venerdì 20 novembre 2015

Le idee dell'economia: la nascita della economia classica-Adam Smith

Adam Smith (1723-1790) viene generalmente considerato il primo degli economisti classici e anche, da molti,  il fondatore della scienza economica. In realtà molte delle sue idee, se non tutte secondo alcuni, sono rilevabili  negli autori precedenti. Sicuramente la sua peculiarità consiste nell’averle inserite in un quadro organico e sistematico all’interno del suo libro più famoso: La ricchezza delle nazioni[1]. Questo è dovuto, almeno in buona parte, al fatto che è il primo economista accademico, ha infatti ricoperto per molti anni la cattedra di filosofia morale a Glasgow, al contrario dei predecessori che erano per la maggior parte uomini dediti a qualche attività pratica.
Il suo pensiero è influenzato indubbiamente dall’Illuminismo scozzese, in particolare da Hume. Adam Smith fa una personale sintesi di tali influenze che, nella complessità delle motivazioni all’origine dei comportamenti umani, lo porta da un lato a individuare come movente principale l’interesse personale: «non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi».[2]
D’altra parte, questo non è per Smith l’unico aspetto, infatti nel comportamento umano vede anche il desiderio di ricevere l’approvazione altrui (“principio di simpatia”), concetti che troviamo esposti nel suo altro grande libro: Teoria dei sentimenti morali.[3] In qualche modo, questo atteggiamento lo fa essere allo stesso tempo  realista, come vedremo sulla situazione sociale, ma anche ottimista sugli sviluppi della società.
Adam Smith, nel suo libro La ricchezza delle Nazioni, si propone di identificare le cause della ricchezza delle nazioni, ovvero quale sia sostanzialmente il “motore” dell’economia, individuandolo nella industria. In questo si distingue dalle due correnti economiche precedenti: il mercantilismo, che poneva al centro dell’attività economica il commercio e dei fisiocratici  per i quali, invece, era l’agricoltura.
Come elemento principale dello sviluppo economico, e quindi industriale, Smith pone la divisione del lavoro, ovvero una migliore organizzazione del lavoro che prevedendo  la specializzazione dei compiti consente, a parità di altre condizioni, di aumentare la produttività[4] del lavoro, definibile come quantità di prodotto per singolo lavoratore od ora lavorata.
L’aumento della produzione (offerta) ha come conseguenza la necessità della ricerca di mercati di sbocco (domanda). Questo spiega il suo atteggiamento a favore del libero commercio (libero scambio) e, quindi, favorevole all’abolizione dei dazi in contrasto con le politiche mercantilistiche.
Per Smith si crea, in questo modo, un meccanismo virtuoso che porta ad un aumento del benessere generale. Anche  in questo si differenzia dai mercantilisti, che avevano posto come fine economico l’aumento della potenza dello Stato, mentre per Smith  il fine è quello di elevare quello che, in termini moderni, è il reddito pro capite.
La posizione di Smith in merito al ruolo dello Stato, in opposizione al mercantilismo, è che allo Stato competa comunque  un ruolo importante:  giustizia, difesa, istruzione, lavori pubblici, ecc…, ma che  dall’altra parte, nel campo economico, il suo intervento debba  essere limitato (laissez-faire), lasciando che le dinamiche del libero mercato  (la cosiddetta “mano invisibile”) portino alla migliore allocazione delle risorse.
Dal punto di vista sociale Smith suddivide le classi sociali in tre: proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori,  a cui corrispondono rispettivamente  le tre categorie di reddito: rendita, profitto e salario. La sua posizione, pur critica su qualche aspetto,  è sostanzialmente di accettazione della situazione sociale al  contrario di Marx.
Non possiamo a questo punto non parlare della teoria del valore, argomento complesso su cui non ci potremo soffermare in dettaglio, in quanto è uno degli aspetti più dibattuti dell’economia classica.
Prima di tutto Smith chiarisce la differenza tra valore d’uso (ovvero l’utilità del bene) e valore di scambio  (ovvero il potere  di acquistare un altro bene) di una merce. L’esempio che riporta è quello dell’acqua che, pur avendo un alto valore d’uso, ha un basso valore di scambio, al contrario del diamante che pur avendo un basso valore d’uso ha un alto valore di scambio. Pur ammettendo che il valore d’uso è essenziale, pre-condizione, per avere un valore di scambio, concentra la sua attenzione sul valore di scambio.
La teoria del valore che enuncia nel suo libro sono in realtà due, nella prima afferma che il valore di scambio di una merce è pari al valore del lavoro contenuto nella merce stessa (teoria del valore-lavoro, che verrà ripresa da Ricardo e Marx). Tale teoria, precisa Smith, vale solo in una fase primitiva dell’economia cioè una fase pre-capitalistica. L’altra teoria del valore esposta, non è del tutto chiarita nel  libro per cui  molti autori danno delle interpretazioni diverse, è che il valore sia determinato dai cosiddetti fattori di produzione (terra, capitale e lavoro) e dal loro reddito e quindi, sostanzialmente, sia derivante dal costo di produzione (“teoria del valore comandato o acquistabile”): «Salario, profitto e rendita sono le tre fonti originarie di ogni reddito cosi come di ogni valore di scambio».[5]
Smith chiarisce ulteriormente che, nel breve periodo, questo valore può oscillare per effetto delle variazioni della domanda e dell’offerta[6] ma, nel lungo periodo, tale valore tende a diventare quello “naturale” ovvero correlato al costo di produzione. Tali teorie, comunque, non risultano soddisfacenti da un punto di vista teorico, come vedremo nelle evoluzioni successive del pensiero economico.
Per concludere su Smith, vorrei sfatare il mito che lo vede come un liberista conservatore, in realtà per i suoi tempi può essere considerato un non tradizionalista. La sua è una visione piuttosto realistica della società, convinto che la classe lavoratrice in quel periodo sia  più debole contrattualmente, non lesinando comunque critiche ai mercanti e padroni manifatturieri:
 "padroni, essendo in numero minore,  possono coalizzarsi più facilmente;
I mercanti e padroni sono comunemente rivolti al loro interesse [...] che all’interesse della società."[7]
Rimane comunque ottimista, e l’evoluzione economica gli darà sostanzialmente ragione, sul fatto che l’aumento della produzione industriale debba portare a un miglioramento delle condizioni di vita anche delle classi lavoratrici.
Si rende conto, altresì, che la divisione del lavoro comporta un peggioramento della qualità lavorativa, ma rimane convinto che il bilanciamento che deve avvenire, tra interessi e atteggiamenti di “simpatia”, possa condurre a un progresso delle condizioni economiche generali della società.





[1] Il titolo completo dell’opera è:  Un indagine sulla natura e le cause  della ricchezza delle nazioni.
[2]A.Smith, La ricchezza delle nazioni, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma.
[3] A.Smith, Teoria dei sentimenti morali, Rizzoli, Milano, 2001.
[4] La produttività in economia è in generale il rapporto tra il prodotto (output) e la quantità di risorse impiegate nel processo produttivo, quindi nel caso del lavoro è il rapporto tra quantità prodotte e numero di lavoratori (Q/L), nel caso dell’altro fattore produttivo, il capitale, la produttività del capitale  sarà il rapporto tra quantità prodotte e capitale impiegato (Q/K).
[5] A.Smith, La ricchezza delle nazioni, cit, cap.V.
[6] I termini generali la  legge  della domanda e offerta erano conosciuti anche dagli economisti antecedenti a Smith. La definizione formale e sistematica di tali idee avviene successivamente, in particolare grazie ad Alfred Marshall.
[7]  A.Smith, La ricchezza delle nazioni, cit,cap.VIII.

mercoledì 18 novembre 2015

Giorgio La Malfa - John Maynard Keynes- Feltrinelli

Il libro che recensiamo è da poco uscito nella collana Eredi di Feltrinelli, scritto da Giorgio La Malfa, noto come politico e figlio del forse più noto Ugo, che comunque ha studiato economia anche all’estero (Cambridge, M.I.T) ed ha insegnato Economia politica in varie università italiane. Il libro è dedicato al grande economista inglese, nella prima parte ricostruisce la evoluzione del pensiero di Keynes, dalle prime opere sino ad arrivare a quella più conosciuta: La teoria generale.
 Nella seconda parte cerca di spiegare quale siano le parti del pensiero dell’economista inglese ancora attuali, anche alla luce della recenti crisi. 
Complessivamente il libro è molto piacevole da leggere e anche breve, poco più di 100 pagine. La prima parte contiene una bella ricostruzione storica, con molti aspetti su Keynes meno noti e interessanti; la seconda parte di analisi, visto anche il carattere sintetico del libro, è solo accennata e poco approfondita e, a mio parere, meno riuscita. Sicuramente un libro che consiglio a chi vuole farsi un idea del pensiero e della attualità del messaggio keynesiano.

lunedì 16 novembre 2015

La tecnologia può risolvere tutti i nostri problemi?

Che la scienza e la conseguente tecnologia, applicata nel mondo industriale e del business, ci hanno dato un buona parte della prosperità e del benessere di cui ora godiamo, almeno nei paesi sviluppati, è indubbio. Da un punto di vista del pensiero economico, Schumpeter ha evidenziato bene il ruolo della innovazione, applicata da audaci imprenditori, nel creare lo sviluppo economico. Anche tutte le teorie dello sviluppo economico successive hanno messo in luce il ruolo della innovazione tecnica, in particolare il modello di Solow afferma che nelle economie sviluppate è proprio lo sviluppo tecnico a poter garantire margini di sviluppo ulteriori. Quindi lungi da me voler sottovalutare il ruolo della innovazione tecnologica, visti anche i miei studi, vorrei sottoporvi una delle mie solite provocazioni, uno dei miei ragionamenti al limite, una specie di esperimento ideale. Supponiamo di essere in un futuro molto lontano, dove le capacità tecnologiche dell'uomo siano ulteriormente progredite, e si sia riusciti a costruire robot in grado di compiere la maggioranza dei compiti più gravosi e ripetitivi, cioè in grado ad esempio di sostituire l'uomo in quasi tutte le mansioni, dalla agricoltura all'industria e anche nei servizi. Supponiamo anche che la proprietà di tali fantastiche macchine sia nelle mani di poche multinazionali, a loro volta possedute solo da una minoranza di persone. Rimarrebbero comunque alcuni compiti non automatizzabili, ad esempio nel campo artistico o della ricerca, insomma nel campo strettamente intellettuale, ma se sono pochi a possedere le macchine il reddito sarebbe concentrato nelle loro mani, quindi si pone il problema di come si procurerebbe da vivere la maggioranza delle persone e quindi a  chi venderebbero i prodotti le ricche multinazionali? Le soluzioni sono o che il reddito dei ricchi possidenti viene pesantemente redistribuito dallo Stato o viene redistribuita la proprietà delle multinazionali e ognuno possiede una quota o, soluzione drastica, si statalizza la produzione. Insomma, comunque la mettete la distribuzione della ricchezza è un punto fondamentale di qualsiasi economia che voglia mantenersi in equilibrio economico e sociale. Non so se vi ho convinto, ma vorrei avervi messo qualche dubbio sul fatto che basta la evoluzione tecnologica, questa pone, inevitabilmente, anche delle questioni diciamo istituzionali e di sistema che devono essere opportunamente gestite e affrontate, insomma l'economia può essere pericolosa se lasciata a se stessa, come dare un immenso armamentario nucleare ad un pazzo scatenato, io non mi sentirei cosi tranquillo.

P.S Sull argomento vedere le due recensioni dei libri Benedict Frey e Acemoglu.












domenica 15 novembre 2015

Le idee dell'economia: cosè l'economia

A partire da oggi  inseriremo una serie di post di  argomenti di economia, cercando di seguirne l'evoluzione storica. Queste note fanno parte degli appunti di un libro, che ho quasi finito di scrivere, e che si chiamerà appunto le idee dell'economia, lo scopo è puramente divulgativo ovvero quello di introdurre in maniera semplice, almeno spero, chi è all'oscuro  dei principali concetti e temi dell'economia.

Cos'è l'economia

Prima di addentrarmi nella spiegazione di altri concetti economici, credo che la prima domanda che si ponga il lettore verta sul contenuto della termine economia[1] . Per cominciare potremmo partire dal significato etimologico della parola, che deriva dal greco. Si tratta di una parola composta da due termini: ο
κος (oikos), "casa", e νόμος (nomos) “legge”, che quindi potremmo tradurre, in maniera estensiva, con amministrazione della casa o patrimonio. Sinceramente questa definizione in relazione a cosa è l’economia oggi è alquanto riduttiva.
Come definizione più moderna si può citare la seguente: «L’economia è lo studio del genere umano negli affari ordinari della vita. E’  da un lato lo studio della ricchezza, dall’altro, il più importante, lo studio dell’uomo.»[2].
Un’ulteriore definizione, che mette in luce altri aspetti, in particolare il concetto di scarsità è: «L'economia è la scienza che studia la condotta umana come  relazione tra fini  e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi[3].
Si potrebbe continuare con altre definizioni tratte dai manuali più recenti di economia ma in realtà, lungi da me farne una classifica o indicarne la migliore, ognuna  coglie degli aspetti e probabilmente nessuna riesce a comprenderli tutti.
Partendo dalle  definizioni volevo, comunque, mettere in evidenza che l’economia è una materia complessa che tratta di ricchezza e mezzi, senza dubbio, ma verte anche sul comportamento umano, ad es. le scelte,  e  anche sulle organizzazioni sociali  ed economiche (impresa, Stato, ecc…).
Nel seguito di questi approfondimenti vedremo come le tematiche affrontate siano piuttosto vaste e gli economisti, in particolare quelli più importanti che citeremo, sono stati al tempo stesso filosofi, scienziati sociali, storici,  matematici e altro: «Il grande economista deve possedere una rara combinazione di qualità [...] deve essere, in una certa misura, un matematico e uno storico, uno statista e un filosofo” [4].
A questo punto, la ulteriore domanda che potrebbe sorgere al lettore è: che tipologia di scienza è l’economia, o scienza economica?
La risposta è che la scienza economica appartiene alle scienze sociali e, come tale, non può essere equiparata ad esempio alle scienze fisiche, dove le teorie devono  trovare conferma negli esperimenti che hanno  caratteristiche ben definite. Nel caso della scienza economica il fatto di trattare il comportamento umano e le organizzazioni sociali ed economiche, le cui condizioni sono indiscutibilmente mutevoli, non permette una verificabilità così oggettiva delle teorie. La scienza economica, comunque, si avvale del metodo scientifico, cioè costruisce  teorie che si basano su ipotesi e applicazione di modelli semplificati della realtà, per trarne delle conclusioni che devono trovare conferma cercando delle relazioni causali  con i fatti o dati della realtà stessa.
Mi fermo qui perché queste affermazioni ci portano a temi epistemologici,  molto complessi e delicati,  molto al di là  delle mie conoscenze  e degli scopi di tali note [5].
Quello che mi preme evidenziare è che, comunque con tutti i limiti cui sopra accennavo, la scienza economica, a mio parere, nel corso del tempo ha comunque senz’altro compiuto dei progressi nella conoscenza dei fenomeni economici.
E’ importante altresì rilevare che sarebbe comunque auspicabile, per il lettore, un sano atteggiamento critico nei confronti delle teorie economiche che, a volte, vengono difese con troppa enfasi dimenticando che dipendono molto dalle ipotesi assunte,  a volte non esplicite, e all’uso di modelli che, comunque per forza maggiore, devono essere delle semplificazioni della complessa realtà economica.
Infine, una delle tipiche suddivisioni dell’economia è quella che la divide in: microeconomia  e macroeconomia; la prima si dedica soprattutto allo studio dei fenomeni economici relativi al  singolo soggetto economico, individuo o impresa, mentre la seconda si riferisce ai fenomeni dell’economia nel complesso e quindi a variabili economiche aggregate.
Vi è infine un’ultima distinzione molto dibattuta e non sempre condivisa, su cui non mi dilungo, tra quella che viene definita come economia positiva o descrittiva che dovrebbe descrivere e spiegare i fenomeni economici (economia com’è),  e quella che invece viene definita come economia normativa o prescrittiva, che spiega quali dovrebbero essere i fini dell’economia e i conseguenti mezzi per raggiungerli (economia come dovrebbe essere) .




[1] Il termine economia qui  si riferisce  a quello  che in inglese viene indicato, più recentemente, come “Economics”, mentre  in passato veniva usato il termine “Political Economy”, in  italiano invece è rimasto principalmente in uso  il termine  “Economia Politica”.
[2] A.Marshall, Principi di Economia, 1890, cap. I.
[3] L. Robbins, Essay on the Nature and Significance of Economic Science, Macmillan, London,1945, p. 16.
[4] J.M.Keynes, Sono un liberale, Adelphi, Milano, 2010, p.79.
[5]  Sugli aspetti metodologici della scienza economica consiglio ad esempio il capitolo I di Storia dell’analisi economica di A.Schumpeter.

venerdì 23 ottobre 2015

Alcune domande sulla legge di stabilità

Alcune considerazioni sulla legge di stabilità. 2016. A dire il vero ha un articolazione complicata e ancora non sono chiari i dettagli; da quanto emerge è fatta di meno tasse (sulla casa), meno costi (spending review) e altro, complessivamente sono comunque 14.6 miliardi in più di indebitamento quindi in teoria espansiva e su questo potremmo essere soddisfatti. Premesso che voglio vedere se effettivamente riusciranno a fare tutti i tagli previsti, ragioniamo sul contenuto e se non vogliamo parlare a vuoto partiamo sempre dalla magica formula del PIL:


PIL=CONSUMI+INVESTIMENTIPRIVATI+SPESA PUBBLICA+ESPORTAZIONI-IMPORTAZIONI

Tale manovra sembrerebbe favorire i consumi con meno tasse, aumentando quindi il reddito disponibile delle famiglie, un aumento dei consumi però potrebbe comportare anche un aumento delle importazioni andando a vanificare il risultato complessivo. Tra l’altro riducendo tutte le tasse sulla casa si favoriscono in media i redditi maggiori con minor propensione al consumo e quindi anche l’effetto sui consumi potrebbe essere ridotto e allora forse non era meglio ridurre l’IRPEF? Inoltre,  non sarebbe stato meglio aumentare la spesa pubblica, visto che l'effetto sul PIL è diretto mentre i consumi sono limitati dal risparmio (tecnicamente si dice che il moltiplicatore è più basso) cercando di incrementare la spesa in particolare sui servizi che generalmente sono a fornitura locale e avrebbero meno incidenza sulle importazioni, o cercare di aumentare l’export dando qualche ulteriore incentivo agli investimenti delle imprese ? Non parliamo poi del limite dei 3000 euro sui contanti, certo il limite precedente non risolve il problema della evasione ma vorrei capire chi va in giro con 3000 euro in contanti, quelli a reddito più alto sono anche quelli che generalmente usano le carte, gli anziani e pensionati credo che in molti casi non li vedono proprio 3000 euro in contanti....a chi serve ?

martedì 20 ottobre 2015

Hyman Minsky- Keynes e l'instabilità del capitalismo

Oggi la recensione è su un libro non recente ma il cui autore è stato recentemente rivalutato e citato in merito alla ultima crisi. Qualche notazione biografica: Hyman Minsky, nasce a Chicago nel 1919, dove si laurea in matematica. Successivamente ottiene il dottorato in economia, allievo anche di Schumpeter. Insegnerà in varie università americane tra cui Harward e Berkley. Muore a New York  nel 1996.
Il suo libro Keynes e l’instabilità del capitalismo[1], parte  da una rilettura di Keynes che secondo Minsky è stato  in qualche modo travisato dalla interpretazione neoclassica: «la sintesi neoclassica […] tradisce lo spirito e la sostanza dell’opera di Keynes», mentre la sua intenzione è di dare una reinterpretazione di Keynes focalizzandosi sulla instabilità finanziaria:
La mia reinterpretazione di Keynes pone in primo piano il ruolo che le interrelazioni finanziarie, con la loro instabilità e facile perturbabilità, svolgono nel determinare le varie fasi del ciclo economico.
Quindi Minsky si concentra sugli aspetti monetari e finanziari, che sono i tratti essenziali di un economia capitalistica moderna, affermando che Keynes era per lui un economista principalmente monetario. Il carattere finanziario del capitalismo moderno è anche la ragione di fondo dell’ andamento ciclico di un economia capitalistica:
Nella teoria di Keynes la causa immediata di ciascuna fase ciclica è l’instabilità degli investimenti ma la causa  di fondo del ciclo economico […] va individuata nella instabilità delle composizioni di portafoglio e delle interrelazioni finanziarie.
Altro aspetto che mette in evidenza e recupera dall’analisi keynesiana è quello dell’incertezza[2], in quanto questa incide a sua volta profondamente sulle strutture finanziarie e, inoltre, le stesse imprese non dipendono solo dalla attività produttiva ma sono condizionate dall’andamento dei mercati finanziari in quanto richiedono finanziamenti per i loro investimenti.

Un altro aspetto evidente in Minsky è la natura endogena dell’offerta di moneta, infatti piuttosto che dalla autorità monetarie essa è generata all’interno del sistema economico e, in particolare, dalle banche in funzione delle necessità delle attività imprenditoriali, dei mercati finanziari e dei percettori di reddito. All’aumentare della richiesta di moneta si moltiplicano, quindi, anche le innovazioni finanziarie e, qualora le banche centrali cerchino di adottare una politica restrittiva ad esempio aumento dei tassi, il mondo finanziario supplisce con la creazione di nuovi strumenti finanziari.
Per quanto riguarda gli investimenti, pur partendo dall’analisi keynesiana, cerca di chiarire alcuni aspetti e integra l’analisi con alcune aggiunte significative[3], mettendo comunque in evidenza  che la teoria degli investimenti di Keynes e il suo andamento ciclico sono in relazione con alcune variabili determinate dai sistemi finanziari. 
La spiegazione di Minsky è molto più  complessa è articolata di Keynes e soprattutto della versione di Hicks che, a suo parere, fa «una caricatura della teoria keynesiana degli investimenti». In particolare mette in luce le interrelazioni tra domanda dei beni capitali, che a sua volta influisce sugli investimenti, non solo con l’interesse e la offerta di moneta ma anche con il mercato azionario. Il livello degli investimenti dipende dal prezzo di domanda e offerta di beni capitali, ma la domanda di beni capitali dipende dalle aspettative dei profitti che gli imprenditori si aspettano di guadagnare da essi e che, a sua volta, dipende dal tasso di interesse con cui attualizzare tali rendite, tasso di interesse influenzato  dall’offerta  di moneta. In particolare la enfasi di Minsky è sui flussi di guadagni e pagamenti; le imprese basano le loro richieste di finanziamento sulle aspettative dei loro rendimenti o guadagni, se queste attese non vengono confermate rischiano di trovarsi in una situazione critica dal punto della possibilità di far fronte ai pagamenti per i prestiti in essere, passando da una posizione “coperta” a una  “speculativa”[4], questo può comportare sia una riduzione degli investimenti sia la necessità di smobilitare attività che, a sua volta, provoca una  caduta dei prezzi e dei corsi azionari e, inoltre, induce le banche a ridurre le loro posizioni e quindi ridurre il credito, con una spirale evidentemente negativa sulla intera economia.
La fluttuazione del livello degli investimenti va imputata quindi principalmente alla instabilità delle relazioni finanziarie, considerando i fenomeni di eccessivo indebitamento tra i principali fattori in grado di scatenare una crisi finanziaria. L’instabilità finanziaria dei sistemi capitalistici è, comunque, conseguenza di decisioni economiche decentrate: banche, imprese.
Un sistema capitalistico può quindi trasformare una fase di boom in una depressione profonda, è pertanto un economia che procede secondo un andamento ciclico che ne rappresenta un tratto ineliminabile. Minsky evidenzia, inoltre, il ruolo del rischio e della sua soggettività, che suddivide nei  suoi due aspetti: rischio del debitore e del creditore.
Quindi i cicli economici positivi (crescita) sono caratterizzati sia dalle aspettative di profitti e sia dalla riduzione del rischio percepito. Viceversa i cicli negativi sono caratterizzati da aspettative sui profitti in calo e aumento del rischio percepito. L’instabilità finanziaria deriva sostanzialmente, per Minsky, dalla pratica di finanziare attività a lungo termine con la sottoscrizione di passività a breve scadenza. Quindi un sistema economico è tanto più fragile quanto più sono diffuse le strutture esposte ai rischi finanziari, in un sistema economicamente fragile anche piccoli cambiamenti delle condizioni dei mercati finanziari possono provocare una instabilità elevata:
In un economia capitalistica un elemento essenziale della realtà è rappresentato dalla interrelazione tra i vari stati patrimoniali delle unità economiche. I banchieri sono inevitabilmente degli speculatori.
Minsky sottolinea, poi, che nel sistema economico, in maggioranza, gli agenti economici condividono le stesse aspettative, per questo l’euforia o il panico si diffondono rapidamente. Per cui le situazioni di stabilità e crescita («la stabilità è destabilizzante») sono quelle che rischiano, diffondendo l’ottimismo, di generare meccanismi di ricorso al debito che, con il meccanismo che sopra abbiamo accennato, possono portare a delle crisi, quando ad esempio si verifica un rialzo del tasso di interesse e un razionamento del credito. A ciò segue infatti rapidamente una caduta degli investimenti, dei profitti e della domanda, la gravità e durata della crisi dipenderanno dal comportamento delle autorità economiche.
La crisi non è altro, per Minsky, che il normale risultato del funzionamento del sistema capitalistico, ovvero i rischi di crisi sono soprattutto endogeni al sistema capitalistico  stesso e non solo quindi generati da shock esterni.
L’andamento del sistema economico dipende, come abbiamo detto, principalmente, dalla capacità delle imprese di restituire i debiti contratti. La Banca centrale ha quindi una funzione importante di prevenzione del crollo tramite il suo ruolo di “prestatore di ultima istanza”. Inoltre lo Stato, attraverso la spesa pubblica, può prevenire o attenuare la depressione economica infatti, quando cade l’investimento privato, la crescita della spesa pubblica può stabilizzare i profitti attesi arrestando la discesa dei prezzi e la depressione economica.
Nella ultima parte del libro analizza i modi per contrastare i cicli anche se l’economia capitalistica resta intrinsecamente instabile. In particolare evidenza che una strategia volta a favorire gli investimenti privati, condotta negli ’60, ha i suoi limiti: «una strategia per la piena occupazione fondata su livelli elevati di investimenti e profitti conduce […] verso un sistema finanziario sempre più instabile».[5]
La sua ricetta economica e sociale è più complessa e articolata:
Una economia dove i settori guida sono socializzati, dove i consumi collettivi soddisfano una grossa quota di bisogni privati, dove la tassazione dei redditi e della ricchezza tende a ridurre le disparità economiche, dove esistono leggi che limitano la possibilità di speculare sulla struttura delle passività, una tale economia dicevo potrebbe dimostrarsi capace di raggiungere e mantenere uno stato di piena (o quasi)  occupazione senza con ciò generare quelle tensioni e instabilità inerenti alla strategia economica correntemente adottata.

I lavori di Minsky non ebbero all’interno dell’establishment  economico una grande rilevanza e le sue teorie rimasero confinate soprattutto  all’interno delle corrente post-keynesiana. La recente crisi, come accennato all'inzio,  ha riaperto il dibattito sul lavoro di Minsky, infatti molte delle sue idee che abbiamo esposto sembrano descrivere molto bene la natura dello scoppio della recente crisi economica, in particolare il generarsi di un clima che ha aumentato l’assunzione di rischi e l’accrescersi della speculazione.
Nel caso della crisi attuale c’è da evidenziare, a differenza di quanto sostenuto da Minsky, che questa è imputabile  al fatto, come evidenziato da alcuni autori[6], che  le  istituzioni finanziarie hanno alimentato il circolo perverso del finanziamento alle famiglie piuttosto che alle imprese.
Quindi un libro assolutamente interessante anche se in alcune parti richiede un impegno notevole e un pò di conoscenza dell'economia.





[1] H.P. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Boringhieri, Torino,1981.
[2] «Keynes senza incertezza è l’Amleto senza il Principe», ivi, p.78.
[3] «Keynes però non ci presenta una teoria esplicativa della crisi [ …] senza un modello che generi endogeneamente boom, crisi e deflazioni creditizie la teoria di Keynes resta incompiuta”, ivi, p.86.
[4] Minsky distingue tre posizioni finanziarie in cui si possono trovare le unità economiche. Posizione coperta quando il flusso di rendite è superiore al flusso di pagamenti. Posizione speculativa quando le rendite sono sufficienti almeno a pagare gli interessi sui prestiti. Ultra-speculativa quando i flussi di rendite non coprono nemmeno gli interessi sui prestiti.
[5] Ivi, p.216.
[6] Vedi a questo proposito la introduzione del citato libro di Minsky a cura di R.Realfonzo.

venerdì 25 settembre 2015

Firmare i referendum

Ieri ho firmato per i referendum proposti da Civati, anche se non sono d'accordo al 100% su tutto, credo che  su questi temi i cittadini abbiano il diritto di esprimersi.
Riporto a questo proposito qui sotto l'articolo tratto da Critica Liberale di Giancarlo Tartaglia 

La Carta Costituzionale contiene i principi fondamentali della convivenza sociale di una collettività di cittadini che appartengono al medesimo Stato. Perché una Costituzione possa definirsi democratica è necessario che i suoi contenuti siano condivisi da tutti, o quanto meno, dalla grandissima maggioranza dei cittadini. Una costituzione espressione non di tutti, ma di una parte dei cittadini, non può essere definita democratica. La nostra Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio del 1948 (70 anni fa era in vigore lo Statuto Albertino!) è stata elaborata da una assemblea eletta proporzionalisticamente e perciò massimamente rappresentativa del popolo italiano e di tutte le sue espressioni politiche e culturali. È stata approvata con il consenso di oltre l’82% dei parlamentari e con nessun voto contrario.
Possiamo, perciò, ben dire che la Costituzione del ’48 possiede una piena e indiscutibile legittimazione democratica.
Questa premessa può apparire superflua, ma non lo è se pensiamo come si sta affrontando in queste settimane il tema della riforma costituzionale. È, infatti, evidente che la modifica della Costituzione non può essere e non deve essere tema di competenza governativa. Certamente, cosi non è stato nei decenni passati. Basterà ricordare l’infelice riforma del titolo V voluta dal Governo Amato e i pasticci sulla devoluzione per accontentare la Lega di Bossi. Tutte modifiche costituzionali volute dai governi, approvate con maggioranze ridotte e che hanno provocato soltanto disastri gestionali e guasti all’assetto costituzionale.
Oggi, in nome di uno sbandierato decisionismo, che si presenta come l’ultima spiaggia delle ideologie salvifiche ormai al tramonto, il Parlamento (questo Parlamento eletto con criteri scarsamente rappresentativi) è chiamato con urgenza a modifiche costituzionali che vengono dipinte come indifferibili e necessarie per garantire l’efficienza e la funzionalità dei poteri statali.
È di tutta e chiara evidenza che cosi non è. Lo hanno dimostrato con precisione costituzionalisti, che non possono certo essere considerati conservatori, come Michele Ainis e Stefano Passigli. Anche con il bicameralismo perfetto i disegni di legge governativi sono sempre stati approvati in tempi più che sostenibili. La Costituzione consente al Governo la possibilità di ricorrere ai decreti legge, immediatamente esecutivi, e ai decreti legislativi, che lasciano al Governo ampi margini di intervento. Per non tralasciare il ricorso ai voti di fiducia che hanno consentito una eccezionale rapidità di approvazione dei provvedimenti dell’esecutivo. Non si può, perciò, non condividere l’affermazione di Passigli che «il mantra della debolezza dell’Esecutivo è stato un alibi per una classe politica spesso incapace di governare».
E allora, se cosi è, per quale motivo tanta urgenza e tanta fretta nel voler ridurre il Senato ad una sorta di Cnel, espressione delle regioni, peraltro eletto dai consigli regionali, che costituiscono la classe politica a più alto rischio di criminalità, come è emerso dalle cronache politiche giudiziarie di questi ultimi decenni?
La risposta non ha nulla a che fare con la necessità di ammodernare la Costituzione del ’48 e di proseguire nel trionfante (almeno dal punto di vista mediatico-propagandistico) cammino riformistico del Governo. La sua motivazione è tutta interna al partito di maggioranza. Il braccio di ferro cui stiamo assistendo è soltanto l’occasione che il segretario premier intende sfruttare per ridurre all’obbedienza, in un modo o nell’altro, la sua minoranza interna.
Ma si può modificare una carta costituzionale per risolvere le beghe interne di un partito?
La questione su cui tutti dovrebbero riflettere con la massima attenzione è un’altra. Il cuore del problema non è quello su cui si discute in queste ore, non è se un Senato ridotto di poteri e competenze debba essere eletto o nominato. Tutti devono chiedersi se questa ipotizzata riforma, nel suo complesso, incide e in che misura sull’equilibrio dei poteri, che è la base fondamentale di una corretta democrazia. A questa domanda la risposta non può essere che di grande preoccupazione. Il combinato disposto delle modifiche alle attribuzioni del Senato e della legge elettorale determinerà una concentrazione inquietante ed eccezionale di poteri nelle mani del capo di un partito e provocherà una pericolosissima compressione della sovranità popolare. È, perciò, necessario che tutti riflettano con la massima attenzione su quello che sta accadendo in queste ore e sulla deriva ineludibilmente autoritaria che si sta profilando.

mercoledì 23 settembre 2015

Jared Diamond - Armi, acciaio e malattie-Breve storia del mondo degli ultimi 13.000 anni-(Einaudi)

Il libro uscito alcuni anni orsono, nel 1997 ma successivamente aggiornato, mantiene comunque intatto il suo interesse che conferma il  Pulitzer per la saggistica  assegnatogli. Diamond Jared, l’autore, è una persona con interessi multidisciplinari (biologo, fisiologo e ornitologo) e così pure il suo libro. La domanda fondamentale a cui cerca di dar risposta nel libro è perché gli europei hanno assoggettato gran parte degli altri popoli? Secondo l’autore le diversità di sviluppo tra le popolazioni sono legate a motivazioni essenzialmente ambientali in senso lato. La presenza di  specie agricole e animali più facilmente addomesticabili e utilizzabili in primis, la contiguità geografica che ha favorito la trasmissione delle pratiche migliori e anche la necessità di adottarle per non soccombere. L’autore ci conduce quindi in  un appassionante giro del mondo, con evidenza di casi esemplari con i quali illustrare e verificare le sue teorie. Nel suo libro vengono esposti aspetti attinenti alla linguistica, all'archeologia, alla genetica in maniera sempre interessante e mai noiosa, affiancando aneddoti personali a resoconti storici che partono da 13.000 anni fa sino ai giorni odierni.
Il libro a mio parere non sempre risulta convincente e pecca forse, in alcuni assunti, di un certo «riduzionismo» nelle motivazioni dello  sviluppo ad alcuni fattori, anche se evita di  affermare che i fattori individuati siano  indici di superiorità culturale o morale dell’Occidente. Riamane  comunque un libro piacevole, interessante e ben documentato, anche se con qualche ripetizione, che ne fanno un libro assolutamente da leggere e tenere nella propria biblioteca

domenica 20 settembre 2015

Ha Joon Chang - Cattivi samaritani

Il libro che recensiamo oggi è Cattivi samaritani (Università Bocconi Editore) dell'economista, di origine coreana, Ha-Joon Chang che insegna economia dello sviluppo a Cambridge, allievo del premio Nobel Joseph Stiglitz. Chi sono i cattivi samaritani per l'autore? Sono i paesi sviluppati, quelli occidentali e non solo, che vorrebbero imporre spesso le idee neo-liberiste ai paesi sottosviluppati come medicina per emergere dalla povertà. In realtà, come dimostra l'autore, sembra che questi paesi industrializzati soffrano di amnesie storiche. Infatti l'economista, con una ricostruzione  storica accurata, mostra come tutti i paesi sviluppati, a partire dall'Inghilterra e per continuare con gli Stati Uniti, hanno per lungo tempo condotto politiche protezionistiche, ad esempio dazi e altro, per proteggere le loro industrie. Riprende, a questo proposito, la metafora dell'economista tedesco dell'800 List che accusava proprio l'Inghilterra, dopo essere salita nel sentiero dello sviluppo industriale, di tentare di "buttar giù la scala" per non permettere agli altri di svilupparsi. 
Oltre ai dazi e politiche protezionistiche, l'autore cita come sia stato importante l'intervento dello Stato in tutte le storie di sviluppo, anche le più recenti come la sua stessa Corea e come, nella protezione dei brevetti,  gli stessi Stati Uniti siano stati in passato molto meno rigidi. La storia dimostra, quindi, come le economie si siano sviluppate in maniera del tutto opposta da come tentano di dimostrare, con le loro raccomandazioni, il FMI o la Banca Mondiale. Nella parte finale  del libro cerca  di smontare le teorie che tentano di spiegare i ritardi in termini culturali portando, ad esempio, alcune affermazioni che nel passato attribuivano di incapacità culturali popoli e nazioni, ad es. la Germania, che invece sono oggi delle potenze economiche. 
In conclusione un libro molto interessante e anche piacevole da leggere per comprendere come effettivamente funzioni l'economia dello sviluppo.

lunedì 7 settembre 2015

Immigrazione e sviluppo

E' indubbio che il problema della  immigrazione stia diventando sempre più pressante e problematico anche se, nonostante stiano crescendo i flussi, ancora i numeri sono gestibili: 200.000 immigrati in un anno per un paese come l'Italia che ha 60 milioni di abitanti,  un PIL  di 1600 miliardi non sono, con un poco di organizzazione, un problema insormontabile, semmai il problema è che non siamo tanto organizzati neanche per altro. Certo che, in prospettiva, il problema c'è e qui viene l'aggancio con lo sviluppo. Solo alcuni paesi, infatti, hanno conosciuto  lo sviluppo, inizialmente erano molto pochi e solo in Occidente e poi, piano piano,  se ne stanno aggiungendo altri con gradi di sviluppo e benessere diversi. Il problema è  che sono moltissimi ancora quelli che non ci sono riusciti. 
La teoria ci dice che ci sono alcuni elementi che sono necessari per innescare la crescita, ma la pratica ci dimostra che solo alcuni ci riescono. A questo proposito è illuminante la storia del Giappone, un paese per secoli isolato e con un classe dominante legata alla tradizione (gli Shogun) che ne hanno impedito lo sviluppo. E' stata poi la rivoluzione Meiji, a meta '800, che imponendo una modernizzazione del paese, nel solco tracciato dalle potenze occidentali, ha consentito al Giappone di diventare per lungo tempo il paese più sviluppato e di riferimento dell'Asia.
Come vedete gli aspetti politici e istituzionali hanno giocato un ruolo determinante e ne troviamo molti esempi. Come ho detto gli ingredienti per la crescita  sono noti e presuppongono: uno Stato efficiente con una buona burocrazia, un sistema giuridico appropriato, una buon livello culturale e professionale della popolazione, ecc. Come vedete sono elementi che non è facile creare e per cui ci vuole tempo e molto lavoro e, tra l'altro, ci vuole anche una politica progressiva e che si adatti anche alle specificità della nazione in esame; le ricette preconfezionate e uguali per tutti come quelle che  hanno proposto spesso FMI e Banca Mondiale, sono per lo più un errore. Quindi servirebbe un aiuto in questo senso.  L'Occidente, USA principalmente ma anche i paesi europei, non hanno fatto molto di tutto questo per aiutare i paesi meno sviluppati mirando solo a interventi qua e la, dettati spesso da interessi a breve, e tra l'altro spesso disastrosi, tanto per citare Iraq ma anche la Libia.
Tutto ciò per dire che alla fine, se si riesce nel tempo a far crescere i paesi non sviluppati, con una strategia di lungo periodo,  come ha dimostrato la storia, i vantaggi sono per entrambi, evitando così le motivazioni ad esodi di massa. L'alternativa è erigere muri che, oltre a costare anche solo per manutenzione e controllo, non credo siano a lungo gestibili. Il problema politico è che la popolazione tende a preferire gli sbarramenti per paura e quindi le élite politiche non hanno grande interesse a breve di perseguire altre politiche. Ovviamente, nel breve, bisogna porre dei limiti ai flussi, una immigrazione incontrollata produce problemi anche perchè la parte più in difesa vede minacciato il wlfare. Solo una strategia di immigrazione controllata e sviluppo nei paesi di emigrazione  può risolvere il problema. Obiezione di molti: ma dopo li prendiamo i soldi visto che non riusciamo a dar neanche del lavoro ai nostri? Il problema si pone ma, da una parte, possiamo vederlo come una  grande opportunità, molti degli interventi poi sono di carattere istituzionale e culturale e non solo economico, inoltre,  i paesi in via di sviluppo spesso hanno delle grandi ricchezze in termini di risorse e, se non ci limitiamo a rapinargliele come si  è fatto volentieri, forse troviamo un ragionevole punto di equilibro e di equo scambio tra dare ed avere.