mercoledì 20 settembre 2017

Dagli all'untore

Faccio una premessa: non credo che, come Italia, dovremmo fare i buonisti e accogliere senza controlli e regolamentazione gli immigrati. Il nostro welfare è già abbastanza in difficoltà, sovraccaricarlo e renderlo poco efficace non serve a noi italiani e nemmeno ai nuovi entranti. Capisco che l'italiano medio, che vede gironzolare immigrati sotto casa, non li veda proprio di buon occhio (se molti media ci aggiungono un carico di notizie spesso ad arte confezionate), soprattutto se ha visto il suo reddito reale ridursi e magari ha un figlio disoccupato, quando poi, gli immigrati stessi,  non avendo grandi speranze di trovare un lavoro, finiscono anche per delinquere. Sono anche in accordo con Salvini quando dice aiutiamoli a casa loro, salvo non dire che ci costerebbe molto di più (dei famosi 35 euro) ed è molto più complicato, sarebbe più onesto dire quello che realmente pensa: cioè statevene a casa vostra. Ma la domanda importante che bisogna porsi è chi ci guadagna in tutto ciò? Sicuramente direttamente chi gestisce i viaggi della speranza e chi gestisce la accoglienza (bel business), ma non va dimenticata la massima latina: divide et impera, cioè dividi e comanda, ever green delle élite dominanti. Infatti, da che mondo e mondo, la cosa più semplice, quando le cose vanno male, è di scaricare la colpa su un bel soggetto (capro espiatorio) da mettere in mostra e alimentare la guerra tra poveri distogliendo l'attenzione dal vero obiettivo e creando anche competizione al ribasso. Come se la moderna peste (crisi economica) non fosse determinata dai batteri portati dai topi (sistema economico finanziario ed élite economico-politiche asservite alla ideologia liberista) ma dagli untori.

martedì 19 settembre 2017

Paul Mason- Postcapitalism- A guide to our future (Postcapitalismo-una guida al nostro futuro- Il saggiatore)

Questo libro, uscito solo recentemente in Italia, ha avuto un grande successo internazionale, l’autore è un giornalista esperto di economia. 
Il libro si svolge su piani diversi affrontando tematiche storiche, sociologiche ed economiche. Il tema di fondo da cui parte è che la nuova economia dell’informazione e di rete, fondata sulla conoscenza, mina i presupposti stessi del capitalismo abbassando sempre più i costi di produzione ed erodendo la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi; perché se il mercato si basa sulla scarsità, l’informazione è invece abbondante. Dato che il capitalismo è in crisi l’autore analizza le teorie sul capitalismo e le sue crisi, da Marx a Schumpeter passando per Kondratiev, giungendo ad una sua sintesi. Il capitalismo è un sistema adattativo complesso che però ha raggiunto i limiti della propria capacità di adattamento; infatti è stato sempre in grado di adattarsi alle crisi grazie alle resistenze della forza lavoro, ma i successi di queste trasformazioni si devono principalmente allo Stato, che ha un ruolo fondamentale per la nascita di un nuovo paradigma.
In questa ultima fase però la resistenza dei lavoratori è debole e l’economia si è sbilanciata a favore del capitale e quindi viene meno la spinta alla trasformazione. Il capitale cerca di resistere alle spinte della rivoluzione tecnologica con nuovi monopoli,  il problema è che la tecnologia che sostiene il capitalismo, e che lo ha reso globale, sta minando il capitalismo stesso. Mason prevede che:
 “Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo post-capitalismo”.
L’ultima parte del libro indica quindi una serie di passi e soluzioni che ci porteranno al post-capitalismo, ed è questa la parte più debole del libro, come spesso succede ai libri che affrontano temi così globali. Le soluzioni sono in linea di principio condivisibili ma, a mio parere, poco praticabili.  Mason sostiene in sintesi che ci vuole più intervento dello Stato che deve assumere anche il controllo totale della distribuzione dell’energia e della produzione a carbone (per risolvere anche il problema ecologico) e controllare profondamente la finanza e il sistema bancario, anche se non ciò non significa un completa sparizione del mercato.
Complessivamente è un libro che ho trovato molto valido, pieno riferimenti e considerazioni interessanti, Mason riesce soprattutto ad affrontare tematiche complesse rendendole piacevoli e quasi avvincenti come in un romanzo.

Alcune mie considerazioni. Credo che Mason nelle conclusioni cada in contraddizione, perché da una parte sostiene che il capitalismo è un sistema molto complesso, mentre le sue soluzioni sono troppo semplicistiche. La tesi della resistenza dei lavoratori  e della società ai cambiamenti non è nuova, la troviamo nel libro di Polanyi, La grande trasformazione, in cui afferma che le società sono cambiate ma lo Stato è dovuto intervenire per evitare le distruzioni sociali da parte dei meccanismi di mercato lasciati a se stessi. Quindi sono d’accordo che lo Stato, al contrario di quello che dicono i liberisti, è la soluzione e non il problema. Ma quale Stato? Quello nazionale sta perdendo potere nei confronti di un economia globalizzata e un sistema di regolazione e controllo globale non esiste ed è di difficile realizzazione. Non credo poi che sia così facile eliminare o sostituire certi meccanismi di mercato, credo invece che il capitalismo abbia ancora un ruolo nel futuro, anche se è un istituzione umana e come tale ha una sua fine, ma a mio parere non così a breve termine. Credo che il problema della modificazione del clima non possa essere risolto dai meccanismi di mercato, che non sono così efficienti come ci contrabbandano. Sicuramente la tecnologia è un potente agente del cambiamento ma serve anche la politica. Mancano soprattutto élite illuminate e preparate in grado di interpretare la volontà dei cittadini e non condizionate dalle forze economiche e dalle ideologie dominanti
Le sfide aperte sono molte, come ho indicato nel mio libro, dalla gestione dei flussi finanziari e monetari internazionali, gli squilibri economici tra i paesi, le crescenti diseguaglianze, sino ad arrivare ai problemi di compatibilità tra sviluppo ed ecologia. Serve un nuovo equilibrio tra democrazia e capitalismo, passando attraverso il ruolo dello Stato, ma non esistono soluzioni facili e globali, anzi credo che dovremmo porci obiettivi semplici e mirati di volta in volta e affrontarli. Le conoscenze ci sono, i cittadini sono consapevoli, in larga maggioranza, di quali siano i loro interesse reali. 
Fino ad ora è mancata una lungimiranza delle élite, negli ultimi tempi ha trionfato il liberismo sfrenato, il ritorno ad ideologie marxiste non è la soluzione, ma servono idee e persone nuove e queste, soprattutto, preparate a gestire la complessità senza preconcetti.

giovedì 14 settembre 2017

Intervista esclusiva a John Maynard Keynes sull'Europa.


D. Buongiorno Lord Keynes, ci dispiace disturbarla ma vorremmo porgergli alcune domande, in primo luogo cosa ne pensa della situazione dell’Europa e in particolare dell’eurozona e delle politiche attuate?
R. Il problema che mi affligge di più nella situazione attuale è la disoccupazione, la deflazione è disastrosa per l’occupazione, l’inutilizzata capacità produttiva dei disoccupati non si accumula a nostro credito in banca, si tramuta in spreco, è irrimediabilmente perduta.
D. Quindi quali sono i rimedi ?
R. L’intensità della produzione è determinata in gran parte dalla previsione dei profitti reali. Il diffuso timore di prezzi cadenti può bloccare il processo produttivo; la situazione può aggravarsi ulteriormente in quanto la previsione del corso dei prezzi tende, ove sia diffusa, a dare risultati ad un certo punto cumulativi. L’ammontare complessivo degli investimenti è lungi dall’essere necessariamente pari al volume complessivo dei risparmi, lo squilibrio fra i due è la radice di molti nostri guai.
D. Scusi ma in questo momento in Europa si vede un poco di ripresa quindi il QE di Draghi ha funzionato?
R. Un espansione del credito non è scevra di rischi per la banca centrale fintanto che non si abbia la certezza che esistono operatori interni pronti ad assorbirla. Un paese si arricchisce per l’atto positivo di utilizzare il risparmio per aumentare la attrezzatura produttiva del paese.
D. Quindi se ho capito bene lei propende per maggiori investimenti, ma non c’è rischio di inflazione?
R. L’idea che una politica di spesa per investimenti deve tradursi in inflazione avrebbe del vero se operassimo in condizioni di boom, cosa da cui siamo ben lontani. Un maggior volume di credito bancario è probabilmente condizione sine qua non per aumentare la occupazione, ma un piano di investimenti che lo assorba è condizione sine qua non per perché l’espansione del credito non presenti rischi. Inoltre un periodo di prezzi crescenti agisce da stimolo sull’impresa ed è vantaggioso per gli imprenditori mentre la caduta dei valori monetari scoraggia l’investimento e discredita l’impresa.
D. Quindi lei è contrario alle politiche di austerità adottate?
R. Ciò di cui abbisogna in questo momento non è stringere la cinghia ma creare una atmosfera di espansione di attività. Non potete dare lavoro alla gente contraendo la spesa, mi piacerebbe che si attuassero progetti di grandezza e magnificenza. I profitti dei produttori di beni di consumo potrebbero ricostruirsi quando aumenti la quota dei beni capitali, ma la quota di beni capitali non aumenterà se i redditi dei produttori non riescono a conseguire un profitto.

D Quindi il piano di investimenti dovrebbe essere pubblico, ma non si crea deficit?
R. Le conseguenze immediate di una riduzione del deficit da parte del governo sono esattamente l’opposto di quelle che si avrebbero se finanziassimo lavori pubblici. L’importante è che l’indebitamento si affronti allo scopo di finanziare investimenti in opere che presentino un minimo di utilità. L’indebitamento pubblico è il rimedio naturale per impedire che le perdite imprenditoriali diventino una grave recessione, così forte da portare a una stasi della produzione. (NDR: ad esempio in Italia abbiamo perso nella crisi  il 25% della produzione industriale).
D. E delle riforme strutturali che ne pensa?
R. Ma se tutti tagliano i salari il potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce di tanto quanto si siano ridotti i costi e nessuno ne tare vantaggio. E’ un illusione che gli imprenditori possano automaticamente ristabilire l’equilibrio riducendo i costi complessivi, la riduzione delle somme erogate a titolo di costo contraggono il potere di acquisto dei percettori di reddito che sono gli acquirenti; non è vero che quanto gli imprenditori erogano come costo di produzione rientri necessariamente come ricavo da vendita dei beni prodotti, è caratteristica di un boom che i ricavi eccedano i costi ed è caratteristica di una recessione che i costi eccedano i ricavi.
D. Quindi più intervento dello Stato?
R. Le agenda più importanti dello Stato riguardano le funzioni che cadono al difuori della sfera dell’individuo, le decisioni che se non le assumesse lo Stato nessuno prenderebbe. L’importante per il governo non è fare le cose che gli individui stanno facendo ma fare le cose che non vengono fatte per niente. L’attuale organizzazione del mercato degli investimenti di distribuire il risparmio non dovrebbe essere lasciata interamente alla casualità del giudizio e del profitto privato. Migliorare la tecnica del capitalismo moderno attraverso l’operare dell’azione pubblica.
D. Ma che ne pensa della creazione della moneta unica?
R.  Per i paesi che l’hanno adottata è stata un rischio, la creazione di moneta legale è stata ed è l’ultima riserva dei governi, nessuno Stato o governo decreterà la propria bancarotta fino a che disporrà di questa sovranità. Inoltre il tasso di cambio dipende dal rapporto dei prezzi interni e quello dei prezzi esterni, ne consegue che il tasso di cambio può mantenersi stabile soltanto se entrambi i livelli dei prezzi si mantengono stabili; ma il livello dei prezzi esterni è fuori dal nostro controllo quindi dovremmo accettare che il livello dei prezzi o il tasso di cambio subiscano l’influenza esterna, ma se il livello dei prezzi esteri è instabile non potremmo mantenere stabili il livello dei prezzi interni sia il tasso dei cambi. (NDR: cioè se siamo vincolati a una  moneta troppo forte rischiamo di dover compensare con una svalutazione dei salari ).
D Quindi lei è pessimista?
R: No, le risorse e gli artifici dell’uomo sono ancora fecondi e produttivi non meno di ieri. Il problema politico della umanità consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale. Alla prima sono necessari senso critico, prudenza e conoscenza tecnica; alla seconda spirito altruistico, entusiasmo ed amore per l’uomo comune; alla terza tolleranza, ampiezza di vedute, apprezzamento dei valori, della varietà e della indipendenza. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rinunciare ad essere aperti ad esperimenti nuovi, liberi di intraprendere attività, di provare tutte le possibilità della vita.

Nota: tutte le frasi in corsivo sono originali di John Maynard Keynes tratte da Esortazioni e profezie.

venerdì 1 settembre 2017

J. Stiglitz - L’euro- Come una moneta comune minaccia il futuro dell’ Europa--Einaudi

Come si intuisce dal titolo il tema del libro è l’euro e la Europa, ora chi legge questo blog e le recensioni sa che di questo tema ne abbiamo ampiamente parlato, pertanto il libro non contiene particolari novità su tema.
La prima parte è una critica alla creazione della moneta unica con le modalità adottate e delle successive politiche attuate dal 2008 per far fronte alla crisi, alcune citazioni:
L’integrazione economica è progredita  ma a maggiore velocità rispetto a quella politica;
L’euro è controproducente. L’eurozona ha fallito miseramente;
La Bce è nata con un difetto congenito […] il problema più grave è la assenza di controllo democratico. La Bce ha contribuito ad aggravare la crescente diseguaglianza;
La totale incapacità della Troika di comprendere l’economia soggiacente alla situazione;
L’austerità non ha mai funzionato. I salvataggi della Spagna, della Grecia e degli altri paesi sono apparsi mirati più a salvare le banche europee;
Le soluzioni sono per l’autore due, perché continuare a  galleggiare in questa situazione non serve.
La prima è “più Europa” intesa non per forza una unione federale ma una serie di misure indispensabili: unione bancaria, mutualizzazione del debito, politica fiscale comune, distinguere spesa per investimenti da consumi, e molto altro ancora.
La seconda divorzio consensuale con la creazione di più aree euro, da una parte la Germania e alcuni suoi alleati (la Francia ?), il resto da un'altra parte con la creazione di tutta una serie di strumenti per evitare ulteriori disastri.
Si intuisce che, anche preferendo la prima soluzione, Stiglitz capisca che sia politicamente irrealizzabile, ma anche la seconda non è così immediata e indolore, non si capisce bene nel libro la posizione che dovrebbero assumere in particolare la Francia e anche forse l’Italia.
In sintesi  la analisi delle criticità dell’eurozona  è abbastanza nota, quella sulle soluzioni contiene degli spunti comunque interessanti anche se alcune proposte sono forse poco realistiche. 

In definitiva il libro è comunque scritto bene anche se a volte ripetitivo, lo consiglio a chi non ha letto nessuno dei precedenti libri sul tema come buona sintesi.

giovedì 10 agosto 2017

J.M. Keynes - Esortazioni e profezie

Riporto di seguito alcuni frasi tratte dal libro Esortazioni e profezie, raccolta di scritti di J.M.Keynes e in particolare dal brano: Collasso dei valori monetari e le conseguenze sul sistema bancario,  scritto nel 1931 nel periodo della grande depressione.
"Esiste al mondo una quantità enorme di beni reali che costituiscono il nostro capitale: case, scorte di merci, ecc.. Per entrarne in possesso tuttavia i proprietari nominali non di rado hanno preso in prestito denaro. Finanziamento che avviene attraverso il sistema bancario che frappone la sua garanzia fra i depositanti ed i prenditori di fondi. Il frapporsi di questo schermo in denaro fra il bene reale e il proprietario di ricchezza è una caratteristica peculiare del mondo moderno.
Un mutamento del valore del denaro può sconvolgere le posizioni di quanto vantano crediti in denaro o sono debitori di denaro. Infatti una caduta dei prezzi […] significa trasferimento di ricchezza dal debitore al creditore.
Quando il deprezzamento dei beni  termini reali in termini monetari riamane contenuto all’interno di percentuali convenzionali le banche non se ne preoccupano troppo.
La inflazione […] non ha nulla di minaccioso per le banche poiché aumenta l’entità dei loro “margini”.
Negli ultimi mesi […] il deprezzamento ha superato in moltissimi casi l’entità dei margini convenzionali. Finché la banca mantiene un atteggiamento di serena attesa di tempi migliori e ignora il fatto che la garanzia di gran parte dei suoi prestiti non ha più il valore che aveva al momento della concessione non si crea motivo di panico
Ciò nonostante anche a questo stadio la posizione di fondo può aver effetto assai negativo.
Le banche infatti sapendo che molti capitali da loro anticipati sono di fatto “congelati” e che comportano un rischio latente superiore a quello che sono disposte a sostenere, si preoccupano di tenere in forma più possibile liquida e libera da rischi il resto della loro disponibilità.
Il che […] significa che le banche sono meno disposte a finanziare progetti che comportino immobilizzo delle loro risorse.
I crediti e gli anticipi che le banche hanno concesso a fini imprenditoriali, sono nelle condizioni peggiori. Qui la garanzia principale è costituita dai profitti  correnti o previsti […] ma per molte categorie di produttori […] non esistono profitti bensì solo prospettive di insolvenza.
Una flessione dei valori monetaria grave come quella che stiamo registrando minaccia la solidità di tutta la struttura finanziaria. Banche e banchieri sono per loro natura ciechi. Un “bravo” banchiere non è colui che prevede il pericolo e lo evita ma colui che quando va in rovina, ci va nel modo più tradizionale.
Il capitalismo moderno si trova di fronte ad una scelta: o aumentare i valori monetari riportandoli verso i livelli precedenti oppure al diffondersi di insolvenze e fallimenti con il collasso di gran parte delle struttura finanziaria."
Che dire considerato che queste cose sono state scritte più di 80 anni fa sono proprio “profetiche” sulla attuale situazione bancaria italiana.
Qualche commento:come si vede queste cose sono note da molto e, quindi, potevano essere previste per tempo da una classe dirigente più preparata ed avveduta. Certo essere nell’euro ci consente minori margini di manovra (ad esempio sul cambio) però si poteva e doveva intervenire prima, soprattutto della introduzione della norma del “bail-in” per salvare (e in questo caso intendo nazionalizzare) alcune banche. 
Le politiche di austerity di Monti con il loro inasprimento fiscale erano dirette, in mancanza di svalutazione monetaria, a risolvere il problema della bilancia dei pagamenti, ma hanno dato un ulteriore botta ai consumi e quindi messo in ancor maggior difficoltà le imprese e di conseguenza le banche. Pur capendo l’obiettivo della bilancia pagamenti, si doveva evitare una così massiccia dose di austerità e ci dovevamo allegramente fregare dei limiti del deficit, tanto una volta che massacri il PIL anche il rapporto debito/PIL peggiora come infatti è stato.



lunedì 24 luglio 2017

Macron -10% nei sondaggi

Un post molto breve, quando avevo parlato delle elezioni di Macron avevo espresso forti dubbi che, un uomo dell'establishment, potesse rappresentare il cambiamento, scommettiamo che entro dicembre calerà ancora vistosamente? Le sue politiche si riveleranno le solite politiche liberiste lato offerta e nel solco del fiscal compact, e non cambierà molto nel rapporto (di sudditanza) Francia-Geramania. Alla prossima.

sabato 22 luglio 2017

Antonio Negri - Impero

Ho letto questo libro perché considerato uno dei migliori di Antonio Negri (scritto insieme a M.Hardt professore di letteratura alla Duke Univeristy), la cui vicenda ai meno giovani è nota.
Purtroppo devo dire che il mio giudizio è negativo e non vi consiglio di leggere il libro. Il problema di questo libro è che ci sono anche spunti interessanti e di rilevo ma sono nascosti e oscurati da una nuvola di verbosità e ridondanza di paroloni filosofici e citazioni, spesso inutili, che rendono la lettura difficile e indigeribile. Le prime 250 pagine di ricostruzione storica e sociologica si possono saltare, in quanto abbastanza note. Nell’ultima parte analizza la evoluzione moderna della società; le cose che dice sono anche condivisibili: la trasformazione del lavoro dovuta alla informatizzazione, il potere internazionale delle grandi multinazionali, la perdita di potere degli Stati nazionali, ma anche queste non sono poi così originali. Anche le conclusioni su cosa deve fare la “moltitudine” contro il nuovo potere vigente (Impero) sono piuttosto fumose e filosofiche.
Se lo confronto con il libro che abbiamo recensito di Polanyi (La grande trasformazione) il confronto è impietoso, quest’ultimo è un affresco molto più concreto della storia moderna (sino alla prima guerra mondiale) e della evoluzione economica sociale e politica. Sulla globalizzazione e sulla trasformazione del capitalismo vi consiglio piuttosto i libri, già indicati, di Rodrik, Reich e anche Stiglitz.

I have a dream

Anche io ho un sogno, un poco particolare e ve lo descrivo. Come ho spesso affermato siamo in una società complessa, difficile da governare e servono leadership illuminate. Credo nel valore della democrazia ma la guida non può che essere in mano a pochi,  anche se il compito di sceglierli e di controllarli spetta a noi cittadini. Compito della società è di educare e permettere a tutti di sviluppare le proprie potenzialità, questo non è un bene solo per l’individuo ma per la  società, pensate a quanto spreco di intelligenze c’è. 
Non credo che si possano programmare a tavolino le leadership, ma creare le condizioni migliori perché emergano si. Abbiamo ottime  università, meno di quanto servirebbe, ma nessuna paragonabile ad esempio alla ENA francese. La mia proposta  è di creare in Italia una università multidisciplinare di alto livello, con insegnanti  di grande spessore provenienti da tutto il mondo, oggi  con le tecnologie  è possibile farlo senza spostare neanche le persone. In tale università dovrebbero  affluire i ragazzi meno abbienti  con grandi potenzialità sia in termini intellettuali e sia possibilmente «etiche», dotati anche di una certa personalità (so bene che qualsiasi  criterio di selezione sarebbe incompleto e difficile da realizzare ma vale la pena tentare utilizzando le conoscenze che abbiamo). 
Cosa si dovrebbe insegnare in questo percorso, almeno 5 anni complessivi, lo dico anche sulla base della mia personale esperienza, una formazione che non sia solo scientifica o solo storico/letteraria: una base scientifico/matematica per educare alla razionalità senza specialismi eccessivi, teoria della probabilità e statistica, storia e sociologia per capire i contesti, psicologia soprattutto sociale, economia e management, una base di logica e informatica, elementi di diritto in particolare costituzionale,  delle basi sulla comunicazione; oltre a una perfetta  conoscenza di almeno l’inglese, il completamento della formazione dovrebbe essere su base individuale attingendo anche a corsi di altre università, con stage in istituzioni rilevanti a livello nazionale e internazionale. Tale università dovrebbe essere finanziata in modo misto privato e statale, con meccanismi anche di fund raising per esempio, il vantaggio per tutta la comunità sarebbe molto alto rispetto ai costi, con la  possibilità di avere un bacino di persone di alto livello sia per le imprese e sia  per lo Stato. 
Forse sarà anche una idea utopistica, ma sono convinto che sarebbe una piccola cosa in grado di generare grandi benefici per la nostra nazione, che necessita di una classe dirigente all’altezza dei difficili compiti che ci aspettano.

venerdì 21 luglio 2017

Marcello Minenna - La moneta incompiuta

Il libro di oggi è un libro per “stomaci forti”, sono quasi 500 pagine su temi tecnici finanziari, comunque con scopo divulgativo e di rendere le cose più semplici possibili, anche se sempre in modo rigoroso.
L’autore è Marcello Minenna che dirige l'ufficio analisi quantitative della Consob e inoltre docente, non accademico, all'Università Bocconi, e PhD Lecturer alla London Graduate School of Mathematical Finance.
Il volume come abbiamo detto si concentra su questioni di natura finanziaria, fornendo all’inizio della trattazione una serie di concetti di base, quali: rischio di credito, debito sovrano, derivati creditizi ecc., facendo uso di belle infografiche che agevolano la lettura per un pubblico di non esperti
Introduce, poi, alla comprensione dell'architettura dell'Eurozona e dei legami tra finanza ed economia reale. Descrive gli elementi caratterizzanti la politica monetaria europea, ripercorrendo l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 e analizzando l’impatto che questa ha avuto sull’Eurozona. Vengono inoltre approfonditi i diversi tipi di intervento e strumenti finanziari messi in atto dai governi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) a fronte del rischio di rottura dell’euro.
Le economie europee sono comunque in una fase di stallo. Il ciclo economico positivo globale che nel 2014-2015, grazie anche al basso prezzo del petrolio e all’euro debole, ha tenuto a galla l’unione monetaria volge al termine con il rischio di una recessione alle porte di un’Europa frammentata e indebolita da squilibri strutturali. Rinunciare alla propria moneta senza un bilancio e un debito pubblico europeo fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Nella parte conclusiva del lavoro vengono proposti diversi interventi di policy volti a superare la crisi e mettere mano a questa architettura disfunzionale. Infatti la crisi greca, il fallimento dell’austerità, i problemi del sistema bancario, del debito pubblico e della Brexit stanno mostrando che il tempo guadagnato dalle «soluzioni-tampone» della BCE sta volgendo al termine. Tra le proposte elenco: una politica della BCE imperniata sull’azzeramento degli spread, la mutualizzazione di una parte del debito o anche il suo congelamento da parte della BCE.
Il tema di fondo  del libro non è nuovo: l’integrazione dei paesi UE non è stata così profonda e forte come si era auspicato, e che i paesi membri erano e sono ancora caratterizzati da grandi differenze strutturali. 
La creazione dell’euro e la rinuncia da parte dei nazioni aderenti alla area euro alla propria moneta, senza un bilancio e un debito pubblico europeo e tutta una serie di altri meccanismi istituzionali, fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Ne esce fuori, pertanto, un ritratto complesso della realtà europea, dove spicca l’incapacità dell’euro-burocrazia di gestire l’integrazione economico-finanziaria. Rimane il problema di fondo che è politico e non finanziario, una volta stabilito che la costruzione dell’area euro è incompleta e disfunzionale c’è la volontà politica per rimediare agli errori fatti? Arrivati al punto in cui siamo mi piacerebbe avere la speranza che qualcosa cambi, vedendo però l’atteggiamento delle nazioni europee sulla immigrazione non vedo la capacità e la volontà di affrontare in maniera coordinata i problemi. La fine probabile del quantitative easing che, peraltro come rileva Minenna, non ha sortito grandi effetti sulla economia reale a parte la diminuzione del valore dell’euro e quindi un miglioramento del PIL, e la fine del mandato di Draghi, grande artefice dal salvataggio dell’unione monetaria, pongono seri dubbi sul futuro dell’Eurozona.
Visti gli alti costi politici e economici, per proseguire in una costruzione più consona dell’unione monetaria,vedo difficile una soluzione coordinata, tanto per fare un esempio gli Stati Uniti ci hanno messo 160 anni per costruire un efficace sistema federale con continue modifiche (vedi ad esempio costituzione e statuto della FED) e avendo fissato a monte  un sistema costituzionale.
Comunque, tornando al libro, è sicuramente un libro interessante e ben scritto, ovviamente da leggere un pò alla volta, non è proprio un romanzo avventuroso, ma può ulteriormente chiarire i difetti e le assurdità di queste unione monetaria e delle politiche implementate.


mercoledì 12 luglio 2017

Carlo Rosselli - Socialismo Liberale


Quelle che sotto riporto sono frasi  tratte dal libro Socialismo Liberale di Carlo Rosselli.


Il problema italiano è essenzialmente problema di libertà.
Senza conoscenze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione delle classi.
La libertà inizia con l’educazione dell’uomo e si conclude con il trionfo di uno Stato….in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite della libertà di tutti.
L’italiano medio oscilla ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. 
Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione di libertà come dovere morale.
Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona che della loro personalità.
La lunga serie di governi paterni hanno esentato, per secoli, gli italiani dal pensare in prima persona.
Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e «macchiavellismo» di basso rango che gli induce a contaminare irridendoli tutti i valori.
L’intervento del Deus ex machina risponde sovente ad una loro necessità psicologica.
La nostra storia non offre sinora nessuna rivoluzione di popolo.
In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo seno punte altissime, solitarie e inaccessibili: minoranze eroiche…., ma non ha mai saputo realizzare se stesso.
La stessa lotta per la indipendenza fu opera di una minoranza, non passione di popolo.
Se gli uomini non hanno né senso di dignità ne quello della responsabilità, se non sentono la fierezza della loro autonomia, se non si sono emancipati nel loro mondo interiore non si fa il socialismo (nota mia qui direi il progresso di una società).
E’ innanzitutto un problema di educazione morale.
L’abitudine a considerare  il problema economico come il problema chiave, il problema determinate e a misurare tutti i valori in termini utilitari fa si che sfuggano i valori profondi e permanenti.
La cultura non è borghese, né proletaria.
La cultura ….di una nazione è un patrimonio di valori che trascende il fenomeno economico della classe.
La straordinaria complessità e intensità della vita del mondo moderno, dove continuo è l’alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute incontrovertibili.
Alcune brevi considerazioni, il testo è stato scritto negli anni ‘30 e pubblicato in francese, solamente nel dopoguerra pubblicato in italiano. Nelle prima parte è un critica al socialismo massimalista e marxista, mentre i brani sopra riportati fanno parte delle conclusioni finali. A dispetto degli anni trascorsi  queste considerazioni rimangono ancora  in buona parte condivisibili. Forse il giudizio sugli italiani è troppo tagliente, ma è ancora profondamente vero che gli italiani spesso aspirino a cercare il deus ex machina (leaderismo personalistico) che sovente è solo un arringatore di popolo (Berlusconi, Grillo ecc.) e che non siamo stati mai in grado di fare una rivoluzione.