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mercoledì 28 gennaio 2026

Joel Mokyr - Una cultura della crescita- Le origini dell'economia moderna

 Con la recensione di oggi completiamo la panoramica sui lavori e le idee dei vincitori del premio Nobel per l'economia 2025 iniziata con questo post su Philippe Aghion; il libro di oggi è infatti di Joel Mokyr, storico economico americano e israeliano, che insegna alla Northwestern University. L'approccio di Mokyr è chiaramente storico, il fondamento del libro è che la "cultura", ovvero un insieme di credenze, valori e preferenze, siano alla bese della crescita economica moderna, in particolare fu il cambiamento della cultura attraverso i secoli che portarono all' Illuminismo europeo e poi alla Rivoluzione Industriale.

In questo libro quindi si sofferma sul periodo 1500-1700 nel quale furono poste le fondamenta culturali della economia moderna. Nella focalizzazione sugli elementi culturali sta la differenza del suo approccio da quelli istituzionali (Acemoglu). Infatti, mentre le istituzioni producono la struttura degli incentivi sociali, è la cultura che costituisce il fondamento delle istituzioni fornendogli la legittimità, ma la cultura contribuisce a determinare le istituzioni che si affermano ma non ne garantisce il risultato. I motori del progresso, per l'autore, sono l'atteggiamento e l'attitudine, il cui cambiamento ha poratato al progresso tecnologico che è stato reso possibile dai cambiamenti culturali. In particolare la tecnologia è conseguenza della volontà umana di indagare, manipolare e sfruttare i fenomeni naturali, e la volontà e la capacità di diffondere e valorizzare tali saperi sono componenti della cultura.

La innovazione richiede comunque una notevole interazione sociale, la crescita tramite innovazione richiede un legame diretto tra cultura e tecnologia. Tra gli elementi che stimolano la innovazione cita: la irriverenza, l'antropocentrismo e l'individualismo, come ovviamente la fede nel progresso e che questo sia possibile. In ogni caso la evoluzione culturale è un un processo complesso e molto contingente, quello che è successo in Europa dopo il 1700 non fu il culmine  ineluttabile della storia occidentale ma il risultato involontario e imprevisto di una serie di circostanze. La evoluzione culturale consiste nell'apprendimento sociale e nella persuasione, e in questo hanno giocato un ruolo la stampa, l'alfabetizzazione, mobilità crescenti, il miglioramento nelle comunicazioni e anche lo Stato nella formazione degli individui in luogo dei soli genitori. La trasmissione dei tratti culturali avviene tramite delle selezioni attraverso dei cosiddetti "menu culturali", e queste selezioni avvengono attraverso alcuni modelli (bias) che l'autore elenca.

 Un ruolo importante nel cambiamento culturale lo giocano particolari individui che vengono definiti "imprenditori culturali", cioè coloro che hanno sconfitto e sfidato le autorità esistenti in campo culturale, dirigendo le persone verso una convergenza culturale, ciò richiede comunque un ambiente propizio alla innovazione. Due innovatori culturali, che successivamente cita e analizza, sono  Francesco Bacone e Isaac Newton, in particolare Bacone per la importanza della conoscenza utile se distribuita e resa accessibile mentre Newton come esempio di razionalità umana.

Un altro aspetto importante fu il cambiamento nell'atteggiamento della elìte colta nei confronti della conoscenza utile rispetto al passato. Inoltre la frammentazione politica in Europa si trasformò in un vantaggio, da una parte le nazioni cercavano di primeggiare accaparrandosi le migliori menti e minando, altresì, il coordinamento delle forze conservatrici contrarie alla innovazione; in pratica la competizione politica facilitava la sopravvivenza della diversità intellettuale. Un ulteriore elemento importante fu la cosidetta Repubblica delle Lettere, cioè la comunità virtuale di intellettuali che si scambiavano informazioni tramite lettere che favorì la circolazione delle idee, il dibattito critico e la competizione intellettuale, elementi che alimentarono un nuovo atteggiamento nei confronti della conoscenza soprattutto utile. L’Illuminismo poi fu il motore che trasformò l'Europa nell'epicentro della modernità economica, la cultura della conscenza utile e sperimentale contribuirono a rafforzare la convinzione che l’uomo potesse dominare la natura attraverso la ragione e la tecnica (Illuminismo industriale), la rivoluzione tecnologica fu generata sia da artigiani e sia dal metodo scientifico, aiutata  anche dalla formalizzazione di istituzioni scientifiche.

Nell'ultima parte del libro l'autore cerca di spiegare perchè in Asia e soprattutto in Cina non ci sia stato l'Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, anche se la Cina  aveva dimostrato di essere in grado di produrre molte innovazioni tecnologiche. Le ragioni culturali e istituzionali sono molteplici. La Cina fu un impero centralizzato e questo aiutò le forze conservatrici a coordinarsi per reprimere la innovazione. Un clima culturale troppo legato al passato, l'ostilità verso la cultura esterna, una elìte confuciana poco interessata al progresso materiale, il sistema di selezione della pubblica amministrazione che favoriva le conoscenze burocratiche e legate alla cultura del passato.

Nelle conclusioni l'autore ribadisce che le nazioni crescono perche incrementano la conoscenza collettiva della natura e sono in grado di indirizzarla a finalità produttive. Tra i molti fattori ci sono le credenze culturali delle elìte grazie ad un processo di evoluzione e trasformazione culturale. Nella storia abbiamo assisto spesso al cristalizzarsi del progresso tecnologico e della società, questo in Europa non successe grazie al pluralismo, la concorrenza e condivisione  della conoscenza, cioè aveva sviluppato una cultura che valorizzava la conoscenza, la curiosità, la sperimentazione e la libertà intellettuale.

Dalla  recensione si percepesce che è un libro molto ricco e interessante, pieno di spunti di riflessione e idee illuminanti, quindi un ottimo libro. L'unico difetto è che essendo molto ricco di riferimenti e citazioni rischia di essere poco scorrevole. Leggendolo mi vengono alcune riflessioni, in particolare sembra che in occidente la fede nel progresso e nella scienza sia venuta meno nel grande pubblico,  questo lo vediamo anche nel peggioramento della qualità delle leadership, vedi ad es. USA e alcuni personaggi che negano certe evidenze scientifiche. Le idee culturali sono così importanti come afferma l'autore ma anche lo stesso Keynes, pertanto c'è stata una specie di involuzione culturale. Quello che si può dedurrre è  che negli ultimi anni abbiamo assistito alllo sforzo, da parte delle forze conservatrici, nel propagare le idee liberiste della preminenza del mercato su tutto il resto, e che sono state alla base della evoluzione della società. Purtoppo, tale clima culturale è stato spesso accettato in buona parte anche dalle leadership progressiste, questo ha portato alla accettazione dello stato di cose: non c'è alternativa, che di fatto ha condotto, in occidente, a una sempre maggiore disuguaglianza e a uno stato di profonda insoddisfazione nei cittadini. Per questo sostengo, spesso, che ci dovrebbe essere uno sforzo da  parte delle forze progressiste di elaborare una piattaforma culturale e politica nuova che si liberi da concetti superati e in grado di superare la situazione attuale e convincere i cittadini ad andare a votare o votare diversamente.

giovedì 9 ottobre 2025

Macron e la Francia, e non solo.

 Non ho mai creduto che Macron fosse la soluzione giusta per la Francia, come ho scritto  fin dalla sua elezione. La Francia è una grande paese, molto popoloso, con un costo dell'energia elettrica basso grazie al nucleare, una buona burocrazia statale e un sistema semi-presidenziale che dovrebbe assicurargli maggior stabilità politica, che negli ultimi tempi ha perduto. L'errore storico della Francia di Mitterand è stato quello di credere che con l'euro avrebbero contenuto la Germania riunita e tutto sarebbe andato per il meglio. In realtà l'euro si è dimostrato un arma vincente per la Germania, una moneta piu svalutata del marco che gli ha permesso, grazie anche alle politiche di contenimento dei salari, di diventare la esporatrice di Europa e aumentato ancor di più il suo potere. I francesi si sono illusi e sbagliati nel considerare la Germania come partner principale della UE, vi ricordate i risolini di Sarkozy con la Merkel verso Berlusconi? In realtà la Francia aveva poco da ridere, ha una forte agricoltura, un base industriale molto basata sulla grandeur dello Stato ma anche molte debolezze, acuite dall'euro. I presidenti francesi non hanno voluto capire che fare da sponda alle idee della Germania sull'euro e la gestione economica dell'UE non portava nessuno vantaggio alla Francia, era un illusione di grandezza che non aveva riscontro nella realtà.  

Come ho scritto più volte la Francia avrebbe dovuto guardare al sud, Spagna e Italia, molto più simili che non alla Germania per fare politiche diverse in Europa. Ovviamente il peggioramento della situazione economica francese ha portato i cittadini sfiduciati a votare  gli estremi politici. Macron con il suo rassemblement è riuscito ad essere eletto due volte grazie al voto dei moderati ma non è bastato. Macron ha improntato la sua politica sulle basi di idee liberali, in parte non nego che abbiano la loro valenza, ma in un mondo globalizzato dove molti perdono il lavoro o comunque si sentono sempre meno sicuri, con un euro che ha avvantaggiato le esportazioni tedesche, ci vuole ben altro per convincere gli elettori, bisogna avere attenzione anche alle fasce sociali sempre più indebolite e sopratutto a una classe media che si sfalda e tende a radicalizzarsi.

 

Queste sono le critiche che faccio ai liberali italiani, in particolare a Marattin, le sue ricette in parte sono anche giuste ma se non tieni conto delle sofferenze e delle difficoltà di chi economicamente perde terreno rimangono delle ricette aride e poco appetibili per cui non ti discosti molto da qualche punto percentuale di consensi. Calenda inizialmente aveva un programma che univa elementi liberali a quelli sociali, ma poi si è perso nei suoi capovolgimenti ed adesso sembra, putroppo, virare verso destra. Ma torniamo alla Francia la situazione è molto difficile, Macron continua ad affidare i governi a personaggi decotti che non presentano nessun elemento di novità nella politica, per salvarsi dovrebbe guardare alla sinistra moderata ma significherebbe ripudiare tutta la storia precedente, a destra la Le Pen non aspetta altro che andare al potere. Probabilmente la Francia avrà un nuovo Presidente del Consiglio che vivacchierà per portare avanti gli affari correnti, ma le elezioni prima o poi arriveranno e il rischio sarà una ulteriore radicalizzazione dell'elettorato, a meno che la destra estrema non si "melonizzi" e assuma un atteggiamento più moderato ma che significa, come è successo da noi, rinnegare molte delle cose su cui basano la loro politica elettorale.

 

Staremo a vedere, la situazione in Europa per i partiti progressisti moderati, per loro colpa, si è messa male, le persone sono stufe di non veder cambiare niente, ci vorrebbero personaggi nuovi capaci di parlare con sincerità alla gente, dicendo che non siamo più nella Golden Age del dopoguerra, ma proporre anche delle politiche imperniate su un keynesismo attualizzato e non storpiato. Dove le imprese guadagnano ma hanno un patto di solidarietà con lo Stato e i cittadini, e non come adesso, vedi le banche, che ora guadagnano e si tengono i profitti e quando sono in crisi si fanno pagare dai cittadini. Dove si guarda al progresso tecnologico ma con attenzione ai suoi risvolti sociali, si da spazio al mercato ma con i limiti che consentano vantaggi per tutti e non solo per pochi; con politiche che propongano la sostenibilità ambientale senza scadere nelle fughe in avanti; con politiche che sostengano il welfare e la sanità ma tenendo conto della evoluzione della società (vedi pensioni). Insomma qualcuno in grado di portare avanti quel patto sociale su cui si basano le società democratiche prospere ma equilibrate, patto sociale che si è perso, dove ormai nella società prevale  una lotta tra bande e si è perso di vista il bene comune.

mercoledì 19 febbraio 2025

Non tutto il male viene per nuocere: Vance e la UE

 Certo il discorso di Vance sulla Europa è singolare, dire che noi europei abbiamo perso di vista i valori democratici, da uno che è il vice di un presidente che non ha accettato le precedenti elezioni e  poi ha di fatto sobillato i suoi fans, che  hanno assalito Capitol Hill con una delle azioni più gravi che si siano viste in USA, fa veramente sorridere, io se fossi stato lì mi sarei alzato e andato via. 

Comunque criticare la UE è giusto perché troppe cose non vanno e questi continui schiaffi, che l'ammistrazione Trump da a l'Europa e alla UE, spero siano benefici. Diciamo che gli USA hanno sempre fatto quello che gli pareva, magari i modi erano più soft ma la sostanza non cambia, gli USA fanno e hanno sempre fatto i loro interessi. 

Ma andiamo con ordine, la creazione del mercato unico e poi della UE è stata una cosa giusta che ha portato più vantaggi  che svantaggi. L'allargamento a est della UE lo capisco da un punto di vista politico ma ha creato una struttura elefantiaca, ingestibile con il sistema della unanimità; inoltre i paesi dell'est sono molto diversi da quelli occidentali, hanno sistemi democratici giovani, economie in crescita mentre a ovest abbiamo economie mature, non è  facile fare convivere paesi così diversi.

 Poi c'è stata la introduzione dell'euro, anche qui ci sono alcuni aspetti positivi, diciamo che ne ha beneficiato la Germania con una moneta più debole del marco, non ne ha beneficiato l'Italia delle svalutazioni competitive anche se, ovviamente, ne abbiamo beneficiato per gli scambi con il dollaro e con interessi più bassi su di un debito enorme. Ma il punto peggiore, che ho sempre sottolineato, è che abbiamo creato una moneta unica e poi non la utilizziamo a pieno, non emettendo bond comuni che sarebbero utili al sistema bancario, avremmo un debito comune da utilizzare e si pagherebbero meno interessi, almeno noi è non solo. Senza parlare delle politiche economiche sempre restrittive e anti deficit, che tanti problemi hanno creato nel passato e ancora si persiste su questa linea. Per non parlare di una mancanza di una vera politica industriale e strategia di crescita e sviluppo, e ancora l'elenco sarebbe lungo. 

Per fortuna a dire queste cose non sono io ma Mario Draghi che con il suo report ha sconfessato gli ultimi 30 anni di strategie UE. Purtroppo negli ultimi anni la UE è  stata a guida germanica, con la Francia che ha ripetutamente fatto accordi con la Germania invece di guardare anche ai paesi del sud, Italia e Spagna, per fare fronte comune. Della UK meglio non parlarne anche perché è fuori ma ha sempre guardato più oltre Atlantico. Adesso che sarebbe ora di cambiare la situazione non è delle migliori, Macron e la Francia sono in enormi difficoltà, la Germania è in piena crisi economica e politica con la destra che avanza, e da noi la Meloni fa esercizio di equilibrismo tra UE e Trump, un vero disastro, difficile che si riesca a dare un cambio di rotta deciso. 

D'altra parte la UE non ha scelta se rimane in questo stallo istituzionale e politico è destinata a soccombere. Per competere bisogna avere i numeri, e in Europa non mancano né le risorse né le teste, ma bisogna avere una struttura istituzionale funzionale, più snella, più capace di rispondere alle sfide economiche, tecnologiche, militari e strategiche che le altre grandi potenze pongono. Il futuro è  sempre aperto, chissà se questi schiaffi non ci facciano bene e ci costringano  veramente a cambiare, peccato che solo Draghi sembra l'unico che abbia ben capito la situazione è abbia fornito delle proposte concrete.

mercoledì 27 marzo 2024

Il futuro dell'Europa

 La guerra in Ucraina, ma anche la crisi mediorientale tra Israele e palestinesi, sta mostrando l'estrema debolezza dell'Europa, senza una politica estera e un esercito comune siamo dipendenti dalle scelte o non scelte degli USA. Rispetto alla guerra fredda il mondo è cambiato, la Cina è  assurta a potenza mondiale commerciale e politica, sta crescendo l'India, paese più popoloso del mondo, inoltre vediamo rigurgiti imperialisti russi. 
Gli Stati Uniti sono in difficoltà, se non altro perché alle elezioni presidenziali si sfideranno due candidati deboli o discutibili lasciando al comando della potenza, ancora leader mondiale, un presidente comunque problematico. Noi europei siamo al palo da parecchio tempo e sarebbe ora di decidersi. Nessuno ci obbliga a fare una federazione europea, nel mondo ci sono centinaia di stati che vivono benissimo da soli. Se vogliamo fare una federazione con l'intento di avere un maggior peso nello scacchiere geopolitico mondiale però dobbiamo cambiare approccio. In politica è in economia non vale la regola commutativa, cioè che invertendo l'ordine dei fattori il prodotto non cambia, anzi la storia è spesso come si dice path dependent. Errori ne abbiamo fatti, era sbagliato partire dalla unione monetaria, non lo dico io ma molti, è stato affrettato allargare cosi tanto la UE  creando una struttura ingestibile. 
Quindi, se si vuole proseguire, bisogna cambiare strategia (vedi anche rapporto Draghi), la moneta unica ha senso se la BCE ha gli strumenti e quindi serve anche  un debito comune per avere un budget europeo degno di questo nome. Serve un ministro europeo per la politica estera con delega, così come serve un esercito europeo e un ministro della economia europeo. Ciò significa delegare alle Europa alcune funzioni diminuendo la sovranità nazionale, e in ogni caso per fare ciò bisogna partire da un numero ristretto di nazioni. C'è la volontà politica di fare questo? Non mi sembra, a nessuno piace delegare e il nazionalismo è sempre forte, certe rivoluzioni necessitano o di gravi emergenze o leadership forti e illuminate. Certo che rimanere in mezzo al guado non serve, se la Francia smettesse di guardare alla Germania, strategia che non ha pagato, ma guardasse più verso il mediterraneo, Spagna e Italia, potrebbe essere l'inizio di un cambiamento, Macron ha perso l'occasione difficile che il prossimo si ravveda.

giovedì 18 gennaio 2024

Yanis Varoufakis- I deboli sono destinati a soffrire?- L'Europa, l'austerità e la minaccia globale alla stabilità globale

 Dell'autore, ex ministro delle Finanze della Grecia nel governo Tsipras e professore di Teoria Economica alla Università di Atene e alla University of Texas di Austin, abbiamo già recensito il suo libro successivo sulla sua esperienza di ministro qui.

Il libro, anche se il titolo può essere sibillino, è un libro di storia, in particolare della storia degli accordi monetari mondiali prima e poi di quelli successivi in Europa sino alla introduzione dell' euro.

Il libro parte dagli accordi di Bretton Woods dove nonostante l'impegno di Keynes vinse il piano di White (USA), la potenza vincente, che imponeva un sistema basato, ovviamente sul dollaro (*), unica moneta ad essere legata all'oro in maniera fissa. Le altre monete erano a loro volta agganciate al sistema che prevedeva un sistema di cambi semi fissi che potevano variare in modo concordato. Il sistema era meno internazionale e multilaterale di quello di Keynes ma funzionava se gli USA erano in surplus, come lo erano nel primo dopoguerra, e quel surplus, inviato come aiuto all'Europa, serviva a comprare le merci americane e quindi i dollari ritornavano a casa riequilibrando il sistema e generando stabilità. Questo equilibrio finì quando gli USA divennero importatori netti per lo sviluppo delle economie europee e giapponese. La situazione era precaria con un valore di cambio dollaro-oro fissato ad un valore troppo basso rispetto alla realtà. A far saltare l'accordo ci pensarono i francesi (De Gaulle)  che, sofferenti per la perdità di potere economico della Francia rispetto alla Germania, accusarono gli USA di avere un "privilegio esorbitante" mandando a cambiare dollari con oro. Di fronte a una situazione insostenibile, per cui le riserve auree americane erano a rischio, furono gli USA, nel 1971, a interrompere unilateralmente il cambio fisso dollaro oro e a far saltare Bretton Woods. 

E così l'Europa si ritrovò senza l'ombrello del dollaro e di Bretton Woods e incomiciò a pensare a farsi una sua Bretton Woods europea. In questo contesto nacquero, e finirono miseramente, i due tentativi di stabilizzare i cambi tra le monete europee, prima il sistema del cosiddetto serpente monetario e poi lo SME, entrambi con vita piuttosto breve. Nonostante questi fallimenti, con la unificazione della Germania si presentò l'occasione di far partire la moneta unica, contro la riluttanza tedesca e soprattutto della Bundesbank,  con un accordo Khol-Mitterand, con la segreta speranza dei francesi di riuscire, in qualche modo, di controllare la Germania e il marco (speranza vana a posteriori). Anteporre la moneta alla unione politica era un rischio che Mitterand conosceva, e addirittura la stessa Tatchter affermò, quando diede le dimissioni, che con una banca centrale europea così concepita non ci sarebbe stata democrazia. Inoltre, tra gli altri il grande economista Kaldor, già nel 1970, aveva evidenziato che era un pericoloso errore. L'euro inizialmente funzionò ma basato su pericolosi squilibri, infatti i suplus degli esportatori europei venivano risucchiati dal Minotauro finanziario di Wall Street e d'altra parte finivano per indebitare i paesi europei in deficit con le banche francesi e tedesche. Tutto questo giro di denaro e speculazione finì come ben sappiamo con la crisi del 2008.

Il resto della storia è noto, ne abbiamo parlato ampiamente in altri libri: la crisi dell'euro, i salvataggi a colpi di asuterità, vedi per la Grecia anche di Varoufakis Adulti nella stanza; l'intervento salvifico di Draghi dopo gli errori di Sarkozy e Merkel, con la Bundesbank che non mancò di denunciare gli interventi di Draghi alla corte costituzionale tedesca! 

L'errore di fondo di tutte le politiche moenetarie europee, per Varoufakis, è quello di voler depoliticizzare il denaro che è una assurdità. Concludo la sintesi del libro con una delle citazioni conclusive dell'autore: "L'euro ha rimpiazzato la paura della svalutazione con la certezza della depressione".

Il libro presenta in appendice la cosiddetta  modesta proposta fatta dall'autore con altri per risolvere i problemi euroopei senza stravolgere troppo le regole, proposta che ho comemmentato  qui.

In conclusione, un libro molto ben scritto, l'autore riesce a narrare episodi e i fatti economici in maniera piacevole ricorrendo spesso ai miti greci. E' un libro ben documentato con molte ricostruzioni storiche interessanti e spesso non note, quindi è un libro che vale la pena leggere. E' chiaro che l'autore evidenzia il proprio punto di vista e si intravede il grande rancore verso la Bundesbank per come sono andate le cose per la Grecia, anche se alla fine sono i francesi che escono peggio dai fatti storici. 

(*) Il piano di  Keynes si basava su una moneta virtuale internazionale chiamata Bancor.

lunedì 22 maggio 2023

Jean Paul Fitoussi- La neolingua dell'economia- Ovvero come dire a un malato che è in buona salute

 Quello di oggi è l'ultimo libro dell'economista Jean Paul Fitoussi, scomparso un anno fa. Più che un libro è una intervista (a cura di Francesca Perantozzi) che copre un ampio spettro di argomenti, pertanto non è un libro sistematico e quindi difficile da sintetizzare, mi limiterò solo ad evidenziare alcuni temi e passaggi.

Il tema del libro sono le regole, regole che limitano la libertà e che portano alla impotenza politica. Tra le regole di cui ci dobbiamo liberare ci sono le regole di linguaggio, per l'autore una "neolinguache da il titolo al libro; l'impoverimento della lingua, limitando la espessione e riducendo il linguaggio,  tende a limitare anche il pensiero (pensiero unico anche economico).

Una buona parte della intervista verte sulla Europa ed Eurozona e le sue regole. Purtroppo le regole adotatte e le politiche conseguenti sono state controproducenti. Le cosidette riforme strutturali sono in realtà delle riforme che riducono il benessere dei cittadini, mentre ci sarebbe bisogno di una riforma strutturale della Europa stessa. Le riforme finora attuate hanno finito per ridurre la protezione dei cittadini e del lavoro, riducendo gli spazi di manovra degli Stati, anche perchè una economia senza Stato è pura fantasia.  Aver pensato che il privato fosse sempre preferibile al pubblico, perchè più efficente, ha provocato la maggior parte delle crisi che abbiamo attraversato, e quando le politiche attutate non ottengono il risutato sperato bisogna decidersi a cambiarle. 

Le politiche economiche sono composte da diversi strumenti: politica della concorrenza, politica industriale, politica fiscale e la politica monetaria. Questi strumenti dovrebbero essere coordinati mentre in Europa sono indipendenti e non cooperano e non si parlano, e qualsiasi politica non coordinatata è destinata a essere una cattiva politica. Gli Stati nazionali hanno perso la sovranità monetaria, che contiene anche una parte di sovranità industriale. Il problema fondamentale è che l'Europa non è più una squadra, è un insieme di paesi che diffidano uno dell'altro. Le riforme fin qui adotatte hanno avuto per lo più un aspetto sacrificale, e far vivere le persone nella infelicità perchè si crede ai miraggi non dovrebbe essere considerata una politica.

Il nemico non sono i mercati, ma le ideologie dei mercati, i mercati non sono un entità che vive di vita propria hanno bisogno di essere inquadrati. La macroeconomia è un bene pubblico e lo è anche la stabilità, e nessuna azienda privata se ne può far carico al posto dello Stato. La precarietà, l'insicurezza economica non sono un incidente o una fatalità, sono il risultato di precise scelte politiche. L'aspetto amaramente  ironico in Europa è che le nazioni tendono a nazionalizzare i successi e nell'europizzare i fallimenti; mentre l'Europa europeizza i successi e nazionalizza i fallimenti. 

Dobbiamo cambiare le regole e archiviare la illusione tecnocratica secondo cui esiste una sola politica obbligata. Bisogna mettere al primo posto la piena occupazione mentre questa globalizzazione fondata sulla competività è una sciagura per il lavoratori. Anche se la integrazione richiede l'apertura, questa induce la volatilità che a sua volta aumenta la insicurezza che richiede la protezione, quindi la cosa più importante è che bisogna rispondere alla richiesta di protezione dei cittadini esposti alla insicurezza economica.

Il libro contiene molti spunti interessanti di cui ho solo evidenziato alcune riflessioni, per cui ne consiglio la lettura. Fitoussi si conferma un economista con una ampia visione, peccato averlo perso.  


giovedì 18 maggio 2023

Francesco Saraceno - La riconquista- Perche abbiamo perso l'Europa e come possiamo riprendercela

 Francesco Saraceno è professore di macroeconomia internazionale ed europea a Sciences PO e alla Luiss, questo è il suo ultimo libro, il precedente lo abbiamo recensito qui.

Il libro nella prima parte illustra la storia, le criticità e le debolezze insite nella creazione della Eurozona, inoltre pone in evidenza gli errori di governance europea sia nella creazione delle regole e sia nella gestione della crisi greca. 

Nella seconda parte cerca di delineare alcune soluzioni ai problemi nati dalla crezione dell'euro e alla disfunzionalità che l'euro e la regolamentazione hanno creato. Si parte dal fatto che il sogno federalista di Spinelli è al momento irrealizzabile e utopistico. Pertanto, quello che l'autore propone è un "federalismo surrogato" cioè la creazione di istituzioni e modalità per far funzionare meglio la Eurozona. Le proposte sono, la creazione di un sussidio di disoccupazione europeo, in aggiunta servirebbe un fondo di stabilizzazione europeo per sostenere le finanze pubbliche nei momenti di crisi. In particolare, sarebbe essenziale un Ministro delle Finanze della Eurozona dotato di un bilancio proprio che dovrebbe agire come linea di credito per i paesi in difficoltà e reagire alla fluttuazioni cicliche, il tutto grazie alla emissione di titoli europei. Un altra riforma urgente è una vera  unione bancaria con un meccanismo di assicurazione federale dei depositi. 

Inoltre vi è da migliorare la regolamentazione finanziaria, ad oggi c'è la ESMA che andrebbe rinforzata per evitare e ridurre la instabilità finanziaria. Bisogna anche rilanciare le politiche nazionali di bilancio con un aumento dell'investimento pubblico e riformare, pertanto, il pessimo Patto di Stabilità (ma al momento non si vede il cambiamento atteso vedi qui). 

Infine, quello che manca, è una politica industriale europea per promuovere tecnologia e innovazione investendo nei settori più promettenti ( vedi rapporto Draghi). Per ultimo serve un armonizzazione fiscale e, soprattutto, porre fine alla concorrenza fiscale che è spesso all'interno dei confini europei (Lussemburgo, Irlanda, Malta, Olanda ecc.). 

Tutto cio è possibile? Fino ad ora è stata la Germania, e i suoi allaeati, a frenare le riforme, infatti la Germania si è avvantaggiata sia dalla introduzione dell'euro e anche dell'allargamento ad est della UE, avendo esportato ad est una parte della sua catena produttiva. Il Fondo per la ripresa varato dopo la pandemia Covid 19 è comunque un passo avanti verso una forma di mutualizzazione del debito e, quindi, un segnale positivo che fa sperare in un cambiamento di attteggiamento anche della Germania, che vede una situazione internazionale che si modifica erodedone le posizioni di vantaggio attuali.

Un libro ben scritto e ben informato ma chiaro e semplice nella descrizione dei problemi. Per chi legge queso blog, e ha letto qualcuno dei libri recensiti sul tema, il libro di Saraceno non contiene argomenti particolarmente innovativi, lo consiglio pertanto a chi è digiuno come sintesi particolarmente efficace. 

Per quanto riguarda il tema del libro, cioè i problemi dell'Eurozona e le sue soluzioni il discorso è complesso, sono d'accordo che il federalismo vero sia lontano e che alcune delle soluzioni proposte nel libro siano necessarie, sono meno convinto che il clima sia realmente cambiato. 

Per cambiare veramente passo e riformare le istituzioni europee la Unione a 27 è disfunzionale. Io credo che la unica soluzione sia che  alcuni dei paesi europei piu popolosi e importanti dal punto di vista del PIL (Germania, Francia, Italia e Spagna) dovrebbero decidere un impegno comune per proseguire verso un vero percorso che migliori l'attuale assetto, questo potrebbe portare, nel tempo, a qualcosa di piu vicino ad una federazione e comunque ad un assetto istituzionale e regolatorio più funzionale. Io questa volontà non la vedo, ho visto solo impegni bilaterali tra Germania e Francia che, a mio parere, non sono né sufficienti né utili. Certo il futuro è aperto e tutto può succedere, dipende dalle condizioni storiche e, soprattutto, dipende anche dalle individualità politiche di un certo rilievo e spessore che appunto mancano. Intanto, con la guerra tra Russia e Ucraina, la Europa è in difficoltà e continua a rimanere schiacciata nel confronto tra i due giganti: USA e Cina 

giovedì 21 aprile 2022

La scomparsa di Jean Paul Fitoussi

 Mi ha molto colpito la recente improvvisa scomparsa dell'economista francese Jean Paul Fitoussi. Conoscevo questo economista e infatti è suo uno dei primi libri che ho recensito in questo blog: Il teorema del lampione

Fitoussi non era un economista mainstream, anzi era profondamente contrariato dalla direzione che aveva preso la economia; come dice nel suo libro se gli obiettivi che ci poniamo sono sbagliati non potremmo risolvere i veri problemi che affliggono le persone, è inutile illuminare con il lampione laddove non c'è niente (di utile). Si lamentava piuttosto che molti economisti investissero la loro intelligenza nel costruire teorie la cui complessità è seconda soltanto all'inutilità. La economia dovrebbe essere una disciplina che cerca di comprendere la realtà sociale, cosa spesso dimenticata da molti economisti.

E' stato anche molto critico sulla costruzione della Unione Europea dove vedeva un grosso deficit democratico, dove si sono svuotate, un poco alla volta, le sedi della sovranità nazionali senza investire nella sovranità europea, facendo del governo della UE un governo più di regole che di scelte. La costruzione europea soffre di un deficit di potere con, da un lato, una legittimità senza strumenti e, dall'altro, strumenti senza legittimità. La costruzione europea è una federazione monetaria senza solidarietà di bilancio o anche un miscuglio di ferderalismo monetario e confedaralismo di bilancio totalmente  instabile. Uno dei problemi è che l'Europa affronta un problema che è essenzialmente  costituzionale come se fosse un problema puramente economico. Come afferma nel libro, che ho recensito, il suo sogno è che si smetta di imporre l'Europa ai cittadini per aiutarli invece a sceglierla, costruire  dunque una Europa fatta di solidarietà e responsabilità: solidarietà di bilancio  e responsabilità politica.

Infine, uno dei suoi motivi di insoddisfazione è legato alla nostra incapacità di misurare veramente cosa sia il benessere; le misure e le politiche si basano sui dati del PIL (Prodotto Interno Lordo) che, già per come è costruito, male rappresenta l'effettivo benessere economico di una nazione. Inoltre, quel che è peggio, è che in una situazione come quella degli ultimi anni, in cui le diseguaglianze stanno diventando sempre più marcate, un aumento del PIL che si concentra solo in una percentuale molto ridotta della popolazione come può rappresentare un miglioramento di una maggioranza che invece perde di benessere e di sicurezza? Se gli obiettivi politici, tra l'altro mal diretti da una teoria economica sbagliata, mirano solo ad una crescita del PIL senza guardare alla sua distribuzione come possiamo pensare che i cittadini siano soddisfatti delle politiche adottate dai governi nazionali e dalla Europa?

Peccato abbiamo perso un economista a tutto tondo, dove la economia non era solo arida matematica applicata a modelli teorici completamente avulsi dalla realtà, ma invece interessato alla complessità della realtà sociale ed economica:

" Il concepimento di una buona politica non può fondarsi quindi sulla separazione artificiale tra politiche sociali e politiche macroeconomiche, lo studio del mercato del lavoro e della ripartizione dei redditi deve costruire un elemento centrale dell'analisi macroeconomica che sostiene le politiche di stabilizzazione".

lunedì 7 settembre 2020

Salvare l'Italia. Salvare l'euro? Estratti dal capitolo finale.

 Riporto di seguito alcuni estratti dal capitolo conclusivo del mio ultimo libro, buona lettura.

Abbiamo in questo libro affrontato molti temi, in particolare abbiamo cercato di illustrare i punti di forza e di debolezza del nostro paese. Avete anche potuto notare che alcune cose che si dicono su di noi sono esagerate, non siamo un paese di spendaccioni anche se è vero che non spendiamo spesso bene i soldi che abbiamo.

(...)

Quello che emerge dalla maggioranza degli autori moderni è che un aspetto importante nello sviluppo di una nazione è la capacità di sapere produrre e sfruttare adeguatamente lo sviluppo tecnologico. Questo significa, da una parte, crescita della istruzione in generale e, quindi, un buon livello della scuola e delle università, inoltre capacità di fare ricerca scientifica di alto livello e filiere produttive in grado di sviluppare, finanziare e applicare ricerca scientifica e tecnologica.

Un altro aspetto, evidenziato da molti autori è il sistema istituzionale. Questo aspetto è molto complesso e riguarda molti aspetti di una società.

In particolare significa avere un sistema di leggi, e capacità di farle osservare che consenta la libertà di impresa: non c'è sviluppo economico costante nel tempo se il sistema economico non è sufficientemente libero. Le capacità imprenditoriali e la possibilità di potersi arricchire, mettendo a frutto le proprie capacità, sono un incentivo non sostituibile in un sistema economico.

D'altra parte ci vuole anche uno Stato in grado di fare da regolatore del mercato, per evitare gli abusi di potere da parte delle imprese nei confronti della concorrenza e dei clienti. Uno Stato è importante e fondamentale perché crea da un lato le infrastrutture necessarie che non possono essere spesso affidate ai privati, inoltre, è importante perché deve fornire in maniera efficace tutti quei servizi che sono propri di uno Stato: polizia, difesa, sanità, ecc.

Quindi, quando si parla di sistema istituzionale, ci si riferisce a molti aspetti, e dire che bisogna migliorare il sistema istituzionale non è quindi facile da esprimere e da attuare. 

(...)

Come abbiamo affermato nei capitoli precedenti, c'è da molto fare per migliorare la efficacia ed efficienza della nostra burocrazia sia a livello procedurale e sia nel miglioramento del mix qualitativo delle risorse.

Sono assolutamente in disaccordo con chi sostiene che va ridotto il ruolo delle Stato, il problema è piuttosto un altro, cioè come assicurare che questo adempia al suo ruolo nel modo migliore possibile e quindi ridurre la burocrazia laddove non serve e invece rinforzare lo Stato laddove serve, perché il privato non può sostituirlo in moltissimi aspetti della nostra società.

Inoltre, come abbiamo visto, anche il nostro sistema produttivo e industriale deve stare al passo con i cambiamenti e questo è in parte successo negli ultimi anni, con alcune filiere che si sono riorganizzate con un graduale riorientamento del commercio internazionale dell’Italia verso nuovi mercati, infatti negli ultimi anni è migliorato anche il nostro export portando la bilancia commerciale in positivo. Questo è un processo continuo e, come ho sottolineato nelle pagine precedenti, ci sono molte cose che si possono fare per rendere più competitivo il paese e anche qui è importante il ruolo dello Stato per dare i giusti incentivi alle imprese e fornire un livello adeguato di istruzione, oltre agli aspetti infrastrutturali. 

(...)

Quindi, come si vede, ci stiamo avvitando da 30 anni nel tentativo di ridurre il debito ma avendo una scarsa crescita, inoltre abbiamo adottato dal 2001 una moneta esterna che non favorisce di certo le nostre esportazioni.

Su questo tema non possiamo però non parlare di politica anche se termini generali. Come si è visto un atteggiamento troppo poco attento agli equilibri economici nel breve ha portato a degli squilibri economici che ci affliggono da molti anni. Questo pone un problema di qualità in generale della politica, anche perché la complessità del sistema economico è cresciuta enormemente negli ultimi decenni e anche le relazioni internazionali sono divenute sempre più interconnesse e intricate. Questo comporta che il livello medio dei nostri politici dovrebbe tendere ad essere sempre più elevato, con un alto bagaglio di competenze e conoscenze in grado di consentirgli di comprendere la complessità dei meccanismi sopramenzionati.

I dati ci dicono che, ad esempio, il numero di politici laureati in Italia è pari al 31% distante di 20/30 punti percentuali rispetto a Germania, Francia e Inghilterra. Se è vero che da noi la percentuale di laureati è più bassa che in Europa, ciò non toglie che per ruoli politici mi aspetterei un numero di laureati ben superiore alla media nazionale. Inoltre, visto che il livello di istruzione in Italia si è molto alzato dal dopoguerra, mi aspetterei oggi una classe politica mediamente più istruita ma, a solo a titolo di esempio, nel primo parlamento italiano del dopoguerra i laureati erano il 91% contro circa il 60% attuali.

Non vorrei fare nomi ma molti dei leader di partito attuali, sia a destra e sia sinistra, non brillano per livello d'istruzione: Salvini, Meloni, Zingaretti, e l'ex ormai Di Maio, nessuno si è laureato e neanche mi risulta abbia svolto una attività lavorativa significativa nella loro vita. Lo spettacolo che vediamo è desolante, con tanti signor nessuno che varcano le soglie del Parlamento e assurgono anche a ruoli ministeriali. Un tempo, nei partiti tradizionali, c'era un poco di selezione interna e anche formazione, cosa che si è persa.

La partecipazione politica dei cittadini alla vita pubblica è importantissima e andrebbe anche incentivata, però anche la selezione delle leadership è fondamentale per il bene del paese. Se uno non ha mai gestito una attività di una certa complessità ed è anche privo di una buona istruzione teorica perché dovrebbe sentirsi pronto per gestire il paese, vista anche la importanza che ha il ruolo dello Stato in una nazione moderna? Non è facile risolvere il problema di dotare il paese di una leadership adeguata, però dovremmo trovare qualche nuovo meccanismo per favorire l'ingresso in politica di persone più preparate, altrimenti ci ritroveremo con persone nei posti chiavi del paese che sono veramente imbarazzanti. Personalmente guardo poco le trasmissioni televisive sulla attualità, comunque quelle poche volte che assito all'intervento di qualche politico su temi un poco più complessi o tecnici, ad esempio economia, sono veramente pochi che danno l'impressione di averne cognizione.

Rimanendo sul piano istituzionale bisogna anche riflettere sul nostro sistema politico, il sistema parlamentare con bicameralismo perfetto è un sistema che abbiamo solo noi e pochi altri. I tentativi di riforma sono andati male perché è mancata una visione di lungo periodo, in genere si è cercato di fare riforme istituzionali ed elettorali solo con l'obiettivo di un guadagno a breve ma, spesso, è accaduto che le riforme fatte per una certa parte politica abbiano favorito l'altra e, comunque, nell'ottica di un vero miglioramento istituzionale non è certo questa la strada. Sono personalmente favorevole a riforme che possano semplificare il sistema politico, fermo restando che dobbiamo salvaguardare la tutela delle minoranze e la democrazia. Non credo che manchino nel paese persone competenti in grado di proporre una riforma che migliori il nostro assetto istituzionale, attingendo alle migliori pratiche internazionali, e che possa essere approvata a larga maggioranza.

Quando ho cominciato a scrivere questo libro non ci eravamo ancora imbattuti nella pandemia del coronavirus che ha complicato le cose. Purtroppo, il fermo delle attività comporterà un calo del nostro PIL e, d'altra parte, un notevole aumento delle spese dello Stato per tenere in piedi l'economia e poi rilanciarla. Le stime sono ancora in corso, sulla caduta del PIL si fanno stime in eccesso o difetto intorno al 10%, e il rapporto debito PIL peggiorerebbe ulteriormente portandoci a valori sicuramente superiori al 150% e probabilmente oltre.

In una prima fase sarà necessario sostenere sia il sistema produttivo e sia le famiglie in cui verranno a diminuire, in generale, i redditi.

Su questo tutti gli economisti concordano che l'intervento dello Stato è essenziale per evitare il tracollo dell'economia con interventi economici di importo elevato che sicuramente non si sono più visti dal dopoguerra. Tale intervento deve essere veloce, più di quanto si stia facendo, e mirato alla sopravvivenza delle imprese, evitando che falliscano o siano preda di sciacallaggio da parte delle mafie o prede ambite dall'estero per fare shopping a basso prezzo. E' chiaro che, comunque, non si possono fare regalie a pioggia, come propone qualcuno troppo facilmente, ma vanno trovati meccanismi efficaci, anche in parte a fondo perduto, con un minimo di controllo per evitare sprechi o ruberie, ed è qui che vediamo la arretratezza del nostro sistema burocratico.

In una seconda fase bisognerà ripartire e ricostruire, in questa fase le indicazioni che ho dato restano valide e sono un inevitabile punto di partenza per rilanciare in maniera sostenibile il paese. E’ vero che dovremmo spendere molto ma soprattutto dobbiamo spendere bene i soldi, perché potrebbe essere anche la occasione per migliorare il sistema paese e renderlo più solido e competitivo.

Rimane il problema dell'enorme quantità di denaro necessario per tutto quello che abbiamo detto. Se il debito aggiuntivo sarà tutto a carico del solo nostro paese il rapporto debito/PIL, come detto, schizzerà in alto mettendoci in difficoltà ulteriore. Un incremento dell'indebitamento porta, infatti, a un maggiore rischio e ad un sicuro aumento degli interessi da pagare per ottenere credito, questo crea un circolo vizioso pericoloso: aumento degli interessi che implica un aumento del debito che provoca ulteriore aumento degli interessi, strada pericolosa che conduce al rischio di default. Questo è il motivo perché sia l'Italia e sia gli altri paesi europei chiedono la nascita di nuovi strumenti che possano fornire i soldi ai paesi in difficoltà senza aumentare automaticamente il debito e creare il circolo vizioso accennato.

Nei casi di crisi economica un paese che abbia la sovranità monetaria può ricorrere alla monetizzazione del debito, cioè lo Stato in qualche modo crea nuova moneta senza richiederla in prestito, con varie modalità su cui non mi dilungo. Questo è un modo di operare che, da quando le monete non sono più ancorate all'oro (cosiddette monete “fiat”), è possibile attuare, il rischio è di generare inflazione, per questo tale strumento si utilizza solo in condizione di grave crisi economica dove tale rischio di fatto non esiste o è minimo

(...)

Così alla fine siamo tornati alla connessione del problema italiano con quello europeo di cui abbiamo parlato a proposito dell'euro. 

(...)

Premesso che io sono stato un europeista convinto e non caldeggio una “Italexit” come soluzione di tutti i nostri problemi, non sono particolarmente ottimista, visti i precedenti, nella capacità delle leadership europee attuali di prendere decisioni così importanti e comunque rischiose. Qualsiasi scelta, infatti, troverà terreno fertile per delle forti opposizioni interne mettendo a rischio le leadership stesse.

Sono purtroppo propenso a pensare che il progetto europeo, per i difetti evidenti di costruzione, abbia buone probabilità di essere destinato al fallimento. D'altra parte è difficile pensare di costruire una casa partendo dal tetto, e anche ammesso bisogna comunque costruire delle solide fondamenta (istituzioni), cosa che purtroppo è mancata soprattutto dalla introduzione dell'euro.

(...)

Come ho già affermato la questione europea è molto aperta e sinceramente spero che alla fine la Unione Europea ne esca rafforzata, nel caso contrario l'importante è, come già scritto, che una disgregazione sia la più ordinata e coordinata possibile.

In ogni caso la strada per il nostro paese sarà molto ardua e difficile perché ci ritroveremo con un debito pubblico ancora aumentato che ci pone in ulteriore difficoltà. Rimane, in ogni caso, la necessità di delineare un percorso di sviluppo del nostro paese sulla base delle indicazioni che ho cercato di sintetizzare nel corso del libro. In particolare, come ho detto nelle conclusioni del primo capitolo, se vogliamo modernizzare il nostro paese e farlo crescere, in maniera comunque equilibrata, bisogna operare su tre livelli ovvero sui tre aspetti che ho evidenziato: Stato, mercato e democrazia.

Sull'aspetto relativo alla democrazia è necessario migliorare il sistema istituzionale senza stravolgere la nostra Costituzione, con una maggiore partecipazione attiva dei cittadini grazie anche alle nuove tecnologie. La maggiore partecipazione attiva dei cittadini a sua volta richiede un maggiore impegno per la crescita della istruzione, sia formale (più laureati e diplomati e di buona qualità) e sia sostanziale.

Per il secondo aspetto le nuove tecnologie, se ben usate, possono consentire una maggiore diffusione delle conoscenze ai cittadini. Purtroppo, spesso oggi, vediamo che le nuove tecnologie finiscono per far proliferare messaggi distorti e fake news, mentre si dovrebbe fare uno sforzo per un miglioramento qualitativo della formazione delle persone, una specie di “non è mai troppo tardi” del XXI secolo con l'utilizzo delle nuove tecnologie. In questo potrebbe aiutare anche la informazione giornalistica che è in parte condizionata dalla politica (RAI) o da potentati economici di vario tipo, mentre avremmo bisogno di un giornalismo più indipendente e autonomo.

Questo miglioramento nella qualità della partecipazione dei cittadini dovrebbe anche essere la base per il miglioramento nella scelta delle leadership politiche.

Dobbiamo quindi migliorare anche necessariamente il funzionamento dello Stato, aumentando la qualità della nostra burocrazia; tutti i grandi paesi hanno alle spalle un sistema di istituzioni pubbliche di buona qualità, un esempio da noi è la Banca D'Italia che ha fornito al paese spesso grandi professionalità e uomini di qualità, ma ce ne sono anche altri di esempi ovviamente.

Infine, per quanto riguarda il mercato dobbiamo migliorare la competitività delle aziende esistenti come abbiamo illustrato parlando di politica industriale in senso lato, rafforzando le nostre eccellenze industriali e aumentando, soprattutto, la possibilità di creare nuove aziende innovative e start-up. 

In questo ha un peso anche il sistema creditizio che dovrebbe essere più attento alla creazione e finanziamento anche delle nuove aziende, piuttosto che a meccanismi, che si sono rilevati nel passato piuttosto opachi, nel finanziamento di alcune aziende.

Tutto questo non è semplice né facile, anzi dovremmo stare molto attenti ai messaggi troppo semplicistici che ci arrivano dal mondo della politica per allettarci e strizzarci l'occhio per fini elettorali.

In un mondo complesso e complicato le soluzioni efficaci si possono trovare, ma solo con impegno costante e dedizione e con l'ausilio di persone preparate e grazie, anche, alla maggiore consapevolezza dei cittadini.



lunedì 1 giugno 2020

Salvare l'Italia.Salvare l'euro?

Il libro è un analisi della situazione economica complessiva del paese. In particolare, parte dall'analisi della spesa pubblica, sfatando il mito che noi spendiamo troppo. Semmai il problema è che spendiamo male spendendo troppo in alcune cose e troppo poco in altre. Prosegue con un analisi della nostra situazione sociale e produttiva con i nostri mali e alcune potenzialità non sfruttate. Nel libro evidenzio anche la situazione della Unione Europea e della area euro con i limiti che questa ha mostrato. 
Nelle conclusioni cerco di delineare un percorso di sviluppo possibile del nostro paese, sviluppo equilibrato che richiede non solo un miglioramento della organizzazione dello Stato, ma anche istituzionale e altro. 
Buona lettura.

giovedì 2 aprile 2020

Coronabond

La crisi economica che seguirà, quando finirà, la emergenza corona virus sarà molto grande. Un mese di fermo del PIL (circa 8%) sono 150 miliardi di euro per l'Italia; le previsioni sono difficili adesso, dipende dalla ripresa quando ci sarà e se recupererà in parte il terreno perduto, tenendo conto degli effetti collaterali di cali di domanda interna ed esterna. Credo che comunque per evitare cadute di PIL l'impegno del governo sarà superiore ai 100 miliardi, come reperirli? Se andiamo a debito significa ulteriore incremento di interessi da pagare, aumento del rapporto debito/PIL sia per l'aumento del primo sia per la diminuzione del denominatore, rischio di portarlo a > 150%, con ulteriore aumento del rischio e dello spread e spirale negativa anche perché la crescita del nostro paese ultimamente è stata asfittica. Se BCE fa acquisti di nostre emissioni di buoni per sopperire alla necessità lo spread potrebbe essere basso ma c'è sempre il rischio del mercato. Una ipotesi utile (ma anche questa difficilmente verrà attuata) sarebbe che le quote di debito aggiuntivo siano interamente acquisite da BCE e sterilizzate nel suo bilancio per un bel pò, questo ci darebbe un po più di fiato. La ipotesi dei coronabond sono sicuro non si farà, ne tanto meno l'ipotesi fantascientifica che BCE stampi moneta direttamente, lasciamo stare MES o altro. 
Negli USA le cose sono  andate  diversamente nel 2008 e lo saranno anche adesso con la FED pronta a intervenire, d'altra parte visto che la moneta è ormai fiat (cioè creata dal nulla senza collegamento all'oro) la enorme quantità di liquidità immessa durante la crisi non ha causato alcun problema anzi è stata la soluzione a molti dei problemi di liquidità interni ed esterni (Europa) vedi libro di Tooze. La domanda che faccio a tutti quelli che hanno costruito l'Europa dell'euro, ma se non sfruttiamo la moneta, per quello che è e quando serve, che senso ha creare una moneta comune? Quindi come finirà: noi andremo a debito e spero che lo facciamo prima possibile in quantità adeguata e sopratutto non spendendo a caso i soldi (dare soldi a chi ne ha bisogno ma puntare anche sul rilancio della nostra economia); la BCE ci farà il favore di abbassare gli spread ma ci ritroveremo con un rapporto debito/pil peggiore e più difficilmente gestibile, la popolazione sarà molto ma molto arrabbiata, andranno al governo le destre (e che destra!) e a quel punto forse la Europa dell'euro sarà finita, bel capolavoro !

giovedì 12 marzo 2020

I conti del Coronavirus

In questo momento la emergenza è sanitaria e anche grave, senza allarmismi ma senza sottovalutazioni, come fatto da qualcuno inizialmente, dobbiamo tutti impegnarci per evitare che il contagio si diffonda a macchia d'olio,  evitando che la pressione sul sistema sanitario lo porti al collasso con un aumento dei decessi per impossibilità di curare le persone. Credo che al momento le misure prese siano giuste, evitiamo polemiche sul prima, ma la situazione è difficile e ci vorrà del tempo per normalizzarla. Purtroppo il tempo che passa significa attività ferme in parte o del tutto; considerato che il PIL italiano è 1800 miliardi di euro un punto percentuale di PIL sono 18 miliardi  viene subito che un mese di fermo di PIL sono 150 miliardi una cifra enorme. E' chiaro che le cifre stanziate sono ancora poco probabilmente servirà di più, e inoltre bisognerà spendere bene questi soldi non promettendo tutto a tutti, purtroppo si potrà solo limitare i danni. Capisco che bisogna spendere giustamente un po di soldi in sanità e aiuti vari per evitare licenziamenti di massa e chiusure di imprese, ma la contrazione ci sarà, basti pensare al solo turismo e anche se ci potrà essere un recupero bisognerà aspettare alla fine per fare i conti.
Detto ciò e che ho poca fiducia di come i nostri politici impiegano i soldi, spesso per mance elettorali che per interventi strutturali, si pone il problema della tenuta del sistema Italia. Una diminuzione del PIL e un aumento delle spese determina un aumento del rapporto deficit/PIL già elevato e ci espone a maggiore spese anche sul fronte degli interessi innescando un ulteriore spirale negativa. C'è solo un modo per evitare tutto ciò e visto la situazione dell'espansione del virus a tutta Europa sarebbe logico e inevitabile: un massiccio piano di intervento anche per investimenti finanziato dall'Europa (BCE, BEI o cosa si vuole). Il piano visti i numeri in gioco dovrebbe essere di dimensioni veramente imponenti. Se anche questo non accadrà penso che sia la fine dell'Europa fondata sull'euro, un Europa che non è stata in grado di coordinarsi neanche di fronte alla emergenza sanitaria.

lunedì 13 gennaio 2020

Adam Tooze - Crashed-How a Decade of Financial Crises Changed the World


Adam Tooze è docente di storia alla Columbia University ed autore di alcuni libri tra cui-Il prezzo dello sterminio-che fa una narrazione molto interessante della storia della economia nazista (libro che ho letto ma non recensito). In questo libro (tradotto in italiano come Lo Schianto) si rivolge alla storia recente quella che va dalla grande crisi finanziaria sino ai giorni nostri.
Il primo punto che l'autore vuole evidenziare è che la crisi, benché nata negli Stati Uniti, non può essere disgiunta dalla complessa ed enorme interconnessione tra il sistema finanziario americano e quello europeo. Infatti la crisi non è solo fondamentalmente una crisi americana causata dagli enormi sbilanciamenti commerciali con la Cina, aspetto esistente ma non così determinante, ma dovuta per la maggior parte all'enorme flusso di denaro proveniente dall'Europa che ha alimentato le costruzioni finanziarie sofisticate e truffaldine basate sui mutui “subprime” e sul mercato immobiliare americano. La parte relativa allo sviluppo della crisi negli Stati Uniti non aggiunge molto a quanto già noto (vedi ad esempio libro di Eichengreen), mentre più interessante l'analisi dei flussi finanziari tra Stati Uniti e Europa.
La cronaca del 2008 mette in luce come il primo paese a muoversi nei salvataggi fu il Regno Unito con al governo laburista di Gordon Brown, mentre negli Stati Uniti il primo piano di salvataggio proposto dal Tesoro (TARP) era stato affondato dai Repubblicani. Solo dopo un mese il piano di salvataggio americano, ricapitalizzazione delle banche, fu varato sempre grazie ai Democratici, con presidente Bush, e molto meno grazie ai Repubblicani.
Dato il blocco del mercato del credito e la necessità di ingenti fondi in dollari anche da parte delle banche europee, che avevano preso a prestito a breve ingenti quantità di dollari, la FED dovette aprire i cordoni della borsa con enormi quantità di prestiti di dollari (miliardi di dollari) a beneficio sia delle banche americane e sia europee, e in seguito anche con linee di credito alle banche centrali (BCE, Bank of England, ecc.) diventando la banca delle banche o il prestatore di ultima istanza del mondo, riaffermando sia il suo ruolo sia quello del dollaro come moneta di riserva mondiale (a dispetto quindi della crisi).
Nel frattempo la crisi si era estesa all'Europa e le prime economie a subire il contagio furono quelle dell'est: Ungheria, Paesi Baltici ecc, con interventi di salvataggio del FMI. Anche la Cina fu colpita dalla crisi rispondendo con un piano di stimolo enorme sia con enormi progetti infrastrutturali e sia con una politica monetaria a sostegno delle banche, facendo della economia cinese il traino per il 2009 della economia mondiale per la prima volta nella storia.
Con la presidenza Obama si diede avvio ad un grande stimolo,  nel 2009, che diede impulso alla economia americana ma fu meno ingente in volume di quanto alcuni economisti progressisti avevano sperato; purtroppo a partire dalla Germania, e poi diffusosi in tutto il mondo, vennero adottate politiche di contenimento di budget statale che ovviamente si era pericolosamente impennato in tutte le nazioni, politiche che provocarono l'effetto di rallentare la ripresa.
Dopo aver narrato del salvataggio delle banche americane e della creazione della nuova regolamentazione finanziaria  con la voluminosa e complicata legge Dodd-Frank, il focus del libro si sposta impietosamente sulla eurozona. Nella eurozona assistiamo a una serie di scelte fallimentari operate dalla politica,  all'epoca guidata dal duo Merkel-Sarkozy. Si inizia con il primo salvataggio mal riuscito insieme al FMI della Grecia, indebitata fino al collo, grazie alla forte opposizione della Merkel (pressata internamente) ad ogni tentativo di salvataggio più ampio e coordinato. Nel 2011,  anche se il picco della crisi era passato, le difficoltà rimanevano. Negli Stati Uniti si era rischiato il blocco a causa delle divergenze tra Democratici e Repubblicani. In Europa la situazione peggiora, la Grecia è moribonda, la cura da cavallo ha ridotto il PIL per cui il debito continua ad aumentare; Papandreu propone un referendum e viene prontamente sostituito dal più malleabile Papademos. Anche l'Italia va in sofferenza a causa dell'alto debito, e il duo Sharkozy Merkel da il benservito a Berlusconi sostituito dal bocconiano ed ex commissario europeo Monti.
La situazione economica europea continuò a peggiorare perché anche l'economia della Spagna era divenuta precaria, a causa della fine della bolla immobiliare e con le sue banche fortemente in crisi. La situazione politica per fortuna era cambiata, a Sarkozy era successo Hollande che ora cercava di coordinarsi con Monti e anche il nuovo governo spagnolo di Rajoy, ma, sopratutto, Draghi era divenuto presidente della BCE. Il suo famoso annuncio un po a sorpresa del “whatever it takes” riuscì a calmare finalmente gli animi ed avviare la situazione verso una normalizzazione, anche se attirò le solite critiche tedesche e di fatto i mezzi della BCE rimasero inizialmente comunque limitati.
Il libro prosegue nella narrazione dei fatti più recenti: dalla umiliazione di Tsipras, il percorso tortuoso del Regno Unito verso la Brexit fino alla elezione di Trump.
Pur essendo un libro molto voluminoso (oltre 600 pagine) è un libro che si legge piacevolmente, anche perché mescola aspetti economici ad altri più politici.
L'autore da molti giudizi nel libro, chi ne esce meglio è il trio economico americano Bernake (FED), Paulson (Tesoro) e Geithner (New York Fed). Ne esce abbastanza bene anche Obama, mentre l'autore è molto critico nei confronti dell'atteggiamento del partito repubblicano che ha assunto posizioni di retroguardia. L'Europa ovviamente non ne esce bene,  in particolare la dirigenza tedesca e anche la stessa Merkel, anche se condizionata dalla situazione interna. Forse con gli Stati Uniti l'autore si dimostra un  poco troppo  tenero, perché comunque la enorme crisi è nata lì dovuta ad una serie di gravi errori e mancati controlli. Inoltre, se è vero che si è riusciti ad evitare il peggio e la crisi è stata contenuta anche temporalmente, bisogna dire che nessuno del sistema finanziario ha veramente pagato il conto, anzi i banchieri coinvolti nel crack si sono concessi dei bonus vergognosi, mentre chi ha pagato il conto sono stati i cittadini e contribuenti che hanno pagato anche in termini di perdita di lavoro e di reddito.
Leggere questo libro, anche se conoscevo molti aspetti, mi ha comunque provocato rabbia e costernazione
La rabbia viene dal fatto che politici e molti economisti per anni ci hanno raccontato che il capitalismo era il migliore dei mondi possibili mentre, invece, ci hanno trascinato con le loro scelte scellerate in una della più gravi crisi mondiali, se calcoliamo i volumi in gioco e la estensione geografica è probabilmente peggiore di quella del '29.
La rabbia è anche causata dal fatto che a pagare siamo stati noi i cittadini e lavoratori che hanno pagato pesantemente mentre, come dimostrano i dati, l'1% più ricco ha continuato ad arricchirsi. La costernazione viene dal fatto che alla fine chi ci ha guadagnato è la destra che sfruttando le difficoltà e le paure dei cittadini ha raccolto consensi, anche se, come nel caso di Trump, poi alla fine le politiche che vengono adottate non sono veramente popolari ma favoriscono le solite élite.

mercoledì 3 aprile 2019

Barry Eichengreen-Hall Of Mirrors-The Great Depression, The Great Recession and the uses and misuse of history-Oxford Univeristy Press

Il libro che recensiamo oggi è molto approfondito e dettagliato e  in cui vengono spiegate in parallelo le due grandi crisi: la Grande Depressione degli anni '30 e la Grande Recessione del inizio del XXI secolo
Il libro descrive, con grande dovizia di particolari, fatti e personaggi della storia delle crisi evidenziando parallelismi e differenze tra le due crisi, sia nel nascere che nella gestione. Ovviamente non posso descrivere facilmente tutto quanto viene riportato nel libro, che comunque consiglio di leggere, anche se non è un libro semplice  in quanto molto complesse e intricate sono le questioni analizzate. 
Quali sono le conclusioni dell'autore? Sicuramente la lezione della crisi degli anni '30 è servita principalmente negli USA e meno in Europa. Le conoscenze degli errori della Grande Depressione hanno infatti consentito di salvare dal disastro finanziario e hanno evitato livelli di disoccupazione troppo elevati. Gli interventi di salvataggio hanno evitato il peggio, anche se il fallimento di Lehman-Brothers è stato sottovalutato nei suoi impatti, inoltre le politiche fiscali espansive si sono interrotte troppo presto rallentando la ripresa. In Europa, invece, oltre ad aver fatto un unione monetaria senza unione fiscale e bancaria, la reazione ha portato presto a strette fiscali e controllo della spesa pubblica costringendo a una ripresa molto asfittica se non a situazioni di grave recessione, come in Grecia (ma anche in Italia) a seguito degli interventi della Troika. Inoltre, per quanto riguarda le riforme, mentre dopo la Grande Depressione le riforme (Steagall-Grass) sono state molto profonde ed efficaci, anche perché la crisi è stata più pesante, di converso l'evitare il peggio ha prodotto riforme (Dodd-Frank) molto ridotte, anche in Europa le riforme che ci sono state sono parziali e anche tardive.
In sintesi quello che ne esce è un quadro a tinte chiare e scure in cui la storia insegna ma non abbastanza. 
Se avete la possibilità (è solo in inglese) leggetelo perché veramente molto istruttivo e approfondito.

venerdì 29 marzo 2019

Bollofiore, Garibaldo, Mortagua - Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea –Rosemberg & Seller

Si tratta di un altro libro che essenzialmente è imperniato sulla crisi europea. Da una parte è critico con la visione ortodossa o liberista per cui la colpa principale sarebbe essenzialmente degli Stati troppo spendaccioni. Gli autori sono anche critici con la visione eterodossa della crisi (vedi ad esempio i libri di Bagnai). Secondo questa visione la colpa principale è da attribuirsi alla unione monetaria che ha acuito le divergenze dei paesi membri; da un lato favorendo, con un cambio sottovalutato, la Germania che avrebbe anche praticato politiche di contenimento salariale. D'altra parte il sistema finanziario e bancario avrebbero favorito con la concessione di denaro l'indebitamento dei paesi del Sud (aumento del debito privato), grazie a questi due effetti si sarebbero determinati dei forti sbilanciamenti delle partite correnti (import/export commerciale). La crisi si sarebbe scatenata a seguito del “sudden-stop” dei finanziamenti che hanno provocato crisi di liquidità dei paesi del sud oltre a crisi bancarie, che con le politiche di austerità imposte (vedi Grecia) avrebbero determinato una ulteriore caduta del PIL. 

Queste tesi per chi legge questo blog non sono particolarmente nuove. Gli autori però pur condividendo in parte questa visione ne criticano la assunzione che sia l'unica  spiegazione e la ritengono troppo semplicistica. 

In realtà gli autori evidenziano che il focus solo sulle partite correnti sarebbe eccessivo, in realtà le difficoltà dei paesi del sud derivano dagli eccessi della finanza e di libertà dei movimenti dei capitali che sono antecedenti alla introduzione dell'euro e che hanno ad esempio determinato la crisi dello SME. Inoltre, è cambiata anche negli ultimi decenni la struttura industriale della Germania. Questa ha visto crescere un decentramento, integrazione e diversificazione (industria transnazionale) di alcune catene produttive verso est che ha consentito di ridurre i costi. Per i paesi del sud questo ha comportato una diminuzione dell'export di prodotti intermedi verso la Germania con un ulteriore problema rappresentato dall'aumento della concorrenza cinese. Il sistema industriale e manifatturiero del sud si sarebbe in qualche modo impoverito: restringimento quantitativo e qualitativo. 
Quindi non è solo l'euro ad avere colpa e l'uscita dall'euro non risolverebbe le sottostanti problematiche strutturali, la svalutazione non risolverebbe i problemi, acuendo d'altra parte i problemi del costo delle materie prime, e non ridurrebbe neanche la austerità anzi l'aumenterebbe. Gli autori non vedono quindi nella uscita dell'euro come la panacea di tutti i mali, ma quali sono le alternative? La proposta di una moneta comune (Brunhoff) ovvero di una moneta circolante tra Stati come unità di conto e saldo solo dei rapporti di credito/debito sul modello del bancor keynesiano è ormai non più applicabile. Superare gli squilibri richiederebbe un autentica unione bancaria e fiscale, un aumento degli investimenti pubblici finanziati da eurobond, ma anche un intervento sul lato offerta e della struttura produttiva, cioè politiche a breve e scelte strategiche di medio-lungo termine. Ma la prospettiva della Brexit ha allontanato la possibilità degli Stati Uniti di Europa; un alternativa potrebbe essere un nucleo duro di paesi alla formazione di un governo politico sovranazionale ma, realisticamente, gli autori ammettono che non c'è un grande consenso politico e sociale a una significativa rinuncia alla sovranità nazionale. Se comunque l'euro dovesse disgregarsi non porterebbe a due aree (Stiglitz) ma solo a una dimensione nazionale che esaspererebbe la concorrenza distruttiva tra i paesi dell'unione. 

Un libro quindi molto interessante e approfondito, anche se a volte dispersivo e non facile in alcuni passaggi per il lettore non esperto. Sono d'accordo che l'uscita dall'euro non è la soluzione, e che non c'è un problema solo di domanda ma anche di offerta, certo è che la situazione, come ammettono gli autori, è piuttosto ingarbugliata e non si vede una luce all'orizzonte, troppi errori sono stati fatti, sia in termini istituzionali sia economici nella risposta alla crisi, che hanno determinato un crollo di fiducia nelle istituzioni europee e una crescita del nazionalismo. Inoltre la Unione Europea soffre anche di un grosso deficit democratico oltre che di una scarsa visione economica. 

Vedremo cosa ci diranno le elezione europee, se la crescita dei nazionalismi finirà per far crollare definitivamente il progetto europeo così malamente condotto negli ultimi decenni o se questo porterà a un ravvedimento delle élite europee, certo è che senza un processo che preveda anche la effettiva  partecipazione democratica e consapevole dei cittadini non ci sono soluzioni a questa crisi in cui ci siamo avvitati.

venerdì 1 settembre 2017

J. Stiglitz - L’euro- Come una moneta comune minaccia il futuro dell’ Europa--Einaudi

Come si intuisce dal titolo il tema del libro è l’euro e la Europa, ora chi legge questo blog e le recensioni sa che di questo tema ne abbiamo ampiamente parlato, pertanto il libro non contiene particolari novità su tema.
La prima parte è una critica alla creazione della moneta unica con le modalità adottate e delle successive politiche attuate dal 2008 per far fronte alla crisi, alcune citazioni:
L’integrazione economica è progredita  ma a maggiore velocità rispetto a quella politica;
L’euro è controproducente. L’eurozona ha fallito miseramente;
La Bce è nata con un difetto congenito […] il problema più grave è la assenza di controllo democratico. La Bce ha contribuito ad aggravare la crescente diseguaglianza;
La totale incapacità della Troika di comprendere l’economia soggiacente alla situazione;
L’austerità non ha mai funzionato. I salvataggi della Spagna, della Grecia e degli altri paesi sono apparsi mirati più a salvare le banche europee;
Le soluzioni sono per l’autore due, perché continuare a  galleggiare in questa situazione non serve.
La prima è “più Europa” intesa non per forza una unione federale ma una serie di misure indispensabili: unione bancaria, mutualizzazione del debito, politica fiscale comune, distinguere spesa per investimenti da consumi, e molto altro ancora.
La seconda divorzio consensuale con la creazione di più aree euro, da una parte la Germania e alcuni suoi alleati (la Francia ?), il resto da un'altra parte con la creazione di tutta una serie di strumenti per evitare ulteriori disastri.
Si intuisce che, anche preferendo la prima soluzione, Stiglitz capisca che sia politicamente irrealizzabile, ma anche la seconda non è così immediata e indolore, non si capisce bene nel libro la posizione che dovrebbero assumere in particolare la Francia e anche forse l’Italia.
In sintesi  la analisi delle criticità dell’eurozona  è abbastanza nota, quella sulle soluzioni contiene degli spunti comunque interessanti anche se alcune proposte sono forse poco realistiche. 

In definitiva il libro è comunque scritto bene anche se a volte ripetitivo, lo consiglio a chi non ha letto nessuno dei precedenti libri sul tema come buona sintesi.

mercoledì 14 dicembre 2016

Thomas Fazi, Guido Iodice –La battaglia contro l’Europa- Fazi Editore

Questo libro è scritto da due giornalisti e saggisti, divulgatori di economia, di cui Iodice animatore del blog Keynesblog.
Il libro ripercorre nella prima parte le vicende politico-economiche di questi ultimi decenni dell’area euro, con molteplici riferimenti e richiami agli aspetti decisivi di questo lungo periodo di crisi: dalla crisi bancaria, alle fallimentari politiche di austerità e al fiscal compact. 
Nella seconda parte analizzano le soluzioni proposte per uscire dal pantano in cui si è arenata l’Europa. In particolare criticano la ipotesi di uscita dall’euro: quella unilaterale troppo pericolosa e destabilizzante, e anche quella di un uscita concordata in quanto richiederebbe un forte coordinamento tra gli Stati europei la cui mancanza è invece una delle cause della crisi dell’area euro. Non sono altresì favorevoli alla maggiore integrazione (“più Europa”) perché rischierebbe di desertificare ulteriormente le nazioni più deboli dell’euro.
Secondo gli autori, la via d’uscita dalla crisi quindi non passa né per una maggiore integrazione né per l’uscita dall’euro, quanto piuttosto per l’apertura di un conflitto tra periferia e centro sulle attuali politiche e limiti imposti dalla troika e che arrivi quindi a delineare una alternativa all’attuale assetto istituzionale dell’unione monetaria. Per gli autori l’alternativa migliore rimane restare nell’euro e combattere politicamente per una maggiore flessibilità a livello nazionale. 
Il libro è ben scritto anche se richiede un minimo di conoscenza economica, la prima parte comunque è relativamente interessante ma non innovativa, in quanto molte delle analisi le trovate in molti dei libri che vi ho già segnalato. 
Sulle soluzioni proposte, molto pragmatiche ma neanche innovative, nutro forti dubbi che siano attuabili, visto anche la situazione politica che si va delineando, con la forte protesta e insofferenza nei cittadini di molti paesi manifestate alle elezioni e referendum. Concordo invece (e direi ormai purtroppo) con molti economisti (ad es Stiglitz) che, appunto visto lo stato in cui versa l’area euro, sono piuttosto convinti dell’inevitabilità della fine di questa unione monetaria.

mercoledì 27 gennaio 2016

Banche e bail-in

Oggi vorrei parlare del tema delle banche italiane e del cosiddetto “bail-in”. Su questo è stato scritto moltissimo e ancora si discute sulle possibilità tecniche di gestione delle sofferenze che appesantiscono i bilanci delle banche, con conseguente polemica con la Commissione Europea. Su questi aspetti, di cui ammetto di non essere così ferrato, non parlerò, vorrei fare invece un discorso un poco  più generale a beneficio di coloro che sono meno preparati.
Il sistema bancario, e anche quello finanziario, sono importantissimi in una moderna economia, in particolare il mondo bancario ha lo scopo di connettere il sistema del risparmio privato con il sistema industriale/commerciale (in senso lato dalla grande industria alla piccola attività) che necessita di finanziamenti. Questo lo capiscono tutti anche i meno preparati  e quindi la funzione delle banche risulta importante e delicatissima. Che le banche in Italia, ma anche all’estero, non abbiano svolto bene questo compito non è un mistero, basta pensare alla crisi del 2008 innescata dal sistema finanziario/bancario americano e agli scandali e disastri che abbiamo visto in tutta Europa e di vario genere. Viene da se che l’attività bancaria ha bisogno, per la sua delicatezza, di autorità pubbliche di controllo, in Italia Consob e Banca d’Italia e adesso anche la BCE. Ora se in Italia è successo quello che è successo e si è lasciato che alcune banche arrivassero al fallimento e vendessero le famigerate obbligazioni subordinate a cittadini, più o meno ignari, mi pare evidente che qualcosa non ha funzionato a dovere.
In particolare vorrei fare un partentesi sulla Banca d’Italia (BDI) e la sua indipendenza. Su questo tema esprimo il mio modesto pensiero, sono d’accordo in linea di principio che la BDI sia indipendente dal Governo (Potere Esecutivo), questo perché quest’ultimo potrebbe essere tentato di spingerla ad azioni per motivi strettamente propri (elettoralistici) e non proprio d’interesse generale. Sono invece contrario alla totale indipendenza della banca centrale, proprio per la delicatezza e importanza del suo ruolo per tutta la economia, quindi a mio  parere la banca centrale dovrebbe avere un mandato chiaro ma soprattutto in linea con la Costituzione; per fare un esempio se la Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro, la banca centrale non può occuparsi solo di stabilità monetaria ma dovrebbe anche preoccuparsi della disoccupazione. Quindi dovrebbe essere soggetta al controllo di qualche altro organismo, ad esempio il Parlamento, con modalità da stabilire, affinché sia anch’essa controllata secondo il sano principio del check and balancing. La nostra BDI è un istituzione di grande qualità, con personale di assoluto livello e in genere lo sono stati anche i suoi Governatori, ma non sempre, come la storia ci ha dimostrato. Per quanto riguarda il bail-in anche qui, in linea di principio, non sarebbe sbagliato che i costi degli errori di una banca finiscano per colpire principalmente chi ne ha il capitale di rischio, per evitare i soliti salassi a carico di tutta la comunità. D’altra parte a seguito della crisi del 29, si è deciso di stabilire un assicurazione sui depositi proprio per evitare le note scene di panico delle persone in fila a ritirare i propri risparmi dalla banche, con conseguenti rischi di fallimenti bancari a catena e conseguente disastro economico. Che in Europa, quasi ovunque, si sia deciso di salvare con i soldi pubblici le banche non è un mistero, con modalità diverse e, in alcuni casi, anche perché si trattava di banche pubbliche. Ora lamentarsi con l’Europa perché ha cambiato le regole mi sembra un poco fariseo, prima perché le regole sono state cambiate non dall’oggi al domani e non posso credere chi i nostri politici che le hanno approvate erano così ignoranti, e poi chi ci ha impedito, in tempi non sospetti, di salvare le banche (qualcosa si è fatto ad esempio per MPS), non c’è stato un errore di sottovalutazione politica e anche da parte della dirigenza di alcune banche? 
Quindi, al di la dei tecnicismi, torno sempre sullo stesso tema, abbiamo un classe dirigente (in senso lato) che non mi pare adeguatamente preparata e pronta a rispondere alle sfide nei modi e nei tempi migliori. E dire che non credo che manchino in Italia le intelligenze e la preparazione, ma forse è un problema antico,  se Leonardo da Vinci è morto in Francia, se Marconi ha dovuto emigrare in Inghilterra per applicare le sue scoperte, se Fermi se ne  andato negli Stati Uniti a costruire la prima pila atomica,  a dimenticavo Galilei è rimasto ma è stato arrestato e ha dovuto abiurare le sue idee.