venerdì 23 ottobre 2015

Alcune domande sulla legge di stabilità

Alcune considerazioni sulla legge di stabilità. 2016. A dire il vero ha un articolazione complicata e ancora non sono chiari i dettagli; da quanto emerge è fatta di meno tasse (sulla casa), meno costi (spending review) e altro, complessivamente sono comunque 14.6 miliardi in più di indebitamento quindi in teoria espansiva e su questo potremmo essere soddisfatti. Premesso che voglio vedere se effettivamente riusciranno a fare tutti i tagli previsti, ragioniamo sul contenuto e se non vogliamo parlare a vuoto partiamo sempre dalla magica formula del PIL:


PIL=CONSUMI+INVESTIMENTIPRIVATI+SPESA PUBBLICA+ESPORTAZIONI-IMPORTAZIONI

Tale manovra sembrerebbe favorire i consumi con meno tasse, aumentando quindi il reddito disponibile delle famiglie, un aumento dei consumi però potrebbe comportare anche un aumento delle importazioni andando a vanificare il risultato complessivo. Tra l’altro riducendo tutte le tasse sulla casa si favoriscono in media i redditi maggiori con minor propensione al consumo e quindi anche l’effetto sui consumi potrebbe essere ridotto e allora forse non era meglio ridurre l’IRPEF? Inoltre,  non sarebbe stato meglio aumentare la spesa pubblica, visto che l'effetto sul PIL è diretto mentre i consumi sono limitati dal risparmio (tecnicamente si dice che il moltiplicatore è più basso) cercando di incrementare la spesa in particolare sui servizi che generalmente sono a fornitura locale e avrebbero meno incidenza sulle importazioni, o cercare di aumentare l’export dando qualche ulteriore incentivo agli investimenti delle imprese ? Non parliamo poi del limite dei 3000 euro sui contanti, certo il limite precedente non risolve il problema della evasione ma vorrei capire chi va in giro con 3000 euro in contanti, quelli a reddito più alto sono anche quelli che generalmente usano le carte, gli anziani e pensionati credo che in molti casi non li vedono proprio 3000 euro in contanti....a chi serve ?

martedì 20 ottobre 2015

Hyman Minsky- Keynes e l'instabilità del capitalismo

Oggi la recensione è su un libro non recente ma il cui autore è stato recentemente rivalutato e citato in merito alla ultima crisi. Qualche notazione biografica: Hyman Minsky, nasce a Chicago nel 1919, dove si laurea in matematica. Successivamente ottiene il dottorato in economia, allievo anche di Schumpeter. Insegnerà in varie università americane tra cui Harward e Berkley. Muore a New York  nel 1996.
Il suo libro Keynes e l’instabilità del capitalismo[1], parte  da una rilettura di Keynes che secondo Minsky è stato  in qualche modo travisato dalla interpretazione neoclassica: «la sintesi neoclassica […] tradisce lo spirito e la sostanza dell’opera di Keynes», mentre la sua intenzione è di dare una reinterpretazione di Keynes focalizzandosi sulla instabilità finanziaria:
La mia reinterpretazione di Keynes pone in primo piano il ruolo che le interrelazioni finanziarie, con la loro instabilità e facile perturbabilità, svolgono nel determinare le varie fasi del ciclo economico.
Quindi Minsky si concentra sugli aspetti monetari e finanziari, che sono i tratti essenziali di un economia capitalistica moderna, affermando che Keynes era per lui un economista principalmente monetario. Il carattere finanziario del capitalismo moderno è anche la ragione di fondo dell’ andamento ciclico di un economia capitalistica:
Nella teoria di Keynes la causa immediata di ciascuna fase ciclica è l’instabilità degli investimenti ma la causa  di fondo del ciclo economico […] va individuata nella instabilità delle composizioni di portafoglio e delle interrelazioni finanziarie.
Altro aspetto che mette in evidenza e recupera dall’analisi keynesiana è quello dell’incertezza[2], in quanto questa incide a sua volta profondamente sulle strutture finanziarie e, inoltre, le stesse imprese non dipendono solo dalla attività produttiva ma sono condizionate dall’andamento dei mercati finanziari in quanto richiedono finanziamenti per i loro investimenti.

Un altro aspetto evidente in Minsky è la natura endogena dell’offerta di moneta, infatti piuttosto che dalla autorità monetarie essa è generata all’interno del sistema economico e, in particolare, dalle banche in funzione delle necessità delle attività imprenditoriali, dei mercati finanziari e dei percettori di reddito. All’aumentare della richiesta di moneta si moltiplicano, quindi, anche le innovazioni finanziarie e, qualora le banche centrali cerchino di adottare una politica restrittiva ad esempio aumento dei tassi, il mondo finanziario supplisce con la creazione di nuovi strumenti finanziari.
Per quanto riguarda gli investimenti, pur partendo dall’analisi keynesiana, cerca di chiarire alcuni aspetti e integra l’analisi con alcune aggiunte significative[3], mettendo comunque in evidenza  che la teoria degli investimenti di Keynes e il suo andamento ciclico sono in relazione con alcune variabili determinate dai sistemi finanziari. 
La spiegazione di Minsky è molto più  complessa è articolata di Keynes e soprattutto della versione di Hicks che, a suo parere, fa «una caricatura della teoria keynesiana degli investimenti». In particolare mette in luce le interrelazioni tra domanda dei beni capitali, che a sua volta influisce sugli investimenti, non solo con l’interesse e la offerta di moneta ma anche con il mercato azionario. Il livello degli investimenti dipende dal prezzo di domanda e offerta di beni capitali, ma la domanda di beni capitali dipende dalle aspettative dei profitti che gli imprenditori si aspettano di guadagnare da essi e che, a sua volta, dipende dal tasso di interesse con cui attualizzare tali rendite, tasso di interesse influenzato  dall’offerta  di moneta. In particolare la enfasi di Minsky è sui flussi di guadagni e pagamenti; le imprese basano le loro richieste di finanziamento sulle aspettative dei loro rendimenti o guadagni, se queste attese non vengono confermate rischiano di trovarsi in una situazione critica dal punto della possibilità di far fronte ai pagamenti per i prestiti in essere, passando da una posizione “coperta” a una  “speculativa”[4], questo può comportare sia una riduzione degli investimenti sia la necessità di smobilitare attività che, a sua volta, provoca una  caduta dei prezzi e dei corsi azionari e, inoltre, induce le banche a ridurre le loro posizioni e quindi ridurre il credito, con una spirale evidentemente negativa sulla intera economia.
La fluttuazione del livello degli investimenti va imputata quindi principalmente alla instabilità delle relazioni finanziarie, considerando i fenomeni di eccessivo indebitamento tra i principali fattori in grado di scatenare una crisi finanziaria. L’instabilità finanziaria dei sistemi capitalistici è, comunque, conseguenza di decisioni economiche decentrate: banche, imprese.
Un sistema capitalistico può quindi trasformare una fase di boom in una depressione profonda, è pertanto un economia che procede secondo un andamento ciclico che ne rappresenta un tratto ineliminabile. Minsky evidenzia, inoltre, il ruolo del rischio e della sua soggettività, che suddivide nei  suoi due aspetti: rischio del debitore e del creditore.
Quindi i cicli economici positivi (crescita) sono caratterizzati sia dalle aspettative di profitti e sia dalla riduzione del rischio percepito. Viceversa i cicli negativi sono caratterizzati da aspettative sui profitti in calo e aumento del rischio percepito. L’instabilità finanziaria deriva sostanzialmente, per Minsky, dalla pratica di finanziare attività a lungo termine con la sottoscrizione di passività a breve scadenza. Quindi un sistema economico è tanto più fragile quanto più sono diffuse le strutture esposte ai rischi finanziari, in un sistema economicamente fragile anche piccoli cambiamenti delle condizioni dei mercati finanziari possono provocare una instabilità elevata:
In un economia capitalistica un elemento essenziale della realtà è rappresentato dalla interrelazione tra i vari stati patrimoniali delle unità economiche. I banchieri sono inevitabilmente degli speculatori.
Minsky sottolinea, poi, che nel sistema economico, in maggioranza, gli agenti economici condividono le stesse aspettative, per questo l’euforia o il panico si diffondono rapidamente. Per cui le situazioni di stabilità e crescita («la stabilità è destabilizzante») sono quelle che rischiano, diffondendo l’ottimismo, di generare meccanismi di ricorso al debito che, con il meccanismo che sopra abbiamo accennato, possono portare a delle crisi, quando ad esempio si verifica un rialzo del tasso di interesse e un razionamento del credito. A ciò segue infatti rapidamente una caduta degli investimenti, dei profitti e della domanda, la gravità e durata della crisi dipenderanno dal comportamento delle autorità economiche.
La crisi non è altro, per Minsky, che il normale risultato del funzionamento del sistema capitalistico, ovvero i rischi di crisi sono soprattutto endogeni al sistema capitalistico  stesso e non solo quindi generati da shock esterni.
L’andamento del sistema economico dipende, come abbiamo detto, principalmente, dalla capacità delle imprese di restituire i debiti contratti. La Banca centrale ha quindi una funzione importante di prevenzione del crollo tramite il suo ruolo di “prestatore di ultima istanza”. Inoltre lo Stato, attraverso la spesa pubblica, può prevenire o attenuare la depressione economica infatti, quando cade l’investimento privato, la crescita della spesa pubblica può stabilizzare i profitti attesi arrestando la discesa dei prezzi e la depressione economica.
Nella ultima parte del libro analizza i modi per contrastare i cicli anche se l’economia capitalistica resta intrinsecamente instabile. In particolare evidenza che una strategia volta a favorire gli investimenti privati, condotta negli ’60, ha i suoi limiti: «una strategia per la piena occupazione fondata su livelli elevati di investimenti e profitti conduce […] verso un sistema finanziario sempre più instabile».[5]
La sua ricetta economica e sociale è più complessa e articolata:
Una economia dove i settori guida sono socializzati, dove i consumi collettivi soddisfano una grossa quota di bisogni privati, dove la tassazione dei redditi e della ricchezza tende a ridurre le disparità economiche, dove esistono leggi che limitano la possibilità di speculare sulla struttura delle passività, una tale economia dicevo potrebbe dimostrarsi capace di raggiungere e mantenere uno stato di piena (o quasi)  occupazione senza con ciò generare quelle tensioni e instabilità inerenti alla strategia economica correntemente adottata.

I lavori di Minsky non ebbero all’interno dell’establishment  economico una grande rilevanza e le sue teorie rimasero confinate soprattutto  all’interno delle corrente post-keynesiana. La recente crisi, come accennato all'inzio,  ha riaperto il dibattito sul lavoro di Minsky, infatti molte delle sue idee che abbiamo esposto sembrano descrivere molto bene la natura dello scoppio della recente crisi economica, in particolare il generarsi di un clima che ha aumentato l’assunzione di rischi e l’accrescersi della speculazione.
Nel caso della crisi attuale c’è da evidenziare, a differenza di quanto sostenuto da Minsky, che questa è imputabile  al fatto, come evidenziato da alcuni autori[6], che  le  istituzioni finanziarie hanno alimentato il circolo perverso del finanziamento alle famiglie piuttosto che alle imprese.
Quindi un libro assolutamente interessante anche se in alcune parti richiede un impegno notevole e un pò di conoscenza dell'economia.





[1] H.P. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Boringhieri, Torino,1981.
[2] «Keynes senza incertezza è l’Amleto senza il Principe», ivi, p.78.
[3] «Keynes però non ci presenta una teoria esplicativa della crisi [ …] senza un modello che generi endogeneamente boom, crisi e deflazioni creditizie la teoria di Keynes resta incompiuta”, ivi, p.86.
[4] Minsky distingue tre posizioni finanziarie in cui si possono trovare le unità economiche. Posizione coperta quando il flusso di rendite è superiore al flusso di pagamenti. Posizione speculativa quando le rendite sono sufficienti almeno a pagare gli interessi sui prestiti. Ultra-speculativa quando i flussi di rendite non coprono nemmeno gli interessi sui prestiti.
[5] Ivi, p.216.
[6] Vedi a questo proposito la introduzione del citato libro di Minsky a cura di R.Realfonzo.

venerdì 25 settembre 2015

Firmare i referendum

Ieri ho firmato per i referendum proposti da Civati, anche se non sono d'accordo al 100% su tutto, credo che  su questi temi i cittadini abbiano il diritto di esprimersi.
Riporto a questo proposito qui sotto l'articolo tratto da Critica Liberale di Giancarlo Tartaglia 

La Carta Costituzionale contiene i principi fondamentali della convivenza sociale di una collettività di cittadini che appartengono al medesimo Stato. Perché una Costituzione possa definirsi democratica è necessario che i suoi contenuti siano condivisi da tutti, o quanto meno, dalla grandissima maggioranza dei cittadini. Una costituzione espressione non di tutti, ma di una parte dei cittadini, non può essere definita democratica. La nostra Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio del 1948 (70 anni fa era in vigore lo Statuto Albertino!) è stata elaborata da una assemblea eletta proporzionalisticamente e perciò massimamente rappresentativa del popolo italiano e di tutte le sue espressioni politiche e culturali. È stata approvata con il consenso di oltre l’82% dei parlamentari e con nessun voto contrario.
Possiamo, perciò, ben dire che la Costituzione del ’48 possiede una piena e indiscutibile legittimazione democratica.
Questa premessa può apparire superflua, ma non lo è se pensiamo come si sta affrontando in queste settimane il tema della riforma costituzionale. È, infatti, evidente che la modifica della Costituzione non può essere e non deve essere tema di competenza governativa. Certamente, cosi non è stato nei decenni passati. Basterà ricordare l’infelice riforma del titolo V voluta dal Governo Amato e i pasticci sulla devoluzione per accontentare la Lega di Bossi. Tutte modifiche costituzionali volute dai governi, approvate con maggioranze ridotte e che hanno provocato soltanto disastri gestionali e guasti all’assetto costituzionale.
Oggi, in nome di uno sbandierato decisionismo, che si presenta come l’ultima spiaggia delle ideologie salvifiche ormai al tramonto, il Parlamento (questo Parlamento eletto con criteri scarsamente rappresentativi) è chiamato con urgenza a modifiche costituzionali che vengono dipinte come indifferibili e necessarie per garantire l’efficienza e la funzionalità dei poteri statali.
È di tutta e chiara evidenza che cosi non è. Lo hanno dimostrato con precisione costituzionalisti, che non possono certo essere considerati conservatori, come Michele Ainis e Stefano Passigli. Anche con il bicameralismo perfetto i disegni di legge governativi sono sempre stati approvati in tempi più che sostenibili. La Costituzione consente al Governo la possibilità di ricorrere ai decreti legge, immediatamente esecutivi, e ai decreti legislativi, che lasciano al Governo ampi margini di intervento. Per non tralasciare il ricorso ai voti di fiducia che hanno consentito una eccezionale rapidità di approvazione dei provvedimenti dell’esecutivo. Non si può, perciò, non condividere l’affermazione di Passigli che «il mantra della debolezza dell’Esecutivo è stato un alibi per una classe politica spesso incapace di governare».
E allora, se cosi è, per quale motivo tanta urgenza e tanta fretta nel voler ridurre il Senato ad una sorta di Cnel, espressione delle regioni, peraltro eletto dai consigli regionali, che costituiscono la classe politica a più alto rischio di criminalità, come è emerso dalle cronache politiche giudiziarie di questi ultimi decenni?
La risposta non ha nulla a che fare con la necessità di ammodernare la Costituzione del ’48 e di proseguire nel trionfante (almeno dal punto di vista mediatico-propagandistico) cammino riformistico del Governo. La sua motivazione è tutta interna al partito di maggioranza. Il braccio di ferro cui stiamo assistendo è soltanto l’occasione che il segretario premier intende sfruttare per ridurre all’obbedienza, in un modo o nell’altro, la sua minoranza interna.
Ma si può modificare una carta costituzionale per risolvere le beghe interne di un partito?
La questione su cui tutti dovrebbero riflettere con la massima attenzione è un’altra. Il cuore del problema non è quello su cui si discute in queste ore, non è se un Senato ridotto di poteri e competenze debba essere eletto o nominato. Tutti devono chiedersi se questa ipotizzata riforma, nel suo complesso, incide e in che misura sull’equilibrio dei poteri, che è la base fondamentale di una corretta democrazia. A questa domanda la risposta non può essere che di grande preoccupazione. Il combinato disposto delle modifiche alle attribuzioni del Senato e della legge elettorale determinerà una concentrazione inquietante ed eccezionale di poteri nelle mani del capo di un partito e provocherà una pericolosissima compressione della sovranità popolare. È, perciò, necessario che tutti riflettano con la massima attenzione su quello che sta accadendo in queste ore e sulla deriva ineludibilmente autoritaria che si sta profilando.

mercoledì 23 settembre 2015

Jared Diamond - Armi, acciaio e malattie-Breve storia del mondo degli ultimi 13.000 anni-(Einaudi)

Il libro uscito alcuni anni orsono, nel 1997 ma successivamente aggiornato, mantiene comunque intatto il suo interesse che conferma il  Pulitzer per la saggistica  assegnatogli. Diamond Jared, l’autore, è una persona con interessi multidisciplinari (biologo, fisiologo e ornitologo) e così pure il suo libro. La domanda fondamentale a cui cerca di dar risposta nel libro è perché gli europei hanno assoggettato gran parte degli altri popoli? Secondo l’autore le diversità di sviluppo tra le popolazioni sono legate a motivazioni essenzialmente ambientali in senso lato. La presenza di  specie agricole e animali più facilmente addomesticabili e utilizzabili in primis, la contiguità geografica che ha favorito la trasmissione delle pratiche migliori e anche la necessità di adottarle per non soccombere. L’autore ci conduce quindi in  un appassionante giro del mondo, con evidenza di casi esemplari con i quali illustrare e verificare le sue teorie. Nel suo libro vengono esposti aspetti attinenti alla linguistica, all'archeologia, alla genetica in maniera sempre interessante e mai noiosa, affiancando aneddoti personali a resoconti storici che partono da 13.000 anni fa sino ai giorni odierni.
Il libro a mio parere non sempre risulta convincente e pecca forse, in alcuni assunti, di un certo «riduzionismo» nelle motivazioni dello  sviluppo ad alcuni fattori, anche se evita di  affermare che i fattori individuati siano  indici di superiorità culturale o morale dell’Occidente. Riamane  comunque un libro piacevole, interessante e ben documentato, anche se con qualche ripetizione, che ne fanno un libro assolutamente da leggere e tenere nella propria biblioteca

domenica 20 settembre 2015

Ha Joon Chang - Cattivi samaritani

Il libro che recensiamo oggi è Cattivi samaritani (Università Bocconi Editore) dell'economista, di origine coreana, Ha-Joon Chang che insegna economia dello sviluppo a Cambridge, allievo del premio Nobel Joseph Stiglitz. Chi sono i cattivi samaritani per l'autore? Sono i paesi sviluppati, quelli occidentali e non solo, che vorrebbero imporre spesso le idee neo-liberiste ai paesi sottosviluppati come medicina per emergere dalla povertà. In realtà, come dimostra l'autore, sembra che questi paesi industrializzati soffrano di amnesie storiche. Infatti l'economista, con una ricostruzione  storica accurata, mostra come tutti i paesi sviluppati, a partire dall'Inghilterra e per continuare con gli Stati Uniti, hanno per lungo tempo condotto politiche protezionistiche, ad esempio dazi e altro, per proteggere le loro industrie. Riprende, a questo proposito, la metafora dell'economista tedesco dell'800 List che accusava proprio l'Inghilterra, dopo essere salita nel sentiero dello sviluppo industriale, di tentare di "buttar giù la scala" per non permettere agli altri di svilupparsi. 
Oltre ai dazi e politiche protezionistiche, l'autore cita come sia stato importante l'intervento dello Stato in tutte le storie di sviluppo, anche le più recenti come la sua stessa Corea e come, nella protezione dei brevetti,  gli stessi Stati Uniti siano stati in passato molto meno rigidi. La storia dimostra, quindi, come le economie si siano sviluppate in maniera del tutto opposta da come tentano di dimostrare, con le loro raccomandazioni, il FMI o la Banca Mondiale. Nella parte finale  del libro cerca  di smontare le teorie che tentano di spiegare i ritardi in termini culturali portando, ad esempio, alcune affermazioni che nel passato attribuivano di incapacità culturali popoli e nazioni, ad es. la Germania, che invece sono oggi delle potenze economiche. 
In conclusione un libro molto interessante e anche piacevole da leggere per comprendere come effettivamente funzioni l'economia dello sviluppo.

lunedì 7 settembre 2015

Immigrazione e sviluppo

E' indubbio che il problema della  immigrazione stia diventando sempre più pressante e problematico anche se, nonostante stiano crescendo i flussi, ancora i numeri sono gestibili: 200.000 immigrati in un anno per un paese come l'Italia che ha 60 milioni di abitanti,  un PIL  di 1600 miliardi non sono, con un poco di organizzazione, un problema insormontabile, semmai il problema è che non siamo tanto organizzati neanche per altro. Certo che, in prospettiva, il problema c'è e qui viene l'aggancio con lo sviluppo. Solo alcuni paesi, infatti, hanno conosciuto  lo sviluppo, inizialmente erano molto pochi e solo in Occidente e poi, piano piano,  se ne stanno aggiungendo altri con gradi di sviluppo e benessere diversi. Il problema è  che sono moltissimi ancora quelli che non ci sono riusciti. 
La teoria ci dice che ci sono alcuni elementi che sono necessari per innescare la crescita, ma la pratica ci dimostra che solo alcuni ci riescono. A questo proposito è illuminante la storia del Giappone, un paese per secoli isolato e con un classe dominante legata alla tradizione (gli Shogun) che ne hanno impedito lo sviluppo. E' stata poi la rivoluzione Meiji, a meta '800, che imponendo una modernizzazione del paese, nel solco tracciato dalle potenze occidentali, ha consentito al Giappone di diventare per lungo tempo il paese più sviluppato e di riferimento dell'Asia.
Come vedete gli aspetti politici e istituzionali hanno giocato un ruolo determinante e ne troviamo molti esempi. Come ho detto gli ingredienti per la crescita  sono noti e presuppongono: uno Stato efficiente con una buona burocrazia, un sistema giuridico appropriato, una buon livello culturale e professionale della popolazione, ecc. Come vedete sono elementi che non è facile creare e per cui ci vuole tempo e molto lavoro e, tra l'altro, ci vuole anche una politica progressiva e che si adatti anche alle specificità della nazione in esame; le ricette preconfezionate e uguali per tutti come quelle che  hanno proposto spesso FMI e Banca Mondiale, sono per lo più un errore. Quindi servirebbe un aiuto in questo senso.  L'Occidente, USA principalmente ma anche i paesi europei, non hanno fatto molto di tutto questo per aiutare i paesi meno sviluppati mirando solo a interventi qua e la, dettati spesso da interessi a breve, e tra l'altro spesso disastrosi, tanto per citare Iraq ma anche la Libia.
Tutto ciò per dire che alla fine, se si riesce nel tempo a far crescere i paesi non sviluppati, con una strategia di lungo periodo,  come ha dimostrato la storia, i vantaggi sono per entrambi, evitando così le motivazioni ad esodi di massa. L'alternativa è erigere muri che, oltre a costare anche solo per manutenzione e controllo, non credo siano a lungo gestibili. Il problema politico è che la popolazione tende a preferire gli sbarramenti per paura e quindi le élite politiche non hanno grande interesse a breve di perseguire altre politiche. Ovviamente, nel breve, bisogna porre dei limiti ai flussi, una immigrazione incontrollata produce problemi anche perchè la parte più in difesa vede minacciato il wlfare. Solo una strategia di immigrazione controllata e sviluppo nei paesi di emigrazione  può risolvere il problema. Obiezione di molti: ma dopo li prendiamo i soldi visto che non riusciamo a dar neanche del lavoro ai nostri? Il problema si pone ma, da una parte, possiamo vederlo come una  grande opportunità, molti degli interventi poi sono di carattere istituzionale e culturale e non solo economico, inoltre,  i paesi in via di sviluppo spesso hanno delle grandi ricchezze in termini di risorse e, se non ci limitiamo a rapinargliele come si  è fatto volentieri, forse troviamo un ragionevole punto di equilibro e di equo scambio tra dare ed avere.

martedì 25 agosto 2015

Cina e altro

Francamente che la gente si sorprenda della crisi cinese mi sorprende molto più della crisi stessa. Il sistema capitalistico è sempre stato contrassegnato da crisi, è un sistema instabile, ma cosa in natura è stabile? Basta guardare la storia, le crisi economiche sono la norma non l'eccezione. Inoltre,  dopo l'ultima crisi finanziaria cosa è veramente cambiato nel perverso sistema finanziario, poco o nulla, quindi di che vi sorprendete? Se, come diceva Keynes, i sistemi finanziari sono come un casinò perchè sorprendervi se la economia mondiale si comporta come una roulette? 
Ma andiamo con ordine, tutte le teorie economiche sullo sviluppo dicono che l'economie una volta innescata la crescita (se ci riescono) tendono ad avere col tempo tassi di crescita decrescenti, nessuno è mai riuscito ad avere tassi di crescita del 10% per sempre. La Cina inoltre è un sistema complesso e alquanto strano, sicuramente ha ancora margini di crescita per molto tempo, ma dovrebbe puntare meno sul modello mercantilista, cioè basato sulle esportazioni, ed avere una crescita più equilibrata con un maggior domanda interna, a sua volta garantita da una crescita dei redditi e delle condizioni della maggioranza della popolazione. Per fare ciò dovrebbe anche far  evolvere gradualmente il suo sistema istituzionale e sociale verso qualcosa di più simile alle democrazie occidentali, insomma la strada è lunga. 
Ma anche gli occidentali hanno le loro colpe, la stessa Europa è basta sul modello mercantilista tedesco che a sua volta non favorisce la domanda interna e ne abbiamo visto le conseguenze  nel momento che le economie più deboli hanno ridotto le importazioni, insomma un altro sistema sballato. Gli Stati Uniti invece, in virtù del ruolo dominante del dollaro nel sistema monetario internazionale, godono dei vantaggi ma, d'altra parte, questo li rende intrappolati nel dilemma di Triffin, sono costretti ad  a essere importatori netti. Insomma in parole semplici: un gran pasticcio. 
Le soluzioni: da una parte una limitazione del sistema finanziario che dovrebbe essere costretto a fare il suo mestiere e non quello di generare bolle, ma visti gli interessi in gioco e la complessità della soluzione siamo a carissimo amico e non vedo una soluzione a breve termine. Inoltre, per quanto riguarda il sistema monetario internazionale, Keynes aveva già previsto, alla fine della seconda guerra mondiale, un sistema basato su una moneta internazionale e annesso modello di controllo degli sbilanciamenti commerciali (clearing union), riesumato e riproposto anche dal governatore della Bank of China, ma anche qui gli interessi in gioco sono grossi e non vedo soluzioni a breve. La globalizzazione infine può essere un vantaggio se gestita bene ma, come abbiamo visto nei paesi avanzati, ha portato più svantaggi che vantaggi alla maggioranza  della popolazione, e anche nei paesi in via di sviluppo i vantaggi maggiori vanno a una parte della popolazione, diciamolo francamente chi se ne avvantaggia sono sempre i ricchi e i profitti e poco il lavoro.
Il grande assente da un po di tempo è la politica, confinata a livello nazionale e schiacciata dalla globalizzazione, la politica e lo Stato stanno riducendo il loro ruolo di mediazione e di redistribuzione, fondamentale per la democrazia ma anche per una economia più equilibrata e sana. Purtroppo penso che questa situazione si trascinerà ancora e quindi avremo ancora una situazione instabile, sperando che non peggiori e si vada ulteriormente deteriorando, come la situazione ambientale ma qui il discorso si fa troppo lungo.

giovedì 16 luglio 2015

Economia o Democrazia

Ormai sulla Grecia si è scritto di tutto e non mi ripeterò, per capire la situazione bisogna comunque partire dall'inizio. La creazione dell'euro, così come è stata realizzata, è un grave errore se la vera intenzione era un integrazione, non si può partire dalla fine e creare una moneta senza un adeguato cordone istituzionale. Successivamente sono stati compiuti ulteriori errori che comunque sono in parte consequenziali, per altri logicamente consequenziali, alla scelta iniziale. 
Al punto in cui siamo arrivati ci sono solo due soluzioni teoriche: a) si decide di fare un percorso di maggiore integrazione politica, economica, istituzionale magari a piccoli passi. Per fare questo bisognerebbe che alcuni paesi (ho già indicato in altri post: Italia, Spagna e Francia) aiutassero la Merkel ad uscire dalla morsa interna per avviare le riforme necessarie. Questa soluzione per alcuni è impossibile, anche perché sono troppo diverse le realtà europee, e quindi questo rimane un sogno irrealizzabile e forse pericoloso. Per altri invece è l'unica soluzione per aver un sufficiente peso da controbilanciare i giganti internazionali.  In ogni caso richiederebbe dei leader di grande spessore in grado di capire e sostenere la svolta.
Soluzione B) si prende atto che l'euro è troppo costoso e impossibile da mantenere in queste condizioni e si decide di tornare indietro, alle valute nazionali con un nuovo SME, con una decisione concordata. Soluzione anche questa molto complicata che richiede delle leadership forti e coraggiose.
Altre soluzioni accettabili e razionali non ne vedo, comunque la cosa peggiore è vivacchiare in questa situazione che comporta un ristagno delle economie, in particolare dei paesi del sud.
La scelta comunque di fondo è tra economia e democrazia, o ad essere più pratici tra la scelta di élite liberamente elette o élite che si impongono e impongono una disciplina economica o se preferite finanziaria. Quindi se vogliamo la democrazia possiamo scegliere solo  tra élite liberamente elette a livello nazionale o élite elette a livello europeo.

martedì 14 luglio 2015

Divide et impera

La frase latina nel titolo è una citazione evergreen che si applica bene all'Europa odierna. Se nelle intenzioni di Mitterand l'euro doveva servire per tamponare le egemonia tedesca in Europa, la storia ha dimostrato che al contrario l'euro, indubbiamente per le capacità dei tedeschi, si è rivelato invece un potente sistema per affermare la supremazia teutonica. Negli ultimi tempi poi la Germania ha utilizzato saggiamente il detto romano dividendo i suoi interlocutori, alcuni esempi: ha blandito la Francia consentendogli di fare uscire le sue banche dal pesante indebitamento con la Grecia; non ha usato il pugno di ferro con l'Italia chiudendo un occhio sui suoi parametri e deficienze; ha redistribuito il debito greco sugli Stati che, a questo punto, non potevano essere troppo favorevoli alla Grecia a meno di non rimetterci i soldi e la faccia. 
C'è un modo per uscirne? Visto che la Merkel è prigioniera inevitabilmente del suo elettorato e, quindi, dei falchi, l'unico modo per redistribuire le responsabilità e la leadership europea sarebbe un accordo tra le tre maggiori economie dell'euro, ad esclusione della Germania, (Francia, Italia, Spagna), che potendo contare sull'appoggio esterno di Draghi, potrebbero indirizzare la politica europea verso quel cambio di passo che consentirebbe di salvare l'Europa da una lenta agonia e reindirizzarla verso un processo di crescita e integrazione più ragionevole, dando per scontato che l'unificazione basata esclusivamente sull'euro è un passo sbagliato e controproducente. 
La storia la fanno gli uomini giusti al momento giusto. Questo sarebbe un vantaggio per tutti, compresa la Germania, si tratterebbe di fare una serie di scelte, magari a piccoli passi, verso una integrazione istituzionale più razionale sia politica e sia economica. Altrimenti  sarebbe meglio avere il coraggio, ma anche qui servono dei leader, di proporre  uno scioglimento concordato dell'euro.

lunedì 13 luglio 2015

La solitudine dei numeri uno

Un accordo alla fine è stato raggiunto, almeno al momento l'eurozona è salva. Dei numeri uno dei vari paesi esce al momento vincitrice la Merkel che evita il peggio, l'uscita della Grecia, ma con un accordo molto stringente che non è una vittoria per Tzipras. Su quest'ultimo, che sarà la storia a giudicare, mi permetto di dire che il referendum, di cui ero dubbioso, non mi è sembrata una scelta del tutto azzeccata. Mi spiego meglio, io sono un convinto sostenitore che su alcune questioni la democrazia diretta sia giusta, ho infatti spesso firmato per vari referendum proposti in passato, in particolare dai Radicali. Non credo che quando si tratta di questioni molto complesse o tecniche sia un buon metodo e, nel  caso della Grecia, non si è capito bene per cosa hanno votato. La democrazia è essenzialmente, citando Popper, una scelta di leadership, quindi tali leadership devono, in virtù del mandato, aver il coraggio, politico e storico, di alcune scelte, altrimenti sarebbe da un lato troppo facile o d'altra parte troppo confuso il loro ruolo, per questo ho intitolato il post come la solitudine dei numeri uno. Non mi pare anche che l'accordo sia una grande vittoria di Hollande che, comunque, non ha mai dimostrato di essere all'altezza, e neanche di Renzi che ha meno carisma internazionale di Monti. Data la situazione non credo che si potesse raggiungere un diverso accordo, tra l'altro non c'è la ristrutturazione richiesta da Tzipras del debito e quindi forse si poteva raggiungere un accordo prima senza esacerbare  le posizioni. Non so cosa succederà adesso in Grecia, se Tzipras rimarrà con una diversa maggioranza o altro, certo è che anche i Greci debbono capire che non esistono "pasti gratis", anche se aggiungo che le colpe delle banche che hanno prestato i soldi a go-go sono state nascoste dalla propaganda anti greca. Comunque lo sviluppo di un paese richiede miglioramenti istituzionali, culturali e la necessità di far emergere le risorse migliori del paese anche al comando e, infine, capire e valorizzare le risorse distintive tipiche del paese, insomma un lavoro lungo e serio, di cui anche in Italia avremmo molto bisogno.