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domenica 22 febbraio 2026

Dani Rodrik- Shared Prosprity in a Fractured World- A New economics for the Middle Class, the Global Poor and Our Climate.

 Dani Rodrik, professore di Economia Politica Internazionale presso la Università di Harward, è molto presente in questo blog, ne abbiamo parlato spesso recensendo articoli e libri (vedi ad es. qui e qui e anche qui). Lo scopo del libro, come da sottotitolo, e quello di affrontare tre aspetti fondamentali per l'autore: ricostruire la classe media (nei paesi sviluppati), ridurre la povertà (nei paesi in via di sviluppo), affrontare i problema del cambiamento climatico. Per affrontare tali problemi il nostro attuale menù di politiche appare inadeguato, dobbiamo considerare nuovi approcci e riconfigurare le nostre priorità e politiche. Ad esempio nell'affrontare il cambiamento climatico l'approccio tentato di accordi globali sul clima non è stato particolarmente efficace, mentre  dovremmo puntare di più su approcci, non coordinati, messi in atto a livello locale e nazionale. La classe media poi è la spina dorsale di una societa democratica, ma una solida classe media richiede dei buoni lavori, il declino della manifattura è inesorabile non solo per la globalizzazione, quindi la fonte di nuovi lavori saranno i servizi, pertanto sono necessarie politiche industriali nei servizi, e che la direzione del cambiamento tecnologico non venga diretta contro il lavoro. Nei paesi non sviluppati è la crescita economica il maggior veicolo per la riduzione della povertà, e lo sviluppo della  industria è stata il motore della crescita per i paesi che sono usciti dal sotto sviluppo, ma questa via diventa sempre più difficile per i paesi che sono ancora poveri, e i servizi sono poco esportabili e a più bassa produttività.

Ciò rende più difficile il compito a fronte di maggiori incertezze e richiede, quindi, di  sperimentare nuove modalità e approcci di "second best" rispetto a quelli di first best. Gli accordi globali mancano di legittimità, infatti i termini tendono ad essere distorti a favore di chi ha più potere. Il modello di iperglobalizzazione che ha cartterizzato il periodo  precedente, che è una logica estensione del neoliberalismo, è comunque in crisi. I mercati non riescono ad auto regolarsi e stabilizzarsi, essi necessitano di istituzioni di non-mercato create dallo Stato. Le precedenti istituzioni, Bretton Wodds e GATT permettevano il commercio ma supportavano anche obiettivi domestici, mentre la iperglobalizzazione è divenuta fine a se stessa, erodendo la capacità degli Stati di essere al servizio dei propri cittadini. I guadagni ottenuti dalla globalizzazione hanno avuto dei costi sociali altissimi, intere comunità ne hanno sofferto. La iperglobalizzazione non ha solo aumentato le diseguaglianza ma anche danneggiato la democrazia

Gli accordi sul clima hanno raggiunto alcuni risultati ma, ad esempio, gli accordi di Parigi si basano solo  su impegni volontari di tagliare le emissioni da parte delle nazioni aderenti. D'altra parte, le azioni non coordinate delle singole nazioni hanno portato a sviluppi incoraggianti, in particolare la politica industriale cinese ha portato ad un enorme sviluppo delle rinnovabili che ha unito obiettivi climatici con obiettivi geopolitici e commerciali. In ogni caso il problema delle politiche green è che creano dei perdenti concentrati mentre i benefici sono diffusi e dispersi. Inoltre, si sono dimostrati  più efficaci i sussidi del governo alle energie rinnovabili piuttosto che le tasse sulle emissioni di carbone (creare vincenti piuttosto che perdenti). Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo la situazione è piu complicata perchè non hanno le risorse per investire nelle politiche green, per cui si rende necessaria una adeguata assistenza economica da parte delle nazioni sviluppate altrimenti non avremo una effettiva riduzione di emissioni da parte delle nazioni più povere.

La mancanza di lavori buoni porta alla erosione della classe media che, a sua volta, a una erosione della democrazia, per questo è fondamentale costruire una economia dei buoni lavori per ristabilire la fede nella democrazia. Purtroppo la manifattura, che ha svolto un ruolo importante nella creazione di buoni lavori, è in declino ed è estramente improbabile che rimanga un motore della creazione del lavoro. L'aspetto importante da sottolineare è che il lavoro per le persone è una parte della loro identità e una fonte di riconoscimento sociale. Dagli anni '80 le economie avanzate  hanno fallito nel generare un adeguato numero di buoni lavori, vi è stata una polarizzazione del lavoro, solo  pochi lavoratori ben pagati. Dato che i servizi rimarranno il settore che assorbirà maggiormente lavoro non abbiamo scelta che trasformare cattivi lavori nei servizi in buoni lavori. Si richiede, quindi una rivoluzione nei servizi, che faccia affidamento non solo sul paternalismo degli imprenditori ne sulle regolazioni governative, piuttosto di una strategia che alimenti la crescita della produttività in un ampia gamma di servizi. Storicamente i servizi si sono mostrati poco produttivi, per questo serve una serie di incentivi pubblici, anche finanziari, che ne aumentino la produttività, in particolare i programmi che funzionano meglio sono iniziative locali vicine agli imprenditori. L'autore poi mostra alcuni casi positivi di tali iniziative. Le tecnologie inoltre, come l'AI, possono migliorare la produttività ma serve che il governo guidi la tecnologia verso una direzione labour-friendly. La industria non sarà a lungo un motore di crescita anche per i paesi in via di sviluppo, anche in questo caso sarà necessaria sperimentazione e innovazione, interventi che saranno specifici dei vari contesti. Ci sono casi, come l'India, in cui il driver dell'economia sono stati i servizi, anche se i tassi di crescita sono minori che nella Cina che ha puntato sulla industria. Anche in questo caso serve l'intervento pubblico: formazione anche manageriale, prestiti, finanziamenti, infrastrutture, assistenza tecnologica, ecc. Rimane il fatto che, anche se ci sono casistiche positive in questo campo,  il compito non è facile, perchè la maggior parte dei servizi assorbe lavoro a basso skill e molti di questi lavori non sono esporatbili.

Le trasformazioni produttive sono sempre avvenute con l'apporto combinato di iniziative pubbliche e private. Il governo difficilmente può scegliere i vincitori ma può smettere di supportare i perdenti, inoltre deve prendere atto, in modo esplicito, che i alcuni progetti falliranno, il governo non è onniscente. Quello che è importante, una volta avviati i progetti, è di avere strumenti di misura chiari e misurabili per il monitoraggio dell'avanzamento dei progetti stessi, inoltre è importante che la politica industriale sia isolata dalle lobbies e da i cercatori di rendite. Quindi bisogna essere molto cauti nel progettare e implementare gli interventi. L'obiettivo primario delle politiche di trasformazione produttiva è di correggere le inefficienze nella allocazione delle risorse economiche. Uno dei problemi del mercato sono le esternalità sia negative e sia positive (che andrebbero favorite dal governo). In particolare le esternalità positive,  tecnologiche e di buoni lavori, andrebbero sussidiate o tramite la  fornitura dei servizi al business. Le trasformazioni produttive che funzionano meglio sono quelle che si basano sullo scambio di informazioni pubblico-privato e su problem solving iterativi, cioè è molto imporatante come vengono gestite le relazioni tra pubblico e privato. Alcuni esempi positivi di collaborazioni locali pubblico e privato sono state sperimentate in Cina, ad es. sullo sviluppo della auto elettriche.

Una governance pubblica "sperimentalista" dovrebbe avere 4 elementi: stabilire degli obiettivi e determinarne le metriche, gli agenti esecutivi pubblici devono avere una larga discrezionalità con qualche supporto istituzionale, devono essere previsti report periodici di avanzamento delle iniziative ed eventualmente abbandonare le iniziative se non soddisfacenti, infine gli obiettivi e le procedure devono essere costantemente rivisti. Gli agenti pubblici non devono per forza, all'inizio, conoscere le problematiche in dettaglio, è sopratutto nell'interesse delle imprese che sia efficace la collaborazione nel problem solving.

Il governo è quindi importante nel ruolo di indirizzare il cambiamento strutturale, non sono sufficienti la redistribuzione, la assicurazione sociale e la gestione macroeconomica, sono richiesti altresì interventi sul lato dell'offerta per creare buoni lavori.

Generalmente si crede che maggiori siano le regole globali migliore sia la situazone, ma le regole globali spesso sono le regole del più forte, e regole generali possono confliggere con diverse configurazioni istituzionali nazionali. Per Rodrik esistono fondamentalmente 4 tipi di regole tra nazioni. Ci sono politiche nazionali che possono danneggiare le altre nazoni, beggar thy neghbour (BTN) e queste dovrebbero essere condiderate vietate. Altre possono essere considerate  mutue negoziazioni e aggiustamenti, politiche che generano un beneficio domestico minore dei danni provocati all'estero e pertanto  dovrebbero essere ammesse.  Poi ci sono le azioni autonome che riguardano sopratutto l'area domestica. Infine ci sono i beni pubblici globali che richiedono  una governance multilaterale. Se le nazioni promuovono le proprie industrie  per obiettivi legittimi l'esito collettivo e' di prosperità generale. Quindi, per l'autore, solo la prima categoria di politiche (BTN) e quella relativa ai beni pubblici globali dovrebbero essere soggette a regole globali.

Nelle conclusioni l'autore ribadisce che se una sinistra progressista vuole rivitalizzarsi deve riconnettersi con la la classe lavoratrice; ricostruendo una classe media con buoni lavori nei servizi, aumentando la produttività dei lavoratori a basso skill, la produttività è infatti la base della prosperita'. Per tutto questo ci vuole il coraggio di sperimentare da parte dei governi anche se in alcuni casi si commetteranno errori.

Dalla recensione si capisce che è un libro che affronta e sviscera molti problemi, cercando di dare soluzioni ragionevoli. Un ottimo libro, anche se le tesi di Rodrik mi erano, in parte, note. Indubbiamente il problema dell'indebolimento della classe media è un tema centrale per i paesi sviluppati come l'Italia. Evidentemente lo sono altrettanto la povertà e il cambiamento climatico. Sono d'accordo con Rodrik che è piu ragionevole puntare su iniziative second best piuttosto che su quelli ottimali difficili da realizzare, così come è difficile sperare che vengano raggiunti accordi globali che siano risolutivi. La cosa che mi ha colpito è la constatazione che il futuro sia dei servizi, ovviamente inevitabile. Vedo però difficile aumentarne la produttività, quindi il problema è che ci ritrovremo con crescite minori, con poche corporation che avranno sempre piu potere tecnologico, economico e anche mediatico. Quello che paventa qualcuno, e non senza motivo,  è una specie di tecno feudalusmo; come possiamo infatti  noi cittadini, rafforzare  il ruolo dello Stato a nostro vantaggio quando invece come accade adesso, vedi USA, il ruolo di coorporation e tycoon sta condizionando l'esito delle elezioni?


mercoledì 13 marzo 2024

Dani Rodrik- One Economics Many Recipes- Globalization, Institutions, and Economic Growth

 Dell'autore, Dani Rodrik professore di Economia Politica Internazionale presso la Università di Harvard, ne abbiamo parlato spesso in questo blog recensendo articoli e libri, diciamo che è uno dei miei autori preferiti.
Il libro che recensisco oggi non è recente, infatti  è del 2007 ma è comunque un libro importante. Di  fatto contiene molti degli argomenti che verranno sviluppati nei suoi successivi libri: La Globalizzazione Intelligente (The Globalization Paradox) e Dirla tutta  sul mercato globale (Straight Talk on Trade).
A differenza dei due citati è un libro meno unitario, infatti si tratta di insieme di pubblicazioni e articoli tecnici, pertanto è anche meno rivolto al grande pubblico. 
Il primo capitolo è dedicato alla crescita dei paesi meno sviluppati e contiene dati relativi agli ultimi 50 anni. Le conclusioni sono che il menù di soluzioni per la crescita è molto ampio, le ricette che funzionano meglio sono quelle che si adattano al contesto locale. Non esiste un unica forma di istitutuzioni che funziona. Non sempre le soluzioni che funzionano sono quelle che prescrive la ortodossia economica, spesso le riforme migliori sono quelle che combinano scelte ortodosse e non ortodosse. Comunque per far partire la crescita non servono delle riforme estensive ma ne bastano alcune mirate, mentre una crescita sostenuta e continuativa è molto piu complicata da ottenersi, e una crescita nel breve non garantisce una crescita nel lungo. Una crescita a lungo termine necessita lo sviluppo di istituzioni che mantengano un produttivo dinamismo e generino resilienza agli shock esterni.
Il secondo capitolo rigurda la cosiddetta diagnostica della crescita, cioè la strategia per comprendere le priorità politiche. Una economia che non performa ha sicuramente delle imperfezioni e distorsioni di mercato. In presenza di molte distorsioni, riforme estensive in ogni area molto probabilmente falliscono, pertanto è meglio concentrarsi sulle distorsioni prevalenti e, quindi, focalizzarsi su quelle riforme dove, ragionevolmente, gli effetti diretti sono maggiori e verso i fattori che maggiormente limitano  la crescita. Segue un analisi dettagliata delle caratteristiche di alcuni paesi del Sud America dove si evidenziano le differenze sui fattori critici, quali ad esempio: limitati risparmi, scarsi investimenti, alte tasse, macroinstabilità ecc., che limitano la crescita. 
Un capitolo è dedicato alle politiche industriali. La natura delle politiche industriali dovrebbe presentare la caratteristica di essere complementare alle forze di mercato. Il modello corretto di politica industriale dovrebbe prevedere una collaborazione strategica tra il settore privato e il governo con lo scopo di scoprire i maggiori ostacoli allo sviluppo e nel determinare gli interventi che possano rimuoverli. Va detto che la innovazione è limitata nei paesi in via di sviluppo piu dalla domanda che dalla offerta. Inoltre, l'assenza di opportunità economiche deprime i ritorni sull'investimento educativo. La specializzazione, secondo la teoria dei vantaggi comparati, dovrebbe essere un elemento essenziale dello sviluppo, anche se, ovviamente, la diversificazione ha molti vantaggi e diventa indispensabile con lo sviluppo.
La diversificazione non è un processo naturale ed è difficile che si verifichi senza l'intervento della azione pubblica
La diversificazione richiede la "scoperta" di nove attività,  queste attività per gli imprenditori prevedono costi privati ma comportano guadagni sociali (esternalità), per questo dovrebbero essere favorite. La scoperta di nuove attività per la esportazione, per alcuni autori, è positivamente connessa alle barriere alla entrata; si rivela utile anche sussidiare gli investimenti in nuove industrie e forme di protezione dal commercio.
Un altro problema è che gli investimenti su larga scala hanno grandi costi fissi, diventa quindi importante coodinare le decisioni di investimento e produzione di diversi imprenditori, in generale le nuove tecnologie richiedono qualche forma di supporto pubblico. Questo spiega perchè spesso lo sviluppo industriale nelle economie in via di sviluppo richiede assistenza governativa. Ovviamente ci sono molte controindicazioni che la letteratura economica pone all'intervento del governo. Per l'autore ci sono comunque alcuni elementi essenziali affinchè le politiche industriali funzionino:
  • gli incentivi dovrebbero andare principalmente a nuove attività;
  • ci dovrebbero essere dei chiari criteri di benchmark per valutare le attività sussidiate;
  • ci deve essere un tempo limite agli aiuti;
  • il supporto pubblico deve essere rivolto ad attività e non a settori industriali;
  • le agenzie pubbliche incaricate devono avere competenze e essere ben in contatto con il privato;
Pertanto, nonostante le restrizioni che vengono poste da piu parti alle politiche industriali (es. WTO), è difficile pensare che possano sparire dall'orizzonte dei decisori politici.
Un ulteriore capitolo è dedicato alle istituzioni per la crescita. In primo luogo l'autore ribadisce che i mercati hanno bisogno del supporto delle istituzioni non di mercato, una economia di mercato è di fatto anche integrata con le istituzioni di non mercato. Inoltre, gli investimenti sono importanti per lo sviluppo, e gli investimenti sono sensibili agli incentivi e tali incentivi potrebbero non funzionare senza adeguate istituzioni.
Una definizione generale di istituzioni potrebbe essere: un insieme di regole di comportamento che governano e modellano le interazioni degli esseri umani.  Le istituzioni che contano sono: i diritti di proprietà stabili e sicuri, istituzioni regolatorie del mercato, istituzioni per la macrostabilità economica e per la assicurazione sociale  e, infine, istituzioni per la gestone dei conflitti.
Una prima conclusione è che le forme istituzionali non sono determinate in maniera univoca. Un altro aspetto importante è che le istituzioni devono essere sviluppate localmente piuttosto che da un approccio top down, cioè imposte.
Da una serie di dati su moltissime nazioni emerge poi che le istituzioni democratiche producono maggiore crescita nel lungo termine, una maggiore stabilità nel breve e resistono meglio agli shock e, infine, sono migliori dal punto di vista dell'equità distributiva (vedi anche Acemoglu). In conclusione non serve una trasformazione su larga scala per innescare la crescita ma basta anche un set minimo di cambiamenti, ovviamente per la crescita sostenuta nel tempo sono necessarie invece solide istituzioni.
L'ultima parte del libro è dedicata alla globalizzazione, che come sappiamo pone opportunità e sfide, da una parte la espansione del mercato ha consentito ad alcune economie di svilupparsi, d'altra parte ha posto difficoltà agli Stati nel finanziarsi le reti di sicurezza sociale. Ciò lo porta ad un abbozzo di quello  che sarà poi il famoso trilemma, cioè la impossibilità di avere contemporanemante una autonomia nazionale, una economia integrata a livello internazionale e  politiche democratiche. 
Di fatto le regole del gioco della economia globale hanno ristretto le possibilità di influenza dei movimenti popolari e le politiche attuabili a livello nazionale. Il regime di  Bretton Wood-GATT aveva rimosso alcuni restrizioni sul commercio ma mantenuto alcune restrizioni sui flussi di capitale, il sistema è stato via via abbandonato anche perchè le innovazioni delle comunicazioni e dei trasporti hanno reso la globalizzazione più estesa e facile.  D'altra parte, mentre si espandono in sempre maggiori aree le regolamentazioni sul commercio e sulla finanza, dovrebbero essere parimenti rinforzati i meccanismi di opzione di uscita temporanea dai regimi stabilti, per dare maggiori possibilità di azione ai policy-makers nazionali.
Quello che auspica l'autore è una forma di federalismo globale che sappia coniugare tradizionali forme di governance locale  con istituzioni regolatorie multilaterali e standard internazionali. Promuovere lo sviluppo non è sinonimo di massimizzazione del commercio come vorrebbe il WTO, infatti non c'è nessuna evidenza convincente che la liberalizzazione del commercio sia associata con il conseguente sviluppo. La integrazione economica è più un esito auspicabile che un pre-requisito, il raggiungimento di un certo volume di scambi dipende da molte cose e, soprattutto, dalla performance generale della economia. Nessuna economia si è sviluppata semplicemente aprendosi al commercio e a investimenti esteri, anzi gli esempi di India e Cina mostrano che le riforme del commercio hanno avuto luogo una decade dopo la crescita e molte restrizioni sono rimaste.
Le nazioni devono avere la opportunità di massimizzare i vantaggi e minimizzare i rischi nella partecipazione alla economia mondiale, e non bisogna sottovalutare la importanza del ruolo dello Stato nel processo di trasformazione economica. Anche gli Stati sviluppati hanno altresì il diritto di proteggere le loro organizzazioni sociali (welfare, leggi sul lavoro, ecc.).
In sintesi le conclusioni sono: il commercio non è un fine a se stante, le regole del commercio devono permettere le diversità tra le istituzioni nazionali, le nazioni non democratiche non possono avere gli stessi privilegi di quelle democratiche e, infine, le nazioni devono avere il diritto di proteggere le proprie istituzioni e le proprie priorità di sviluppo.
Come si evince dalla sintesi è un libro molto ricco di informazioni e dati, in cui le tesi sono corroborate dalle evidenze di studi approfonditi. Ovviamente c'è nel libro molto di più di quanto sintetizzato da me, è un libro dunque interessante per chi vuole approfondire le tematiche affrontate: sviluppo, politiche industriali,  globalizzazione, accordi commerciali. Un libro non proprio dedicato al grande pubblico ma molto chiaro nella esposizione dei concetti.