sabato 21 novembre 2020

Uno spettacolo preoccupante

 Lo spettacolo della politica italiana, in questo ultimo e drammatico scorcio di anno, è desolante e preoccupante. Lo scontro tra Regioni e Governo è piuttosto sconfortante, molti presidenti di regione non sono alla altezza, hanno scaricato le responsabilità delle chiusure sul governo centrale per poi piagnucolare quando sono stati messi in zona rossa. Certo il Governo con i suoi 21 parametri poco chiari non è  stato il massimo della trasparenza, per non parlare della magra figura sulla Calabria. Conte è un cittadino prestato alla politica che fa del suo meglio ma se abbiamo questa classe politica è  colpa nostra. Come ho detto più volte la democrazia funziona bene se i cittadini sono preparati e consapevoli delle loro scelte, in più servono delle buone leadership. Purtroppo una parte della cittadinanza non è  sufficientemente informata, colpa anche di un sistema giornalistico che fa acqua da più parti, con i social che  amplificano e diffondono le fake news che hanno peggiorato le cose. Sulla leadership ho scritto qui quel che sognerei ma, comunque, in Italia ci sono tantissime persone preparate che a fatica assurgono a cariche politiche, anche perché la battaglia politica non è  più una battaglia di idee ma una guerra per bande dove ognuno difende la  propria fazione a prescindere. Dall'altra parte dell'oceano, Stati Uniti, le  cose sono comunque complicate. Hanno votato in tanti, ed è un bene,  ma 70 milioni di voti per uno che non  mi sembra tanto equilibrato (è un eufemismo per definire Trump) sinceramente non riesco a giustificarlo se  non per pura ragione di schieramento, d'altra parte la scelta di Biden, ottima persona ma molto in la con gli  anni, non mi è sembrata la scelta migliore, staremo a vedere. Comunque i segnali che si vedono in giro sono preoccupanti con vecchie democrazie che arrancano e nuove che sconfinano diventando solo democrazie sulla carta, vedi ad esempio Turchia e altro. Un altra aspetto che mi preoccupa e il dilagante negazionismo e complottismo, abituati da decenni di film sui complotti, che possono anche talvolta essere  veri, si è superato il limite, si vedono macchinazioni dappertutto arrivando a esternazioni fantasiose e assurde che rimbalzano sui social, arrivare a dire che la pandemia non esiste e che sia tutto preordinato per sopprimere la libertà è pericoloso per tutti, se queste persone rimangono delle piccole frange è fisiologico ma a me pare che non sia così, e allora Houston abbiamo un problema

sabato 14 novembre 2020

Sulla democrazia-Robert A. Dahl

 Torniamo a parlare di democrazia recensendo un libro piacevole e interessante. Si tratta di un libro non recente, edito in Italia nel 2000, di Robert Dahl (scomparso nel 2014) professore di scienza politica all'Università di Yale. 

Il libro inizia con una breve storia della democrazia nell'antichità con la nascita della democrazia in Grecia ad Atene e la res pubblica romana.

Successivamente passa ad elencare quali siano i criteri che definiscono e caratterizzano una democrazia:

  • partecipazione effettiva
  • parità di voto
  • diritto all'informazione
  • controllo dell'ordine del giorno
  • universalità del suffragio
spiegando le ragioni di tali scelte.

Elenca poi quali siano i vantaggi della democrazia:

  • ostacola la tirannia
  • diritti essenziali
  • libertà generale
  • autodeterminazione
  • autonomia morale
  • progresso umano
  • tutela di interessi personali essenziali
  • uguaglianza politica
  • tendenza alla pace
  • prosperità.
spiegando anche qui brevemente le ragioni di questi vantaggi.

Un capitolo è dedicato a smontare la tesi dei "custodi", cioè che sarebbe meglio delegare le decisioni  agli esperti; qui la sua posizione è chiara, ogni decisione politica è anche etica e il governo non è una scienza ma serve anche incorruttibilità e altro, in conclusione nessuno è meglio qualificato dei cittadini stessi per conferirgli un potere definitivo.

Un ulteriore capitolo è dedicato ai requisiti minimi necessari affinché un paese sia considerato democratico:

  • amministratori eletti
  • libere e frequenti elezioni
  • libertà di espressione
  • accesso a fonti alternative di informazione
  • autonomia associativa 
  • cittadinanza allargata, 
andando poi a definire le relazioni tra questi requisiti e i criteri che definiscono una democrazia.

Un capitolo è dedicato alla discussione sulle diverse forme costituzionali adottate nei vari paesi, di fatto non esistono soluzioni costituzionali da preferire in assoluto, la sua conclusione sintetica è che una costituzione ben fatta può aiutare le istituzioni democratiche a sopravvivere mentre una costituzione mal fatta può invece favorirne il crollo.

Passa poi ad esaminare i sistemi elettorali, da quelli proporzionali a quelli maggioritari e  le soluzioni miste, anche qui non esiste un sistema perfetto anche se il sistema maggioritario pur avendo alcuni vantaggi non sembra incontrare i favori dell'autore, mi preme invece evidenziare invece quando afferma che una riforma costituzionale non va presa alla leggera ma richiede i migliori talenti del paese.

Infine elenca quali sono le condizioni essenziali alla democrazia:

  •  funzionari eletti controllano la polizia e l'esercito
  • idee e cultura politica democratiche
  • assenza di ingerenze esterne da parte di paesi ostili alla democrazia
mentre risultano favorevoli alla democrazia:

  • un economia di mercato e una società moderna 
  • scarso pluralismo subculturale
Due capitoli sono dedicati al controverso rapporto tra capitalismo e democrazia, da una parte il capitalismo favorisce in genere la crescita economica e quindi il miglioramento delle condizioni economiche e quindi anche culturali dei cittadini, formando una numerosa classe media, d'altra parte il capitalismo crea diseguaglianza notevoli ed è necessario l'intervento dello Stato per compensarne gli effetti e, soprattutto, per la regolamentazione che si rende necessaria; quindi  democrazia e capitalismo sono in perenne contrasto   e questo rappresenta una sfida per le società democratiche.
Un libro scritto in maniera molto chiara e schematica adatto ad un grande pubblico, questo ovviamente va a scapito della approfondimento ma riamane un libro che vale la pena leggere e tenere in libreria.

sabato 24 ottobre 2020

Capitale e ideologia- Thomas Piketty

Ho finito di leggere, lettura non breve, il monumentale (1200 pagine) ultimo libro di Thomas Piketty, economista francese, del quale abbiamo recensito nel blog il libro Il Capitale del XXI secolo

Rispetto al suo precedente libro, tra l'altro di grande successo,  questo è forse meno economico e più sociale. In pratica, per lunga parte, è la storia della evoluzione economica, sociale e istituzionale di moltissime nazioni, partendo dall'Europa medioevale sino alla Cina e India moderne, in particolare come afferma l'autore è la storia e l'evoluzione dei regimi basati sulla diseguaglianza. Inoltre, mette in evidenza sin dall'inizio come sia anche una storia soprattutto di ideologie, che ogni epoca e società produce ideologie finalizzate a legittimare la diseguaglianza, che nelle società contemporanee è una narrativa "proprietarista" e meritocratica.

In primo luogo definisce la ideologia come un insieme di idee o narrazioni intese a descrivere come si dovrebbe strutturare una società. Inoltre, i problemi di regime politico e quelli di regime di proprietà sono intimamente connessi, da cui ne consegue, per l'autore, che la diseguaglianza non è economica o tecnologica ma ideologica e politica, e quindi le ideologie contano nel modellare le società. In particolare negli ultimi decenni si sta verificando un aumento della diseguaglianza in maniera inequivocabile e quasi ovunque dopo una sua diminuzione nel XX secolo, frutto della globalizzazione e della incapacità della sinistra (e io direi forse grande difficoltà) nel riorganizzare la redistribuzione economica su base transnazionale.

Segue, come detto, l'analisi storica partendo dalle società ternarie (Nobiltà, Clero e terzo Stato) ovviamente diseguali, e dove diritti di proprietà e funzioni sovrane sono inestricabilmente legati. La evoluzione dello Stato moderno avviene tramite il logoramento di quest'ordine.

Con la Rivoluzione Francese si pongono le basi per la nascita della società borghese e proprietarista, con il  proprietarismo emerso grazie anche alla formazione di uno Stato centralizzato. Rimane, comunque, evidente il  fallimento nella soluzione del problema della diseguaglianza della proprietà, che non diminuisce anzi finisce per crescere, il vero calo della concentrazione dei patrimoni inizia dopo la prima guerra mondiale. Nel libro vengono poi evidenziate le traiettorie storico istituzionali delle varie nazioni europee.

Nella seconda parte delinea la storia delle società schiaviste e coloniali (Europa e Stati Uniti)  che hanno influito sulla evoluzione economica e politica  delle società extraeuropee, India, Cina, Giappone ecc.

La terza parte è incentrata sulla grande trasformazione nelle società occidentali dalla fine della prima guerra mondiale sino agli anni '70; in questo periodo la diseguaglianza diminuisce grazie tracollo dei patrimoni privati per distruzione, espropriazione e inflazione, cioè per motivi in parte accidentali ma anche politici grazie alla introduzione del suffragio universale che sposta gli equilibri politici e quindi ideologici (vedi anche influenza della Rivoluzione Russa). La introduzione della progressività fiscale ha permesso di sostenere il welfare ma anche le spese fondamentali per lo sviluppo (istruzione, ricerca, infrastrutture). L'autore mostra anche i limiti delle società contemporanee negli ultimi decenni nel affrontare i cambiamenti che hanno portato ad un aumento della diseguaglianza e al ritorno di un alta concentrazione della proprietà. Oltre alla globalizzazione questo fenomeno di aumento di diseguaglianza si deve alla narrativa/ideologia neo proprietarista che esalta il merito e gli imprenditori ma sotto tale copertura vengono perpetuati i privilegi sociali.

Affronta poi il tema delle elezioni mostrando come, in Europa e Stati Uniti, a una divisione "classista elettorale", cioè i ricchi e proprietari (e in genere i più istruiti) che votavano  a destra e le classi meno agiate a sinistra, sia succeduta una stratificazione multipolare. La sinistra tradizionale è passata, sorprendentemente, da partito dei lavoratori a quello delle élite laureate, mentre la destra tradizionale (destra mercantile) rimane la élite dei proprietari. Crescono a fianco di queste due suddivisioni negli ultimi anni, per effetto della insoddisfazione delle classi popolari, dei partiti cosiddetti social-nativisti con collocazioni spesso a destra (ad esempio Lega o Front National) o miste ( 5 stelle). In altri paesi extra europei, come l'India, la traiettoria delle suddivisioni elettorali è stata diversa sviluppando, nel tempo, una forma peculiare di divisione classista/religiosa con le classi (caste) alte indù divise elettoralmente dalle caste più basse e di appartenenti ad altre religioni (musulmani).

Nel finale l'autore delinea alcune ricette, per quanto egli ammetta essere imperfette e fragili perché lo scopo dell'autore è piuttosto aprire il dibattito e non quello di chiuderlo.

Le proposte sinteticamente sono:

  • condividere il potere nelle imprese aumentando la partecipazione dei lavoratori (cogestione);
  • istituire norme che impediscano la concentrazione incontrollata di ricchezza tramite imposte progressive sul reddito, successioni e una tassa annuale sul patrimonio globale;
  • tassazione progressiva dei singoli consumatori per la CO2 emessa;
  • aumentare in maniera sostanziale le risorse investite negli istituti di formazione più svantaggiati;
  • promuovere  una democrazia partecipativa ed egualitaria depotenziando il  finanziamento elettorale privato;
  • aumentare la democrazia transnazionale con una sovranità parlamentare europea privilegiata.
Alcune considerazioni sintetiche sul libro. Sicuramente è un libro interessante e pieno di informazioni storiche e sociali, ritengo, comunque, che per un libro che è dedicato al grande pubblico la sua dimensione sia eccessiva, diventando alla lunga di non facile lettura e dispersivo, credo che libri così voluminosi rispondano più alle esigenze dell'autore che del lettore.

Che il problema della diseguaglianza sia uno dei problemi fondamentali è ormai piuttosto noto.  La diminuzione della diseguaglianza all'interno di un paese e tra paesi, come ho scritto nel mio libro sulla economia, non è un imperativo solo morale ma di efficienza economica, questo dovrebbe essere chiaro alle élite dominanti per cercare di ridurlo per il bene di tutti anche dei più ricchi. Basti pensare solo allo spreco di risorse che si produce non permettendo ad alcune persone di dispiegare il proprio potenziale intellettuale che potrebbe essere utilissimo alla società. Quello che è chiaro, anche all'autore, è che molti problemi, compreso quello ecologico, non sono risolvibili solo su scala nazionale ma hanno dimensione transnazionale. Questo pone un grandissimo problema di coordinamento che abbiamo visto è difficilissimo raggiungere, come evidenziato anche da Rodrik ad esempio nel suo trilemma sulla globalizzazione e la democrazia. Tutto questo richiede in primo luogo un miglioramento delle leadership politiche che dovrebbero essere più preparate, mentre il deterioramento nel funzionamento della democrazie sta portando a leadership sempre più "populiste", termine che Piketty non ama, che tendono a promettere soluzioni  che una popolazione sempre più spaventata e in difficoltà chiede ma si rivelano sbagliate o alla fine favoriscono le élite dominanti (vedi ad esempio Trump). Certo, come afferma Piketty, la colpa è anche dei cosiddetti progressisti che hanno perso di vista il loro compito e sono diventati i rappresentanti delle élite intellettuali e sempre meno delle masse popolari. Tentativi come quello dei 5 stelle di recuperare la partecipazione popolare sono in teoria giusti e condivisibili, ma anche in questo caso ci vogliono leadership preparate altrimenti le proposte che vengono portate avanti diventano confuse e a volte controproducenti o sprechi di denaro.

martedì 20 ottobre 2020

Perché non credo agli economisti troppo assertivi

La massima di Socrate "so di non sapere" dovrebbe essere patrimonio di tutte le persone intelligenti. D'altra parte anche la scienza nelle sue discipline più dure, e che hanno avuto più successo nelle sue  realizzazioni pratiche come la Fisica, ci sorprendono con nuove rivelazioni che non trovano spiegazioni. Come ha spiegato Popper sono ammissibili, nella scienza, solo teorie che  sono confutabili,  cioè esiste la possibilità di concepire ed effettuare almeno un esperimento che le possa confutare. Detto ciò, qualsiasi affermazione, anche in ambito scientifico è, quindi, soggetta a possibili confutazioni e rivisitazioni, per cui in materie in cui è  intrinsecamente più difficile trovare prove sperimentali, come la Economia, sarebbe necessario avere più prudenza nel fare affermazioni spacciandole per verità indiscutibili. Quello che sto dicendo non è originale ma è quello che sostiene, ad esempio Rodrik, nel suo libro Economic Rules, infatti Rodrik afferma nel libro che in Economia, essendo una scienza sociale, la ricerca della teoria e dei risultati universali è futile e che i modelli utilizzati sono al massimo contestualmente validi

Fatta questa doverosa premessa, passiamo ad esaminare alcune questioni. Un esempio è la preminenza della offerta o della domanda, se chiediamo ad un liberista (ad es. Boldrin) vi dirà con estrema sicurezza che conta fondamentalmente la offerta e, infatti, le sue ricette economiche sono quasi tutte incentrate sulla offerta, se invece chiediamo a un keynesiano convinto vi dirà che alla fine la cosa che serve è la domanda. Ora, come ho già spiegato più volte io credo a Marshall quando affermava che domanda e offerta sono come le componenti di una forbice e se non c'è l'una anche l'altra non ha senso. Quindi, qualsiasi ricetta di politica economica deve essere valutata in base al contesto economico, storico e sociale di un paese e non dare per scontato niente. Altro aspetto molto dibattuto è quello del mercato e dello Stato. Anche qui gli economisti liberisti diranno che quello che conta è lo dispiegarsi delle fantastiche forze del mercato e della concorrenza, e che lo Stato dovrebbe impicciarsi di economia il meno possibile.  Gli economisti di "sinistra" diranno che è solo lo Stato che ci può salvare fornendo nel migliore dei modi i beni pubblici e anche dirigendo e pianificando l'economia.  Sostenere ognuna delle due posizioni con estrema forza, e spesso arroganza, mi fa un tantino trasalire. Stato e mercato sono spesso non in antagonismo ma complementari. Pensare che si possa governare dal centro e indirizzare sempre in maniera efficace la economia è sbagliato e non funziona come hanno mostrato molte esperienze, come pensare al mercato che funzioni senza regolazioni, senza che qualcuno fornisca infrastrutture e beni pubblici è altrettanto illusorio. Altro aspetto è quello della moneta (vedi ad esempio Bagnai), dire che la moneta è ininfluente o neutrale è piuttosto naïve al giorno d'oggi, ma pensare che la sovranità monetaria sia la soluzione della stragrande maggioranza dei nostri problemi è troppo semplicistico e irrealistico.  Peccato che spesso il dibattito sia spesso  così limitato e ridotto a inutili diatribe tra fautori di una o l'altra delle tesi. 

La realtà economica e sociale è complessa e multidimensionale. E' giusto cercare di semplificare e trovare delle ricette semplici, ma una cosa è cercare soluzioni semplici e altro che siano sempre giuste. Nel mio libro sull'economia ho cercato di illustrare le tesi sia di una parte e sia dell'altra, ho infatti parlato di Marx ma anche di Smith, di Keynes e di Hayek, di Stiglitz e Friedman, per dare al lettore una panoramica la più completa e, nei limiti del possibile, equidistante. Non accontentatevi di una visione sola, neanche di quelle teoricamente più equilibrate, ad esempio Blanchard, non esistono verità uniche e, infatti, spesso gli autori più seri ammettono di prendere degli abbagli. Certo fa piacere vedere quelli che espongono le loro idee con grande sicurezza, ma la scienza è soprattutto consapevolezza della propria ignoranza e non compiacimento egocentrico della propria presunta conoscenza.

giovedì 1 ottobre 2020

Ascesa e caduta (di stile) di un economista (Alberto Bagnai)

 Per chi non lo conoscesse,  Alberto Bagnai è un economista, professore associato di politica economica alla Università di Chieti e Pescara. Attualmente è senatore in forza alla Lega e presidente commissione finanze in Senato. È divenuto famoso grazie al suo blog Goofynomics, che ha avuto un enorme successo e che ho iniziato a seguire dal 2011. Bagnai ha scritto anche due libri che ho letto e recensito in questo blog, libri scritti bene e piacevoli da leggere. Bisogna dare atto al professor Bagnai di essere stato uno dei primi in Italia  ha evidenziare  i problemi dell'euro, prendendo a riferimento le tesi di molti economisti affermati. Su questo ovviamente concordo e con me tanti economisti e politici di sinistra. La sua tesi sul rapido smantellamento dell'euro è comunque smentita dai fatti, inoltre, non mi ha mai convinto l'idea che l'uscita dell'Italia dall'euro avrebbe risolto molti problemi, l'euro è sicuramente una concausa del nostro ristagno ma non è l'unica e forse neanche la più importante. Bagnai si è sempre proclamato di sinistra ma non avendo avuto da quella parte molte soddisfazioni ha deciso di passare a destra ed è stato eletto con successo nella sua Toscana. Ognuno ha le sue motivazioni ma francamente come ho già spiegato mi è difficile credere alla destra e non ho condiviso questo suo cambiamento a 180 gradi.  Ho continuato a seguirlo sul blog e su Twitter ma con sempre minor interesse, anche perché i suoi interventi sono divenuti più politici che tecnici. Qualche giorno fa ha fatto un tweet sulla vicenda Tridico con riferimento al suo aumento di stipendio. Ora Tridico si può criticare per la sua gestione dell'INPS e si può anche criticare che l'aumento sia stato notevole, tra l'altro avvenuto proprio quando al governo c'era Salvini. Detto ciò, lo stipendio ante aumento di Trico era di soli 62000 euro,  troppo poco  per dirigere l'ente previdenziale più grande di Europa. Quindi, da una persona intelligente  come Bagnai, mi sarei aspettato una critica diversa, così gli ho twittato se sarebbe stato disposto a fare il presidente INPS per quella cifra. Bagnai mi ha risposto che lui non si sentiva alla altezza, il resto non lo ricordo con precisione perché subito dopo ha bloccato il mio account dal seguire il suo profilo. Questo non mi sorprende, fa parte del personaggio spigoloso che ha fatto la sua fortuna, evidentemente preferisce che a seguirlo siano masse adoranti e non critiche, tutto lecito anche se io bloccherei solo persone molto fastidiose e volgari, mentre il mio era il primo tweet di risposta  e non mi pareva così polemico. 

Sinceramente il fatto di essere bloccato non mi dispiace molto e lascio a voi ogni considerazione in merito al personaggio. 






lunedì 7 settembre 2020

Salvare l'Italia. Salvare l'euro? Estratti dal capitolo finale.

 Riporto di seguito alcuni estratti dal capitolo conclusivo del mio ultimo libro, buona lettura.

Abbiamo in questo libro affrontato molti temi, in particolare abbiamo cercato di illustrare i punti di forza e di debolezza del nostro paese. Avete anche potuto notare che alcune cose che si dicono su di noi sono esagerate, non siamo un paese di spendaccioni anche se è vero che non spendiamo spesso bene i soldi che abbiamo.

(...)

Quello che emerge dalla maggioranza degli autori moderni è che un aspetto importante nello sviluppo di una nazione è la capacità di sapere produrre e sfruttare adeguatamente lo sviluppo tecnologico. Questo significa da una parte crescita della istruzione in generale e quindi un buon livello della scuola e delle università, inoltre capacità di fare ricerca scientifica di alto livello e filiere produttive in grado di sviluppare, finanziare e applicare ricerca scientifica e tecnologica.

Un altro aspetto, evidenziato da molti autori è il sistema istituzionale. Questo aspetto è molto complesso e riguarda molti aspetti di una società.

Da una parte significa avere un sistema di leggi, e capacità di farle osservare, che consenta la libertà di impresa: non c'è sviluppo economico costante nel tempo se il sistema economico non è sufficientemente libero. Le capacità imprenditoriali e la possibilità di potersi arricchire, mettendo a frutto le proprie capacità, sono un incentivo non sostituibile in un sistema economico.

D'altra parte ci vuole anche uno Stato in grado di fare da regolatore del mercato per evitare gli abusi di potere da parte delle imprese nei confronti della concorrenza e dei clienti. Uno Stato è importante e fondamentale perché crea da un lato le infrastrutture necessarie che non possono essere spesso affidate ai privati, inoltre è importante perché deve fornire in maniera efficace tutti quei servizi che sono propri di uno Stato: polizia, difesa, sanità, ecc.

Quindi, quando si parla di sistema istituzionale, si parla di molte cose e dire che bisogna migliorare il sistema istituzionale non è quindi facile da esprimere e da attuare. 

(...)

Come abbiamo affermato nei capitoli precedenti, c'è da molto fare per migliorare la efficacia ed efficienza della nostra burocrazia sia a livello procedurale e sia nel miglioramento del mix qualitativo delle risorse.

Sono assolutamente in disaccordo con chi sostiene che va ridotto il ruolo delle Stato, il problema è piuttosto un altro, cioè come assicurare che questo adempia al suo ruolo nel modo migliore possibile e quindi ridurre la burocrazia laddove non serve e invece rinforzare lo Stato laddove serve, perché il privato non può sostituirlo in moltissimi aspetti della nostra società.

Inoltre, come abbiamo visto, anche il nostro sistema produttivo e industriale deve stare al passo con i cambiamenti e questo è in parte successo negli ultimi anni, con alcune filiere che si sono riorganizzate con un graduale riorientamento del commercio internazionale dell’Italia verso nuovi mercati, infatti negli ultimi anni è migliorato anche il nostro export portando la bilancia commerciale in positivo. Questo è un processo continuo e, come ho sottolineato nelle pagine precedenti, ci sono molte cose che si possono fare per rendere più competitivo il paese e anche qui è importante il ruolo dello Stato per dare i giusti incentivi alle imprese e fornire un livello adeguato di istruzione, oltre agli aspetti infrastrutturali. 

(...)

Quindi, come si vede, ci stiamo avvitando da 30 anni nel tentativo di ridurre il debito ma avendo una scarsa crescita, inoltre abbiamo adottato dal 2001 una moneta esterna che non favorisce di certo le nostre esportazioni.

Su questo tema non possiamo però non parlare di politica anche se termini generali. Come si è visto un atteggiamento troppo poco attento agli equilibri economici nel breve ha portato a degli squilibri economici che ci affliggono da molti anni. Questo pone un problema di qualità in generale della politica, anche perché la complessità del sistema economico è cresciuta enormemente negli ultimi decenni e anche le relazioni internazionali sono divenute sempre più interconnesse e intricate. Questo comporta che il livello medio dei nostri politici dovrebbe tendere ad essere sempre più elevato, con un alto bagaglio di competenze e conoscenze in grado di consentirgli di comprendere la complessità dei meccanismi sopramenzionati.

I dati ci dicono che, ad esempio, il numero di politici laureati in Italia è pari al 31% distante di 20/30 punti percentuali rispetto a Germania, Francia e Inghilterra. Se è vero che da noi la percentuale di laureati è più bassa che in Europa, ciò non toglie che per ruoli politici mi aspetterei un numero di laureati ben superiore alla media nazionale. Inoltre, visto che il livello di istruzione in Italia si è molto alzato dal dopoguerra, ad oggi mi aspetterei una classe politica mediamente più istruita ma, a solo a titolo di esempio, nel primo parlamento italiano del dopoguerra i laureati erano il 91% contro circa il 60% attuali.

Non vorrei fare nomi ma molti dei leader di partito attuali, sia a destra e sia sinistra, non brillano per livello d'istruzione: Salvini, Meloni, Zingaretti, e l'ex ormai Di Maio, nessuno si è laureato e neanche mi risulta abbia svolto una attività lavorativa significativa nella loro vita. Lo spettacolo che vediamo è desolante, con tanti signor nessuno che varcano le soglie del Parlamento e assurgono anche a ruoli ministeriali. Un tempo, nei partiti tradizionali, c'era un poco di selezione interna e anche formazione, cosa che si è persa.

La partecipazione politica dei cittadini alla vita pubblica è importantissima e andrebbe anche incentivata, però anche la selezione delle leadership è fondamentale per il bene del paese. Se uno non ha mai gestito una attività di una certa complessità ed è anche privo di una buona istruzione teorica perché dovrebbe sentirsi pronto per gestire il paese, vista anche la importanza che ha il ruolo dello Stato in una nazione moderna? Non è facile risolvere il problema di dotare il paese di una leadership adeguata, però dovremmo trovare qualche nuovo meccanismo per favorire l'ingresso in politica di persone più preparate, altrimenti ci ritroveremo con persone nei posti chiavi del paese che sono veramente imbarazzanti. Personalmente guardo poco le trasmissioni televisive sulla attualità, comunque quelle poche volte che assito all'intervento di qualche politico su temi un poco più complessi o tecnici, ad esempio economia, sono veramente pochi che danno l'impressione di averne cognizione.

Rimanendo sul piano istituzionale bisogna anche riflettere sul nostro sistema politico, il sistema parlamentare con bicameralismo perfetto è un sistema che abbiamo solo noi e pochi altri. I tentativi di riforma sono andati male perché è mancata una visione di lungo periodo, in genere si è cercato di fare riforme istituzionali ed elettorali solo con l'obiettivo di un guadagno a breve ma, spesso, è accaduto che le riforme fatte per una certa parte politica abbiano favorito l'altra e, comunque, nell'ottica di un vero miglioramento istituzionale non è certo questa la strada. Sono personalmente favorevole a riforme che possano semplificare il sistema politico, fermo restando che dobbiamo salvaguardare la tutela delle minoranze e la democrazia. Non credo che manchino nel paese persone competenti in grado di proporre una riforma che migliori il nostro assetto istituzionale, attingendo alle migliori pratiche internazionali, e che possa essere approvata a larga maggioranza.

Quando ho cominciato a scrivere questo libro non ci eravamo ancora imbattuti nella pandemia del coronavirus che ha complicato le cose. Purtroppo, il fermo delle attività comporterà un calo del nostro PIL e, d'altra parte, un notevole aumento delle spese dello Stato per tenere in piedi l'economia e poi rilanciarla. Le stime sono ancora in corso, sulla caduta del PIL si fanno stime in eccesso o difetto intorno al 10%, e il rapporto debito PIL peggiorerebbe ulteriormente portandoci a valori sicuramente superiori al 150% e probabilmente oltre.

In una prima fase sarà necessario sostenere sia il sistema produttivo e sia le famiglie in cui verranno a diminuire, in generale, i redditi.

Su questo tutti gli economisti concordano che l'intervento dello Stato è essenziale per evitare il tracollo dell'economia con interventi economici di importo elevato che sicuramente non si sono più visti dal dopoguerra. Tale intervento deve essere veloce, più di quanto si stia facendo, e mirato alla sopravvivenza delle imprese, evitando che falliscano o siano preda di sciacallaggio da parte delle mafie o prede ambite dall'estero per fare shopping a basso prezzo. E' chiaro che, comunque, non si possono fare regalie a pioggia, come propone qualcuno troppo facilmente, ma vanno trovati meccanismi efficaci, anche in parte a fondo perduto, con un minimo di controllo per evitare sprechi o ruberie, ed è qui che vediamo la arretratezza del nostro sistema burocratico.

In una seconda fase bisognerà ripartire e ricostruire, in questa fase le indicazioni che ho dato restano valide e sono un inevitabile punto di partenza per rilanciare in maniera sostenibile il paese. E’ vero che dovremmo spendere molto ma soprattutto dobbiamo spendere bene i soldi, perché potrebbe essere anche la occasione per migliorare il sistema paese e renderlo più solido e competitivo.

Rimane il problema dell'enorme quantità di denaro necessario per tutto quello che abbiamo detto. Se il debito aggiuntivo sarà tutto a carico del solo nostro paese il rapporto debito/PIL, come detto, schizzerà in alto mettendoci in difficoltà ulteriore. Un incremento dell'indebitamento porta, infatti, a un maggiore rischio e ad un sicuro aumento degli interessi da pagare per ottenere credito, questo crea un circolo vizioso pericoloso: aumento degli interessi che implica un aumento del debito che provoca ulteriore aumento degli interessi, strada pericolosa che conduce al rischio di default. Questo è il motivo perché sia l'Italia e sia gli altri paesi europei chiedono la nascita di nuovi strumenti che possano fornire i soldi ai paesi in difficoltà senza aumentare automaticamente il debito e creare il circolo vizioso accennato.

Nei casi di crisi economica un paese che abbia la sovranità monetaria può ricorrere alla monetizzazione del debito, cioè lo Stato in qualche modo crea nuova moneta senza richiederla in prestito, con varie modalità su cui non mi dilungo. Questo è un modo di operare che, da quando le monete non sono più ancorate all'oro (cosiddette monete “fiat”), è possibile attuare, il rischio è di generare inflazione, per questo tale strumento si utilizza solo in condizione di grave crisi economica dove tale rischio di fatto non esiste o è minimo

(...)

Così alla fine siamo tornati alla connessione del problema italiano con quello europeo di cui abbiamo parlato a proposito dell'euro. 

(...)

Premesso che io sono stato un europeista convinto e non caldeggio una “Italexit” come soluzione di tutti i nostri problemi, non sono particolarmente ottimista, visti i precedenti, nella capacità delle leadership europee attuali di prendere decisioni così importanti e comunque rischiose. Qualsiasi scelta, infatti, troverà terreno fertile per delle forti opposizioni interne mettendo a rischio le leadership stesse.

Sono purtroppo propenso a pensare che il progetto europeo, per i difetti evidenti di costruzione, abbia buone probabilità di essere destinato al fallimento. D'altra parte è difficile pensare di costruire una casa partendo dal tetto, e anche ammesso bisogna comunque costruire delle solide fondamenta (istituzioni), cosa che purtroppo è mancata soprattutto dalla introduzione dell'euro.

(...)

Come ho già affermato la questione europea è molto aperta e sinceramente spero che alla fine la Unione Europea ne esca rafforzata, nel caso contrario l'importante è, come già scritto, che una disgregazione sia la più ordinata e coordinata possibile.

In ogni caso la strada per il nostro paese sarà molto ardua e difficile perché ci ritroveremo con un debito pubblico ancora aumentato che ci pone in ulteriore difficoltà. Rimane, in ogni caso, la necessità di delineare un percorso di sviluppo del nostro paese sulla base delle indicazioni che ho cercato di sintetizzare nel corso del libro. In particolare, come ho detto nelle conclusioni del primo capitolo, se vogliamo modernizzare il nostro paese e farlo crescere, in maniera comunque equilibrata, bisogna operare su tre livelli ovvero sui tre aspetti che ho evidenziato: Stato, mercato e democrazia.

Sull'aspetto relativo alla democrazia è necessario migliorare il sistema istituzionale senza stravolgere la nostra Costituzione, con una maggiore partecipazione attiva dei cittadini grazie anche alle nuove tecnologie. La maggiore partecipazione attiva dei cittadini a sua volta richiede un maggiore impegno per la crescita della istruzione, sia formale (più laureati e diplomati e di buona qualità) e sia sostanziale.

Per il secondo aspetto le nuove tecnologie, se ben usate, possono consentire una maggiore diffusione delle conoscenze ai cittadini. Purtroppo, spesso oggi, vediamo che le nuove tecnologie finiscono per far proliferare messaggi distorti e fake news, mentre si dovrebbe fare uno sforzo per un miglioramento qualitativo della formazione delle persone, una specie di “non è mai troppo tardi” del XXI secolo con l'utilizzo delle nuove tecnologie. In questo potrebbe aiutare anche la informazione giornalistica che è in parte condizionata dalla politica (RAI) o da potentati economici di vario tipo, mentre avremmo bisogno di un giornalismo più indipendente e autonomo.

Questo miglioramento nella qualità della partecipazione dei cittadini dovrebbe anche essere la base per il miglioramento nella scelta delle leadership politiche.

Dobbiamo quindi migliorare anche necessariamente il funzionamento dello Stato, aumentando la qualità della nostra burocrazia; tutti i grandi paesi hanno alle spalle un sistema di istituzioni pubbliche di buona qualità, un esempio da noi è la Banca D'Italia che ha fornito al paese spesso grandi professionalità e uomini di qualità, ma ce ne sono anche altri di esempi ovviamente.

Infine, per quanto riguarda il mercato dobbiamo migliorare la competitività delle aziende esistenti come abbiamo illustrato parlando di politica industriale in senso lato, rafforzando le nostre eccellenze industriali e aumentando, soprattutto, la possibilità di creare nuove aziende innovative e start-up. 

In questo ha un peso anche il sistema creditizio che dovrebbe essere più attento alla creazione e finanziamento anche delle nuove aziende, piuttosto che a meccanismi, che si sono rilevati nel passato piuttosto opachi, nel finanziamento di alcune aziende.

Tutto questo non è semplice né facile, anzi dovremmo stare molto attenti ai messaggi troppo semplicistici che ci arrivano dal mondo della politica per allettarci e strizzarci l'occhio per fini elettorali.

In un mondo complesso e complicato le soluzioni efficaci si possono trovare, ma solo con impegno costante e dedizione e con l'ausilio di persone preparate e grazie, anche, alla maggiore consapevolezza dei cittadini.



domenica 30 agosto 2020

Ancora un referendum su una brutta riforma

A breve saremo chiamati a esprimerci sulla ultima, per così dire, riforma, cioè il taglio dei parlamentari. Anche questa volta voterò no. Tra le ragioni del si ci sarebbe la riduzione dei costi ma, in primo luogo, si tratta di cifre molto ridotte nel  ordine dello zero zero virgola delle spese dello Stato, poi parliamo di democrazia e rappresentanza per cui parlare di costi mi pare fuori luogo, perché allora non ridurre i parlamentari di più? 
Secondo i fautori del si saremmo il paese con più parlamentari, in realtà i numeri e confronti che ho visto sono fuorvianti perché i paesi hanno forme istituzionali diverse, alcuni sono federali vedi Germania, altri sono federazioni di  veri Stati  (USA), altri hanno per ragioni storiche la camera dei Lord (GB), altri sono semi presidenziali (Francia), insomma si confrontano pere con mele e non si fanno i conti giusti, sicuramente dopo la riforma saremo quelli con minor numero di parlamentari per abitante. 
Si parla di maggiore efficienza, tutto da dimostrare, ma perché allora non abolire il bicameralismo perfetto che hanno in pochissimi. Diminuire i parlamentari invece, di fatto, significa aumentare surrettiziamente la soglia per essere eletti, sfavorisce i piccoli partiti, aumenta il peso delle segreterie, aumenta le coalizioni farlocche che abbiamo già visto. In sintesi questa riforma (che vera riforma non è) è un pasticcio inguardabile e mi pare anche una manovra autolesionista per chi lo ha proposto, cioè i 5 stelle. La riforma sono sicuro passerà perché è molto popolare e populista, e con leggi elettorali in balia delle maggioranze produrrà parlamenti qualitativamente peggiori. Un altra occasione persa, soldi buttati e un altro peggioramento costituzionale, che dire buona fortuna.