mercoledì 6 maggio 2020

La scienza inutile- Francesco Saraceno

Ho comprato questo libro per curiosità, di libri di economia ne ho letti molti, mi interessava vedere come trattava l'argomento anche in relazione al mio libro, devo dire che alla fine il libro è stata una piacevole sorpresa.
Il libro verte sulla macroeconomia, ripercorrendo la storia dei modelli che hanno avuto successo. Ovviamente il primo ad essere trattato è il modello keynesiano che ha dato l'avvio alla macroeconomia, di cui l'autore spiega n maniera piuttosto semplice ma dettagliata il funzionamento. Seguono i modelli cosiddetti della sintesi neoclassica (Hicks, Modigliani) che tendono a limitare il caso keynesiano a modello limite ma non più generale, operando una certa normalizzazione del pensiero di Keynes, questo modo di rappresentare Keynes viene da alcuni definito "keynesismo idraulico". Con la corrente di Friedman si supera invece definitivamente il modello keynesiano con il monetarismo che sposta il focus dell'intervento economico dalla politica fiscale a quella monetaria. Un ulteriore distacco lo abbiamo con Lucas con  la economia delle aspettative razionali e quella dei cosiddetti cicli reali, dove gli shock sono puramente esogeni. Infine, nell'ultimo periodo prima della crisi, prende il sopravvento quello che viene definito il nuovo consenso (Blanchard)  che fonde un approccio a breve termine keynesiano (domanda) con un lungo termine più determinato dalle politiche di offerta. Le fluttuazioni di breve periodo hanno poca influenza sulla crescita di lungo termine determinata dalla tecnologia. Ma anche il nuovo consenso non esce bene dalla crisi del 2008 (il consenso malmenato afferma l'autore) con le sue ricette sulle cosiddette riforme strutturali, facendo invece  rinascere l'interesse per le politiche fiscali.  Il libro si conclude su alcune riflessioni sul futuro della teoria economica con la conclusione ( che ricorda Rodrik) che nessuna teoria è adatta a tutte le stagioni e che forse è bene  rinunciare a una teoria universale.
Il libro inoltre è in buona parte composto da interessanti inserti che consentono di passare dalla teoria agli aspetti dell'economia attuale e reale. Nel complesso un libro interessante, ricco di spunti e anche di utili riferimenti bibliografici. Non è un libro per neofiti (ai quali per farsi un idea consiglio ovviamente il mio libro che parte dalla economia classica e spiega i concetti fondamentali), ma dedicato a chi ha almeno  una infarinatura di economia. Comunque un libro di cui consiglio l'acquisto e la lettura.

domenica 5 aprile 2020

Perché le nazioni falliscono


I due autori del libro-Perché le nazioni falliscono- edito dal Saggiatore, sono Daron Acemoglu, professore di economia al MIT di Boston, e James A. Robinson, scienziato politico e professore ad Harvard.
Il libro è essenzialmente storico e volto a dimostrare la tesi degli autori, cioè che sono le istituzioni che fanno la differenza e che permettono a una nazione di evolvere e crescere stabilmente. Le istituzioni politiche che funzionano sono quelle “inclusive”, cioè quelle in qualche modo più democratiche, di fatto si crea un circolo virtuoso per cui istituzioni politiche più inclusive generano istituzioni economiche più inclusive che a loro volta favoriscono lo sviluppo di istituzioni politiche più inclusive. Al contrario, le istituzioni estrattive, ovvero in cui solo una piccola élite ha il potere e si arricchisce, determinano società più povere e più instabili.
Nella prima parte del libro criticano altre teorie sul tema. La teoria geografica, ad esempio quella di Jared Diamond per cui contano in particolare la presenza di specie animali e vegetali adatte, per gli autori può spiegare le differenze solo in una fase pre-moderna. Criticano anche la teoria culturale che può spiegare solo alcune difficoltà e differenze, in particolare gli autori considerano errata la teoria religiosa di Weber sulla importanza del protestantesimo sullo sviluppo capitalistico. Analogamente la teoria dell'ignoranza dei governanti è poco credibile e accettabile.
Quindi il libro, per larga parte, è una analisi della storia di molte nazioni, ad esempio lo sviluppo della Gran Bretagna con la Gloriosa Rivoluzione e le differenti traiettorie delle esperienze coloniali tra il nord America e i sud America. Le testimonianze storiche spaziano dalla antica Roma sino alla evoluzione della Cina dagli antichi imperi sino ad adesso, tutti questi esempi storici dimostrano la tesi secondo gli autori. Sono le istituzioni politiche inclusive, con lo Stato che garantisce i diritti di proprietà e dei contratti, che favoriscono la nascita di istituzioni economiche più inclusive, queste a loro volta aprono la strada a due fondamentali fattori: lo sviluppo tecnologico e la istruzione.
Le istituzioni economiche inclusive sfruttano pertanto il potenziale dei mercati (inclusivi) stimolando la innovazione tecnologica che spinge a investire sulle persone e a mettere a frutto il talento e la abilità di un gran numero di individui che sono decisivi per la crescita economica. Si crea quindi una sinergia tra istituzioni politiche ed economiche. Al contrario società caratterizzate da politiche estrattive rifuggiranno da istituzioni economiche inclusive evitando di far avviare processi di distruzione creatrice.
Ma come nascono le traiettorie diverse dei paesi? Nascono da piccole differenze che dividono le nazioni e che entrano in gioco quando si presenta una congiuntura critica, ad esempio nel caso inglese lo sviluppo delle rotte atlantiche ha sviluppato in Inghilterra una élite di mercanti ricchi, numerosi e desiderosi di maggior potere politico e indipendenza dalla corona. Quindi i grandi cambiamenti sono l'esito della interazione tra istituzioni esistenti e congiunture critiche che modificano gli equilibri. Non esiste quindi un determinismo storico, le nazioni ricche sono riuscite grazie a un processo di circoli virtuosi che hanno generato una dinamica di feedback positivi incrementando la inclusività delle istituzioni, ma il processo non è cosi facile da avverarsi come vediamo.
In sintesi un libro interessante, ricco di testimonianze storiche anche se nel complesso un poco ridondante. La teoria è sicuramente avvincente e su cui in buona parte concordo, ancorché un po troppo semplicistica, non è comunque particolarmente innovativa per chi legge questo blog. La importanza delle istituzioni la ritroviamo negli scritti di Popper, che abbiamo spesso citato,  e la importanza della tecnologia e la stessa definizione di distruzione creatrice risentono chiaramente della influenza Schumpeteriana

giovedì 2 aprile 2020

CORONABOND

La crisi economica che seguirà, quando finirà, la emergenza corona virus sarà molto grande. Un mese di fermo del PIL (circa 8%) sono 150 miliardi di euro per l'Italia; le previsioni sono difficili adesso, dipende dalla ripresa quando ci sarà e se recupererà in parte il terreno perduto, tenendo conto degli effetti collaterali di cali di domanda interna ed esterna. Credo che comunque per evitare cadute di PIL l'impegno del governo sarà superiore ai 100 miliardi, come reperirli? Se andiamo a debito significa ulteriore incremento di interessi da pagare, aumento del rapporto debito/PIL sia per l'aumento del primo sia per la diminuzione del denominatore, rischio di portarlo a > 150%, con ulteriore aumento del rischio e dello spread e spirale negativa anche perché la crescita del nostro paese ultimamente è stata asfittica. Se BCE fa acquisti di nostre emissioni di buoni per sopperire alla necessità lo spread potrebbe essere basso ma c'è sempre il rischio del mercato. Una ipotesi utile (ma anche questa difficilmente attuata) sarebbe che le quote di debito aggiuntivo siano interamente acquisite da BCE e sterilizzate nel suo bilancio per un bel pò, questo ci darebbe un po più di fiato. La ipotesi dei coronabond sono sicuro non si farà, ne tanto meno l'ipotesi fantascientifica che BCE stampi moneta direttamente, lasciamo stare MES o altro. Negli USA le cose sono  andate  diversamente nel 2008 e lo saranno anche adesso con la FED pronta a intervenire, d'altra parte visto che la moneta è ormai fiat (cioè creata dal nulla senza collegamento all'oro) la enorme quantità di liquidità immessa durante la crisi non ha causato alcun problema anzi è stata la soluzione a molti dei problemi di liquidità interni ed esterni (Europa) vedi libro di Tooze. La domanda che faccio a tutti quelli che hanno costruito l'Europa dell'euro, ma se non sfruttiamo la moneta, per quello che è e quando serve, che senso ha creare una moneta comune? Quindi come finirà: noi andremo a debito e spero che lo facciamo prima possibile in quantità adeguata e sopratutto non spendendo a caso i soldi (dare soldi a chi ne ha bisogno ma puntare anche sul rilancio della nostra economia); la BCE ci farà il favore di abbassare gli spread ma ci ritroveremo con un rapporto debito/pil peggiore e più difficilmente gestibile, la popolazione sarà molto ma molto arrabbiata, andranno al governo le destre (e che destra!) e a quel punto forse la Europa dell'euro sarà finita, bel capolavoro !

martedì 17 marzo 2020

Molto rumore per nulla-La parabola dell'Italia tra riforme abortite e ristagno- Paolo Sestito e Roberto Torrini

I due autori, entrambi economisti, lavorano  in Banca d'Italia. Il libro è molto ricco di informazioni e affronta molti temi. In particolare affronta il tema della produttività e del ristagno della nostra economia. L'analisi affronta molti aspetti dalla situazione delle imprese e del lavoro, il sistema burocratico, il sistema formativo. Inoltre, analizza anche le politiche effettuate e le svariate riforme proposte dalla politica sia per l'industria e sia per la Pubblica Amministrazione. Nel libro si analizza anche la situazione internazionale con la globalizzazione degli ultimi anni e anche la situazione della Unione Europea e gli influssi sulla nostra economia. La analisi svela le molte debolezze del nostro sistema industriale e dei suo ritardi, la arretratezza della nostra pubblica amministrazione, le difficoltà del sistema scolastico e universitario, e infine anche  la scarsezza dei fondi per la ricerca. Vengono anche indicati alcuni suggerimenti per quanto riguarda la soluzione dei problemi evidenziati anche se  le proposte sono piuttosto generali ed indicative.
Nel complesso un libro interessante e di cui consiglio la lettura e anche ben documentato,  anche se per me molti dati e analisi sono noti. Sono abbastanza d'accordo con le analisi e in parte con le soluzioni indicate dove a mio parere prevale una approccio tendenzialmente liberista con comunque un buon equilibrio complessivo.

giovedì 12 marzo 2020

I CONTI DEL CORONAVIRUS

In questo momento la emergenza è sanitaria e anche grave, senza allarmismi ma senza sottovalutazioni, come fatto da qualcuno inizialmente, dobbiamo tutti impegnarci per evitare che il contagio si diffonda a macchia d'olio,  evitando che la pressione sul sistema sanitario lo porti al collasso con un aumento dei decessi per impossibilità di curare le persone. Credo che al momento le misure prese siano giuste, evitiamo polemiche sul prima, ma la situazione è difficile e ci vorrà del tempo per normalizzarla. Purtroppo il tempo che passa significa attività ferme in parte o del tutto; considerato che il PIL italiano è 1800 miliardi di euro un punto percentuale di PIL sono 18 miliardi  viene subito che un mese di fermo di PIL sono 150 miliardi una cifra enorme. E' chiaro che le cifre stanziate sono ancora poco probabilmente servirà di più, e inoltre bisognerà spendere bene questi soldi non promettendo tutto a tutti, purtroppo si potrà solo limitare i danni. Capisco che bisogna spendere giustamente un po di soldi in sanità e aiuti vari per evitare licenziamenti di massa e chiusure di imprese, ma la contrazione ci sarà, basti pensare al solo turismo e anche se ci potrà essere un recupero bisognerà aspettare alla fine per fare i conti.
Detto ciò e che ho poca fiducia di come i nostri politici impiegano i soldi, spesso per mance elettorali che per interventi strutturali, si pone il problema della tenuta del sistema Italia. Una diminuzione del PIL e un aumento delle spese determina un aumento del rapporto deficit/PIL già elevato e ci espone a maggiore spese anche sul fronte degli interessi innescando un ulteriore spirale negativa. C'è solo un modo per evitare tutto ciò e visto la situazione dell'espansione del virus a tutta Europa sarebbe logico e inevitabile: un massiccio piano di intervento anche per investimenti finanziato dall'Europa (BCE, BEI o cosa si vuole). Il piano visti i numeri in gioco dovrebbe essere di dimensioni veramente imponenti. Se anche questo non accadrà penso che sia la fine dell'Europa fondata sull'euro, un Europa che non è stata in grado di coordinarsi neanche di fronte alla emergenza sanitaria.

lunedì 13 gennaio 2020

Crashed-How a Decade of Financial Crises Changed the World-Adam Tooze ( Lo schianto -Mondadori)


Adam Tooze è docente di storia alla Columbia University ed autore di alcuni libri tra cui-Il prezzo dello sterminio-che fa una narrazione molto interessante della storia della economia nazista ( libro che ho letto ma non recensito). In questo libro si rivolge alla storia recente quella che va dalla recente grande crisi finanziaria sino ai giorni nostri.
Il primo punto che l'autore vuole evidenziare è che la crisi, benché nata negli Stati Uniti, non può essere disgiunta dalla complessa ed enorme interconnessione tra il sistema finanziario americano e quello europeo. Infatti la crisi non è solo fondamentalmente una crisi americana causata dagli enormi sbilanciamenti commerciali con la Cina, aspetto esistente ma non così determinante, ma dovuta per la maggior parte all'enorme flusso di denaro proveniente dall'Europa che ha alimentato le costruzioni finanziarie sofisticate e truffaldine basate sui mutui “subprime” e sul mercato immobiliare americano. La parte relativa allo sviluppo della crisi negli Stati Uniti non aggiunge molto a quanto si sa (vedi ad esempio libro di Eichengreen), mentre più interessante l'analisi dei flussi finanziari tra Stati Uniti e Europa.
La cronaca del 2008 mette in luce come il primo paese a muoversi nei salvataggi fu il Regno Unito con al governo laburista di Gordon Brown, mentre negli Stati Uniti il primo piano di salvataggio proposto dal Tesoro (TARP) era stato affondato dai Repubblicani. Solo dopo un mese il piano di salvataggio americano (ricapitalizzazione delle banche) fu varato sempre grazie ai Democratici, con presidente Bush, e molto meno grazie ai Repubblicani.
Dato il blocco del mercato del credito e la necessità di ingenti fondi in dollari anche da parte delle banche europee, che avevano preso a prestito a breve ingenti quantità di dollari, la FED dovette aprire i cordoni della borsa con enormi quantità di prestiti di dollari (miliardi di dollari) a beneficio sia delle banche americane e sia europee, e in seguito anche con linee di credito alle banche centrali (BCE, Bank of England, ecc.) diventando la banca delle banche o il prestatore di ultima istanza del mondo, riaffermando sia il suo ruolo sia quello del dollaro come moneta di riserva mondiale (a dispetto quindi della crisi).
Intanto la crisi si era estesa all'Europa e le prime economie a subire il contagio furono quelle dell'est: Ungheria, Paesi Baltici ecc, con interventi di salvataggio del FMI. Anche la Cina fu colpita dalla crisi rispondendo con un piano di stimolo enorme sia con enormi progetti infrastrutturali e sia con una politica monetaria a sostegno delle banche, facendo della economia cinese il traino per il 2009 della economia mondiale per la prima volta nella storia.
Con la presidenza Obama si diede avvio ad un grande stimolo,  nel 2009,che diede impulso all'economia americana ma fu meno ingente in volume di quanto alcuni economisti progressisti avevano sperato; purtroppo a partire dalla Germania, e poi diffusosi in tutto il mondo, vennero adottate politiche di contenimento di budget statale che ovviamente si era pericolosamente impennato in tutte le nazioni, politiche che provocarono l'effetto di rallentare la ripresa.
Dopo aver narrato del salvataggio delle banche americane e della creazione della nuova regolamentazione finanziaria con la voluminosa e complicata legge Dodd-Frank, il focus del libro si sposta impietosamente sulla eurozona. Nella eurozona assistiamo a una serie di scelte fallimentari operate dalla politica all'epoca guidata dal duo Merkel-Sarkozy. Si inizia con il primo salvataggio mal riuscito insieme al FMI della moribonda Grecia, indebitata fino al collo, grazie alla forte opposizione della Merkel (pressata internamente) ad ogni tentativo di salvataggio più ampio e coordinato. Nel 2011 anche se il picco della crisi era passato le difficoltà rimanevano. Negli Stati Uniti si rischia il blocco a causa delle divergenze tra Democratici e Repubblicani. In Europa la situazione peggiora, la Grecia è moribonda, la cura da cavallo ha ridotto il PIL per cui il debito continua ad aumentare, Papandreu propone un referendum e viene prontamente sostituito dal più malleabile Papademos. Anche l'Italia va in sofferenza a causa dell'alto debito e il duo Sharkozy Merkel da il benservito a Berlusconi sostituito dal bocconiano ed ex commissario europeo Monti.
La situazione economica europea continuò a peggiorare perché anche l'economia della Spagna era precaria a causa della fine della bolla immobiliare e con le sue banche fortemente in crisi. La situazione politica per fortuna era cambiata, a Sarkozy era successo Hollande che ora cercava di coordinarsi con Monti e anche il nuovo governo spagnolo di Rajoy, ma, sopratutto, Draghi era divenuto presidente della BCE. Il suo famoso annuncio un po a sorpresa del “whatever it takes” riuscì a calmare finalmente gli animi ed avviare la situazione verso una normalizzazione, anche se attirò le solite critiche tedesche e di fatto i mezzi della BCE rimasero inizialmente comunque limitati.
Il libro prosegue nella narrazione dei fatti più recenti: dalla umiliazione di Tsipras, il percorso tortuoso del Regno Unito verso la Brexit fino alla elezione di Trump.
Pur essendo un libro molto voluminoso (oltre 600 pagine) è un libro che si legge piacevolmente, anche perché mescola aspetti economici ad altri più politici.
L'autore da molti giudizi nel libro, chi ne esce meglio è il trio economico americano Bernake (FED), Paulson (Tesoro) e Geithner (New York Fed). Ne esce abbastanza bene anche Obama, mentre l'autore è molto critico nei confronti dell'atteggiamento del partito repubblicano che ha assunto posizioni di retroguardia. L'Europa ovviamente non esce bene in particolare la dirigenza tedesca e anche la stessa Merkel anche se condizionata dalla situazione interna. Forse con gli Stati Uniti l'autore è un po tenero perché comunque la enorme crisi è nata li dovuta ad una serie di gravi errori e mancati controlli. Inoltre, se è vero che si è riusciti ad evitare il peggio e la crisi è stata contenuta anche temporalmente, bisogna dire che nessuno del sistema finanziario ha veramente pagato il conto anzi i banchieri coinvolti nel crack si sono concessi dei bonus vergognosi, mentre chi ha pagato il conto sono stati i cittadini e contribuenti che hanno pagato anche in termini di perdita di lavoro e di reddito.
Leggere questo libro, anche se conoscevo molti aspetti, mi ha comunque provocato rabbia e costernazione. La rabbia viene dal fatto che politici e molti economisti per anni ci hanno raccontato che il capitalismo era il migliore dei mondi possibili mentre invece ci hanno trascinato con le loro scelte scellerate in una della più gravi crisi mondiali ( se calcoliamo i volumi in gioco e la estensione geografica è probabilmente peggio di quella del '29).
La rabbia è anche causata dal fatto che a pagare siamo stati noi i cittadini e lavoratori che hanno pagato pesantemente mentre, come dimostrano i dati, l'1% più ricco ha continuato ad arricchirsi. La costernazione viene dal fatto che alla fine chi ci ha guadagnato è la destra che sfruttando le difficoltà e le paure dei cittadini ha raccolto consensi, anche se, come nel caso di Trump, poi alla fine le politiche che vengono adottate non sono veramente popolari ma favoriscono le solite élite.

domenica 8 dicembre 2019

I sette peccati capitali dell'economia italiana- Carlo Cottarelli

Questo è l'ultimo libro del ormai famosissimo Carlo Cottrelli che scrive un libro all'anno ormai.
Quali sono i 7 vizi capitali? In realtà sono 6 e precisamente: evasione fiscale, corruzione, eccesso di burocrazia,il crollo demografico e il divario tra sud e nord. Su ognuno di questi l'autore mostra i dati anche di confronto con gli altri paesi e cerca di indicare cosa è stato fatto e cosa si può fare. Riconosce che ognuno di questi mali è endemico e quindi non spiega il fatto che il PIL sia rimasto stagnante nell'ultimo ventennio. Qui interviene l'ultimo vizio ovvero la difficoltà a convivere con l'euro. La tesi convince a un certo punto in quanto le difficoltà sono state comuni a molti paesi del sud europeo, anche se qualche paese, Spagna e Portogallo, sembra nell'ultimo periodo stia recuperando qualcosa. Questo ragionamento mi sembra un tantino contorto, infatti poi ammette che uscire dall'euro potrebbe risolvere i nostri problemi di produttività e di debito  per quanto oneroso con tagli ai salari reali e comunque sarebbe un periodo turbolento. Sarebbe preferibile  per Cottarelli  rimanere nell'euro e risolvere i problemi  dei 6 vizi capitali precedenti, ma ammette che sia difficile;comunque osservo che all'inizio aveva fatto notare che questi problemi non sono la causa del nostro rallentamento degli ultimi 20 anni per cui qualcosa non mi torna. La verità è che noi siamo  un paese problematico, che ha ingigantito  negli anni '80 il suo debito pubblico che è rimasto un fardello pesante da gestire, inoltre poco si è fatto per riformare in profondità il paese, se a questo aggiungiamo l'adozione dell'euro, che è stata una scelta azzardata in queste condizioni e ha indubbiamente condizionato il nostro sistema produttivo, abbiamo questo risultato. Cottarelli rimane una economista serio e onesto intellettualmente e il suo libro è comunque interessante e piacevole da leggere.