Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione Industriale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rivoluzione Industriale. Mostra tutti i post

mercoledì 28 gennaio 2026

Joel Mokyr - Una cultura della crescita- Le origini dell'economia moderna

 Con la recensione di oggi completiamo la panoramica sui lavori e le idee dei vincitori del premio Nobel per l'economia 2025 iniziata con questo post su Philippe Aghion; il libro di oggi è infatti di Joel Mokyr, storico economico americano e israeliano, che insegna alla Northwestern University. L'approccio di Mokyr è chiaramente storico, il fondamento del libro è che la "cultura", ovvero un insieme di credenze, valori e preferenze, siano alla bese della crescita economica moderna, in particolare fu il cambiamento della cultura attraverso i secoli che portarono all' Illuminismo europeo e poi alla Rivoluzione Industriale.

In questo libro quindi si sofferma sul periodo 1500-1700 nel quale furono poste le fondamenta culturali della economia moderna. Nella focalizzazione sugli elementi culturali sta la differenza del suo approccio da quelli istituzionali (Acemoglu). Infatti, mentre le istituzioni producono la struttura degli incentivi sociali, è la cultura che costituisce il fondamento delle istituzioni fornendogli la legittimità, ma la cultura contribuisce a determinare le istituzioni che si affermano ma non ne garantisce il risultato. I motori del progresso, per l'autore, sono l'atteggiamento e l'attitudine, il cui cambiamento ha poratato al progresso tecnologico che è stato reso possibile dai cambiamenti culturali. In particolare la tecnologia è conseguenza della volontà umana di indagare, manipolare e sfruttare i fenomeni naturali, e la volontà e la capacità di diffondere e valorizzare tali saperi sono componenti della cultura.

La innovazione richiede comunque una notevole interazione sociale, la crescita tramite innovazione richiede un legame diretto tra cultura e tecnologia. Tra gli elementi che stimolano la innovazione cita: la irriverenza, l'antropocentrismo e l'individualismo, come ovviamente la fede nel progresso e che questo sia possibile. In ogni caso la evoluzione culturale è un un processo complesso e molto contingente, quello che è successo in Europa dopo il 1700 non fu il culmine  ineluttabile della storia occidentale ma il risultato involontario e imprevisto di una serie di circostanze. La evoluzione culturale consiste nell'apprendimento sociale e nella persuasione, e in questo hanno giocato un ruolo la stampa, l'alfabetizzazione, mobilità crescenti, il miglioramento nelle comunicazioni e anche lo Stato nella formazione degli individui in luogo dei soli genitori. La trasmissione dei tratti culturali avviene tramite delle selezioni attraverso dei cosiddetti "menu culturali", e queste selezioni avvengono attraverso alcuni modelli (bias) che l'autore elenca.

Un ruolo importante nel cambiamento culturale lo giocano particolari individui che vengono definiti "imprenditori culturali", cioè coloro che hanno sconfitto e sfidato le autorità esistenti in campo culturale, dirigendo le persone verso una convergenza culturale, ciò richiede comunque un ambiente propizio alla innovazione. Due innovatori culturali, che successivamente cita e analizza, sono  Francesco Bacone e Isaac Newton, in particolare Bacone per la importanza della conoscenza utile se distribuita e resa accessibile mentre Newton come esempio di razionalità umana.

Un altro aspetto importante fu il cambiamento nell'atteggiamento della elìte colta nei confronti della conoscenza utile rispetto al passato. Inoltre la frammentazione politica in Europa si trasformò in un vantaggio, da una parte le nazioni cercavano di primeggiare accaparrandosi le migliori menti e minando, altresì, il coordinamento delle forze conservatrici contrarie alla innovazione; in pratica la competizione politica facilitava la sopravvivenza della diversità intellettuale. Un ulteriore elemento importante fu la cosidetta Repubblica delle Lettere, cioè la comunità virtuale di intellettuali che si scambiavano informazioni tramite lettere che favorì la circolazione delle idee, il dibattito critico e la competizione intellettuale, elementi che alimentarono un nuovo atteggiamento nei confronti della conoscenza soprattutto utile. L’Illuminismo poi fu il motore che trasformò l'Europa nell'epicentro della modernità economica, la cultura della conscenza utile e sperimentale contribuirono a rafforzare la convinzione che l’uomo potesse dominare la natura attraverso la ragione e la tecnica (Illuminismo industriale), la rivoluzione tecnologica fu generata sia da artigiani e sia dal metodo scientifico, aiutata  anche dalla formalizzazione di istituzioni scientifiche.

Nell'ultima parte del libro l'autore cerca di spiegare perchè in Asia e soprattutto in Cina non ci sia stato l'Illuminismo e la Rivoluzione Industriale, anche se la Cina  aveva dimostrato di essere in grado di produrre molte innovazioni tecnologiche. Le ragioni culturali e istituzionali sono molteplici. La Cina fu un impero centralizzato e questo aiutò le forze conservatrici a coordinarsi per reprimere la innovazione. Un clima culturale troppo legato al passato, l'ostilità verso la cultura esterna, una elìte confuciana poco interessata al progresso materiale, il sistema di selezione della pubblica amministrazione che favoriva le conoscenze burocratiche e legate alla cultura del passato.

Nelle conclusioni l'autore ribadisce che le nazioni crescono perche incrementano la conoscenza collettiva della natura e sono in grado di indirizzarla a finalità produttive. Tra i molti fattori ci sono le credenze culturali delle elìte grazie ad un processo di evoluzione e trasformazione culturale. Nella storia abbiamo assisto spesso al cristalizzarsi del progresso tecnologico e della società, questo in Europa non successe grazie al pluralismo, la concorrenza e condivisione  della conoscenza, cioè aveva sviluppato una cultura che valorizzava la conoscenza, la curiosità, la sperimentazione e la libertà intellettuale.

Dalla  recensione si percepesce che è un libro molto ricco e interessante, pieno di spunti di riflessione e idee illuminanti, quindi un ottimo libro. L'unico difetto è che essendo molto ricco di riferimenti e citazioni rischia di essere poco scorrevole. Leggendolo mi vengono alcune riflessioni, in particolare sembra che in occidente la fede nel progresso e nella scienza sia venuta meno nel grande pubblico,  questo lo vediamo anche nel peggioramento della qualità delle leadership, vedi ad es. USA e alcuni personaggi che negano certe evidenze scientifiche. Le idee culturali sono così importanti come afferma l'autore ma anche lo stesso Keynes, pertanto c'è stata una specie di involuzione culturale. Quello che si può dedurrre è  che negli ultimi anni abbiamo assistito alllo sforzo, da parte delle forze conservatrici, nel propagare le idee liberiste della preminenza del mercato su tutto il resto, e che sono state alla base della evoluzione della società. Purtoppo, tale clima culturale è stato spesso accettato in buona parte anche dalle leadership progressiste, questo ha portato alla accettazione dello stato di cose: non c'è alternativa, che di fatto ha condotto, in occidente, a una sempre maggiore disuguaglianza e a uno stato di profonda insoddisfazione nei cittadini. Per questo sostengo, spesso, che ci dovrebbe essere uno sforzo da  parte delle forze progressiste di elaborare una piattaforma culturale e politica nuova che si liberi da concetti superati e in grado di superare la situazione attuale e convincere i cittadini ad andare a votare o votare diversamente.

martedì 5 marzo 2024

Carl Benedict Frey- The Technology Trap - Capital, Labor, and Power in the age of automation

 L'autore, Carl Benedict Frey, è un economista di origine svedese e tedesca che insegna Intelligenza Artificiale e Lavoro presso la Univeristà di Oxford. Il libro è una approfondita dinamica della evoluzione tecnologica e delle sue ricadute sociali a partire dalla prima Rivoluzione Industriale.
 La creatività tecnologica è esista in qualche forma nel passato, un esempio è lo sviluppo della agricoltura, tuttavia la crescita economica sostenuta si è avuta  solo negli ultimi secoli a partire dalla Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna. Di fatto le innovazioni tecnologiche servivano per scopi pubblici piuttosto che privati e avevano pertanto un limitato impatto economico, c'era un clima politico e culturale poco propenso allo sviluppo indistriale. 
I progressi tecnologici, durante il Medio Evo, spinsero i commerci piuttosto che risparmiare lavoro. Anche il Rinascimento, epoca di idee tecniche, fu piena di immaginazione ma poco di realizzazioni pratiche. Le elìte avevano in realtà come priorità la massimizzazione della occupazione per evitare sollevamenti sociali. 
La difficoltà ad innescare lo sviluppo tecnologico è dovuta fondamentalmente ad un suo mancato supporto. La innovazione è rischiosa e i mercati per le innovazioni sono inizialmente locali e piccoli. Inoltre, la innovazione tecnologica richiede una base scientifica e le istituzioni proibirono piuttosto che incoraggiare le innovazioni. I primi segnali di cambiamento avvennero in Gran Bretagna, con lo sviluppo dei commerci atlantici si rafforzò il potere dei mercanti e  si iniziò a intravedere uno sviluppo industriale, le prime fabbriche furono infatti gestite dai mercanti. 
Lo spostamento di potere dalla corona al Parlamento comportò una maggiore salvaguardia degli interessi mercantili e industriali. La macchina a vapore fu infatti un derivato della ricerca scientifica anche se arrivò  tardi nel processo di industrializzazione, ci vollero comunque circa 100 anni per veder pienamente all'opera la Rivoluzione Industriale. Inizialmente i  vantaggi  della Rivoluzione Industriale andarano solo a vantaggio dei pionieri dell'industria. Le condizioni dei lavoratori non migliorarono, anzi all'inizio peggiorarono. I guadagni degli artigiani svanirino perchè sostituiti da lavoratori meno skillati (anche ragazzi) pertanto montò  la protesta dei luddisti che non ebbe successo. La protesta non funzionò perchè le elìte dominanti presero le parti degli innovatori, anche perchè la diffusione delle macchine accresceva il potere competitivo del commercio britannico. 
Fu solo successivamente che la Rivoluzione Industriale portò dei vantaggi ai lavoratori, lo sviluppo tecnologico crescente richiedeva lavoratori piu qualificati che, grazie ai sindacati, gradualmente ottennero aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni lavorative. Le tecnologie divennero di tipo "abilitante" con la creazione quindi di nuove attività. La elettricità e il motore a combustione furono poi le tecnologie "general purpose" che condizionarono ogni aspetto della industria. Dal sistema della fabbrica si passò quindi allla produzione di massa. Inoltre, la elettrificazione modificò la organizzazione della produzione e rese piu salubri gli ambienti lavorativi.
La caratteristica della Seconda Rivoluzione Industriale fu la meccanizzazione delle abitazioni. La elettrificazione rivoluzionò le case ed il lavoro delle casalinghe. La automobile cambiò la faccia del Nord America ed i moto veicoli trasformarono anche la agricoltura. La automobile divenne la piu grande industria nel 1940 e i motoveicoli furono quelli che generarono maggior lavoro di tutte le altre tecnologie.  
Il periodo che va dal 1870 al 1980 circa si caratterizza come un periodo di migliormento delle condizioni dei  lavoratori con un aumento dei salari che tennero  il passo della produttività e con una crecita lenta e costante della classe media. Tutto ciò si deve al maggior potere contrattuale dei lavoratori, ad una tecnologia che crea nuovi lavori per lavoratori sempre piu skillati e l'aumento della scolarizzazione. Questo fenomeno tende ad invertirsi a partire dal 1980, in particolare aumenta la domanda di lavoratori particolarmente skillati e quindi in parte un fallimento del sistema educativo che non riesce a tenere il passo. Il periodo della automazione è distinto da quello della meccanizzazione, la tecnologia tende a diventare sostitutiva facendo sparire tutta una serie di attività ora automatizzabili; le macchine controllate dal computer tendono a ridurre la necessità di un certo tipo di addetti. Purtroppo si assiste allo spostamento da lavori piu pagati a lavori nei servizi, non automatizzabili e meno pagati, di fatto riducendo la classe media. L'automazione ha diminuito il lavoro per alcuni blue collars che facevano parte della classe media. Di fatto la produttività aumenta ma non aumentano i redditi da lavoro. La sparizione di certi tipi di lavoro ha comportato il peggioramento delle condizioni di vita in alcune zone degli USA peggiorando le condizioni delle famiglie e le possibilità di mobilità sociale (i luoghi contano), facendo crescere le differenze tra le comunità.
Dato che una diffusa classe media è un pilastro per ogni democrazia, la riduzione di essa ha avuto dei profondi effetti sulla politica. Nel passato l'allargamento della classe media è stato fondamentale per un aumento della democrazia e del welfare, le profezie marxiste non si sono avverate per la trasformazione di una buona parte del proletariato in classe media. La crescita delle ineguaglianze ha reso il sistema politico meno reattivo alle esigenze dei cittadini ordinari, la politica si è cosi polarizzata, minando la leggittimità della democrazia. I lavoratori hanno perso influenza e i lavoratori meno skillati sono divenuti sempre piu staccati dai principali partiti. Le tensioni razziali non sono diminuite tra le classi meno istruite, così anche se la teconologia soprattutto, e la globalizzazione hanno grandemente contribuito alla perdita di lavoro la immigrazione è stata facilmente indicata come causa per opportunità politica. 
Le difficoltà economiche sono quindi una sicura causa degli spostamenti degli orientamenti di voto soprattutto in alcune zone degli USA. Il futuro non è scritto ma la teconolgia della IA (Intelligenza Artificiale) che sta facendo balzi in avanti, fa prefigurare scenari di ulteriore diminuzione delle opportunità lavorative per lavoratori a basso e medio skill. Gli studi prevedono che la IA potrebbe mettere a rischio una grande parte dei lavori a basso skill e bassa formazione; è probabile che i tempi siano lunghi per la sostituzione di molti lavori ma sul lungo periodo il problema si pone creando le basi per un ulteriore divisione tra vincenti e perdenti. La sfida quindi è soprattutto politica nella gestione della innovazione e sulle sue ricadute sociali. Pertanto l'autore elenca una serie di interventi che si dovranno prevedere: un maggior investimento dei governi nella educazione in particolare dei giovani e nella ri-formazione degli adulti, prevedere delle assicurazioni sul salario per garantire le possibilità di mobilità lavorative, forme di integrazione salariale o tax credit per chi è in difficoltà economiche, diminuire le barriere ai cambiamenti di lavoro, sussidi per la ricollocazione abitativa, rimuovere le  barriere alla espansione edilizia delle città in espansione lavorativa, investimenti in infrastrutture di mobilità per ridurre i costi abitativi.
Nel complesso un libro molto ben scritto e contenente molte informazioni, sui vari argomenti elenca con chiarezza studi e lavori a favore delle varie tesi, quindi ben documentato. Insieme al precedente libro di Acemoglu Power and Progress da una corretta visione della evoluzione tecnologica e da una visione del progresso tecnologico meno ottimistica, anche se il libro di Acemoglu giustamente metteva in evidenza il fatto che gli effetti della evoluzione tecnologica dipendono dai rapporti di potere. 
Aggiungo qualche mia considerazione, il progresso tecnologico è stato il motore della crescita del benessere e, fino ad oggi, ha garantito un miglioramento delle condizioni di vita di molti, ma non cè dubbio che negli ultimi trent'anni nei paesi sviluppati ci sia stato un aumento delle disuguaglianze, una concentrazione di ricchezza e di potere,  e una riduzione della classe media con le sue conseguenze politiche. 
Se il capitalismo si è salvato, sino ad ora dalle fosche previsioni di Marx, sviluppate quando le condizioni dei lavoratori erano terribili, è perchè le condizioni del lavoratori sono migliorate sia dal punto di vista lavorativo sia economico. Se il capitale continuerà ad avere la meglio sul lavoro come sta succedendo, si pone un problema direi keynesiano, cioè se diminuiscono i redditi da lavoro chi crea la domanda effettiva per la offerta sempre più automatizzata? La risposta a questo è stata la crescita delle spese statali e il welfare  che sono in difficoltà per la sempre maggior elusione  fiscale dei ricchi e delle imprese. Quindi,  se le elìte fossero illuminate capirebbero che ci vuole una maggior uguaglianza e maggior redistribuzione della ricchezza a meno che non vogliano rivedere rinascere lo spettro delle previsioni marxiste della crescita e impoverimento dell' esercito dei lavoratori di riserva con tutte le conseguenze del caso.