Un post molto breve, quando avevo parlato delle elezioni di Macron avevo espresso forti dubbi che, un uomo dell'establishment, potesse rappresentare il cambiamento, scommettiamo che entro dicembre calerà ancora vistosamente? Le sue politiche si riveleranno le solite politiche liberiste lato offerta e nel solco del fiscal compact, e non cambierà molto nel rapporto (di sudditanza) Francia-Geramania. Alla prossima.
Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto. John Maynard Keynes
lunedì 24 luglio 2017
sabato 22 luglio 2017
Antonio Negri - Impero
Ho letto questo libro perché
considerato uno dei migliori di Antonio Negri (scritto insieme a M.Hardt
professore di letteratura alla Duke Univeristy), la cui vicenda ai meno
giovani è nota.
Purtroppo devo dire che il mio
giudizio è negativo e non vi consiglio di leggere il libro. Il problema di
questo libro è che ci sono anche spunti interessanti e di rilevo ma sono
nascosti e oscurati da una nuvola di verbosità e ridondanza di paroloni
filosofici e citazioni, spesso inutili, che rendono la lettura difficile e
indigeribile. Le prime 250 pagine di ricostruzione storica e sociologica si
possono saltare, in quanto abbastanza note. Nell’ultima parte analizza la evoluzione moderna della
società; le cose che dice sono anche condivisibili: la trasformazione del
lavoro dovuta alla informatizzazione, il potere internazionale delle grandi
multinazionali, la perdita di potere degli Stati nazionali, ma anche queste non sono poi
così originali. Anche le conclusioni su cosa deve fare la “moltitudine” contro
il nuovo potere vigente (Impero) sono piuttosto fumose e filosofiche.
Se lo confronto con il libro che abbiamo recensito di Polanyi (La grande trasformazione) il confronto è impietoso, quest’ultimo è un affresco molto più concreto della storia moderna (sino alla prima guerra mondiale) e della evoluzione economica sociale e politica. Sulla globalizzazione e sulla trasformazione del capitalismo vi consiglio piuttosto i libri, già indicati, di Rodrik, Reich e anche Stiglitz.
I have a dream
Anche io
ho un sogno, un poco
particolare e
ve lo descrivo. Come ho spesso affermato siamo in una società complessa,
difficile da governare e servono leadership illuminate. Credo nel valore della
democrazia ma la guida non può che essere in mano a pochi, anche
se il compito di sceglierli e di controllarli spetta a noi cittadini. Compito
della società è di educare e permettere a tutti di sviluppare le proprie potenzialità, questo non è un bene
solo per l’individuo ma per la società,
pensate a quanto spreco di intelligenze c’è.
Non credo che si possano
programmare a tavolino le leadership, ma creare le condizioni migliori perché
emergano si. Abbiamo ottime università, meno di quanto servirebbe, ma nessuna paragonabile ad esempio alla ENA francese. La mia proposta è di creare in
Italia una università multidisciplinare di
alto livello, con insegnanti di grande
spessore provenienti da tutto il mondo, oggi
con le tecnologie è possibile
farlo senza spostare neanche le persone. In tale università
dovrebbero affluire i ragazzi meno
abbienti con grandi potenzialità sia in
termini intellettuali e sia possibilmente «etiche», dotati anche di una certa personalità (so bene che qualsiasi criterio di selezione sarebbe incompleto e difficile da realizzare ma vale la pena
tentare utilizzando le conoscenze che abbiamo).
Cosa si dovrebbe insegnare in questo percorso, almeno 5 anni
complessivi, lo dico anche sulla base della mia
personale esperienza, una formazione che non sia solo scientifica o solo storico/letteraria: una
base scientifico/matematica per educare alla
razionalità senza specialismi eccessivi, teoria della probabilità e statistica, storia e sociologia per capire i contesti, psicologia
soprattutto sociale,
economia e management, una base di logica e informatica, elementi di diritto in particolare costituzionale, delle basi sulla comunicazione; oltre a una
perfetta conoscenza di almeno l’inglese,
il completamento della formazione dovrebbe essere su base individuale
attingendo anche a
corsi di altre università, con stage in istituzioni rilevanti
a livello nazionale e internazionale. Tale università dovrebbe
essere finanziata in modo misto privato e statale, con meccanismi anche di fund
raising per
esempio, il vantaggio per tutta la
comunità sarebbe molto alto rispetto ai costi, con la possibilità di avere un bacino di persone di
alto livello sia per le imprese e sia per
lo Stato.
Forse sarà anche una idea utopistica, ma sono convinto che sarebbe
una piccola cosa in grado di generare grandi benefici per la nostra nazione,
che necessita di una classe dirigente all’altezza dei difficili compiti che ci
aspettano.
venerdì 21 luglio 2017
Marcello Minenna - La moneta incompiuta
Il libro di oggi è un libro per
“stomaci forti”, sono quasi 500 pagine su temi tecnici finanziari, comunque con
scopo divulgativo e di rendere le cose più semplici possibili, anche se sempre
in modo rigoroso.
L’autore è Marcello Minenna che dirige
l'ufficio analisi quantitative della Consob e inoltre docente, non accademico, all'Università Bocconi, e PhD Lecturer alla London Graduate School of
Mathematical Finance.
Il volume come abbiamo detto si
concentra su questioni di natura finanziaria, fornendo all’inizio della
trattazione una serie di concetti di base, quali: rischio di credito, debito
sovrano, derivati creditizi ecc., facendo uso di belle infografiche che
agevolano la lettura per un pubblico di non esperti
Introduce, poi, alla comprensione
dell'architettura dell'Eurozona e dei legami tra finanza ed economia reale. Descrive
gli elementi caratterizzanti la politica monetaria europea, ripercorrendo
l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 e analizzando l’impatto che
questa ha avuto sull’Eurozona. Vengono inoltre approfonditi i diversi tipi di
intervento e strumenti finanziari messi in atto dai governi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) a fronte del rischio di rottura dell’euro.
Le economie europee sono comunque
in una fase di stallo. Il ciclo economico positivo globale che nel 2014-2015, grazie
anche al basso prezzo del petrolio e all’euro debole, ha tenuto a galla
l’unione monetaria volge al termine con il rischio di una recessione alle porte
di un’Europa frammentata e indebolita da squilibri strutturali. Rinunciare alla
propria moneta senza un bilancio e un debito pubblico europeo fa dell’euro un regime di cambi fissi
incompleto
Nella parte conclusiva del lavoro
vengono proposti diversi interventi di policy volti a superare la crisi e mettere
mano a questa architettura disfunzionale. Infatti la crisi greca, il fallimento
dell’austerità, i problemi del sistema bancario, del debito pubblico e della
Brexit stanno mostrando che il tempo guadagnato dalle «soluzioni-tampone» della
BCE sta volgendo al termine. Tra le proposte elenco: una politica della BCE
imperniata sull’azzeramento degli spread, la mutualizzazione di una parte del debito
o anche il suo congelamento da parte della BCE.
Il tema di fondo del libro non è nuovo: l’integrazione dei
paesi UE non è stata così profonda e forte come si era auspicato, e che i paesi
membri erano e sono ancora caratterizzati da grandi differenze strutturali.
La
creazione dell’euro e la rinuncia da parte dei nazioni aderenti alla area euro alla
propria moneta, senza un bilancio e un debito pubblico europeo e tutta una
serie di altri meccanismi istituzionali, fa
dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Ne esce fuori, pertanto, un
ritratto complesso della realtà europea, dove spicca l’incapacità
dell’euro-burocrazia di gestire l’integrazione economico-finanziaria. Rimane il
problema di fondo che è politico e non finanziario, una volta stabilito che la
costruzione dell’area euro è incompleta e disfunzionale c’è la volontà politica
per rimediare agli errori fatti? Arrivati al punto in cui siamo mi piacerebbe
avere la speranza che qualcosa cambi, vedendo però l’atteggiamento delle
nazioni europee sulla immigrazione non vedo la capacità e la volontà di
affrontare in maniera coordinata i problemi. La fine probabile del quantitative
easing che, peraltro come rileva Minenna, non ha sortito grandi effetti sulla
economia reale a parte la diminuzione del valore dell’euro e quindi un miglioramento
del PIL, e la fine del mandato di Draghi, grande artefice dal salvataggio dell’unione
monetaria, pongono seri dubbi sul futuro dell’Eurozona.
Visti gli alti costi politici e
economici, per proseguire in una costruzione più consona dell’unione monetaria,vedo difficile una soluzione coordinata, tanto per fare un esempio gli Stati
Uniti ci hanno messo 160 anni per costruire un efficace sistema federale con
continue modifiche (vedi ad esempio costituzione e statuto della FED) e avendo
fissato a monte un sistema costituzionale.
Comunque, tornando al libro, è
sicuramente un libro interessante e ben scritto, ovviamente da leggere un pò
alla volta, non è proprio un romanzo avventuroso, ma può ulteriormente
chiarire i difetti e le assurdità di queste unione monetaria e delle politiche
implementate.
mercoledì 12 luglio 2017
Carlo Rosselli - Socialismo Liberale
Quelle
che sotto riporto sono frasi tratte dal libro Socialismo Liberale di Carlo
Rosselli.
Il problema italiano è essenzialmente problema di libertà.
Senza
conoscenze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione delle
classi.
La libertà inizia con l’educazione dell’uomo e
si conclude con il trionfo di uno Stato….in cui la libertà di ciascuno è
condizione e limite della libertà di tutti.
L’italiano medio oscilla ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica.
Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione di libertà come dovere
morale.
Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona che della loro
personalità.
La lunga serie di governi paterni hanno esentato, per secoli, gli italiani dal
pensare in prima persona.
Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e «macchiavellismo» di basso rango che gli induce a
contaminare irridendoli tutti i valori.
L’intervento del Deus ex machina risponde sovente ad una loro necessità
psicologica.
La nostra storia non offre sinora nessuna rivoluzione di popolo.
In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo
seno punte altissime, solitarie e inaccessibili: minoranze eroiche…., ma non ha
mai saputo realizzare se stesso.
La stessa lotta per la indipendenza fu opera di una minoranza, non passione di
popolo.
Se gli uomini non hanno né senso di dignità ne quello della responsabilità, se
non sentono la fierezza della loro autonomia, se non si sono emancipati nel
loro mondo interiore non si fa il socialismo (nota mia qui direi il progresso di
una società).
E’ innanzitutto un problema di educazione morale.
L’abitudine a considerare il problema economico come il problema
chiave, il problema determinate e a misurare tutti i valori in termini
utilitari fa si che sfuggano i valori profondi e permanenti.
La cultura non è borghese, né proletaria.
La cultura ….di una nazione è un patrimonio di valori che trascende il fenomeno
economico della classe.
La straordinaria complessità e intensità della vita del mondo moderno, dove
continuo è l’alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove
rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute
incontrovertibili.
Alcune brevi considerazioni, il testo è stato scritto negli anni ‘30 e
pubblicato in francese, solamente nel dopoguerra pubblicato in italiano. Nelle
prima parte è un critica al socialismo massimalista e marxista, mentre i brani
sopra riportati fanno parte delle conclusioni finali. A dispetto degli anni
trascorsi queste considerazioni
rimangono ancora in buona parte
condivisibili. Forse il giudizio sugli italiani è troppo tagliente, ma è ancora
profondamente vero che gli italiani spesso aspirino a cercare il deus ex
machina (leaderismo personalistico) che sovente è solo un arringatore di popolo
(Berlusconi, Grillo ecc.) e che non siamo stati mai in grado di fare una
rivoluzione.
martedì 4 luglio 2017
Steve Keen - Debunking economics
Il libro che oggi presento ha due
problemi: non è tradotto in italiano (considerando quanto e cosa viene
pubblicato in Italia mi domando: perché?)
ed è di oltre 500 pagine, se siete in grado di superare questi due scogli ne
vale la pena, è uno dei libri più interessanti e completi che abbia letto
recentemente.
La prima parte (destruens) è
finalizzata a dimostrare le fallacie delle teorie economiche tradizionali.
Fondamentalmente le teorie neoclassiche presumono di capire il
funzionamento dei mercati quando, invece, sono profondamente ignoranti dei
fondamenti delle loro teorie.
Nelle loro teorie non esistono le
crisi finanziarie, infatti i loro modelli si basano sull’equilibrio, inoltre ciò che cercano di derivare dal comportamento individuale non può valere per i comportamenti
aggregati, a livello aggregato i sistemi complessi presentano fenomeni “emergenti”
dalle interazioni di molti agenti individuali (la società non è la semplice
somma degli agenti) vedi qui.
In particolare la legge della
domanda e dell’offerta non si applica all’intero mercato, che può dar luogo a
curve di domanda che non sono esattamente decrescenti.
Anche i costi e i ricavi delle
imprese reali sono differenti da quelli assunti dalla teoria neoclassica (teoria dei costi e ricavi marginali), cioè le imprese non massimizzano i
profitti quando costi e ricavi marginali si eguagliano. I costi di produzione sono,
per molte imprese, normalmente costi costanti o decrescenti piuttosto che crescenti.
Le imprese sono limitate più che nella produzione dalla domanda, cioè la loro mission è espandersi
a spese dei competitors.
Un'altra assunzione sbagliata
della economia neoclassica è quella di considerare il rischio (calcolabile), mentre in economia le cose sono incerte e quindi non calcolabili.
La dinamica dei processi viene
ignorata in quanto la teoria neoclassica considera solo fenomeni transitori di
breve termine, inoltre l’assunzione che il punto finale di un processo dinamico
è un equilibrio statico è semplicemente sbagliata, un economia di mercato non
può rimanere in una posizione ottimale perché gli equilibri sono instabili.
L’economia neoclassica tende a un
marcato “riduzionismo”, mentre nei
sistemi ove le variabili interagiscono in maniera non lineare i comportamenti a
livello aggregato non possono essere ricavati dai comportamenti a livello
elementare.
Un altro aspetto rilevante è che l’economia
tradizionale tende a ignorare il ruolo del credito che è invece fondamentale in
una moderna economia capitalistica (vedi Keynes-Schumpeter-Minsky).
La ossessione dell’economia
neoclassica verso l’equilibrio è in realtà un ostacolo per comprendere le forze
che permettono ad un economia di crescere.
Successivamente fa un elenco di
ulteriori fallacie dell’economia mainstream, ma la più grave è quella di non
essere stata in grado di prevedere la crisi economica del 2008. Critica l’ipotesi dei mercati efficienti (Fama), infatti la realtà dei mercati
finanziari è più complessa e si rivela molto più instabile del previsto.
Anche il modo di fare economia con
la matematica è errato, da una parte si utilizza la matematica
sbagliata e dall’altra non si comprendono i limiti dell’utilizzo della
matematica, infatti il futuro non è prevedibile e la matematica non può risolvere
ogni problema.
In conclusione, nell’ultima parte
del libro, elenca alcune teorie che potrebbero rappresentare un alternativa
alla attuale visione dell’economia. Le teorie elencate (Economia austriaca, Post-keynesiani,
Sraffiani, Econofisici, Economia evolutiva) hanno ognuna degli elementi interessanti,
ma anche limiti e quindi nessuna può essere considerata coma la “teoria
economica” del XXI secolo.
Ovviamente nel libro c’è molto di
più di quanto questa sintesi offra, quindi se avete la possibilità leggetelo!
giovedì 1 giugno 2017
Steve Keen- Can we avoid another financial crisis
Steve
Keen, economista australiano che insegna Economia alla Kingston University, è
un economista controcorrente impegnato a combattere contro il mainstream
economico. Nella prima parte del libro critica i suoi colleghi economisti
incapaci di prevedere la crisi perché ignorano alcuni aspetti fondamentali presi in considerazione da economisti ”eterodossi”, come H. Minsky, in particolare
la importanza e il ruolo del debito privato in un economia capitalistica.
Critica, inoltre, l’approccio microeconomico alla macroeconomia che non coglie la
complessità: fenomeni a livello macro non possono essere estrapolati dai comportamenti
micro. Pertanto bisognerebbe partire da alcune proposizioni macroeconomiche,
che sono indubbiamente vere, per costruire un modello che può essere più
realistico e che spieghi i cicli economici (endogeni).
In
particolare il debito gioca una ruolo fondamentale nella crisi, in quanto più
volatile del PIL, quando il tasso di crescita del debito precipita inizia la
crisi, a supporto di tale tesi mostra i dati degli USA negli anni precedenti la
crisi.
Successivamente
illustra la importanza della moneta e del circuito bancario nella creazione del
credito. Il nesso causale corretto è quello che va dal credito e porta alla disoccupazione
e all’aumento della spesa pubblica e non il viceversa. Il credito infatti
sostiene il livello della domanda e del reddito. Dimostra anche come le colpe
della crisi di debito innescate da politiche sbagliate finiscano per cadere
erroneamente sulle spese governative che sono invece l’effetto. Mostra inoltre che
attualmente molti paesi trovano con livelli di debito privato molto alti (tra
cui la Cina).
Le
conclusioni sono piuttosto pessimistiche, risolvere tali situazioni non è
semplice tenuto conto anche dello stato del pensiero economico, come possibili
rimedi cita l’aumento del offerta di moneta che riduce indirettamente il peso
del debito o, ancor più difficile, una riduzione diretta del debito.
Il
libro è molto interessante e di piuttosto facile lettura (mentre il suo Debunking economics , vedi post dedicato, è molto più complesso), comunque rilevo che evidenzia poco il legame
tra l’aumento della diseguaglianza e la la riduzione dei redditi da lavoro con
l’aumento indotto del debito.
martedì 30 maggio 2017
Hans Kelsen - Fundations of democracy
Oggi faremo una sintesi di uno dei contributi più famosi sulla teoria della democrazia, si tratta di un articolo pubblicato su Ethics dal titolo "Fundations of democracy” di Hans Kelsen, tradotto in italiano nel libro La democrazia, edito dal Mulino.
Nella prima parte descrive cosa significhi democrazia. Esclude che esista e sia oggettivamente determinabile il cosiddetto “bene comune” (vedi anche Schumpeter) e che il popolo sia in grado di conoscerlo, la volontà del popolo rimane una figura retorica. Pertanto la definizione corretta di democrazia è come governo “del popolo”, che non presuppone una sua volontà e che designa un governo nel quale il popolo partecipa, direttamente o indirettamente, mentre non condivide la dizione governo per il popolo (che presuppone una definita volontà popolare).
La rappresentanza del popolo (democrazia indiretta) avviene tramite i suoi rappresentanti eletti in elezioni democratiche (libere, universali e a suffragio segreto)
La essenza della democrazia è quindi la partecipazione nel governo e la creazione e applicazione di norme generali e individuali dell’ordine sociale, che costituisce la comunità.
Per il popolo va inteso il più grande numero possibile di membri della comunità capaci di partecipare nel processo di rappresentanza democratica.
Per democrazia si intende laddove il potere del popolo non è limitato, mentre il liberalismo prevede la restrizione del potere del governo (i principi di democrazia e liberalismo non sono la stessa cosa). Comunque la democrazia deve garantire alcune libertà intellettuali (libertà di stampa, ecc.).
Bisogna inoltre distinguere tra cosa è la rappresentanza in democrazia dalla questione se la rappresentanza democratica assicura la esistenza (soddisfacente) dello Stato.
Il principio generale è che l’ordine legale costituente lo Stato è valido se e solo se è rispettato dagli individui il cui comportamento è da esso regolato.
Solo un valido ordine legale può determinare i rappresentanti e solamente un effettivo ordine legale è valido. Il principio di validità si riferisce all’ordine legale e non agli organi dello Stato. Sono quindi le norme e non gli organi politici validi, quindi solo un valido ordine legale costituisce la comunità chiamata Stato.
Solamente sulla base di tale ordine legale sono possibili gli organi dello Stato e ciò significa rappresentanza. La validità come qualità di un ordine costituito è una condizione di ogni tipo di rappresentanza. La rappresentanza del governo dipende solo dal fatto se agisce in conformità a un valido ordine legale costituente lo Stato. Un governo è democratico, solamente ed esclusivamente, se è stabilito in un modo democratico, cioè su base di un suffragio universale e libero. Solo in una democrazia il governo rappresenta l’intera società perché rappresenta la società includendo il governo, che rappresentando il popolo rappresenta lo Stato.
L’ordine legale determina non solamente la funzione ma anche l’individuo che deve attendere a tale funzione. Nella democrazia rappresentativa gli organi rappresentano lo Stato rappresentando la popolazione dello Stato. Sottolinea poi la importante differenza tra il concetto di essenza della rappresentanza democratica da quello delle condizioni sotto le quali un sistema democratico funziona in maniera soddisfacente.
Per quanto attiene gli aspetti filosofici per Kelsen una convinzione politica è coordinata con una definita visione del mondo.
L’assolutismo filosofico è la visione metafisica per cui vi è una realtà assoluta.
Il relativismo filosofico difende la dottrina empirica che la realtà esiste solo nella cognizione umana, la realtà è relativa al soggetto conoscente.
Ma se c’è una realtà assoluta deve coincidere con un valore assoluto, e tale valore immanente nella realtà è una creazione o emanazione di un assoluta bontà; mentre il relativismo separa realtà e valore e distingue tra le proposizioni inerenti la realtà e i giudizi di valore.
La libertà di cognizione, nel senso di auto-determinazione, è un pre-requisito del relativismo, e gli individui come soggetti della conoscenza sono uguali. Quindi, se libertà ed uguaglianza sono elementi essenziali della filosofia relativistica, la sua analogia con la democrazia politica diventa evidente.
Il dualismo tra natura e società che è in stretta connessione con la distinzione tra realtà e valore è caratteristico della filosofia relativistica. La società come un sistema differente dalla natura è possibile solo con un ordine normativo del comportamento umano. La esistenza di un ordine normativo presuppone la libertà metafisica dell’ uomo (indeterminismo).
La filosofia assolutistica non separa la realtà dal valore, la natura dalla società, la causalità dalla normatività. La relazione tra l’oggetto della conoscenza (assoluto) e il soggetto della conoscenza, l’individuo umano, è molto simile a quello tra governo assoluto e i suoi soggetti. Esiste un parallelismo tra assolutismo politico e filosofico, il primo ha di fatto la tendenza a usare il secondo come strumento ideologico.
La democrazia non può essere una dominazione assoluta, neanche di una maggioranza. Il governo non può interferire in certe sfere di interesse individuali.
Il carattere razionalistico della democrazia si manifesta specialmente nella tendenza a stabilire l’ordine legale dello Stato come un sistema di norme generali create da una procedura ben organizzata allo scopo.
Un ordine sociale in generale e un ordine legale (la legge dello Stato) presuppongono la possibilità di una differenza tra il contenuto dell’ordine e la volontà degli individui soggetti ad essa. La libertà dunque è compatibile con l’essere soggetto alla volontà generale, la trasformazione della libertà naturale in una differente libertà la “libertà civile”(Rosseau).
Il principio del voto della maggioranza è previsto nel contratto sociale come norma basilare dell’ordine sociale. Se il principio di maggioranza per lo sviluppo dell’ordine sociale è accettato, la idea di libertà naturale non può essere completamente realizzata, solo una sua approssimazione è possibile.
La libertà politica significa accordo tra volontà individuale e volontà collettiva espressa nell’ordine sociale. La negazione totale del valore della libertà è l’idea di autocrazia.
Nella ideologia autocratica il sovrano è un autorità che rimane fuori dalla comunità, di origine divina, la usurpazione della sovranità è velata dal mito del leader.
Nella democrazia la sovranità non ha caratteristiche soprannaturali e il governante è stabilito attraverso una procedura razionale e pubblicamente controllabile, la sovranità non può essere monopolio permanente di una singola persona.
Tolleranza, diritti delle minoranze, libertà di parola e di pensiero, caratteristiche della democrazia, non hanno posto in un sistema politico basato sulla fede in valori assoluti.
Nell’articolo segue un analisi del rapporto tra democrazia e religione analizzando le idee espresse in proposito da alcuni teorici cristiani; per Kelsen la religione è per sua natura una fede in un valore ideale, perfetto in quanto crede in Dio, ciò va in conflitto con la necessità di una visione relativistica, cioè il conflitto tra un idea di giustizia assoluta contrapposta a quella di giustizia di un ordine dinamico che si applica a una realtà sociale in continuo cambiamento.
Infatti, una delle condizioni essenziali della democrazia è la tolleranza che presuppone relativismo, la relatività della verità o dei valori implica che verità o valori opposti non possano essere completamente esclusi. La volontà di un Dio assolutamente non conosciuto e non conoscibile agli uomini non può essere applicata alla società umana. Per Kelsen è difficile capire come possa essere il Cristianesimo la vera essenza della democrazia se il Cristianesimo come
religione è indifferente ai sistemi politici in accordo con la distinzione
effettuata da Cristo tra cose politiche e religiose.
Nell’ultima parte del saggio affronta la questione se esista una relazione essenziale tra la democrazia e i due sistemi economici in competizione: capitalismo e socialismo.
Per Kelsen né il socialismo né il capitalismo implicano una procedura politica definita e pertanto entrambi sono, in principio, compatibili con la democrazia come pure con l’autocrazia. In base alla esperienza storica si potrebbe ritenere più favorevole il capitalismo del socialismo ma questa non è una risposta scientificamente fondata.
Il socialismo marxista è politicamente anarchico (nella fase finale) piuttosto che democratico.
In un sistema capitalistico il governo può essere sotto la influenza decisiva dei possessori dei mezzi di produzione, così che il governo solo apparentemente dirige il processo legislativo ed esecutivo.
La pianificazione economica non comporta necessariamente un sistema autocratico, lo stesso liberalismo classico non significa una completa libertà economica. Non è la libertà economica, piuttosto la libertà intellettuale (libertà religiosa, di scienza, di stampa, ecc.) che è essenziale per la democrazia. Per Kelsen è sostanzialmente vero che la libertà della soddisfazione delle necessità non economiche in una società capitalistica è la libertà del ricco piuttosto che del povero.
Le libertà umane garantite da una costituzione democratica in una democrazia capitalistica potrebbero essere solo formali o legali, d’altra parte non ci sono ragioni per assumere che tali garanzie formali e legali non siano possibili in un sistema socialista.
Conclude, infine, che anche tra libertà e proprietà privata non esiste una connessione essenziale al contrario di quanto sostenuto da Locke ed Hegel.
sabato 20 maggio 2017
Le tre priorità di Renzi e quelle della sinistra
Secondo il nuovo segretario del PD alla assemblea nazionale le tre priorità del partito sarebbero: lavoro, casa e mamme. Sulla prima non avrei niente da dire visto che il lavoro è alla base della art.1 della nostra Costituzione e fondamento della Repubblica, ma a parte questo nell'insieme queste indicazioni sono veramente deludenti ed è triste vedere come il maggiore partito della sinistra nato con tante speranze, comprese le mie, si sia ridotto a così poco da un punto di vista ideologico e programmatico. A mio parere un partito progressista dovrerebbe ritornare alle base della democrazia e in particolare agli ideali della Rivoluzione Francese con alcune precisazioni. Si mi riferisco al famoso "libertè, egalitè e fratenitè".
Libertà intesa come libertà individuale e di impresa che, come dice la nostra Costituzione, non può svolgersi contro la utiltà sociale, questo per garantire lo sviluppo economico e quindi creazione del lavoro.
Uguaglianza intesa come uguaglianza di opportunità e di pari possibilità, per garantire che sia data a tutti la possibilità di garantire la propria realizzazione, con enormi vantaggi per tutta la società permettendo a tutti di dare il loro pieno contributo.
Solidarietà, non solo per motivi morali ma anche per motivi razionali, perchè una distribuzione più equa delle risorse e della produzione garantisce anche un sistema economico più equilibrato e in grado di garantire anche un maggiore sviluppo e minori rischi di stagnazioni economiche.
Tutto ciò è anche contenuto nella nostra Costituzione, che dovremmo applicare piuttosto che riformare in malo modo.
Sono profondamente deluso da Renzi, che avevo anche votato alle prime primarie, quelle in cui ha perso contro Bersani, poi piano piano ho visto uno scollamento profondo tra le sue parole e le azioni conseguenti, per poi adesso anche essere decaduto nei contenuti palesando una forte involuzione, infatti il PD ormai non lo voto più da un bel pò.
lunedì 8 maggio 2017
Macron ha vinto, viva Macron?
Macron ha vinto con il oltre il 66% dei votanti, con un astensione del 25% sarebbe il 66% del 75% ovvero circa il 50%, ammettendo pure che una percentuale di non votanti è fisiologica vanno contate le schede bianche, insomma aldilà dei proclami non è una gran vittoria, molti hanno preferito non votare piuttosto che l'alternativa Le Pen. Ma lasciamo i dati numerici la sostanza è un altra, Macron è stato bravo a presentarsi come nuovo anche se tanto nuovo non è, fa parte dell'establishment, Ministro e allievo del classico ENA che proprio antoganista non è, per non parlare della Banca Rothschild....Il problema è appunto questo, come fa una persona che proviene dall'establishment a modificare con politiche nuove ciò che è stato provocato dall'establishment? Macron non è stupido ovviamente ma non credo da quello che si evince dal suo programma che voglia cambiare registro. Il problema come abbiamo più volte detto è l'Europa fondata sull'euro e le conseguenti politiche assurde di austerità. Macron afferma che questa Europa non gli piace, ma intanto la sua elezione ha fatto tirare un sospiro di sollievo a molti e la Merkel si è congratulata con lui. Qui l'unica cosa da cambiare è la guida europea germano centrica che sta facendo soffrire tutti i paesi del sud, ma anche la Francia soffre, l'euro è comunque sopravalutato e le politiche di contenimento del deficit non servono a nessuno. Vediamo le prossime mosse, se continuerà con l'asse franco-tedesco continuerà la solita storia, la Germania rimarrà il campione dell'export e le altre economie arrancheranno a quel punto come diceva la famosa canzone su Bartali di Paolo Conte .." e i Francesi che si incazzano..".
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