lunedì 5 aprile 2021

Cosa ha veramente detto Keynes

 
Oggi parleremo dell'economista più famoso e citato del XX secolo ovvero John Maynard Keynes e del suo libro più famoso: La teoria generale dell'occupazione, moneta e interesse; questo libro è uno dei più citati ma forse meno letti, infatti, a dispetto della sua fama, è un libro difficile e come disse Samuelson: «E’ un libro scritto male, non bene organizzato », ma aggiunge «Quando alla fine si riesce a comprenderlo appieno […] è un opera di un genio».
Il suo libro e il suo contenuto viene considerato rivoluzionario perché in molti aspetti si discosta dalla teoria dominante, quella Neoclassica, in cui Keynes era stato allevato avendo avuto come maestro Marshall, arrivando a mettere in discussione alcuni dei fondamenti della disciplina economica.
In particolare nel libro (Teoria Generale) afferma: «I postulati della teoria classica sono applicabili soltanto ad un caso particolare e non al caso generale, essendo la situazione che essa presuppone, solo un caso limite di tutte le posizioni possibili di equilibrio»1. Quindi, più che criticare la coerenza logica della teoria classica, Keynes evidenzia che questa si applica solo a un caso limite in cui può trovarsi l’economia reale.
La sua critica si rivolge alla cosiddetta legge di Say, la quale in sostanza afferma che la produzione, generando redditi, crea la domanda in grado di assorbire la produzione stessa, cioè alla fine del ciclo sia ha: Produzione=Spesa.
In realtà Keynes non rigetta completamente questa affermazione ma una sua derivazione, ovvero che la produzione è quella massima che garantisce la piena occupazione. Questo corollario deriva dal fatto di considerare il mercato del lavoro completamente flessibile per cui, eventuali diminuzioni transitorie di produzione e aumento di disoccupazione, costringono i lavoratori ad abbassare i salari, questo spinge gli imprenditori ad aumentare nuovamente la produzione e la occupazione (questa teoria era stata espressa da Pigou altro maestro di Keynes), per Keynes invece i salari nominali sarebbero nel breve periodo abbastanza rigidi.
Per Keynes è invece fondamentale la domanda, e qui entra in gioco un aspetto non preso in considerazione dai neoclassici cioè le aspettative; gli imprenditori generano produzione e occupazione in base alle prospettive di vendita e guadagno, se le prospettive non sono favorevoli tenderanno a rimandare gli investimenti e a non aumentare o anche diminuire la produzione, indipendentemente da eventuali diminuzioni dei salari che, secondo Keynes, non farebbe che peggiorare la domanda. Infatti, la domanda di beni è composta da domanda di beni di consumo (C) e di beni di investimento (I), cioè C+I, dove i consumi sono determinati dai redditi dei consumatori mentre gli investimenti dalle scelte degli imprenditori, la domanda che effettivamente si manifesta in un certo momento (domanda effettiva) potrebbe, in alcuni momenti come le recessioni, non essere in grado di garantire un produzione che genera la massima occupazione. La figura seguente dimostra graficamente la situazione.





Per questo le indicazioni di Keynes per uscire dalle crisi sono di non limitarsi ad abbassare il tasso di interesse per stimolare gli investimenti. Infatti, questa operazione funziona solo fino ad un certo punto, per uscire da una recessione bisogna aumentare la domanda utilizzando la leva della spesa pubblica (G)2 oltre che a una diminuzione delle tasse, che aumentando i redditi tende ad aumentare i consumi, ma anche in questo caso c'è un limite cosiddetto della trappola della liquidità, in cui i soggetti preferiscono tesaurizzare moneta piuttosto che spenderla (moneta vista come riserva di valore).
Per la visione dei neoclassici l'interesse era in grado di portare sempre in equilibrio la offerta di risparmio con la domanda di investimenti, mentre per Keynes: «Il tasso di interesse non è il prezzo che porta in equilibrio la domanda di mezzi da investire con la disposizione ad astenersi dal consumo presente. E’ il prezzo che equilibra il desiderio di tenere la ricchezza in forma liquida con la quantità di denaro disponibile; Il tasso di interesse non può essere una ricompensa per il risparmio [...] al contrario è la ricompensa per l’abbandono della liquidità »3. Questo aspetto denota la importanza che Keynes riservava alla moneta e al fatto che il tasso di interesse si crea nel mercato della moneta, determinato dalla intersezione tra domanda di moneta (denaro che i privati vogliono detenere) e la offerta di moneta.
Ovviamente nella Teoria Generale c'è molto più di quello che ho sinteticamente qui espresso. Troviamo moltissimi concetti nuovi e innovativi, dal concetto di moltiplicatore degli investimenti o spesa su cui c'è ancora molto dibattito tra gli economisti, il concetto di efficienza marginale del capitale, della propensione marginale al consumo e molto altro, oltre a moltissimi considerazioni interessanti. E' quindi un libro ricco ma difficile, che va letto più volte per essere pienamente apprezzato.
Le teorie di Keynes furono successivamente rielaborate in forma analitica da J. Hicks, che per questo ricevette il premio Nobel per l’economia. Hicks riuscì quindi a sintetizzare, in poche equazioni, la teoria di Keynes arrivando al famoso modello IS-LM che è compreso in tutti i corsi di Macroeconomia, e a cui più avanti potremmo dedicare anche un post.
C’è da dire, comunque, che tale modello se da un lato rappresenta un ottimo strumento sintetico di analisi, d'altra parte ha ricevuto molte critiche e secondo alcuni ha condotto ad un keynesismo riduttivo (definito da qualcuno “idraulico”) che non riflette completamente la complessità del pensiero di Keynes, escludendo alcuni aspetti come le aspettative e la incertezza, tant'è che Minsky, uno degli economisti che più ha studiato il pensiero di Keynes, ha affermato: «Keynes senza incertezza è l’Amleto senza il Principe»4
Potete trovare una descrizione più dettagliata e completa delle idee di Keynes nel paragrafo dedicato a lui del mio libro: Le idee dell'economia.

Di seguito riporto alcuni riferimenti bibliografici utili, alcuni recensiti su questo blog.

J.M.Keynes -Teoria dell' occupazione, interesse e moneta-Torino, UTET, 1947.
H.P.Minsky-Keynes e l'instabilità del capitalismo-Torino, Bollati Boringhieri-1981
A.H.Hansen-Guida allo studio di Keynes-Napoli,Giannini Editore,1964.
F.Saraceno-La scienza inutile-Milano,Luiss University Pres,2018.
G. La Malfa-John Maynard Keynes-Milano, Feltrinelli, 2015.

Note:
1 J.M. Keynes, Teoria generale, cap. 1.
2La domanda effettiva diventa infatti C+I+G.
3 J.M. Keynes, Teoria generale, cap. 13.
4 H.P. Minsky, Keynes e l'instabilità del capitalismo, pg.78.

lunedì 8 marzo 2021

Popolo, Potere e Profitti- Joseph Stiglitz- Un capitalismo progressista in un epoca di malcontento

 Questo è l'ultimo libro di Stiglitz, di cui abbiamo recensito altri libri e pubblicazioni. I temi non sono completamente nuovi ma riguardano quelli precedentemente trattati negli altri suoi (di Stiglitz) libri. In particolare l'autore stigmatizza la crescita della diseguaglianza nell'ultimo periodo, dove a guadagnare nei paesi occidentali è stata solo la parte apicale dei percettori di reddito mentre i redditi medio bassi sono rimasti stagnanti. 

Un altro aspetto rilevante è il potere di mercato delle grandi corporation e compagnie finanziarie. Il potere di mercato c'è sempre stato, con tentativi di porgli limiti grazie alle regolamentazioni e leggi antitrust ma, nell'ultimo periodo, sta mutando con crescita di potere di monopolio sia dovuto alla globalizzazione e sia per il ruolo  delle grandi imprese digitali (Facebook, Google, Amazon, ecc.), che richiederebbe l'aggiornamento delle regole anti trust.

Un capitolo è dedicato alla globalizzazione e alle sfide che essa pone. La globalizzazione non avvantaggia tutti, come è ormai palese, ma le ricette per bilanciarne gli effetti non sono quelli delle lotte commerciali e le barriere doganali (protezionismo)  iniziate dall'amministrazione Trump.

Altro capitolo è dedicato alle disfunzioni del sistema finanziario che hanno causato tanti danni alla economia con la grande recessione, e le cui riforme sono state al momento molto blande vista la grande influenza che le istituzioni finanziarie hanno sul potere politico.

Ulteriore aspetto trattato è la sfida delle nuove tecnologie, queste hanno sempre comportato dei cambiamenti notevoli sul lavoro e quelle della intelligenza artificiale sicuramente possono avere impatti devastanti se non ben gestite, parallelamente vanno regolamentati l'uso e la detenzione dei dati che possono alterare non solo il mercato ma anche le regole della  democrazia, come si è visto recentemente.

Nell'ultima parte delinea un insieme di ricette per riformare l'economia e risanare la democrazia, con un ruolo importante rivestito dal governo; questa parte del libro è totalmente dedicata agli Stati Uniti con molte critiche sulla attuale situazione economica e sociale e, soprattutto, critiche alle ricette della amministrazione Trump.

Un libro interessante ma, per chi ha letto i suoi precedenti libri, non contiene particolari novità, lo consiglio pertanto  solo a chi non ha letto i suoi precedenti scritti.


venerdì 19 febbraio 2021

Analisi discorso Draghi al Senato

Nel suo discorso al Senato  Draghi afferma che non esiste un aggettivo che definisca il suo governo, aggiungendo poi che esso è animato da" spirito repubblicano" ovvero di responsabilità, un governo comunque politico come ho spiegato nel precedente post, a dispetto di quanto sostenuto da Mattarella, in quanto dovrà affrontare, come dice Draghi, scelte "coraggiose" e le scelte sono sempre politiche. Non sorprende la sua difesa dell'euro, "irreversibile", che è un suo marchio di fabbrica, anche se la Unione Europea non funziona così bene (infatti lui l'ha dovuta salvare).
Sono invece molto d'accordo quando afferma che dovremmo essere "più generosi e giusti" nei confronti del nostro paese, che tendiamo a criticare oltre misura
Ovviamente c'è poco da dire sulla necessità d'intervento sanitario e sulla necessità di "rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale". 
Giusta anche la enfasi sulla scuola con la necessità di "coniugare le conoscenze scientifiche e quelle umanistiche", come pure il cenno al potenziamento degli Istituti Tecnici Superiori, creati ma lasciati a se stessi.
Importante il focus sull'ambiente "conciliando progresso e benessere sociale", da capire se si farà veramente o continueremo col "business as usual" e ambientalismo di facciata con meccanismi di green wash e basta.
Inevitabile il suo interesse per politiche attive del lavoro, ciò  significherà mettere mano al reddito di cittadinanza, che è stata una misura giusta in teoria ma confusa nella pratica.
Importante è l'accenno al ruolo dello Stato, alla necessità di "investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari"  per progettare e gestire gli investimenti, con lo Stato che deve "utilizzare le leve per ricerca e sviluppo, istruzione e formazione, regolamentazione, incentivazione e tassazione".
Da evidenziare la enfasi sulle riforme: tassazione, piattaforme efficienti, aggiornamento continuo anche tramite assunzioni, la giustizia.
Un discorso breve, condivisibile in larga parte, anche se dobbiamo vedere la parte applicativa. 
Le ricette di Draghi sono in buona sostanza quelle indicate nel mio libro, questo non perché io sia particolarmente bravo ma solo perché sono le indicazioni che emergono dagli studi degli ultimi 30  anni sulle condizioni che favoriscono il progresso delle nazioni. Manca un cenno su un aspetto importante: il miglioramento delle istituzioni, che ovviamente risulta difficile attuare con una coalizione così eterogenea e con ricette così diverse sul tema, ma sarebbe una ennesima occasione perduta, perché come ho già affermato abbiamo bisogno di migliorare anche le nostre istituzioni con riforme che siano condivise e non, come si è fatto ultimamente, con riforme di parte.

 

mercoledì 3 febbraio 2021

La sovranità appartiene al popolo?

 La sovranità appartiene al popolo, recita la nostra Costituzione, precisando nei limiti dettati dalla Costituzione stessa. La sovranità non si esercita direttamente ma attraverso dei rappresentanti, la democrazia diretta è esistita in qualche modo nel passato come descritto qui, la democrazia parlamentare ha i suoi difetti ma questo è quanto abbiamo.

Ma il popolo ha sempre ragione? No, per questo ci sono dei limiti costituzionali ma, come scritto da Dahl, non c'è  nessuno più qualificato dei cittadini a decidere su se stessi, d'altra parte come scritto da Schumpeter è  comunque difficile, per motivi oggettivi, che cittadini abbiano piena contezza e capacità di decidere su molte questioni che sono complesse, per questo abbiamo bisogno di leadership.

Questa premessa per parlare della attuale situazione politica italiana. Il fatto che si sia dato l'incarico a Draghi, persona ovviamente degnissima, posso capirlo ma non mi soddisfa. Siamo in una crisi sanitaria, economica e sociale enorme per cui andare subito a elezioni sarebbe troppo pericoloso ma servirebbe un governo di transizione per arrivare alle elezioni. Spendere il nome di Draghi significa un   governo con maggiore durata, probabilmente un ottimo governo, sicuramente migliore del precedente che ho criticato, ma nessuna scelta in politica può essere solo tecnica, la tecnica può porre limiti o  alternative le scelte sono sempre politiche. Rischiamo di fare lo stesso errore del governo Monti, un governo che alla fine ha sopperito agli errori commessi e ha fatto da paravento per decisioni difficili e impopolari, così poi qualcuno può facilmente prenderne le distanze (vedi Fornero messa alla gogna). 

No, mi dispiace, anche se le scelte di Draghi potranno essere migliori, abbiamo bisogno di un nuovo Parlamento anche se questo significa probabilmente la vittoria della destra. Vengano Salvini e Meloni, sempre pronti a criticare l'ultimo governo, a risolvere i problemi che ha lasciato la crisi, vengano a fare tagli al fisco, anticipare il pensionamento, rottamare le cartelle fiscali ecc. Non esistono pasti gratis ma gli italiani devono capirlo e attribuire le colpe alle classi dirigenti che hanno liberamente eletto e non al prossimo "tecnico" votato al salvataggio della patria.

domenica 24 gennaio 2021

A conti fatti- Franco Bernabè

 Franco Bernabè è un dirigente di azienda che ha gestito alcune delle più grandi imprese del paese, questo libro è la sua autobiografia professionale ma anche la storia di una parte significativa della storia industriale e politica italiana degli ultimi quarant'anni. La sua storia professionale inizia, dopo una breve parentesi all'OCSE, nella Fiat degli anni '70  con Agnelli e Romiti al comando, le lotte sindacali e la famosa marcia dei 40.000 che chiude un ciclo. Passa poi all'ENI, a seguito di Reviglio di cui era stato assistente. All'ENI passerà 7 anni molto complicati, con la ristrutturazione dell' ente e il passaggio a S.p.a e successiva quotazione in borsa. Anni difficili con molti scandali con il più noto e famigerato caso Enimont. La successiva esperienza in Telecom sarà pure molto difficile. Il primo passaggio come amministratore delegato si concluderà prematuramente con l'Opa di Colaninno. Dopo un periodo in cui affronta un percorso imprenditoriale tornerà un Telecom. In questa seconda fase si impegna a ridurre l'indebitamento provocato dalle precedenti gestioni ma, soprattutto, cercherà di rafforzare la componente azionaria e il gruppo  per cercare di rilanciarlo attraverso varie operazioni e la ricerca di partnership, questa operazioni non riusciranno costringendolo ad una seconda uscita. Il libro attraversa quindi quaranta anni di vicende industriali e politiche attraverso gli occhi di un protagonista, con la descrizione molto dettagliata di molti personaggi e fatti. Ne esce un quadro non proprio esaltante del nostro capitalismo e della politica, quest'ultima ha condizionato pesantemente e spesso negativamente gli esiti delle industrie interessate, con prese di posizione spesso miopi o mirate a biechi interessi elettorali o di finanziamento dei partiti. Di queste vicende quella di Telecom mi era già tristemente nota per esperienza personale. Il libro si conclude con un breve capitolo di conclusioni e riflessioni sulle vicende internazionali e soprattutto di quelle italiane. Un libro interessante per chi vuole conoscere un pezzo importante della storia industriale del nostro paese, forse avrei sperato che nelle conclusioni del libro l'autore, vista la sua esperienza,  approfondisse di più cause, motivazioni e anche soluzioni alla situazione italiana molto critica  in termini economici e sociali.

L'aratro, la peste, il petrolio-William Ruddiman

Questo libro è scritto da William Ruddiman, un geologo che insegna alla Università della Virginia e che ha condotto numerose ricerche sul clima. Il clima della terra è molto complesso con grandi variazioni nel corso degli ultimi anni. In parte è determinato dalla orbita e inclinazione terrestre che, nell'ultimo periodo, circa 1 milione di anni, presenta un ciclo di 100.000 anni (con all'interno cicli di circa 40.000 e 22.000 anni) tra glaciazioni e periodi interglaciali. La tesi dell'autore è che le attività dell'uomo hanno incominciato a modificare il clima, seppur lentamente, dal periodo di inizio della agricoltura, circa 8000 anni fa, attraverso le deforestazioni. Questo ha provocato l'aumento della concentrazione di anidride carbonica nella atmosfera determinando un incremento di temperature, impedendo la normale glaciazione che si sarebbe verificata per effetto del ciclo dovuto all'orbita terrestre, con alcune interruzioni delle deforestazioni dovute alle pestilenze. Nel corso degli ultimi due secoli, poi, l'attività dell'uomo ha influito decisamente, come ormai gli scienziati concordano, a innalzare i livelli di anidride carbonica e quindi il riscaldamento globale. Il clima sta cambiando ma le variazioni avvengono con un certo ritardo per cui l'aumento di concentrazione di anidride carbonica potrebbe non aver completamente mostrato i suoi effetti.
Nella parte conclusiva la sua posizione è di evitare gli eccessi di entrambe le parti (ambientalisti vs negazionisti), il riscaldamento globale è un problema ma, secondo l'autore, i problemi maggiori verranno dalla distruzione degli ecosistemi e, soprattutto, dal consumo di risorse che una volta esaurite non saranno più disponibili.

martedì 19 gennaio 2021

Crisi di governo o di leadership ?

Ecco, ci mancava l'ennesima crisi di governo quando siamo in una situazione critica per la pandemia ma anche economica e sociale. Questa è una crisi di governo ma, soprattutto, una riconferma  della grande crisi di leadership che nasce da lontano. Finita la prima repubblica, per il degrado di una classe politica che aveva finito  per ridursi a spartitori di mazzette in, purtroppo, molti casi,  i cittadini hanno giustamente cercato nuove leadership e nuovi soggetti politici. Dopo la fase berlusconiana, che non ci ha certo risollevato dal ristagno economico e sociale, i cittadini si sono rivolti ad altri soggetti, con idee in parte innovative ma spesso velleitarie. Pertanto, da una classe politica esperta ma, spesso, poco etica, siamo passati a rappresentanti forse più onesti ma certamente poco preparati. Data la attuale composizione del parlamento era difficile che uscisse qualcosa di buono. Il secondo governo Conte ha fatto il possibile, con molte carenze, ma dobbiamo anche tener conto di una situazione di partenza difficile per il degrado della sanità e della macchina pubblica in generale, con l'aggravante di ministri non sempre di grande spessore, visto il degrado qualitativo  dei nuovi eletti. Adesso non capisco e non condivido la mossa di Renzi che peggiora la situazione, non capisco anche la scelta di Conte di andare avanti con una maggioranza raccogliticcia che renderà governare ancora più difficile. Andremo, prima o poi alle elezioni, e vincerà la destra che avrà poco da gioire, infatti, con questa situazione e  con la scarsezza dei personaggi della destra, finiremo pure peggio; già prevedo che questa destra finirà per dare il colpo di grazia al paese sia per scelte sbagliate e sia perché non avrà sconti dall'Europa. Questo paese non si può salvare se non facciamo le cose giuste come ho scritto nel mio ultimo libro, ma, soprattutto, se non facciamo emergere, a tutti i livelli, delle nuove leadership, e di giovani e meno giovani preparati ne abbiamo ma questo devono capirlo i cittadini, non esistono scorciatoie e demiurghi con la bacchetta magica, ci servono persone preparate e non cazzari come ho già scritto in un altro post.