sabato 22 luglio 2017

I have a dream

Anche io ho un sogno, un poco particolare e ve lo descrivo. Come ho spesso affermato siamo in una società complessa, difficile da governare e servono leadership illuminate. Credo nel valore della democrazia ma la guida non può che essere in mano a pochi,  anche se il compito di sceglierli e di controllarli spetta a noi cittadini. Compito della società è di educare e permettere a tutti di sviluppare le proprie potenzialità, questo non è un bene solo per l’individuo ma per la  società, pensate a quanto spreco di intelligenze c’è. 
Non credo che si possano programmare a tavolino le leadership, ma creare le condizioni migliori perché emergano si. Abbiamo ottime  università, meno di quanto servirebbe, ma nessuna paragonabile ad esempio alla ENA francese. La mia proposta  è di creare in Italia una università multidisciplinare di alto livello, con insegnanti  di grande spessore provenienti da tutto il mondo, oggi  con le tecnologie  è possibile farlo senza spostare neanche le persone. In tale università dovrebbero  affluire i ragazzi meno abbienti  con grandi potenzialità sia in termini intellettuali e sia possibilmente «etiche», dotati anche di una certa personalità (so bene che qualsiasi  criterio di selezione sarebbe incompleto e difficile da realizzare ma vale la pena tentare utilizzando le conoscenze che abbiamo). 
Cosa si dovrebbe insegnare in questo percorso, almeno 5 anni complessivi, lo dico anche sulla base della mia personale esperienza, una formazione che non sia solo scientifica o solo storico/letteraria: una base scientifico/matematica per educare alla razionalità senza specialismi eccessivi, teoria della probabilità e statistica, storia e sociologia per capire i contesti, psicologia soprattutto sociale, economia e management, una base di logica e informatica, elementi di diritto in particolare costituzionale,  delle basi sulla comunicazione; oltre a una perfetta  conoscenza di almeno l’inglese, il completamento della formazione dovrebbe essere su base individuale attingendo anche a corsi di altre università, con stage in istituzioni rilevanti a livello nazionale e internazionale. Tale università dovrebbe essere finanziata in modo misto privato e statale, con meccanismi anche di fund raising per esempio, il vantaggio per tutta la comunità sarebbe molto alto rispetto ai costi, con la  possibilità di avere un bacino di persone di alto livello sia per le imprese e sia  per lo Stato. 
Forse sarà anche una idea utopistica, ma sono convinto che sarebbe una piccola cosa in grado di generare grandi benefici per la nostra nazione, che necessita di una classe dirigente all’altezza dei difficili compiti che ci aspettano.

venerdì 21 luglio 2017

Marcello Minenna - La moneta incompiuta

Il libro di oggi è un libro per “stomaci forti”, sono quasi 500 pagine su temi tecnici finanziari, comunque con scopo divulgativo e di rendere le cose più semplici possibili, anche se sempre in modo rigoroso.
L’autore è Marcello Minenna che dirige l'ufficio analisi quantitative della Consob e inoltre docente, non accademico, all'Università Bocconi, e PhD Lecturer alla London Graduate School of Mathematical Finance.
Il volume come abbiamo detto si concentra su questioni di natura finanziaria, fornendo all’inizio della trattazione una serie di concetti di base, quali: rischio di credito, debito sovrano, derivati creditizi ecc., facendo uso di belle infografiche che agevolano la lettura per un pubblico di non esperti
Introduce, poi, alla comprensione dell'architettura dell'Eurozona e dei legami tra finanza ed economia reale. Descrive gli elementi caratterizzanti la politica monetaria europea, ripercorrendo l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 e analizzando l’impatto che questa ha avuto sull’Eurozona. Vengono inoltre approfonditi i diversi tipi di intervento e strumenti finanziari messi in atto dai governi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) a fronte del rischio di rottura dell’euro.
Le economie europee sono comunque in una fase di stallo. Il ciclo economico positivo globale che nel 2014-2015, grazie anche al basso prezzo del petrolio e all’euro debole, ha tenuto a galla l’unione monetaria volge al termine con il rischio di una recessione alle porte di un’Europa frammentata e indebolita da squilibri strutturali. Rinunciare alla propria moneta senza un bilancio e un debito pubblico europeo fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Nella parte conclusiva del lavoro vengono proposti diversi interventi di policy volti a superare la crisi e mettere mano a questa architettura disfunzionale. Infatti la crisi greca, il fallimento dell’austerità, i problemi del sistema bancario, del debito pubblico e della Brexit stanno mostrando che il tempo guadagnato dalle «soluzioni-tampone» della BCE sta volgendo al termine. Tra le proposte elenco: una politica della BCE imperniata sull’azzeramento degli spread, la mutualizzazione di una parte del debito o anche il suo congelamento da parte della BCE.
Il tema di fondo  del libro non è nuovo: l’integrazione dei paesi UE non è stata così profonda e forte come si era auspicato, e che i paesi membri erano e sono ancora caratterizzati da grandi differenze strutturali. 
La creazione dell’euro e la rinuncia da parte dei nazioni aderenti alla area euro alla propria moneta, senza un bilancio e un debito pubblico europeo e tutta una serie di altri meccanismi istituzionali, fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Ne esce fuori, pertanto, un ritratto complesso della realtà europea, dove spicca l’incapacità dell’euro-burocrazia di gestire l’integrazione economico-finanziaria. Rimane il problema di fondo che è politico e non finanziario, una volta stabilito che la costruzione dell’area euro è incompleta e disfunzionale c’è la volontà politica per rimediare agli errori fatti? Arrivati al punto in cui siamo mi piacerebbe avere la speranza che qualcosa cambi, vedendo però l’atteggiamento delle nazioni europee sulla immigrazione non vedo la capacità e la volontà di affrontare in maniera coordinata i problemi. La fine probabile del quantitative easing che, peraltro come rileva Minenna, non ha sortito grandi effetti sulla economia reale a parte la diminuzione del valore dell’euro e quindi un miglioramento del PIL, e la fine del mandato di Draghi, grande artefice dal salvataggio dell’unione monetaria, pongono seri dubbi sul futuro dell’Eurozona.
Visti gli alti costi politici e economici, per proseguire in una costruzione più consona dell’unione monetaria,vedo difficile una soluzione coordinata, tanto per fare un esempio gli Stati Uniti ci hanno messo 160 anni per costruire un efficace sistema federale con continue modifiche (vedi ad esempio costituzione e statuto della FED) e avendo fissato a monte  un sistema costituzionale.
Comunque, tornando al libro, è sicuramente un libro interessante e ben scritto, ovviamente da leggere un pò alla volta, non è proprio un romanzo avventuroso, ma può ulteriormente chiarire i difetti e le assurdità di queste unione monetaria e delle politiche implementate.


mercoledì 12 luglio 2017

Carlo Rosselli - Socialismo Liberale


Quelle che sotto riporto sono frasi  tratte dal libro Socialismo Liberale di Carlo Rosselli.


Il problema italiano è essenzialmente problema di libertà.
Senza conoscenze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione delle classi.
La libertà inizia con l’educazione dell’uomo e si conclude con il trionfo di uno Stato….in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite della libertà di tutti.
L’italiano medio oscilla ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. 
Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione di libertà come dovere morale.
Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona che della loro personalità.
La lunga serie di governi paterni hanno esentato, per secoli, gli italiani dal pensare in prima persona.
Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e «macchiavellismo» di basso rango che gli induce a contaminare irridendoli tutti i valori.
L’intervento del Deus ex machina risponde sovente ad una loro necessità psicologica.
La nostra storia non offre sinora nessuna rivoluzione di popolo.
In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo seno punte altissime, solitarie e inaccessibili: minoranze eroiche…., ma non ha mai saputo realizzare se stesso.
La stessa lotta per la indipendenza fu opera di una minoranza, non passione di popolo.
Se gli uomini non hanno né senso di dignità ne quello della responsabilità, se non sentono la fierezza della loro autonomia, se non si sono emancipati nel loro mondo interiore non si fa il socialismo (nota mia qui direi il progresso di una società).
E’ innanzitutto un problema di educazione morale.
L’abitudine a considerare  il problema economico come il problema chiave, il problema determinate e a misurare tutti i valori in termini utilitari fa si che sfuggano i valori profondi e permanenti.
La cultura non è borghese, né proletaria.
La cultura ….di una nazione è un patrimonio di valori che trascende il fenomeno economico della classe.
La straordinaria complessità e intensità della vita del mondo moderno, dove continuo è l’alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute incontrovertibili.
Alcune brevi considerazioni, il testo è stato scritto negli anni ‘30 e pubblicato in francese, solamente nel dopoguerra pubblicato in italiano. Nelle prima parte è un critica al socialismo massimalista e marxista, mentre i brani sopra riportati fanno parte delle conclusioni finali. A dispetto degli anni trascorsi  queste considerazioni rimangono ancora  in buona parte condivisibili. Forse il giudizio sugli italiani è troppo tagliente, ma è ancora profondamente vero che gli italiani spesso aspirino a cercare il deus ex machina (leaderismo personalistico) che sovente è solo un arringatore di popolo (Berlusconi, Grillo ecc.) e che non siamo stati mai in grado di fare una rivoluzione.


martedì 4 luglio 2017

Steve Keen - Debunking economics

Il libro che oggi presento ha due problemi: non è tradotto in italiano (considerando quanto e cosa viene pubblicato in Italia mi domando: perché?) ed è di oltre 500 pagine, se siete in grado di superare questi due scogli ne vale la pena, è uno dei libri più interessanti e completi che abbia letto recentemente.
La prima parte (destruens) è finalizzata a dimostrare le fallacie delle teorie economiche tradizionali.
Fondamentalmente le teorie neoclassiche presumono di capire il funzionamento dei mercati quando, invece, sono profondamente ignoranti dei fondamenti delle loro teorie.
Nelle loro teorie non esistono le crisi finanziarie, infatti i  loro modelli si basano sull’equilibrio, inoltre ciò che cercano di derivare dal comportamento individuale non può valere per i comportamenti aggregati, a livello aggregato i sistemi complessi presentano fenomeni “emergenti” dalle interazioni di molti agenti individuali (la società non è la semplice somma degli agenti) vedi qui.
In particolare la legge della domanda e dell’offerta non si applica all’intero mercato, che può dar luogo a curve di domanda che non sono esattamente decrescenti.
Anche i costi e i ricavi delle imprese reali sono differenti da quelli assunti dalla teoria neoclassica (teoria dei costi e ricavi marginali), cioè le imprese non massimizzano i profitti quando costi e ricavi marginali si eguagliano. I costi di produzione sono, per molte imprese, normalmente costi costanti o decrescenti piuttosto che crescenti. Le imprese sono limitate più che nella produzione dalla domanda, cioè la loro mission è espandersi a spese dei competitors.
Un'altra assunzione sbagliata della economia neoclassica è quella di considerare il rischio (calcolabile), mentre in economia le cose sono incerte e quindi non calcolabili.
La dinamica dei processi viene ignorata in quanto la teoria neoclassica considera solo fenomeni transitori di breve termine, inoltre l’assunzione che il punto finale di un processo dinamico è un equilibrio statico è semplicemente sbagliata, un economia di mercato non può rimanere in una posizione ottimale perché gli equilibri sono instabili.
L’economia neoclassica tende a un marcato “riduzionismo”, mentre nei sistemi ove le variabili interagiscono in maniera non lineare i comportamenti a livello aggregato non possono essere ricavati dai comportamenti a livello elementare.
Un altro aspetto rilevante è che l’economia tradizionale tende a ignorare il ruolo del credito che è invece fondamentale in una moderna economia capitalistica (vedi Keynes-Schumpeter-Minsky).
La ossessione dell’economia neoclassica verso l’equilibrio è in realtà un ostacolo per comprendere le forze che permettono ad un economia di crescere.
Successivamente fa un elenco di ulteriori fallacie dell’economia mainstream, ma la più grave è quella di non essere stata in grado di prevedere la crisi economica del 2008. Critica l’ipotesi dei mercati efficienti (Fama), infatti la realtà dei mercati finanziari è più complessa e si rivela molto più instabile del previsto.  
Anche il modo di fare economia con la matematica è errato, da una parte si utilizza la matematica sbagliata e dall’altra non si comprendono i limiti dell’utilizzo della matematica, infatti il futuro non è prevedibile e la matematica non può risolvere ogni problema.
In conclusione, nell’ultima parte del libro, elenca alcune teorie che potrebbero rappresentare un alternativa alla attuale visione dell’economia. Le teorie elencate (Economia austriaca, Post-keynesiani, Sraffiani, Econofisici, Economia evolutiva) hanno ognuna degli elementi interessanti, ma anche limiti e quindi nessuna può essere considerata coma la “teoria economica” del XXI secolo.
Ovviamente nel libro c’è molto di più di quanto questa sintesi offra, quindi se avete la possibilità leggetelo!

giovedì 1 giugno 2017

Steve Keen- Can we avoid another financial crisis

Steve Keen, economista australiano che insegna Economia alla Kingston University, è un economista controcorrente impegnato a combattere contro il mainstream economico. Nella prima parte del libro critica i suoi colleghi economisti incapaci di prevedere la crisi perché ignorano alcuni aspetti fondamentali presi in considerazione da economisti ”eterodossi”, come H. Minsky, in particolare la importanza e il ruolo del debito privato in un economia capitalistica.
Critica, inoltre, l’approccio microeconomico alla macroeconomia che non coglie la complessità: fenomeni a livello macro non possono essere estrapolati dai comportamenti micro. Pertanto bisognerebbe partire da alcune proposizioni macroeconomiche, che sono indubbiamente vere, per costruire un modello che può essere più realistico e che spieghi i cicli economici (endogeni).
In particolare il debito gioca una ruolo fondamentale nella crisi, in quanto più volatile del PIL, quando il tasso di crescita del debito precipita inizia la crisi, a supporto di tale tesi mostra i dati degli USA negli anni precedenti la crisi.
Successivamente illustra la importanza della moneta e del circuito bancario nella creazione del credito. Il nesso causale corretto è quello che va dal credito e porta alla disoccupazione e all’aumento della spesa pubblica e non il viceversa. Il credito infatti sostiene il livello della domanda e del reddito. Dimostra anche come le colpe della crisi di debito innescate da politiche sbagliate finiscano per cadere erroneamente sulle spese governative che sono invece l’effetto. Mostra inoltre che attualmente molti paesi trovano con livelli di debito privato molto alti (tra cui la Cina).
Le conclusioni sono piuttosto pessimistiche, risolvere tali situazioni non è semplice tenuto conto anche dello stato del pensiero economico, come possibili rimedi cita l’aumento del offerta di moneta che riduce indirettamente il peso del debito o, ancor più difficile, una riduzione diretta del debito.

Il libro è molto interessante e di piuttosto facile lettura (mentre il suo Debunking economics , vedi post dedicato,  è molto più complesso), comunque rilevo che evidenzia poco il legame tra l’aumento della diseguaglianza e la la riduzione dei redditi da lavoro con l’aumento indotto del debito.

martedì 30 maggio 2017

Hans Kelsen - Fundations of democracy

Oggi faremo una sintesi di uno dei contributi più famosi sulla teoria della democrazia, si tratta di un articolo pubblicato su Ethics dal titolo "Fundations of democracy” di Hans Kelsen, tradotto in italiano nel libro La democrazia, edito dal Mulino.
Nella prima parte descrive cosa significhi democrazia. Esclude che esista e sia oggettivamente determinabile il cosiddetto “bene comune” (vedi anche Schumpeter) e che il popolo sia in grado di conoscerlo, la volontà del popolo rimane una figura retorica. Pertanto la definizione corretta di democrazia è come governo “del popolo”, che non presuppone una sua volontà e che designa un governo nel quale il popolo partecipa, direttamente o indirettamente, mentre non condivide la dizione governo per il popolo (che presuppone una definita volontà popolare).

La rappresentanza del popolo (democrazia indiretta) avviene tramite i suoi rappresentanti eletti in elezioni democratiche (libere, universali e a suffragio segreto) 

La essenza della democrazia è quindi la partecipazione nel governo e la creazione e applicazione di norme generali e individuali dell’ordine sociale, che costituisce la comunità.
Per il popolo va inteso il più grande numero possibile di membri della comunità capaci di partecipare nel processo di rappresentanza democratica.
Per democrazia si intende laddove il potere del popolo non è limitato, mentre il liberalismo prevede la restrizione del potere del governo (i principi di democrazia e liberalismo non sono la stessa cosa). Comunque la democrazia deve garantire alcune libertà intellettuali (libertà di stampa, ecc.).
Bisogna inoltre distinguere tra cosa è la rappresentanza in democrazia dalla questione se la rappresentanza democratica assicura la esistenza (soddisfacente) dello Stato.
Il principio generale è che l’ordine legale costituente lo Stato è valido se e solo se è rispettato dagli individui il cui comportamento è da esso regolato.
Solo un valido ordine legale può determinare i rappresentanti e solamente un effettivo ordine legale è valido. Il principio di validità si riferisce all’ordine legale e non agli organi dello Stato. Sono quindi le norme e non gli organi politici validi, quindi solo un valido ordine legale costituisce la comunità chiamata Stato.
Solamente sulla base di tale ordine legale sono possibili gli organi dello Stato e ciò significa rappresentanza. La validità come qualità di un ordine costituito è una condizione di ogni tipo di rappresentanza. La rappresentanza del governo dipende solo dal fatto se agisce in conformità a un valido ordine legale costituente lo Stato. Un governo è democratico, solamente ed esclusivamente, se è stabilito in un modo democratico, cioè su base di un suffragio universale e libero. Solo in una democrazia il governo rappresenta l’intera società perché rappresenta la società includendo il governo, che rappresentando il popolo rappresenta lo Stato.
L’ordine legale determina non solamente la funzione ma anche l’individuo che deve attendere a tale funzione. Nella democrazia rappresentativa gli organi rappresentano lo Stato rappresentando la popolazione dello Stato. Sottolinea poi la importante differenza tra il concetto di essenza della rappresentanza democratica da quello delle condizioni sotto le quali un sistema democratico funziona in maniera soddisfacente. 
Per quanto attiene gli aspetti filosofici per Kelsen una convinzione politica è coordinata con una definita visione del mondo. 
L’assolutismo filosofico è la visione metafisica per cui vi è una realtà assoluta.
Il relativismo filosofico difende la  dottrina empirica che la realtà esiste solo nella cognizione umana, la realtà è relativa al soggetto conoscente.
Ma se c’è una realtà assoluta deve coincidere con un valore assoluto, e tale valore immanente nella realtà è una creazione o emanazione di un assoluta bontà; mentre il relativismo separa realtà e valore e distingue tra le proposizioni inerenti la realtà e i giudizi di valore.
La libertà di cognizione, nel senso di auto-determinazione, è un pre-requisito del relativismo, e gli individui come soggetti della conoscenza sono uguali. Quindi, se libertà ed uguaglianza sono elementi essenziali della filosofia relativistica, la sua analogia con la democrazia politica diventa evidente.
Il dualismo tra natura e società che è in stretta connessione con la distinzione tra realtà e valore è caratteristico della filosofia relativistica. La società come un sistema differente dalla natura è possibile solo con un ordine normativo del comportamento umano. La esistenza di un ordine normativo presuppone la libertà metafisica dell’ uomo (indeterminismo).
La filosofia assolutistica non separa la realtà dal valore, la natura dalla società, la causalità dalla normatività. La relazione tra l’oggetto della conoscenza (assoluto) e il soggetto della conoscenza, l’individuo umano, è molto simile a quello tra governo assoluto e i suoi soggetti. Esiste un parallelismo tra assolutismo politico e filosofico, il primo ha di fatto la tendenza a usare il secondo come strumento ideologico. 
La democrazia non può essere una dominazione assoluta, neanche di una maggioranza. Il governo non può interferire in certe sfere di interesse individuali.
Il carattere razionalistico della democrazia si manifesta specialmente nella tendenza a stabilire l’ordine legale dello Stato come un sistema di norme generali create da una procedura ben organizzata allo scopo.
Un ordine sociale in generale e un ordine legale (la legge dello Stato) presuppongono la possibilità di una differenza tra il contenuto dell’ordine e la volontà degli individui soggetti ad essa. La libertà dunque è compatibile con l’essere soggetto alla volontà generale, la trasformazione della libertà naturale in una differente libertà la “libertà civile”(Rosseau).
Il principio del voto della maggioranza è previsto nel contratto sociale come norma basilare dell’ordine sociale. Se il principio di maggioranza per lo sviluppo dell’ordine sociale è accettato, la idea di libertà naturale non può essere completamente realizzata, solo una sua approssimazione è possibile.
La libertà politica significa accordo tra volontà individuale e volontà collettiva espressa nell’ordine sociale. La negazione totale del valore della libertà è l’idea di autocrazia.
Nella ideologia autocratica il sovrano è un autorità che rimane fuori dalla comunità, di origine divina, la usurpazione della sovranità è velata dal mito del leader.
Nella democrazia la sovranità non ha caratteristiche soprannaturali e il governante è stabilito attraverso una procedura razionale e pubblicamente controllabile, la sovranità non può essere monopolio permanente di una singola persona.
Tolleranza, diritti delle minoranze, libertà di parola e di pensiero, caratteristiche della democrazia, non hanno posto in un sistema politico basato sulla fede in valori assoluti.
Nell’articolo segue un analisi del rapporto tra democrazia e religione analizzando le idee espresse in proposito da alcuni teorici cristiani; per Kelsen la religione è per sua natura una fede in un valore ideale, perfetto in quanto crede in Dio, ciò va in conflitto con la necessità di una visione relativistica, cioè il conflitto tra un idea di giustizia assoluta contrapposta a quella di giustizia di un ordine dinamico che si applica a una realtà sociale in continuo cambiamento.
Infatti, una delle condizioni essenziali della democrazia è la tolleranza che presuppone relativismo, la relatività della verità o dei valori implica che verità o valori opposti non possano essere completamente esclusi. La volontà di un Dio assolutamente non conosciuto e non conoscibile agli uomini non può essere applicata alla società umana. Per Kelsen è difficile capire come possa essere il Cristianesimo la vera essenza della democrazia se il Cristianesimo come religione è indifferente ai sistemi politici in accordo con la distinzione effettuata da Cristo tra cose politiche e religiose.

Nell’ultima parte del saggio affronta la questione se esista una relazione essenziale tra la democrazia e i due sistemi economici in competizione: capitalismo e socialismo.


Per Kelsen né il socialismo né il capitalismo implicano una procedura politica definita e pertanto entrambi sono, in principio, compatibili con la democrazia come pure con l’autocrazia. In base alla esperienza storica si potrebbe ritenere più favorevole il capitalismo del socialismo ma questa non è una risposta scientificamente fondata.

Il socialismo marxista è politicamente anarchico (nella fase finale) piuttosto che democratico. 

In un sistema capitalistico il governo può essere sotto la influenza decisiva dei possessori dei mezzi di produzione, così che il governo solo apparentemente dirige il processo legislativo ed esecutivo.
La pianificazione economica non comporta necessariamente un sistema autocratico, lo stesso liberalismo classico non significa una completa libertà economica. Non è la libertà economica, piuttosto la libertà intellettuale (libertà religiosa, di scienza, di stampa, ecc.) che è essenziale per la democrazia. Per Kelsen è sostanzialmente vero che la libertà della soddisfazione delle necessità non economiche in una società capitalistica è la libertà del ricco piuttosto che del povero.
Le libertà umane garantite da una costituzione democratica in una democrazia capitalistica potrebbero essere solo formali o legali, d’altra parte non ci sono ragioni per assumere che tali garanzie formali e legali non siano possibili in un sistema socialista.
Conclude, infine, che anche tra libertà e proprietà privata non esiste una connessione essenziale al contrario di quanto sostenuto da Locke ed Hegel.

sabato 20 maggio 2017

Le tre priorità di Renzi e quelle della sinistra

Secondo il nuovo segretario del PD alla assemblea nazionale le tre priorità del partito sarebbero: lavoro, casa e mamme. Sulla prima non avrei niente da dire visto che il lavoro è alla base della art.1 della nostra Costituzione e fondamento della Repubblica, ma a parte questo nell'insieme queste indicazioni sono veramente deludenti ed è triste vedere come il maggiore partito della sinistra nato con tante speranze, comprese le mie, si sia ridotto a così poco da un punto di vista ideologico e programmatico. A mio parere un partito progressista dovrerebbe ritornare alle base della democrazia e in particolare agli ideali della Rivoluzione Francese con alcune precisazioni. Si mi riferisco al famoso "libertè, egalitè e fratenitè".
Libertà intesa come libertà individuale e di impresa che, come dice la nostra Costituzione, non può svolgersi contro la utiltà sociale, questo per garantire lo sviluppo economico e quindi creazione del lavoro.
Uguaglianza intesa come uguaglianza di opportunità e di pari possibilità, per garantire che sia data a tutti la possibilità di garantire la propria realizzazione, con enormi vantaggi per tutta la società permettendo a tutti di dare il loro pieno contributo.
Solidarietà, non solo per motivi morali ma anche per motivi razionali, perchè una distribuzione più equa delle risorse e della produzione garantisce anche un sistema economico più equilibrato e in grado di garantire anche un maggiore sviluppo e minori rischi di stagnazioni economiche.
Tutto ciò è anche contenuto nella nostra Costituzione, che dovremmo applicare piuttosto che riformare in malo modo.
Sono profondamente deluso da Renzi,  che avevo anche votato alle prime primarie, quelle in cui ha perso contro Bersani, poi piano piano ho visto uno scollamento profondo tra le sue parole e le azioni conseguenti, per poi adesso anche essere decaduto nei contenuti palesando una forte involuzione, infatti il PD ormai non lo voto più da un bel pò.

lunedì 8 maggio 2017

Macron ha vinto, viva Macron?

Macron ha vinto con il oltre il 66% dei votanti, con un astensione del 25% sarebbe il 66% del 75% ovvero circa il 50%, ammettendo pure che una percentuale di non votanti è fisiologica vanno contate le schede bianche, insomma aldilà dei proclami non è una gran vittoria, molti hanno preferito non votare piuttosto che l'alternativa Le Pen. Ma lasciamo i dati numerici la sostanza è un altra, Macron è stato bravo a presentarsi come nuovo anche se tanto nuovo non è, fa parte dell'establishment, Ministro e allievo del classico ENA che proprio antoganista non è, per non parlare della Banca Rothschild....Il problema è appunto questo, come fa una persona che proviene dall'establishment a modificare con politiche nuove ciò che è stato provocato dall'establishment? Macron non è stupido ovviamente ma non credo da quello che si evince dal suo programma che voglia cambiare registro. Il problema come abbiamo più volte detto è l'Europa fondata sull'euro e le conseguenti politiche assurde di austerità. Macron afferma che questa Europa non gli piace, ma intanto la sua elezione ha fatto tirare un sospiro di sollievo a molti e la Merkel si è congratulata con lui. Qui l'unica cosa da cambiare è la guida europea germano centrica che sta facendo soffrire tutti i paesi del sud, ma anche la Francia soffre, l'euro è comunque sopravalutato e le politiche di contenimento del deficit non servono a nessuno. Vediamo le prossime mosse, se continuerà con l'asse franco-tedesco continuerà la solita storia, la Germania rimarrà il campione dell'export e le altre economie arrancheranno a quel punto come diceva la famosa canzone su Bartali di Paolo Conte .." e i Francesi che si incazzano..".

mercoledì 26 aprile 2017

Sergio Cesaratto- Sei lezioni di economia –Imprimatur editore

Sergio Cesaratto è professore di Economia Politica alla Università di Siena, in questo libro si dedica alla divulgazione economica.
Le prime tre lezioni  sono una buona sintesi di  economia, partendo dai concetti dell’economia classica, per proseguire con Keynes, mettendo in luce poi, in particolare, la critica di Sraffa  alla idee della economia marginalista.
Le tre lezioni successive sono dedicate, la prima, alla moneta e al cosiddetto vincolo esterno, segue  un breve excursus sulla storia dell’economia italiana dal secondo dopoguerra a oggi, infine  l’ultima parte è dedicata alla politica monetaria della Banca Centrale Europea.  
La tesi centrale  del libro non è nuova e già descritta in altri testi di cui abbiamo parlato: l’euro e le politiche di austerità farebbero parte di un progetto a lunga scadenza di annullamento delle conquiste del dopoguerra (sicurezza del posto di lavoro, sanità pubblica, pensioni ecc.)
L'euro per l’autore  è infatti come la centrale di Chernobyl: “ha dapprima portato devastazione attorno a sé, per essere poi racchiuso in un sarcofago di cemento - con Draghi capocantiere - entro cui, tuttavia, esso continua a bruciare e a essere pronto a esplodere di nuovo", ma conclude: “Se l’euro franerà, sarà attraverso un crollo a caldo” per via di una qualche grossa crisi.
Un libro sicuramente interessante, Cesaratto si toglie i panni del professore troppo serio adottando uno stile  colloquiale, con battute, e interazioni con un ipotetico intervistatore, che rendono la lettura piacevole e scorrevole. Sicuramente più interessante la prima parte che consente  al lettore di avvicinarsi ai temi economici con chiarezza e semplicità di linguaggio (nel mio libro sono trattati in maniera più estesa), sul tema dell’euro però non aggiunge niente a ciò che è stato finora detto da molti altri autori.

lunedì 3 aprile 2017

Francis Fukuyama - La fine della storia e l’ultimo uomo

Il libro di Fukuyama non è un libro recente, risale agli anni ‘90 ed è stato al centro di un grande dibattito, l’ho riletto in questi giorni per rispondere alla domanda: è ancora attuale?
Il libro si svolge su due piani: storico e filosofico, e la domanda cui vuole rispondere l’autore è se la storia abbia una direzione e se abbia raggiunto una fine, come riteneva Hegel ma anche Marx, i quali asserivano che la storia umana avrebbe avuto una fine una volta che si fosse raggiunta una società tale da soddisfare i profondi e fondamentali desideri della umanità.

Sicuramente ciò che, per l’autore, ha una direzione ben precisa è la ricerca scientifico-tecnologica che progredendo, nell’ambito del sistema capitalistico e di mercato, ha consentito di raggiungere elevati standard di vita ed economici nei paesi sviluppati.

Uno degli aspetti principali della natura umana è che l’uomo non ha solo esigenze materiali e comportamenti razionali ma, riprendendo ancora Hegel, uno dei fondamentali bisogni umani sia quello del “riconoscimento”, cioè essere considerato per il suo valore ma anche di avere una dignità. Questo bisogno di riconoscimento, nel suo aspetto più negativo, ha prevalso all’inizio della storia con la componente (megalotimia) con le lotte per la supremazia e la instaurazione del binomio signore-servo. 
Questo aspetto viene superato nella democrazia, che riesce a sostituire il desiderio irrazionale di essere riconosciuto come più grande degli altri con il desiderio di riconoscimento come uguale (isotimia), la lotta per la supremazia viene in qualche modo sublimata nel sistema capitalistico nella conquista della supremazia economica.
Il sistema democratico, quindi, nell’ambito di un sistema di mercato, sembrerebbe aver raggiunto il miglior compromesso tra le esigenze razionali di conservazione e le esigenze irrazionali di supremazia, rappresenterebbe quindi la fine della storia?
Fukuyama pur sostenendo che le attuali democrazie liberali siano sistemi migliori dei precedenti non nasconde che la democrazia abbia ancora delle contraddizioni; due sono le critiche che vengono, da sinistra e da destra. Da sinistra la critica sostiene che il riconoscimento sarebbe imperfetto perché solo formale e non accompagnato da un'effettiva uguaglianza di possibilità, nella critica di destra (con riferimento a Nietzsche) la tendenza alla eguaglianza democratica sarebbe frustrante, visto che l'uguaglianza del riconoscimento non sarebbe specchio reale delle differenze tra uomo e uomo.
La fine della storia sarebbe quindi, secondo Fukuyama, nel attuale sistema liberaldemocratico, anche se nel finale non da per scontato che questo sia l’esito finale, l’aspetto irrazionale infatti è sempre presente nell’uomo che porta dentro di se la perenne insoddisfazione anche per sistemi politici che si sono dimostrati alla lunga migliori in confronto agli altri. 
Complessivamente un libro molto stimolante, pieno di riferimenti storici e filosofici, anche se in alcune parti le conclusioni sono solo in parte condivisibili, ritengo, pertanto,  che sia un libro ancora interessante da leggere anche se Fukuyama successivamente ha parzialmente modificato il suo punto di vista.