Faccio una premessa: non credo che, come Italia, dovremmo fare i buonisti e accogliere senza controlli e regolamentazione gli immigrati. Il nostro welfare è già abbastanza in difficoltà, sovraccaricarlo e renderlo poco efficace non serve a noi italiani e nemmeno ai nuovi entranti. Capisco che l'italiano medio, che vede gironzolare immigrati sotto casa, non li veda proprio di buon occhio (se molti media ci aggiungono un carico di notizie spesso ad arte confezionate), soprattutto se ha visto il suo reddito reale ridursi e magari ha un figlio disoccupato, quando poi, gli immigrati stessi, non avendo grandi speranze di trovare un lavoro, finiscono anche per delinquere. Sono anche in accordo con Salvini quando dice aiutiamoli a casa loro, salvo non dire che ci costerebbe molto di più (dei famosi 35 euro) ed è molto più complicato, sarebbe più onesto dire quello che realmente pensa: cioè statevene a casa vostra. Ma la domanda importante che bisogna porsi è chi ci guadagna in tutto ciò? Sicuramente direttamente chi gestisce i viaggi della speranza e chi gestisce la accoglienza (bel business), ma non va dimenticata la massima latina: divide et impera, cioè dividi e comanda, ever green delle élite dominanti. Infatti, da che mondo e mondo, la cosa più semplice, quando le cose vanno male, è di scaricare la colpa su un bel soggetto (capro espiatorio) da mettere in mostra e alimentare la guerra tra poveri distogliendo l'attenzione dal vero obiettivo e creando anche competizione al ribasso. Come se la moderna peste (crisi economica) non fosse determinata dai batteri portati dai topi (sistema economico finanziario ed élite economico-politiche asservite alla ideologia liberista) ma dagli untori.
Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto. John Maynard Keynes
mercoledì 20 settembre 2017
martedì 19 settembre 2017
Paul Mason- Postcapitalism- A guide to our future (Postcapitalismo-una guida al nostro futuro- Il saggiatore)
Questo libro, uscito
solo recentemente in Italia, ha avuto un grande successo internazionale,
l’autore è un giornalista esperto di economia.
Il libro si svolge su piani
diversi affrontando tematiche storiche, sociologiche ed economiche. Il tema di
fondo da cui parte è che la nuova economia dell’informazione e di rete, fondata
sulla conoscenza, mina i presupposti stessi del capitalismo abbassando
sempre più i costi di produzione ed erodendo la capacità del mercato di formare
correttamente i prezzi; perché se il mercato si basa sulla scarsità,
l’informazione è invece abbondante. Dato che il capitalismo è in crisi l’autore
analizza le teorie sul capitalismo e le sue crisi, da Marx a Schumpeter
passando per Kondratiev, giungendo ad una sua sintesi. Il capitalismo è un
sistema adattativo complesso che però ha raggiunto i limiti della propria
capacità di adattamento; infatti è stato sempre in grado di adattarsi alle
crisi grazie alle resistenze della forza lavoro, ma i successi di queste
trasformazioni si devono principalmente allo Stato, che ha un ruolo
fondamentale per la nascita di un nuovo paradigma.
In questa ultima
fase però la resistenza dei lavoratori è debole e l’economia si è sbilanciata a
favore del capitale e quindi viene meno la spinta alla trasformazione. Il
capitale cerca di resistere alle spinte della rivoluzione tecnologica con nuovi
monopoli, il problema è che la tecnologia
che sostiene il capitalismo, e che lo ha reso globale, sta minando il capitalismo
stesso. Mason prevede che:
“Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo post-capitalismo”.
L’ultima parte del
libro indica quindi una serie di passi e soluzioni che ci porteranno al
post-capitalismo, ed è questa la parte più debole del libro, come spesso succede
ai libri che affrontano temi così globali. Le soluzioni sono in linea di
principio condivisibili ma, a mio parere, poco praticabili. Mason sostiene in sintesi che ci vuole più
intervento dello Stato che deve assumere anche il controllo totale della distribuzione dell’energia e della produzione a carbone (per
risolvere anche il problema ecologico) e controllare profondamente la finanza e
il sistema bancario, anche se non ciò non significa un completa sparizione del
mercato.
Complessivamente è
un libro che ho trovato molto valido, pieno riferimenti e considerazioni
interessanti, Mason riesce soprattutto ad affrontare tematiche complesse rendendole piacevoli
e quasi avvincenti come in un romanzo.
Alcune mie
considerazioni. Credo che Mason nelle conclusioni cada in contraddizione,
perché da una parte sostiene che il capitalismo è un sistema molto complesso,
mentre le sue soluzioni sono troppo semplicistiche. La tesi della resistenza
dei lavoratori e della società ai
cambiamenti non è nuova, la troviamo nel libro di Polanyi, La grande trasformazione,
in cui afferma che le società sono cambiate ma lo Stato è dovuto intervenire
per evitare le distruzioni sociali da parte dei meccanismi di mercato lasciati
a se stessi. Quindi sono d’accordo che lo Stato, al contrario di quello che
dicono i liberisti, è la soluzione e non
il problema. Ma quale Stato? Quello nazionale sta perdendo potere nei confronti
di un economia globalizzata e un sistema di regolazione e controllo globale non
esiste ed è di difficile realizzazione. Non credo poi che sia così facile
eliminare o sostituire certi meccanismi di mercato, credo invece che il
capitalismo abbia ancora un ruolo nel futuro, anche se è un istituzione umana e
come tale ha una sua fine, ma a mio parere non così a breve termine. Credo che
il problema della modificazione del clima non possa essere risolto dai meccanismi
di mercato, che non sono così efficienti come ci contrabbandano. Sicuramente la
tecnologia è un potente agente del cambiamento ma serve anche la politica.
Mancano soprattutto élite illuminate e preparate in grado di interpretare la
volontà dei cittadini e non condizionate dalle forze economiche e dalle
ideologie dominanti.
Le sfide aperte sono molte, come ho indicato nel mio libro, dalla gestione dei flussi finanziari
e monetari internazionali, gli squilibri economici tra i paesi, le crescenti
diseguaglianze, sino ad arrivare ai problemi di compatibilità tra sviluppo ed
ecologia. Serve un nuovo equilibrio tra democrazia e capitalismo, passando
attraverso il ruolo dello Stato, ma non esistono soluzioni facili e globali,
anzi credo che dovremmo porci obiettivi semplici e mirati di volta in volta e
affrontarli. Le conoscenze ci sono, i cittadini sono consapevoli, in larga maggioranza, di quali siano i loro interesse reali.
Fino ad ora è mancata una lungimiranza
delle élite, negli ultimi tempi ha trionfato il liberismo sfrenato, il ritorno
ad ideologie marxiste non è la soluzione, ma servono idee e persone nuove e queste, soprattutto,
preparate a gestire la complessità senza preconcetti.
giovedì 14 settembre 2017
Intervista esclusiva a John Maynard Keynes sull'Europa.
D. Buongiorno Lord Keynes, ci dispiace disturbarla ma vorremmo porgergli
alcune domande, in primo luogo cosa ne pensa della situazione dell’Europa e in
particolare dell’eurozona e delle politiche attuate?
R. Il problema che mi affligge di più nella situazione attuale è la
disoccupazione, la deflazione è disastrosa
per l’occupazione, l’inutilizzata capacità produttiva dei disoccupati non si accumula
a nostro credito in banca, si tramuta in spreco, è irrimediabilmente perduta.
D. Quindi quali sono i rimedi ?
R. L’intensità della produzione è
determinata in gran parte dalla previsione dei profitti reali. Il diffuso
timore di prezzi cadenti può bloccare il processo produttivo; la situazione può
aggravarsi ulteriormente in quanto la previsione del corso dei prezzi tende,
ove sia diffusa, a dare risultati ad un certo punto cumulativi. L’ammontare
complessivo degli investimenti è lungi dall’essere necessariamente pari al
volume complessivo dei risparmi, lo squilibrio fra i due è la radice di molti
nostri guai.
D. Scusi ma in questo momento in Europa si vede un
poco di ripresa quindi il QE di Draghi ha funzionato?
R. Un espansione del credito non è
scevra di rischi per la banca centrale fintanto che non si abbia la certezza
che esistono operatori interni pronti ad assorbirla. Un paese si arricchisce
per l’atto positivo di utilizzare il risparmio per aumentare la attrezzatura
produttiva del paese.
D. Quindi se ho capito bene lei propende per maggiori
investimenti, ma non c’è rischio di inflazione?
R. L’idea che una politica di spesa per
investimenti deve tradursi in inflazione avrebbe del vero se operassimo in
condizioni di boom, cosa da cui siamo ben lontani. Un maggior volume di credito bancario è probabilmente condizione sine
qua non per aumentare la occupazione, ma un piano di investimenti che lo
assorba è condizione sine qua non per perché l’espansione del credito non
presenti rischi. Inoltre un periodo di prezzi crescenti agisce da stimolo sull’impresa
ed è vantaggioso per gli imprenditori mentre la caduta dei valori monetari
scoraggia l’investimento e discredita l’impresa.
D. Quindi lei è contrario alle politiche di austerità
adottate?
R. Ciò di cui abbisogna in questo
momento non è stringere la cinghia ma creare una atmosfera di espansione di
attività. Non potete dare lavoro alla gente contraendo la spesa, mi piacerebbe
che si attuassero progetti di grandezza e magnificenza. I profitti dei
produttori di beni di consumo potrebbero ricostruirsi quando aumenti la quota
dei beni capitali, ma la quota di beni capitali non aumenterà se i redditi dei
produttori non riescono a conseguire un profitto.
D Quindi il piano di investimenti dovrebbe essere
pubblico, ma non si crea deficit?
R. Le conseguenze immediate di una
riduzione del deficit da parte del governo sono esattamente l’opposto di quelle
che si avrebbero se finanziassimo lavori pubblici. L’importante è che l’indebitamento si affronti allo scopo di
finanziare investimenti in opere che presentino un minimo di utilità. L’indebitamento
pubblico è il rimedio naturale per impedire che le perdite imprenditoriali
diventino una grave recessione, così forte da portare a una stasi della
produzione. (NDR: ad esempio in Italia abbiamo perso nella crisi il 25% della produzione industriale).
D. E delle riforme strutturali che ne pensa?
R. Ma se tutti tagliano i salari il
potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce di tanto quanto si siano
ridotti i costi e nessuno ne tare vantaggio. E’ un illusione che gli
imprenditori possano automaticamente ristabilire l’equilibrio riducendo i costi
complessivi, la riduzione delle somme erogate a titolo di costo contraggono il
potere di acquisto dei percettori di reddito che sono gli acquirenti; non è
vero che quanto gli imprenditori erogano come costo di produzione rientri
necessariamente come ricavo da vendita dei beni prodotti, è caratteristica di
un boom che i ricavi eccedano i costi ed è caratteristica di una recessione che
i costi eccedano i ricavi.
D. Quindi più intervento dello Stato?
R. Le agenda più importanti
dello Stato riguardano le funzioni che cadono al difuori della sfera dell’individuo,
le decisioni che se non le assumesse lo Stato nessuno prenderebbe. L’importante
per il governo non è fare le cose che gli individui stanno facendo ma fare le
cose che non vengono fatte per niente. L’attuale organizzazione del mercato
degli investimenti di distribuire il risparmio non dovrebbe essere lasciata
interamente alla casualità del giudizio e del profitto privato. Migliorare la
tecnica del capitalismo moderno attraverso l’operare dell’azione pubblica.
D. Ma che ne pensa della creazione della moneta
unica?
R. Per i paesi che l’hanno adottata
è stata un rischio, la creazione di
moneta legale è stata ed è l’ultima riserva dei governi, nessuno Stato o
governo decreterà la propria bancarotta fino a che disporrà di questa
sovranità. Inoltre il tasso di cambio dipende dal rapporto dei prezzi interni e
quello dei prezzi esterni, ne consegue che il tasso di cambio può mantenersi
stabile soltanto se entrambi i livelli dei prezzi si mantengono stabili; ma il
livello dei prezzi esterni è fuori dal nostro controllo quindi dovremmo
accettare che il livello dei prezzi o il tasso di cambio subiscano l’influenza
esterna, ma se il livello dei prezzi esteri è instabile non potremmo mantenere
stabili il livello dei prezzi interni sia il tasso dei cambi. (NDR: cioè
se siamo vincolati a una moneta troppo
forte rischiamo di dover compensare con una svalutazione dei salari ).
D Quindi lei è pessimista?
R: No, le risorse e gli artifici dell’uomo
sono ancora fecondi e produttivi non meno di ieri. Il problema politico della
umanità consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la
giustizia sociale e la libertà individuale. Alla prima sono necessari senso
critico, prudenza e conoscenza tecnica; alla seconda spirito altruistico,
entusiasmo ed amore per l’uomo comune; alla terza tolleranza, ampiezza di vedute,
apprezzamento dei valori, della varietà e della indipendenza. Non dobbiamo
avere paura, non dobbiamo rinunciare ad essere aperti ad esperimenti nuovi,
liberi di intraprendere attività, di provare tutte le possibilità della vita.
Nota: tutte le frasi in corsivo sono originali di John Maynard Keynes tratte da Esortazioni e profezie.
venerdì 1 settembre 2017
J. Stiglitz - L’euro- Come una moneta comune minaccia il futuro dell’ Europa--Einaudi
Come
si intuisce dal titolo il tema del libro è l’euro e la Europa, ora chi legge questo blog
e le recensioni sa che di questo tema ne abbiamo ampiamente parlato, pertanto
il libro non contiene particolari novità su tema.
La
prima parte è una critica alla creazione della moneta unica con le modalità
adottate e delle successive politiche attuate dal 2008 per far fronte alla
crisi, alcune citazioni:
L’integrazione economica è progredita ma a maggiore velocità rispetto a quella politica;
L’euro è controproducente. L’eurozona ha fallito miseramente;
La Bce è nata con un difetto congenito […] il problema più grave è la assenza di controllo democratico. La Bce ha contribuito ad aggravare la crescente diseguaglianza;
La totale incapacità della Troika di comprendere l’economia soggiacente alla situazione;
L’austerità non ha mai funzionato. I salvataggi della Spagna, della Grecia e degli altri paesi sono apparsi mirati più a salvare le banche europee;
Le
soluzioni sono per l’autore due, perché continuare a galleggiare in questa situazione non serve.
La
prima è “più Europa” intesa non per forza una unione federale ma una serie di
misure indispensabili: unione bancaria, mutualizzazione del debito, politica
fiscale comune, distinguere spesa per investimenti da consumi, e molto altro
ancora.
La
seconda divorzio consensuale con la creazione di più aree euro, da una parte la
Germania e alcuni suoi alleati (la Francia ?), il resto da un'altra parte con la
creazione di tutta una serie di strumenti per evitare ulteriori disastri.
Si
intuisce che, anche preferendo la prima soluzione, Stiglitz capisca che sia
politicamente irrealizzabile, ma anche la seconda non è così immediata e
indolore, non si capisce bene nel libro la posizione che dovrebbero assumere in
particolare la Francia e anche forse l’Italia.
In sintesi la analisi delle criticità dell’eurozona è abbastanza nota, quella sulle soluzioni
contiene degli spunti comunque interessanti anche se alcune proposte sono forse
poco realistiche.
In
definitiva il libro è comunque scritto bene anche se a volte ripetitivo, lo
consiglio a chi non ha letto nessuno dei precedenti libri sul tema come buona
sintesi.
giovedì 10 agosto 2017
J.M. Keynes - Esortazioni e profezie
Riporto
di seguito alcuni frasi tratte dal libro Esortazioni
e profezie, raccolta di scritti di J.M.Keynes e in particolare dal brano: Collasso dei valori monetari e le conseguenze
sul sistema bancario, scritto nel
1931 nel periodo della grande depressione.
"Esiste
al mondo una quantità enorme di beni reali che costituiscono il nostro capitale:
case, scorte di merci, ecc.. Per entrarne in possesso tuttavia i proprietari
nominali non di rado hanno preso in prestito denaro. Finanziamento che avviene attraverso
il sistema bancario che frappone la sua garanzia fra i depositanti ed i
prenditori di fondi. Il frapporsi di questo schermo in denaro fra il bene reale
e il proprietario di ricchezza è una caratteristica peculiare del mondo
moderno.
Un
mutamento del valore del denaro può sconvolgere le posizioni di quanto vantano crediti
in denaro o sono debitori di denaro. Infatti una caduta dei prezzi […] significa
trasferimento di ricchezza dal debitore al creditore.
Quando
il deprezzamento dei beni termini reali
in termini monetari riamane contenuto all’interno di percentuali convenzionali
le banche non se ne preoccupano troppo.
La
inflazione […] non ha nulla di minaccioso per le banche poiché aumenta l’entità
dei loro “margini”.
Negli
ultimi mesi […] il deprezzamento ha superato in moltissimi casi l’entità dei
margini convenzionali. Finché la banca mantiene un atteggiamento di serena
attesa di tempi migliori e ignora il fatto che la garanzia di gran parte dei
suoi prestiti non ha più il valore che aveva al momento della concessione non si
crea motivo di panico
Ciò
nonostante anche a questo stadio la posizione di fondo può aver effetto assai negativo.
Le
banche infatti sapendo che molti capitali da loro anticipati sono di fatto “congelati”
e che comportano un rischio latente superiore a quello che sono disposte a
sostenere, si preoccupano di tenere in forma più possibile liquida e libera da
rischi il resto della loro disponibilità.
Il
che […] significa che le banche sono meno disposte a finanziare progetti che
comportino immobilizzo delle loro risorse.
I
crediti e gli anticipi che le banche hanno concesso a fini imprenditoriali,
sono nelle condizioni peggiori. Qui la garanzia principale è costituita dai
profitti correnti o previsti […] ma per
molte categorie di produttori […] non esistono profitti bensì solo prospettive
di insolvenza.
Una
flessione dei valori monetaria grave come quella che stiamo registrando
minaccia la solidità di tutta la struttura finanziaria. Banche e banchieri sono
per loro natura ciechi. Un “bravo” banchiere non è colui che prevede il
pericolo e lo evita ma colui che quando va in rovina, ci va nel modo più tradizionale.
Il
capitalismo moderno si trova di fronte ad una scelta: o aumentare i valori
monetari riportandoli verso i livelli precedenti oppure al diffondersi di
insolvenze e fallimenti con il collasso di gran parte delle struttura
finanziaria."
Che
dire considerato che queste cose sono state scritte più di 80 anni fa sono
proprio “profetiche” sulla attuale situazione bancaria italiana.
Qualche
commento:come
si vede queste cose sono note da molto e, quindi, potevano essere previste
per tempo da una classe dirigente più preparata ed avveduta. Certo
essere nell’euro ci consente minori margini di manovra (ad esempio sul cambio)
però si poteva e doveva intervenire prima, soprattutto della introduzione della
norma del “bail-in” per salvare (e in questo caso intendo nazionalizzare) alcune
banche.
Le politiche di austerity di Monti con il loro inasprimento fiscale erano dirette,
in mancanza di svalutazione monetaria, a risolvere il problema della bilancia
dei pagamenti, ma hanno dato un ulteriore botta ai consumi e quindi messo in
ancor maggior difficoltà le imprese e di conseguenza le banche. Pur capendo l’obiettivo
della bilancia pagamenti, si doveva evitare una così massiccia dose di austerità
e ci dovevamo allegramente fregare dei limiti del deficit, tanto una volta che
massacri il PIL anche il rapporto debito/PIL peggiora come infatti è stato.
lunedì 24 luglio 2017
Macron -10% nei sondaggi
Un post molto breve, quando avevo parlato delle elezioni di Macron avevo espresso forti dubbi che, un uomo dell'establishment, potesse rappresentare il cambiamento, scommettiamo che entro dicembre calerà ancora vistosamente? Le sue politiche si riveleranno le solite politiche liberiste lato offerta e nel solco del fiscal compact, e non cambierà molto nel rapporto (di sudditanza) Francia-Geramania. Alla prossima.
sabato 22 luglio 2017
Antonio Negri - Impero
Ho letto questo libro perché
considerato uno dei migliori di Antonio Negri (scritto insieme a M.Hardt
professore di letteratura alla Duke Univeristy), la cui vicenda ai meno
giovani è nota.
Purtroppo devo dire che il mio
giudizio è negativo e non vi consiglio di leggere il libro. Il problema di
questo libro è che ci sono anche spunti interessanti e di rilevo ma sono
nascosti e oscurati da una nuvola di verbosità e ridondanza di paroloni
filosofici e citazioni, spesso inutili, che rendono la lettura difficile e
indigeribile. Le prime 250 pagine di ricostruzione storica e sociologica si
possono saltare, in quanto abbastanza note. Nell’ultima parte analizza la evoluzione moderna della
società; le cose che dice sono anche condivisibili: la trasformazione del
lavoro dovuta alla informatizzazione, il potere internazionale delle grandi
multinazionali, la perdita di potere degli Stati nazionali, ma anche queste non sono poi
così originali. Anche le conclusioni su cosa deve fare la “moltitudine” contro
il nuovo potere vigente (Impero) sono piuttosto fumose e filosofiche.
Se lo confronto con il libro che abbiamo recensito di Polanyi (La grande trasformazione) il confronto è impietoso, quest’ultimo è un affresco molto più concreto della storia moderna (sino alla prima guerra mondiale) e della evoluzione economica sociale e politica. Sulla globalizzazione e sulla trasformazione del capitalismo vi consiglio piuttosto i libri, già indicati, di Rodrik, Reich e anche Stiglitz.
I have a dream
Anche io
ho un sogno, un poco
particolare e
ve lo descrivo. Come ho spesso affermato siamo in una società complessa,
difficile da governare e servono leadership illuminate. Credo nel valore della
democrazia ma la guida non può che essere in mano a pochi, anche
se il compito di sceglierli e di controllarli spetta a noi cittadini. Compito
della società è di educare e permettere a tutti di sviluppare le proprie potenzialità, questo non è un bene
solo per l’individuo ma per la società,
pensate a quanto spreco di intelligenze c’è.
Non credo che si possano
programmare a tavolino le leadership, ma creare le condizioni migliori perché
emergano si. Abbiamo ottime università, meno di quanto servirebbe, ma nessuna paragonabile ad esempio alla ENA francese. La mia proposta è di creare in
Italia una università multidisciplinare di
alto livello, con insegnanti di grande
spessore provenienti da tutto il mondo, oggi
con le tecnologie è possibile
farlo senza spostare neanche le persone. In tale università
dovrebbero affluire i ragazzi meno
abbienti con grandi potenzialità sia in
termini intellettuali e sia possibilmente «etiche», dotati anche di una certa personalità (so bene che qualsiasi criterio di selezione sarebbe incompleto e difficile da realizzare ma vale la pena
tentare utilizzando le conoscenze che abbiamo).
Cosa si dovrebbe insegnare in questo percorso, almeno 5 anni
complessivi, lo dico anche sulla base della mia
personale esperienza, una formazione che non sia solo scientifica o solo storico/letteraria: una
base scientifico/matematica per educare alla
razionalità senza specialismi eccessivi, teoria della probabilità e statistica, storia e sociologia per capire i contesti, psicologia
soprattutto sociale,
economia e management, una base di logica e informatica, elementi di diritto in particolare costituzionale, delle basi sulla comunicazione; oltre a una
perfetta conoscenza di almeno l’inglese,
il completamento della formazione dovrebbe essere su base individuale
attingendo anche a
corsi di altre università, con stage in istituzioni rilevanti
a livello nazionale e internazionale. Tale università dovrebbe
essere finanziata in modo misto privato e statale, con meccanismi anche di fund
raising per
esempio, il vantaggio per tutta la
comunità sarebbe molto alto rispetto ai costi, con la possibilità di avere un bacino di persone di
alto livello sia per le imprese e sia per
lo Stato.
Forse sarà anche una idea utopistica, ma sono convinto che sarebbe
una piccola cosa in grado di generare grandi benefici per la nostra nazione,
che necessita di una classe dirigente all’altezza dei difficili compiti che ci
aspettano.
venerdì 21 luglio 2017
Marcello Minenna - La moneta incompiuta
Il libro di oggi è un libro per
“stomaci forti”, sono quasi 500 pagine su temi tecnici finanziari, comunque con
scopo divulgativo e di rendere le cose più semplici possibili, anche se sempre
in modo rigoroso.
L’autore è Marcello Minenna che dirige
l'ufficio analisi quantitative della Consob e inoltre docente, non accademico, all'Università Bocconi, e PhD Lecturer alla London Graduate School of
Mathematical Finance.
Il volume come abbiamo detto si
concentra su questioni di natura finanziaria, fornendo all’inizio della
trattazione una serie di concetti di base, quali: rischio di credito, debito
sovrano, derivati creditizi ecc., facendo uso di belle infografiche che
agevolano la lettura per un pubblico di non esperti
Introduce, poi, alla comprensione
dell'architettura dell'Eurozona e dei legami tra finanza ed economia reale. Descrive
gli elementi caratterizzanti la politica monetaria europea, ripercorrendo
l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 e analizzando l’impatto che
questa ha avuto sull’Eurozona. Vengono inoltre approfonditi i diversi tipi di
intervento e strumenti finanziari messi in atto dai governi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) a fronte del rischio di rottura dell’euro.
Le economie europee sono comunque
in una fase di stallo. Il ciclo economico positivo globale che nel 2014-2015, grazie
anche al basso prezzo del petrolio e all’euro debole, ha tenuto a galla
l’unione monetaria volge al termine con il rischio di una recessione alle porte
di un’Europa frammentata e indebolita da squilibri strutturali. Rinunciare alla
propria moneta senza un bilancio e un debito pubblico europeo fa dell’euro un regime di cambi fissi
incompleto
Nella parte conclusiva del lavoro
vengono proposti diversi interventi di policy volti a superare la crisi e mettere
mano a questa architettura disfunzionale. Infatti la crisi greca, il fallimento
dell’austerità, i problemi del sistema bancario, del debito pubblico e della
Brexit stanno mostrando che il tempo guadagnato dalle «soluzioni-tampone» della
BCE sta volgendo al termine. Tra le proposte elenco: una politica della BCE
imperniata sull’azzeramento degli spread, la mutualizzazione di una parte del debito
o anche il suo congelamento da parte della BCE.
Il tema di fondo del libro non è nuovo: l’integrazione dei
paesi UE non è stata così profonda e forte come si era auspicato, e che i paesi
membri erano e sono ancora caratterizzati da grandi differenze strutturali.
La
creazione dell’euro e la rinuncia da parte dei nazioni aderenti alla area euro alla
propria moneta, senza un bilancio e un debito pubblico europeo e tutta una
serie di altri meccanismi istituzionali, fa
dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Ne esce fuori, pertanto, un
ritratto complesso della realtà europea, dove spicca l’incapacità
dell’euro-burocrazia di gestire l’integrazione economico-finanziaria. Rimane il
problema di fondo che è politico e non finanziario, una volta stabilito che la
costruzione dell’area euro è incompleta e disfunzionale c’è la volontà politica
per rimediare agli errori fatti? Arrivati al punto in cui siamo mi piacerebbe
avere la speranza che qualcosa cambi, vedendo però l’atteggiamento delle
nazioni europee sulla immigrazione non vedo la capacità e la volontà di
affrontare in maniera coordinata i problemi. La fine probabile del quantitative
easing che, peraltro come rileva Minenna, non ha sortito grandi effetti sulla
economia reale a parte la diminuzione del valore dell’euro e quindi un miglioramento
del PIL, e la fine del mandato di Draghi, grande artefice dal salvataggio dell’unione
monetaria, pongono seri dubbi sul futuro dell’Eurozona.
Visti gli alti costi politici e
economici, per proseguire in una costruzione più consona dell’unione monetaria,vedo difficile una soluzione coordinata, tanto per fare un esempio gli Stati
Uniti ci hanno messo 160 anni per costruire un efficace sistema federale con
continue modifiche (vedi ad esempio costituzione e statuto della FED) e avendo
fissato a monte un sistema costituzionale.
Comunque, tornando al libro, è
sicuramente un libro interessante e ben scritto, ovviamente da leggere un pò
alla volta, non è proprio un romanzo avventuroso, ma può ulteriormente
chiarire i difetti e le assurdità di queste unione monetaria e delle politiche
implementate.
mercoledì 12 luglio 2017
Carlo Rosselli - Socialismo Liberale
Quelle
che sotto riporto sono frasi tratte dal libro Socialismo Liberale di Carlo
Rosselli.
Il problema italiano è essenzialmente problema di libertà.
Senza
conoscenze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione delle
classi.
La libertà inizia con l’educazione dell’uomo e
si conclude con il trionfo di uno Stato….in cui la libertà di ciascuno è
condizione e limite della libertà di tutti.
L’italiano medio oscilla ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica.
Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione di libertà come dovere
morale.
Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona che della loro
personalità.
La lunga serie di governi paterni hanno esentato, per secoli, gli italiani dal
pensare in prima persona.
Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e «macchiavellismo» di basso rango che gli induce a
contaminare irridendoli tutti i valori.
L’intervento del Deus ex machina risponde sovente ad una loro necessità
psicologica.
La nostra storia non offre sinora nessuna rivoluzione di popolo.
In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo
seno punte altissime, solitarie e inaccessibili: minoranze eroiche…., ma non ha
mai saputo realizzare se stesso.
La stessa lotta per la indipendenza fu opera di una minoranza, non passione di
popolo.
Se gli uomini non hanno né senso di dignità ne quello della responsabilità, se
non sentono la fierezza della loro autonomia, se non si sono emancipati nel
loro mondo interiore non si fa il socialismo (nota mia qui direi il progresso di
una società).
E’ innanzitutto un problema di educazione morale.
L’abitudine a considerare il problema economico come il problema
chiave, il problema determinate e a misurare tutti i valori in termini
utilitari fa si che sfuggano i valori profondi e permanenti.
La cultura non è borghese, né proletaria.
La cultura ….di una nazione è un patrimonio di valori che trascende il fenomeno
economico della classe.
La straordinaria complessità e intensità della vita del mondo moderno, dove
continuo è l’alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove
rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute
incontrovertibili.
Alcune brevi considerazioni, il testo è stato scritto negli anni ‘30 e
pubblicato in francese, solamente nel dopoguerra pubblicato in italiano. Nelle
prima parte è un critica al socialismo massimalista e marxista, mentre i brani
sopra riportati fanno parte delle conclusioni finali. A dispetto degli anni
trascorsi queste considerazioni
rimangono ancora in buona parte
condivisibili. Forse il giudizio sugli italiani è troppo tagliente, ma è ancora
profondamente vero che gli italiani spesso aspirino a cercare il deus ex
machina (leaderismo personalistico) che sovente è solo un arringatore di popolo
(Berlusconi, Grillo ecc.) e che non siamo stati mai in grado di fare una
rivoluzione.
Iscriviti a:
Post (Atom)