venerdì 6 giugno 2014

La crisi non è finita


La recensione di oggi è sul libro:

La crisi non è finita di N. Roubini e S. Mihm- Feltrinelli

Nouriel Roubini è riconosciuto come uno degli economisti più autorevoli del mondo, dopo che  le sue previsioni nel 2006, su un imminente terribile crack dell'economia mondiale,  si sono puntualmente avverate. In questo libro Roubini spiega ai lettori in che modo è riuscito a prevedere prima di altri la crisi in arrivo, evidenzia anche  gli errori da evitare nella fase attuale e indica i passi da compiere per uscirne in modo stabile. Nella sua visione i disastri economici non sono eventi unici e imprevedibili, privi di cause specifiche. Al contrario, i cataclismi finanziari sono vecchi quanto il capitalismo stesso e si possono prevedere e riconoscere. Da queste esperienze, ammonisce Roubini, dobbiamo imparare come possiamo fronteggiare l'endemica instabilità dei sistemi finanziari, a prevederne i punti di rottura, circoscrivere i pericoli di contagio globale, e soprattutto riuscire a immaginare un futuro più stabile per l'economia mondiale. «Globalizzazione e innovazione sono andate di pari passo, rafforzandosi a vicenda (...). La globalizzazione potrebbe suscitare crisi molto più frequenti e virulente. La rapidità con cui i capitali finanziari vaganti entrano ed escono da specifici mercati e da singole economie ha esacerbato la volatilità dei prezzi delle attività e l'intensità delle crisi finanziarie»

In particolare la sua analisi sui paesi dell’Europa del sud è che  l'adozione dell'euro ha permesso loro di indebitarsi e consumare di più di quanto non avrebbero fatto altrimenti; il boom del credito che ne è conseguito ha sostenuto i consumi, ma provocando un aumento dei salari, che ha reso le loro esportazioni meno competitive. Le sue conclusioni finali sono che, come la maggior parte degli economisti più accreditati,  dobbiamo dar vita a un processo di “definanziarizzazione” dell'economia reale riportandola alla sua origine di allocazione delle risorse scarse utilizzate per produrre beni e servizi. In particolare aggiungono gli autori, ricorrendo alla politica monetaria e a una più ampia regolamentazione, i governi possono arginare i fenomeni di boom e declino, possono fornire quella vasta rete di sicurezza sociale necessaria per rendere i lavoratori più produttivi e flessibili e possono attuare politiche tributarie che riducano le disuguaglianze di reddito e ricchezza:
«Il nostro futuro potrà anche essere segnato dalle crisi, ma i governi possono limitarne l'incidenza e la gravità».

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