venerdì 26 aprile 2019

Wolfgang Streek- Tempo guadagnato – La crisi rinviata del capitalismo democratico-Feltrinelli

Wolfgang Streek è direttore del Max Planck Institut per gli studi sociali e professore di Sociologia alla Università di Colonia. 
Il libro ricostruisce la storia dalla seconda guerra mondiale; il patto sociale del secondo dopoguerra si interrompe all'inizio degli anni '70, patto che prevedeva un alleanza tra governi e grandi imprese sotto l'egida di una guida tecnocratica per assicurare una crescita stabile e bassa disoccupazione (regime keynesiano). Dalla fine degli anni '60, con il rallentamento della crescita e le manifestazioni studentesche e dei lavoratori, si acuisce la insofferenza del capitale verso la mixed economy e incomincia una nuova fase, sostenuta dalle idee del liberismo (Hayek e suoi seguaci) per liberarsi dall'economia sociale di mercato. I primi segni sono i governi di Reagan e Thatcher che rappresentano una discontinuità col passato. 
Per evitare il peggio e il conflitto sociale si adottano delle politiche di compensazione (tempo guadagnato del titolo). Inizialmente è la politica monetaria ad essere utilizzata per far crescere i salari ma con la crescita anche della inflazione. Questo periodo finisce con una stretta monetaria ma, ancora una volta, si usa un ulteriore espediente temporaneo, l'aumento del debito pubblico. Anche questo periodo finisce e la preoccupazione del debito porta, nella maggiore economie, a programmi di consolidamento del bilancio che comportano tagli delle spese sociali. Anche in questo caso si ricorre ad un altro intervento per evitare ulteriori tensioni, si sostituisce l'indebitamento pubblico con quello privato (keynesismo privatizzato) ovvero la diffusione di un potere di acquisto anticipato provocando un aumento del debito complessivo. Ma questa piramide di debiti crolla nel 2008 con il collasso del sistema bancario e finanziario che abbiamo vissuto. La situazione attuale l'autore la descrive come contrapposizione tra il “popolo dello stato”, i cittadini ed elettori a livello nazionale, e “il popolo del mercato” gli investitori a livello internazionale. Lo Stato non è più in grado di esigere e aumentare le tasse (elusione ed evasione internazionale e concorrenza fiscale tra gli Stati) diventando uno Stato debitore sottomesso alla disciplina dei mercati finanziari, con conseguente indebolimento della democrazia, disaffezione degli elettori sempre meno partecipi e aumento delle diseguaglianze e della povertà nei paesi sviluppati, quelli meno sviluppati crescono grazie alla globalizzazione del lavoro ma con pochi diritti e democrazia. 
La parte finale del libro è dedicata alla Unione Europea e monetaria. Per l'autore Unione Europea è caratterizzata da un deficit democratico anche per le limitate competenze del parlamento europeo, con una svalutazione delle istituzioni nazionali senza che ci sia stata una contropartita a livello di istituzioni internazionali. L'Unione Europea è diventata una struttura internazionale in cui la democrazia è addomesticata, con un declino degli investimenti sociali (austerità) e un declino da parte dei cittadini delle aspettative verso la politica, i cittadini contano sempre meno. Definisce l'euro come un esperimento “frivolo” che ha voluto imporre una moneta unica a una società eterogenea e multinazionale. Per l'autore non è praticamente realizzabile una democratizzazione dell'Europa anzi è probabile e auspicabile un ritorno alla monete nazionali. Infatti, costituire una Europa democratica dovrebbe significare costruire istituzioni in grado di sottoporre i mercati al controllo sociale e quindi evitare l'errore compiuto fino ad ora di trattare economia e società indipendentemente l'una dall'altra. Non può nemmeno essere solo un progetto di omogeneizzazione istituzionale ma, cosa molto complicata, dovrebbe essere in grado di fare rientrare nel proprio ordinamento le differenze nazionali con una suddivisone federale e un ampia autonomia a tutela dei diritti delle minoranze, ciò avrebbe bisogno di molto tempo e una democrazia sovranazionale non può nascere certo da un parto intellettualistico volontario come è stato sino ad ora. 

Anche se molte delle riflessioni del libro non sono del tutto nuove per chi legge questo blog, il libro è scritto molto bene con grande chiarezza e capacità espositiva e merita una lettura.

mercoledì 3 aprile 2019

Barry Eichengreen-Hall Of Mirrors-The Great Depression, The Great Recession and the uses and misuse of history-Oxford Univeristy Press

Il libro che recensiamo oggi è molto approfondito e dettagliato e  in cui vengono spiegate in parallelo le due grandi crisi: la Grande Depressione degli anni '30 e la Grande Recessione del inizio del XXI secolo
Il libro descrive, con grande dovizia di particolari, fatti e personaggi della storia delle crisi evidenziando parallelismi e differenze tra le due crisi, sia nel nascere che nella gestione. Ovviamente non posso descrivere facilmente tutto quanto viene riportato nel libro, che comunque consiglio di leggere, anche se non è un libro semplice  in quanto molto complesse e intricate sono le questioni analizzate. 
Quali sono le conclusioni dell'autore? Sicuramente la lezione della crisi degli anni '30 è servita principalmente negli USA e meno in Europa. Le conoscenze degli errori della Grande Depressione hanno infatti consentito di salvare dal disastro finanziario e hanno evitato livelli di disoccupazione troppo elevati. Gli interventi di salvataggio hanno evitato il peggio, anche se il fallimento di Lehman-Brothers è stato sottovalutato nei suoi impatti, inoltre le politiche fiscali espansive si sono interrotte troppo presto rallentando la ripresa. In Europa, invece, oltre ad aver fatto un unione monetaria senza unione fiscale e bancaria, la reazione ha portato presto a strette fiscali e controllo della spesa pubblica costringendo a una ripresa molto asfittica se non a situazioni di grave recessione, come in Grecia (ma anche in Italia) a seguito degli interventi della Troika. Inoltre, per quanto riguarda le riforme, mentre dopo la Grande Depressione le riforme (Steagall-Grass) sono state molto profonde ed efficaci, anche perché la crisi è stata più pesante, di converso l'evitare il peggio ha prodotto riforme (Dodd-Frank) molto ridotte, anche in Europa le riforme che ci sono state sono parziali e anche tardive.
In sintesi quello che ne esce è un quadro a tinte chiare e scure in cui la storia insegna ma non abbastanza. 
Se avete la possibilità (è solo in inglese) leggetelo perché veramente molto istruttivo e approfondito.

venerdì 29 marzo 2019

Bollofiore, Garibaldo, Mortagua - Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea –Rosemberg & Seller

Si tratta di un altro libro che essenzialmente è imperniato sulla crisi europea. Da una parte è critico con la visione ortodossa o liberista per cui la colpa principale sarebbe essenzialmente degli Stati troppo spendaccioni. Gli autori sono anche critici con la visione eterodossa della crisi (vedi ad esempio i libri di Bagnai). Secondo questa visione la colpa principale è da attribuirsi alla unione monetaria che ha acuito le divergenze dei paesi membri; da un lato favorendo, con un cambio sottovalutato, la Germania che avrebbe anche praticato politiche di contenimento salariale. D'altra parte il sistema finanziario e bancario avrebbero favorito con la concessione di denaro l'indebitamento dei paesi del Sud (aumento del debito privato), grazie a questi due effetti si sarebbero determinati dei forti sbilanciamenti delle partite correnti (import/export commerciale). La crisi si sarebbe scatenata a seguito del “sudden-stop” dei finanziamenti che hanno provocato crisi di liquidità dei paesi del sud oltre a crisi bancarie, che con le politiche di austerità imposte (vedi Grecia) avrebbero determinato una ulteriore caduta del PIL. 

Queste tesi per chi legge questo blog non sono particolarmente nuove. Gli autori però pur condividendo in parte questa visione ne criticano la assunzione che sia l'unica  spiegazione e la ritengono troppo semplicistica. 

In realtà gli autori evidenziano che il focus solo sulle partite correnti sarebbe eccessivo, in realtà le difficoltà dei paesi del sud derivano dagli eccessi della finanza e di libertà dei movimenti dei capitali che sono antecedenti alla introduzione dell'euro e che hanno ad esempio determinato la crisi dello SME. Inoltre, è cambiata anche negli ultimi decenni la struttura industriale della Germania. Questa ha visto crescere un decentramento, integrazione e diversificazione (industria transnazionale) di alcune catene produttive verso est che ha consentito di ridurre i costi. Per i paesi del sud questo ha comportato una diminuzione dell'export di prodotti intermedi verso la Germania con un ulteriore problema rappresentato dall'aumento della concorrenza cinese. Il sistema industriale e manifatturiero del sud si sarebbe in qualche modo impoverito: restringimento quantitativo e qualitativo. 
Quindi non è solo l'euro ad avere colpa e l'uscita dall'euro non risolverebbe le sottostanti problematiche strutturali, la svalutazione non risolverebbe i problemi, acuendo d'altra parte i problemi del costo delle materie prime, e non ridurrebbe neanche la austerità anzi l'aumenterebbe. Gli autori non vedono quindi nella uscita dell'euro come la panacea di tutti i mali, ma quali sono le alternative? La proposta di una moneta comune (Brunhoff) ovvero di una moneta circolante tra Stati come unità di conto e saldo solo dei rapporti di credito/debito sul modello del bancor keynesiano è ormai non più applicabile. Superare gli squilibri richiederebbe un autentica unione bancaria e fiscale, un aumento degli investimenti pubblici finanziati da eurobond, ma anche un intervento sul lato offerta e della struttura produttiva, cioè politiche a breve e scelte strategiche di medio-lungo termine. Ma la prospettiva della Brexit ha allontanato la possibilità degli Stati Uniti di Europa; un alternativa potrebbe essere un nucleo duro di paesi alla formazione di un governo politico sovranazionale ma, realisticamente, gli autori ammettono che non c'è un grande consenso politico e sociale a una significativa rinuncia alla sovranità nazionale. Se comunque l'euro dovesse disgregarsi non porterebbe a due aree (Stiglitz) ma solo a una dimensione nazionale che esaspererebbe la concorrenza distruttiva tra i paesi dell'unione. 

Un libro quindi molto interessante e approfondito, anche se a volte dispersivo e non facile in alcuni passaggi per il lettore non esperto. Sono d'accordo che l'uscita dall'euro non è la soluzione, e che non c'è un problema solo di domanda ma anche di offerta, certo è che la situazione, come ammettono gli autori, è piuttosto ingarbugliata e non si vede una luce all'orizzonte, troppi errori sono stati fatti, sia in termini istituzionali sia economici nella risposta alla crisi, che hanno determinato un crollo di fiducia nelle istituzioni europee e una crescita del nazionalismo. Inoltre la Unione Europea soffre anche di un grosso deficit democratico oltre che di una scarsa visione economica. 

Vedremo cosa ci diranno le elezione europee, se la crescita dei nazionalismi finirà per far crollare definitivamente il progetto europeo così malamente condotto negli ultimi decenni o se questo porterà a un ravvedimento delle élite europee, certo è che senza un processo che preveda anche la effettiva  partecipazione democratica e consapevole dei cittadini non ci sono soluzioni a questa crisi in cui ci siamo avvitati.

lunedì 18 febbraio 2019

Bernard Manin - Principi del governo rappresentativo - Il Mulino

Il libro che presento oggi è un libro sulla democrazia e in particolare sulla sua evoluzione, è un libro molto interessante e ricco, inoltre scritto anche bene per cui lo consiglio caldamente.
La prima parte è dedicata a una ricostruzione della democrazia ateniese, tale democrazia prevedeva un assemblea popolare (non tutti i cittadini ma comunque un numero importante) per molte decisioni, inoltre  un sistema complesso basato per la maggior parte sulla selezione per sorteggio per molte funzioni che non erano svolte dalla assemblea, le cariche elettive erano ristrette solo ad alcune funzioni specifiche, militari o finanziarie. Il sistema di estrazione a sorte non termina con la democrazia ateniese, si ritrova anche nel antica Roma e poi a Firenze per la selezione dei magistrati e, sopratutto, a Venezia nel complesso sistema di elezione dei candidati del Maggior consiglio.
Con le Rivoluzione Francese e Americana il sistema a sorte non viene più considerato e avviene il trionfo delle elezioni. Elezioni dei rappresentanti che nelle intenzioni degli autori più autorevoli si manifesta come una scelta comunque aristocratica (oligarchica) dei migliori, comunque diversi e divisi dal popolo perché non vincolati nel mandato. Quindi una scelta quella delle elezioni democratica solo in parte cioè nella libertà di scelta (tra l'altro inizialmente  la platea degli elettori era limitata),  con  i candidati che facevano parte comunque di una élite fondiaria o per ricchezza e quindi la possibilità di candidarsi preclusa di fatto  alla maggioranza del popolo. Una delle caratteristiche del governo rappresentativo è infatti quello di distinzione, cioè che gli eletti fossero diversi (in qualche modo superiori) agli elettori. Questo aspetto in alcune democrazie venne esplicitato nel requisito censitario (per gli eletti e per gli elettori).  Anche laddove non venne posto esplicitamente ( ad es. Stati Uniti) la necessità di fondi per la campagna elettorali di fatto esprimeva un elemento di forte selezione. Un altro aspetto che distingue elettori da eletti è la mancanza di vincolo di mandato in tutte le democrazie parlamentari, ovvero gli eletti non sono vincolati nelle loro scelte parlamentari (indipendenza). Questo della distinzione è indubbiamente una caratteristica più oligarchica che democratica del sistema  di governo rappresentativo.  Come contrappeso a questa indipendenza esiste l'aspetto della libertà di opinione da parte degli elettori, ovvero la potenziale libertà di esprimere opinioni in qualsiasi momento. L'altro aspetto democratico è il carattere ricorrente delle elezioni  che incentiva i rappresentanti a tener conto dell'opinione degli elettori (almeno ex-post). In qualche modo il sistema rappresentativo non è quindi un sistema in cui la comunità governa se stessa ma un sistema che fa si che le politiche e le decisioni pubbliche siano sottoposte al verdetto del popolo.
L'autore analizza poi le modifiche intercorse nel tempo al governo rappresentativo. Il sistema iniziale, era quello parlamentare con i rappresentanti che non facevano parte di partiti organizzati ("parlamentarismo"), in cui il rappresentante aveva un rapporto diretto con gli elettori ma di fatto questi rappresentanti erano una  élite dei notabili. Nel tempo si sono affermati i partiti. Da una parte questo poteva avvicinare gli eletti agli elettori essendo questi ultimi socialmente più vicini agli eletti (nel caso dei partiti socialisti o socialdemocratici), anche se qualche studioso ha fatto osservare che questi deputati diventano a loro volta delle élite "de-proletarizzate".
D'altra parte la indipendenza dei rappresentanti dagli elettori viene in parte  ridotta dalla disciplina di partito e di voto. 
Nella democrazia dei partiti inizialmente le contrapposizioni elettorali tra i partiti riflettono le divisioni tra classi, con gli elettori sostanzialmente fedeli al partito (appartenenza e identificazione).
Un ulteriore evoluzione del democrazia negli ultimi anni è quella che l'autore chiama la democrazia del pubblico.  Una delle caratteristiche è che la gente vota in modo diverso da un elezione all'altra. Gli elettori infatti tendono più a votare una persona (leader) che un partito, in qualche modo un ritorno alla natura personale del rapporto di rappresentanza. In parte è anche dovuto alla differenza dei canali di comunicazione o media in gioco. I rappresentanti vengono scelti in base alla loro "immagine" in senso lato. In qualche modo la democrazia è determinata dell'elettore fluttuante e dai media di comunicazione, con la formazione di una nuova élite, élite politiche e mediatiche che non per questo sono più vicine agli elettori di quanto non lo fossero i rappresentanti di partito.
L'autore afferma che la democrazia si è forse allargata ma non è detto che sia divenuta più profonda.
In conclusione il governo rappresentativo possiede indubbiamente una componente democratica ma è altrettanto innegabile la dimensione oligarchica, cioè un sistema misto e complesso che assembla parti democratiche e non. Le elezioni appaiono come un metodo non egualitario perché non forniscono uguali chance ad ogni cittadino. D'altra parte tutti i cittadini hanno un uguale potere di designare e rimuovere i governanti. Le elezioni inevitabilmente selezionano una élite ma sta ai cittadini definire cosa costituisca una élite e chi vi appartenga.
In conclusione un libro molto interessante e approfondito  che svela anche gli aspetti non democratici degli attuali sistemi elettorali e di rappresentanza che non sono spesso esplicitati dai media.




mercoledì 16 gennaio 2019

Una modesta proposta al Ministro Di Maio sulle pensioni e lavoro

Egregio Ministro Di Maio vorrei farle una proposta semplice che a costo limitato potrebbe aumentare il lavoro e favorire il ricambio generazionale nelle aziende.
L’attuale e odiatissima legge Fornero prevede che, articolo 4, le aziende possano pre-pensionare i dipendenti con la cosiddetta iso-pensione, cioè il valore della pensione maturata al momento con 4 anni di anticipo sui tempi previsti di uscita in vigore (per età o per anzianità contributiva). Il costo è a carico della azienda che può essere interessata in quanto comunque avrebbe un certo risparmio: differenza tra valore iso-pensione e valore dello stipendio (al netto dei contributi compresi quelli a carico del dipendente che sarebbero comunque a carico della impresa) più altri risparmi vari di costi accessori (ticket, ecc.). Il risparmio per la azienda può essere stimato in un 20-30% del costo del lavoro. Il risparmio è quindi limitato per questo non ha trovato una grandissima diffusione tranne in grandi aziende, inoltre non c’è nessuna garanzia che a fronte di una uscita ci sia una nuova assunzione.
La proposta è di integrare con uno sgravio sui contributi previdenziali per 4 anni per ogni nuovo assunto a tempo indeterminato che rimpiazzi un lavoratore che esce. 
Il costo per lo Stato sarebbe molto limitato in quanto a fronte dell’esborso dei contributi c’è da considerare che avremmo un reddito in più che viene tassato (i contributi a carico della azienda sono circa il 30% della RAL le tasse dipendono dal reddito comunque si possono stimare ad almeno il 20%).
Quindi, con un esborso limitato a carico dello Stato si favorirebbe il prepensionamento e il ricambio generazionale nelle aziende rendendo l’art-4 sicuramente più appetibile.

lunedì 14 gennaio 2019

Elinor Ostrom - Governare i beni collettivi

Quello che presentiamo di oggi è un libro complesso per un argomento complesso. L’autrice, economista americana, per i suoi studi sulla gestione delle risorse comuni ha ottenuto il Premio Nobel per l’economia e questo suo libro è diventato un punto di riferimento sul tema.
beni collettivi sono risorse, in genere naturali, sufficientemente grandi da rendere costosa l’esclusione di potenziali beneficiari dal suo utilizzo, esempi possono essere aree di pesca o bacini di acque per la irrigazione.
La novità è importanza degli studi della Ostrom risiede nel fatto che cerca di superare la tradizionale dicotomia nella gestione di tali risorse tra Stato e mercato. Infatti, la teoria economica propende in buona parte per una gestione centralizzata da parte di un ente governativo o, per la tradizione più liberista, la privatizzazione con assegnazione di diritti esclusivi.
Nel libro l’autrice analizza molti esempi reali di beni collettivi dove si è tentata una terza via: combinazioni di strumenti pubblici e privati, cioè una gestione auto-organizzata da parte degli attori locali coinvolti (appropriatori/utilizzatori) con spesso l’aiuto di una autorità governativa che non interferisca con l’autonomia locale.
Non sempre queste soluzioni riescono a funzionare data la complessità delle situazioni e delle interazioni, l’autrice però dalla casistica esaminata individua alcune condizioni di fattibilità e i fattori critici di successo. Esempi di tali condizioni sono: che le risorse abbiano confini ben definiti, sistemi di sorveglianza delle regole e sistemi di risoluzione dei conflitti non troppo costosi e complicati.
Il libro è senza dubbio interessante, ma la sua lettura non è certo agevole in quanto si tratta di definire nel dettaglio le situazioni analizzate e la storia delle evoluzioni delle regole e delle situazioni, quindi è una lettura che va fatta un poco alla volta, anche io ho impiegato parecchio tempo per finirlo ma vale  la pena leggerlo.


domenica 30 dicembre 2018

David Van Reybrouck Contro le elezioni-Perchè votare non è più democratico

La democrazia nei paesi occidentali è in crisi, una crisi di legittimità e di efficienza. La prima significa il venir meno del consenso, la seconda la difficoltà della capacità di azione, in sintesi crisi che l'autore definisce "stanchezza democratica".
Quali sono le diagnosi di tale crisi. La prima, quella populista, è che sia colpa dei politici: parassiti e approfittatori. La seconda diagnosi, quella tecnocratica, indica che il problema è la complessità del processo decisionale democratico servono, quindi, tecnocrati e specialisti che non devono preoccuparsi delle elezioni e adottare anche misure impopolari. Un altra diagnosi critica la democrazia rappresentativa, la soluzione sarebbe la democrazia diretta. 
I tre rimedi o soluzioni appaiono all'autore tutti pericolosi, il populismo è pericoloso per la minoranza, la tecnocrazia è pericolosa per le maggioranza, l'anti-parlamentarismo è pericoloso per la libertà.  L'autore propone una diversa diagnosi, il problema potrebbe essere la democrazia fondata sulle elezioni, sotto l'effetto della isteria collettiva dei media commerciali, dei social media e dei partiti politici la febbre elettorale è diventata permanente con gravi conseguenze sul funzionamento della democrazia.  L'errore sarebbe di aver ridotto la democrazia a una democrazia rappresentativa e la democrazia rappresentativa a delle elezioni.
In realtà, la riduzione della democrazia alle sole elezioni è una deriva recente, infatti nella democrazia greca si faceva ricorso molto estesamente al meccanismo del sorteggio, ripreso poi anche in altre realtà successive ( Venezia, Firenze, ecc.)
Il sistema elettivo deriva dalle rivoluzioni americane e francese, ma leggendo attentamente gli scritti dei padri fondatori della democrazia si percepisce che il sistema era si democratico per il diritto di voto, tra l'altro inizialmente limitato, ma sopratutto aristocratico per il suo reclutamento, tutti potevano votare ma i candidati erano sostanzialmente una élite. In questo modo la uguaglianza di chance politiche è stata limitata con una separazione piuttosto netta tra governanti e governati. In pratica le rivoluzioni hanno sostituito una aristocrazia non eletta con una scelta con votazione.
Se questo è il vero problema della democrazia bisogna rivedere il sistema democratico, alcuni tentativi sono stati fatti (Islanda, Irlanda, Canada) con assemblee di cittadini chiamati a fare delle proposte legislative, le assemblee hanno prodotto dei risultati positivi che in genere però sono stati in qualche modo boicottati dai partiti politici, quindi le esperienze sono solo parzialmente positive anche se siamo solo ai primi passi. Un altra applicazione potrebbe essere un sistema bi-rappresentativo con una camera eletta e una a sorteggio. 
Siamo solo all'inizio ma questa è la strada per l'autore che porta a diminuire la diffidenza tra governati e governati. Nel complesso un bel libro, ben documentato e controcorrente, che fa emergere i limiti e le difficoltà insite nel sistema attuale con una serie di proposte di cambiamento.

domenica 9 dicembre 2018

Tony Judt - Guasto è il mondo -Laterza


Tony Judt è un professore e intellettuale americano molto noto e con diverse pubblicazioni all’attivo.
Il libro parte con la constatazione che nel mondo di oggi c’è qualcosa di profondamente sbagliato avendo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse personale. Ma non è stato sempre così, nel dopoguerra sino agli anni 70 c’era invece un ampio consenso nella azione dello Stato e nelle politiche “socialdemocratiche”, cioè che le iniquità del capitalismo potessero essere stemperate dalla Stato con la garanzia di un benessere presente e futuro. Lo stato sociale e la tassazione progressiva non erano un tabù. La situazione si è però ribaltata a partire dagli anni ‘70 (la rivincita di Hayek vs Keynes), con un declino del senso di uno scopo condiviso e il primato dell’interesse individuale, cioè una inversione di rotta intellettuale. In parte è anche dovuto alle generazioni della protesta della fine degli anni 60, che hanno dato per scontate le conquiste acquisite con una battaglia di rivendicazioni individuali nei confronti dello Stato e della società. La caduta del comunismo ha poi sfilacciato tutta la massa di dottrine che aveva in qualche modo tenuto insieme la sinistra; senza più un riferimento culturale la sinistra ha finito per incorporare le dottrine liberiste che sono divenute dominanti.
Il problema è che se anche ci siamo liberati giustamente della tesi che lo Stato sia la soluzione migliore a qualunque problema ora dobbiamo liberarci della idea opposta cioè che lo Stato sia l’opzione peggiore. L’autore conclude, quindi, che bisogna in qualche modo recuperare una narrazione morale, con idee nuove in cui lo Stato rappresenti una istituzione intermedia primaria in grado di mediare tra cittadini insicuri e multinazionali e organismi internazionali non controllabili dai cittadini. Rimangono infatti troppi gli ambiti dove per perseguire i nostri interessi collettivi non basta fare quello che pensiamo sia meglio a livello individuale. Per fare ciò non dobbiamo per forza ripartire da zero ma il passato ancora ha qualcosa da insegnarci per costruire il futuro.
Un libro interessante per la capacità di analisi anche se in parte non del tutto nova, l’autore però non propone soluzioni concrete ma si limita a dare un messaggio di speranza.

mercoledì 21 novembre 2018

Carlo Calenda - Orizzonti Selvaggi- Feltrinelli

Carlo Calenda è ormai un personaggio noto, ex Ministro del Governo Gentiloni, appare, infatti, molto spesso in televisione ed è anche molto attivo sui social, questo è il suo primo libro.
Nella prima parte del libro affronta alcuni temi generali, in particolare: la globalizzazione, l'immigrazione, la rivoluzione tecnologica. Questi grandi tematiche sono state trattate in maniera sbagliata e superficiale dai progressisti, avendo questi passivamente accettato dei dogmi che sono propri della cultura liberista piuttosto che liberale. Infatti la globalizzazione, anche se ha portato dei vantaggi nei paesi in via di sviluppo, ha determinato la perdita di molti posti di lavoro e maggiore precarietà nei paesi occidentali. La rivoluzione tecnologica, anche se inevitabile, non è foriera di un futuro magnifico per tutti ma potrebbe ridurre ulteriormente le opportunità di lavoro per le fasce più deboli. Infine, la immigrazione, pur non del tutto evitabile, non è stata gestita finendo per diventare una arma a favore del populismo. C'è quindi (finalmente!) la consapevolezza e la ammissione di errori di valutazione e comunicazione da parte dei rappresentanti della ala progressista o liberal-democratica, che non hanno capito l'insorgere di paure e scontento in quella larga parte della popolazione che non è stata avvantaggiata dal fenomeno della globalizzazione. Il problema è quindi della incapacità culturale delle classi dirigenti di capire e gestire la complessità della trasformazione e le conseguenti paure dei cittadini, in buona parte giustificate, piuttosto che della ignoranza o incomprensione dei cittadini stessi:
Le classi dirigenti liberal-democratiche sono state bocciate non perché le persone sono "ignoranti"ma perché i risultati oggettivi delle politiche di questi ultimi trent'anni sono stati deludenti.
Questo è avvenuto in quasi tutti i paesi occidentali, con aumento delle derive populiste e autoritarie mettendo a rischio le democrazie liberali.
Una delle soluzioni per l'autore è il rafforzamento dello Stato, che ha subito un indebolimento a favore del mercato e dell'economia globalizzata in grado di approfittare delle catene globali per aumentare i profitti e diminuire le tasse. Inoltre, propone un maggiore investimento nella cultura e nella formazione continua ("istruzione  di cittadinanza"), per garantire migliori opportunità di lavoro in rapporto alla evoluzione tecnologica e diminuire l'analfabetismo funzionale. In particolare per l'Italia espone varie  proposte tra cui: recupero della evasione, redistribuzione del reddito, miglioramento dei processi della P.A, miglioramenti istituzionali, aumento della partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese ecc.; in definitiva uno Stato più forte in grado di gestire la complessità delle trasformazioni e ridurre le diseguaglianze.
In ambito europeo auspica un accordo e maggiore integrazione tra le principali nazioni europee (Germania, Francia, Italia e Spagna) per superare l'impasse dell'attuale Unione Europea troppo allargata.
Nel complesso è un libro interessante e ben scritto, che finalmente ammette gli errori della sinistra e del PD (superando il "rancorismo" Renziano) e fa un analisi delle criticità delle trasformazioni in atto nell'occidente, con alcune proposte con cui in larga parte concordo, inoltre trovo corretto il rispetto che mostra, ad esempio per i corpi intermedi (sindacati), cosa su cui ha sbagliato Renzi.
Questo libro conferma la mia simpatia per l'autore che, oltre ad essere preparato, mi appare intellettualmente onesto.
Va anche detto che le sua analisi delle criticità le trovate negli autori che ho recensito (Rodrik ad esempio) e quindi non sono una novità, il tema della necessità di gestire le trasformazioni è poi il tema del libro di Polanyi.
Non mi trovo d'accordo su alcune cose, ad esempio quando parla di eurozona affermando che l'Italia sarebbe una delle nazioni più avvantaggiate. Infatti, in primo luogo andrebbe osservato che l'Europa fondata sull'euro è un errore da un punto di vista economico e sociale come ammettono molti, cosa molto diversa dal progetto iniziale dei fondatori. Che siamo stati avvantaggiati in parte dallo scudo della eurozona, ad esempio per i tassi di interesse, è vero, però bisogna ammettere che questa architettura con i suoi limiti ha anche creato parecchie difficoltà al nostro paese con un cambio sopravalutato. Inoltre, non c'è nessun accenno agli errori commessi dalla "Troika": nella gestione della recessione, alle politiche suicide del Fiscal Compact, alle regole senza senso del 3%, agli errori commessi con la Grecia. Infine, non c'è alcun ammissione che anche l'Europa con la sua costruzione soffre di un deficit democratico evidente. Sono d'accordo, come ho sempre sostenuto, che una soluzione possibile è un accordo a 4 (e non solo Franco-Tedesco) se si vuole salvare l'Europa, ma su questo punto credo che il percorso sarà molto difficile e forse impossibile, per come si sono messe le cose. Dire che la costruzione europea è insoddisfacente e che l'euro non funziona non significa automaticamente essere no-euro o che l'uscita sia una passeggiata, ma non evidenziare i limiti di questo sistema con le sue pesanti ripercussioni che ha avuto ed ha per il nostro paese mi sembra una mancanza significativa e grave se si vuole dare una rappresentazione complessiva della storia recente.

domenica 28 ottobre 2018

Carlo Cottrelli- Il macigno- Perché il debito pubblico ci schiaccia e come si fa a liberarsene- Feltrinelli

Carlo Cottarelli non ha bisogno di molte presentazioni, economista del FMI è divenuto ormai molto conosciuto in Italia per le sue numerose apparizioni pubbliche.
In questo libro, nella prima parte, descrive la genesi del nostro elevatissimo debito, in particolare è solo a partire dagli anni '80 che cresce e supera il 100% (rapporto debito/PIL) a causa del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (aumento dei tassi di interesse) e a politiche in deficit per numerosi anni. Nei decenni successivi i deficit si riducono grazie ad avanzi primari e grazie anche alla diminuzione dei tassi, il debito/PIL si mantiene costante per poi riprendere a crescere dal 2008 a causa della crisi economica che riduce drasticamente il PIL. 
Le soluzioni per ridurlo sono alcune. La prima, la più semplice sulla carta, è ripudiare o ristrutturare il debito, ma questo non sarebbe indolore visto che il 70% del debito è in mani italiane. La seconda soluzione sarebbe la condivisione del debito in Europa, soluzione sicuramente auspicabile ma molto difficilmente percorribile. Altra soluzione è la vendita del patrimonio pubblico anche questa strada non è facilmente attuabile e non è detto che dia i risultati sperati. La soluzione, preferita dell'autore, è il contenimento della spesa, contenimento attuabile evitando eccessi che bloccherebbero la crescita, cercando di mantenere il bilancio in sostanziale pareggio. Infine, l’ultima ricetta è quella di spingere la crescita del PIL per ridurre il rapporto, le ricette per la crescita non sono comunque certe e comunque richiedono tempi piuttosto lunghi, quindi Cottarelli, alla fine, sostiene che l’unica ricetta sostenibile è sicura è quella di una politica di controllo delle spese e riduzione degli sprechi. 
Cottarelli è sicuramente un bravo economista ma appartiene alla corrente “mainstream”,  la sua esperienza al FMI (che ha preso parecchie "toppe" ultima quella della Grecia), dovrebbe mettere in guardia e quindi non va  preso come un oracolo; le sue considerazioni sono comunque piuttosto equilibrate e ragionevoli anche se fino ad oggi le ricette del contenimento della spesa (avanzi primari da moltissimi anni) non hanno prodotto risultati e quindi bisognerebbe avere il coraggio di proporre qualcosa di meglio. Il libro è scritto comunque  in maniera comprensibile anche per il grande pubblico e merita una lettura.