sabato 10 febbraio 2024

Paul Krugman- Discutere con gli Zombie- Le idee politiche mai morte che uccidono la buona politica

Paul Krugman è una noto economista statunitense, vincitore del cosiddetto Premio Nobel per l'economia nel 2008, di cui abbiamo già pubblicato qui la recensione di un suo libro sulla crisi economica. Paul Krugman è anche  un editorialista del New York Times e quasto libro è, di fatto, una raccolta di suoi articoli; pertanto non essendo un libro unitario ma una raccolta di aricoli su diversi argomenti quella che segue non è una vera recensione. 
Il libro è suddiviso in vari argomenti, i temi sono diversi, in particolare sono relativi a: social security e Obamacare, la crisi del 2008, l'austerità, l'euro, le tasse, Trump, i media ed altro, in particolare ovviamente temi economici
L'autore su questi argomenti esprime la sua opinione, sempre in contrasto con la visione del partito repubblicano USA. Gli argomenti sono spesso incentrati su tematiche degli USA pertanto sono relativamente interessanti per noi italiani, anche se forniscono un punto di vista sulla  politica americana e i suoi difetti. E' un libro interessante ma non unitario e, quindi, in parte dispersivo. 
Interessante è, sopratutto, la panoramica che offre sulla situazione politica americana, ovviamente di parte, cioè dalla parte di un economista liberal progressista. Quello che si vede è la degenerazione del partito repubblicano, sempre piu ancorato su posizione di retroguardia e ultimamente dominato dal trumpismo. Mi ha sorpreso, negativamente, la tenacia con cui i repubblicani, senza un vero successo, hanno tentato di sabotare la riforma sanitaria di Obama che offriva, giustamente, possibilità di assistenza sanitaria a una larga fascia di popolazione che ne era sprovvista. 
Francamente sembra strano che possano avere tanti voti i repubblicani quando smaccatamente fanno politiche a vantaggio di pochi, taglio delle tasse ai ricchi, e molto poco a vantaggio dei più. In realtà non è cosi strano se pensiamo a quanto possano pesare i ricchi negli Stati Uniti nel condizionare i media e quindi la opinione pubblica, riuscendo a convincere a votare una parte della popolazione più povera a favore di politici che perseguono obiettivi che non  la avvantaggiano. 
Anche da noi in Europa si assiste a una ripresa della destra ormai generalizzata, comunque, come ho più volte sottolineato, è soprattutto colpa dei partiti progressisti incapaci di affrontre in maniera corretta e fornire le giuste risposte ai cambiamenti sociali ed economici che le nuove tecnologie e la globalizzazione stanno imponenendo a gran parte della popolazioni, con aumento delle difficoltà economiche  e visione pessimistica sul futuro, lasciando spazio a chi cavalca queste crisi con un populismo facile da capire ma che non risolve molto.

giovedì 18 gennaio 2024

Yanis Varoufakis- I deboli sono destinati a soffrire?- L'Europa, l'austerità e la minaccia globale alla stabilità globale

 Dell'autore, ex ministro delle Finanze della Grecia nel governo Tsipras e professore di Teoria Economica alla Università di Atene e alla University of Texas di Austin, abbiamo già recensito il suo libro successivo sulla sua esperienza di ministro qui.

Il libro, anche se il titolo può essere sibillino, è un libro di storia, in particolare della storia degli accordi monetari mondiali prima e poi di quelli successivi in Europa sino alla introduzione dell' euro.

Il libro parte dagli accordi di Bretton Woods dove nonostante l'impegno di Keynes vinse il piano di White (USA), la potenza vincente, che imponeva un sistema basato, ovviamente sul dollaro (*), unica moneta ad essere legata all'oro in maniera fissa. Le altre monete erano a loro volta agganciate al sistema che prevedeva un sistema di cambi semi fissi che potevano variare in modo concordato. Il sistema era meno internazionale e multilaterale di quello di Keynes ma funzionava se gli USA erano in surplus, come lo erano nel primo dopoguerra, e quel surplus, inviato come aiuto all'Europa, serviva a comprare le merci americane e quindi i dollari ritornavano a casa riequilibrando il sistema e generando stabilità. Questo equilibrio finì quando gli USA divennero importatori netti per lo sviluppo delle economie europee e giapponese. La situazione era precaria con un valore di cambio dollaro-oro fissato ad un valore troppo basso rispetto alla realtà. A far saltare l'accordo ci pensarono i francesi (De Gaulle)  che, sofferenti per la perdità di potere economico della Francia rispetto alla Germania, accusarono gli USA di avere un "privilegio esorbitante" mandando a cambiare dollari con oro. Di fronte a una situazione insostenibile, per cui le riserve auree americane erano a rischio, furono gli USA, nel 1971, a interrompere unilateralmente il cambio fisso dollaro oro e a far saltare Bretton Woods. 

E così l'Europa si ritrovò senza l'ombrello del dollaro e di Bretton Woods e incomiciò a pensare a farsi una sua Bretton Woods europea. In questo contesto nacquero, e finirono miseramente, i due tentativi di stabilizzare i cambi tra le monete europee, prima il sistema del cosiddetto serpente monetario e poi lo SME, entrambi con vita piuttosto breve. Nonostante questi fallimenti, con la unificazione della Germania si presentò l'occasione di far partire la moneta unica, contro la riluttanza tedesca e soprattutto della Bundesbank,  con un accordo Khol-Mitterand, con la segreta speranza dei francesi di riuscire, in qualche modo, di controllare la Germania e il marco (speranza vana a posteriori). Anteporre la moneta alla unione politica era un rischio che Mitterand conosceva, e addirittura la stessa Tatchter affermò, quando diede le dimissioni, che con una banca centrale europea così concepita non ci sarebbe stata democrazia. Inoltre, tra gli altri il grande economista Kaldor, già nel 1970, aveva evidenziato che era un pericoloso errore. L'euro inizialmente funzionò ma basato su pericolosi squilibri, infatti i suplus degli esportatori europei venivano risucchiati dal Minotauro finanziario di Wall Street e d'altra parte finivano per indebitare i paesi europei in deficit con le banche francesi e tedesche. Tutto questo giro di denaro e speculazione finì come ben sappiamo con la crisi del 2008.

Il resto della storia è noto, ne abbiamo parlato ampiamente in altri libri: la crisi dell'euro, i salvataggi a colpi di asuterità, vedi per la Grecia anche di Varoufakis Adulti nella stanza; l'intervento salvifico di Draghi dopo gli errori di Sarkozy e Merkel, con la Bundesbank che non mancò di denunciare gli interventi di Draghi alla corte costituzionale tedesca! 

L'errore di fondo di tutte le politiche moenetarie europee, per Varoufakis, è quello di voler depoliticizzare il denaro che è una assurdità. Concludo la sintesi del libro con una delle citazioni conclusive dell'autore: "L'euro ha rimpiazzato la paura della svalutazione con la certezza della depressione".

Il libro presenta in appendice la cosiddetta  modesta proposta fatta dall'autore con altri per risolvere i problemi euroopei senza stravolgere troppo le regole, proposta che ho comemmentato  qui.

In conclusione, un libro molto ben scritto, l'autore riesce a narrare episodi e i fatti economici in maniera piacevole ricorrendo spesso ai miti greci. E' un libro ben documentato con molte ricostruzioni storiche interessanti e spesso non note, quindi è un libro che vale la pena leggere. E' chiaro che l'autore evidenzia il proprio punto di vista e si intravede il grande rancore verso la Bundesbank per come sono andate le cose per la Grecia, anche se alla fine sono i francesi che escono peggio dai fatti storici. 

(*) Il piano di  Keynes si basava su una moneta virtuale internazionale chiamata Bancor.

venerdì 5 gennaio 2024

La politica che sconforto

 Ho visto la conferenza del nostro Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la sensazione è di sconforto. Giorgia Meloni è un politico navigato capace di rispondere ad alcune accuse con altrettante accuse ai suoi predecessori e con battute sferzanti ma, detto ciò che sul piano comunicazionale può funzionare, per il resto non ho grande ammirazione per questo governo. Intanto la squadra di governo e i personaggi che ruotano intorno a Fratelli d'Italia non mi sembrano un gran che, basti vedere alcune figure tra il ridicolo e il penoso: Lollobrigida che ferma il treno e quest'altro che gira con la pistola a Capodanno o il Ministro delle imprese (Urso).

La manovra di governo è limitata dai ridotti spazi fiscali, fa poche cose, più che altro cerca di evitare il peggio. La figura peggiore è a livello internazionale. Per mesi hanno evitato di ratificare  il MES con la speranza di poter contrattare qualcosa sul nuovo patto di stabilità. Il patto è invece stato stabilito  sopra le nostre teste e non sembra molto migliorativo rispetto a quello proposto della Commissione Europea. Dimostrazione di quanto non contiamo molto in Europa, problema che non è nuovo ma la Meloni, per quanto cerchi di proporsi come statista europeo, in realtà conta ancora meno dei suoi predecessori. 

Siamo alle solite, una politica orfana di leadership con scarsa visione del futuro da dare a questo paese. L'unica proposta è la riforma costituzionale con il premierato, che darebbe un ulteriore colpo al parlamento riducendo anche il potere del Presidente della Repubblica, se passase ci condannerebbe a ulteriori leadership populiste che non hanno mai fatto del bene a nessuna nazione, vedi Argentina. 

D'altra parte l'opposizione è ben poca cosa, la Schlein non riesce a fare una opposizione efficace, Conte prova a fare qualcosa ma il suo passato non lo rende credibile, uno che è passato da un governo giallo-verde a uno giallo-rosso, con l'approvazione di politiche, forse negli intenti buone, ma disastrose negli esiti: reddito di cittadinanza e superbonus. Come si vede mancano leadership preparate e illuminate, non c'è nessuna volontà di formare una buona classe dirigente (vedi qui), i nostri giovani non sono per niente valorizzati tant'è che i migliori se ne vanno all'estero. Certo da altre parti non è meglio, vedi in USA, dove i due candidati alle presidenziali più probabili in lizza sono due ultra settantenni, possibile che in un grande paese come gli Stati Uniti non si trovino candidati più giovani? Senza contare che poi Trump ha già dimostrato di cosa è capace.

Insomma una situazione deprimente che non lascia grandi speranze per il futuro.

martedì 2 gennaio 2024

Francesco Saraceno- Oltre le banche centrali- Inflazione, disuguaglianza e politiche economiche

 Questo è l'ultimo libro di Francesco Saraceno, professore di Macroeconomia internazionale a Sciences Po e Luiss, di cui abbiamo già recensito: La riconquista e La scienza inutile.

Come da sottotitolo tema principale del libro è l'inflazione che tradizionalmente si divide in: inflazione da domanda, da offerta o da aspettative. L'aspetto peggiore dell'inflazione è che, citando Keynes, non sia costante e prevedibile. Se per Keynes la moneta non è neutrale, per  la teoria monetarista di Friedman e seguaci "solo la moneta conta". Per i monetaristi la relazione tra reddito e domanda di moneta è stabile nel tempo. L'altro concetto fondamentale della teoria monetarista è che l'economia fluttua intorno a un equilibrio "naturale"; altri concetti fondamentali sono: l'economia non ha bisogno di aiuti esterni, qualunque tentativo della politica di bilancio volta a spingere la crescita provoca una riduzione della spesa privata, infine una espansione monetaria finisce per aumentare i prezzi.  

Segue una breve storia dello shock di Vockler, capo della Fed dal 1979, che con la sua cura fatta di alti tassi di interesse avrebbe bloccato la inflazione, comportando comunque recessione e disoccupazione.

Per l'autore la inflazione non è mai un fenomeno monetario, ma deriva piuttosto da una discrepanza tra domanda e offerta. Inoltre, dietro la dinamica dei prezzi ci sono una eterogeneità di fattori e gli shock macroeconomici hanno differenti effetti sui vari settori economici. 

La inflazione è un fenomeno macroeconomico che richiede quindi una analisi disaggregata. Per i fautori della stretta monetaria è importante che la inflazione corrente non venga incorporata nelle aspettative, mentre è piu importante chiedersi se gli operatori si attendono che le cause contingenti persisteranno. 

Il periodo di assenza di inflazione che passa sotto il nome di Grande Moderazione, che sembra avvalorare le tesi dei monetaristi, ha come spiegazione non solo la politica monetaria, ma ci sono altri fattori come la innovazione tecnologica, le catene produttive più lunghe (globalizzazione). Inoltre, la Grande Moderazione ha contribuito a creare squilibri crescenti che sono esplosi nella crisi del 2008. Segue nel libro una analisi della crisi finanziaria che non riporto e che abbiamo visto dettagliatamente in altri libri: Crashed e Hall of Mirrors.

Dopo la crisi finanziaria abbiamo avuto la crisi del covid con  il lockdown che ha, oltre a  politiche monetarie, costretto ad intraprendere  numerosi e sostanziosi  interventi di politica economica per risollevare la economia reale. La crisi del covid ha avuto pesanti ripercussioni sulle catene di produzione e sui trasporti, l'aumento di  domanda con la ripresa ha portato all'innescarsi di alcuni colli di bottiglia produttivi a cui la guerra in Ucraina ha aggiunto un ulteriore aggravamento dei costi energetici.

Nonostante ciò il monetarismo sembra ancora vivo  anche se l'accademia ha respinto ormai i suoi fondamentali. La domanda e offerta di moneta non sono risultate affatto stabili come il monetarismo afferma. Inoltre, anche la convergenza sull'equilibrio naturale non sembra così solida. In particolare in una economia moderna i pagamenti avvengono con una molteplicità di strumenti e quindi definire cosa sia la moneta da controllare appare poco chiaro. Il credito riamane poi  principalmente nelle mani del sistema finanziario e di imprese e famiglie. Infine, anche se la banca centrale riesce a influenzare i tassi a lungo questi sono solo uno dei fattori che determinano le decisioni di consumo e investimento. L'autore concorda con Tobin che dietro ogni equlibrio aggregato ci sono sempre mercati in disequilibrio di segno opposto con diverse sensibilità dei prezzi agli eccessi di domanda e offerta. La curva di Phillips che ha occupato tanto spazio nelle discussioni tra economisti di varie estrazioni, con i monetaristi che la vedevano verticale al tasso di disoccupazione naturale, sembra dipendere fortemente dal periodo e paese studiato. In ogni caso nell'ultimo periodo le variazioni di disoccupazione non hanno avuto effetti sui prezzi (curva orizzontale) e se la curva è orizzontale significa che la politica monteria può aver un notevole effetto sulla disoccupazione senza che questo provochi variazioni significative della inflazione. L'esito di tutte queste riflessioni è che bisognerebbe nel perseguire  certi obiettivi, che sono intrecciati tra loro, mobiltare contemporanemante strumenti diversi.

Quindi l'autore elenca alcuni degli strumenti con cui combattere l'inflazione piuttosto che colpire in maniera indifferenziata con la politica monetaria ("spegnere una candela con un idrante"). In particolare gli strumenti sono: 

  • le politiche industriali con investimenti significativi in infrastrutture canalizzando le risorse sui settori colpiti da shock; fornire risorse alle imprese per continuare a svilupare programmi di investimento; 
  • controlli temporanei dei prezzi che comunque servono solo quando non c'è un generale surriscaldamento della economia. 
  • Infine, dato che la inflazione ha effetti distributivi bisogna garantire una distribuzione equa dei costi dello shock.

Nell'ultimo capitolo l'autore da uno sguardo al domani.  Gli eventi climatici estremi e i costi di mitigazione possono portare a più inflazione e difficoltà nelle catene del valore. C'è inoltre una certa tendenza al reshoring per recuperare autonomia strategica sulle catene produttive, inoltre è probabile/auspicabile una minor esternalizzazione dei costi ambientali, ciò sicuramente può comportare ulteriori incrementi dei costi. Un problema fondamentale che si è acuito negli ultimi 30 anni è la disuguaglianza, questa dovrebbe esser ridotta tramite una riduzione della precarietà, salari minimi adeguati, regolamentazione dei mercati per ridurre il potere delle rendite e del potere di mercato, questo, se implementato, potrebbe aumentare i costi. Questi fattori porterebbero a pensare che la "stagnazione secolare" forse non è cosi probabile, anche se l'autore azzarda  a prevedere che probabilmente le tendenze di lungo periodo che hanno dominato lo scorso decennio torneranno a farlo. 

In ogni caso l'affidarsi solamente ai banchieri centrali non porta a crescita e stabilità e piuttosto è importante il policy mix. E' inoltre importante agire simultaneamente sul lato della offerta e su quello della domanda e superare la tradizionale suddivisione tra politiche macroeconomiche e microeconomiche.

Un libro molto ben scritto e ben documentato, infatti in ogni affermazione l'autore porta a sostegno delle sue tesi studi e articoli. Il tema della inflazione è molto ben sviscerato ed approfondito, anche se altri aspetti (critica all'Europa o al liberismo) li aveva già esposti nei suoi precedenti libri. Un libro quindi di cui consiglio vivamente la lettura.













sabato 23 dicembre 2023

Robert Solow e i modelli di sviluppo

In occasione della scomparsa di Robert Solow, uno dei più grandi economisti del '900, pubblico la parte del mio libro, Le idee dell'economia, che riguarda i modelli di crescita e sviluppo tra cui appunto quello di Solow.

Nella economia classica era comune cercare di analizzare i motivi di evoluzione del sistema economico, in particolare possiamo citare Smith e Marx su cui ci siamo soffermati. Questo tipo di analisi, per cosi dire “sistemica”, diviene meno frequente nel periodo neo-classico e viene ripresa sia da Keynes e sia da Schumpeter, con le differenze che abbiamo mostrato. 

A partire dal modello keynesiano, tenendo conto anche degli spunti di Schumpeter inerenti le innovazioni tecnologiche, una varietà di autori sviluppa una serie di teorie o modelli per individuare i parametri o le relazioni, tra le variabili macroeconomiche, che sono le determinanti della crescita o sviluppo di un sistema economico.
Dobbiamo precisare che fino ad adesso abbiamo parlato di crescita e sviluppo come sinonimi, in realtà nella letteratura economica questi due termini tendono ad assumere valenze diverse. Quando si parla di crescita si intende, in genere, soffermarsi sugli aspetti quantitativi, come ad esempio l’aumento del prodotto in generale o pro-capite. Nel termine di sviluppo si comprendono, generalmente, anche aspetti più qualitativi, come ad esempio i fenomeni sociali che si accompagnano alla crescita del prodotto: l’aumento del livello di istruzione e del tasso di alfabetizzazione.
Il primo modello in ordine temporale è quello di Harrod, sviluppato nel 1939, che quindi risente della influenza keynesiana. Tale modello, che come sempre è un modello semplificato, si basa su alcune ipotesi limitative, in particolare assume che non ci sia possibilità di sostituire lavoro a capitale e viceversa. Il modello nelle sue conclusioni arriva a dimostrare che la crescita di una data economia, e più precisamente il tasso di crescita (∆Y/Y) del prodotto Y (o reddito) di una determinata economia, è direttamente proporzionale al risparmio (specificamente alla propensione marginale al risparmio) e a quella che è definita la produttività (marginale) del capitale. Quindi, in estrema sintesi, quello che si evince dal modello è che per favorire la crescita è necessario incentivare il risparmio e gli investimenti e, inoltre, favorire anche la innovazione tecnologica, poiché questa aumenta la produttività del capitale.
Il modello fu ripreso da Domar avendo delle basi diverse e concentrandosi sul lungo periodo piuttosto che sul breve, tale modello arriva a conclusioni pressoché identiche anche se formalmente più rigorose.
Un problema di questo modello, intendendolo come unico (modello Harrod-Domar), è che non è stabile, pertanto non esiste nessun meccanismo auto-equilibratore tale da assicurare che il tasso di crescita dell’economia sia esattamente pari a quello che consente al sistema economico uno sviluppo in equilibrio e con il pieno impiego, se ciò avviene è per puro caso. Inoltre, una delle critiche che è stata mossa al modello è che le condizioni indicate per la crescita, aumento dei risparmi e degli investimenti, sono condizioni necessarie ma non sufficienti a consentire di generare un effettivo aumento della crescita di un economia.
Una ulteriore evoluzione dei modelli di crescita è rappresentata dal modello di Solow-Swan, appartenente al filone della sintesi neo-classica, data la complessità matematica daremo solo una sintesi delle sue conclusioni e anche in questo caso il modello si basa su alcune ipotesi (*). Nel modello di Solow-Swan viene confermata la importanza del tasso di risparmio nella determinazione del tasso di crescita. Le conclusioni del modello sono, escludendo la innovazione tecnologica, che nel lungo periodo i sistemi economici raggiungono, con tassi di crescita decrescenti nel tempo, una situazione stazionaria; inoltre che tassi di risparmio più alti determinano, nello stato finale, un benessere maggiore in termini di reddito pro capite, ma che tale livello di reddito viene influenzato negativamente, cioè risulta più basso, con la crescita della popolazione. La dinamica della crescita dipende fondamentalmente dalla quantità di capitale iniziale e la crescita del tenore di vita (reddito pro-capite) è legata alla accumulazione di capitale. Nel lungo periodo il rapporto capitale/lavoro cesserà di aumentare: l’economia entrerà in una condizione di stato stazionario in cui l’aumento dell’intensità del capitale si blocca e così anche la crescita.
In particolare le conclusioni dl modello stabiliscono che il tasso di risparmio non ha alcun effetto sulla crescita della produzione nel lungo periodo, può determinare infatti una crescita solo in un certo periodo di tempo, determina invece il livello di produzione/reddito finale di lungo periodo (quello dello stato stazionario). Il modello predice, quindi, che, in assenza di sviluppo della tecnologia, la produzione pro-capite di un paese tende a convergere ad un valore di equilibrio (o stato stazionario) e che tale valore è tanto più alto quanto maggiore è il tasso di risparmio, viceversa la produzione pro-capite finale risulta minore all’aumentare del tasso di crescita della popolazione. Il vantaggio di questo modello è che, contrariamente a quello di Harrod-Domar, vengono eliminati i problemi di instabilità.
Come accennato il modello è stato ampliato per tener conto della evoluzione tecnologica. In questo modello modificato non si raggiunge uno stato stazionario ma il livello di crescita è determinato solo dal ritmo di miglioramenti tecnologici; inoltre in tale modello l’evoluzione tecnologica viene considerata esogena, cioè esterna al sistema. Nel modello di Solow, che contiene l’evoluzione tecnologica, la crescita del reddito di lungo periodo è pertanto guidata dal progresso tecnologico, infatti questo causa un aumento della produttività marginale, cioè lo stesso ammontare di lavoro e di capitale produce una maggiore quantità di prodotto; questo fattore tecnologico che incrementa la crescita, non riconducibile al capitale o al lavoro, è definito come residuo di Solow. Da studi empirci successivi dello stesso Solow, su un periodo che va dal 1909 al 1949 sugli Stati Uniti, il contributo alla crescita economica dovuto alla innovazione tecnologica risulterebbe preponderante, quasi il 90%.
Dato che in tale modello il progresso tecnologico è esterno (esogeno) al modello stesso, un filone di studi successivi si è indirizzato nel cercare un modello che comprendesse al suo interno anche il progresso tecnologico. I successivi studi pertanto cercano di indagare come questo progresso tecnologico dipenda dalle decisioni degli agenti economici, ad esempio come vengono generati gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Uno di questi modelli è quello di Romer, il cui obiettivo è di modellizzare il funzionamento del progresso tecnologico e, quindi, farlo diventare interno (endogeno) al modello stesso. Il progresso tecnologico viene ad essere schematizzato suddividendolo in:
• miglioramenti diretti di conoscenza tecnica dovuti agli investimenti di ricerca e sviluppo;
• trasferimenti di conoscenza tecnologica dall’impresa innovatrice verso gli altri;
di cui il secondo è il tipico esempio di esternalità positiva.
L’ipotesi da cui parte Romer è che il sistema economico abbia un dato ammontare di “capitale umano”, ovvero un insieme di conoscenze, competenze e abilità delle persone, che può essere utilizzato sia nella produzione sia nella ricerca. La ricerca infatti ha come scopo principale di introdurre nuovi processi produttivi che aumentano la produttività (che nel caso del lavoro abbiamo definito come output/lavoratore). 

Le conclusioni del modello di Romer sono che il progresso tecnologico cresce in funzione dello stock di conoscenza tecnica accumulato; progresso che, a sua volta, dipende dalla quota del capitale umano che viene dedicato alla ricerca, decisione che spettando agli agenti economici è quindi interna (endogena) al sistema. Si pone di conseguenza il problema di quale sia la quota di capitale umano da dedicare alla ricerca e come ottimizzarla. Questo genera anche un ulteriore problema, cioè di come incentivare gli “innovatori” a investire in ricerca ed innovare, visti gli effetti di esternalità positivi; pertanto in questo caso la concorrenza perfetta va in qualche modo in contrasto con la necessità di garantire questi incentivi ai privati. Inoltre, anche nel caso in cui l’innovatore sia lo Stato, come evidenzia Mazzuccato nel suo libro Lo Stato innovatore, dovrebbe esistere un meccanismo per garantire che una parte di queste esternalità generate vada ad alimentare ulteriori spese di ricerca da parte dello Stato.

(*) Le ipotesi del modello di Solow-Swan sono: di essere in un regime di concorrenza perfetta; il rapporto tra capitale e reddito (K/Y) dipende dal rapporto tra i prezzi dei fattori, mente in Harrod è costante; il progresso tecnico è esogeno e, inoltre, assume che i rendimenti di scala siano costanti ma la produttività (marginale) dei fattori sia decrescente.

lunedì 4 dicembre 2023

Daron Acemoglu-Simon Johnson- Power and Progress: Our Thousand-Year Struggle Over Technology and Prosperity

Gli autori del libro sono: Kamer Daron Acemoğlu un economista americano di origine turca che insegna al Massachusetts Institute of Technology (MIT), di cui abbiamo recensito: Perchè le nazioni falliscono, e Simon H. Johnson economista britannico-americano che insegna alla Sloan School of Management del MIT.

Il tema del libro viene chiarito sin dall'introduzione: la crescita della prosperità, che abbiamo avuto, non si deve all' avanzamento del progresso tecnologico per se ma al fatto che la direzione dell'avanzamento tecnologico è stata indirizzata a beneficio di tutti e non solo di una piccola élite. Questo si è ottenuto grazie ai cittadini e ai lavoratori che hanno sfidato le scelte delle élite dominanti forzando a loro vantaggio i guadagni del progresso tecnologico. Il progresso non è mai automatico, una visone più inclusiva della tecnologia emerge solo se gli equilibri del potere si modificano. Purtroppo negli ultimi tempi i lavoratori hanno visto invece i loro redditi reali diminuire, la disuguaglianza può aumentare a causa della innovazione. Anche se cresce la produttività questa non si traduce in un aumento di domanda di lavoro. L'automazione aumenta la produttività media ma spesso non fa crescere, o addiritura diminuire, la produttività marginale del lavoratore. Ciò porta all'aumento dei profitti e della quota di reddito del capitale a scapito di quella del lavoro. Nel XX secolo, invece, la automazione non ha ridotto la domanda di lavoro perche accompagnata da miglioramenti e riorganizzazioni  che hanno prodotto nuovi compiti e attività per i lavoratori.

La direzione del progresso, e quindi chi vince e chi perde, dipende dalla visione predominante nella società. Questa visione dipende dal potere di persuadere; la forza delle idee dipende dal fatto che siano semplici, supportate da una storia convincente e intrigante, con un velo di verità, e le storie ripetute sono spesso vincenti. Una idea vincente dipende dal potere, dai mezzi e dal prestigio di chi la propugna. Inoltre, le istituzioni politiche ed economiche determinano chi ha le migliori opportunità di persuadere gli altri. Lo  status sociale è infatti conferito da norme e istituzioni.

Il potere economico e politico determinano chi ha il potere di agenda. La visione della tecnologia permea ogni aspetto della economia e della società. Tutto ciò spiega la necessità di avere forze che si controbilanciano e facciano da contrappeso alla visione dominante, creando istituzioni che permettano di creare spazio a idee che possano influenzare l'agenda. 

Il vantaggio della democrazia risiede nell'incoraggiare diverse prospettive e uno dei suoi maggiori vantaggi è, appunto, di evitare la tirannia delle visioni ristrette. Le scelte tecnologiche sono definite dalla visione dominante e tendono a rinforzare il potere e lo status di coloro che stanno modellando la traiettoria della tecnologia e le scelte teconologiche possono essere molte con esiti diversi. Segue una storia della evoluzione tecnologica e della produttività. Sino a tutto il medioevo i migliormenti produttivi non ebbero effetti sugli standard di vita dei lavoratori, lo scarso surplus andava tutto a una piccola elìte.  I progressi tecnologici e organizzativi, seppur proclamati nell'interesse generale, spingevano sempre più verso il basso la gran parte della popolazione. I benefici del progresso cominciarono ad essere condivisi solo quando le elìte non ebbero più la forza di imporre la loro visione ed estrarre il surplus dalle nuove tecnologie. Il vero progresso si ebbe comunque nel XIX secolo quando si trasformò la relazione tra industria e scienza, quando il metodo scientifico divenne sempre più importante per la innovazione industriale. 

La prima rivoluzione industriale invece fu più opera di intraprendenti inventori senza una vera formazione scolastica che facevano parte di una classe media in cerca di un avanzamento sociale; questo gruppo  fu cruciale per la nascita della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, grazie al declino della società feudale dovuto alla crescita dei commerci atlantici che fece emergere una nuova classe media. Comunque questo progresso fu vantaggioso solo per gli imprenditori e una classe ristretta mentre le condizioni dei lavoratori peggiorarono ancora, con condizioni di lavoro disumane e poco salubri con aumento dell' inquinamento; la rivoluzione industriale si rivelò quindi inizialmente come  un disastro sanitario.

 Fu solo nella seconda metà dell'ottocento che incominciarono a crescere i salari e migliorarono le condizioni sanitarie e questo grazie a un processo di riforme politiche ed economiche. Ad esempio furono le ferrovie una tipica trasformazione tecnologica che aumentò la produttività ma generò nuove opportunità di lavoro. In ogni caso la innovazione tecnologica non conduce di per se all'innalzamento dei salari ma questo si ottiene solo grazie ad un aumento del potere contrattuale del lavoratori. I decisori politici divennero attenti alle responsabilità sociali solo quando furono sottoposti a pressioni da parte dei votanti. Fu quindi l'aumento di poteri che si contrapponevano a permettere di  distribuire i vantaggi di una maggiore produttività.

La crescita in seguito anche negli altri paesi fu generata dalle nuove tecnologie ed ebbe due aspetti fondamentali, da una parte la innovazione non produsse la sola riduzione dei costi ma fu in grado di creare nuove attività ed opportunità, inoltre si svilupparono strutture istituzionali  che rafforzarono il potere dei lavoratori e la  regolazione del governo. La riduzione del lavoro dovuto alla automazione fu più che compensata dalla creazione di nuove opportunità di lavoro. 

Lo sviluppo della produzione di massa, trainato anche dalla produzione delle auto, generò domanda in tutti i settori creando nuovi posti di lavoro e distribuzione della ricchezza prodotta. Questo aumento della ricchezza distribuita lo si deve anche alla forza del movimento operaio. La introduzione sempre piu massiccia delle tecnologie digitali che si sono sviluppate nell'ultimo periodo hanno, invece, dei  risvolti negativi per il lavoro, portando a una modifica della quota di ricchezza a favore del capitale e, quindi, una diminuizione della quota a favore del lavoro. La perdita di potere contrattuale  del lavoro si è rispecchiata in un indebolimento del sindacato. Tagliare i costi divenne un imperativo, con sempre più nuove macchine e algoritmi che sostituiscono lavoratori. Questo ha aumentato le disuguaglianze riducendo lavoro  e retribuzione  a medio basso skill. Il reindirizzamento di alcune lavorazioni all'estero ha pure contribuito alle disuguaglianze ma il maggior ruolo lo ha avuto la direzione dello sviluppo tecnologico. 

La direzione dello sviluppo tecnologico si fonda sull'emergere di una ideologia (o distopia) che ha spinto in una direzione anti-lavoro, cioè l'idea che il mercato non regolato sia favorevole all'interesse della nazione e della società. Questa visione ha giustificato qualsiasi modo per fare soldi, incoraggiando le corporations a incrementare i profitti con qualsiasi mezzo e spostando la bilancia a favore dei manager rispetto ai lavoratori. Il lavoro è cosi diventato sempre più un costo che una risorsa. 

Altrettanto pericolosa si sta rivelando la introduzione dalla IA (Intelligenza Artificiale) con l'ambizione di automatizzare anche i compiti meno routinari. Purtroppo la direzione della IA sembra più quella di sostituire gli umani piuttosto che complementare il loro lavoro. Piuttosto che fissarsi sulla intelligenza delle macchine bisognerebbe focalizzarsi sulla loro utilità (machine usefulness).

Le macchine dovrebbero essere al servizio degli uomini  come complemento delle loro capacità, possono quindi aumentare la produttività dei lavoratori. La IA sta aumentando il potere nelle mani delle élite tecnologiche, mentre le tecnologie digitali non dovrebbero essere usate solo per automatizzare il lavoro.

La IA ha anche un ulteriore aspetto negativo, infatti come dimostra la Cina ma anche altri paesi, non esclusi quelli democratici, l'uso dell'IA  può servire a combattere il dissenso ed aumentare la sorveglianza sui cittadini. Quindi l'IA può aumentare il potere degli stati autoritari. 

Un altro aspetto è relativo alle piattaforme social che hanno spesso dimostrato di diffondere più le false informazioni che la verità, questo perché le piattaforme guadagnano quanto più c'è attenzione sui post e questa è mossa da forti emozioni quali sdegno e indignazione. L'approccio delle élite tecnologiche è di base antidemocratico perché le scelte sono in capo a poche persone. 

Stiamo assistendo a una traiettoria  antidemocratica sotto la spinta del profitto. L'IA e le tecnologie digitali rischiano così di soffocare la democrazia e favorire le derive autoritarie. Dobbiamo dunque intervenire per reindirizzare la tecnologia che si sta indirizzando verso l'automazione, la sorveglianza e  la raccolta di dati dei cittadini. Le scelte relative alla tecnologia dovrebbero essere un criterio fondamentale di scelta da parte degli investitori nel valutare le imprese e i loro effetti.

Non possiamo reindirizzare la tecnologia senza poteri che si controbilanciano, e non possiamo costruire poteri che si contrappongano senza basarsi sulle organizzazioni della società civile

Abbiamo quindi bisogno di organizzazioni non solo a livello locale ma di tipo generale e multilivello. Sono vitali le organizzazioni civili che coordinino i consumatori e permettano loro di agire in maniera collettiva piuttosto che individuale. Le tecnologie digitali potrebbero avere un ruolo benefico nel coltivare nuove e migliori comunità on line. Le architetture digitali potrebbero essere disegnate per aiutare deliberazioni e dialogo piuttosto che per attirare attenzione e provocazioni. 

Devono essere sviluppate specifiche politiche per incoraggiare innovazioni benefiche socialmente: sussidi e supporto a tecnologie più user-friendly per i lavoratori, programmi di formazione per i lavoratori, introduzione di meccanismi di controllo sui dati e la loro proprietà, smembramento dei giganti del web, tassazione della pubblicità digitale. In particolare è importante ridurre le forme più intrusive di sorveglianza dei lavoratori e regolare la raccolta dei dati di cittadini e consumatori, sussidiare tecnologie che aumentino la quota e produttività del lavoro. Inoltre, dobbiamo incoraggiare le tecnologie che aumentino la complementarietà e lo sviluppo dei lavoratori. Importante è anche riformare il sistema di tassazione affinchè si equalizzino le imposte tra lavoro e capitale. Importante è  inoltre aumentare il livello degli investimenti in formazione per i lavoratori. 

Reindirizzare le tecnologie richede un lavoro per identificare quelle tecnologie che comportano  benefici sociali. Piuttosto che cercare di introdurre meccanismi complicati di trasferimenti, la società dovrebbe rafforzare le sue attali reti di protezione sociale, combinando questo con un significativo aumento dei lavori ben pagati, ciò potrebbe essere un vero reindirizzamento della tecnologia. L'autore si manifesta piuttosto contrario al reddito universale perché quello che serve è, soprattutto, creare nuove opportunità di lavoro, come pure il reddito minimo non è una soluzione sistemica.

La direzione dello sviluppo tecnologico, che può portare la disuguaglianza, non è data ma è una scelta della società. La tecnologia dipende dalla visione e la visione è connessa con il potere sociale, e il mondo accademico gioca un ruolo centrale visto che le univeristà formano i giovani talenti di domani; purtroppo il mondo accademico ha perso buona parte della sua indipendenza a causa della crescita dei finanziamenti delle aziende, per questo è importante ristabilire la sua indipendenza. 

L'autore conclude che le riforme proposte nel libro sono difficili da realizzare, per questo ci vuole un cambiamento di narrazione per riorganizzare le persone affinchè la pressione sociale riesca a modificare la traiettoria della tecnologia.

Un libro come si vede molto ricco di spunti e informazioni, che tocca un punto importante a volte sottovalutato, cioè che la direzione della tecnologia è molto influente e spesso viene vista come solo benefica quando non lo è. Avevo trattato qui il  tema della evoluzione tecnologica esponendo le mie perplessità ed evidenziandone i rischi, credo che i nostri politici dovrebbero prendere sul serio gli avvertimenti del libro, in particolare sui rischi della IA. Per fortuna il tema è stato sollevato da più parti ma non vedo una vera presa di coscienza, inoltre i grandi player digitali e i social network hanno già dimostrato di aver avuto peso nelle ultime competizioni elettorali, condizionando la democrazia, per cui diventa urgente porre un freno e un limite al loro potere, vedi qui.

lunedì 20 novembre 2023

Anthony B. Atkinson - INEQUALITY- What can be done

L'autore del libro di oggi, Anthony B. Atkinson, è stato membro del Nutfield College di Oxford e professore presso  la London School of Economics.

Nella prima parte del libro analizza i vari aspetti della disuguaglianza. Evidenzia come sia importante la disuguaglianza delle opportunità (concetto ex ante) ma non si debba sottovalutare la disuguaglianza dei risultati, concetto ex post che riveste la sua importanza nel perpetuarsi delle disuguaglianze.
La disuguaglianza è pericolosa perchè crea maggior instabilità macroeconomica, mentre una maggior uguaglianza consente una crescita piu sostenibile (FMI). Purtroppo, nonostante questo, le questioni della distribuzione della ricchezza non hanno, in generale, un ruolo centrale negli studi economici. I dati dimostrano, vedi Piketty, che la disuguaglianza è in crescita nella maggior parte dei paesi a partire dagli anni '80. Ci sono varie dimensioni della disuguaglianza (per età, genere, razza ecc.) e alcune di queste sono poco considerate. Le disuguaglianze hanno avuto diversi trend nel passato, in particolare dopo la seconda guerra mondiale sono generalmente diminuite nei paesi occidentali, ciò a causa dell'aumento dei trasferimenti dello Stato (welfare) e delle politiche fiscali maggiormente progressive, questo grazie appunto al ruolo dello Stato ma anche del maggior potere dei lavoratori (sindacato); mentre gioca a favore della crescita della disuguaglianza, dopo gli anni '70, l'aumento della quota del  capitale rispetto al reddito da lavoro che si era precedentemente ridotta.
I fattori che contribuiscono alla crescita della disuguaglianza sono molteplici: globalizzazione, cambiamenti tecnologici, crescita dei servizi finanziari, cambiamenti nelle norme di pagamento, riduzione del ruolo dei sindacati, riduzione dei trasferimenti redistributivi

L'analisi di tutti questi fattori e le loro interazioni è complessa e spesso gli studi economici hanno una visione limitata e incompleta di certi fenomeni.

Il libro prosegue con una serie di proposte ben dettagliate e analizzate in base anche alle dinamiche dei  fattori prima descritti. Una  sintesi delle proposte è la seguente:

  • la direzione del cambiamento tecnologico non deve essere lasciata a se stessa ma dovrebbe essere controllata dai decisori politici per i risvolti che questa ha sulla disoccupazione (vedi anche qui);
  • le politiche pubbliche dovrebbero essere indirizzate a ribilanciare i poteri, ad esempio dei lavoratori vs imprese;
  • maggior impegno del governo nel ridurre la disoccupazione anche garantendo pubblico impiego al salario minimo;
  • introduzione del salario minimo e un codice di condotta per pagare al di sopra di questo;
  • il governo dovrebbe grantire dei buoni di risparmio con un tasso di interesse positivo;
  • una dotazione di capitale per ogni cittadino;
  • una autorità pubblica che investa in imprese e in proprietà;
  • ritorno a tassazione piu progressiva e una tassa sulla eredità che agisca sui ricavi da capitale sull'intera vita;
  • una tassa sulla proprietà;
  • donare a tutti giovani una somma (child benefit) che venga  tassato come reddito;
  • un reddito di partecipazione cioè un reddito di cittadinanza condizionato (ad una contribuzione sociale);
  • rinnovamento ed innalzamento dei benefici di previdenza sociale;
Nella ultima parte analizza e da risposte alle possibili critiche alle sue proposte in termini di fattibilità o che possano dar luogo a effetti controproducenti sulla crescita complessiva e, infine, anche valutandone i possibili costi nel caso del UK. 
Il percorso per una riduzione della disuguaglianza è ovviamente difficile, ma l'autore è ottimista,  e deve tener conto di tutti gli aspetti della nostra società, cercando di imparare dai periodi storici in cui la disuguaglianza è diminuita. La crescita della disuguaglianza va ricercata soprattutto nell'analisi dei mercati del  capitale e del lavoro. Il potere del mercati ha un ruolo importante nella disuguaglianza, cosi come il ruolo della relazione tra politica e disuguaglianza resta cruciale. 
Un libro molto bello, interessante, ben documentato e piuttosto complesso, le cui analisi e proposte sono difficili da sintetizzare per cui ne consiglio la lettura che richiede impegno e attenzione.
Alcune considerazioni sul libro, le  proposte non sono del tutto  nuove, vedi ad esempio i libri di Piketty, altre sono sicuramente più innovative; alcune più facili da realizzare, altre abbastanza rivoluzionarie e che vedo difficile perseguire in questo momento storico e politico.
Certo è che il tema della disiuguaglianza meriterebbe più attenzione e impegno da parte dei politici, e anche le classi dirigenti, o élite, dovrebbero esserne maggiormente preoccupate, sia per i grossi problemi sociali che la disuguaglianza genera e sia perchè creiamo sofferenze e povertà che dovrebbro e potrebbero essere facilmente  evitate o ridotte. Inoltre è anche un inutile e grave  spreco di risorse, cioè persone, e in particolari i giovani, a cui non vengono date le possibilità di esprimere a pieno il loro potenziale. 
Certo vedendo i dati l'Italia non brilla a confronto di tante nazioni avanzate, sia perche' anche da noi la disuguaglianza è molto aumentata, sia perchè le misure di contenimento della disuguaglianza e povertà ci vedono spesso agli ultimi posti. Inoltre, con questo governo vediamo un ulteriore arretramento, è stato ad esempio, al momento, cancellato il tentativo di introdurre un salario minimo. Inoltre, l'abolizione del Reddito di Cittadinanza, fatto male per carità,  è stato riformato ma in questo modo si è diminuita e peggiorata la copertura dei più deboli e disoccupati.


mercoledì 11 ottobre 2023

Israele e Palestina

 Gli ultimi avvenimenti in Israele mi gettano nello sconforto, ancora uccisioni, barbarie e sofferenze per la popolazione civile, giovani e bambini, a cui seguiranno sicuramente altre sofferenze e uccisioni. Ma lasciando da parte per un attimo queste tragedie è difficile capire la ratio di certe azioni. Che probabilità ha Hamas di sconfiggere Israele: nessuna, quindi sono azioni tremende e criminali che non risolvono niente, anzi danno la possibilità a Israele di ulteriormente inasprire le azioni verso i palestinesi, e Israele ha le capacità di fare molto male.
La guerra ormai, perché guerra è, va avanti da più di 70 anni. I palestinesi purtroppo stanno pagando personalmente per una serie di vicende storiche che risalgono a molto tempo fa, inutile disquisire se tutto ciò sia giusto o sbagliato, ormai Israele esiste ed è  impossibile ribaltare la situazione. Gli accordi di Oslo erano un buon punto di partenza per stabilire definitivamente una Palestina divisa in due nazioni, ma poi le cose non sono andate avanti e Israele ha continuato ad occupare territorio in Cisgiordania facendo valere la legge del più forte. 
I palestinesi sono più deboli e anche divisi, senza un intervento esterno una soluzione non si troverà, anzi purtroppo il finale sembra già scritto con i palestinesi cacciati definitivamente come gli ebrei 2000 anni fa. Per questo molte dichiarazioni di sostegno a Israele che sono giuste poi finiscono per ignorare  del tutto la realtà e la terribile e sofferente situazione dei palestinesi, come se fossero solo terroristi e non avessero diritto a un pezzo della loro terra come previsto dalle risoluzioni ONU.

lunedì 25 settembre 2023

Thomas Fazi- Una civiltà possibile- La lezione dimenticata di Federico Caffè

 Dopo aver letto il precedente romanzo sull'economista Federico Caffè mi è venuta voglia di conoscere meglio il suo pensiero, pertanto ho trovato questo libro di Thomas Fazi, di cui abbiamo recensito un altro libro; Fazi è un giornalista e saggista di questioni economiche.

Il libro è una sintesi del pensiero di Federico Caffè,  dove l'autore riporta stralci delle sue idee tratti dai suoi scritti e articoli di giornale. 

La prima parte è dedicata al pensiero generale di Caffè sui temi economici e macroeconomici. Caffè rimase fedele alle idee del grande economista britannico John Maynard Keynes per tutta la sua vita, per Caffè uno dei grandi meriti di Keynes è che l'intervento pubblico è una componente essenziale e intrinseca dell'assetto di una economia moderna. Caffè rimane contrario alla interpretazione dei neoclassici di Keynes, che ne effettuano un ribaltamento della posizione originaria. Inoltre, per Caffè rimane importante che il pensiero keynesiano sia improntato alla ricerca di vie idonee al miglioramento sociale, mentre le sole forze del mercato spesso portano a risultati non vantaggiosi per la collettività

In sintesi, per Caffè, la politica economica non doveveva escludere i controlli condizionati delle scelte individuali e doveva considerare come irrununciabili obiettivi di assistenza e egualitarismo, con lo Stato garante del benessere sociale. Le sue idee lo portarono ad essere critico con il modello di sviluppo del dopoguerra troppo orientato alle esportazioni più che alla domanda interna e condizionato dal mito della deflazione, ma anche critico nei confronti delle posizioni anticapitalistiche e utopistiche della sinistra marxista, tanto da definire la sua posizione come solitudine del riformista.

Il secondo capitolo invece riguarda la crisi degli anni Settanta e la predominanza in economia del pensiero monetarista, che tendeva a mettere in secondo piano le politiche keynesiane, idee che in Italia si fecero via via strada, anche tra gli economisti progressisti, con l'accettazione di politiche di contenimento salariale sino alla abolizione della scala mobile e alle politiche recenti di flessibilità del lavoro. 

Caffè rimase sempre fedele alle sue idee: "Non credo che il risanamemento della bilancia dei pagamenti e un riassetto della economia senza l'introduzione di veri elementi di socialismo sia qualcosa che vale", rendendolo sempre piu isolato e in contrasto anche con il mondo sindacale.

L'ultima parte del libro è dedicato alla nascita del sistema monetario europeo (SME), antesignano dell' euro. La posizione di Caffè era fermamente contraria perchè capiva benissimo che la limitazione di sovranità monetaria, con l'adozione di un cambio poco flessibile, significava politiche di contenimento dei salari e difficoltà per il nostro paese con aumento della disoccupazione, portandolo ad affermare: "Il lavoro come la più illustre delle vittime della politica monetaria (...) ai lavoratori non si offre altra scelta che la fame o la sottomissione, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi". 

Caffè riteneva come diceva Keynes che solo uno sciocco poteva preferire una politica salariale flessibile rispetto a una politica monteria flessibile. La sua posizione lo mise in forte contrasto con Padoa Schioppa, d'altra parte era contario allo SME anche Baffi, governatore della Banca d'Italia, che venne poi estromesso con infamanti accuse rivelatesi non vere. Gli esponenti di  sinistra, vedi Scalfari e Napolitano, inizialmente erano contari allo SME, nel tempo però Caffè rimase sempre più isolato. Questa condizione, oltre al fatto di non poter più insegnare lo portò ad un periodo di incupimento che lo condusse poi a sparire nel nulla senza lasciare tracce.

Un libro molto ben fatto, che contiene molte citazioni del professor Caffè e fa rivivere, con interessanti ricostruzioni, anche la storia dell'Italia dal dopoguerra sino alla fine degli anni '80. Un libro quindi che consente di apprezzare e far conoscere le idee di Caffè, un uomo che ha formato una generazione di economisti, tra cui Draghi, ma è rimasto fedele alle sue idee sino all'ultimo.


domenica 10 settembre 2023

Guido Maria Brera- Dimmi cosa vedi tu da li'

 Oggi il libro che recensisco non è un saggio ma un  romanzo, romanzo keynesiano come lo definisce l'autore. Autore del libro è Guido Maria Brera, fondatore e gestore di un hedge fund, quindi un uomo della finanza che comunque ha compreso che il mercato non è la risposta ai nostri problemi.

lIl libro è un viaggio nel tempo e nello spazio sulle orme dello scomparso economista Federico Caffè. Un viaggio nello spazio e nei luoghi di Roma dove ha vissuto e lavorarato il professore, ma anche luoghi dove l'autore ha vissuto come Londra. È anche un viaggio nel tempo inseguendo le evoluzioni della teoria economica, mentre il professor Caffè rimaneva fermo nelle sue convinzioni che la politica economica fosse votata alla riduzione delle diseguaglianze, a garantire il benessere di tutti, a una critica al profitto per pochi conseguito a spese della dignità del lavoro e giustizia sociale. Il professor Caffè vede quindi, con disappunto, affermarsi la corrente di pensiero economica (Friedman) che pone il mercato al centro e lo Stato come nemico, forse è anche la delusione di non riuscire a modificare questo percorso della teoria economica a spingere il professor Caffe' a sparire un giorno senza lasciare tracce. Il libro si conclude con una ipotetica ultima lezione postuma del professore nelle aule della Università La Sapienza. 

Un libro piacevole ben scritto, che con leggerezza ricorda la figura del professor Caffè e le incongruenze e gli errori di certa economia mainstream.