lunedì 7 settembre 2020

Salvare l'Italia. Salvare l'euro? Estratti dal capitolo finale.

 Riporto di seguito alcuni estratti dal capitolo conclusivo del mio ultimo libro, buona lettura.

Abbiamo in questo libro affrontato molti temi, in particolare abbiamo cercato di illustrare i punti di forza e di debolezza del nostro paese. Avete anche potuto notare che alcune cose che si dicono su di noi sono esagerate, non siamo un paese di spendaccioni anche se è vero che non spendiamo spesso bene i soldi che abbiamo.

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Quello che emerge dalla maggioranza degli autori moderni è che un aspetto importante nello sviluppo di una nazione è la capacità di sapere produrre e sfruttare adeguatamente lo sviluppo tecnologico. Questo significa da una parte crescita della istruzione in generale e quindi un buon livello della scuola e delle università, inoltre capacità di fare ricerca scientifica di alto livello e filiere produttive in grado di sviluppare, finanziare e applicare ricerca scientifica e tecnologica.

Un altro aspetto, evidenziato da molti autori è il sistema istituzionale. Questo aspetto è molto complesso e riguarda molti aspetti di una società.

Da una parte significa avere un sistema di leggi, e capacità di farle osservare, che consenta la libertà di impresa: non c'è sviluppo economico costante nel tempo se il sistema economico non è sufficientemente libero. Le capacità imprenditoriali e la possibilità di potersi arricchire, mettendo a frutto le proprie capacità, sono un incentivo non sostituibile in un sistema economico.

D'altra parte ci vuole anche uno Stato in grado di fare da regolatore del mercato per evitare gli abusi di potere da parte delle imprese nei confronti della concorrenza e dei clienti. Uno Stato è importante e fondamentale perché crea da un lato le infrastrutture necessarie che non possono essere spesso affidate ai privati, inoltre è importante perché deve fornire in maniera efficace tutti quei servizi che sono propri di uno Stato: polizia, difesa, sanità, ecc.

Quindi, quando si parla di sistema istituzionale, si parla di molte cose e dire che bisogna migliorare il sistema istituzionale non è quindi facile da esprimere e da attuare. 

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Come abbiamo affermato nei capitoli precedenti, c'è da molto fare per migliorare la efficacia ed efficienza della nostra burocrazia sia a livello procedurale e sia nel miglioramento del mix qualitativo delle risorse.

Sono assolutamente in disaccordo con chi sostiene che va ridotto il ruolo delle Stato, il problema è piuttosto un altro, cioè come assicurare che questo adempia al suo ruolo nel modo migliore possibile e quindi ridurre la burocrazia laddove non serve e invece rinforzare lo Stato laddove serve, perché il privato non può sostituirlo in moltissimi aspetti della nostra società.

Inoltre, come abbiamo visto, anche il nostro sistema produttivo e industriale deve stare al passo con i cambiamenti e questo è in parte successo negli ultimi anni, con alcune filiere che si sono riorganizzate con un graduale riorientamento del commercio internazionale dell’Italia verso nuovi mercati, infatti negli ultimi anni è migliorato anche il nostro export portando la bilancia commerciale in positivo. Questo è un processo continuo e, come ho sottolineato nelle pagine precedenti, ci sono molte cose che si possono fare per rendere più competitivo il paese e anche qui è importante il ruolo dello Stato per dare i giusti incentivi alle imprese e fornire un livello adeguato di istruzione, oltre agli aspetti infrastrutturali. 

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Quindi, come si vede, ci stiamo avvitando da 30 anni nel tentativo di ridurre il debito ma avendo una scarsa crescita, inoltre abbiamo adottato dal 2001 una moneta esterna che non favorisce di certo le nostre esportazioni.

Su questo tema non possiamo però non parlare di politica anche se termini generali. Come si è visto un atteggiamento troppo poco attento agli equilibri economici nel breve ha portato a degli squilibri economici che ci affliggono da molti anni. Questo pone un problema di qualità in generale della politica, anche perché la complessità del sistema economico è cresciuta enormemente negli ultimi decenni e anche le relazioni internazionali sono divenute sempre più interconnesse e intricate. Questo comporta che il livello medio dei nostri politici dovrebbe tendere ad essere sempre più elevato, con un alto bagaglio di competenze e conoscenze in grado di consentirgli di comprendere la complessità dei meccanismi sopramenzionati.

I dati ci dicono che, ad esempio, il numero di politici laureati in Italia è pari al 31% distante di 20/30 punti percentuali rispetto a Germania, Francia e Inghilterra. Se è vero che da noi la percentuale di laureati è più bassa che in Europa, ciò non toglie che per ruoli politici mi aspetterei un numero di laureati ben superiore alla media nazionale. Inoltre, visto che il livello di istruzione in Italia si è molto alzato dal dopoguerra, ad oggi mi aspetterei una classe politica mediamente più istruita ma, a solo a titolo di esempio, nel primo parlamento italiano del dopoguerra i laureati erano il 91% contro circa il 60% attuali.

Non vorrei fare nomi ma molti dei leader di partito attuali, sia a destra e sia sinistra, non brillano per livello d'istruzione: Salvini, Meloni, Zingaretti, e l'ex ormai Di Maio, nessuno si è laureato e neanche mi risulta abbia svolto una attività lavorativa significativa nella loro vita. Lo spettacolo che vediamo è desolante, con tanti signor nessuno che varcano le soglie del Parlamento e assurgono anche a ruoli ministeriali. Un tempo, nei partiti tradizionali, c'era un poco di selezione interna e anche formazione, cosa che si è persa.

La partecipazione politica dei cittadini alla vita pubblica è importantissima e andrebbe anche incentivata, però anche la selezione delle leadership è fondamentale per il bene del paese. Se uno non ha mai gestito una attività di una certa complessità ed è anche privo di una buona istruzione teorica perché dovrebbe sentirsi pronto per gestire il paese, vista anche la importanza che ha il ruolo dello Stato in una nazione moderna? Non è facile risolvere il problema di dotare il paese di una leadership adeguata, però dovremmo trovare qualche nuovo meccanismo per favorire l'ingresso in politica di persone più preparate, altrimenti ci ritroveremo con persone nei posti chiavi del paese che sono veramente imbarazzanti. Personalmente guardo poco le trasmissioni televisive sulla attualità, comunque quelle poche volte che assito all'intervento di qualche politico su temi un poco più complessi o tecnici, ad esempio economia, sono veramente pochi che danno l'impressione di averne cognizione.

Rimanendo sul piano istituzionale bisogna anche riflettere sul nostro sistema politico, il sistema parlamentare con bicameralismo perfetto è un sistema che abbiamo solo noi e pochi altri. I tentativi di riforma sono andati male perché è mancata una visione di lungo periodo, in genere si è cercato di fare riforme istituzionali ed elettorali solo con l'obiettivo di un guadagno a breve ma, spesso, è accaduto che le riforme fatte per una certa parte politica abbiano favorito l'altra e, comunque, nell'ottica di un vero miglioramento istituzionale non è certo questa la strada. Sono personalmente favorevole a riforme che possano semplificare il sistema politico, fermo restando che dobbiamo salvaguardare la tutela delle minoranze e la democrazia. Non credo che manchino nel paese persone competenti in grado di proporre una riforma che migliori il nostro assetto istituzionale, attingendo alle migliori pratiche internazionali, e che possa essere approvata a larga maggioranza.

Quando ho cominciato a scrivere questo libro non ci eravamo ancora imbattuti nella pandemia del coronavirus che ha complicato le cose. Purtroppo, il fermo delle attività comporterà un calo del nostro PIL e, d'altra parte, un notevole aumento delle spese dello Stato per tenere in piedi l'economia e poi rilanciarla. Le stime sono ancora in corso, sulla caduta del PIL si fanno stime in eccesso o difetto intorno al 10%, e il rapporto debito PIL peggiorerebbe ulteriormente portandoci a valori sicuramente superiori al 150% e probabilmente oltre.

In una prima fase sarà necessario sostenere sia il sistema produttivo e sia le famiglie in cui verranno a diminuire, in generale, i redditi.

Su questo tutti gli economisti concordano che l'intervento dello Stato è essenziale per evitare il tracollo dell'economia con interventi economici di importo elevato che sicuramente non si sono più visti dal dopoguerra. Tale intervento deve essere veloce, più di quanto si stia facendo, e mirato alla sopravvivenza delle imprese, evitando che falliscano o siano preda di sciacallaggio da parte delle mafie o prede ambite dall'estero per fare shopping a basso prezzo. E' chiaro che, comunque, non si possono fare regalie a pioggia, come propone qualcuno troppo facilmente, ma vanno trovati meccanismi efficaci, anche in parte a fondo perduto, con un minimo di controllo per evitare sprechi o ruberie, ed è qui che vediamo la arretratezza del nostro sistema burocratico.

In una seconda fase bisognerà ripartire e ricostruire, in questa fase le indicazioni che ho dato restano valide e sono un inevitabile punto di partenza per rilanciare in maniera sostenibile il paese. E’ vero che dovremmo spendere molto ma soprattutto dobbiamo spendere bene i soldi, perché potrebbe essere anche la occasione per migliorare il sistema paese e renderlo più solido e competitivo.

Rimane il problema dell'enorme quantità di denaro necessario per tutto quello che abbiamo detto. Se il debito aggiuntivo sarà tutto a carico del solo nostro paese il rapporto debito/PIL, come detto, schizzerà in alto mettendoci in difficoltà ulteriore. Un incremento dell'indebitamento porta, infatti, a un maggiore rischio e ad un sicuro aumento degli interessi da pagare per ottenere credito, questo crea un circolo vizioso pericoloso: aumento degli interessi che implica un aumento del debito che provoca ulteriore aumento degli interessi, strada pericolosa che conduce al rischio di default. Questo è il motivo perché sia l'Italia e sia gli altri paesi europei chiedono la nascita di nuovi strumenti che possano fornire i soldi ai paesi in difficoltà senza aumentare automaticamente il debito e creare il circolo vizioso accennato.

Nei casi di crisi economica un paese che abbia la sovranità monetaria può ricorrere alla monetizzazione del debito, cioè lo Stato in qualche modo crea nuova moneta senza richiederla in prestito, con varie modalità su cui non mi dilungo. Questo è un modo di operare che, da quando le monete non sono più ancorate all'oro (cosiddette monete “fiat”), è possibile attuare, il rischio è di generare inflazione, per questo tale strumento si utilizza solo in condizione di grave crisi economica dove tale rischio di fatto non esiste o è minimo

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Così alla fine siamo tornati alla connessione del problema italiano con quello europeo di cui abbiamo parlato a proposito dell'euro. 

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Premesso che io sono stato un europeista convinto e non caldeggio una “Italexit” come soluzione di tutti i nostri problemi, non sono particolarmente ottimista, visti i precedenti, nella capacità delle leadership europee attuali di prendere decisioni così importanti e comunque rischiose. Qualsiasi scelta, infatti, troverà terreno fertile per delle forti opposizioni interne mettendo a rischio le leadership stesse.

Sono purtroppo propenso a pensare che il progetto europeo, per i difetti evidenti di costruzione, abbia buone probabilità di essere destinato al fallimento. D'altra parte è difficile pensare di costruire una casa partendo dal tetto, e anche ammesso bisogna comunque costruire delle solide fondamenta (istituzioni), cosa che purtroppo è mancata soprattutto dalla introduzione dell'euro.

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Come ho già affermato la questione europea è molto aperta e sinceramente spero che alla fine la Unione Europea ne esca rafforzata, nel caso contrario l'importante è, come già scritto, che una disgregazione sia la più ordinata e coordinata possibile.

In ogni caso la strada per il nostro paese sarà molto ardua e difficile perché ci ritroveremo con un debito pubblico ancora aumentato che ci pone in ulteriore difficoltà. Rimane, in ogni caso, la necessità di delineare un percorso di sviluppo del nostro paese sulla base delle indicazioni che ho cercato di sintetizzare nel corso del libro. In particolare, come ho detto nelle conclusioni del primo capitolo, se vogliamo modernizzare il nostro paese e farlo crescere, in maniera comunque equilibrata, bisogna operare su tre livelli ovvero sui tre aspetti che ho evidenziato: Stato, mercato e democrazia.

Sull'aspetto relativo alla democrazia è necessario migliorare il sistema istituzionale senza stravolgere la nostra Costituzione, con una maggiore partecipazione attiva dei cittadini grazie anche alle nuove tecnologie. La maggiore partecipazione attiva dei cittadini a sua volta richiede un maggiore impegno per la crescita della istruzione, sia formale (più laureati e diplomati e di buona qualità) e sia sostanziale.

Per il secondo aspetto le nuove tecnologie, se ben usate, possono consentire una maggiore diffusione delle conoscenze ai cittadini. Purtroppo, spesso oggi, vediamo che le nuove tecnologie finiscono per far proliferare messaggi distorti e fake news, mentre si dovrebbe fare uno sforzo per un miglioramento qualitativo della formazione delle persone, una specie di “non è mai troppo tardi” del XXI secolo con l'utilizzo delle nuove tecnologie. In questo potrebbe aiutare anche la informazione giornalistica che è in parte condizionata dalla politica (RAI) o da potentati economici di vario tipo, mentre avremmo bisogno di un giornalismo più indipendente e autonomo.

Questo miglioramento nella qualità della partecipazione dei cittadini dovrebbe anche essere la base per il miglioramento nella scelta delle leadership politiche.

Dobbiamo quindi migliorare anche necessariamente il funzionamento dello Stato, aumentando la qualità della nostra burocrazia; tutti i grandi paesi hanno alle spalle un sistema di istituzioni pubbliche di buona qualità, un esempio da noi è la Banca D'Italia che ha fornito al paese spesso grandi professionalità e uomini di qualità, ma ce ne sono anche altri di esempi ovviamente.

Infine, per quanto riguarda il mercato dobbiamo migliorare la competitività delle aziende esistenti come abbiamo illustrato parlando di politica industriale in senso lato, rafforzando le nostre eccellenze industriali e aumentando, soprattutto, la possibilità di creare nuove aziende innovative e start-up. 

In questo ha un peso anche il sistema creditizio che dovrebbe essere più attento alla creazione e finanziamento anche delle nuove aziende, piuttosto che a meccanismi, che si sono rilevati nel passato piuttosto opachi, nel finanziamento di alcune aziende.

Tutto questo non è semplice né facile, anzi dovremmo stare molto attenti ai messaggi troppo semplicistici che ci arrivano dal mondo della politica per allettarci e strizzarci l'occhio per fini elettorali.

In un mondo complesso e complicato le soluzioni efficaci si possono trovare, ma solo con impegno costante e dedizione e con l'ausilio di persone preparate e grazie, anche, alla maggiore consapevolezza dei cittadini.



domenica 30 agosto 2020

Ancora un referendum su una brutta riforma

A breve saremo chiamati a esprimerci sulla ultima, per così dire, riforma, cioè il taglio dei parlamentari. Anche questa volta voterò no. Tra le ragioni del si ci sarebbe la riduzione dei costi ma, in primo luogo, si tratta di cifre molto ridotte nel  ordine dello zero zero virgola delle spese dello Stato, poi parliamo di democrazia e rappresentanza per cui parlare di costi mi pare fuori luogo, perché allora non ridurre i parlamentari di più? 
Secondo i fautori del si saremmo il paese con più parlamentari, in realtà i numeri e confronti che ho visto sono fuorvianti perché i paesi hanno forme istituzionali diverse, alcuni sono federali vedi Germania, altri sono federazioni di  veri Stati  (USA), altri hanno per ragioni storiche la camera dei Lord (GB), altri sono semi presidenziali (Francia), insomma si confrontano pere con mele e non si fanno i conti giusti, sicuramente dopo la riforma saremo quelli con minor numero di parlamentari per abitante. 
Si parla di maggiore efficienza, tutto da dimostrare, ma perché allora non abolire il bicameralismo perfetto che hanno in pochissimi. Diminuire i parlamentari invece, di fatto, significa aumentare surrettiziamente la soglia per essere eletti, sfavorisce i piccoli partiti, aumenta il peso delle segreterie, aumenta le coalizioni farlocche che abbiamo già visto. In sintesi questa riforma (che vera riforma non è) è un pasticcio inguardabile e mi pare anche una manovra autolesionista per chi lo ha proposto, cioè i 5 stelle. La riforma sono sicuro passerà perché è molto popolare e populista, e con leggi elettorali in balia delle maggioranze produrrà parlamenti qualitativamente peggiori. Un altra occasione persa, soldi buttati e un altro peggioramento costituzionale, che dire buona fortuna.

lunedì 17 agosto 2020

Riaprire le scuole, ma è sufficiente?

Leggo molti commenti sui social molto critici sulle mancata apertura delle scuole. E' vero che sono state aperte molte attività prima delle scuole ma la apertura delle scuole, minimizzando i rischi, richiede una capacità organizzativa non indifferente, e che probabilmente ci manca, il rischio è alto, come si è visto in altre realtà, se ci prendiamo del tempo non è poi sbagliato. Detto questo non stiamo sopravvalutando la scuola per come è ?
La mia esperienza personale è che ho imparato di più, e le cose mi sono rimaste più impresse, solo quando ho letto buoni libri, un ottimo libro scritto da persone di valore vale spesso molto di più di molti insegnanti. Devo dire che la mia esperienza nella scuola ma anche nella università non mi ha lasciato ricordi di tantissimi insegnanti di valore, si possono contare sulle dita di una mano. Inoltre, leggendo le biografie di grandi scienziati si scopre che si sono appassionati leggendo grandi libri e spesso le loro opinioni sulla scuola sono poco edificanti, Einstein è un classico esempio. Questo per confermare la sopravvalutazione della scuola. 
Il problema piuttosto è che i giovani oggi leggono poco e anche che abbiamo insegnanti poco motivati. Per quanto riguarda la lettura purtroppo i ragazzi hanno troppi stimoli esterni (videogiochi, social, youtube ecc...), però perché non insegnare a utilizzare la rete al meglio, le possibilità offerte da Internet sono eccezionali, si possono trovare informazioni interessantissime e di grande qualità su tutto lo scibile umano, inutile insistere troppo su lezioni classiche, magari mal fatte, quando si può insegnare a sfruttare la rete per fare un salto di qualità nella formazione, purtroppo i nostri insegnanti sul digitale sono spesso non prepararti e forse hanno paura di perdere potere. Quindi, piuttosto che pensare a tornare sui banchi e basta è necessario ripensare al sistema di educazione con una maggiore formazione per docenti e alunni sul digitale che, come detto, è una enorme risorsa. Per concludere, certo la scuola è anche interazione sociale e questo è indubbiamente importante e non sostituibile ma anche questo non va sopravvalutato, devo dire che i miei ricordi di scuola e dei miei compagni di classe non sono così idilliaci, ho molte amicizie importanti scaturite da altre situazioni piuttosto che dalla scuola.



giovedì 9 luglio 2020

Perché non voto a destra

Ho molti amici che votano a destra. Alcuni sono nostalgici del "quando c'era lui" e cose del genere, altri si sono convertiti alla Lega di Salvini solo recentemente perché l'uomo acchiappa con i suoi concetti semplici e diretti, altri si sono innamorati di Trump o anche addirittura di Putin. Francamente posso capire insoddisfazione per la politica ma a cadere così in basso non ci sto.
Partiamo dal concetto che è meglio l'uomo solo al comando. Certo uno che comanda rende tutto semplice ma non significa migliore. Per smontare questa tesi ricorro ad Hayek, che non è proprio un progressista di sinistra, infatti Hayek dice che è meglio avere decisioni decentrate perché le informazioni sono decentrate, per questo funziona meglio il mercato della pianificazione centralizzata. Quindi, per iniziare è difficile concentrare le informazioni al centro e secondo ho dei dubbi che al centro uno abbia la possibilità di avere la capacità di scegliere in maniera ottimizzata. Infatti, non mi risulta che nessuna dittatura alla lunga ha portato la società a primeggiare, anche soltanto economicamente.  Nel breve magari riesce pure a fare qualcosa di buono, anche l'economia stalinista ha portato alla prima industrializzazione della URSS e anche la Germania nazista ha sconfitto la disoccupazione, ma questo non basta per farne dei regimi invidiabili. Probabilmente in un paese arretrato un dittatore illuminato potrebbe anche fare bene, ma vallo a trovare un dittatore illuminato, telefonare in Africa per avere buoni esempi !? In  breve la teoria del uomo solo al comando non regge  per motivi logici e la storia ce lo insegna.
Secondo punto, alcuni preferiscono la destra perché è ordine e tradizione. Peccato che la tradizione sia romanticamente bella ma poco funzionale. Gli organismi viventi, ma anche le società, sopravvivono perché si adattano alle mutazioni ambientali, se non lo fanno e rimangono attaccati alle tradizioni prima o poi spariscono, vi piaccia o no la realtà è dinamica, le situazioni  cambiano ed evolvono e  non fanno sconti a nessuno. Non dico che il progresso sia sempre un bene ma restare fermi non è la soluzione, saper gestire il cambiamento è tutta altra cosa. In sintesi la tradizione è bella ma poco pratica, far leva sulla tradizione potrebbe essere rassicurante per l'elettorato ma poi si scontra con la realtà, l'ordine rassicura ma la realtà e caotica e spesso dal caos nasce la innovazione che è il cuore dello sviluppo.
Passiamo alla ultima considerazione, certo se siete stra ricchi e vivete sopratutto di rendita di qualunque tipo allora se votate a destra non ho nulla da dire, fate i vostri interessi. Ma se vivete di lavoro e anche avete un buon reddito siete sicuri di fare i vostri interessi votando a destra?
Certo la destra a volte promette tanto, vedi ad esempio Trump, difesa degli interessi nazionali, America first, prima gli italiani o 1 milione di posti di lavoro, ma la realtà è che la destra finisce per tagliare le tasse ai ricchi,  come hanno fatto Bush e compagni e come sarebbe la Flat Tax, magari lasciando delle voragini nei conti pubblici che pagano in un modo o nell'altro i cittadini meno abbienti con nuove tasse o tagli ai sevizi, e lo abbiamo visto in passato con i cocci lasciati a qualcun altro. Insomma, se non siete proprio ricchissimi o, lasciatemelo dire, proprio coglioni che si fanno ingannare dalla propaganda diventando braccio armato di quelli che non hanno i nostri stessi interessi, non votate destra, magari non votate ma non date il fianco a chi vi frega. 

mercoledì 10 giugno 2020

Diamo un voto al premier Conte

Premessa iniziale è che Giuseppe Conte mi sta complessivamente simpatico, ma il giudizio che devo dare è politico. Il giudizio è riferito al solo nuovo mandato e non al primo. 
Per quanto riguarda la gestione sanitaria della pandemia coronavirus devo dire che merita la sufficienza almeno. Un governo serio si sarebbe preparato prima, approvigionandosi dei materiali necessari e predisponendo un piano sanitario dettagliato e preciso, di questo si è fatto poco, però tenendo conto che i dati dalla Cina non erano veritieri e l'OMS ha sbagliato molto, si può anche capire ( e gli altri paesi che sono venuti dopo di noi non hanno fatto molto meglio). 
La decisione di chiudere Codogno è stata abbastanza tempestiva, il successivo lockdown di Lombardia e Italia è avvenuto con un po di ritardo ma ci sta. Sulla chiusura delle province bergamasche si è invece sbagliato, con polemiche e scarica barile tra Regione e Governo centrale, la verità è probabilmente  nel mezzo diciamo che il Governo poteva fare meglio.  
Le misure economiche post pandemia sono state invece lente e inizialmente scarse. Si potevano trovare dei modi diversi per fare arrivare i soldi prima (non certo le regalie a pioggia dell'opposizione) e infatti molti non hanno visto niente. C'è da dire che non è tutta colpa di Conte, bisogna dargli atto che i Ministri in media non brillano per grandi capacità e conoscenze e la nostra burocrazia è lenta e farraginosa da sempre. Con l'Europa ha tenuto una posizione abbastanza ferma dicendo cose ragionevoli, poteva cercare di più la sponda di altri paesi, anche se alla fine quelli che decidono sono Germania e Francia. Qualcosa è stato ottenuto,il Recovery Fund è un passo avanti ma non sono molto ottimista, visti i precedenti, che si riesca a realizzare quello che è stato promesso vista la opposizione montante di molti paesi. Sulla riapertura si è usata molta prudenza, in parte troppa, alcune regioni potevano aprire prima e invece si è voluto aprire tutti insieme, si è perso un poco di tempo e qualche euro in più. 
Insomma non è stato un Governo, come dicono i miei amici 5 stelle, invidiato e imitato da tutto il mondo, non è stato comunque, almeno nella gestione sanitaria dell'emergenza, un disastro, sulla gestione economica si poteva fare di più.
Resta da vedere cosa faranno adesso, vedo molta confusione, anche gli Stati Generali sono una cosa che mi pare un tantino indietro, non doveva essere un compito delle task force? 
Poi alcuni personaggi scelti (vedi Arcuri) sono stati una delusione e qui la colpa è di chi li ha nominati.
Insomma poche luci e molte ombre, per il momento il mio voto è 6 --, ma passata l'emergenza sanitaria ora viene quella economica. Conte dovrebbe avere il coraggio di scegliersi qualche consigliere migliore e ascoltare anche qualcuno di più avveduto nelle opposizioni (non certo i due leader Salvini e Meloni che non hanno dato grande testimonianza di essere degli statisti, ma questo lo sapevamo).
Quello che c'è da fare l'ho scritto nel mio ultimo libro ma non lo farà neanche Conte e nemmeno il prossimo Governo.

lunedì 1 giugno 2020

Salvare l'Italia.Salvare l'euro?

Ho appena pubblicato un mio nuovo e-book su Amazon dal titolo: Salvare l'Italia. Salvare l'euro? Punti di forza e di debolezza del nostro paese e della eurozona.
Il libro è un analisi della situazione economica complessiva del paese. In particolare, parte dall'analisi della spesa pubblica, sfatando il mito che noi spendiamo troppo. Semmai il problema è che spendiamo male spendendo troppo in alcune cose e troppo poco in altre. Prosegue con un analisi della nostra situazione sociale e produttiva con i nostri mali e alcune potenzialità non sfruttate. Nel libro evidenzio anche la situazione della Unione Europea e della area euro con i limiti che questa ha mostrato. Nelle conclusioni cerco di delineare un percorso di sviluppo possibile del nostro paese, sviluppo equilibrato che richiede non solo un miglioramento della organizzazione dello Stato, ma anche istituzionale e altro. 
Buona lettura.

mercoledì 6 maggio 2020

La scienza inutile- Francesco Saraceno

Ho comprato questo libro per curiosità, di libri di economia ne ho letti molti, mi interessava vedere come trattava l'argomento anche in relazione al mio libro, devo dire che alla fine il libro è stata una piacevole sorpresa.
Il libro verte sulla macroeconomia, ripercorrendo la storia dei modelli che hanno avuto successo. Ovviamente il primo ad essere trattato è il modello keynesiano che ha dato l'avvio alla macroeconomia, di cui l'autore spiega n maniera piuttosto semplice ma dettagliata il funzionamento. Seguono i modelli cosiddetti della sintesi neoclassica (Hicks, Modigliani) che tendono a limitare il caso keynesiano a modello limite ma non più generale, operando una certa normalizzazione del pensiero di Keynes, questo modo di rappresentare Keynes viene da alcuni definito "keynesismo idraulico". Con la corrente di Friedman si supera invece definitivamente il modello keynesiano con il monetarismo che sposta il focus dell'intervento economico dalla politica fiscale a quella monetaria. Un ulteriore distacco lo abbiamo con Lucas con  la economia delle aspettative razionali e quella dei cosiddetti cicli reali, dove gli shock sono puramente esogeni. Infine, nell'ultimo periodo prima della crisi, prende il sopravvento quello che viene definito il nuovo consenso (Blanchard)  che fonde un approccio a breve termine keynesiano (domanda) con un lungo termine più determinato dalle politiche di offerta. Le fluttuazioni di breve periodo hanno poca influenza sulla crescita di lungo termine determinata dalla tecnologia. Ma anche il nuovo consenso non esce bene dalla crisi del 2008 (il consenso malmenato afferma l'autore) con le sue ricette sulle cosiddette riforme strutturali, facendo invece  rinascere l'interesse per le politiche fiscali.  Il libro si conclude su alcune riflessioni sul futuro della teoria economica con la conclusione ( che ricorda Rodrik) che nessuna teoria è adatta a tutte le stagioni e che forse è bene  rinunciare a una teoria universale.
Il libro inoltre è in buona parte composto da interessanti inserti che consentono di passare dalla teoria agli aspetti dell'economia attuale e reale. Nel complesso un libro interessante, ricco di spunti e anche di utili riferimenti bibliografici. Non è un libro per neofiti (ai quali per farsi un idea consiglio ovviamente il mio libro che parte dalla economia classica e spiega i concetti fondamentali), ma dedicato a chi ha almeno  una infarinatura di economia. Comunque un libro di cui consiglio l'acquisto e la lettura.