerta di moneta spinge il tasso di interesse a diminuire (il tasso di interesse è il prezzo della moneta), pertanto se diminuisce il tasso di interesse questo determina una maggiore convenienza ad investire, aumentano di conseguenza gli investimenti e quindi, tramite il moltiplicatore, il reddito.
Per ulteriori approfondimenti sulla curva IS-LM e sugli  spostamenti e forme delle curve consiglio in particolare: il sito della WashingtonUniversity (http://faculty.washington.edu).  
Le curve che ho disegnato nelle figure per semplicità sono rette, in realtà sono delle effettive curve. In particolare va segnalato che sulla LM e la sua forma c’è un ampio dibattito tra gli economisti. Il tratto iniziale della curva, secondo l’ipotesi keynesiana della trappola della liquidità, quando il tasso di interesse tende ad essere molto basso, sarebbe una retta parallela all’asse delle ascisse: con l’abbassarsi del tasso di interesse infatti si arriva a un dato tasso di interesse per cui diventa preponderante la domanda di moneta per liquidità (per questo prende il nome di trappola della liquidità). In questa situazione l’aumento di offerta di moneta è quindi assorbito dalla domanda di liquidità, che corrisponde a una situazione in cui gli investimenti rimangono stagnanti e anche la produzione, situazione che renderebbe molto più utile un aumento delle spesa pubblica piuttosto che una politica monetaria. 
Il modello IS-LM, oltre ad essere una semplificazione della teoria keynesiana, è stato soggetto di alcune successive critiche anche dello stesso Hicks. In particolare un primo problema è di collegare un equilibrio di flussi, investimento e risparmio sono grandezze di flusso, con un equilibrio di grandezze di stock (moneta). Un altro aspetto è che l’equilibrio monetario si raggiunge rapidamente, mentre quello tra investimenti e risparmi è più lento. Infine, il tasso di interesse della curva IS è sostanzialmente un tasso di lungo termine, mentre il tasso di interesse nell’equilibrio LM è di breve termine.
Per concludere accenno al fatto che la evoluzione del modello IS-LM ha portato alla nascita del modello cosiddetto AD-AS, dove AD è la domanda aggregata (aggregated demand) e AS è la offerta aggregata (aggregated supply).

giovedì 14 ottobre 2021

Robert Skidelsky -What's Wrong With Economics

 Il libro che recensiamo oggi è di Robert Skidelsky di cui abbiamo parlato qui in relazione al suo libro di biografia di Keynes. Il tema di questo libro è più ampio, cioè cosa c'è di sbagliato nella scienza economica (economics). 
La accusa che muove l'autore alla cosiddetta scienza economica  è fondamentalmente metodologica, l'errore fondamentale non risiede in qualche specifica dottrina ma nei metodi che la economia utilizza nel raggiungere le sue conclusioni, la sua debolezza sta nel generalizzare sulla base di assunzioni troppo semplicistiche. Inoltre, la incapacità di validare empiricamente le sue ipotesi più importanti tende a portarla verso la ideologia.
L'individualismo metodologico, che caratterizza l'economia, omette le relazioni tra gli individui stessi riducendo le strutture sociali a transazioni economiche. I modelli economici tendono ad essere ciechi di fronte al ruolo del potere nel definire le relazioni economiche.
L'economia tratta di desideri e mezzi, i fini sono semplicemente cosa le persone desiderano, il tutto connesso al concetto di scarsità, ma spesso la scarsità nasce dalle strutture sociali e politiche (scarsità artificiale), restrizione artificiali della offerta. 
L'unico scopo valido dell'economia dovrebbe essere l'abolizione della povertà. La questione relativa alla crescita e al ruolo dello Stato e delle istituzioni rimane insoluta in economia, anche se di fatto la crescita economica è stata guidata dalla Stato piuttosto che dal mercato, e il commercio è stato uno strumento della politica nazionale piuttosto che un libero commercio. Purtroppo le prescrizioni della economia mainstream prevedono, per la crescita dei paesi più arretrati, la liberalizzazione dei mercati finanziari, la riduzione delle barriere tariffarie, le privatizzazioni e la riduzione della spesa pubblica, mentre un requisito fondamentale per la crescita è piuttosto uno Stato forte e non corrotto.
La storia ha infatti  dimostrato che le nazioni non liberalizzarono per diventare ricche, piuttosto hanno liberalizzato dopo essere diventate ricche. Un altro concetto economico è quello dell'equilibro, concetto relativo a un sistema fermo, senza assunzioni irrealistiche sul comportamento umano l'esistenza dell'equilibrio tra domanda e offerta non può essere dimostrata. Le leggi economiche hanno una valenza molto minore di quelle delle scienze naturali.
 Creare modelli significa creare una semplice struttura teorica che rappresenti la realtà, e il mondo sociale difficilmente è stazionario, l'economia cerca quindi di rimuovere i potenziali disturbi. I modelli economici non possono essere considerati una replica semplificata dei reali comportamenti, piuttosto creano un comportamento consistente con i loro modelli. Alla economia è impedito usare il metodo sperimentale delle scienze naturali. L'econometria non riesce a sostituire gli esperimenti, tramite essa è difficile isolare le ipotesi da testare dalle altre ipotesi e le correlazioni che trova non sono delle relazioni causali, rivelando la sua debolezza. 
L'economia quindi è solo rivestita da un aura scientifica, a causa della inconsistenza dei suoi modelli e la incapacità dei modelli di spiegare i fatti osservati, riuscendo quindi a fornire solo predizioni qualitative piuttosto che quantitative. Non ci sono leggi economiche valide in ogni tempo e luogo, al massimo le teorie possono fare delle predizioni approssimativamente valide per periodi limitati. La economia neoclassica si basa sul "homo economicus" ovvero l'uomo razionale, le deviazioni dalla razionalità vengono considerate non sistemiche, mentre la behavioural economics ha mostrato le deviazioni dalla razionalità ed errori sistematici, non confermando pertanto il modello di homo economicus, anche se l'autore evidenza che la behavioural economics non ha fornito una decisa alternativa a tale modello. 
L'autore passa poi ha esaminare le differenze tra economia e sociologia.
La sociologia afferma che la azione individuale è condizionata dalla posizione sociale dell'individuo nel gruppo, mentre per gli economisti neoclassici la causazione va dall'individuo alle istituzioni. La economia astrae, quindi, dalla società mente la sociologia la presuppone, la economia studia sistemi chiusi mentre la sociologia sistemi aperti. La sociologia presuppone che gli esseri umani siano inseparabilmente legati dalla biologia, esperienza e cultura. La economia neoclassica assume invece una natura umana non modificabile caratterizzata da un illimitato desiderio di guadagno.
Vi è quindi una separazione non colmabile nella spiegazione del comportamento umano tra economia e sociologia. Ma entrambe falliscono nella loro interpretazione, la sociologia con la sua visione olistica del tutto, mentre la economia con il suo individualismo.
L'economia neoclassica ha una visione piuttosto riduttiva delle organizzazioni sociali, assume, infatti, che gli individui formano le istituzioni economiche (ad esempio aziende) per ridurre i costi di transazione, inoltre con la teoria della Scelta Pubblica che i politici e la burocrazia sono mossi fondamentalmente dagli interessi privati e quindi a massimizzare il proprio tornaconto. Inoltre, mentre il potere è un elemento essenziale della politica, questo è del tutto assente dalla economia contemporanea (mentre era presente nella economa classica). Ignorando il ruolo del potere nell'economia rende le strutture di potere invisibili, rendendosi quindi veicolo per la ideologia corrente.
Dietro la loro apparente aura di indipendenza e scientificità gli studi economici riflettono, inevitabilmente, gli interessi di chi ne finanzia le attività. La mancanza del ruolo del potere e delle istituzioni è quindi una debolezza dell'economia attuale, mentre dovrebbe proprio partire da istituzioni, classi, organizzazioni e norme sociali. Un altro aspetto è la sottovalutazione dello  studio della storia del pensiero economico, dando per scontato che le teorie attuali siano superiori alle vecchie e quindi queste non meritino di essere studiate, mentre la storia dimostra che la economia e le sue idee sono "path-dipendent", il presente e il futuro sono connessi dalla continuità dalle istituzioni della società.
Un altro aspetto completamente assente dalla economia è l'etica, la etica diventa solamente un aspetto del calcolo individuale.
La debolezza della economia come scienza deriva dalla impossibilità di stabilire leggi empiricamente robuste relative al comportamento umano, il suo nucleo scientifico consiste in deduzioni logico/matematiche basate su assunzioni non realistiche. Tutto ciò rende larga parte dell'economia una visione inutile del mondo e pertanto una guida politica piuttosto fuorviante.  La economia mainstream da un eccessivo potere di calcolo agli umani, ignorando il ruolo della  incertezza. In definitiva sono due i problemi della economia, insufficiente generalità delle sue premesse e mancanza di una mappa istituzionale. La necessità per il futuro è di un economia meno  pretenziosa nei confronti delle altre scienze sociali e che invece sappia guardare ad esse con maggior rispetto. Aspetti centrali di  un economia più aperta  dovrebbero essere il ruolo dello Stato, la distribuzione del potere e gli effetti di entrambi sulla distribuzione della ricchezza.
In definitiva un libro molto ricco e interessante, in sintesi  riflette il pensiero di Keynes sulle caratteristiche che dovrebbe avere un economista riferendosi a Marshall:
un grande economista deve possedere una rara combinazione di doti: deve essere allo stesso tempo e in qualche misura matematico, storico, politico e filosofo; deve saper decifrare simboli e usare le parole; deve saper risalire dal particolare al generale e saper passare dall'astratto al concreto nelle stesso processo mentale; deve saper studiare il presente alla luce del passato, per gli scopi del futuro. Nessun aspetto della natura dell'uomo o delle istituzioni umane gli deve essere alieno.

lunedì 4 ottobre 2021

Robert Skidelski -Keynes A Very Short Introduction

 Robert Skidelsky è un economista e storico britannico, ottimo conoscitore di Keynes su cui ha scritto delle estese biografie pubblicate in tre volumi; questa che presento è una introduzione molto sintetica ma che trovo fatta molto bene e contiene tutti gli elementi essenziali per capire il pensiero del grande economista.
I primi due capitoli sono dedicati alla sua vita e alla sua filosofia. In particolare, Keynes poneva la intuizione come fondamento della conoscenza. Inoltre, i suoi primi interessi e lavori sono relativi alla probabilità, infatti la incertezza è al cuore del suo pensiero economico. Anche se si definiva un conservatore moderato era contrario al conservatorismo politico, militando tra i liberali ma non tra i laburisti, era contrario alla lotta di classe socialista pur rimanendo un riformatore del sistema capitalistico che riteneva intrinsecamente instabile. Nel capitolo successivo il libro affronta la evoluzione del pensiero monetario di Keynes. Inizialmente Keynes accetta la teoria quantitativa della moneta (vedi ad esempio capitolo del mio libro ad essa dedicato). Nel libro Tract on Monetary Reform (1923) l'obiettivo è la stabilità dei prezzi ottenibile attraverso il controllo della moneta disponibile al sistema bancario da parte della banca centrale. E' invece contrario al ritorno della parità aurea stabilito da Winston Churchill nel 1925 che avrebbe generato  disoccupazione.
In seguito Keynes inizia a porre al centro dell'attenzione la relazione tra investimenti e risparmi, e sulla scia di Robertson cerca di integrare, quindi, l'analisi investimenti-risparmi con la teoria monetaria.
Con Tratise on Money si stacca dalla teoria classica secondo cui  risparmi e investimenti si adeguano naturalmente, risparmi e investimenti sono fatti da soggetti diversi con diverse finalità. Le depressioni avvengono quando l'incentivo a investire nuovi capitali non assorbe il tasso di risparmio. Vediamo quindi che incominciano a farsi luce i temi della Teoria Generale, anche se rimane fiducioso nella capacità della banca centrale di agire sul tasso di interesse per bilanciare l'economia solo qualora si abbandonasse il gold standard e si adottino barriere tariffarie.
Nella Teoria Generale integra i concetti del Tratise con nuovi elementi, la teoria del moltiplicatore (sviluppata da Kahn), la efficienza marginale del capitale (derivata dall'analisi degli investimenti di Fischer), la teoria dei consumi, ecc.
L'autore in poche righe fa una sintesi efficace della sequenza logica causale:
Data la propensione al consumo, la quantità di  disoccupazione è determinata dall'ammontare degli investimenti; date le aspettative di profittabilità degli investimenti questi sono determinati dal tasso di interesse; data la quantità di moneta il tasso di interesse è determinato dalla preferenza della liquidità.
 Al centro dell'analisi sono gli investimenti, e la loro instabilità, sono gli investimenti che determinano i risparmi (solo a posteriori sono uguali), infatti (paradosso della parsimonia) un eccesso di risparmi conduce a una riduzione delle aspettative sui futuri consumi e quindi dei futuri guadagni degli imprenditori che porta a ridurre il risparmio complessivo  via riduzione del reddito (sono le  spese che determinano il reddito). Il tasso dei interesse è determinato dalla preferenza per la liquidità, moneta come riserva di valore per combattere la incertezza (trappola della liquidità). Se il tasso di interesse rimane al disopra del tasso di ritorno del capitale, che rende possibile (via investimenti) la piena occupazione, la politica monetaria diviene impotente nel abbassare ulteriormente il tasso di interesse, da cui deriva la necessità di politica fiscale e di spesa da parte dello Stato (la socializzazione  degli investimenti). 
Un capitolo è dedicato a Keynes come uomo di Stato, soprattutto durante la seconda guerra mondiale con i suoi piani per pagare la guerra senza generare inflazione (How to Pay for the War). Il suo contributo più importante, nel tentativo di regolare la economia internazionale, si realizzò nelle trattative che portarono al cosiddetto accordo di Bretton Woods. Keynes era convinto che un sistema di cambi rigidi come il gold-standard non poteva durare a lungo, d'altra parte un sistema di cambi flessibili era troppo pericoloso per la stabilità economica internazionale, quindi la sua preferenza era per un sistema di cambi flessibili ma con limitazioni alle oscillazioni. Altri aspetti che voleva limitare erano l'eccesso di esportazioni da parte di una nazione nel commercio internazionale (che genera deflazione) e un sistema finanziario controllato. Le sue proposte vennero approvate solo in parte, l'accordo metteva al centro del sistema internazionale monetario il dollaro e non la divisa internazionale (Bancor) che aveva proposto Keynes.
Gli ultimi capitoli sono dedicati alla eredità di Keynes. La Teoria Generale ha avuto un grande impatto dalla sua uscita, in particolare sui giovani economisti e anche sul pubblico. La influenza di Keynes sul dopoguerra è indubbia, almeno fino al 1970, va evidenziato, comunque, che le politiche keynesiane influirono sui governi ma non furono completamente adottate dai paesi occidentali, ad eccezione del periodo di Kennedy negli USA. 
La cosiddetta "golden age" è si, in parte, dovuta alla influenza keynesiana ma hanno giocato un ruolo anche la situazione generale politica (Guerra Fredda e lotta ideologica tra capitalismo e comunismo), il rapido sviluppo tecnologico e la crescita della domanda in generale. Inoltre, anche nel sistema monetario le idee di Keynes hanno aiutato nella stabilità, grazie comunque alla politica in deficit commerciale degli USA che ha quindi impedito tendenze deflazionistiche. Non possono essere ascritte a Keynes certe interpretazioni da parte  dei cosiddetti keynesiani, che hanno in parte travisato le idee di Keynes che era molto più accorto e moderato nelle sue indicazioni di politica economica, vi è stato, quindi, un eccesso di ambizione nel tentativo di governare la economia.
Sta di fatto che, dagli anni '70 con la comparsa della stagflazione, prende il sopravvento la teoria monetarista e delle aspettative razionali con il conseguente discredito delle politiche keynesiane, che sembrano superate dai fatti. Sarà, soprattutto, la crisi del 2008 ha dimostrare che la eccessiva fiducia nelle salvifiche caratteristiche  del mercato è ancor più fallace, avendo portato a una crisi economica di grandi dimensioni, con la rivalutazione delle idee di Keynes. 
E' proprio la impossibilità di modellizzare e dominare la incertezza che non rende possibile marginalizzare la teoria keynesiana e pone invece limiti alla teorie classiche; quindi la eredità di Keynes riamane, un Keynes correttamente interpretato e inteso ma anche con adeguate integrazioni e innovazioni.


lunedì 5 aprile 2021

Cosa ha veramente detto Keynes

 

Oggi parleremo dell'economista più famoso e citato del XX secolo ovvero John Maynard Keynes e del suo libro più famoso: La teoria generale dell'occupazione, moneta e interesse; questo libro è uno dei più citati ma forse meno letti, infatti, a dispetto della sua fama, è un libro difficile e come disse Samuelson: «E’ un libro scritto male, non bene organizzato», ma aggiunge «Quando alla fine si riesce a comprenderlo appieno […] è un opera di un genio».
Il suo libro e il suo contenuto vengono considerati rivoluzionari perché in molti aspetti si discosta dalla teoria dominante, quella Neoclassica, in cui Keynes era stato allevato avendo avuto come maestro Marshall, arrivando a mettere in discussione alcuni dei fondamenti della disciplina economica.
In particolare nel libro (Teoria Generale) afferma: «I postulati della teoria classica sono applicabili soltanto ad un caso particolare e non al caso generale, essendo la situazione che essa presuppone, solo un caso limite di tutte le posizioni possibili di equilibrio»1. Quindi, più che criticare la coerenza logica della teoria classica, Keynes evidenzia che questa si applica solo a un caso limite in cui può trovarsi l’economia reale.
La sua critica si rivolge alla cosiddetta legge di Say, la quale in sostanza afferma che la produzione, generando redditi, crea la domanda in grado di assorbire la produzione stessa, cioè alla fine del ciclo sia ha: Produzione=Spesa.
In realtà Keynes non rigetta completamente questa affermazione ma una sua derivazione, ovvero che la produzione è quella massima che garantisce la piena occupazione. Questo corollario deriva dal fatto di considerare il mercato del lavoro completamente flessibile per cui, eventuali diminuzioni transitorie di produzione e aumento di disoccupazione, costringono i lavoratori ad abbassare i salari, questo spinge gli imprenditori ad aumentare nuovamente la produzione e la occupazione (questa teoria era stata espressa da Pigou altro maestro di Keynes), per Keynes invece i salari nominali sarebbero nel breve periodo abbastanza rigidi.
Per Keynes è invece fondamentale la domanda, e qui entra in gioco un aspetto non preso in considerazione dai neoclassici cioè le aspettative; gli imprenditori generano produzione e occupazione in base alle prospettive di vendita e guadagno, se le prospettive non sono favorevoli tenderanno a rimandare gli investimenti e a non aumentare o anche diminuire la produzione, indipendentemente da eventuali diminuzioni dei salari che, secondo Keynes, non farebbero che peggiorare la domanda. Infatti, la domanda di beni è composta da domanda di beni di consumo (C) e di beni di investimento (I), cioè C+I, dove i consumi sono determinati dai redditi dei consumatori mentre gli investimenti dalle scelte degli imprenditori, la domanda che effettivamente si manifesta in un certo momento (domanda effettiva) potrebbe, in alcuni momenti come le recessioni, non essere in grado di garantire una produzione che genera la massima occupazione. La figura seguente dimostra graficamente la situazione.










Per questo le indicazioni di Keynes per uscire dalle crisi sono di non limitarsi ad abbassare il tasso di interesse per stimolare gli investimenti. Infatti, questa operazione funziona solo fino ad un certo punto, per uscire da una recessione bisogna aumentare la domanda utilizzando la leva della spesa pubblica (G)2 oltre che a una diminuzione delle tasse, le quali aumentando i redditi tendono  ad aumentare i consumi, ma anche in questo caso c'è un limite cosiddetto della trappola della liquidità, in cui i soggetti preferiscono tesaurizzare moneta piuttosto che spenderla (moneta vista come riserva di valore).
Per la visione dei neoclassici l'interesse era in grado di portare sempre in equilibrio la offerta di risparmio con la domanda di investimenti, mentre per Keynes: «Il tasso di interesse non è il prezzo che porta in equilibrio la domanda di mezzi da investire con la disposizione ad astenersi dal consumo presente. E’ il prezzo che equilibra il desiderio di tenere la ricchezza in forma liquida con la quantità di denaro disponibile; Il tasso di interesse non può essere una ricompensa per il risparmio [...] al contrario è la ricompensa per l’abbandono della liquidità »3
Questo aspetto denota la importanza che Keynes riservava alla moneta e al fatto che il tasso di interesse si crea nel mercato della moneta, determinato dalla intersezione tra domanda di moneta (denaro che i privati vogliono detenere) e la offerta di moneta.
Ovviamente nella Teoria Generale c'è molto più di quello che ho sinteticamente qui espresso. Troviamo moltissimi concetti nuovi e innovativi, dal concetto di moltiplicatore degli investimenti o spesa su cui c'è ancora molto dibattito tra gli economisti, il concetto di efficienza marginale del capitale, della propensione marginale al consumo e molto altro, oltre a moltissime considerazioni interessanti. E' quindi un libro ricco ma difficile, che va letto più volte per essere pienamente apprezzato.
Le teorie di Keynes furono successivamente rielaborate in forma analitica da J. Hicks, che per questo ricevette il premio Nobel per l’economia. Hicks riuscì quindi a sintetizzare in poche equazioni, la teoria di Keynes, arrivando al famoso modello IS-LM che è compreso in tutti i corsi di Macroeconomia, e a cui più avanti abbiamo dedicato un post specifico.
C’è da dire, comunque, che tale modello se da un lato rappresenta un ottimo strumento sintetico di analisi, d'altra parte ha ricevuto molte critiche e secondo alcuni ha condotto ad un keynesismo riduttivo (definito da qualcuno “idraulico”) che non riflette completamente la complessità del pensiero di Keynes, escludendo alcuni aspetti come le aspettative e la incertezza, tant'è che Minsky, uno degli economisti che più ha studiato il pensiero di Keynes, ha affermato: «Keynes senza incertezza è l’Amleto senza il Principe»4
Potete trovare una descrizione più dettagliata e completa delle idee di Keynes nel paragrafo dedicato a lui del mio libro: Le idee dell'economia.


Di seguito riporto alcuni riferimenti bibliografici utili, alcuni recensiti su questo blog.


J.M.Keynes-Teoria dell' occupazione, interesse e moneta-Torino, UTET, 1947.
H.P.Minsky-Keynes e l'instabilità del capitalismo-Torino, Bollati Boringhieri-1981.
A.H.Hansen-Guida allo studio di Keynes-Napoli,Giannini Editore,1964.
F.Saraceno-La scienza inutile-Milano,Luiss University Pres, 2018.
G. La Malfa-John Maynard Keynes-Milano, Feltrinelli, 2015.


Note:
1 J.M. Keynes, Teoria generale, cap. 1.
2La domanda effettiva diventa infatti C+I+G.
3 J.M. Keynes, Teoria generale, cap. 13.
4 H.P. Minsky, Keynes e l'instabilità del capitalismo, pg.78.

mercoledì 6 maggio 2020

Francesco Saraceno - La scienza inutile

Ho comprato questo libro per curiosità, di libri di economia ne ho letti molti, mi interessava vedere come trattava l'argomento anche in relazione al mio libro, devo dire che alla fine il libro è stata una piacevole sorpresa.
Il libro verte sulla macroeconomia, ripercorrendo la storia dei modelli che hanno avuto successo. Ovviamente il primo ad essere trattato è il modello keynesiano che ha dato l'avvio alla macroeconomia, di cui l'autore spiega in maniera piuttosto semplice ma dettagliata il funzionamento. Seguono i modelli cosiddetti della sintesi neoclassica (Hicks, Modigliani) che tendono a limitare il caso keynesiano a modello limite ma non più generale, operando una certa normalizzazione del pensiero di Keynes; questo modo di rappresentare Keynes viene da alcuni definito "keynesismo idraulico". Con la corrente di Friedman si supera invece definitivamente il modello keynesiano con il monetarismo che sposta il focus dell'intervento economico dalla politica fiscale a quella monetaria. Un ulteriore distacco lo abbiamo con Lucas con  la economia delle aspettative razionali e quella dei cosiddetti cicli reali, dove gli shock sono puramente esogeni. Infine, nell'ultimo periodo prima della crisi, prende il sopravvento quello che viene definito il nuovo consenso (Blanchard) che fonde un approccio a breve termine keynesiano (domanda) con un lungo termine più determinato dalle politiche di offerta. Le fluttuazioni di breve periodo hanno poca influenza sulla crescita di lungo termine determinata dalla tecnologia. Ma anche il nuovo consenso non esce bene dalla crisi del 2008 (il consenso malmenato lo definisce l'autore) con le sue ricette sulle cosiddette riforme strutturali, facendo invece  rinascere l'interesse per le politiche fiscali.  Il libro si conclude su alcune riflessioni sul futuro della teoria economica con la conclusione (che ricorda Rodrik) che nessuna teoria è adatta a tutte le stagioni e che forse è bene  rinunciare a una teoria universale.
Il libro, inoltre, è in buona parte composto da interessanti inserti che consentono di passare dalla teoria agli aspetti dell'economia attuale e reale. Nel complesso un libro interessante, ricco di spunti e anche di utili riferimenti bibliografici. Non è un libro per neofiti (ai quali per farsi un idea consiglio ovviamente il mio libro che parte dalla economia classica e spiega i concetti fondamentali), ma dedicato a chi ha almeno  una infarinatura di economia. Comunque un libro di cui consiglio l'acquisto e la lettura.

martedì 16 gennaio 2018

Marc Lavoie - Introducion to Post-Keynesian Economics

In questo libro, l’autore Marc Lavoie, economista post-keynesiano e autore di diversi saggi, presenta una introduzione alle teorie post-keynesiane.
Nel primo capitolo introduce i principali elementi che differenziano le teorie economiche neoclassiche e quelle eterodosse. Infatti, nelle teorie eterodosse, rispetto a quelle neoclassiche, si contrappone il realismo allo strumentalismo, l'organicismo all'individualismo, la razionalità procedurale alla razionalità sostanziale. Inoltre, gli eterodossi sono focalizzati su produzione e crescita mentre i neoclassici su scambio e scarsità.  In aggiunta i primi si battono per l'intervento dello Stato mentre  i neoclassici per il libero mercato. L'autore  individua anche quelle che sono le principali correnti post-keynesiane: fondamentalisti, Sraffiani e Kalechiani.
Nel secondo capitolo illustra le principali caratteristiche della microeconomia nelle teorie post-keynesiane, in particolare la teorie delle scelte e le teorie sui costi e la formazione dei prezzi.
Nel terzo capitolo affronta aspetti macroeconomici e in particolare il tema del circuito monetario: tassi di interesse, il credito e le banche, la creazione della moneta.
Nel 4 capitolo analizza i temi della domanda effettiva e del mercato del lavoro, con particolare enfasi  sulle  teorie di Kalecki.
Infine, il 5 capitolo è dedicato ai modelli di crescita e, anche in questo capitolo, si sofferma sui modelli di Kalecki.
In conclusione, per quanto il libro dedichi molta enfasi alle teorie di Kalecki e non faccia menzione di molti altri filoni di ricerca eterodossi più moderni, rimane un libro interessante e ben fatto, molto schematico e di introduzione alle principali tematiche economiche eterodosse post-keynesiane, anche se presuppone una buona conoscenza di economia.

giovedì 14 settembre 2017

Intervista esclusiva a John Maynard Keynes sull'Europa.


D. Buongiorno Lord Keynes, ci dispiace disturbarla ma vorremmo porgergli alcune domande, in primo luogo cosa ne pensa della situazione dell’Europa e in particolare dell’eurozona e delle politiche attuate?
R. Il problema che mi affligge di più nella situazione attuale è la disoccupazione, la deflazione è disastrosa per l’occupazione, l’inutilizzata capacità produttiva dei disoccupati non si accumula a nostro credito in banca, si tramuta in spreco, è irrimediabilmente perduta.
D. Quindi quali sono i rimedi ?
R. L’intensità della produzione è determinata in gran parte dalla previsione dei profitti reali. Il diffuso timore di prezzi cadenti può bloccare il processo produttivo; la situazione può aggravarsi ulteriormente in quanto la previsione del corso dei prezzi tende, ove sia diffusa, a dare risultati ad un certo punto cumulativi. L’ammontare complessivo degli investimenti è lungi dall’essere necessariamente pari al volume complessivo dei risparmi, lo squilibrio fra i due è la radice di molti nostri guai.
D. Scusi ma in questo momento in Europa si vede un poco di ripresa quindi il QE di Draghi ha funzionato?
R. Un espansione del credito non è scevra di rischi per la banca centrale fintanto che non si abbia la certezza che esistono operatori interni pronti ad assorbirla. Un paese si arricchisce per l’atto positivo di utilizzare il risparmio per aumentare la attrezzatura produttiva del paese.
D. Quindi se ho capito bene lei propende per maggiori investimenti, ma non c’è rischio di inflazione?
R. L’idea che una politica di spesa per investimenti deve tradursi in inflazione avrebbe del vero se operassimo in condizioni di boom, cosa da cui siamo ben lontani. Un maggior volume di credito bancario è probabilmente condizione sine qua non per aumentare la occupazione, ma un piano di investimenti che lo assorba è condizione sine qua non per perché l’espansione del credito non presenti rischi. Inoltre un periodo di prezzi crescenti agisce da stimolo sull’impresa ed è vantaggioso per gli imprenditori mentre la caduta dei valori monetari scoraggia l’investimento e discredita l’impresa.
D. Quindi lei è contrario alle politiche di austerità adottate?
R. Ciò di cui abbisogna in questo momento non è stringere la cinghia ma creare una atmosfera di espansione di attività. Non potete dare lavoro alla gente contraendo la spesa, mi piacerebbe che si attuassero progetti di grandezza e magnificenza. I profitti dei produttori di beni di consumo potrebbero ricostruirsi quando aumenti la quota dei beni capitali, ma la quota di beni capitali non aumenterà se i redditi dei produttori non riescono a conseguire un profitto.

D Quindi il piano di investimenti dovrebbe essere pubblico, ma non si crea deficit?
R. Le conseguenze immediate di una riduzione del deficit da parte del governo sono esattamente l’opposto di quelle che si avrebbero se finanziassimo lavori pubblici. L’importante è che l’indebitamento si affronti allo scopo di finanziare investimenti in opere che presentino un minimo di utilità. L’indebitamento pubblico è il rimedio naturale per impedire che le perdite imprenditoriali diventino una grave recessione, così forte da portare a una stasi della produzione. (NDR: ad esempio in Italia abbiamo perso nella crisi  il 25% della produzione industriale).
D. E delle riforme strutturali che ne pensa?
R. Ma se tutti tagliano i salari il potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce di tanto quanto si siano ridotti i costi e nessuno ne tare vantaggio. E’ un illusione che gli imprenditori possano automaticamente ristabilire l’equilibrio riducendo i costi complessivi, la riduzione delle somme erogate a titolo di costo contraggono il potere di acquisto dei percettori di reddito che sono gli acquirenti; non è vero che quanto gli imprenditori erogano come costo di produzione rientri necessariamente come ricavo da vendita dei beni prodotti, è caratteristica di un boom che i ricavi eccedano i costi ed è caratteristica di una recessione che i costi eccedano i ricavi.
D. Quindi più intervento dello Stato?
R. Le agenda più importanti dello Stato riguardano le funzioni che cadono al difuori della sfera dell’individuo, le decisioni che se non le assumesse lo Stato nessuno prenderebbe. L’importante per il governo non è fare le cose che gli individui stanno facendo ma fare le cose che non vengono fatte per niente. L’attuale organizzazione del mercato degli investimenti di distribuire il risparmio non dovrebbe essere lasciata interamente alla casualità del giudizio e del profitto privato. Migliorare la tecnica del capitalismo moderno attraverso l’operare dell’azione pubblica.
D. Ma che ne pensa della creazione della moneta unica?
R.  Per i paesi che l’hanno adottata è stata un rischio, la creazione di moneta legale è stata ed è l’ultima riserva dei governi, nessuno Stato o governo decreterà la propria bancarotta fino a che disporrà di questa sovranità. Inoltre il tasso di cambio dipende dal rapporto dei prezzi interni e quello dei prezzi esterni, ne consegue che il tasso di cambio può mantenersi stabile soltanto se entrambi i livelli dei prezzi si mantengono stabili; ma il livello dei prezzi esterni è fuori dal nostro controllo quindi dovremmo accettare che il livello dei prezzi o il tasso di cambio subiscano l’influenza esterna, ma se il livello dei prezzi esteri è instabile non potremmo mantenere stabili il livello dei prezzi interni sia il tasso dei cambi. (NDR: cioè se siamo vincolati a una  moneta troppo forte rischiamo di dover compensare con una svalutazione dei salari ).
D Quindi lei è pessimista?
R: No, le risorse e gli artifici dell’uomo sono ancora fecondi e produttivi non meno di ieri. Il problema politico della umanità consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale. Alla prima sono necessari senso critico, prudenza e conoscenza tecnica; alla seconda spirito altruistico, entusiasmo ed amore per l’uomo comune; alla terza tolleranza, ampiezza di vedute, apprezzamento dei valori, della varietà e della indipendenza. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rinunciare ad essere aperti ad esperimenti nuovi, liberi di intraprendere attività, di provare tutte le possibilità della vita.

Nota: tutte le frasi in corsivo sono originali di John Maynard Keynes tratte da Esortazioni e profezie.