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giovedì 9 ottobre 2025

Macron e la Francia, e non solo.

 Non ho mai creduto che Macron fosse la soluzione giusta per la Francia, come ho scritto  fin dalla sua elezione. La Francia è una grande paese, molto popoloso, con un costo dell'energia elettrica basso grazie al nucleare, una buona burocrazia statale e un sistema semi-presidenziale che dovrebbe assicurargli maggior stabilità politica, che negli ultimi tempi ha perduto. L'errore storico della Francia di Mitterand è stato quello di credere che con l'euro avrebbero contenuto la Germania riunita e tutto sarebbe andato per il meglio. In realtà l'euro si è dimostrato un arma vincente per la Germania, una moneta piu svalutata del marco che gli ha permesso, grazie anche alle politiche di contenimento dei salari, di diventare la esporatrice di Europa e aumentato ancor di più il suo potere. I francesi si sono illusi e sbagliati nel considerare la Germania come partner principale della UE, vi ricordate i risolini di Sarkozy con la Merkel verso Berlusconi? In realtà la Francia aveva poco da ridere, ha una forte agricoltura, un base industriale molto basata sulla grandeur dello Stato ma anche molte debolezze, acuite dall'euro. I presidenti francesi non hanno voluto capire che fare da sponda alle idee della Germania sull'euro e la gestione economica dell'UE non portava nessuno vantaggio alla Francia, era un illusione di grandezza che non aveva riscontro nella realtà.  

Come ho scritto più volte la Francia avrebbe dovuto guardare al sud, Spagna e Italia, molto più simili che non alla Germania per fare politiche diverse in Europa. Ovviamente il peggioramento della situazione economica francese ha portato i cittadini sfiduciati a votare  gli estremi politici. Macron con il suo rassemblement è riuscito ad essere eletto due volte grazie al voto dei moderati ma non è bastato. Macron ha improntato la sua politica sulle basi di idee liberali, in parte non nego che abbiano la loro valenza, ma in un mondo globalizzato dove molti perdono il lavoro o comunque si sentono sempre meno sicuri, con un euro che ha avvantaggiato le esportazioni tedesche, ci vuole ben altro per convincere gli elettori, bisogna avere attenzione anche alle fasce sociali sempre più indebolite e sopratutto a una classe media che si sfalda e tende a radicalizzarsi.

 

Queste sono le critiche che faccio ai liberali italiani, in particolare a Marattin, le sue ricette in parte sono anche giuste ma se non tieni conto delle sofferenze e delle difficoltà di chi economicamente perde terreno rimangono delle ricette aride e poco appetibili per cui non ti discosti molto da qualche punto percentuale di consensi. Calenda inizialmente aveva un programma che univa elementi liberali a quelli sociali, ma poi si è perso nei suoi capovolgimenti ed adesso sembra, putroppo, virare verso destra. Ma torniamo alla Francia la situazione è molto difficile, Macron continua ad affidare i governi a personaggi decotti che non presentano nessun elemento di novità nella politica, per salvarsi dovrebbe guardare alla sinistra moderata ma significherebbe ripudiare tutta la storia precedente, a destra la Le Pen non aspetta altro che andare al potere. Probabilmente la Francia avrà un nuovo Presidente del Consiglio che vivacchierà per portare avanti gli affari correnti, ma le elezioni prima o poi arriveranno e il rischio sarà una ulteriore radicalizzazione dell'elettorato, a meno che la destra estrema non si "melonizzi" e assuma un atteggiamento più moderato ma che significa, come è successo da noi, rinnegare molte delle cose su cui basano la loro politica elettorale.

 

Staremo a vedere, la situazione in Europa per i partiti progressisti moderati, per loro colpa, si è messa male, le persone sono stufe di non veder cambiare niente, ci vorrebbero personaggi nuovi capaci di parlare con sincerità alla gente, dicendo che non siamo più nella Golden Age del dopoguerra, ma proporre anche delle politiche imperniate su un keynesismo attualizzato e non storpiato. Dove le imprese guadagnano ma hanno un patto di solidarietà con lo Stato e i cittadini, e non come adesso, vedi le banche, che ora guadagnano e si tengono i profitti e quando sono in crisi si fanno pagare dai cittadini. Dove si guarda al progresso tecnologico ma con attenzione ai suoi risvolti sociali, si da spazio al mercato ma con i limiti che consentano vantaggi per tutti e non solo per pochi; con politiche che propongano la sostenibilità ambientale senza scadere nelle fughe in avanti; con politiche che sostengano il welfare e la sanità ma tenendo conto della evoluzione della società (vedi pensioni). Insomma qualcuno in grado di portare avanti quel patto sociale su cui si basano le società democratiche prospere ma equilibrate, patto sociale che si è perso, dove ormai nella società prevale  una lotta tra bande e si è perso di vista il bene comune.

giovedì 18 gennaio 2024

Yanis Varoufakis- I deboli sono destinati a soffrire?- L'Europa, l'austerità e la minaccia globale alla stabilità globale

 Dell'autore, ex ministro delle Finanze della Grecia nel governo Tsipras e professore di Teoria Economica alla Università di Atene e alla University of Texas di Austin, abbiamo già recensito il suo libro successivo sulla sua esperienza di ministro qui.

Il libro, anche se il titolo può essere sibillino, è un libro di storia, in particolare della storia degli accordi monetari mondiali prima e poi di quelli successivi in Europa sino alla introduzione dell' euro.

Il libro parte dagli accordi di Bretton Woods dove nonostante l'impegno di Keynes vinse il piano di White (USA), la potenza vincente, che imponeva un sistema basato, ovviamente sul dollaro (*), unica moneta ad essere legata all'oro in maniera fissa. Le altre monete erano a loro volta agganciate al sistema che prevedeva un sistema di cambi semi fissi che potevano variare in modo concordato. Il sistema era meno internazionale e multilaterale di quello di Keynes ma funzionava se gli USA erano in surplus, come lo erano nel primo dopoguerra, e quel surplus, inviato come aiuto all'Europa, serviva a comprare le merci americane e quindi i dollari ritornavano a casa riequilibrando il sistema e generando stabilità. Questo equilibrio finì quando gli USA divennero importatori netti per lo sviluppo delle economie europee e giapponese. La situazione era precaria con un valore di cambio dollaro-oro fissato ad un valore troppo basso rispetto alla realtà. A far saltare l'accordo ci pensarono i francesi (De Gaulle)  che, sofferenti per la perdità di potere economico della Francia rispetto alla Germania, accusarono gli USA di avere un "privilegio esorbitante" mandando a cambiare dollari con oro. Di fronte a una situazione insostenibile, per cui le riserve auree americane erano a rischio, furono gli USA, nel 1971, a interrompere unilateralmente il cambio fisso dollaro oro e a far saltare Bretton Woods. 

E così l'Europa si ritrovò senza l'ombrello del dollaro e di Bretton Woods e incomiciò a pensare a farsi una sua Bretton Woods europea. In questo contesto nacquero, e finirono miseramente, i due tentativi di stabilizzare i cambi tra le monete europee, prima il sistema del cosiddetto serpente monetario e poi lo SME, entrambi con vita piuttosto breve. Nonostante questi fallimenti, con la unificazione della Germania si presentò l'occasione di far partire la moneta unica, contro la riluttanza tedesca e soprattutto della Bundesbank,  con un accordo Khol-Mitterand, con la segreta speranza dei francesi di riuscire, in qualche modo, di controllare la Germania e il marco (speranza vana a posteriori). Anteporre la moneta alla unione politica era un rischio che Mitterand conosceva, e addirittura la stessa Tatchter affermò, quando diede le dimissioni, che con una banca centrale europea così concepita non ci sarebbe stata democrazia. Inoltre, tra gli altri il grande economista Kaldor, già nel 1970, aveva evidenziato che era un pericoloso errore. L'euro inizialmente funzionò ma basato su pericolosi squilibri, infatti i suplus degli esportatori europei venivano risucchiati dal Minotauro finanziario di Wall Street e d'altra parte finivano per indebitare i paesi europei in deficit con le banche francesi e tedesche. Tutto questo giro di denaro e speculazione finì come ben sappiamo con la crisi del 2008.

Il resto della storia è noto, ne abbiamo parlato ampiamente in altri libri: la crisi dell'euro, i salvataggi a colpi di asuterità, vedi per la Grecia anche di Varoufakis Adulti nella stanza; l'intervento salvifico di Draghi dopo gli errori di Sarkozy e Merkel, con la Bundesbank che non mancò di denunciare gli interventi di Draghi alla corte costituzionale tedesca! 

L'errore di fondo di tutte le politiche moenetarie europee, per Varoufakis, è quello di voler depoliticizzare il denaro che è una assurdità. Concludo la sintesi del libro con una delle citazioni conclusive dell'autore: "L'euro ha rimpiazzato la paura della svalutazione con la certezza della depressione".

Il libro presenta in appendice la cosiddetta  modesta proposta fatta dall'autore con altri per risolvere i problemi euroopei senza stravolgere troppo le regole, proposta che ho comemmentato  qui.

In conclusione, un libro molto ben scritto, l'autore riesce a narrare episodi e i fatti economici in maniera piacevole ricorrendo spesso ai miti greci. E' un libro ben documentato con molte ricostruzioni storiche interessanti e spesso non note, quindi è un libro che vale la pena leggere. E' chiaro che l'autore evidenzia il proprio punto di vista e si intravede il grande rancore verso la Bundesbank per come sono andate le cose per la Grecia, anche se alla fine sono i francesi che escono peggio dai fatti storici. 

(*) Il piano di  Keynes si basava su una moneta virtuale internazionale chiamata Bancor.

giovedì 18 maggio 2023

Francesco Saraceno - La riconquista- Perche abbiamo perso l'Europa e come possiamo riprendercela

 Francesco Saraceno è professore di macroeconomia internazionale ed europea a Sciences PO e alla Luiss, questo è il suo ultimo libro, il precedente lo abbiamo recensito qui.

Il libro nella prima parte illustra la storia, le criticità e le debolezze insite nella creazione della Eurozona, inoltre pone in evidenza gli errori di governance europea sia nella creazione delle regole e sia nella gestione della crisi greca. 

Nella seconda parte cerca di delineare alcune soluzioni ai problemi nati dalla crezione dell'euro e alla disfunzionalità che l'euro e la regolamentazione hanno creato. Si parte dal fatto che il sogno federalista di Spinelli è al momento irrealizzabile e utopistico. Pertanto, quello che l'autore propone è un "federalismo surrogato" cioè la creazione di istituzioni e modalità per far funzionare meglio la Eurozona. Le proposte sono, la creazione di un sussidio di disoccupazione europeo, in aggiunta servirebbe un fondo di stabilizzazione europeo per sostenere le finanze pubbliche nei momenti di crisi. In particolare, sarebbe essenziale un Ministro delle Finanze della Eurozona dotato di un bilancio proprio che dovrebbe agire come linea di credito per i paesi in difficoltà e reagire alla fluttuazioni cicliche, il tutto grazie alla emissione di titoli europei. Un altra riforma urgente è una vera  unione bancaria con un meccanismo di assicurazione federale dei depositi. 

Inoltre vi è da migliorare la regolamentazione finanziaria, ad oggi c'è la ESMA che andrebbe rinforzata per evitare e ridurre la instabilità finanziaria. Bisogna anche rilanciare le politiche nazionali di bilancio con un aumento dell'investimento pubblico e riformare, pertanto, il pessimo Patto di Stabilità (ma al momento non si vede il cambiamento atteso vedi qui). 

Infine, quello che manca, è una politica industriale europea per promuovere tecnologia e innovazione investendo nei settori più promettenti ( vedi rapporto Draghi). Per ultimo serve un armonizzazione fiscale e, soprattutto, porre fine alla concorrenza fiscale che è spesso all'interno dei confini europei (Lussemburgo, Irlanda, Malta, Olanda ecc.). 

Tutto cio è possibile? Fino ad ora è stata la Germania, e i suoi allaeati, a frenare le riforme, infatti la Germania si è avvantaggiata sia dalla introduzione dell'euro e anche dell'allargamento ad est della UE, avendo esportato ad est una parte della sua catena produttiva. Il Fondo per la ripresa varato dopo la pandemia Covid 19 è comunque un passo avanti verso una forma di mutualizzazione del debito e, quindi, un segnale positivo che fa sperare in un cambiamento di attteggiamento anche della Germania, che vede una situazione internazionale che si modifica erodedone le posizioni di vantaggio attuali.

Un libro ben scritto e ben informato ma chiaro e semplice nella descrizione dei problemi. Per chi legge queso blog, e ha letto qualcuno dei libri recensiti sul tema, il libro di Saraceno non contiene argomenti particolarmente innovativi, lo consiglio pertanto a chi è digiuno come sintesi particolarmente efficace. 

Per quanto riguarda il tema del libro, cioè i problemi dell'Eurozona e le sue soluzioni il discorso è complesso, sono d'accordo che il federalismo vero sia lontano e che alcune delle soluzioni proposte nel libro siano necessarie, sono meno convinto che il clima sia realmente cambiato. 

Per cambiare veramente passo e riformare le istituzioni europee la Unione a 27 è disfunzionale. Io credo che la unica soluzione sia che  alcuni dei paesi europei piu popolosi e importanti dal punto di vista del PIL (Germania, Francia, Italia e Spagna) dovrebbero decidere un impegno comune per proseguire verso un vero percorso che migliori l'attuale assetto, questo potrebbe portare, nel tempo, a qualcosa di piu vicino ad una federazione e comunque ad un assetto istituzionale e regolatorio più funzionale. Io questa volontà non la vedo, ho visto solo impegni bilaterali tra Germania e Francia che, a mio parere, non sono né sufficienti né utili. Certo il futuro è aperto e tutto può succedere, dipende dalle condizioni storiche e, soprattutto, dipende anche dalle individualità politiche di un certo rilievo e spessore che appunto mancano. Intanto, con la guerra tra Russia e Ucraina, la Europa è in difficoltà e continua a rimanere schiacciata nel confronto tra i due giganti: USA e Cina 

lunedì 7 settembre 2020

Salvare l'Italia. Salvare l'euro? Estratti dal capitolo finale.

 Riporto di seguito alcuni estratti dal capitolo conclusivo del mio ultimo libro, buona lettura.

Abbiamo in questo libro affrontato molti temi, in particolare abbiamo cercato di illustrare i punti di forza e di debolezza del nostro paese. Avete anche potuto notare che alcune cose che si dicono su di noi sono esagerate, non siamo un paese di spendaccioni anche se è vero che non spendiamo spesso bene i soldi che abbiamo.

(...)

Quello che emerge dalla maggioranza degli autori moderni è che un aspetto importante nello sviluppo di una nazione è la capacità di sapere produrre e sfruttare adeguatamente lo sviluppo tecnologico. Questo significa, da una parte, crescita della istruzione in generale e, quindi, un buon livello della scuola e delle università, inoltre capacità di fare ricerca scientifica di alto livello e filiere produttive in grado di sviluppare, finanziare e applicare ricerca scientifica e tecnologica.

Un altro aspetto, evidenziato da molti autori è il sistema istituzionale. Questo aspetto è molto complesso e riguarda molti aspetti di una società.

In particolare significa avere un sistema di leggi, e capacità di farle osservare che consenta la libertà di impresa: non c'è sviluppo economico costante nel tempo se il sistema economico non è sufficientemente libero. Le capacità imprenditoriali e la possibilità di potersi arricchire, mettendo a frutto le proprie capacità, sono un incentivo non sostituibile in un sistema economico.

D'altra parte ci vuole anche uno Stato in grado di fare da regolatore del mercato, per evitare gli abusi di potere da parte delle imprese nei confronti della concorrenza e dei clienti. Uno Stato è importante e fondamentale perché crea da un lato le infrastrutture necessarie che non possono essere spesso affidate ai privati, inoltre, è importante perché deve fornire in maniera efficace tutti quei servizi che sono propri di uno Stato: polizia, difesa, sanità, ecc.

Quindi, quando si parla di sistema istituzionale, ci si riferisce a molti aspetti, e dire che bisogna migliorare il sistema istituzionale non è quindi facile da esprimere e da attuare. 

(...)

Come abbiamo affermato nei capitoli precedenti, c'è da molto fare per migliorare la efficacia ed efficienza della nostra burocrazia sia a livello procedurale e sia nel miglioramento del mix qualitativo delle risorse.

Sono assolutamente in disaccordo con chi sostiene che va ridotto il ruolo delle Stato, il problema è piuttosto un altro, cioè come assicurare che questo adempia al suo ruolo nel modo migliore possibile e quindi ridurre la burocrazia laddove non serve e invece rinforzare lo Stato laddove serve, perché il privato non può sostituirlo in moltissimi aspetti della nostra società.

Inoltre, come abbiamo visto, anche il nostro sistema produttivo e industriale deve stare al passo con i cambiamenti e questo è in parte successo negli ultimi anni, con alcune filiere che si sono riorganizzate con un graduale riorientamento del commercio internazionale dell’Italia verso nuovi mercati, infatti negli ultimi anni è migliorato anche il nostro export portando la bilancia commerciale in positivo. Questo è un processo continuo e, come ho sottolineato nelle pagine precedenti, ci sono molte cose che si possono fare per rendere più competitivo il paese e anche qui è importante il ruolo dello Stato per dare i giusti incentivi alle imprese e fornire un livello adeguato di istruzione, oltre agli aspetti infrastrutturali. 

(...)

Quindi, come si vede, ci stiamo avvitando da 30 anni nel tentativo di ridurre il debito ma avendo una scarsa crescita, inoltre abbiamo adottato dal 2001 una moneta esterna che non favorisce di certo le nostre esportazioni.

Su questo tema non possiamo però non parlare di politica anche se termini generali. Come si è visto un atteggiamento troppo poco attento agli equilibri economici nel breve ha portato a degli squilibri economici che ci affliggono da molti anni. Questo pone un problema di qualità in generale della politica, anche perché la complessità del sistema economico è cresciuta enormemente negli ultimi decenni e anche le relazioni internazionali sono divenute sempre più interconnesse e intricate. Questo comporta che il livello medio dei nostri politici dovrebbe tendere ad essere sempre più elevato, con un alto bagaglio di competenze e conoscenze in grado di consentirgli di comprendere la complessità dei meccanismi sopramenzionati.

I dati ci dicono che, ad esempio, il numero di politici laureati in Italia è pari al 31% distante di 20/30 punti percentuali rispetto a Germania, Francia e Inghilterra. Se è vero che da noi la percentuale di laureati è più bassa che in Europa, ciò non toglie che per ruoli politici mi aspetterei un numero di laureati ben superiore alla media nazionale. Inoltre, visto che il livello di istruzione in Italia si è molto alzato dal dopoguerra, mi aspetterei oggi una classe politica mediamente più istruita ma, a solo a titolo di esempio, nel primo parlamento italiano del dopoguerra i laureati erano il 91% contro circa il 60% attuali.

Non vorrei fare nomi ma molti dei leader di partito attuali, sia a destra e sia sinistra, non brillano per livello d'istruzione: Salvini, Meloni, Zingaretti, e l'ex ormai Di Maio, nessuno si è laureato e neanche mi risulta abbia svolto una attività lavorativa significativa nella loro vita. Lo spettacolo che vediamo è desolante, con tanti signor nessuno che varcano le soglie del Parlamento e assurgono anche a ruoli ministeriali. Un tempo, nei partiti tradizionali, c'era un poco di selezione interna e anche formazione, cosa che si è persa.

La partecipazione politica dei cittadini alla vita pubblica è importantissima e andrebbe anche incentivata, però anche la selezione delle leadership è fondamentale per il bene del paese. Se uno non ha mai gestito una attività di una certa complessità ed è anche privo di una buona istruzione teorica perché dovrebbe sentirsi pronto per gestire il paese, vista anche la importanza che ha il ruolo dello Stato in una nazione moderna? Non è facile risolvere il problema di dotare il paese di una leadership adeguata, però dovremmo trovare qualche nuovo meccanismo per favorire l'ingresso in politica di persone più preparate, altrimenti ci ritroveremo con persone nei posti chiavi del paese che sono veramente imbarazzanti. Personalmente guardo poco le trasmissioni televisive sulla attualità, comunque quelle poche volte che assito all'intervento di qualche politico su temi un poco più complessi o tecnici, ad esempio economia, sono veramente pochi che danno l'impressione di averne cognizione.

Rimanendo sul piano istituzionale bisogna anche riflettere sul nostro sistema politico, il sistema parlamentare con bicameralismo perfetto è un sistema che abbiamo solo noi e pochi altri. I tentativi di riforma sono andati male perché è mancata una visione di lungo periodo, in genere si è cercato di fare riforme istituzionali ed elettorali solo con l'obiettivo di un guadagno a breve ma, spesso, è accaduto che le riforme fatte per una certa parte politica abbiano favorito l'altra e, comunque, nell'ottica di un vero miglioramento istituzionale non è certo questa la strada. Sono personalmente favorevole a riforme che possano semplificare il sistema politico, fermo restando che dobbiamo salvaguardare la tutela delle minoranze e la democrazia. Non credo che manchino nel paese persone competenti in grado di proporre una riforma che migliori il nostro assetto istituzionale, attingendo alle migliori pratiche internazionali, e che possa essere approvata a larga maggioranza.

Quando ho cominciato a scrivere questo libro non ci eravamo ancora imbattuti nella pandemia del coronavirus che ha complicato le cose. Purtroppo, il fermo delle attività comporterà un calo del nostro PIL e, d'altra parte, un notevole aumento delle spese dello Stato per tenere in piedi l'economia e poi rilanciarla. Le stime sono ancora in corso, sulla caduta del PIL si fanno stime in eccesso o difetto intorno al 10%, e il rapporto debito PIL peggiorerebbe ulteriormente portandoci a valori sicuramente superiori al 150% e probabilmente oltre.

In una prima fase sarà necessario sostenere sia il sistema produttivo e sia le famiglie in cui verranno a diminuire, in generale, i redditi.

Su questo tutti gli economisti concordano che l'intervento dello Stato è essenziale per evitare il tracollo dell'economia con interventi economici di importo elevato che sicuramente non si sono più visti dal dopoguerra. Tale intervento deve essere veloce, più di quanto si stia facendo, e mirato alla sopravvivenza delle imprese, evitando che falliscano o siano preda di sciacallaggio da parte delle mafie o prede ambite dall'estero per fare shopping a basso prezzo. E' chiaro che, comunque, non si possono fare regalie a pioggia, come propone qualcuno troppo facilmente, ma vanno trovati meccanismi efficaci, anche in parte a fondo perduto, con un minimo di controllo per evitare sprechi o ruberie, ed è qui che vediamo la arretratezza del nostro sistema burocratico.

In una seconda fase bisognerà ripartire e ricostruire, in questa fase le indicazioni che ho dato restano valide e sono un inevitabile punto di partenza per rilanciare in maniera sostenibile il paese. E’ vero che dovremmo spendere molto ma soprattutto dobbiamo spendere bene i soldi, perché potrebbe essere anche la occasione per migliorare il sistema paese e renderlo più solido e competitivo.

Rimane il problema dell'enorme quantità di denaro necessario per tutto quello che abbiamo detto. Se il debito aggiuntivo sarà tutto a carico del solo nostro paese il rapporto debito/PIL, come detto, schizzerà in alto mettendoci in difficoltà ulteriore. Un incremento dell'indebitamento porta, infatti, a un maggiore rischio e ad un sicuro aumento degli interessi da pagare per ottenere credito, questo crea un circolo vizioso pericoloso: aumento degli interessi che implica un aumento del debito che provoca ulteriore aumento degli interessi, strada pericolosa che conduce al rischio di default. Questo è il motivo perché sia l'Italia e sia gli altri paesi europei chiedono la nascita di nuovi strumenti che possano fornire i soldi ai paesi in difficoltà senza aumentare automaticamente il debito e creare il circolo vizioso accennato.

Nei casi di crisi economica un paese che abbia la sovranità monetaria può ricorrere alla monetizzazione del debito, cioè lo Stato in qualche modo crea nuova moneta senza richiederla in prestito, con varie modalità su cui non mi dilungo. Questo è un modo di operare che, da quando le monete non sono più ancorate all'oro (cosiddette monete “fiat”), è possibile attuare, il rischio è di generare inflazione, per questo tale strumento si utilizza solo in condizione di grave crisi economica dove tale rischio di fatto non esiste o è minimo

(...)

Così alla fine siamo tornati alla connessione del problema italiano con quello europeo di cui abbiamo parlato a proposito dell'euro. 

(...)

Premesso che io sono stato un europeista convinto e non caldeggio una “Italexit” come soluzione di tutti i nostri problemi, non sono particolarmente ottimista, visti i precedenti, nella capacità delle leadership europee attuali di prendere decisioni così importanti e comunque rischiose. Qualsiasi scelta, infatti, troverà terreno fertile per delle forti opposizioni interne mettendo a rischio le leadership stesse.

Sono purtroppo propenso a pensare che il progetto europeo, per i difetti evidenti di costruzione, abbia buone probabilità di essere destinato al fallimento. D'altra parte è difficile pensare di costruire una casa partendo dal tetto, e anche ammesso bisogna comunque costruire delle solide fondamenta (istituzioni), cosa che purtroppo è mancata soprattutto dalla introduzione dell'euro.

(...)

Come ho già affermato la questione europea è molto aperta e sinceramente spero che alla fine la Unione Europea ne esca rafforzata, nel caso contrario l'importante è, come già scritto, che una disgregazione sia la più ordinata e coordinata possibile.

In ogni caso la strada per il nostro paese sarà molto ardua e difficile perché ci ritroveremo con un debito pubblico ancora aumentato che ci pone in ulteriore difficoltà. Rimane, in ogni caso, la necessità di delineare un percorso di sviluppo del nostro paese sulla base delle indicazioni che ho cercato di sintetizzare nel corso del libro. In particolare, come ho detto nelle conclusioni del primo capitolo, se vogliamo modernizzare il nostro paese e farlo crescere, in maniera comunque equilibrata, bisogna operare su tre livelli ovvero sui tre aspetti che ho evidenziato: Stato, mercato e democrazia.

Sull'aspetto relativo alla democrazia è necessario migliorare il sistema istituzionale senza stravolgere la nostra Costituzione, con una maggiore partecipazione attiva dei cittadini grazie anche alle nuove tecnologie. La maggiore partecipazione attiva dei cittadini a sua volta richiede un maggiore impegno per la crescita della istruzione, sia formale (più laureati e diplomati e di buona qualità) e sia sostanziale.

Per il secondo aspetto le nuove tecnologie, se ben usate, possono consentire una maggiore diffusione delle conoscenze ai cittadini. Purtroppo, spesso oggi, vediamo che le nuove tecnologie finiscono per far proliferare messaggi distorti e fake news, mentre si dovrebbe fare uno sforzo per un miglioramento qualitativo della formazione delle persone, una specie di “non è mai troppo tardi” del XXI secolo con l'utilizzo delle nuove tecnologie. In questo potrebbe aiutare anche la informazione giornalistica che è in parte condizionata dalla politica (RAI) o da potentati economici di vario tipo, mentre avremmo bisogno di un giornalismo più indipendente e autonomo.

Questo miglioramento nella qualità della partecipazione dei cittadini dovrebbe anche essere la base per il miglioramento nella scelta delle leadership politiche.

Dobbiamo quindi migliorare anche necessariamente il funzionamento dello Stato, aumentando la qualità della nostra burocrazia; tutti i grandi paesi hanno alle spalle un sistema di istituzioni pubbliche di buona qualità, un esempio da noi è la Banca D'Italia che ha fornito al paese spesso grandi professionalità e uomini di qualità, ma ce ne sono anche altri di esempi ovviamente.

Infine, per quanto riguarda il mercato dobbiamo migliorare la competitività delle aziende esistenti come abbiamo illustrato parlando di politica industriale in senso lato, rafforzando le nostre eccellenze industriali e aumentando, soprattutto, la possibilità di creare nuove aziende innovative e start-up. 

In questo ha un peso anche il sistema creditizio che dovrebbe essere più attento alla creazione e finanziamento anche delle nuove aziende, piuttosto che a meccanismi, che si sono rilevati nel passato piuttosto opachi, nel finanziamento di alcune aziende.

Tutto questo non è semplice né facile, anzi dovremmo stare molto attenti ai messaggi troppo semplicistici che ci arrivano dal mondo della politica per allettarci e strizzarci l'occhio per fini elettorali.

In un mondo complesso e complicato le soluzioni efficaci si possono trovare, ma solo con impegno costante e dedizione e con l'ausilio di persone preparate e grazie, anche, alla maggiore consapevolezza dei cittadini.



lunedì 1 giugno 2020

Salvare l'Italia.Salvare l'euro?

Il libro è un analisi della situazione economica complessiva del paese. In particolare, parte dall'analisi della spesa pubblica, sfatando il mito che noi spendiamo troppo. Semmai il problema è che spendiamo male spendendo troppo in alcune cose e troppo poco in altre. Prosegue con un analisi della nostra situazione sociale e produttiva con i nostri mali e alcune potenzialità non sfruttate. Nel libro evidenzio anche la situazione della Unione Europea e della area euro con i limiti che questa ha mostrato. 
Nelle conclusioni cerco di delineare un percorso di sviluppo possibile del nostro paese, sviluppo equilibrato che richiede non solo un miglioramento della organizzazione dello Stato, ma anche istituzionale e altro. 
Buona lettura.

venerdì 29 marzo 2019

Bollofiore, Garibaldo, Mortagua - Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea –Rosemberg & Seller

Si tratta di un altro libro che essenzialmente è imperniato sulla crisi europea. Da una parte è critico con la visione ortodossa o liberista per cui la colpa principale sarebbe essenzialmente degli Stati troppo spendaccioni. Gli autori sono anche critici con la visione eterodossa della crisi (vedi ad esempio i libri di Bagnai). Secondo questa visione la colpa principale è da attribuirsi alla unione monetaria che ha acuito le divergenze dei paesi membri; da un lato favorendo, con un cambio sottovalutato, la Germania che avrebbe anche praticato politiche di contenimento salariale. D'altra parte il sistema finanziario e bancario avrebbero favorito con la concessione di denaro l'indebitamento dei paesi del Sud (aumento del debito privato), grazie a questi due effetti si sarebbero determinati dei forti sbilanciamenti delle partite correnti (import/export commerciale). La crisi si sarebbe scatenata a seguito del “sudden-stop” dei finanziamenti che hanno provocato crisi di liquidità dei paesi del sud oltre a crisi bancarie, che con le politiche di austerità imposte (vedi Grecia) avrebbero determinato una ulteriore caduta del PIL. 

Queste tesi per chi legge questo blog non sono particolarmente nuove. Gli autori però pur condividendo in parte questa visione ne criticano la assunzione che sia l'unica  spiegazione e la ritengono troppo semplicistica. 

In realtà gli autori evidenziano che il focus solo sulle partite correnti sarebbe eccessivo, in realtà le difficoltà dei paesi del sud derivano dagli eccessi della finanza e di libertà dei movimenti dei capitali che sono antecedenti alla introduzione dell'euro e che hanno ad esempio determinato la crisi dello SME. Inoltre, è cambiata anche negli ultimi decenni la struttura industriale della Germania. Questa ha visto crescere un decentramento, integrazione e diversificazione (industria transnazionale) di alcune catene produttive verso est che ha consentito di ridurre i costi. Per i paesi del sud questo ha comportato una diminuzione dell'export di prodotti intermedi verso la Germania con un ulteriore problema rappresentato dall'aumento della concorrenza cinese. Il sistema industriale e manifatturiero del sud si sarebbe in qualche modo impoverito: restringimento quantitativo e qualitativo. 
Quindi non è solo l'euro ad avere colpa e l'uscita dall'euro non risolverebbe le sottostanti problematiche strutturali, la svalutazione non risolverebbe i problemi, acuendo d'altra parte i problemi del costo delle materie prime, e non ridurrebbe neanche la austerità anzi l'aumenterebbe. Gli autori non vedono quindi nella uscita dell'euro come la panacea di tutti i mali, ma quali sono le alternative? La proposta di una moneta comune (Brunhoff) ovvero di una moneta circolante tra Stati come unità di conto e saldo solo dei rapporti di credito/debito sul modello del bancor keynesiano è ormai non più applicabile. Superare gli squilibri richiederebbe un autentica unione bancaria e fiscale, un aumento degli investimenti pubblici finanziati da eurobond, ma anche un intervento sul lato offerta e della struttura produttiva, cioè politiche a breve e scelte strategiche di medio-lungo termine. Ma la prospettiva della Brexit ha allontanato la possibilità degli Stati Uniti di Europa; un alternativa potrebbe essere un nucleo duro di paesi alla formazione di un governo politico sovranazionale ma, realisticamente, gli autori ammettono che non c'è un grande consenso politico e sociale a una significativa rinuncia alla sovranità nazionale. Se comunque l'euro dovesse disgregarsi non porterebbe a due aree (Stiglitz) ma solo a una dimensione nazionale che esaspererebbe la concorrenza distruttiva tra i paesi dell'unione. 

Un libro quindi molto interessante e approfondito, anche se a volte dispersivo e non facile in alcuni passaggi per il lettore non esperto. Sono d'accordo che l'uscita dall'euro non è la soluzione, e che non c'è un problema solo di domanda ma anche di offerta, certo è che la situazione, come ammettono gli autori, è piuttosto ingarbugliata e non si vede una luce all'orizzonte, troppi errori sono stati fatti, sia in termini istituzionali sia economici nella risposta alla crisi, che hanno determinato un crollo di fiducia nelle istituzioni europee e una crescita del nazionalismo. Inoltre la Unione Europea soffre anche di un grosso deficit democratico oltre che di una scarsa visione economica. 

Vedremo cosa ci diranno le elezione europee, se la crescita dei nazionalismi finirà per far crollare definitivamente il progetto europeo così malamente condotto negli ultimi decenni o se questo porterà a un ravvedimento delle élite europee, certo è che senza un processo che preveda anche la effettiva  partecipazione democratica e consapevole dei cittadini non ci sono soluzioni a questa crisi in cui ci siamo avvitati.

giovedì 31 maggio 2018

Il paradosso del comma 22


Nel famoso libro Comma 22 di Joseph Heller viene esposto il famoso paradosso:
«Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
Se lo vogliamo trasporre nell’attuale Eurozona diventa:
«Chi è pazzo può chiedere di uscire dall’euro, ma chi chiede di uscire dall’euro non è pazzo.»
Infatti uscire dall’eurozona in realtà sarebbe una decisione razionale visto che così come è stata creata è una costruzione sbagliata e disfunzionale, ma uscire dall’euro viste tutte le implicazioni e le interconnessioni economiche è una scelta comunque molto pericolosa.
La cosa più logica, come ho detto più volte, sarebbe riformare l’eurozona, ma razionalmente come si sono messe le cose non è molto realistico pensare che sia realizzabile. Ci siamo spinti troppo avanti, abbiamo perso tempo, e le posizioni dei vari paesi sono diverse e difficilmente conciliabili,  d’altra parte se si costruisce una casa (eurozona) partendo dal tetto e non dalle fondamenta è molto difficile che resti in piedi.
Come mostrato dal famoso piano B, redatto su Scenari Economici, l’uscita dall’euro prevede tutta una serie di operazioni complesse e non facili da realizzare. Comunque, dato che l’economia è una scienza complessa e complessi sono i sistemi economico-sociali con le loro interdipendenze, è difficile prevedere con precisione  lo scenario finale. Casi di default degli Stati nazionali nella storia sono stati molti (vedi libro di Reinhart e Rogoff  Questa volta è diverso) con casistiche differenti. Altra possibilità, che per me è l’unica, è quella di uscita concordata, tanto comunque se usciamo dovremmo concordare molte cose, ovviamente con questo non voglio dire che sia facile. Cosa dovremmo fare dunque. Per prima cosa dovremmo avere un governo forte (non facile vista la situazione), con  personalità con grande esperienza e conoscenza in campo economico. A questo punto, anche se qualcuno dice che non si possono battere i pugni su un tavolo che non c’è, dovremmo dire la nostra laddove si discute di riforme e proposte cercando alleanze (visto che i paesi coinvolti sono molti). Nel frattempo mettere in sicurezza la nostra economia con una serie di provvedimenti che rafforzino la nostra solidità e competitività, alcune cose si possono fare con molto sudore e non troppi soldi  (efficientamento burocrazia, miglioramento della giustizia, università, scuola, ricerca, riordino degli incentivi alle imprese, riqualificazione della spesa pubblica, aumento degli investimenti infrastrutturali). Cosa succederà è difficile dirlo, credo che la discussione  sarà lunga e dolorosa ma dobbiamo essere preparati a combattere ed ad uscire, non ci sono pasti gratis, dobbiamo solo affrontare le cose in maniera razionale e mettendo in campo le forze migliori per affrontare la situazione. Se l’Europa decidesse di riformarsi sarebbe un bene per tutti, se saremo costretti a uscire dall’euro dovremmo farlo ben sapendo che quello che seguirà sarà un momento molto difficile e oneroso, purtroppo, una volta fatta la scelta di entrare nell’euro, qualsiasi soluzione non sarà indolore, l’unica cosa da non fare è vivacchiare così nella speranza che qualcosa cambi o illudersi che basti dire che vogliamo uscire dall’euro e questo automaticamente si trasformi nella soluzione dei nostri problemi. Good night and good luck.

venerdì 1 settembre 2017

J. Stiglitz - L’euro- Come una moneta comune minaccia il futuro dell’ Europa--Einaudi

Come si intuisce dal titolo il tema del libro è l’euro e la Europa, ora chi legge questo blog e le recensioni sa che di questo tema ne abbiamo ampiamente parlato, pertanto il libro non contiene particolari novità su tema.
La prima parte è una critica alla creazione della moneta unica con le modalità adottate e delle successive politiche attuate dal 2008 per far fronte alla crisi, alcune citazioni:
L’integrazione economica è progredita  ma a maggiore velocità rispetto a quella politica;
L’euro è controproducente. L’eurozona ha fallito miseramente;
La Bce è nata con un difetto congenito […] il problema più grave è la assenza di controllo democratico. La Bce ha contribuito ad aggravare la crescente diseguaglianza;
La totale incapacità della Troika di comprendere l’economia soggiacente alla situazione;
L’austerità non ha mai funzionato. I salvataggi della Spagna, della Grecia e degli altri paesi sono apparsi mirati più a salvare le banche europee;
Le soluzioni sono per l’autore due, perché continuare a  galleggiare in questa situazione non serve.
La prima è “più Europa” intesa non per forza una unione federale ma una serie di misure indispensabili: unione bancaria, mutualizzazione del debito, politica fiscale comune, distinguere spesa per investimenti da consumi, e molto altro ancora.
La seconda divorzio consensuale con la creazione di più aree euro, da una parte la Germania e alcuni suoi alleati (la Francia ?), il resto da un'altra parte con la creazione di tutta una serie di strumenti per evitare ulteriori disastri.
Si intuisce che, anche preferendo la prima soluzione, Stiglitz capisca che sia politicamente irrealizzabile, ma anche la seconda non è così immediata e indolore, non si capisce bene nel libro la posizione che dovrebbero assumere in particolare la Francia e anche forse l’Italia.
In sintesi  la analisi delle criticità dell’eurozona  è abbastanza nota, quella sulle soluzioni contiene degli spunti comunque interessanti anche se alcune proposte sono forse poco realistiche. 

In definitiva il libro è comunque scritto bene anche se a volte ripetitivo, lo consiglio a chi non ha letto nessuno dei precedenti libri sul tema come buona sintesi.

venerdì 21 luglio 2017

Marcello Minenna - La moneta incompiuta

Il libro di oggi è un libro per “stomaci forti”, sono quasi 500 pagine su temi tecnici finanziari, comunque con scopo divulgativo e di rendere le cose più semplici possibili, anche se sempre in modo rigoroso.
L’autore è Marcello Minenna che dirige l'ufficio analisi quantitative della Consob e inoltre docente, non accademico, all'Università Bocconi, e PhD Lecturer alla London Graduate School of Mathematical Finance.
Il volume come abbiamo detto si concentra su questioni di natura finanziaria, fornendo all’inizio della trattazione una serie di concetti di base, quali: rischio di credito, debito sovrano, derivati creditizi ecc., facendo uso di belle infografiche che agevolano la lettura per un pubblico di non esperti
Introduce, poi, alla comprensione dell'architettura dell'Eurozona e dei legami tra finanza ed economia reale. Descrive gli elementi caratterizzanti la politica monetaria europea, ripercorrendo l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 e analizzando l’impatto che questa ha avuto sull’Eurozona. Vengono inoltre approfonditi i diversi tipi di intervento e strumenti finanziari messi in atto dai governi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) a fronte del rischio di rottura dell’euro.
Le economie europee sono comunque in una fase di stallo. Il ciclo economico positivo globale che nel 2014-2015, grazie anche al basso prezzo del petrolio e all’euro debole, ha tenuto a galla l’unione monetaria volge al termine con il rischio di una recessione alle porte di un’Europa frammentata e indebolita da squilibri strutturali. Rinunciare alla propria moneta senza un bilancio e un debito pubblico europeo fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Nella parte conclusiva del lavoro vengono proposti diversi interventi di policy volti a superare la crisi e mettere mano a questa architettura disfunzionale. Infatti la crisi greca, il fallimento dell’austerità, i problemi del sistema bancario, del debito pubblico e della Brexit stanno mostrando che il tempo guadagnato dalle «soluzioni-tampone» della BCE sta volgendo al termine. Tra le proposte elenco: una politica della BCE imperniata sull’azzeramento degli spread, la mutualizzazione di una parte del debito o anche il suo congelamento da parte della BCE.
Il tema di fondo  del libro non è nuovo: l’integrazione dei paesi UE non è stata così profonda e forte come si era auspicato, e che i paesi membri erano e sono ancora caratterizzati da grandi differenze strutturali. 
La creazione dell’euro e la rinuncia da parte dei nazioni aderenti alla area euro alla propria moneta, senza un bilancio e un debito pubblico europeo e tutta una serie di altri meccanismi istituzionali, fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Ne esce fuori, pertanto, un ritratto complesso della realtà europea, dove spicca l’incapacità dell’euro-burocrazia di gestire l’integrazione economico-finanziaria. Rimane il problema di fondo che è politico e non finanziario, una volta stabilito che la costruzione dell’area euro è incompleta e disfunzionale c’è la volontà politica per rimediare agli errori fatti? Arrivati al punto in cui siamo mi piacerebbe avere la speranza che qualcosa cambi, vedendo però l’atteggiamento delle nazioni europee sulla immigrazione non vedo la capacità e la volontà di affrontare in maniera coordinata i problemi. La fine probabile del quantitative easing che, peraltro come rileva Minenna, non ha sortito grandi effetti sulla economia reale a parte la diminuzione del valore dell’euro e quindi un miglioramento del PIL, e la fine del mandato di Draghi, grande artefice dal salvataggio dell’unione monetaria, pongono seri dubbi sul futuro dell’Eurozona.
Visti gli alti costi politici e economici, per proseguire in una costruzione più consona dell’unione monetaria,vedo difficile una soluzione coordinata, tanto per fare un esempio gli Stati Uniti ci hanno messo 160 anni per costruire un efficace sistema federale con continue modifiche (vedi ad esempio costituzione e statuto della FED) e avendo fissato a monte  un sistema costituzionale.
Comunque, tornando al libro, è sicuramente un libro interessante e ben scritto, ovviamente da leggere un pò alla volta, non è proprio un romanzo avventuroso, ma può ulteriormente chiarire i difetti e le assurdità di queste unione monetaria e delle politiche implementate.


mercoledì 14 dicembre 2016

Thomas Fazi, Guido Iodice –La battaglia contro l’Europa- Fazi Editore

Questo libro è scritto da due giornalisti e saggisti, divulgatori di economia, di cui Iodice animatore del blog Keynesblog.
Il libro ripercorre nella prima parte le vicende politico-economiche di questi ultimi decenni dell’area euro, con molteplici riferimenti e richiami agli aspetti decisivi di questo lungo periodo di crisi: dalla crisi bancaria, alle fallimentari politiche di austerità e al fiscal compact. 
Nella seconda parte analizzano le soluzioni proposte per uscire dal pantano in cui si è arenata l’Europa. In particolare criticano la ipotesi di uscita dall’euro: quella unilaterale troppo pericolosa e destabilizzante, e anche quella di un uscita concordata in quanto richiederebbe un forte coordinamento tra gli Stati europei la cui mancanza è invece una delle cause della crisi dell’area euro. Non sono altresì favorevoli alla maggiore integrazione (“più Europa”) perché rischierebbe di desertificare ulteriormente le nazioni più deboli dell’euro.
Secondo gli autori, la via d’uscita dalla crisi quindi non passa né per una maggiore integrazione né per l’uscita dall’euro, quanto piuttosto per l’apertura di un conflitto tra periferia e centro sulle attuali politiche e limiti imposti dalla troika e che arrivi quindi a delineare una alternativa all’attuale assetto istituzionale dell’unione monetaria. Per gli autori l’alternativa migliore rimane restare nell’euro e combattere politicamente per una maggiore flessibilità a livello nazionale. 
Il libro è ben scritto anche se richiede un minimo di conoscenza economica, la prima parte comunque è relativamente interessante ma non innovativa, in quanto molte delle analisi le trovate in molti dei libri che vi ho già segnalato. 
Sulle soluzioni proposte, molto pragmatiche ma neanche innovative, nutro forti dubbi che siano attuabili, visto anche la situazione politica che si va delineando, con la forte protesta e insofferenza nei cittadini di molti paesi manifestate alle elezioni e referendum. Concordo invece (e direi ormai purtroppo) con molti economisti (ad es Stiglitz) che, appunto visto lo stato in cui versa l’area euro, sono piuttosto convinti dell’inevitabilità della fine di questa unione monetaria.

martedì 28 giugno 2016

Brexit

Non posso non aggiungermi anche io ai commenti sul referendum sull'uscita dalla Unione Europea della Gran Bretagna. Ovviamente il risultato è stato insapettatato, anche se comunque se avesse vinto il "remain" con poco scarto non poteva non essere un segnale importante.  Diciamo che non mi spello le mani dalla gioia ne mi strappo i capelli dalla testa per disperazione, sinceramente se adesso i mercati si agitano dovrebbe preoccuparci meno del fatto che i cittadini sono da anni "agitati" con l'Europa. Infatti il problema è che per troppi anni sono state dimenticate le esigenze  dei cittadini per seguire scelte dettate dalle "cosiddette" élite; ora queste scelte non mi sono sembrate troppo intelligenti o dettate da superiori visioni, anzi sono state fatte scelte contrarie ad ogni logica economica oltre che sociale, tanto che poi si è dovuto ammettere che forse erano sbagliate. Nel frattempo si sono combinati disastri: dalla crisi greca, dove si è ridotto un paese già messo male alla fame e senza prospettive di crescita, ad una minore prosperità adottando politiche di austerità quando servivano politiche espansive, cose che conosce bene anche un universitario del primo anno. Insomma un errore e un orrore continuato che ha portato l'Europa al ristagno, un gran massa di persone alla povertà, alla indigenza e alla disoccupazione. Se questo è il quadro a chi dobbiamo dare la colpa? Ai populismi, naturale conseguenza o alle scelte di chi è al comando? Detto tutto ciò adesso l'Europa è in crisi, anche se le conseguenze disastrose che sono state pronosticate sono tutte balle, fra poco finita la buriana si tornerà a una quasi normalità e i mercati torneranno a valori normali. La parola crisi nel suo significato originale etimologico significa valutare/giudicare  quindi un accezione positiva, pertanto se i nostri politici europei sapessero valutare e giudicare bene potrebbe essere che la Brexit assuma un effetto tutto sommato positivo. La domanda è sarà così? Visto il livello di alcuni personaggi e alcuni commenti a caldo direi di no, mi sono sembrate reazioni stizzite piuttosto che razionali. Quindi a questo punto o si verifica un rinsavimento della politica europea oppure l'esito inevitabile è il dissolvimento dell'Unione Europea e dell'euro. Per alcuni questa è la situazione auspicabile, io continuo a sperare che invece si imbocchi un altra strada ovvero, attesi gli errori del passato, si passi ad una costruzione istituzionale dell'Europa che sia più funzionale e per questo anche più democratica e solidale. Sono convinto che il futuro è aperto, tutto può succedere anche se il recente passato ci induce da essere pessimisti. 

giovedì 16 luglio 2015

Economia o Democrazia

Ormai sulla Grecia si è scritto di tutto e non mi ripeterò, per capire la situazione bisogna comunque partire dall'inizio. La creazione dell'euro, così come è stata realizzata, è un grave errore se la vera intenzione era un integrazione, non si può partire dalla fine e creare una moneta senza un adeguato cordone istituzionale. Successivamente sono stati compiuti ulteriori errori che comunque sono in parte consequenziali, per altri logicamente consequenziali, alla scelta iniziale. 
Al punto in cui siamo arrivati ci sono solo due soluzioni teoriche: a) si decide di fare un percorso di maggiore integrazione politica, economica, istituzionale magari a piccoli passi. Per fare questo bisognerebbe che alcuni paesi (ho già indicato in altri post: Italia, Spagna e Francia) aiutassero la Merkel ad uscire dalla morsa interna per avviare le riforme necessarie. Questa soluzione per alcuni è impossibile, anche perché sono troppo diverse le realtà europee, e quindi questo rimane un sogno irrealizzabile e forse pericoloso. Per altri invece è l'unica soluzione per aver un sufficiente peso da controbilanciare i giganti internazionali.  In ogni caso richiederebbe dei leader di grande spessore in grado di capire e sostenere la svolta.
Soluzione B) si prende atto che l'euro è troppo costoso e impossibile da mantenere in queste condizioni e si decide di tornare indietro, alle valute nazionali con un nuovo SME, con una decisione concordata. Soluzione anche questa molto complicata che richiede delle leadership forti e coraggiose.
Altre soluzioni accettabili e razionali non ne vedo, comunque la cosa peggiore è vivacchiare in questa situazione che comporta un ristagno delle economie, in particolare dei paesi del sud.
La scelta comunque di fondo è tra economia e democrazia, o ad essere più pratici tra la scelta di élite liberamente elette o élite che si impongono e impongono una disciplina economica o se preferite finanziaria. Quindi se vogliamo la democrazia possiamo scegliere solo  tra élite liberamente elette a livello nazionale o élite elette a livello europeo.

martedì 14 luglio 2015

Divide et impera

La frase latina nel titolo è una citazione evergreen che si applica bene all'Europa odierna. Se nelle intenzioni di Mitterand l'euro doveva servire per tamponare le egemonia tedesca in Europa, la storia ha dimostrato che al contrario l'euro, indubbiamente per le capacità dei tedeschi, si è rivelato invece un potente sistema per affermare la supremazia teutonica. Negli ultimi tempi poi la Germania ha utilizzato saggiamente il detto romano dividendo i suoi interlocutori, alcuni esempi: ha blandito la Francia consentendogli di fare uscire le sue banche dal pesante indebitamento con la Grecia; non ha usato il pugno di ferro con l'Italia chiudendo un occhio sui suoi parametri e deficienze; ha redistribuito il debito greco sugli Stati che, a questo punto, non potevano essere troppo favorevoli alla Grecia a meno di non rimetterci i soldi e la faccia. 
C'è un modo per uscirne? Visto che la Merkel è prigioniera inevitabilmente del suo elettorato e, quindi, dei falchi, l'unico modo per redistribuire le responsabilità e la leadership europea sarebbe un accordo tra le tre maggiori economie dell'euro, ad esclusione della Germania, (Francia, Italia, Spagna), che potendo contare sull'appoggio esterno di Draghi, potrebbero indirizzare la politica europea verso quel cambio di passo che consentirebbe di salvare l'Europa da una lenta agonia e reindirizzarla verso un processo di crescita e integrazione più ragionevole, dando per scontato che l'unificazione basata esclusivamente sull'euro è un passo sbagliato e controproducente. 
La storia la fanno gli uomini giusti al momento giusto. Questo sarebbe un vantaggio per tutti, compresa la Germania, si tratterebbe di fare una serie di scelte, magari a piccoli passi, verso una integrazione istituzionale più razionale sia politica e sia economica. Altrimenti  sarebbe meglio avere il coraggio, ma anche qui servono dei leader, di proporre  uno scioglimento concordato dell'euro.

sabato 11 luglio 2015

Grexit pro e contro

Parliamo di Grecia, la sua uscita dall' euro  a chi conviene ? 
  • USA non ci pensano nemmeno di regalare un avamposto a Putin o alla Cina; 
  • Italia, a meno di non pensare di uscire dall'euro subito dopo, se esce la Grecia avremmo dei costi più alti per interessi sul nostro debito non proprio piccolo, se tagliamo il debito alla Grecia pure ci costa, difficile dire cosa costi di più, quindi se non vale l'opzione 1 (usciamo anche noi) meglio farla restare;
  • Germania, alla Merkel visto il sentimento popolare converrebbe che uscisse, la Germania come paese avrebbe  dei costi (meno per le sue banche), da un punto di vista delle esportazioni sarebbe una perdita trascurabile, in compenso un'Europa più compatta forse avrebbe dei vantaggi. Direi decisione più politica che economica;
  • Francia, costi senz'altro sia in un caso sia nell'altro (le sue banche sono comunque fuori), per Hollande, già debole, accettare l'uscita come imposizione germanica sarebbe comunque un ulteriore smacco, credo che farà di tutto per non farla uscire;
  • Per gli altri paesi europei  ci sono prospettive diverse a seconda della loro situazione economica, da un punto di vista della popolarità (ovvero dei cittadini) vince sicuramente la visione di punizione divina a un gruppo di "sporchi dilapidatori";

Insomma come si vede decisione difficile, credo che, a meno che non si impunti la Merkel, la opzione più probabile, visto il peso anche degli USA, sia no Grexit; siccome non sono un indovino e fare previsioni sulle cose umane è un rischio aspettiamo ancora una settimana e vediamo cosa si muove sulla scacchiera.

lunedì 6 luglio 2015

L'equilibro di Nash e la Grecia

Visto che si dice che. l'ormai ex Ministro, Varoufakis sia un esperto di teoria dei giochi, parleremo appunto di questa e, in particolare, dell'equilibrio di Nash. La nozione di equilibrio di Nash è quella condizione appunto di equilibrio a cui si arriva nei giochi non cooperativi, ovvero dove i partecipanti non possono accordarsi. I giocatori comunque conoscono le regole del gioco e devono massimizzare il loro risultato, maggior vantaggio o minor danno. Un tipico esempio è il  dilemma del prigioniero, dove alla fine si dimostra che l'equilibrio che si raggiunge, equilibrio di Nash, non è quello ottimale che invece si avrebbe se i due potessero accordarsi. Quindi, in generale sembrerebbe dimostrato che sia meglio accordarsi, un esempio tipico sono gli accordi collusivi tra due aziende che si accordano per fare cartello invece di farsi una feroce competizione. 
Nel caso della Grecia sarebbe quindi più logico ragionare e accordarsi piuttosto che farsi prendere la mano da inutili ripicche. La Grecia ha scelto di non accettare le condizioni, quali non è chiaro, ma comunque ha detto no. In particolare ormai va ammesso, lo dice anche lo FMI, ciò che era evidente, bastava fare due conti banali, ovvero che il debito è impagabile e che va ristrutturato. Per il resto un certo tipo di riforme per rendere la Grecia un paese più moderno e meno sciagurato ci vogliono, e comunque va dato il tempo di farle senza deprimere il PIL con massacri sociali inutili, inventandosi per giustificare tali misure dei "moltiplicatori" inventati a piacere. Converrebbe un accordo perché, se la Grecia esce dall'euro, non si sa che conseguenze ci sarebbero, sicuramente le economie deboli ballerebbero e gli  spread aumenterebbero e ci sarebbero dei maggiori costi per interessi. Lato Grecia uscire dall'euro all'inizio potrebbe essere un grande rischio con una situazione molto critica, poi è probabile che con la dracma potrebbero anche riprendersi, come dice Krugman, anche se la storia insegna che le economie che escono meglio da una svalutazione sono quelle che comunque hanno una struttura economica solida. Insomma la ragionevolezza direbbe che conviene un accordo ma non sono sicuro, visto come è andata la storia dell'Europa negli ultimi decenni, che questo sia quello che succederà. 
Certo per l'Italia comunque vada ci saranno delle ripercussioni, quello che non riesco a capire è perché (siamo una nazione che è il secondo produttore industriale e il terzo per il PIL nell'area euro) non contiamo praticamente niente quando, come ho sempre affermato, la vera politica si fa in Europa o se ne esce.

martedì 30 giugno 2015

"Rimetti a noi i nostri debiti....

...come noi li rimettiamo ai nostri debitori", questa frase del Padre Nostro, che ho ripetuto migliaia di volte, mi è tornata in mente a proposito della Grecia. Devo ammettere che la situazione ha preso una piega che al momento non avevo previsto, ero convinto che conveniva alle parti un accordo temporaneo, e infatti solo temporaneo sarebbe perché le posizioni sono troppo distanti e la situazione non è risolvibile. 
Mi spiego, da un punto di vista strettamente aritmetico, avendo la Grecia il 180% di rapporto debito PIL ed essendo acclarato che le ultime cure della Troika hanno diminuito il PIL e quindi peggiorato il rapporto, imporre ulteriori avanzi (entrate-spese) per ripagare il debito non farebbe che peggiorare la situazione, la Grecia quindi non è in grado di ripagare il suo debito. 
Come ho già detto se c'è un credito/debito questo è un problema bilaterale, ovvero da entrambe le parti ci sono stati l'assunzione di un onere e di un rischio e quindi le colpe e i problemi vanno risolti da entrambe le parti e, comunque, per il creditore far fallire la controparte non è mai una soluzione. Insomma siamo in un cul de sac.
Per prima cosa bisognerebbe ammettere che l'Europa costruita sull'euro è un grave errore economico, politico, storico.  La Grecia è un paese malridotto e mal governato ma  gli sono state inflitte delle sofferenze e dei sacrifici inutili, se lo scopo era salvarlo o non piuttosto prendere tempo per salvare le Banche indebitate (a loro colpa!). La mossa di Tzipras, ovviamente, è piuttosto astuta,  perché se il referendum passa con il no può uscire dall'euro senza assumersene direttamente le colpe, se vincesse il si non si assumerebbe la colpa di aver adottato delle misure che comunque non risolvono il problema.
Il dato di fatto, che è difficile negare, è che l'Europa non esiste, lo abbiamo visto come è stato affrontato il tema dell'immigrazione. Continuare così può solo aumentare i risentimenti e le pulsioni nazionaliste e populiste più becere. E' la dimostrazione del fallimento totale delle leadership europee, di destra e di sinistra, e che hanno negli ultimi decenni dilapidato quel patrimonio che era stato costruito nel dopoguerra. A questo punto la partita è aperta, gli Stati Uniti non vorrebbero che la Grecia si avvicinasse troppo alle sfere di influenza dell'est (Russia e sopratutto Cina). 
Ma cosa vuole l'Europa? Siamo ancora in grado di fornire delle leadership con una visione strategica, che conoscano i rudimenti elementari dell'economia e abbiano a cuore il benessere dei cittadini nel senso più ampio e non solo di qualche classe particolare o di qualche  nazione ?

giovedì 19 febbraio 2015

La guerra di "Troika".

Come nelle migliori tradizioni in questi giorni si sta consumando una ennesima tragedia greca, sulla guerra di«Troika». La situazione è questa: la Grecia ha un debito pubblico in valore assoluto non molto elevato date le dimensioni del paese, poco più di 300 miliardi di euro, ma molto alto in rapporto al PIL, siamo quasi al 180% del rapporto debito/ PIL. Da semplici considerazioni matematiche, per ricondurlo a valori più consoni, ci sono due possibilità: a) aumentare il PIL in maniera sensibile tenendo sostanzialmente fermo il debito (ovvero saldo zero tra entrate uscite dello Stato) sempre che gli interessi non vadano alle stelle; b) diminuirlo con un forte saldo primario (entrate> uscite dello Stato). 
Purtroppo, come ho più volte detto, nel PIL è compresa la spesa pubblica per cui nel primo caso è difficile far aumentare il PIL, soprattutto in una situazione di crisi, senza un forte intervento almeno iniziale dello Stato, per cui anche nel secondo caso si rischia che, come è successo per effetto delle politiche imposte dalla Troika, diminuendo molto le spese dello Stato si diminuisce il PIL, facendo di fatto aumentare il rapporto debito PIL, come è anche successo in Italia con il governo Monti. 
Di soluzioni tecniche ne sono state proposte molte, di fatto la situazione è abbastanza insostenibile, una soluzione ovviamente è quella di uscire dall’euro, in questo caso almeno una parte del debito si trasformerebbe in dracme e automaticamente si ridurrebbe, ma probabilmente non basterebbe perché poi la situazione con i mercati finanziari peggiorerebbe con aumenti dei tassi e quindi probabile necessità di un default. Credo che questa soluzione non piaccia a nessuno, ergo, si arriverà ad un compromesso che prenderà tempo. Il punto in questione, tra i contendenti Grecia e Troika, non è solo il debito ma le politiche che Tzipras ha promesso in campagna elettorale che sono in forte discontinuità con quelle della Troika che, a questo punto, non può accettare tale cambiamento, insomma entrambi non posso perdere la faccia. Quindi sono pronto a scommettere su un compromesso che salvi la faccia, almeno formalmente ad entrambi, una soluzione transitoria in attesa degli eventi, chissà un miracolo del QE di Draghi. Tutto ciò, comunque, continua a dimostrare che questa politica europea di così corto respiro non può durare, date pure tutte le colpe che volete ai Greci (che sono saliti sul treno dell'euro pensando che fosse un vagone di 1^ prima classe e si sono trovati in un vagone blindato) ma che ha fatto la Germania dopo la prima crisi? Si è preoccupata di fare rientrare le sue banche dal credito verso la Grecia scaricandolo sugli altri (credito verso Grecia dell’Italia passato da circa 2 miliardi a 40 e forse più), come diremmo a Roma «una sola». Se questo è lo spirito dell’Europa, ovvero cercare di fregare il tuo vicino, «paraculismo» diremmo sempre da noi, nessun spirito di solidarietà, nessuna volontà di costruire un percorso comune, mi domando: i nostri politici italiani quando capiranno che sino ad oggi, ovviamente anche per colpe e miopie tutte nostre, dove è stato ed è il vantaggio di rimanere in questa unione monetaria senza anima?

domenica 25 gennaio 2015

Alberto Bagnai - L'Italia può farcela-Il saggiatore

In Italia Alberto Bagnai è molto noto tra coloro che frequentano il web e si interessano di economia. Il suo blog, Goofynomics, infatti risulta tra i siti economici più seguiti e influenti. Questo suo nuovo libro, dopo il primo Il tramonto dell’euro, pur avendo come tema di fondo la moneta unica europea, come nel precedente, allarga la visione affrontando temi più generali. 
Da una parte  affronta il tema della riduzione della quota salari e conseguenti diseguaglianze e disequilibri (vedi su questo tema i post sul Il prezzo della diseguaglianza di Stiglitz e anche Supercapitalismo di Rech). Questo problema che ha creato una carenza di domanda è stato risolto negli USA con il credito ai consumatori (vedi speculazione edilizia e subprime), mentre in Europa tramite il credito concesso ai paesi del sud per comprare i prodotti del nord (Germania), infatti l’adozione della moneta unica ha reso i prodotti tedeschi più competitivi oltre alle politiche di contenimento salariale (riforme Hartz).
Inoltre, affronta il tema del sistema monetario in generale citando l’accordo originario  di Bretton Woods proposto da Keynes, in cui era prevista una moneta unica e un sistema di cambi sostanzialmente fissi con però penalizzazioni per le politiche mercantilistiche, esattamente quello che non è il sistema monetario europeo. I suoi strali si appuntano poi verso il “vincolismo”, ovvero la strategia per cui vincolandosi a entità esterne gli italiani avrebbe potuto fare quelle cose che non sarebbero stati in grado di fare da soli, con una specie di “autorazzismo” non democratico  da parte delle nostre élite. Inoltre se la prende con gli “austeriani” che hanno proposto le politiche di austerità che hanno peggiorato le cose ma anche con gli “appellisti”, ovvero coloro che vorrebbero risolvere i problemi con più Europa mentre per Bagnai non ci sono le condizioni per riformare l’euro proprio per la cattiva impostazione iniziale che ha generato a questo punto reciproche diffidenze e sfiducia tra le nazioni del nord e sud.
Infatti il fallimento europeo sta proprio nella mancanza iniziale dello spirito di solidarietà e di coordinamento. Affronta anche il tema della stagnazione della produttività in Italia individuando tra l’altro, oltre al cambio fisso che ha bloccato le esportazioni,  come causa, il fatto che la flessibilità del lavoro e la compressione dei salari hanno comunque favorito l’adozione di tecniche inefficienti. 
La sua conclusione è che l’Italia abbia la possibilità di tirarsi fuori da sola da questo disastro:
Bisognerebbe riconoscere, molto a malincuore, l’opportunità di andarsene ognuno per la propria strada. Un percorso forse non ottimale ma comunque possibile per un paese che ha risorse ed energie per affermarsi nell’economia globale (…) più di quanto vogliano farci credere”,
 anche perché non esistono alternative:
“ più  Europa però non funzionerebbe (...) troppe sono le sue aporie logiche, storiche, politiche.”
E ancora:
Dobbiamo tornare alla radice del problema risolvendo i problemi di democrazia con più democrazia (…) bisogna convincere gli italiani che sono in grado di governarsi, che sono in grado di decidere del loro destino”, anche perché: “il ripristino della democrazia passa per il recupero della sovranità economica che a sua volta passa per il rifiuto dell’attuale impostazione europea”.
Purtroppo il sogno europeo si è rivelato un incubo o meglio “sonno della ragione” .
Infine, rimarca l’importanza dello Stato e gli errori dell’imprenditoria italiana:
Alla piccola e media impresa oggi non serve meno Stato, serve uno Stato migliore, uno Stato che faccia i suoi e (i nostri) interessi nel modo giusto”, “una classe imprenditoriale che vede il dipendente come un costo e lo Stato come nemico trascinerà giù con sé il paese nel baratro”.
Infine un appello ai politici: “Cari politici, anziché esercitarsi nell’ impossibile compito di costruire una solidarietà europea a valle di un progetto che genera squilibri pensate a costruire un consenso attorno a una mediazione che ci liberi da questi squilibri”.
Concludendo con questo auspicio: “Se diffondiamo consapevolezza dei reali problemi e ci riappropriamo della nostra dignità di cittadini, L’Italia può farcela”.

I temi trattati sono molti, il libro è molto ricco, comunque Bagnai è molto bravo ad affrontare i temi complessi con semplicità e a volte con ironia. Se si segue il suo blog molti dei contenuti sono noti, per chi è profano credo invece che sia una lettura molto interessante e istruttiva. Concordo con molte delle sua analisi, anche se io sarei stato più cattivo con la classe dirigente italiana (politica, sindacale e imprenditoriale) che ha molte altre colpe, oltre ad averci trascinato nell’euro, ma è un discorso lungo. Quando ho letto il suo primo libro ero convinto che l’Europa ancora potesse farcela, adesso, vedendo anche gente come Zingales che ha cambiato idea  e non vedendo grossi cambiamenti della politica europea, credo che le probabilità di salvare l’euro, con tutti gli sforzi di Draghi, siano ridotte al minimo.

venerdì 26 settembre 2014

Discorso di Stiglitz alla camera

 Pubblico stralci della lezione di Joseph Stiglitz tenutasi alla Camera il 23 settembre che condivido in pieno.

Non ho bisogno spiegare quanto sia drammatica la situazione economica in Europa, e in Italia in particolare. L'Europa è in quella che può definirsi una «triple dip recession», con il reddito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una recessione veramente inusuale. Così l'Europa ha perso la metà di un decennio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è inferiore a quello del 2008, prima della crisi; se si estrapola la serie del Pil europeo sulla base del tasso di crescita dei decenni passati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l'Europa sta perdendo 2000 miliardi di dollari l'anno rispetto al proprio potenziale di crescita.
Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di dati sull'impatto delle politiche di austerità in Europa. I paesi che hanno adottato le misure più dure, ad esempio chi ha introdotto i maggiori tagli al proprio bilancio pubblico, hanno avuto le performance peggiori.
Non solo in termini di Pil, ma anche in termini di deficit e debito pubblico. Era un esito previsto e prevedibile: se il Pil decresce anche le entrate fiscali si riducono e questo non può far altro che peggiorare la posizione debitoria degli stati.
Tutto ciò avviene non perché questi paesi non abbiano realizzato politiche di austerità, ma proprio perché le hanno seguite. In molti paesi europei siamo di fronte non a una recessione, ma a una depressione.
La Spagna, ad esempio, può essere descritta come un paese in depressione se si guardano gli impressionanti dati sulla disoccupazione giovanile di quel paese. La disoccupazione media è al 25% e non ci sono prospettive di miglioramento per il prossimo futuro (...).
Quali sono le cause? Devo dirlo con molta franchezza: l'errore dell'Europa è stato l'euro. Quando faccio questa affermazione voglio dire che l'euro è stato un progetto politico, un progetto voluto dalla politica. Robert Mundell, premio Nobel per l'economia, sosteneva fin dall'inizio che l'Europa non presentava le caratteristiche di un'«area valutaria ottimale», adatta all'introduzione di un'unica moneta per più paesi. Ma a livello politico si riteneva che la moneta unica avrebbe reso l'Europa più coesa, favorendo l'emergere delle caratteristiche proprie di un area valutaria ottimale. Questo non è successo; l'euro, al contrario, ha contribuito a dividere e frammentare l'Europa.

Gli errori concettuali

Vediamo gli errori concettuali alla base del progetto dell'euro (...). Quando si crea un'area monetaria si vanno ad eliminare due meccanismi di aggiustamento, i tassi di cambio e i tassi di interesse. Gli shock sono inevitabili e in assenza di meccanismi di aggiustamento si va incontro a lunghi periodi di disoccupazione. I 50 stati federati degli Usa hanno un bilancio unitario a livello federale e due terzi della spesa pubblica negli Stati Uniti sono a livello federale. Quando uno stato come la California ha un problema, può contare ad esempio sull'assicurazione pubblica contro la disoccupazione, che è finanziata da fondi federali. Se una banca in California è in crisi, viene attivato un fondo di emergenza anch'esso dotato di risorse federali. Un'altra differenza di fondo tra gli stati che compongo gli Usa e quelli dell'Unione Europea è che nessuno negli Stati Uniti si preoccuperebbe per lo spopolamento del Sud Dakota a seguito di una crisi occupazionale, anzi, l'emigrazione è vista come un meccanismo fisiologico. Ma in Europa un'emigrazione come quella che ha caratterizzato la componente più giovane e istruita della popolazione del sud Europa – dove la disoccupazione giovanile è a livelli elevatissimi ha effetti negativi di impoverimento di quei paesi, con tensioni sociali e frantumazione delle famiglie. Sono costi sociali che non sono calcolati dal Pil. Tutto ciò era stato in qualche modo previsto nel momento in cui si è deciso di introdurre l'euro (...).
Quali altri errori sono stati compiuti? Innanzi tutto l'idea che le cose si sarebbero risolte se i paesi avessero mantenuto un basso rapporto tra deficit o debito pubblico e Pil. È l'idea che sta dietro al Fiscal compact. Ma non c'è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in Europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei criteri fossero sbagliati: Spagna e Irlanda avevano un bilancio pubblico in avanzo prima del 2009, non avevano sprecato risorse. Eppure hanno avuto delle crisi gravissime. Il debito ed il disavanzo di questi paesi si sono creati successivamente, per effetto della crisi, e non viceversa. Il fatto di aver introdotto un Fiscal compact che impone vincoli ferrei al disavanzo e al debito non risolverà i problemi, né aiuterà a prevenire la prossima crisi.
Un altro elemento che non è stato valutato appieno è che quando un paese si indebita in euro, piuttosto che in una moneta emessa dal paese che contrae il debito, si creano automaticamente le condizioni per una crisi del debito sovrano. Il rapporto debito/Pil negli Stati Uniti è analogo a quello europeo ma gli Usa non avranno mai una crisi del debito sovrano come quella che ha investito l'Europa. Perché? Perché l'America si indebita in dollari, e quei dollari verranno sempre rimborsati perché il governo degli Stati Uniti può stampare i propri dollari. La crisi che ha colpito i debiti sovrani di numerosi paesi europei negli ultimi anni è simile a quanto ho visto molte volte quando ero capo economista della Banca Mondiale: paesi come l'Argentina o l'Indonesia hanno vissuto profonde crisi causate proprio dal fatto che si erano indebitati in valute che non potevano controllare. Quando questo avviene c'è sempre il rischio di una crisi del debito, e in Europa le condizioni per questo tipo di crisi sono state create con l'introduzione dell'euro. L'unica soluzione possibile nell'attuale situazione europea è piuttosto semplice e si chiama Eurobond. Tuttavia, sembrano esserci ostacoli politici a questa soluzione che la rendono impraticabile, ma questa sembra l'unica via d'uscita logica.
Inoltre, con l'euro si è creato un sistema fondamentalmente instabile. L'obiettivo iniziale era quello di favorire la convergenza tra gli stati europei, attraverso la disciplina fiscale dei paesi membri. Il sistema che è stato creato in realtà produce divergenza. Il mercato unico, la libera circolazione dei capitali in Europa sembrava essere la strada verso una maggiore efficienza economica. Ma non ci si rese conto del fatto che i mercati non sono perfetti. Negli anni ottanta c'erano alcuni economisti convinti del perfetto funzionamento dei mercati, mentre oggi siamo consapevoli delle innumerevoli imperfezioni che li caratterizzano. Ci sono imperfezioni da lato della concorrenza, imperfezioni sul versante del rischio e dell'informazione. I mercati non sono quelli descritti dai modelli economici semplificati (...).

L'insistenza sulle riforme strutturali

Oggi si insiste molto sulle riforme strutturali che i singoli stati dovrebbero introdurre (...) Quando si sente la parola riforma si è portati a pensare a qualcosa dagli esisti sicuramente positivi, ma sotto quest'etichetta possono nascondersi misure dagli esiti profondamente negativi. Le riforme strutturali in realtà sono quasi tutte viste dal lato dell'offerta, con obiettivi come l'aumento dell'offerta o della produttività. Ma, è realmente questo il problema dell'Europa e dell'economia globale? No. I problemi oggi sono legati a una debolezza della domanda, non dell'offerta. Le riforme strutturali sbagliate aggraveranno, attraverso la riduzione dei salari o l'indebolimento degli ammortizzatori sociali, la debolezza della domanda aggregata, con ovvie conseguenze su disoccupazione e dinamica macroeconomica. E' necessario anche riflettere sul momento in cui si possono adottare tali riforme. Senza scendere nel merito delle riforme del mercato del lavoro nei diversi paesi europei, vorrei farvi notare che i paesi caratterizzati da un mercato del lavoro fortemente flessibile non hanno evitato le gravi conseguenze della crisi. Gli Stati uniti erano apparentemente il paese con il mercato del lavoro più flessibile, ma hanno avuto una disoccupazione al 10%. E anche oggi, quando viene propagandata la grande ripresa dell'economia statunitense, con una disoccupazione ridotta al 6%, bisogna pensare che c'è una fetta della popolazione americana sfiduciata al punto tale da aver smesso di cercare un'occupazione. Il tasso di disoccupazione reale degli Stati Uniti è attorno al 10% (...).
Che cosa dovrebbe dunque fare l'Europa? Sembra veramente difficile che si possa risolvere la crisi intervenendo con riforme nei singoli paesi senza riformare la struttura dell'eurozona nel suo complesso. Su alcuni di questi interventi strutturali sembrerebbe esserci un discreto consenso.
In primo luogo, una vera Unione bancaria, fatta di vigilanza e di assicurazione comune sui depositi, faciliterebbe la risoluzione congiunta delle crisi. Si tratta di misure urgenti, e l'urgenza è data dai numerosi fallimenti di imprese e banche, che possono danneggiare seriamente le prospettive di crescita future.
In secondo luogo, è necessario un meccanismo federale di bilancio in Europa che potrebbe prendere, ad esempio, la forma degli Eurobond, una soluzione pratica e facile che consentirebbe all'Europa di utilizzare il debito in funzione anticiclica, come hanno fatto gli Stati Uniti in questi anni. Se l'Europa potesse indebitarsi a tassi di interesse negativi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe stimolare molti investimenti utili, rafforzare l'economia e creare occupazione. E i soldi che oggi vengono spesi per il servizio del debito dei singoli paesi potrebbero essere utilizzati per politiche di stimolo alla crescita.
In terzo luogo, l'austerità va abbandonata e va adottata una strategia articolata di crescita. I paesi europei sono molto diversi tra loro, ad esempio in termini di produttività. Sono dunque necessarie politiche industriali che favoriscano la crescita della produttività nei paesi più deboli, ma tali politiche sono precluse dai vincoli di bilancio imposti agli stati membri. Un ostacolo ulteriore è rappresentato dalla politica monetaria. Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha un mandato articolato su quattro obiettivi: occupazione, inflazione, crescita e stabilità finanziaria. Oggi il principale obiettivo della Federal Reserve è l'occupazione, non l'inflazione. Al contrario la Banca Centrale Europea ha come unico mandato l'inflazione, si concentra unicamente sull'inflazione. Questo viene da un'idea che era molto di moda, benché non comprovata da alcuna teoria economica, quando lo Statuto della BCE è stato redatto. L'idea consisteva nel considerare la bassa inflazione come l'elemento di traino fondamentale e quasi esclusivo per la crescita economica. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale condivide più questa convinzione, ma l'Europa non sembra in grado di abbandonarla. Questa politica monetaria sbagliata, può produrre e sta producendo conseguenze economiche gravi. Se gli Stati Uniti mantengono bassi i loro tassi di interesse per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre in Europa i tassi continuano a mantenersi più elevati, in una logica anti-inflazionistica, questo favorisce l'afflusso di capitali e l'apprezzamento dell'euro. E questo, ovviamente, rende ancora più difficile esportare le merci europee con un evidente impatto negativo sulla crescita. Quando gli Stati uniti hanno cominciato ad adottare un politica monetaria fortemente espansiva ricorrendo al «Quantitative easing», l'esito positivo di questa politica è stato facilitato dal fatto che l'Europa non ha fatto lo stesso.
Patologie Usa e Ue
Se l'Europa avesse abbassato i propri tassi di interesse nello stesso modo in cui l'ha fatto la Federal Reserve, la ripresa negli Stati Uniti sarebbe arrivata molto più lentamente. Il paradosso, dunque, è che gli Stati Uniti dovrebbero ringraziare l'Europa per aver aiutato la ripresa dell'economia americana tramite le sue politiche monetarie sbagliate. Ci sono altri aspetti da considerare. Viviamo oggi in un economia fortemente legata all'innovazione tecnologica e alla conoscenza. Ma per favorire l'innovazione sono necessari investimenti costanti e di grandi dimensioni in comparti come l'istruzione e le infrastrutture. Si tende a pensare agli Stati Uniti come a un'economia innovativa. Questo è vero, ma è necessario ricordare negli Stati Uniti le innovazioni più importanti, come Internet ad esempio, sono state sostenute e finanziate attivamente dal governo. C'è stata una politica attiva dell'innovazione. Quando ero a capo del Gruppo dei consiglieri economici della Casa bianca, verificammo che i benefici degli investimenti pubblici in innovazione erano superiori a quelli prodotti dagli investimenti privati. Si tratta di esempi di politiche attive per la crescita che avrebbero effetti molto positivi e che vanno in una direzione opposta a quella del rigore che sta strangolando l'Europa.

Infine, dobbiamo renderci conto che sia l'economia europea che quella statunitense erano affette da un patologia ancor prima dell'esplosione della crisi. Fino al 2008 l'economia europea e quella americana erano sostenute da una bolla speculativa che interessava principalmente il settore immobiliare. In assenza di quella bolla si sarebbero visti tassi di disoccupazione molto più elevati. Ovviamente non vogliamo tornare a una crescita fondata su bolle speculative (...). È necessario comprendere, dunque, quali sono i problemi di fondo che colpivano le nostre economie già prima della crisi e che, oltre a non essere stati affrontati sino ad oggi, sono peggiorati durante la recessione. Il primo problema sono le disuguaglianze crescenti nelle nostre società. La crisi ha contribuito ad aumentarle ovunque, negli Stati uniti i benefici della ripresa sono andati quasi completamente all'1% più ricco della popolazione. Negli Usa il valore del reddito mediano (quello che vede metà degli americani con redditi più alti e l'altra metà con redditi inferiori) al netto dell'inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Questo fa sì che la famiglia americana media non abbia soldi da spendere e, di conseguenza, la domanda aggregata rimane debole. Il secondo elemento è legato alla necessità di una trasformazione strutturale verso l'economia della conoscenza. Una trasformazione che i mercati non sono in grado di gestire. Il ruolo di guida e di stimolo di tali trasformazioni dev'essere esercitato dei governi i quali, a causa della crisi attuale, non hanno in alcun modo svolto questo compito (...)
La politica industriale sarà senz'altro uno degli strumenti fondamentali per uscire da questa situazione. È necessario un Fondo europeo per la disoccupazione e un Fondo europeo per le piccole imprese, investimenti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca europea degli investimenti.
Oltre alle cose che andrebbero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, ho già detto che maggiore flessibilità non aiuterà a risolvere i problemi attuali, anzi li aggraverà aumentando le disuguaglianze e deprimendo ulteriormente la domanda. La situazione italiana, ad esempio, vede già presente un elevato grado di flessibilità; aumentarla ancora indebolirebbe l'economia senza portare vantaggi. Bisogna essere molo cauti.
Cosa non bisogna fare
Un'altra cosa che l'Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l'Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell'ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l'ambiente e per la salute umana. La Philip Morris ha fatto causa contro l'Uruguay perché l'Uruguay vuol difendere i propri cittadini dalle sigarette tossiche. La Philip Morris nel tentativo di contrastare le misure adottate in Uruguay per tutelare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appellata proprio ai quei principi di libero scambio che si vorrebbero introdurre con il Ttip. Sottoscrivendo un accordo simile l'Europa perderebbe la possibilità di proteggere i propri cittadini. Questo tipo di accordi, inoltre aggravano le disuguaglianze e, in una situazione come quella europea, rischierebbero di approfondire la recessione.
Si può ancora aspettare?
L'Europa può ancora permettersi di aspettare? Se non si cambia la struttura dell'eurozona, se l'Europa continua sulla strada attuale, si candida a perdere un quarto di secolo, dovete esserne consapevoli. Quando eravamo nel mezzo della Grande Depressione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mondiale e la massiccia spesa pubblica che l'ha accompagnata. Non dobbiamo augurarci che l'attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l'Europa ha le mani legate.
Infine, la questione della democrazia. C'è un deficit di democrazia creato dall'introduzione dell'euro. Gli elettori votano a favore di un cambiamento delle politiche, poi arriva un nuovo governo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse politiche europee». Questo compromette la fiducia nella democrazia. Oltre alle argomentazioni economiche che rendono necessario un cambiamento c'è questa disaffezione nei confronti della politica, che porta al rafforzamento delle forze estremiste. Non è soltanto l'economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europe.