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martedì 18 marzo 2025

ReArm Europe, si, no, forse

 In questi giorni si parla molto del piano di riarmo europeo presentato da Ursula Von Der Leyen. Il piano prevede molti soldi, distribuiti a dire il vero su molti anni, con spese in parte fatte da debito comune, da sfondamento di bilancio e altro.

Vediamo di chiarire alcune cose. L'Europa spende già molto in armamenti, in valore assoluto siamo al secondo posto dopo USA ma  in percentuale del PIL meno degli USA e meno della Russia. Quindi non spendiamo poco ma forse potremmo spendere di più. D'altra parte oggi esiste la NATO ma credo sia probabile che gli USA tenderanno a defilarsi nel tempo, la Russia fa molto meno paura della Cina, quindi anche per questo dovremmo in futuro spendere di più, anche per avere maggiore autonomia dagli USA, che ci renderebbe meno condizionati politicamente ma anche commercialmente. Da chi ci dobbiamo difendere? Questo non lo so, non credo che la Russia sia la vera minaccia, diciamo che se vogliamo contare geo politicamente comunque devi avere un esercito alla altezza, quindi lasciando perdere Putin ci sono buone ragioni per armarsi. 

Il punto dolente del piano ReArm è che risulta molto approssimativo e vago. In primo luogo bisogna decidere su quali capitoli di difesa vogliamo spendere, la scelta è vasta e delicata perché si rischia di spendere male i soldi e avere una apparato militare costoso e inutile.  In secondo luogo le spese parcellizzate per singoli Stati non presentano né sinergie né economie di scala e rischiamo anche di arricchire per anni di più gli USA.

Quindi, in definitiva è inutile e controproducente fare del pacifismo fuori luogo, purtroppo le spese militari servono anche se non ci piacciono, magari se facciamo un piano serio possiamo anche scoprire che non servono molti soldi in più. Infine, ad essere pratici le spese militari alimentano le industrie e il PIL, come insegnano gli Stati Uniti, e questo purtroppo è un dato di fatto a meno di non fare dell'Europa una grande Svizzera.

Quindi in conclusione sono favorevole al riarmo europeo ma con giudizio, tra l'altro anche oggi Draghi in audizione ha parlato di procurement europeo, cioè che il piano della Von Der Leyen va rivisto.

mercoledì 19 febbraio 2025

Non tutto il male viene per nuocere: Vance e la UE

 Certo il discorso di Vance sulla Europa è singolare, dire che noi europei abbiamo perso di vista i valori democratici, da uno che è il vice di un presidente che non ha accettato le precedenti elezioni e  poi ha di fatto sobillato i suoi fans, che  hanno assalito Capitol Hill con una delle azioni più gravi che si siano viste in USA, fa veramente sorridere, io se fossi stato lì mi sarei alzato e andato via. 

Comunque criticare la UE è giusto perché troppe cose non vanno e questi continui schiaffi, che l'ammistrazione Trump da a l'Europa e alla UE, spero siano benefici. Diciamo che gli USA hanno sempre fatto quello che gli pareva, magari i modi erano più soft ma la sostanza non cambia, gli USA fanno e hanno sempre fatto i loro interessi. 

Ma andiamo con ordine, la creazione del mercato unico e poi della UE è stata una cosa giusta che ha portato più vantaggi  che svantaggi. L'allargamento a est della UE lo capisco da un punto di vista politico ma ha creato una struttura elefantiaca, ingestibile con il sistema della unanimità; inoltre i paesi dell'est sono molto diversi da quelli occidentali, hanno sistemi democratici giovani, economie in crescita mentre a ovest abbiamo economie mature, non è  facile fare convivere paesi così diversi.

 Poi c'è stata la introduzione dell'euro, anche qui ci sono alcuni aspetti positivi, diciamo che ne ha beneficiato la Germania con una moneta più debole del marco, non ne ha beneficiato l'Italia delle svalutazioni competitive anche se, ovviamente, ne abbiamo beneficiato per gli scambi con il dollaro e con interessi più bassi su di un debito enorme. Ma il punto peggiore, che ho sempre sottolineato, è che abbiamo creato una moneta unica e poi non la utilizziamo a pieno, non emettendo bond comuni che sarebbero utili al sistema bancario, avremmo un debito comune da utilizzare e si pagherebbero meno interessi, almeno noi è non solo. Senza parlare delle politiche economiche sempre restrittive e anti deficit, che tanti problemi hanno creato nel passato e ancora si persiste su questa linea. Per non parlare di una mancanza di una vera politica industriale e strategia di crescita e sviluppo, e ancora l'elenco sarebbe lungo. 

Per fortuna a dire queste cose non sono io ma Mario Draghi che con il suo report ha sconfessato gli ultimi 30 anni di strategie UE. Purtroppo negli ultimi anni la UE è  stata a guida germanica, con la Francia che ha ripetutamente fatto accordi con la Germania invece di guardare anche ai paesi del sud, Italia e Spagna, per fare fronte comune. Della UK meglio non parlarne anche perché è fuori ma ha sempre guardato più oltre Atlantico. Adesso che sarebbe ora di cambiare la situazione non è delle migliori, Macron e la Francia sono in enormi difficoltà, la Germania è in piena crisi economica e politica con la destra che avanza, e da noi la Meloni fa esercizio di equilibrismo tra UE e Trump, un vero disastro, difficile che si riesca a dare un cambio di rotta deciso. 

D'altra parte la UE non ha scelta se rimane in questo stallo istituzionale e politico è destinata a soccombere. Per competere bisogna avere i numeri, e in Europa non mancano né le risorse né le teste, ma bisogna avere una struttura istituzionale funzionale, più snella, più capace di rispondere alle sfide economiche, tecnologiche, militari e strategiche che le altre grandi potenze pongono. Il futuro è  sempre aperto, chissà se questi schiaffi non ci facciano bene e ci costringano  veramente a cambiare, peccato che solo Draghi sembra l'unico che abbia ben capito la situazione è abbia fornito delle proposte concrete.

domenica 22 settembre 2024

Il rapporto Draghi sulla futura competitività europea

 Il rapporto Draghi sulla competività europea consta di due parti, la prima è una sintesi (parte A)  di 65 pagine, la seconda contiene il dettaglio delle azioni da intraprendere di oltre 300 pagine. Io ho letto la sintesi e di seguito ne riporto i punti salienti e alcune considerazioni anche perchè se ne parla ma pochi lo hanno letto.

Il rapporto parte con una visione della situazione attuale dell'Europa. L' Unione Europea è un insieme di nazioni che rappresenta il 17% del PIL mondiale, quindi con risultati economici e standard di vita elevati ma soffre di una crescita economica lenta e inferiore a USA e Cina dovuta a una produttività debole. Anche la situazione geopolitica è molto cambiata rispetto al passato con una situazione diversa del commercio, della energia e della difesa. 

L'EU deve recuperare produttività: accelerando la innovazione, mantere bassi i costi energetici continuanando a decarbonizzare, ridurre la dipendenza nei fattori strategici in un contesto geopolitico meno stabile.

L' Europa soffre di una mancanza di coordinamento nelle politiche industriali. Il report quindi propone una nuova stategia industriale che chiuda il gap di innovazione accelerando la innovazione scientifica e tecnologica rimuovendo le barriere che prevengono la crescita delle industrie innovative.

Il primo blocco della strategia è la implementazione di un  Mercato Unico (Single Market), il secondo blocco sono le politiche industriali, per la competizione e il commercio, il terzo blocco è finanziare le principali aree di azione che richiede massicci investimenti, l'ultimo blocco è riformare la governance dell EU; infatti il metodo comunitario è nato quando la Unione era più piccola, oggi invece si richiede una efficiente politica coordinata per raggiungere obiettivi comuni. Importante, sottolinea il report, è non peggiorare il modello sociale europeo, la crescita della produttività e la inclusione sociale devono andare di pari passo. L'EU deve mantenere inoltre la coesione politica e imparare dagli errori fatti durante la iper-globalizzazione. Lo Stato deve essere visto dalla parte di cittadini e che aiuta questi a migliorarsi.

L'era del commercio aperto globale governato da istituzioni sembra passato e la EU dve adattarsi alla nuova realtà.

Il driver fondamentale che ha aumentato il gap di  produttività è la tecnologia digitale. L'Europa su alcuni settori digitali ha perso il treno ma può ancora salire sul carro delle nuove onde di innovazione digitale. In primo luogo occorre integrare verticalmente l'AI nella industria europea. Su questo bisogna porre attenzione ai rischi dell' AI sul modello sociale.

La struttura industriale dell'Europa è rimasta statica e gli investimenti sono rimasti concentrati su tecnologie mature. Il supporto del settore pubblico per la  Ricerca e Innovazione (RI) è in Europa insuffciente. Non ci sono abbastanza istituzioni accademiche che raggiungono livelli elevati di eccellenza e il passaggio dalla innovazione alla commercializzazione è debole.  La spesa di RI pubblica è insufficientemente focalizzata sulla innovazione dirompente, inoltre solo un decimo della spesa è a livello europeo. Abbiamo poi un mercato dei capitali piccolo  e un settore di Venture Capital (VC) poco sviluppato. Le barriere regolatorie limitano la crescita con complesse e costose procedure frammentate nei sistemi nazionali. La mancanza di un Single Market  impedisce alle imprese di aver dimensione sufficiente per adottare le tecnologie avanzate. Una delle ragioni del basso tasso di investimenti è la presenza in Europa di in mercato frammentato. Abbiamo quindi bisogno di un piccolo numero di priorità condivise e una parte incrementale di budget deve essere allocato sulle innovazioni distruttive. Inoltre, serve un migliore coordinamento della spesa pubblica in RI tra gli Stati membri. L'Europa deve rendere piu semplice per gli inventori diventare investitori e deve diventare attrattiva per gli inventori, dare alle start up la opportunità di adottare un nuovo vasto statuto legale europeo. Ancora c'è da  sviluppare un ecosistema finanziario all'interno dell'EU piuttosto che le industrie vengano finanziate dell'estero.

Per quanto rigurada la AI l'EU deve incrementare la capacità computazionale e rendere disponibile la sua rete di computers ad alte performance (federated AI model), promuovere il coordinaento tra le industrie e la condivisione di dati per accelerare la integrazione dell'AI nell'industria europea. Si rende necessario anche consolidare gli operatori TLC definendo un mercato delle TLC a livello europeo.

Abbiamo un problema di risorse e skill, vi è difficolta' nel trovare impiegati con skill adeguati e anche a livello manageriale, con un sottoutilizzo dei talenti esistenti. La offerta di laureati STEM è limitata come pure vi è un drenaggio di cervelli oltreoceano. Tutto ciò è dovuto a un declino nella formazione e nel training non adatti a formare una forza lavoro per il cambiamento tecnologico. Si deve quindi rafforzare i sistemi di intelligence usando maggiormente i dati per capire ed agire sugli skill esistenti, serve un sistema comune di certiificazione, l'EU deve diventare attrattiva per i talenti esterni. 

I costi dell'energia sono troppo alti e un ostacolo alla crescita. Serve un significativo incremento nella generazione e nella capacità di rete.  Le sorgenti di energia pulita a minori costi marginali sono rinnovabili e nucleare. Bisogna compiere scelte fondamentali nel perseguire la decarbonizzazione mantenendo la posizione competitiva delle industrie, catturando le opportunità industriali che pone  la transizione verde. L'europa manca di risorse naturali ma non ha usato bene il suo potenziale potere contrattuale collettivo. Le regole di mercato, nel settore energetico, non disaccoppiano completamente il prezzo di rinnovabili e nucleare dai prezzi, molto volatili, dei combustibili fossili. Vi è anche una serie di  processi incerti e lenti  per le nuove fonti energetiche che rappresentano un ostacolo alla installazione di nuove capacità. Sebbene la Europa sia leader  nelle tecnologie pulite presenta una debolezza nel suo ecosistema, il suo potenziale di innovazione non si traduce in una superiorità della manifattura, manca una strategia industriale.  Il supporto pubblico nello sviluppo delle batterie è un fattore chiave nel rafforzare la posizione europea.

Il trasporto pesa per un quarto sulle emissione di gas a effetto serra. Una mobilità sostenibile richiede un approccio integrato verso reti di energia, cambiamento  degli standard delle infrastrutture, maggior standardizzazione  della manifattura sulle TLC, fondamentalmente abbiamo una mancanza di coordinazione e di interoperabilità delle infrastrutture. 

Il settore automobilistico è un chiaro esempio di una mancanza di pianificazione europea, si è applicata una politica climatica senza una politica indistriale. Per abbssare i costi energetici servono delle partnership di lungo termine con partner affidabili commerciali, riducendo anche la volatilità assicurando una supervisione integrata dei mercati dell'energia e i suoi mercati derivati. Serve un focus collettivo sulle reti energetiche, riducendo anche i ritardi nei permessi.  Una unione energetica dovrebbe assicurare che le funzioni di mercato fondamentali per un mercato integrato siano a livello centralizzato. Inoltre, il sistema di scambio delle quote di emissione (ETS) dovrebbe essere usato per supportare la decarbonizzazione del settore dei trasporti. In particolare serve un piano d'azione industriale per il settore automobilistico, bisogna sviluppare una roadamap industriale per una convergenza orizzontale (es. elettrificazione) e verticale (es. batterie), serve una collaborazione di scala, di standardizzazione.

L'Europa ha dipendenze estere eccessive per quanto riguradi i materiali e le tecnologie avanzate. Anche la industria della difesa richiede massivi investimenti per recuperare il gap con altre potenze. Serve rafforzare la catena di fornitura dei semiconduttori. Serve dunque cooperazione a livello europeo. E' necessaria, quindi, uan politica estera per mettere al sicuro le risorse critiche, accelerando la apertura di miniere locali, accelerando i permessi, migliorando il riciclo. Lanciare una comune strategia per i semiconduttori, finanziando la ricerca in innovazione, incecentivi fiscali alla Ricerca e Sviluppo, coordinando gli sforzi con un budget centrale dedicato. Anche se nella difesa i prodotti EU sono tecnologicamente avanzati soffriamo per una minore domanda e dobbiamo focalizzare la spesa sulla innovazione, ridurre la frammentazione delle industrie anche tramite standardizzazione e interoperabilità. Anche lo spazio soffre di un gap di investimenti rispetto ai competitors, dobbiamo creare un mercato unco per lo spazio.

Si richiede per raggiungere gli obiettivi delineati un massiccio piano di investimenti di 750/800 milioni di euro annui. Le risorse devono venire dal settore privato ma necessitano anche di un supporto finanziario pubblico. Inoltre, i mercati dei capitali sono frammentati, siamo troppo dipendenti dal finanziamento bancario  che non è adatto per finanziare la innovazione.

Il budget del'EU è troppo piccolo e non è allocato sulle priorità strategiche. Non si puo rinunciare a un "safe asset" comune, che creerebbe un collaterale sicuro per molte attività che creerebbe anche un grande mercato liquido per investitori internazionali. Una struttura di budget piu forte garantirebbe anche una scala sufficiente per supportare progetti strategici, inoltre potrebbe supportare e creare maggior leva per gli investimenti privati. Strumenti di emissioni comuni sono utili  per finanziare progetti di investimento di lungo termine focalizzati sulla innovazione e l'aumento della produttività.

Infine c'è il tema della governance europea che richiede grossi cambiamenti, anche perchè i veti incrociati riducono e ritardano le azioni. E' necessario sostituire alcuni strumenti di coordinamento che si sovrappongono, deve emergere un nuova stuttura di coordinamento. La Commissione Europea deve avere un mandato per azioni orizzontali ed avere competenze esclusive.

Le risorse dell'EU devono focalizzarsi nel finanziare i beni pubblici che sono critici. Il voto a maggioranza qualificata dovrebbe essere esteso a molte aree applicando anche un approccio differenziato alla integrazione. Bisogna semplificare le regole, la quantita' di regole rimane troppo grande e crescono nuove regolazioni. Manca un approccio quantitativo per analizzare i costi e benefici delle nuove leggi. Le regole inoltre pongono un peso eccessivo sulle piccole e medie industrie. Servirebbe,  infine, un commissario alla semplificazione, per ridurre le sovrapposizioni e inconsistenze nella legislazione.

Come si vede gia dalla sintesi si tratta di un report complesso che affronta molti temi e illustra tutta una serie di azioni che poi vengono maggiormente evidenziate nella seconda parte. Per quanto riguarda il focus sulla innovazione tecnologica non mi sorprende, e neanche chi legge questo blog, la innovazione tecnologica da Schumpeter in poi (vedi qui) è sempre stato indicato come un fattore di crescita essenziale, vedi anche Solow. Certo anche quello che dice Draghi sulla necessità di una maggiore integrazione, di un maggior coordinamento e, soprattutto, grazie anche a una serie di politiche  industriali comuni non è nuovo, vedi ad esempio nel blog le recensioni dei libri di Rodrik. In ogni caso è un inversione a quasi 180° gradi rispetto alle politiche adesso adotatte dall EU, dove spesso si è difesa la concorrenza anche a scapito di integrazioni industriali. C'è poi il tema del budget comune e del suo finanziamento tramite emissioni di titoli di debito che costituirebbero un safe asset, anche su questo ne abbiamo parlato spesso, avere una moneta comune e non sfruttarla è un idiozia che molti economisti hanno denunciato da sempre. Infine, c'è il tema della governance europea, anche su questo in questo blog abbiamo evidenziato che questo stato di cose nella UE non può funzionare, la integrazione differenziata è necessaria, ovvero che la UE deve partire da un nucleo piu ridotto e coeso di paesi se si vuole attuare un piano per la ripresa della crescita.  Infine,  è solo accennato nel report il fatto di mantenere il modello sociale europeo pur spingendo verso la crescita. Questo approccio rischia di rendere il rapporto molto tecnocratico, indubbiamente con evidenza di criticità, ma il problema in Europa è anche la tenuta democratica. Troppi cittadini si sentono traditi da un progetto europeo che, in molti casi, non ha portato a dei miglioramenti per grossi segmenti della popolazione, questo risentimento, a volte esagerato perchè  spinto dai movimenti politici estremi e populisti che ne traggono  vantaggio, esiste e bisogna tenerne conto se si vuole rifondare la UE. Deve essere ristabilita la fiducia nei cittadini nelle istituzioni europee se si vuole attuare un piano che abbia successo,  questo significa che bisogna aumentare la democraticità dei processi decisionali in Europa, cioè avere un vero ed effettivo parlamento europeo espressione della volontà popolare. 

Questo report è comunque un buon lavoro che va rispettato, si può criticare in parte ma è un buon punto di partenza per una discussione su quale futuro vogliamo per l'UE. Detto ciò le condizioni politiche e istituzionali perchè venga veramente preso in considerazione non ci sono. Le sue indicazioni sono spesso in contrasto con quanto finora adottato dall'UE, basti pensare solo al patto di stabilità o alle forti contarietà della Germania a qualsiasi proposta di debito comune. Inoltre, proprio Germania e Francia, i principali attori europei, sono profondamente in crisi politica per la crescita delle destre alle elezioni. Anche il nostro governo in alcune sue componenti penso non sia proprio favorevole alle indicazioni di Draghi che comunque prevedono una diminuzione delle sovranità nazionali. 

Quindi Draghi si è tolto molti sassolini dalle scarpe in questo report, e dovremmo tenerne conto e farne tesoro per molti aspetti, purtroppo rimarrà un bel esercizio di razionalità che non troverà applicazione, questo sarà forse il de profundis della UE.

giovedì 20 ottobre 2022

Yanis Varoufakis- Adulti nella stanza - La nave di Teseo -2017

 Yanis Varoufakis è un economista di nazionalità greca che ha insegnato a lungo nelle università americane. In questo libro racconta, con  dovizia di particolari, il periodo in cui è stato Ministro delle Finanze della Grecia nel 2015, fino a luglio. Eletto nelle file del partito Syriza, che vince le elezioni nel 2015, partecipa quindi  al primo governo preseduto da Alexis Tsipras, il suo principale mandato era di trattare con le istituzioni europee e FMI per rivedere i termini del debito greco generato dai due maxi salvataggi del 2010 e del 2012, di cui ben poco arrivò ai greci perché in buona parte servì a salvare i conti delle banche tedesche e francesi (che avevano allegramente prestato i soldi alla Grecia prima della crisi). 

Il libro è una moderna tragedia greca, i protagonisti sono, oltre a Varoufakis: il Primo Ministro Tsipras, il Ministro delle Finanze della Germania Wolfgang Schauble, il presidente del Eurogruppo, Joren Dijselbloem, il capo del FMI Christine Lagarde, il capo della BCE Mario Draghi, e tutto l'establishment europeo e internazionale.

 Impossibile fare una sintesi del libro, in cui si rivelano i retroscena degli incontri in sede europea e ai vertici delle istituzioni greche, tra tutti solo ad esempio cito uno degli episodi più evidenti della forza del' Eurogruppo e di Schauble e della debolezza della Commissione Europea. L'episodio è quello in cui Pierre Moascovici, commissario europeo agli affari economici, propone a Varoufakis una bozza di comunicato dell'Eurogruppo che accoglie alcuni emendamenti da lui proposti che ritiene possa essere senza dubbio approvato. Quando però si incontrano nell'ufficio di Joren Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo e uomo di Wolfgang Schauble, questo lo umilia non prendendo minimamente in considerazione il documento del commissario.

La posizione sostenuta da Varoufakis, con tenacia in tutte le riunioni e incontri, è quella che il debito greco era insostenibile e quindi andava prevista una sua ristrutturazione e, inoltre, proponeva una serie di misure correttive a quelle previste dalla Troika (UE, FMI, BCE) che di fatto avevano già aggravato la situazione economica della Grecia portando alla miseria molte persone. Quella di Varoufakis era una posizione economicamente sensata e ragionevole cercando di venire incontro alle proposte della Troika evitando però le condizioni peggiori previste. Di fatto, nel corso del libro, Varoufakis racconta di aver avuto incoraggiamenti e approvazioni da parte di molti delle istituzioni europee e internazionali alle sue proposte ma senza ottenere alcun appoggio concreto nei fatti. La crisi greca e del suo salvataggio era, in realtà, un problema politico piuttosto che economico, non si poteva cedere alle richieste della Grecia per evitare di creare un pericoloso precedente all'interno dalla UE, ciò rifletteva la posizione dura e intransigente (e vincente)  di Schauble disponibile nei fatti a dare solo due alternative alla Grecia: accettare le condizioni imposte o uscire dalla eurozona. L'epilogo della storia è noto, Tsipras propone ai greci un referendum per accettare o meno gli accordi che prevedevano ulteriore austerità e misure draconiane. Il referendum segna la vittoria dei no con oltre il 60% ma Varoufakis la sera stessa dei risultati da le sue dimissioni perché e' ormai chiaro che Tsipras, ormai  stanco, ha deciso di arrendersi e  accettare le condizioni imposte con una nuova maggioranza parlamentare. Come fa notare Adam Tooze nel libro Crashed, a sfavore della posizione di Varoufakis giocano due fatti, il primo sono le mosse di Draghi, che avevano difeso l'euro e rafforzato la BCE, che diminuiscono le paure del contagio di un eventuale uscita della Grecia dall'eurozona e quindi indeboliscono la posizione negoziale della Grecia, l'altro aspetto è che il Primo Ministro greco non mette mai in atto nessuna delle minacce che Varoufakis gli suggerisce in tutto il periodo di permanenza al Ministero delle Finanze.

Il libro è scritto dal punto  di vista  Varoufakis ma credo che sia abbastanza vicino alla realtà dei fatti. E' un libro molto interessante e istruttivo, anche se forse un poco troppo lungo; comunque leggendolo viene rabbia e sconcerto nel vedere come alla fine in Europa abbiano prevalso le posizioni più ottuse, infliggendo inutili e pesanti costi al popolo greco e dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, come le istituzioni tecnocratiche europee prevalgano sulle opinioni popolari e sulla democrazia, poi certo non c'è da sorprendersi se nelle nazioni europee avanzino i partiti e le formazioni sovraniste.

lunedì 1 novembre 2021

Draghi: la manovra economica e il G20

Dunque è stata varata la manovra economica del governo Draghi da 30 miliardi. La manovra è equilibrata o meglio ecumenica, cerca di non scontentare nessuno con un impianto le cui linee sono quelle del premier, un economista preparato non troppo sbilanciato a destra o a sinistra. Vediamone i capitoli. Pensioni, da un contentino evitando un nuovo scalone con quota 102 che è il massimo che poteva concedere con buona pace di Salvini e dei sindacati, con un fondo per le PMI in crisi e lasciando l'opzione donna. Taglio fiscale 8 miliardi non troppo ne troppo poco, da capire i dettagli. Rifinanzia il reddito di cittadinanza, che va bene ai 5 stelle, con alcune restrizioni e modifiche, d'altra parte come ho già detto il RDC è una misura giusta che andava introdotta anche se non è stata congeniata bene. Bonus case, proroga solo per i condomini e limiti per le villette, giusto tutto sommato è una misura fin troppo generosa e troppo onerosa per lo Stato, i soldi si possono spendere meglio. Confermati e rifinanziati  i bonus per gli investimenti 4,0  legge Sabatini, ovviamente ok; come pure i soldi per la sanità, ci mancherebbe! Ci sono anche giustamente 860 milioni per il fondo clima, e finalmente un finanziamento e  l'assunzione nella PA (in tutto 1,8 miliardi). Quindi nel complesso una buona manovra, si vede che c'è la mano di Draghi. Mi aspettavo di più per i giovani (solo sconto sugli affitti) mentre si poteva fare di più (vedi proposta Calenda su riduzione fiscale per i giovani), manca molto sulla formazione, siamo un paese con pochi laureati si potrebbero detassare di molto le tasse universitarie per le lauree tecnologiche e scientifiche che ci servono, se vogliamo affrontare un futuro dove la componente tecnologica conta moltissimo. Non vedo niente sui ITS (Isitututi Tecnici Superiori) che sono stati introdotti ma sono ancora pochissimi rispetto alle potenzialità, soprattutto in termini di occupazione, che avrebbero. Manovra complessivamente promossa anche se si poteva osare di più (forse mancano le condizioni politiche).
Passiamo al G20, grande successo? Si e no. Sicuramente si dal punto di vista organizzativo, per la visibilità italiana e del nostro premier, che ha fatto un ottima figura. I risultati ni, sul clima un piccolo passo avanti ma senza impegni precisi e stringenti, si è sentita la mancanza di Cina e Russia, questi meeting sono belli mediaticamente ma non eccessivamente utili, sarebbe preferibile un faccia a faccia tra USA, UE e Cina e se vogliamo la Russia e Giappone (per motivi geopolitici). Comunque che ci piaccia o no alcuni temi come clima e tassazione delle grandi corporation vanno risolti con accordi internazionali e con pochi attori. Sul clima si è preso atto della importanza ma fintanto che i disastri non peggioreranno non si farà il necessario. Purtroppo come ha insegnato la II guerra mondiale solo le grandi crisi generano grandi sforzi che consentono di ottenere risultati possibili ma solo grazie alla cooperazione e coordinazione. Infine, un discorso sulla leadership, se ne va la Merkel, molto brava sul piano interno meno su quello internazionale, non dimentichiamoci il casino generato da lei e Sarkozy sulla crisi greca che risolse poi appunto Draghi. Comunque le leadership politiche  di alto livello mancano, e il fatto che alla fine giganteggiano figure semi tecniche come Draghi la dice lunga sulle difficoltà della politica. Purtroppo la democrazia non vive un gran momento, la crisi del sistema capitalistico con l'esacerbarsi delle diseguaglianze ha creato fasce di popolazione scontente che finiscono per aggrapparsi alle frange populiste per mancanza di visione delle sinistre tradizionali, che ormai rappresentano più le élite intellettuali che il popolo. Servirebbe una politica forte, meno prona agli interessi delle grandi corporation e del mercato, che ristabilisse il primato del benessere della maggioranza e della etica civile che il mercato e il capitalismo non possono fornire.

venerdì 19 febbraio 2021

Analisi discorso Draghi al Senato

Nel suo discorso al Senato  Draghi afferma che non esiste un aggettivo che definisca il suo governo, aggiungendo poi che esso è animato da" spirito repubblicano" ovvero di responsabilità, un governo comunque politico come ho spiegato nel precedente post, a dispetto di quanto sostenuto da Mattarella, in quanto dovrà affrontare, come dice Draghi, scelte "coraggiose" e le scelte sono sempre politiche. Non sorprende la sua difesa dell'euro, "irreversibile", che è un suo marchio di fabbrica, anche se la Unione Europea non funziona così bene (infatti lui l'ha dovuta salvare).
Sono invece molto d'accordo quando afferma che dovremmo essere "più generosi e giusti" nei confronti del nostro paese, che tendiamo a criticare oltre misura
Ovviamente c'è poco da dire sulla necessità d'intervento sanitario e sulla necessità di "rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale". 
Giusta anche la enfasi sulla scuola con la necessità di "coniugare le conoscenze scientifiche e quelle umanistiche", come pure il cenno al potenziamento degli Istituti Tecnici Superiori, creati ma lasciati a se stessi.
Importante il focus sull'ambiente "conciliando progresso e benessere sociale", da capire se si farà veramente o continueremo col "business as usual" e ambientalismo di facciata con meccanismi di green wash e basta.
Inevitabile il suo interesse per politiche attive del lavoro, ciò  significherà mettere mano al reddito di cittadinanza, che è stata una misura giusta in teoria ma confusa nella pratica.
Importante è l'accenno al ruolo dello Stato, alla necessità di "investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari"  per progettare e gestire gli investimenti, con lo Stato che deve "utilizzare le leve per ricerca e sviluppo, istruzione e formazione, regolamentazione, incentivazione e tassazione".
Da evidenziare la enfasi sulle riforme: tassazione, piattaforme efficienti, aggiornamento continuo anche tramite assunzioni, la giustizia.
Un discorso breve, condivisibile in larga parte, anche se dobbiamo vedere la parte applicativa. 
Le ricette di Draghi sono in buona sostanza quelle indicate nel mio libro, questo non perché io sia particolarmente bravo ma solo perché sono le indicazioni che emergono dagli studi degli ultimi 30  anni sulle condizioni che favoriscono il progresso delle nazioni. Manca un cenno su un aspetto importante: il miglioramento delle istituzioni, che ovviamente risulta difficile attuare con una coalizione così eterogenea e con ricette così diverse sul tema, ma sarebbe una ennesima occasione perduta, perché come ho già affermato abbiamo bisogno di migliorare anche le nostre istituzioni con riforme che siano condivise e non, come si è fatto ultimamente, con riforme di parte.

 

mercoledì 3 febbraio 2021

La sovranità appartiene al popolo?

 La sovranità appartiene al popolo, recita la nostra Costituzione, precisando nei limiti dettati dalla Costituzione stessa. La sovranità non si esercita direttamente ma attraverso dei rappresentanti, la democrazia diretta è esistita in qualche modo nel passato come descritto qui, la democrazia parlamentare ha i suoi difetti ma questo è quanto abbiamo.

Ma il popolo ha sempre ragione? No, per questo ci sono dei limiti costituzionali ma, come scritto da Dahl, non c'è  nessuno più qualificato dei cittadini a decidere su se stessi, d'altra parte come scritto da Schumpeter è  comunque difficile, per motivi oggettivi, che cittadini abbiano piena contezza e capacità di decidere su molte questioni che sono complesse, per questo abbiamo bisogno di leadership.

Questa premessa per parlare della attuale situazione politica italiana. Il fatto che si sia dato l'incarico a Draghi, persona ovviamente degnissima, posso capirlo ma non mi soddisfa. Siamo in una crisi sanitaria, economica e sociale enorme per cui andare subito a elezioni sarebbe troppo pericoloso ma servirebbe un governo di transizione per arrivare alle elezioni. Spendere il nome di Draghi significa un governo con maggiore durata, probabilmente un ottimo governo, sicuramente migliore del precedente che ho criticato, ma nessuna scelta in politica può essere solo tecnica, la tecnica può porre limiti o  alternative le scelte sono sempre politiche. Rischiamo di fare lo stesso errore del governo Monti, un governo che alla fine ha sopperito agli errori commessi e ha fatto da paravento per decisioni difficili e impopolari, così poi qualcuno può facilmente prenderne le distanze (vedi Fornero messa alla gogna). 

No, mi dispiace, anche se le scelte di Draghi potranno essere migliori, abbiamo bisogno di un nuovo Parlamento anche se questo significa probabilmente la vittoria della destra. Vengano Salvini e Meloni, sempre pronti a criticare l'ultimo governo, a risolvere i problemi che ha lasciato la crisi, vengano a fare tagli al fisco, anticipare il pensionamento, rottamare le cartelle fiscali ecc. Non esistono pasti gratis ma gli italiani devono capirlo e attribuire le colpe alle classi dirigenti che hanno liberamente eletto e non al prossimo "tecnico" votato al salvataggio della patria.

venerdì 21 luglio 2017

Marcello Minenna - La moneta incompiuta

Il libro di oggi è un libro per “stomaci forti”, sono quasi 500 pagine su temi tecnici finanziari, comunque con scopo divulgativo e di rendere le cose più semplici possibili, anche se sempre in modo rigoroso.
L’autore è Marcello Minenna che dirige l'ufficio analisi quantitative della Consob e inoltre docente, non accademico, all'Università Bocconi, e PhD Lecturer alla London Graduate School of Mathematical Finance.
Il volume come abbiamo detto si concentra su questioni di natura finanziaria, fornendo all’inizio della trattazione una serie di concetti di base, quali: rischio di credito, debito sovrano, derivati creditizi ecc., facendo uso di belle infografiche che agevolano la lettura per un pubblico di non esperti
Introduce, poi, alla comprensione dell'architettura dell'Eurozona e dei legami tra finanza ed economia reale. Descrive gli elementi caratterizzanti la politica monetaria europea, ripercorrendo l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 e analizzando l’impatto che questa ha avuto sull’Eurozona. Vengono inoltre approfonditi i diversi tipi di intervento e strumenti finanziari messi in atto dai governi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) a fronte del rischio di rottura dell’euro.
Le economie europee sono comunque in una fase di stallo. Il ciclo economico positivo globale che nel 2014-2015, grazie anche al basso prezzo del petrolio e all’euro debole, ha tenuto a galla l’unione monetaria volge al termine con il rischio di una recessione alle porte di un’Europa frammentata e indebolita da squilibri strutturali. Rinunciare alla propria moneta senza un bilancio e un debito pubblico europeo fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Nella parte conclusiva del lavoro vengono proposti diversi interventi di policy volti a superare la crisi e mettere mano a questa architettura disfunzionale. Infatti la crisi greca, il fallimento dell’austerità, i problemi del sistema bancario, del debito pubblico e della Brexit stanno mostrando che il tempo guadagnato dalle «soluzioni-tampone» della BCE sta volgendo al termine. Tra le proposte elenco: una politica della BCE imperniata sull’azzeramento degli spread, la mutualizzazione di una parte del debito o anche il suo congelamento da parte della BCE.
Il tema di fondo  del libro non è nuovo: l’integrazione dei paesi UE non è stata così profonda e forte come si era auspicato, e che i paesi membri erano e sono ancora caratterizzati da grandi differenze strutturali. 
La creazione dell’euro e la rinuncia da parte dei nazioni aderenti alla area euro alla propria moneta, senza un bilancio e un debito pubblico europeo e tutta una serie di altri meccanismi istituzionali, fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Ne esce fuori, pertanto, un ritratto complesso della realtà europea, dove spicca l’incapacità dell’euro-burocrazia di gestire l’integrazione economico-finanziaria. Rimane il problema di fondo che è politico e non finanziario, una volta stabilito che la costruzione dell’area euro è incompleta e disfunzionale c’è la volontà politica per rimediare agli errori fatti? Arrivati al punto in cui siamo mi piacerebbe avere la speranza che qualcosa cambi, vedendo però l’atteggiamento delle nazioni europee sulla immigrazione non vedo la capacità e la volontà di affrontare in maniera coordinata i problemi. La fine probabile del quantitative easing che, peraltro come rileva Minenna, non ha sortito grandi effetti sulla economia reale a parte la diminuzione del valore dell’euro e quindi un miglioramento del PIL, e la fine del mandato di Draghi, grande artefice dal salvataggio dell’unione monetaria, pongono seri dubbi sul futuro dell’Eurozona.
Visti gli alti costi politici e economici, per proseguire in una costruzione più consona dell’unione monetaria,vedo difficile una soluzione coordinata, tanto per fare un esempio gli Stati Uniti ci hanno messo 160 anni per costruire un efficace sistema federale con continue modifiche (vedi ad esempio costituzione e statuto della FED) e avendo fissato a monte  un sistema costituzionale.
Comunque, tornando al libro, è sicuramente un libro interessante e ben scritto, ovviamente da leggere un pò alla volta, non è proprio un romanzo avventuroso, ma può ulteriormente chiarire i difetti e le assurdità di queste unione monetaria e delle politiche implementate.