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giovedì 17 ottobre 2019

Dani Rodrik - Dirla tutta sul mercato globale ( Straight Talk on Trade)

Questo di Dani Rodrik è l'ultimo libro uscito nel 2018. Chi segue questo blog conosce bene questo autore avendo recensito i suoi libri e alcuni articoli,  quindi i temi trattati sono in parte noti. 
Il titolo del libro forse è un poco fuorviante in quanto gli argomenti trattati sono diversi e non solo relativi al mercato, si parla di Stato, di economia e di politica,  ovvero affronta temi molto ampi. 
Per quanto riguarda il commercio e gli accordi commerciali, Rodrik rimarca come la globalizzazione, pur con alcuni vantaggi, non è una panacea per tutti e l'allargamento del commercio produce vinti e vincitori; gli accordi di commercio poi (es. TPP) tendono più a difendere gli interessi delle multinazionali che dei cittadini. 
La globalizzazione ha poi ridotto spazi per lo Stato e anche per la democrazia. In alcuni casi, vedi Europa, l'unificazione economica e monetaria ha portato ad una riduzione della sovranità senza avere delle istituzioni adeguate e anche democratiche. Tutto ciò ha fatto nascere risentimento nelle classi medie e basse che hanno sofferto della crisi, della globalizzazione ma anche della evoluzione tecnologica, dando spazio ai populismi di destra che in Occidente fanno leva anche sulle divisioni etniche (immigrazione) come si è visto con Trump o anche in Europa (Le Pen e  Salvini). 
Una parte del libro è dedicata alla economia e agli economisti e ai rapporti con a politica. Rodrik critica l'atteggiamento di molti economisti che assumono che il loro modello sia quello giusto quando in economia i modelli sono molti e ognuno va adattato al contesto prescelto, non esistono quindi verità assolute e gli economisti sbagliano quando parlano in pubblico o danno consigli alla politica, dando per scontate alcune ricetteProprio in politica evidenzia  la importanza delle idee (innovative) perché anche la politica non può essere ridotta solo a lotta per interessi precostituiti; infatti spesso le élite fanno ricorso alle idee, vedi liberismo, per giustificare delle politiche che sono vantaggiose per pochi e non per la maggioranza.
I problemi in atto sono complessi e non esistono soluzioni facili né per i paesi sviluppati né per quelli in sviluppo, che difficilmente possono ripetere il percorso di quelli sviluppati e rischiano una non-industrializzazione o deindustrializzazione precoce a causa della evoluzione tecnologica. L'arretramento dello Stato non si risolve con una maggiore regolamentazione internazionale, primo perché sarebbe molto difficile attuarla in un mondo multipolare e poi perché non è utile; servono delle regolamentazioni internazionali solo per quanto riguarda i cambiamenti climatici mentre per il resto servono poche regole e bisogna dare di nuovo forza agli Stati e alla democrazia. Servono sopratutto nuove idee che sostituiscano il mito del mercato autoregolantesi e a sinistra leadership preparate e illuminate.
Il libro si rivela quindi molto interessante e si legge con piacere pur rimanendo rigoroso e ben documentato.

martedì 12 luglio 2016

Dani Rodrik - The political economy of liberal democracy

Oggi recensiamo un bellissimo articolo di D. Rodrik (Harvard University)  e S. Mukand (University of Warwick) sulla democrazia e quindi in linea con questo blog, che potete trovare qui in lingua inglese, se volete una esauriente sintesi la trovate di seguito. 
L' articolo inizia con una interessante definizione dei diritti, in particolare si suddividono in:

  • Diritti di proprietà, che proteggono i possessori di beni (assets) e investitori dalle espropriazioni dello Stato o altri gruppi;
  • Diritti politici, che garantiscono libere e corrette competizioni elettorali  e permettono ai vincitori di tali elezioni di determinare la politica soggetti solo alle limitazioni di altri diritti ( qualora ci siano);
  • Diritti civili, che assicurano la eguaglianza davanti alla legge, nella amministrazione della giustizia e la fornitura di altri beni pubblici come la istruzione e la salute.
Segue quindi una classificazione dei regimi politici in base a quale combinazione di questi diritti siano forniti.
Nelle dittature sono protetti solo i diritti di proprietà delle élite. I regimi liberali classici proteggono i diritti di proprietà e i diritti civili, ma non necessariamente i diritti elettorali. Le democrazie elettorali, che costituiscono la maggioranza delle democrazie attuali, proteggono i diritti di proprietà e i diritti politici, ma non i diritti civili. Le democrazie liberali proteggono tutti e tre i diritti. Ciascuno di questi diritti ha un chiaro e ben identificabile beneficiario. Dei  diritti di proprietà beneficiano principalmente i ricchi, le élite proprietarie. Dei diritti politici beneficia la maggioranza, le masse organizzate e le forze popolari. Dei diritti civili ne hanno beneficio coloro che, normalmente, sono esclusi dalla spartizione di privilegi o del potere: le minoranze etniche, religiose, geografiche o ideologiche.  
Quando le élite proprietarie possono governare da sole stabiliscono un autocrazia che protegge i loro diritti di proprietà e poco altro. Ciò è stato l'esito usuale lungo l'arco della storia. La democrazia di massa, d'altra parte, richiede la comparsa di gruppi popolari organizzati che possano sfidare il potere delle élite. Nel 19° e 20° secolo i processi di industrializzazione, le guerre mondiali e la decolonizzazione hanno portato alla mobilitazione di tali gruppi. La democrazia, quando è nata, è stata tipicamente il risultato di uno scambio tra le élite e le masse mobilitate. Le élite hanno acconsentito  alle richieste  della massa affinché il diritto di voto fosse esteso (di norma) ai maschi senza limitazioni di ricchezza o proprietà. In cambio i nuovi gruppi, con diritto di voto, hanno accettato limiti nella possibilità di espropriare i proprietari.  In sintesi i diritti elettorali furono scambiati con i diritti di proprietà. La caratteristica di tale accordo politico è che esclude i maggiori beneficiari dei diritti civili, le minoranze senza proprietà, dal tavolo di trattativa. La concessione dei  diritti civili è costosa per la maggioranza e non necessaria per le élite, perciò l'accordo politico favorisce le democrazie elettorali piuttosto che le democrazie liberali. 
Ci sono alcune circostanze che possono favorire la nascita dei diritti civili:
  • non ci devono essere chiare e identificabili divisioni etiche, religiose o di altro tipo che dividano la minoranza dalla maggioranza;
  • le due divisioni che distinguono la maggioranza dalla minoranza e dalle élite alle non-élite devono essere strettamente collegate; in questo caso le élite cercheranno un  accordo  sui diritti civili e politici (vedi il caso del Sudafrica);
  • la maggioranza risulta debole o esigua e quindi cerca un accordo con la minoranza per sfidare la élite.
Quindi due divisioni giocano un ruolo cruciale, la prima è quella tra élite proprietarie e la massa; tale divisone è tipicamente economica (divisione della terra, della ricchezza ecc). La seconda, tra maggioranza e minoranza, è dovuta a differenze identitarie (etniche, religiose, ideologica ecc.), questo favorisce la democrazia elettorale piuttosto che quella liberale (la maggioranza può così godere di maggiori beni pubblici). Quando invece l'élite è correlata con la minoranza, le élite possono promuovere i diritti civili. Inoltre, dato che la tassazione è in genere minore in una democrazia liberale, le élite potrebbero supportarla per questo.
Nell'Occidente la transizione verso la democrazia è una conseguenza della industrializzazione e della divisione tra capitalisti e lavoratori. Nei paesi in via di sviluppo, invece, spesso la principale divisione è di tipo identitario, per questo è più difficile la evoluzione verso una democrazia liberale. 
Un regime nel quale nessuno dei diritti è protetto è sia una dittatura personale o un anarchia dove lo Stato non ha autorità. Se sono protetti i diritti di proprietà ma non ci sono diritti politici e civili, significa che il regime è una governo oligarchico (autocrazia di destra). Un regime che fornisce solo i diritti politici ma non quelli di proprietà o civili sarebbe controllato da una minoranza e potrebbe somigliare a una dittatura del proletariato marxista. 
Quando sono protetti i diritti civili e quelli di proprietà ma non quelli politici siamo in un autocrazia liberale (ad esempio Gran Bretagna a fine '800). Quando sono mancanti i diritti civili ma non quelli di proprietà o politici siamo in una democrazia elettorale o illiberale (tipica dei paesi in via di sviluppo). Infine, solo quando tutti i diritti sono protetti siamo in una democrazia liberale
Mentre la democrazia ha le radici nell'antica Grecia, la sua variante moderna è emersa a causa della Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna e dell'Europa occidentale.
Quando gli agricoltori si sono mossi verso le città, le possibilità di azioni collettive di massa sono aumentate e il lavoro organizzato è divenuto una forza politica. La spinta verso la democrazia nel 19° secolo è dovuta, essenzialmente, alla domanda di espansione dei diritti elettorali dei non proprietari. I primi liberali facevano parte delle élite proprietarie, latifondisti e ricchi, cui obiettivo primario era di prevenire che la massa esercitasse un potere arbitrario su di essi.  Il fatto che i liberali in Occidente erano in larga parte proprietari portò alla unione dei due diritti: di proprietà e civili.
In Occidente il liberalismo ha preceduto le democrazie elettorali. Dove il liberalismo ha preceduto la democrazia, la democrazia si è mostrata più resistente.  
In altre parti del mondo la politicizzazione delle masse è arrivata non con la industrializzazione ma con la decolonizzazione o con le guerre di indipendenza nazionali. 
Questo spiega le differenze tra le democrazie occidentali e le altre che non si sono formate  a causa del processo di industrializzazione e le divisioni di classe da questa generate.
Le divisioni di classe e di identità evolvono come risultato di sviluppi esogeni nell'economia e nella società come pure le strategie politiche messe in atto dai gruppi che si contendono il potere.
La democrazia liberale è quindi una strana bestia. Non sorge se non in una particolare situazione politica. Il liberalismo deve avere delle proprie "gambe" per ottenere credibilità. Le condizioni politiche generali che sono ritenute necessarie per una democrazia producono democrazie elettorali piuttosto che liberali.
Dei tre diritti, quelli di proprietà sono importanti per le élite, i diritti politici sono importanti per le masse, mentre i diritti civili proteggono le minoranze.Una democrazia liberale richiede tutti e tre i diritti mentre le democrazie elettorali producono solo i primi due.
La transizione verso la democrazia richiede la risoluzione del conflitto tra élite e masse. Divisioni aggiuntive, divisioni di identità in particolare, rendono più difficile la promozione di politiche liberali. Per questo la rarità delle democrazie liberali non è sorprendente.

lunedì 25 gennaio 2016

Dani Rodrik - Economic Rules -The Rights and Wrongs Of The Dismal Science

Il libro che recensiamo oggi è di Dani Rodrik, di cui abbiamo già parlato in un altro post per il suo precedente libro, The globalization paradox.
Il tema del libro, come è scritto nel sottotitolo, è quello di provare a discriminare cosa ci sia di giusto e di sbagliato nella teoria economica, e quindi in ciò che affermano gli economisti. In particolare il libro si concentra sui modelli che sono una delle caratteristiche, per l’autore, più importanti e caratterizzanti la scienza economica. L’accusa è che alcuni economisti abbiano male interpretato il loro ruolo assumendo il loro modello come “il modello” mentre, giustamente, Dani Rordik evidenzia che esistono vari modelli e che ognuno va utilizzato in base al contesto di riferimento. Il problema non è, come affermano alcuni critici della scienza economica, che i modelli siano troppo semplici, anzi la semplicità è un requisito essenziale se si vuole fare scienza. Non sono un problema neanche  le assunzioni irrealistiche in generale, piuttosto se sono irrealistiche le cosiddette assunzioni critiche, quelle correlate direttamente ai risultati, ed in questo l’autore è in contrasto con quanto affermava Friedman che ciò che conta sono solo i risultati. Il compito della scienza economica e dell’economista  è quindi, soprattutto, di selezionare il giusto modello in base alle condizioni specifiche in cui deve essere applicato. L’errore commesso da alcuni economisti recentemente è stato di essere troppo  confidenti in alcuni modelli a scapito di altri. Afferma infatti inoltre:  «L’economia è una scienza sociale il che significa che la ricerca delle teoria e dei  risultati  universali è futile. Un modello è al massimo contestualmente valido». Se la scienza economica ha perso credito è stato appunto per gli eccessi di alcuni economisti in propagandare alcune scelte politiche quando la direzione della vita sociale non può essere predetta, un bravo economista può fare solo predizioni “condizionali”. La scienza economica progredisce anche grazie ad una migliore selezione dei modelli e migliorando la correlazione tra i modelli e il mondo reale. La realtà sociale infatti ammette un grande varietà di possibilità e i modelli economici ci avvertono della estrema diversità degli scenari possibili. L'autore conclude che l’economia (se giustamente intesa) ci fornisce gli strumenti analitici per indirizzare i grandi problemi pubblici del nostro tempo. Ciò che non può fornire è una risposta definitiva e universale,  i risultati forniti dalla scienza economica devono essere comunque combinati e tener conto dei giudizi di valore,  le valutazioni  e la  evoluzione delle tematiche di natura politica, etica e pratica.
In definitiva un libro veramente molto bello, molto ben scritto e di grande equilibrio, che riscatta, in qualche modo, la scienza economica dal discredito in cui è stata condotta  da alcuni economisti. Un libro che dovrebbero leggere tutti gli studenti di economia per acquisire un giudizio più critico, ma anche più sano, sulle materie che studiano.

Aggiornamento quando ho recensito questo libro non era disponibile in italiano adesso (marzo 2016) è disponibile con il titolo Ragioni e torti dell'economia edito da Bocconi editore, quindi è stato tradotto prima di quanto pensassi.

giovedì 21 maggio 2015

Dani Rodrik - La globalizzazione intelligente - Laterza

Il libro che presentiamo oggi è molto interessante e ben scritto da Dani Rodrik, di origini turche ma professore di Economia Politica Internazionale alla John F. Kennedy School of Government  alll'Università Harvard negli Stati Uniti.
 Il titolo in inglese, che a mio parere è più azzeccato, The globalization paradox, spiega meglio il tema del libro, ovvero del paradosso o come vedremo più avanti, quello che l’autore definisce il trilemma della globalizzazione.
Nella prima parte c’è una lunga e molto accurata ricostruzione storica, si parte dalla prima globalizzazione, quella che iniziata nell’800, per effetto combinato delle innovazioni tecnologiche e del gold standard ma, sopratutto, in virtù delle politiche «imperialistiche» delle potenze occidentali, che finisce con la prima guerra mondiale, a cui segue un periodo di rinascita del protezionismo anche a causa  della Grande Depressione.

Il secondo dopo guerra è caratterizzato dagli accordi di Bretton Woods che, con gli accordi commerciali del GATT, permettono comunque un aumento della globalizzazione, ma consentono agli Stati nazionali quei giusti margini di manovra per portare avanti  anche politiche sociali e comunque non consentono una completa mobilità dei capitali finanziari. 

Con la caduta del sistema del dollaro ancorato all’oro (gold exchange standard) nel 1971, si avvia una fase di accelerazione della globalizzazione e, soprattutto, del movimento dei capitali finanziari anche per effetto dei cambiamenti ideologici.
La visione dell’autore è che questa  eccessiva libertà di movimento dei capitali ha portato ad una grave instabilità e a gravi crisi in molti paesi. Infatti, tra i paesi  emergenti solo quelli che sono riusciti a contenere, con un forte  intervento dello Stato, queste dinamiche sono riusciti a graduare il passaggio e ne hanno tratto un maggior beneficio (ad es. Corea e la stessa Cina).
Alla luce della storia passata, per Rodrik, si pone quindi un "trilemma", ovvero se si vuole una maggiore globalizzazione si deve rinunciare o allo Stato o alla democrazia, perché tutte e tre le alternative   non sono perseguibili e compatibili:
"non appare possibile perseguite simultaneamente la democrazia, assumere decisioni a livello nazionale e realizzare la globalizzazione economica".
Il punto di vista dell’autore è che, se si vuole salvare la democrazia, o si passa ad un sistema di governance globale o si mantiene un certo grado di indipendenza degli Stati nazionali dalle regole imposte dalla globalizzazione
Il sistema di governance globale, seppur invocato da molti autori, per Rodrik è in tempi brevi irrealizzabile (una chimera), anche per le diversità oggettive di natura economica ma anche culturale delle situazioni nelle varie nazioni. Pertanto, nella parte finale del libro, da alcune indicazioni di massima  sulla strada da percorrere che, in sintesi, sono rappresentate da uno strato minimale di regole comuni ma da una certa autonomia e indipendenza degli Stati nazionali, in modo da poter perseguire obiettivi che salvaguardino il benessere della  maggioranza dei cittadini:
"Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro patti sociali, e quando tale diritto entra in conflitto con le esigenze dell'economia globale, è quest'ultima che deve cedere il passo.".

Infatti, un ulteriore aumento della globalizzazione,  oltre a portare indubbiamente  qualche piccolo  vantaggio, spesso per pochi, genera per molti delle gravi difficoltà e per questo giustamente è molto mal vista e osteggiata.
In conclusione un libro che contiene moltissimi spunti di riflessione, molto più di quanto consenta questa sintesi, e che non dovreste mancare di leggere.