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lunedì 1 dicembre 2025

P.Aghion- C.Antonin-S.Bunuel- The Power of Ceative Distruction- Economic Upheaval and the Wealth of Nations

 Il libro che recensisco oggi è di Philppe Aghion (con coautori Celine Antonin e Simon Bunel). Aghion ha vinto il Premio Nobel per l'Economia nel 2025 insieme a Peter Howitt per aver modellizzato la cosiddetta "distruzione creatrice", ovvero il ruolo della innovazione tecnologica nella crescita economica, mentre Mokyr ne ha ricostruito le determinanati su base storica, e a cui dedicheremo una altro post.

La definizione di distruzione creatrice viene dalle intuizioni del grande economista e storico della economia Schumpeter che aveva delienato la importanza e il ruolo della innovazione tecnologica nella crescita economica. Il libro di oggi approfondisce le idee di Schumpeter cercando di dare una risposta a molti interrogativi sulla crescita economica basandosi su una serie di ricerche recenti sul tema. Già Robert Solow aveva indicato nel progresso tecnologico il motivo della crescita economica senza indicarne le determinanati. Gli autori mostrano in particolare come ci siano chiare correlazioni tra crescita economica e innovazione, ad esempio tra crescita e brevetti ed, inoltre, mostrano la correlazione tra competizione e innovazione.

Per creare il miracolo del decollo (takeoff) cioè come le nazioni innescano la crescita occorrono molti fattori: l'accumularsi di innovazioni, avere delle buone istituzioni (vedi Acemoglu)  ma anche la competizione. Ma le innovazioni principali hanno bisogno anche di innovazioni secondarie e questo richiede tempo e quindi un ritardo. La competizione, inoltre, stimola la innovazione ma principalmente per le industrie vicine alla frontiera tecnologica. La innovazione crea anche delle diseguaglianze ma è anche fonte di mobilità sociale, ovviamente la tassazione può correggere certe distorsioni ma può essere anche da freno alle innovazioni. D'altra parte la creazione di  una grande concentrazione di attività con la formazione di industrie superstar crea ostacoli alla innovazione, prevenendo o bloccando la diffusione delle conoscenze.

Affrontano poi il tema della convergenza verso la prosperità delle nazioni in via di sviluppo, quello che fa la differenza sono le politiche e le istituzioni che favoriscono l'aggancio tecnologico e la imitazione. Per quanto riguarda la produzione manifatturiera essa si è dimostrata fondamentale per la crescita economica grazie all'aumento della produttività e perchè stimola la crescita in altri settori correlati, quindi sembrebbe un fattore indispensabile per la crescita anche se la India sta dimostrando una crescita basata soprattutto sui servizi. Per quanto riguarda il ruolo tra innovazione tecnologica e sostenibilità ecologica, il ruolo dello Stato è indispensabile nel ridirezionare il cambiamento tecnologico verso innovazioni green, perchè la innovazione non è spontaneamente  favorevole all'ambiente. 

Le capacità innovative, seppur vero che sono parzialmente abilità intrinseche gli studi dimostrano la influenza dei genitori sia in termini di reddito e sia per scolarità. Inoltre, mentre la ricerca di base ha necessità di una certa libertà che forniscono le Università pubbliche, la ricerca applicata trova un clima più favorvole nelle industrie. La innovazione tecnologica ha un impatto ambivalente sulla occupazione, crea senza dubbio perdita di posti di lavoro, sopratutto nel breve, ma ne crea altri nel lungo periodo. Inoltre, la innovazione ha avuto effetti positivi sulla salute con l'aumento della aspettativa di vita ma crea anche instabilità e difficoltà economiche che creano aumenti di mortalità. Per queste sue caratteristiche si rende necessario accompagnare la distruzione creatrice con delle reti di sicurezza sociali come la flexsecurity della Danimarca.

Il finanziamento della innovazione presenta il  problema del rischio dei ritorni sull'investimento che può inibire la ricerca di innovazioni, in questo gioca un ruolo importante il meccanismo del Venture Capital, come pure dei corretti incentivi alla ricerca e sviluppo da parte dello Stato (ma anche il ruolo stesso dello Stato aggiungo io vedi Mazzuccato). Indubbiamente anche la globalizzazione ha un suo ruolo nella innovazione, in particolare soffrono dell concorrenza estera sopratutto le industrie lontane dalla frontiera teconologica, ma le politiche difensive tramite  dazi riducono innovazione e crescita della produttività, mentre sono più utili incentivi alla ricerca e sviluppo e alla innovazione, come pure politiche industriali e investimenti pubblici nella conoscenza. Inoltre, anche la immigrazione si è dimostrata favorevole alla crescita, in particolare in USA, grazie a culture diverse e diversi background, nonchè la maggiore determinazione al successo che hanno spesso gli immigrati. Una politica troppo incentrata sul lassaiz faire tende a sotto investire in conoscenza e innovazione non tenendo conto delle esternalità positive. 

Per molto tempo è stata la rivalità militare a incentivare gli investimenti pubblici, ma adesso è la politica industriale che può stimolare la crescita guidata dalla innovazione, con la necessità di coordinare risorse e attori diversi. Di fatto gli autori ripropongono quello che abbiamo trovato in altri, e cioè che la innovazione si basa si sulle imprese e il mercato ma necessita dello Stato sia come investitore ma anche come assicuratore contro le recessioni e per rendere meno socialmente pericolosa la distruzione creatrice. Infine, gli autori espicitano il concetto del triangolo d'oro ovvero il bilanciamento tra Stato, Mercato e società civile che ricorda molto questo mio post.

In conclusione un libro molto interessante, con tantissimi riferimenti a studi e lavori per confermare le loro tesi, quindi un libro che vale assolutamente la pena leggere. Come si vede dalla sintesi però gli autori più volte avvertono che la innovazione tecnologica ha bisogno dello Stato sia per il suo sviluppo e sia per mitigarne gli effetti negativi. Ma la accelerazione e la forza del cambiamento della evoluzione tecnologica che abbiamo visto recentemente, e che sicuramente continuerà inesorabilmente con la Intelligenza Artificiale, sta diventano talmente pervasiva e potente che vedo sempre più difficile evitarne i rischi e  che lo Stato e le politiche atte a frenarne le conseguenze negative possano essere efficaci e tempestive.



domenica 24 gennaio 2021

Franco Bernabe- A conti fatti-

 Franco Bernabè è un dirigente di azienda che ha gestito alcune delle più grandi imprese del paese, questo libro è la sua autobiografia professionale ma anche la storia di una parte significativa della storia industriale e politica italiana degli ultimi quarant'anni. La sua storia professionale inizia, dopo una breve parentesi all'OCSE, nella Fiat degli anni '70  con Agnelli e Romiti al comando, le lotte sindacali e la famosa marcia dei 40.000 che chiude un ciclo. Passa poi all'ENI, a seguito di Reviglio di cui era stato assistente. All'ENI passerà 7 anni molto complicati, con la ristrutturazione dell' ente e il passaggio a S.p.a e successiva quotazione in borsa. Anni difficili con molti scandali con il più noto e famigerato caso Enimont. La successiva esperienza in Telecom sarà pure molto difficile. Il primo passaggio come amministratore delegato si concluderà prematuramente con l'Opa di Colaninno. Dopo un periodo in cui affronta un percorso imprenditoriale tornerà un Telecom. In questa seconda fase si impegna a ridurre l'indebitamento provocato dalle precedenti gestioni ma, soprattutto, cercherà di rafforzare la componente azionaria e il gruppo  per cercare di rilanciarlo attraverso varie operazioni e la ricerca di partnership, questa operazioni non riusciranno costringendolo ad una seconda uscita. Il libro attraversa quindi quaranta anni di vicende industriali e politiche attraverso gli occhi di un protagonista, con la descrizione molto dettagliata di molti personaggi e fatti. Ne esce un quadro non proprio esaltante del nostro capitalismo e della politica, quest'ultima ha condizionato pesantemente e spesso negativamente gli esiti delle industrie interessate, con prese di posizione spesso miopi o mirate a biechi interessi elettorali o di finanziamento dei partiti. Di queste vicende quella di Telecom mi era già tristemente nota per esperienza personale. Il libro si conclude con un breve capitolo di conclusioni e riflessioni sulle vicende internazionali e soprattutto di quelle italiane. Un libro interessante per chi vuole conoscere un pezzo importante della storia industriale del nostro paese, forse avrei sperato che nelle conclusioni del libro l'autore, vista la sua esperienza,  approfondisse di più cause, motivazioni e anche soluzioni alla situazione italiana molto critica  in termini economici e sociali.

martedì 28 giugno 2016

Franco Debenedetti - Scegliere i vincitori, salvare i perdenti - Marsilio editore

Il libro che recensiamo oggi è Scegliere i vincitori, salvare i perdenti di Franco Debenedetti, fratello del più noto Carlo. E un libro molto ricco di argomenti, forse anche troppo. In larga parte è la storia della cosiddetta “politica industriale” in Italia, soprattutto dal dopoguerra in poi, dove l’autore è stato protagonista essendo stato manager anche dell’Olivetti e poi anche senatore per alcune legislature. Questa parte è la più interessante con i retroscena, ovviamente di parte, su molte delle vicende che riguardano la industria, e non solo, di Stato. Ricostruisce quindi la storia degli interventi statali per poi descrivere il successivo periodo, quello delle privatizzazioni, con l’abbandono di molte attività da parte dello Stato.
Il suo giudizio è chiaro, per lui è “insana” e “ideologica” la natura della politica industriale. Che lo Stato si sia occupato a lungo di attività non proprie, ad esempio auto e alimentare, e che gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno siano stati in larga parte sprechi di denaro sono perfettamente d’accordo. Debenedetti non nasconde di essere “dall’altra parte del cielo” ovvero il mercato, e che la eccessiva invadenza dello Stato abbia inibito la iniziativa privata in molte occasioni, anche su questo sono perfettamente d’accordo. Quello che non condivido è la sua evidenziazione dei fallimenti dello Stato mentre sorvola sui fallimenti di mercato.
Che la nostra politica industriale, soprattutto da un certo punto in poi, sia stata negativa è abbastanza evidente, mi pare anche evidente che comunque il nostro capitalismo è stato abbastanza asfittico sia per mancanza di capitali (capitalismo straccione) e sia per il blocco imposto da e per conto dei cosiddetti “salotti buoni”. Quello che non dice è che tutte le nazioni sviluppate hanno fatto e fanno “politica industriale” (intendendo in senso lato), e l’intervento dello Stato è comunque molto presente in tutte. Sicuramente ci sono modi diversi di concepire la politica industriale, ma nessuna nazione è stata completamente ferma su questo fronte. Nel libro cita l’esempio della Germania, che comunque fa una sua politica industriale, ma stranamente non cita la Francia molto interventista, che tra l’alto ha difeso strenuamente le sue imprese quando qualcuno (come il fratello Carlo) ha tentato delle incursioni oltralpe. Poi va considerato che il nostro paese è il secondo per livello industriale in Europa, possibile che questo non sia anche dovuto ad alcune iniziative dello Stato vista appunto la sua presenza? Non tutte le esperienze statali sono state infatti negative, molto è dipeso dagli uomini, ad esempio Mattei all’Eni, e anche l’IRI ha avuto alcune eccellenze (ad esempio le telecomunicazioni, dove per inciso i privati non avevano inizialmente voluto entrare).
Non parliamo delle privatizzazioni, che in alcuni casi non sono state per niente  un successo, con situazioni di evidente distruzione di valore o, in alcuni casi, di regali di monopoli naturali ai privati.
 In sintesi il quadro che fa mi pare condivisibile solo in parte, inoltre al suo posto non mi avventurerei in affermazioni come: “la capacità del mercato di autoregolarsi sembra ancora meritevole di fiducia”; infatti, oltre a non essere suffragata da nessuna teoria economica, basterebbe ricordare il disastro combinato dei mercati lasciati a se stessi con l’ultima crisi per non essere così sicuri che si sappiano autoregolare.