martedì 24 agosto 2021

L'età della disgregazione-Alessandro Roncaglia

 Alessandro Roncaglia è un economista molto famoso che ha insegnato alla Sapienza (Università di Roma), è autore di numerosi libri, in particolare ho letto il suo: La ricchezza delle idee, libro di storia economica. In questo libro completa la trattazione approfondendo la storia economica dal dopoguerra ad oggi. Pertanto, a parte qualche cenno sugli economisti sino a Keynes, inizia trattando in maniera specifica Hayek e Sraffa. Il libro prosegue con la sintesi neoclassica di Samuelson. Una parte importante è  dedicata a Friedman, la scuola di Chicago e i suoi successori, ad esempio Lucas. La lista di argomenti trattati è comunque molto lunga, dalle teorie dell'equilibrio, a quelle dello sviluppo sino ai post keynesiani e molto altro. Il libro pertanto copre una parte di storia economica generalmente non tratta nei libri di storia economica. E un testo molto approfondito e molto dettagliato, pieno di riferimenti interessanti. È scritto in maniera chiara, le parti matematiche sono rinviate ad appendici, comunque per essere compreso occorre una preparazione economica universitaria di base, o in alternativa aver letto il mio libro, infatti il mio oltre a spiegare i classici esamina anche alcuni dei più importanti moderni economisti del dopoguerra in maniera meno sintetica e più didattica. Un libro molto dettagliato, quindi, e per esperti, per quanto mi riguarda avrei preferito che approfondisse alcuni argomenti e idee con alcune scelte piuttosto che essere quasi onnicomprensivo. In ogni caso l'autore pur citando le teorie cosiddette mainstream le critica evidenziandone i limiti teorici e pratici.

venerdì 20 agosto 2021

La fuga dal Afghanistan

 In questi giorni, su tutti i media, stiamo assistendo alla ritirata precipitosa dal Afghanistan. Molti hanno titolato: la sconfitta dell Occidente, certo non è un spettacolo bello. In effetti se consideriamo vent'anni di occupazione si tratta di un fallimento completo. La frase "esportare la democrazia" dovrebbe sparire dal lessico, infatti la democrazia può essere al massimo importata e non esportata, con ciò voglio dire che è un processo che pur prendendo spunto dall'esterno parte da dentro una nazione, importarla dall'esterno non tenendo conto della storia, tradizioni, situazione economica e sociale del paese non ha senso e, soprattutto,  non funziona. La storia delle attuali democrazie è una storia lunga e tortuosa, con possibili cadute come è successo in Europa nel primo dopoguerra e come vediamo succedere ad esempio in Turchia e in Ungheria. Come ha scritto qui Rodrik per avere un democrazia veramente liberale ci vogliono delle condizioni precise e difficili da attuare, per cui pensare di impiantare una democrazia non e una impresa facile, anzi direi impossibile, tanto più poi tali operazioni sono condotte male, mal preparate poiché le vere intenzioni sono altre, quasi sempre economiche. E un peccato che noi italiani ci siamo prestati, con grandi costi economici e di vite, a queste sciagurate operazioni, in particolare in Iraq dove ben ha fatto la Germania a tenerse fuori. Come scritto nel libro Shadow Élite, le vere motivazioni, ad esempio in Iraq, sono ben altre e poco hanno a che fare con i nobili ideali della democrazia. Personalmente non mi sorprende l'Afghanistan, semmai noto un poco di ipocrisia  perché stragi di innocenti, donne e civili avvengono in molti luoghi  passando nel silenzio e dimenticati da tutti, l'Afghanistan ci colpisce solo perché siamo stati e siamo ancora lì. Non possiamo salvare il mondo, ma noi occidentali, che governiamo ancora il mondo (con una Cina che geopoliticamente guadagna spazio) e che abbiamo sfruttato per secoli popoli e nazioni potremmo fare di più, anche perché banalmente ci conviene se non vogliamo che i problemi ci ricadano addosso come emigrazioni incontrollate o terrorismo. Ma non mi stanco di ripetere abbiamo  bisogno di vere élite preparate e lungimiranti non condizionate dai potentati economici o dai sondaggi elettorali.

lunedì 7 giugno 2021

The Deficit Myth- Stephanie Kelton

  I miti che con questo libro l'autrice, economista che insegna alla Università del Missouri,  vuole confutare sono tutti elencati nella introduzione. Il primo mito è che la gestione del budget del governo sia simile a quella di un cittadino. Il secondo è che il deficit sia sintomo di eccesso di spesa. Il terzo mito è che il deficit sia un peso per le future generazioni. Il quarto mito è che il deficit spiazza gli investimenti privati e mina la crescita di lungo termine. Il quinto mito è che il deficit rende gli Stati Uniti dipendenti dagli stranieri. Infine, il sesto mito è che i diritti (spese del welfare) ci stiano portando verso una crisi fiscale di lungo termine.
Relativamente al primo mito, cioè che il budget del governo sia simile a quello dei cittadino, per prima cosa bisogna evidenziare che la sostanziale differenza sta nel fatto che la Federal Riserve ha la piena autorità di emettere dollari. E' poi da respingere la idea che siano le tasse che creino la domanda per moneta del governo (differenza tra chi emette moneta e chi la usa). Le tasse, in realtà, sono un mezzo per cui il governo altera la distribuzione della ricchezza e dei redditi. Prima che qualcuno paghi le tasse qualcuno deve lavorare per guadagnarsi la moneta, non è quindi vero che tassazione e prestiti (emissione di bond) precedano la spesa.
Va evidenziato che la teoria monetaria (MMT-Modern Monetary Theory) che l'autrice difende non è un pasto gratis, e neanche asserisce che non vi siano limiti, piuttosto lo scopo è dare la priorità alle esigenze umane riconoscendo, allo stesso tempo, i veri limiti della economia e delle risorse.
Il deficit non è evidenza di eccessiva spesa, una spesa eccessiva si manifesta solamente quando si accende l'inflazione. Il budget è solo un mezzo per aggiungere o sottrarre denaro a tutti noi, In realtà il deficit aggiunge più denaro di quanto ne sottragga, è un surplus fiscale che sottrae più denaro di quanto ne dia. Semmai è la disoccupazione sintomo di un deficit troppo piccolo.
L'autrice poi critica il concetto di tasso naturale di disoccupazione (NAIRU), di fatto non è qualcosa che la FED possa calcolare od osservare, e le stime sul NAIRU si sino dimostrate spesso sbagliate. C'è una fede nella idea che ci sia qualcosa come un inesplicabile limite alla potenziale occupazione che causa il fatto che la FED sottostima regolarmente di quanto potrebbe cadere il tasso di occupazione. Il doppio mandato della FED (massima occupazione e stabilità dei prezzi) si basa sulla erronea credenza che ci sia un trade-off tra troppa disoccupazione e troppo poca.
Si ha evidenza di spesa insufficiente ogni qual volta vi è  capacità non utilizzata.
Le idee di Abba Lerner (Functional Finance), da cui origina la MMT, sono che, con sufficiente domanda aggregata, i policy makers possano mantenere la prosperità mantenendo l'economia al pieno potenziale tramite l'applicazione permanente della politica fiscale. Tasse e spesa possono essere manipolate per tenere l'economia in equilibrio. Per la MMT ciò non è però sufficiente, bisogna piuttosto garantire una garanzia federale sul lavoro che promuove la piena occupazione e la stabilità dei prezzi.
In una economia profondamente depressa vi è un grande spazio fiscale perché le imprese operano con molta capacità di riserva e ci sono molti lavoratori disponibili per essere assunti. Solo quando siamo vicini alla piena occupazione le risorse reali iniziano a diventare scarse.
Il governo non vende i titoli (bond) perché ha realmente bisogno di soldi ma per controllare il tasso di interesse. Non esiste una quantità di denaro prefissata, il limite è la capacità di assorbire quantità addizionali di moneta senza spingere in alto la inflazione.
Secondo l' economista Blanchard il debito è sostenibile se il tasso di crescita dell'economia (g) è maggiore del tasso di interesse pagato sui titoli (r), mentre la MMT da più importanza alla inflazione rispetto alla relazione tra r e g.
Le serie storiche sull'andamento dell'economia mostrano che si cerca di ridurre il debito la economia cade in depressione. Le tasse non sono importanti perché aiutano il governo a pagare i conti, sono piuttosto importanti per prevenire che le spese creino inflazione. La vendita di bond non è importante per finanziare il deficit fiscale, ma perché riduce l'eccesso di riserve che permette alla FED di agire sul tasso di interesse. Di fatto per ogni deficit che si crea si crea un surplus in qualche altra parte dell'economia. Il deficit fiscale non significa un inevitabile aumento dei tassi di interesse, i tassi di interesse sono una scelta politica e non imposti dai prestatori di fondi. Inoltre, regolare il flusso di capitali internazionali è una misura permanente che aiuta le nazioni a raggiungere un elevato livello di sovranità monetaria.
La MMT non pretende che il potere di emettere moneta dia il potere di fare qualsiasi cosa. Dobbiamo prepararci investendo oggi in quelle cose che ci rendono più produttivi per raggiungere i nostri obiettivi senza generare inflazione
I veri deficit che contano sono altri: il deficit di buoni lavori, di risparmi, di sanità, di educazione, di infrastrutture, del clima, e di democrazia.
Il mito del deficit ha impedito che il Congresso degli Stati Uniti usasse il suo potere per aggiustare i deficit reali della nostra economia.
Per MMT la sfida critica è gestire la inflazione. Il suo scopo è fornire una migliore visione di insieme, che aiuti a vedere un insieme di politiche che possano rendere l'economia più sana. Il più potente stabilizzatore automatico che si può introdurre è la garanzia federale sul lavoro, tramite emissione di moneta il governo ha il potere di eliminare la disoccupazione, semplicemente offrendo di assumere disoccupati. L'assicurazione contro la disoccupazione rimpiazza solo una parte dei redditi persi anche perché non tutti i lavori sono coperti da tale assicurazione. Il vantaggio maggiore della garanzia federale sul lavoro è di stabilizzare la disoccupazione durante il ciclo di business. Comunque il governo federale non è in grado di identificare al meglio le necessità più pressanti delle comunità per questo le agenzie governative devono lavorare con partners delle comunità.
Esistono però dei limiti, ogni economia ha una sua velocità limite, ogni qual volta l'economia raggiunge la piena occupazione ogni spesa aggiuntiva porta al rischio di inflazione. Sono le capacità tecniche e le risorse materiali le uniche cose che possono limitare le nostre possibilità.
Nel complesso è un libro interessante, quello che dice non è nuovo ma per chi  ha studiato Keynes e i suoi successori sono concetti noti, anche se per molti alcuni concetti possono sembrare paradossali mi trovo sostanzialmente d'accordo con molte delle affermazioni dell'autrice circa il funzionamento di una moderna economia monetaria. D'altra parte come afferma la stessa autrice alla fine del libro: “la MMT non ha un pacchetto di politiche per affrontare tutti i problemi. È soprattutto una descrizione di come funziona una moderna moneta fiat (1) “. Quindi se accettiamo questo limite, il libro, che è molto chiaro in molte parti, rappresenta un buon ausilio per capire che molte cose che ci vengono propagandate sul funzionamento dell'economia sono, spesso, non del tutto vere. 
Ho qualche perplessità su alcuni punti, come pure sulla garanzia federale sul lavoro, giusta in teoria ma non riesco ben a vedere la applicazione pratica nella realtà. Rimango convinto che comunque quello che conta di più sia l'economia reale e quindi la prosperità di una nazione è cosa più complessa. La moneta, come diceva Friedmann, sicuramente conta, cosi come è importante la sovranità monetaria, ma come sappiamo contano anche molte altre cose per  creare e mantenere la crescita economica, e non solo economica, di una nazione.

1.Moneta fiat o legale, per chi non lo sapesse, significa una valuta nazionale non ancorata al prezzo di una materia prima, come l'oro ad esempio, vale quindi solo per fiducia nella autorità che la emette. Di fatto tutte le monete degli Stati moderni sono di questo tipo.


mercoledì 2 giugno 2021

Liberalismo Politico- John Rawls

Alcune premesse prima di parlare di questo libro. John Rawls è un filosofo politico molto famoso per il suo libro Teoria della Giustizia, che è uno dei saggi politici più famosi del dopoguerra, ed era dunque difficile non parlarne in questo blog.

Ho scelto di recensire Liberalismo Politico perché successivo a Teoria della Giustizia (Teoria) e quindi contiene alcune modifiche anche in risposta alle critiche ricevute. In particolare, mentre Teoria si presenta come una unica dottrina (comprensiva) il Liberalismo Politico assume una pluralità di dottrine (ragionevoli).
La domanda che si pone l'autore è fondamentalmente: come è possibile che esista e duri nel tempo una società stabile e giusta di cittadini liberi e uguali profondamente divisi da dottrine religiose, politiche, morali.
Il concetto fondamentale è quello di ottenere un consenso per intersezione, infatti le teorie di Rawls, come egli stesso afferma, sono un tentativo di portare a un livello più alto le dottrine del contratto sociale.
Il punto di partenza sono i due principi di giustizia che sono:
a) Ogni persona ha uguale titolo a un sistema pienamente adeguato di uguali diritti e libertà fondamentali; l'attribuzione di questo sistema a una persona è compatibile con la sua attribuzione a tutti, ed esso deve garantire l'equo valore delle uguali libertà e solo di queste.
b) Le diseguaglianze sociali ed economiche devono soddisfare due condizioni; primo, esser associate a posizioni e cariche aperte a tutti in condizioni di equa uguaglianza delle opportunità; secondo, dare il massimo beneficio ai membri meno avvantaggiati della società.
Questi due principi, di cui il primo è prioritario, sono quelli che le regolano le istituzioni (di base).
I due principi devono assicurare la garanzia dell'equo valore delle libertà politiche che dunque non sono puramente formali e l'equa uguaglianza (non puramente formale) delle opportunità. Inoltre, secondo il principio di differenza, che le diseguaglianze sociali ed economiche associate a cariche e posizioni devono essere regolate in modo che, quale sia il loro livello, esse vadano a beneficio dei membri meno avvantaggiati della società.
Lo scopo della giustizia come equità è pratico, cioè una concezione che può essere condivisa dai cittadini come base di un accordo politico ragionato, informato e volontario, indipendente da dottrine filosofiche e religiose, attraverso il consenso per intersezione.
La cooperazione è in equi termini, ovvero tale che ogni partecipante possa accettare a patto che tutti gli altri accettino (Reciprocità).
L'accordo si basa sul fatto che i cittadini sono liberi e uguali, e questi quindi hanno due poteri morali: capacità di avere giustizia, concepire il bene e comunque i poteri della ragione.
Per raggiungere una accordo tra i cittadini le condizioni devono essere appropriate (posizione equa), per ottenere questo Rawls introduce due artifici: la posizione originaria e il velo di ignoranza (vedi Teoria) .
Questo accordo da luogo a una società ben ordinata dove ognuno accetta gli stessi principi di giustizia.
Quello che l'autore vuole realizzare è un “costruttivismo politico” in opposizione al costruttivismo morale di Kant.
La sua non è una dottrina comprensiva, i principi di giustizia politica si ottengono come procedura di costruzione basata sulla ragione pratica e fa a meno del concetto di verità.
La società politica si basa sulla ragione pubblica, cioè la ragione dei cittadini, soggetta al bene pubblico; la ragione pubblica non si riferisce a tutte le questioni politiche ma agli elementi costituzionali essenziali e problemi di giustizia fondamentali. I cittadini affermano quindi l'ideale di ragione pubblica non per un compromesso politico ma all'interno delle proprie dottrine ragionevoli. Delinea, poi, quello che definisce struttura di base cioè il modo in cui le principali istituzioni sociali si combinano formando un sistema unico che assegna i diritti e doveri fondamentali.
Il ruolo della struttura di base consiste nel garantire che le azioni di individui e associazioni abbiano luogo in condizioni di fondo giuste.
Le libertà fondamentali (di pensiero, di coscienza, politiche, di associazione ecc.) formano una famiglia ed è questa famiglia ad avere priorità non una qualsiasi libertà singola, cioè le libertà fondamentali si limitano l'un l'altra (autolimitanti).
Infine, definisce quelli che sono i beni primari cioè le cose necessarie per consentire alle persone di perseguire la propria concezione determinata del bene e di sviluppare i due poteri morali.
In sintesi è un libro complesso e molto filosofico di cui tentare una sintesi è praticamente impossibile. Per me, abituato a leggere di contenuti più pragmatici e meno filosofici, riesce difficile dare un giudizio sulla importanza e validità delle idee di Rawls e della loro applicabilità nella realtà politica e sociale.

sabato 22 maggio 2021

I due concetti di libertà- Isaiah Berlin

 

Questo breve saggio scaturisce da una lezione inaugurale, nel 1958, della cattedra di teoria politica a Oxford.
Le due libertà sono i due concetti di libertà che vengono definiti come libertà negativa e positiva.
La prima su cui si concentra inizialmente l'autore è la libertà negativa, cioè un individuo è libero quando nessuno interferisce con la sua attività, o anche quando la persona può agire senza essere ostacolata. Viene quindi anche definita come libertà “da”. Questo concetto è stato soggetto a lunga  discussione, avvenuta nei secoli tra gli studiosi, su quanto deve essere ampia l'area di non interferenza, visto che la non interferenza assoluta non può esistere in una società. In pratica la discussione si è quindi incentrata sul confine tra  l'area privata e l'autorità pubblica a cui gli autori hanno dato risposte diverse. In questo senso la difesa della libertà assume il carattere “negativo” di respingere la interferenza, dove non interferenza va intesa come opposto di coercizione. In ogni caso l'autore afferma che la libertà non è connessa alla democrazia ovvero non vi è connessione tra libertà individuale e principio democratico.
La seconda parte del saggio si concentra sulla libertà positiva (libertà "di"), in cui l'individuo è padrone di se stesso, cioè esista la volontà di essere soggetto, in altre parole sono padrone di me stesso e schiavo di nessuno. L'autore evidenzia come il razionalismo filosofico (Kant) ha espresso il concetto di libertà come autocontrollo, e il passaggio da libertà priva di leggi a libertà in conformità alle leggi, che nel caso ideale porta a far coincidere libertà con la legge e autonomia con autorità.
L'autore evidenzia come la pericolosa evoluzione di queste idee può portare da un individualismo severo (Kant) alla degenerazione di dottrine totalitarie.
Per l'autore è importante sottolineare che bisogna invece costruire una società in cui esistono confini alla libertà che a nessuno è consentito varcare, nessun potere può essere considerato assoluto.
Nelle conclusione Berlin avverte che la idea sperare di trovare un unica formula in cui si possano realizzare armoniosamente tutti i diversi fini degli uomini è dimostrabilmente falso. 
Il pluralismo con la quantità di libertà negativa che esso comporta lo considera un ideale più vero, in quanto riconosce che gli obiettivi umani sono molteplici e non tutti commensurabili.

lunedì 5 aprile 2021

Cosa ha veramente detto Keynes

 

Oggi parleremo dell'economista più famoso e citato del XX secolo ovvero John Maynard Keynes e del suo libro più famoso: La teoria generale dell'occupazione, moneta e interesse; questo libro è uno dei più citati ma forse meno letti, infatti, a dispetto della sua fama, è un libro difficile e come disse Samuelson: «E’ un libro scritto male, non bene organizzato », ma aggiunge «Quando alla fine si riesce a comprenderlo appieno […] è un opera di un genio».
Il suo libro e il suo contenuto viene considerato rivoluzionario perché in molti aspetti si discosta dalla teoria dominante, quella Neoclassica, in cui Keynes era stato allevato avendo avuto come maestro Marshall, arrivando a mettere in discussione alcuni dei fondamenti della disciplina economica.
In particolare nel libro (Teoria Generale) afferma: «I postulati della teoria classica sono applicabili soltanto ad un caso particolare e non al caso generale, essendo la situazione che essa presuppone, solo un caso limite di tutte le posizioni possibili di equilibrio»1. Quindi, più che criticare la coerenza logica della teoria classica, Keynes evidenzia che questa si applica solo a un caso limite in cui può trovarsi l’economia reale.
La sua critica si rivolge alla cosiddetta legge di Say, la quale in sostanza afferma che la produzione, generando redditi, crea la domanda in grado di assorbire la produzione stessa, cioè alla fine del ciclo sia ha: Produzione=Spesa.
In realtà Keynes non rigetta completamente questa affermazione ma una sua derivazione, ovvero che la produzione è quella massima che garantisce la piena occupazione. Questo corollario deriva dal fatto di considerare il mercato del lavoro completamente flessibile per cui, eventuali diminuzioni transitorie di produzione e aumento di disoccupazione, costringono i lavoratori ad abbassare i salari, questo spinge gli imprenditori ad aumentare nuovamente la produzione e la occupazione (questa teoria era stata espressa da Pigou altro maestro di Keynes), per Keynes invece i salari nominali sarebbero nel breve periodo abbastanza rigidi.
Per Keynes è invece fondamentale la domanda, e qui entra in gioco un aspetto non preso in considerazione dai neoclassici cioè le aspettative; gli imprenditori generano produzione e occupazione in base alle prospettive di vendita e guadagno, se le prospettive non sono favorevoli tenderanno a rimandare gli investimenti e a non aumentare o anche diminuire la produzione, indipendentemente da eventuali diminuzioni dei salari che, secondo Keynes, non farebbe che peggiorare la domanda. Infatti, la domanda di beni è composta da domanda di beni di consumo (C) e di beni di investimento (I), cioè C+I, dove i consumi sono determinati dai redditi dei consumatori mentre gli investimenti dalle scelte degli imprenditori, la domanda che effettivamente si manifesta in un certo momento (domanda effettiva) potrebbe, in alcuni momenti come le recessioni, non essere in grado di garantire un produzione che genera la massima occupazione. La figura seguente dimostra graficamente la situazione.










Per questo le indicazioni di Keynes per uscire dalle crisi sono di non limitarsi ad abbassare il tasso di interesse per stimolare gli investimenti. Infatti, questa operazione funziona solo fino ad un certo punto, per uscire da una recessione bisogna aumentare la domanda utilizzando la leva della spesa pubblica (G)2 oltre che a una diminuzione delle tasse, che aumentando i redditi tende ad aumentare i consumi, ma anche in questo caso c'è un limite cosiddetto della trappola della liquidità, in cui i soggetti preferiscono tesaurizzare moneta piuttosto che spenderla (moneta vista come riserva di valore).
Per la visione dei neoclassici l'interesse era in grado di portare sempre in equilibrio la offerta di risparmio con la domanda di investimenti, mentre per Keynes: «Il tasso di interesse non è il prezzo che porta in equilibrio la domanda di mezzi da investire con la disposizione ad astenersi dal consumo presente. E’ il prezzo che equilibra il desiderio di tenere la ricchezza in forma liquida con la quantità di denaro disponibile; Il tasso di interesse non può essere una ricompensa per il risparmio [...] al contrario è la ricompensa per l’abbandono della liquidità »3. Questo aspetto denota la importanza che Keynes riservava alla moneta e al fatto che il tasso di interesse si crea nel mercato della moneta, determinato dalla intersezione tra domanda di moneta (denaro che i privati vogliono detenere) e la offerta di moneta.
Ovviamente nella Teoria Generale c'è molto più di quello che ho sinteticamente qui espresso. Troviamo moltissimi concetti nuovi e innovativi, dal concetto di moltiplicatore degli investimenti o spesa su cui c'è ancora molto dibattito tra gli economisti, il concetto di efficienza marginale del capitale, della propensione marginale al consumo e molto altro, oltre a moltissime considerazioni interessanti. E' quindi un libro ricco ma difficile, che va letto più volte per essere pienamente apprezzato.
Le teorie di Keynes furono successivamente rielaborate in forma analitica da J. Hicks, che per questo ricevette il premio Nobel per l’economia. Hicks riuscì quindi a sintetizzare in poche equazioni, la teoria di Keynes, arrivando al famoso modello IS-LM che è compreso in tutti i corsi di Macroeconomia, e a cui più avanti potremmo dedicare anche un post.
C’è da dire, comunque, che tale modello se da un lato rappresenta un ottimo strumento sintetico di analisi, d'altra parte ha ricevuto molte critiche e secondo alcuni ha condotto ad un keynesismo riduttivo (definito da qualcuno “idraulico”) che non riflette completamente la complessità del pensiero di Keynes, escludendo alcuni aspetti come le aspettative e la incertezza, tant'è che Minsky, uno degli economisti che più ha studiato il pensiero di Keynes, ha affermato: «Keynes senza incertezza è l’Amleto senza il Principe»4
Potete trovare una descrizione più dettagliata e completa delle idee di Keynes nel paragrafo dedicato a lui del mio libro: Le idee dell'economia.


Di seguito riporto alcuni riferimenti bibliografici utili, alcuni recensiti su questo blog.


J.M.Keynes -Teoria dell' occupazione, interesse e moneta-Torino, UTET, 1947.
H.P.Minsky-Keynes e l'instabilità del capitalismo-Torino, Bollati Boringhieri-1981
A.H.Hansen-Guida allo studio di Keynes-Napoli,Giannini Editore,1964.
F.Saraceno-La scienza inutile-Milano,Luiss University Pres,2018.
G. La Malfa-John Maynard Keynes-Milano, Feltrinelli, 2015.


Note:
1 J.M. Keynes, Teoria generale, cap. 1.
2La domanda effettiva diventa infatti C+I+G.
3 J.M. Keynes, Teoria generale, cap. 13.
4 H.P. Minsky, Keynes e l'instabilità del capitalismo, pg.78.

lunedì 8 marzo 2021

Popolo, Potere e Profitti- Joseph Stiglitz- Un capitalismo progressista in un epoca di malcontento

 Questo è l'ultimo libro di Stiglitz, di cui abbiamo recensito altri libri e pubblicazioni. I temi non sono completamente nuovi ma riguardano quelli precedentemente trattati negli altri suoi (di Stiglitz) libri. In particolare l'autore stigmatizza la crescita della diseguaglianza nell'ultimo periodo, dove a guadagnare nei paesi occidentali è stata solo la parte apicale dei percettori di reddito mentre i redditi medio bassi sono rimasti stagnanti. 

Un altro aspetto rilevante è il potere di mercato delle grandi corporation e compagnie finanziarie. Il potere di mercato c'è sempre stato, con tentativi di porgli limiti grazie alle regolamentazioni e leggi antitrust ma, nell'ultimo periodo, sta mutando con crescita di potere di monopolio sia dovuto alla globalizzazione e sia per il ruolo  delle grandi imprese digitali (Facebook, Google, Amazon, ecc.), che richiederebbe l'aggiornamento delle regole anti trust.

Un capitolo è dedicato alla globalizzazione e alle sfide che essa pone. La globalizzazione non avvantaggia tutti, come è ormai palese, ma le ricette per bilanciarne gli effetti non sono quelli delle lotte commerciali e le barriere doganali (protezionismo)  iniziate dall'amministrazione Trump.

Altro capitolo è dedicato alle disfunzioni del sistema finanziario che hanno causato tanti danni alla economia con la grande recessione, e le cui riforme sono state al momento molto blande vista la grande influenza che le istituzioni finanziarie hanno sul potere politico.

Ulteriore aspetto trattato è la sfida delle nuove tecnologie, queste hanno sempre comportato dei cambiamenti notevoli sul lavoro e quelle della intelligenza artificiale sicuramente possono avere impatti devastanti se non ben gestite, parallelamente vanno regolamentati l'uso e la detenzione dei dati che possono alterare non solo il mercato ma anche le regole della  democrazia, come si è visto recentemente.

Nell'ultima parte delinea un insieme di ricette per riformare l'economia e risanare la democrazia, con un ruolo importante rivestito dal governo; questa parte del libro è totalmente dedicata agli Stati Uniti con molte critiche sulla attuale situazione economica e sociale e, soprattutto, critiche alle ricette della amministrazione Trump.

Un libro interessante ma, per chi ha letto i suoi precedenti libri, non contiene particolari novità, lo consiglio pertanto  solo a chi non ha letto i suoi precedenti scritti.