domenica 8 dicembre 2019

I sette peccati capitali dell'economia italiana- Carlo Cottarelli

Questo è l'ultimo libro del ormai famosissimo Carlo Cottrelli che scrive un libro all'anno ormai.
Quali sono i 7 vizi capitali? In realtà sono 6 e precisamente: evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia,il crollo demografico e il divario tra sud e nord. Su ognuno di questi l'autore mostra i dati anche di confronto con gli altri paesi e cerca di indicare cosa è stato fatto e cosa si può fare. Riconosce che ognuno di questi mali è endemico e quindi non spiega il fatto che il PIL sia rimasto stagnante nell'ultimo ventennio. Qui interviene l'ultimo vizio ovvero la difficoltà a convivere con l'euro. La tesi convince a un certo punto in quanto le difficoltà sono state comuni a molti paesi del sud europeo, anche se qualche paese, Spagna e Portogallo, sembra nell'ultimo periodo stia recuperando qualcosa. Questo ragionamento mi sembra un tantino contorto, infatti poi ammette che uscire dall'euro potrebbe risolvere i nostri problemi di produttività e di debito  per quanto oneroso con tagli ai salari reali e comunque sarebbe un periodo turbolento. Sarebbe preferibile  per Cottarelli  rimanere nell'euro e risolvere i problemi  dei 6 vizi capitali precedenti, ma ammette che sia difficile;comunque osservo che all'inizio aveva fatto notare che questi problemi non sono la causa del nostro rallentamento degli ultimi 20 anni per cui qualcosa non mi torna. La verità è che noi siamo  un paese problematico, che ha ingigantito  negli anni '80 il suo debito pubblico che è rimasto un fardello pesante da gestire, inoltre poco si è fatto per riformare in profondità il paese, se a questo aggiungiamo l'adozione dell'euro, che è stata una scelta azzardata in queste condizioni e ha indubbiamente condizionato il nostro sistema produttivo, abbiamo questo risultato. Cottarelli rimane una economista serio e onesto intellettualmente e il suo libro è comunque interessante e piacevole da leggere.

mercoledì 20 novembre 2019

Manifesto capitalista-Luigi Zingales

Il libro è di Luigi Zingales economista da molto tempo negli  Stati Uniti. Partiamo dal titolo, quello in italiano mi sembra un poco fuorviante mentre quello in inglese "Capitalism for the people" mi sembra più significativo. Infatti, Zingales è un fautore del mercato e del capitalismo ma il libro in larga parte è una critica riferendosi quasi esclusivamente agli Stati Uniti.
La critica di Zingales si concentra  sul fatto che il capitalismo ha imboccato una strada che lo allontana dalle origini portandolo ad alcune degenerazioni. I suoi strali in particolare si focalizzano sul mercato finanziario e il lobbismo. Del mercato finanziario, che  ha originato  la tremenda crisi del 2008, si è è perso il controllo grazie anche alle regolamentazioni che lo stesso sistema finanziario ha in qualche modo imposto alla politica. Il lobbismo, invece per quanto riguarda il mondo produttivo, è divenuto una pratica invadente che condiziona pesantemente anche qui la politica (teoria della cattura). Tutto ciò ha alterato lo spirito del capitalismo che dovrebbe essere concorrenza e meritocrazia. Le sue proposte sono di porre dei limiti a questa situazione con regole semplici ma efficaci, perché ogni complicazione in realtà favorisce le grandi corporations che possono sfruttare la complessità per trovare scappatoie ed eludere le regole. Insomma Zingales rimane un liberale a favore del mercato ma non dell'affarismo sfrenato, favorevole alla concorrenza perché è quella che produce nel tempo i migliori risultati per la società.
Sul fatto che le regole dovrebbero essere semplici sono perfettamente d'accordo, come che il mercato dovrebbe essere il più concorrenziale possibile. Quello che critico è che Zingales si concentra troppo sul mercato tralasciando che per elaborare e far applicare le regole serve uno Stato forte (e direi anche democratico), perché  la tendenza del mercato è quella  alla concentrazione come è successo nel'800 con le grandi compagnie petrolifere e oggi con i giganti del web. 
Un altro aspetto che non mi piace del libro è l'atteggiamento molto negativo verso il paese natio ovvero l'Italia; certo il nostro paese ha molti difetti sia in termini di corruzione che nepotismo, e per un giovane, come era  Zingales, che  avesse voluto entrare nel mondo dell' Università era, senza spinte o  compromessi, precluso. Resta che comunque il nostro è un paese comunque industrializzato e ricco con tante eccellenze, dove comunque il talento è meno premiato che negli Stati Uniti, ma non un paese da terzo mondo come l'autore a me pare descriverlo. Nel complesso un libro interessante ma divulgativo, che affronta i temi in maniera non eccessivamente approfondita e non paragonabile ai libri che ho segnalato recentemente in questo blog.

giovedì 31 ottobre 2019

Il terzo pilastro- La comunità dimenticata dallo Stato e mercati.( The Third Pillar) -Raghuran Rajan

L'autore del libro è un economista indiano che ha lavorato a lungo negli Stati Uniti, Chief Economist del FMI e insegna alla University di Chicago, autore di alcuni libri tra cui Terremoti Finanziari. I pilastri di cui parla l'autore sono: il mercato, lo Stato e le comunità locali.
Una buona parte del libro è dedicata alla ricostruzione storica, come dalla società feudale si siano andati sviluppando lo Stato nazione e il mercato, in parte favorendosi vicendevolmente. 
Il processo è stato lungo ed è partito dalla Gran Bretagna per poi estendersi a tutti le nazioni sviluppate. Nel '800 il mercato tende a prendere il sopravvento con la costituzione delle grandi corporation, con la conseguente reazione che tende a limitane l'estensione  con le prime leggi antitrust  negli Stati Uniti. 
Il terzo pilastro, le comunità locali tendono invece a perdere terreno col tempo. 
Dopo la Grande Depressione lo Stato tende a riappropriarsi del controllo di molte attività e ad ingrandirsi, processo che tende a continuare dopo la seconda guerra mondiale per circa 30 anni, in cui nei paesi occidentali avviene un grande sviluppo, con il mercato che mantiene  anche una funzione sociale. Le cose cambiano a partire dagli anni 70  con l'incremento della globalizzazione e la rivoluzione ICT, entrambe rafforzano il potere del mercato, divenuto transnazionale e meno sotto il controllo degli Stati nazionali che cominciano a perdere terreno incapaci e senza le necessarie risorse per tener fede alla promesse della politica nel dopoguerra sul welfare-state.
Viene pertanto crescendo il malcontento popolare, sopratutto dopo la grande crisi del 2008, con rinascita dei movimenti populisti di vario genere sia negli Stati Uniti e sia  in Europa. Alcune comunità con la delocalizzazione delle imprese tendono a diventare depresse e abbandonate, mentre fioriscono alcune città dove nascono le nuove imprese e attività ( ad es. Los Angeles e San Francisco).
Una parte del libro è anche dedicata alla storia e alle differenze tra i due giganti dell'est India e Cina con le loro specificità e con le loro debolezze.
Nella parte finale l'autore auspica un recupero delle comunità locali (localismo inclusivo), esemplificando alcuni casi di successo ma anche ammettendo che il processo non è semplice, e lo Stato dovrebbe favorire quanto più possibile anche il processo di decentramento. Anche il mercato dovrebbe cambiare, dovrebbe, ad esempio, essere garantita maggiore concorrenza, evitando ad esempio l'eccessivo potere di giganti (anche del web) o l'eccesso di difesa delle proprietà intellettuali.
La conclusione dell'autore è in sintesi  che in un paese evoluto i tre pilastri dovrebbero essere tutti abbastanza forti e bilanciarsi tra di loro.
Il libro è quindi complesso e interessante trattando molti argomenti, comunque con chiarezza espositiva, pertanto la mia sintesi è forzatamente riduttiva, un libro che consiglio caldamente di  leggere.
Per quanto riguarda la tesi dei tre pilastri, il sottoscritto ha sostenuto in questo post la necessità di equilibrio tra i poteri dove io al posto delle comunità indicavo la democrazia.
Concordo sul fatto che bisogna dare una aiuto alle comunità e decentrare alcune funzioni e attività dello Stato, anche se questo comporta sempre il rischio che le comunità meglio organizzate migliorino e quelle più povere continuino ad arretrare. Il punto è che io ho indicato la democrazia perché credo che sia un concetto più ampio e completo e forse dove sia possibile anche aver più spazio di manovra. Per aumento della forza della democrazia intendo maggiore partecipazione dei cittadini anche attraverso nuovi strumenti messi a disposizione dalle tecnologie, un miglioramento delle istituzioni che prevedano un  maggior coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni e nel controllo, con maggiore trasparenza del potere politico.  
Intendo, anche come indicato nel saggio di Manin, il superamento del concetto di democrazia intesa solo come democrazia parlamentare ed elettorale.

giovedì 17 ottobre 2019

Dirla tutta sul mercato globale ( Straight Talk on Trade) - D.Rodrik

Questo di Dani Rodrik è l'ultimo libro uscito nel 2018. Chi segue questo blog conosce bene questo autore avendo recensito i suoi libri e alcuni articoli,  quindi i temi trattati sono in parte noti. 
Il titolo del libro forse è un poco fuorviante in quanto gli argomenti trattati sono diversi e non solo relativi al mercato, si parla di Stato, di economia e di politica,  ovvero affronta temi molto ampi. 
Per quanto riguarda il commercio e gli accordi commerciali, Rodrik rimarca come la globalizzazione, pur con alcuni vantaggi, non è una panacea per tutti e l'allargamento del commercio produce vinti e vincitori; gli accordi di commercio poi (es. TPP) tendono più a difendere gli interessi delle multinazionali che dei cittadini. 
La globalizzazione ha poi ridotto spazi per lo Stato e anche per la democrazia. In alcuni casi, vedi Europa, l'unificazione economica e monetaria ha portato ad una riduzione della sovranità senza avere delle istituzioni adeguate e anche democratiche. Tutto ciò ha fatto nascere risentimento nelle classi medie e basse che hanno sofferto della crisi, della globalizzazione ma anche della evoluzione tecnologica, dando spazio ai populismi di destra che in Occidente fanno leva anche sulle divisioni etniche (immigrazione) come si è visto con Trump o anche in Europa (Le Pen e  Salvini). 
Una parte del libro è dedicata alla economia e agli economisti e ai rapporti con a politica. Rodrik critica l'atteggiamento di molti economisti che assumono che il loro modello sia quello giusto quando in economia i modelli sono molti e ognuno va adattato al contesto prescelto, non esistono quindi verità assolute e gli economisti sbagliano quando parlano in pubblico o danno consigli alla politica, dando per scontate alcune ricetteProprio in politica evidenzia  la importanza delle idee (innovative) perché anche la politica non può essere ridotta solo a lotta per interessi precostituiti; infatti spesso le élite fanno ricorso alle idee, vedi liberismo, per giustificare delle politiche che sono vantaggiose per pochi e non per la maggioranza.
I problemi in atto sono complessi e non esistono soluzioni facili né per i paesi sviluppati né per quelli in sviluppo, che difficilmente posso ripetere il percorso di quelli sviluppati e rischiano una non-industrializzazione o deindustrializzazione precoce a causa della evoluzione tecnologica. L'arretramento dello Stato non si risolve con una maggiore regolamentazione internazionale, primo perché sarebbe molto difficile attuarla in un mondo multipolare e poi perché non è utile; servono delle regolamentazioni internazionali solo per quanto riguarda i cambiamenti climatici mentre per il resto servono poche regole e bisogna dare di nuovo forza agli Stati e alla democrazia. Servono sopratutto nuove idee che sostituiscano il mito del mercato autoregolantesi e a sinistra leadership preparate e illuminate.
Il libro si rivela nel complesso molto interessante e si legge con piacere pur rimanendo rigoroso e ben documentato.

venerdì 6 settembre 2019

Interesse personale e interesse della nazione

Ebbene abbiamo il nuovo governo, per giudicarlo aspettiamo un poco. 
Ma come  è nato per l'interesse del paese o interessi personali? Vediamo gli attori. 
Salvini è il primo che ha affossato il governo precedente convinto di poter andare alle elezioni e portarsi a casa la maggioranza e il potere, ma gli è andata male, grazie anche al tempismo e trasformismo di  Renzi. Quest'ultimo, che pure in precedenza aveva affossato ogni tentativo di accordo PD 5 stelle, ha repentinamente cambiato idea, anche perché se si andava alle elezioni perdeva potere visto che gli eletti del PD sono in buona parte di sua scelta e, comunque, se vuole farsi un partito come credo sia probabile ha più tempo per organizzarsi. I 5 stelle con Di Maio rischiavano alle elezioni una ulteriore riduzione dei voti e Di Maio di sparire dai radar della politica; Di Maio ha dovuto abbozzare e non fare il vice-premier ma almeno per un poco continua ad essere il capo politico e uno straccio di  poltrona ministeriale se la tiene.
Zingaretti inizialmente era tentato ad andare ad elezioni così almeno si toglieva di torno qualche parlamentare renziano ma poi ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e fare l'accordo. Calenda è rimasto coerente con le sue idee e si è dimesso, fonderà un nuovo partito, apprezzo la coerenza ma c'è il rischio che la sua creatura si candidi alla irrilevanza come è successo a Monti. Grillo ha finalmente ripreso le redini del suo quasi partito benedicendo l'alleanza e stoppando le pretese di Di Maio, dimostrazione che il suo partito non esiste senza di lui e che non si può sfilare anche perché non ha fatto crescere abbastanza nessuno, lo stesso Di battista è un signor nessuno senza arte ne parte.
Insomma non nasce un governo sotto i migliori auspici, nato per interessi personali e per paura di affrontare le elezioni che per i due partiti si prevedevano poter essere una debacle. 
Personalmente penso che questi due partiti possano comunque fare meglio del precedente governo che ha fatto poche cose e alcune pure sbagliate e altre in cantiere che non promettevano niente di buono. Il programma al momento è un po generico con alcune cose buone sulla carta, credo che per il nostro paese sia meglio così, da questo guazzabuglio di interesse e paure potrebbe nascere anche qualcosa di buono e forse fermare la emorragia di voti verso il salvinismo che  mio parere è molto propaganda e poco costruttivo. Penso che ci siano molte cose che si possono fare per migliorare il paese se ci si rimbocca le maniche. Sopratutto bisogna riconquistare la fiducia di quelli che non votano e che potrebbero fare la differenza e arginare il voto di un elettorato troppo propenso a farsi abbindolare da promesse da marinaio.

lunedì 15 luglio 2019

21 Lezioni per il XXI Secolo-Harari-Mondadori

Dopo i suoi precedenti libri: Sapiens-Da animali a dèi e Homo Deus, Harari, docente di Storia all’Hebrew University di Gerusalemme, ci propone un nuovo libro.
Sono 21 gli argomenti su cui Harari si sofferma nei 21 capitoli del libro ma, mentre nel primo libro era rivolto al passato e nel secondo al futuro, in questo si concentra sul presente.
Da una parte si sofferma sulla evoluzione della tecnologia che sta cambiando in maniera radicale il modo di vivere degli esseri umani, la tecnologia non solo rischia di creare un vuoto a livello occupazionale ma, sopratutto, evolve con una velocità superiore rispetto alla capacità umana di adattarsi. L'Intelligenza Artificiale potrebbe renderci la vita migliore ma, d'altra parte, rappresenta un grande rischio dal momento in cui questa potrà capire i nostri gusti e orientare le nostre scelte meglio di quanto riusciamo a fare noi stessi. Il rischio è quello di venir soppiantati dalle intelligenze artificiali passando così da fruitori/padroni a strumenti/servi delle élite che detengono strumenti di controllo cosi potenti.
Un secondo tema è quello delle narrazioni: politiche, religiose o morali. Tali narrazioni, in passato, hanno svolto il compito di unire ma anche dividere i gruppi sociali creando società e imperi ma generando anche guerre. Il punto centrale è che quasi tutte le narrazioni non sono più in grado di dare risposte ai grandi problemi del presente e non danno anche risposte sul senso della vita.
Le narrazioni politiche il liberalismo, un po in decadenza, e il nazionalismo in ascesa sembrano decisamente insufficienti per risolvere i grandi problemi attuali, ad es. il riscaldamento globale. D’altra parte anche le grandi religioni che hanno svolto un ruolo nel passato di coesione sociale, ma che l'autore critica aspramente, hanno perso capacità di prospettare una vera alternativa al senso di minaccia che incombe sul nostro futuro prossimo. Le grandi narrazioni che hanno accompagnato l’umanità per secoli sembra pertanto si stiano sgretolando. Per l'autore l'alternativa rimane il laicismo, un laicismo consapevole, al franare delle verità infallibili, essere ignoranti non è un problema lo è l’essere ignorante pensando di avere la verità in tasca. Se per secoli la filosofia ha spinto gli uomini a conoscere loro stessi, certamente questo imperativo non è venuto meno, al contrario diventerà ancora più importante. Se gli algoritmi capiranno meglio di noi ciò che ci accade, il controllo della nostra vita passerà davvero a loro.
Il messaggio conclusivo, alla fine del libro, è che dobbiamo sopratutto indagare su chi siamo, al di là di ogni narrazione, per scoprire davvero chi siamo. Soltanto così alla fine potremo davvero sostituire alle narrazioni una reale e vera conoscenza di noi stessi. Harari, come sempre, riesce a scrivere dei libri molto piacevoli e interessanti da leggere, rispetto ai due precedenti però questo libro risulta, a mio parere, molto meno convincente con pochi temi veramente nuovi.


mercoledì 5 giugno 2019

Commento post elezioni euopee

Le elezioni europee sono finite per fortuna, non ne potevo più di questa propaganda elettorale di basso livello. Ha vinto la Lega, hanno  perso, e male, i 5 Stelle, il Pd tiene, Berlusconi arranca e la Meloni avanza un poco. Niente di sorprendente, forse i numeri dei 5 Stelle sono peggiori del previsto e la Lega conferma i trend dei sondaggi; tutto previsto è da quando hanno fatto il governo che era chiaro che Salvini, più esperto, scaltro e navigato, avrebbe drenato voti. Dei 5 Stelle si conferma la mancanza di una vera leadership, se l'alternativa a Di Maio è Di Battista non promette niente di meglio, inoltre manca una strategia politica, l'attuale è un mix di istanze confuse e "barricadere " insieme al tentativo di rassicurare, non si può andare al governo pensando di fare sempre opposizione. Salvini manda messaggi semplici e chiari che vanno al cuore della gente, anche se alcuni sono sbagliati e altri pericolosi o controproducenti o semplici arruffianamenti elettorali, ma così funziona la politica. Nel PD Zingaretti ha cercato di evitare e comporre le rotture renziane, il suo carisma è basso è non sento grandi idee, almeno Calenda si mostra più preparato con un programma con dei contenuti condivisibili, e infatti almeno a livello personale ha avuto consensi, ma il mondo della sinistra non lo ama e lo osteggia quindi non lo appoggia, anzi se potesse lo distruggerebbe come ha fatto anche in passato con altri. La sinistra-sinistra è vittima delle continue divisioni, purtroppo non abbiamo neanche un partito verde forte e innovativo che potrebbe raccogliere voti a sinistra e nel voto giovanile. Non capisco neanche la Bonino che corre da sola e infatti non fa eleggere nessuno.
Salvini vince nonostante la battaglia contro di lui, che come al solito tende a demonizzare l'avversario, stesso errore fatto con Berlusconi, non è così che si sconfigge l'avversario e si riportano i voti a casa. La realtà è che ci sono state 22 milioni di persone che non hanno votato, ciò dimostra, al di là del fatto che queste erano elezione europee, che c'è una domanda di politica che non trova offerta.  Il futuro più probabile è che Salvini, prima o poi, si presenti all'incasso e vinca, e con la Meloni e pezzi di Forza Italia, ormai allo sbando,  possa governare, che sappiano farlo bene e nell'interesse del paese ho molti dubbi, perché se le soluzioni sono la flat tax e i minibot proprio non ci siamo. 
Qualche consiglio per gli altri.
I movimento 5 Stelle è in caduta libera se non riprende il comando Grillo, di cui spesso non ho spesso condiviso idee e atteggiamenti, rischia di perdere ancora voti, comunque non si costruisce un partito senza creare le condizioni per avere una leadership credibile e fino ad oggi non hanno fatto niente per costruirla.
Per il centro sinistra invece serve un opera di svecchiamento quasi totale. Prima di tutto non siamo più nei gloriosi, si fa per dire, anni '70, non esiste più una grande classe operaia, il mondo del lavoro è molto frammentato con situazioni disparate: dai disoccupati cronici, ai sottoccupati, gli occupati delle nuove tecnologie e servizi che non sono gli operai di una volta, insomma pensare di ritornare al PCI di Berlinguer è solo illusione retorica. Anche il mantra del "più Europa" andrebbe profondamente rivisto. L'Europa dell'euro degli ultimi 20 anni avrà avuto anche qualche aspetto positivo ma gli errori fatti, sia di impostazione e poi nell'affrontare in maniera sbagliata la crisi, hanno creato un gap di credibilità  nei cittadini verso delle istituzioni europee che difficilmente si può risolvere ripetendo le solite frasi fatte, mentre la realtà dei fatti è che molte persone si sentono impoverite e più insicure, facile preda del sovranismo. Anche nella sinistra serve gente nuova e sopratutto preparata che capisca che la Europa e la globalizzazione non sono la panacea sperata, quindi con le passate politiche bisogna prendere le distanze. 
Le soluzioni in parte sono anche  quelle che propone l'Europa ma senza accettarle tutte passivamente. E' chiaro che non si può tornare indietro, ma le riforme che servono devono guardare avanti senza lasciare nessuno indietro. Servono nuovi ammortizzatori sociali per proteggere ma dare opportunità di lavoro, a   questo serve anche  una formazione migliore e più orientata al lavoro anche quello che verrà, serve più ricerca, investimenti materiali e immateriali, serve una burocrazia rinnovata più efficiente e che non soffochi la iniziativa privata, una macchina fiscale più semplice che  eviti la evasione ed elusione di massa e dei grandi gruppi, una giustizia civile veloce ed efficace, bisogna dare spazio alla imprenditorialità che crea nuovi posti di lavoro e stangare quelli che cercano di approfittare solo delle rendite, non stangare i pensionati ma non guardare solo ad essi ma a quei tantissimi giovani senza lavoro e speranza. L'Italia può farcela, è un grande paese pieno di energie e intelligenze, ma queste intelligenze bisogna valorizzarle e la politica non può essere il ricettacolo dei peggiori fancazzisti che vengono a pontificare di cose che non conoscono, per un paese che vuole rimanere una potenza industriale serve gente seria e preparata, e anche un elettorato che non si faccia abbindolare da promesse irrealizzabili.