martedì 24 aprile 2018

Populism and the economics of globalization

Oggi parliamo di un altro articolo di D. Rodrik che trovate qui in originale, di seguito tovate la mia sintesi. Il tema è di attualità: populismo e globalizzazione. 
Per prima cosa per l’autore bisogna distinguere il populismo lato domanda e lato offerta, la globalizzazione aumenta il populismo che ha però orientazioni politiche differenti. Queste reazioni populistiche si differenziano in base alla forma di globalizzazione che viene ritenuta rilevante per la società.
Per quanto attiene ai modelli sul commercio internazionale, uno dei più importanti è quello di Samuleson-Stolper il quale afferma che, dati due paesi in condizione di mercato competitivo e senza una completa specializzazione, esiste un fattore di produzione che si trova svantaggiato nell’apertura al commercio, cioè avremo dei perdenti nel processo di liberalizzazione del commercio

Gli effetti redistributivi della liberalizzazione tendono a generare di norma effetti negativi maggiori dei benefici che producono e ciò è dimostrato da diversi studi (ad es. sugli accordi NAFTA). 

In principio i vantaggi del libero commercio dovrebbero servire a compensare i perdenti, come ammesso dagli esperti di commercio internazionale. Di fatto queste compensazioni non avvengono o sono inerenti ai sistemi di protezione generale e welfare in generale, come ad esempio in Europa. Le compensazioni specifiche sono inoltre costose e difficili da realizzare. 

L’opposizione popolare è alimentata dalle ingiustizie, anche se la questione è complessa, le ingiustizie sono più rilevanti a livello locale che generale e una certa diseguale distribuzione della ricchezza viene comunque ritenuta accettabile. 
Un altro capitolo riguarda la globalizzazione finanziaria, che anche in questo caso ha i suoi vantaggi ma, d’altro canto, ha creato molta instabilità economica e anche questa ha generato degli effetti redistributivi. La globalizzazione finanziaria ha quindi contribuito insieme al libero commercio nell’esercitare una pressione negativa sulla quota di reddito da lavoro sul totale dei redditi. La mobilità dei capitali esercita infatti una minaccia reale: accettare salari più bassi altrimenti i capitali e le industrie si spostano all’estero. La mobilità del capitale aumenta la volatilità dei guadagni da lavoro e trasferisce sul lavoro il peso degli shock economici, e i lavoratori più colpiti sono quelli con le qualifiche e skill più bassi. Un altro aspetto è legato alla tassazione, le imprese e i capitali internazionali sono più difficili da tassare, pertanto il peso della tassazione si concentra sempre di più sul lavoro aumentandone generalmente il peso. 
La globalizzazione ha portato a una diminuzione delle ineguaglianze internazionali ma ha aumentato quelle nazionali. 
Anche la evoluzione tecnologica ha avuto un ruolo nella deindustrializzazione e nell’aumento delle diseguaglianze, ma è la globalizzazione ad assumere un ruolo più rilevante per le persone per le crescenti ingiustizie. 
Un ulteriore aspetto rilevante è come la rivolta populista abbia assunto forme differenti in diversi paesi. La maggioranza delle forme di populismo hanno assunto una connotazione di destra, queste hanno enfatizzato le divisioni culturali, etniche e religiose. Un altro tipo di populismo si genera a causa delle divisioni di ricchezza. 
Le linee di frattura economica create o approfondite dalla globalizzazione tendono a generare un potenziale sostegno pubblico per i movimenti con posizioni al di fuori dal mainstream politico, che e si oppongono alle regole stabilite dal gioco. Ma il malcontento, raramente arriva con evidenza a soluzioni o prospettive politiche ben definite. Infatti si tendono a fornire narrazioni, i movimenti populisti forniscono fondamentalmente le narrazioni richieste per la mobilitare le persone   attorno alle comuni preoccupazioni. 
Ci sono tre diversi gruppi nella società: l'élite, la maggioranza e la minoranza. 
L'élite è separata dal resto della società dalla ricchezza.
La minoranza è separata da marcatori di identità: etnia, religione, immigranti/autoctoni). Quindi ci sono due divisioni: una etnografico/culturale e una basata su reddito e classe sociale. Con una certa semplificazione, possiamo dire che i politici populisti politici mobilitano le persone sfruttando uno o l'altra di queste due divisioni. Quando si enfatizzano le divisioni di identità (es. stranieri o minoranze) si produce il populismo di destra, quando si sottolineano le differenze economiche e di classe si ha il populismo di sinistra.
Il primo tipo di populismo è più comune in Europa e USA  mentre il secondo in Sudamerica.
Immigrati e rifugiati possono essere presentati come in competizione per il lavoro e i servizi pubblici con i nativi, ed in effetti in Europa i partiti di destra hanno cavalcato il tema che l’immigrazione corrode lo stato sociale. Quindi, anche se la causa principale del problema è economica, le manifestazioni politiche possono trasformarsi in aspetti etnici o culturali. 
In definitiva la globalizzazione crea dei problemi politicamente difficili da gestire. In passato la unificazione dei mercati nazionali ha richiesto un progetto politico gestito in maniera forte e centralizzata. 
L’idea di Keynes era che per armonizzare un sistema economico mondiale con commercio internazionale e mobilità di capitali è necessario lasciare spazio a politiche macroeconomiche nazionali. 
La grande sfida che devono affrontare i responsabili politici oggi è riequilibrare la globalizzazione in modo da mantenere un'economia mondiale ragionevolmente aperta e al contempo frenando gli eccessi. Abbiamo bisogno di un riequilibrio in tre aree, in particolare: tra capitale e impresa e il resto della società, tra governance globale e governance nazionale e tra le aree laddove i guadagni economici sono piccoli rispetto a quelle dove sono grandi. 
I benefici della globalizzazione sono distribuiti in modo non uniforme perché il nostro attuale modello di globalizzazione è costruito su una fondamentale e corrosiva asimmetria.
I nostri accordi commerciali e regolamenti globali sono progettati in gran parte con le esigenze del capitale in mente. Gli accordi commerciali sono guidati in modo schiacciante da un programma guidato dalle imprese. Il modello economico implicito è di tipo "a cascata": rendere felici gli investitori in quanto  i benefici fluiranno verso il resto della società; mentre gli interessi del lavoro: buona retribuzione, alti standard lavorativi, sicurezza dell’ impiego e diritti, hanno poca rilevanza. Per andare avanti, deve essere data una voce in capitolo al lavoro nell'impostare le regole di globalizzazione. In termini pratici, ciò richiede riconsiderare quali istituzioni multilaterali devono stabilire l'agenda globale e chi deve sedersi al tavolo delle trattative quando gli accordi commerciali vengono negoziati. 
Per quanto riguarda il riequilibrio della governance, si dovrebbe capire che ciò che deve fare l'economia mondiale non è gestire appropriatamente la governance globale. La maggior parte dei fallimenti nell'economia mondiale sono dovute infatti ai fallimenti della governance domestica
Quando il processo di politica interna fallisce, si pone il vero problema. Quindi il problema è allora di politica interna: l'eccessiva influenza politica di certi gruppi in cerca di rendita piuttosto che l'assenza di regole globali appropriate. Il rafforzamento della governance globale, in tali circostanze, potrebbe non funzionare, le regole globali a volte possono agire come contrappeso agli interessi protezionisti, ma è, altrettanto probabile, che le regole globali saranno scritte e amministrate da coloro con interessi molto particolari che dominano anche la politica domestica. 
Niente di tutto questo implica che non ci sia alcun ruolo per governance globale. Ma nel riequilibrare la globalizzazione verso la governance nazionale, dobbiamo capire che il miglior contributo che si può fare agli accordi globali è fare in modo che lo stato nazionale funzioni meglio piuttosto che indebolirlo/limitarlo.
Corrispondentemente, il ruolo appropriato per le istituzioni globali è quello di migliorare le principali norme democratiche di rappresentanza, partecipazione, deliberazione, stato di diritto e trasparenza. Infine, il nostro approccio alla globalizzazione deve concentrarsi nelle aree in cui i guadagni netti sono grandi. Oggi l'economia mondiale è aperta come non è mai stata, e la sfida più importante che deve affrontare non è la mancanza di apertura ma mancanza di legittimità. Il tradizionale approccio agli accordi di commercio che si concentra sullo scambio di accesso al mercato non è più appropriato. Le regole che devono essere sviluppate sono quelli che sottolineano il ruolo dell'equità, cercano di risolvere il problema del dumping sociale e ampliano gli spazi politici nelle nazioni  sviluppate e in via di sviluppo.

mercoledì 11 aprile 2018

Economia e politica: del mercato e dello Stato

Lo sviluppo delle economie occidentali, seguito da altre economie ora sviluppate, dimostra inequivocabilmente che il mercato è un motore imprescindibile per la crescita dell’economia. Questo perché, indubbiamente, la spinta individuale rappresenta un forte movente per chi vuole emergere nell’adottare le tecniche migliori per conquistare il mercato, senza spinta individuale le società crescono economicamente meno o solo sino ad un certo livello, come ci hanno mostrato i sistemi socialisti. Inoltre, come ha indicato Hayek, c’è anche un problema di informazione, il sistema dei prezzi può rappresentare un sistema migliore per far circolare le informazioni che sono disperse, ed è praticamente impossibile che tutte le informazioni rilevanti per far funzionare bene un economia siano centralizzabili e utilizzabili. Bisogna aggiungere che in tema di informazione Stigltz e Akerloff hanno dimostrato come le asimmetrie informative minino le basi della presunta efficienza del mercato. 
In sintesi il mercato, almeno dal punto divista pratico, ha alcuni vantaggi, ma allora esiste “la mano invisibile” di Adam Smith? 
No, in teoria e in pratica, quella della mano invisibile è una teoria troppo naïve che tende ad essere propagandata dai liberisti che può avere un suo appeal ma è fondamentalmente falsa. Da un punto di vista teorico ad esempio la teoria dei giochi competitivi ci dice che gli equilibri (equilibrio di Nash) che si raggiungono non sono ottimali (in senso Paretiano). Inoltre, la storia ci dice che il mercato tende alle concentrazioni e in genere la competizione tende a generare dei mercati oligopolistici. Come si sa si nasce incendiari e si finisce pompieri, così l’audace imprenditore che crea un nuovo mercato cerca, nel tempo, di mantenere i suoi profitti e tende a inglobare i competitor o metterli fuori mercato; nel lungo periodo è vero che nasceranno nuovi imprenditori e nuove tecnologie (distruzione creatrice) ma nel breve gli incumbent cercano di bloccare chi può erodergli la posizione di vantaggio o, in altri casi, si creano oligopoli collusivi, insomma serve qualcuno che eviti tutto ciò e questo delicato ruolo di regolatore lo può assumere solo lo Stato. Inoltre, dobbiamo considerare che il mercato tende a creare esternalità cioè, ad esempio, scaricare l’inquinamento sulla collettività, ed esistono beni pubblici di cui può occuparsi solo lo Stato. Quindi che vi piaccia o no lo Stato è comunque fondamentale e ha quindi un ruolo non sostituibile. C'è del vero nella teoria delle scelte pubbliche che afferma che i politici agiscono sulla base di interessi individuali e quindi cercano la loro utilità (rielezione) che ha poco a che fare con la reale efficacia dell'azione pubblica. Quello che non condivido è la conclusione cioè che bisogna ridurre lo Stato (Stato minimo), come se fosse una funzione di cui fare la derivata.


Molti altri (Schumpeter) hanno evidenziato l'importanza della preparazione dei politici e burocrati per il buon funzionamento dello Stato. Popper parla di buone istituzioni per evitare le degenerazioni del potere politico, un esempio è la costruzione di sistemi di check and balance nei poteri politici. Infine, quello che serve è una cittadinanza consapevole della sua importanza nel controllo, questo richiede anche qui formazione e istruzione, anche perchè la complessità dei sistemi economici e politici è in aumento. A questo dovrebbe servire la vera "buona" scuola e la informazione giornalistica, oggi abbiamo anche la grande risorsa che è la rete. Sul giornalismo conosciamo i condizionamenti del potere economico e anche sulla rete abbiamo visto, anche recentemente, come può essere un mezzo per veicolare informazioni interessate o fuorvianti. Insomma la situazione è complicata. Aggiungiamo pure che il mercato è sempre più internazionale mentre le nazioni operano a livello locale, servirebbero buone regole e istituzioni internazionali, ma anche qui molte istituzioni sono condizionate anche ideologicamente (vedi FMI o Banca Mondiale), basta leggersi qualche libro di Stiglitz.
Il quadro è complesso e non esistono soluzioni semplici, il primo passo è comunque informarsi e io nel mio piccolo cerco appunto di fare questo, mettendovi in evidenza libri o articoli che possono darvi una mano a districarvi meglio in questa realtà.

venerdì 6 aprile 2018

Teoria delle élite

Quando rifletto sulla realtà che ci circonda e penso a tutto quello che ho letto in tema di politica, storia, sociologia ed economia, finisco per pensare che la teoria che, con tutti i limiti del caso, meglio si adatta a comprendere la realtà e la sua dinamica sia la teoria delle élite di Pareto. Pareto elaborò questa teoria nel suo Trattato di sociologia[1], scritto dopo essersi dedicato, per lungo tempo, ai temi economici. Evidentemente lui, di formazione scientifica, ingegnere come me, studiando la economia sia era reso conto che per quanto volesse schematizzare la realtà secondo criteri di logica (il famoso homo oeconomicus razionale), c’era qualcosa di più profondo da indagare per capire la dinamica storica e sociale. 
Il suo libro è vastissimo e anche molto pesante da leggere, io ho letto solo alcune parti e alcuni saggi, se vogliamo sintetizzare la sua teoria ci dice che nel corso della storia tendono a prevalere in certi momenti alcune élite che sono dotate delle caratteristiche adatte (lui le chiama “derivazioni”) per poi essere sostituita da altre élite, la storia infatti non sarebbe altro che un cimitero di élite. Ovviamente non è una teoria del tutto originale e comunque riduttiva, la realtà e sempre più complessa e rifugge dalle eccessive semplificazioni, ma sostanzialmente contiene molta verità. 

Provo a ricostruire la storia umana (senza la pretesa di essere esaustivo), in forma molto sintetica, semplificata e molto a grandi linee, secondo questa teoria con le mie variazioni, cioè le élite che emergono sono quelle che hanno alcune caratteristiche che dipendono dal contesto storico, economico e sociale del periodo, evidenziando anche la connessione tra potere e idee. 

Inizialmente la caratteristica principale era la forza, il capo tribù era il più forte e rispettato per questo. Quindi possiamo dire che nella prima fase conta il fattore fisico o se vogliamo militare. Con la evoluzione della società in forme più complesse il potere politico è ancora potere militare, anche se il potere politico incarna, ad esempio Civiltà Egiziana, anche quello religioso. Questo aspetto è meno evidente nella Civiltà Romana inizialmente, anche se in età imperiale la figura dell’Imperatore assume un connotato religioso (deificazione). Con l’affermarsi della religione cristiana, l’Impero Romano arriva ad incorporarla come sua religione ma con la costituzione del potere papale abbiamo due élite che si contendono il potere, quella militare e quella religiosa, con i contrasti e lotte a cui assistiamo lungo molti secoli. Il potere politico tende a voler incorporare il potere religioso (vedi ad esempio scissione Chiesa Anglicana) nello Stato, mentre il potere religioso vuole anche il potere politico o temporale come si usa dire. Nel corso del medioevo si assiste ad una modificazione socio-economica, compaiono le banche, i commerci assumono sempre più importanza, cresce quindi la importanza del denaro e del potere economico. Cresce la classe, come direbbe Marx, “borghese”, ma la evoluzione economica e anche tecnologica (la invenzione della stampa) portano alla diffusione delle idee che (vedi articolo di Rodrik) si intrecciano con gli interessi. Le nuove élite economiche chiedono maggiori poteri al potere politico (re e aristocrazia) e si indebolisce la forza del potere religioso, grazie anche appunto alle nuove idee (Illuminismo). L’insieme di queste dinamiche sfocia nella richiesta di maggiori poteri della “borghesia” che porteranno in Francia alla Rivoluzione Francese. Il 1800 è un secolo di ulteriore cambiamento: evoluzione socio economica (Rivoluzione Industriale), lotte tra antico regime e nuove forze sociali per il potere, in questa fase conquista sempre più potere la borghesia che è ormai fondamentalmente industriale e finanziaria. I cambiamenti economico e sociali come sempre sono accompagnati dal nascere delle idee che si combattono,  la economia classica in gran parte tende a favorire le élite economico/industriali, ma si sviluppano le idee socialiste e marxiste che rappresentano la classe dei lavoratori, che cresce e acquisisce la consapevolezza della propria forza. 

Il 900 è ancora teatro di scontri di potere e di idee, la classe lavoratrice vuole più potere e quindi anche più rappresentanza e democrazia, il potere economico cerca di mantenere e condizionare il potere politico effettivo in virtù delle sue leve economiche anche attraverso la stampa. In alcuni Stati i lavoratori riescono ad ottenere miglioramenti politici ed economici (welfare state), in altri prevalgono le istanze rivoluzionarie (Rivoluzione Russa), dove a dispetto di quello che ci dice Marx è un élite rivoluzionaria, in base alla ideologia socialista, che prende il potere in un paese che era molto arretrato, anche culturalmente, e fondamentalmente agricolo. 
In altri paesi (Italia, Germania e Spagna) la reazione del potere economico, grazie anche alla accettazione di una parte della popolazione, porta alle dittature nazionaliste, che una volta al potere prendono il sopravvento e portano alla Guerra. 

Il secondo dopoguerra è un periodo molto particolare e per i paesi occidentali favorevole. Dopo la guerra, ci sono le condizioni economiche (ricostruzione) e anche istituzionali internazionali (Bretton Wood) per una sostenuta crescita economica.
Il potere economico/capitalistico ha tutto il vantaggio di concedere alcuni miglioramenti alle classi lavoratrici, dalla altra parte del muro c’è l’ideologia comunista e la Unione Sovietica. Nel anni 70 si modifica il quadro, la crescita diminuisce, viene meno il sistema di Bretton Wood di cosiddetta repressione finanziaria, si sviluppano idee liberiste (Monetarismo) a supporto di maggiore libertà finanziaria ed economica. Il crollo della Unione Sovietica segna la vittoria del liberismo e il riappropriarsi di maggior del potere delle élite economico finanziarie. Aumenta la globalizzazione, molte economie escono dalla povertà e dal sottosviluppo, ma nei paesi occidentali aumenta la diseguaglianza e la concentrazione di ricchezza. Il peso e forza della finanza internazionale aumenta, vengono eliminati alcuni limiti e la finanza dilaga senza controlli, ma arriva il “redde rationem”: la crisi finanziaria, dove ancora una volta le élite economiche alla fine, grazie al loro potere effettivo economico e ideologico, fanno pagare il grosso dei debiti alle classi lavoratrici. Quindi siamo arrivati ai nostri giorni, chi è l’élite al comando? Ancora quella economico/finanziaria e quella industriale che ha mutato ancora aspetto, dove a contare sono i grandi player informatici/tecnologici (Google, Apple, Facebook, Amazon. ecc.). Le classi lavoratrici sono schiacciate, il potere degli Stati nazionali che cercava di mediare tra il potere economico e le istanze della maggioranza (elettori) è diminuito, minori introiti e minor possibilità delle aziende internazionali di essere condizionate. 
Avviene  una reazione dei cittadini, la prima (Occupy Wall Street) dura poco, nel corso del tempo però aumenta lo scontento nei paesi occidentali, con la conquista di sempre maggior forza elettorale di movimenti cosiddetti populisti a destra e a sinistra; i partiti tradizionali perdono peso, le situazioni politiche si fanno ovunque più incerte e confuse, in alcuni casi (vedi Grecia) la salita al potere di Syriza viene depotenziata dal potere economico finanziario. 
La situazione è quindi molto confusa, il potere è ancora saldamente in mano alle élite economico-finanziarie, ma le condizioni di molti in occidente sono in peggioramento e anche nei paesi in via di sviluppo incominciano a nascere esigenze di miglioramento delle condizioni del lavoro e di richiesta di maggior democrazia, anche se ancora poco efficaci e confuse. 
Per superare questa impasse serve innanzitutto una consapevolezza da parte delle maggioranza dei cittadini dei loro veri interessi senza farsi sviare da condizionamenti (così come riportato nel articolo di Rodrik), servono quindi idee e modalità nuove aggreganti, capaci di indicare una strada alternativa, servirebbe quindi anche un élite, capace e preparata, in grado di interpretare queste istanze e idee conducendoci su una nuova via. Sono molto pessimista al momento, non ci sono le condizioni credo, il problema nuovo che si pone è che le élite hanno sempre creato disastri con guerre e stragi di gran parte della popolazione, oggi però rischiamo anche la distruzione completa del nostro habitat e del genere umano. 




[1] V.Pareto,Trattato di sociologia generale, Einaudi, Torino.