Per
quanto riguarda le elezioni regionali un elevato livello di astensione era
prevedibile, certo i numeri dell’astensionismo in Emilia sono impressionanti.
D’altra parte perché gli elettori dovrebbero essere spinti a votare data la
situazione politica veramente deludente?
Chi ha votato Grillo, soprattutto
alle politiche, non può non essere scontento, le speranze, a mio parere un po’
malriposte, nelle capacità del Movimento 5 stelle di rappresentare un vero
cambiamento sono andate deluse, Grillo si è mostrato inizialmente molto bravo a
raccogliere voti ma pessimo nel gestirli. Forte di un 25% di consensi doveva
fare diversamente, gli Italiani che lo hanno votato
speravano in un profondo
cambiamento ma il suo atteggiamento assolutamente poco costruttivo, la politica
è arte del compromesso, ha ottenuto solo qua e là qualche risultato. Non
sorprende neanche il successo di Salvini dove si sono riversati i voti
degli scontenti di Grillo, di Forza
Italia e anche del PD. Salvini è stato bravo nell’intercettare i
voti degli scontenti, sul
suo programma politico non mi soffermo non merita molti commenti. Chi perde,
anche se non vuol ammetterlo è Renzi. Il suo governo dopo grandi
proclami e parole è molto deludente. Le sue riforme istituzionali non mi
piacciono, il mio punto di vista è
che si doveva impostarle con una Camera e
Senato entrambi elettivi
con due leggi elettorali separate,
comunque in linea di quanto indicato dalla Corte Costituzionale, una più
maggioritaria alla Camera e una più proporzionale al Senato, con una forte riduzione degli
eletti. Le due camere dovrebbero avere compiti nettamente separati, con il
parlamento unico deputato alla fiducia all'esecutivo, di proposte in questo senso ( vedi post di Zagrebelsky) se ne
possono trovare in giro molte. Credo che con una piattaforma del genere,
cercando i contributi di tutti, si poteva arrivare ad una riforma largamente
condivisa senza bisogno di fare accordi
del Nazareno.
Sul lavoro, ripeto come già ampiamente detto ( vedi post su art.18), non ha nessuna valenza continuare a ridurre i diritti se questo non porta nuova occupazione. Peraltro ci vorrebbe
una profonda revisione degli incentivi alle imprese, di cui una buon
parte sprecati, per concentrarsi su misure che spingano maggiormente gli investimenti, in
particolare in ricerca, e interventi che favoriscano chi assume realmente. Ci vorrebbe anche una serie riforma della giustizia
civile con una partecipazione in questo della Magistratura, di cui non condivido certi arroccamenti, ma che comunque merita rispetto avendo tanto dato
in termini di uomini allo Stato e alla
sua difesa. Ancora
non vedo un vero piano di riforma
della macchina burocratica,
elefantiaca e arretrata,
dove ci vorrebbe l’inserimento, inoltre, di forze nuove e giovanili per
rinnovarla. E importantissima sarebbe una revisione
delle modalità di spesa pubblica
ancora distribuita in troppi ed inutili rivoli, con spreco di risorse utilizzabili per rilanciare
l’economia e con ruberie a tutti i livelli. Per ultimo la politica europea, anche qui a parole Renzi è sembrato un leone, in pratica la legge di stabilità rispetta il limite del 3%, che tra parentesi non ha alcuna valenza si carattere scientifico, e la sua è una manovra quindi fintamente espansiva; anche qui poteva giocare un ruolo più importante, visto che si vanta del 41% ottenuto alle europee, non mi pare infatti che abbia fatto molto per fare da catalizzatore con gli altri premier per tentare di ribilanciare, in senso espansivo, le politiche europee. In conclusione, per quanto gli Italiani siano un popolo che tendenzialmente si fa infinocchiare
da imbonitori di vario tipo, ciò nonostante credo che ci sia, all’interno del
paese, una maggioranza di persone ragionevoli che si rende conto che la
situazione è grave e quindi ci sia bisogno di un profondo rinnovamento, anche
se bisogna rendersi conto che per molti significherà fare un passo indietro anche perché di
rendite di posizione a vario titolo, da quelle grandi a quelle piccole, in
Italia ce ne sono ormai troppe. Il problema è che al momento non vedo leadership adeguate in giro in grado di farsi carico del problema.
Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto. John Maynard Keynes
giovedì 27 novembre 2014
mercoledì 19 novembre 2014
A proposito di crescita
Oggi
parliamo di crescita, in realtà sarebbe meglio parlare di sviluppo, che è un
termine più generale, mentre per crescita si intende principalmente l’aspetto
quantitativo, ma è sicuramente più semplice da trattare e quindi parleremo di crescita del PIL.
L’analisi che segue non è una vera analisi economica seria, è una specie di provocazione, un ragionamento per assurdo e al limite, molto rozzo e
semplificato, che vuol essere solo di stimolo per intuire alcune tendenze data la complessità e interdipendenza tra vari aspetti in un sistema economico. Si tratta di ragionamenti al limite ovviamente molto teorici e
non realistici ma, visto che i ragionamenti al limite si usano in matematica, spero che possa servire per capire appunto certi rischi di fondo.
Partiamo dalle definizioni, il prodotto lordo è fatto di tre cose fondamentali: consumi privati, investimenti privati e spesa pubblica. Trascuriamo al momento il saldo netto tra esportazioni ed importazioni, per semplicità di ragionamento ma alla fine ci tornerò, volendo potremmo ritenere le seguenti considerazioni valide per l’intera economia, dove appunto, il saldo export-import è zero visto che non commerciamo con qualche paese extraterrestre.
Da un punto di vista dei percettori di reddito lo stesso prodotto si divide tra salari, profitti e tasse, avendo infatti considerato salari e profitti al netto delle tasse.
Per semplicità riportiamo tutto in sintesi: Y=C+I+G e Y=W+P ma anche Yd (reddito disponibile) =W+P-T;
dove Y è il prodotto lordo, C sono i consumi, I gli investimenti e G, la spesa pubblica, nella prima relazione mentre nella seconda abbiamo P sono i profitti, W (W sta per wages) i salari e T le tasse. Adesso immaginiamo di essere in un periodo normale dove il prodotto cresce, al momento non ci chiediamo perché, quindi diciamo che da un periodo al successivo abbiamo una crescita del prodotto, che indichiamo come ∆Y (incremento di prodotto). Adesso facciamo la prima ipotesi, ovviamente esagerata e al limite, supponiamo che i percettori di profitti, per semplicità li chiamiamo "capitalisti", siano molto forti e, quindi, siano in grado di appropriarsi dell’incremento di prodotto e quindi ∆Y→∆P, ipotizziamo pure che scelgano, ipotesi comunque non proprio campata in aria, di dedicare questo extra profitto in investimenti piuttosto che in consumi, cioè ∆P→∆I.
Partiamo dalle definizioni, il prodotto lordo è fatto di tre cose fondamentali: consumi privati, investimenti privati e spesa pubblica. Trascuriamo al momento il saldo netto tra esportazioni ed importazioni, per semplicità di ragionamento ma alla fine ci tornerò, volendo potremmo ritenere le seguenti considerazioni valide per l’intera economia, dove appunto, il saldo export-import è zero visto che non commerciamo con qualche paese extraterrestre.
Da un punto di vista dei percettori di reddito lo stesso prodotto si divide tra salari, profitti e tasse, avendo infatti considerato salari e profitti al netto delle tasse.
Per semplicità riportiamo tutto in sintesi: Y=C+I+G e Y=W+P ma anche Yd (reddito disponibile) =W+P-T;
dove Y è il prodotto lordo, C sono i consumi, I gli investimenti e G, la spesa pubblica, nella prima relazione mentre nella seconda abbiamo P sono i profitti, W (W sta per wages) i salari e T le tasse. Adesso immaginiamo di essere in un periodo normale dove il prodotto cresce, al momento non ci chiediamo perché, quindi diciamo che da un periodo al successivo abbiamo una crescita del prodotto, che indichiamo come ∆Y (incremento di prodotto). Adesso facciamo la prima ipotesi, ovviamente esagerata e al limite, supponiamo che i percettori di profitti, per semplicità li chiamiamo "capitalisti", siano molto forti e, quindi, siano in grado di appropriarsi dell’incremento di prodotto e quindi ∆Y→∆P, ipotizziamo pure che scelgano, ipotesi comunque non proprio campata in aria, di dedicare questo extra profitto in investimenti piuttosto che in consumi, cioè ∆P→∆I.
Un
incremento di investimenti, ad es, acquisto/sostituzioni di macchinari, in genere aumenta il prodotto e la
produttività, quindi ci aspettiamo un ulteriore incremento di prodotto.
Supponiamo che questo ulteriore incremento di prodotto produca lo stesso ciclo
di prima, incremento di profitti e quindi incremento investimenti. A lungo andare
questo sistema non funziona perché non avremmo un incremento di consumi che
assorba l’incremento di prodotto e senza contare che avremmo anche problemi di
uno Stato che non può permettersi, ad esempio, di aumentare le infrastrutture/servizi pubblici. Dunque questa serie di ipotesi, ovviamente assolutamente irrealistiche, ci
dice che un modello capitalista o "offertista"
puro non funzionerebbe. Anche se a livello di singolo capitalista potrebbe
convenire non converrebbe a livello di società intera.
Viceversa immaginiamo un modello statalista puro, dove lo Stato si appropriasse di tutto l’incremento di prodotto, quindi ∆Y →∆T, e questo vada ad alimentare la spesa pubblica ∆T →∆G. Anche in questo caso, se proseguiamo con altri cicli simili, il risultato è che avremmo, sicuramente, magari più infrastrutture pubbliche ma senza investimenti privati, a lungo andare, non avremo grandi incrementi di prodotto (i modelli di completa statalizzazione della produzione non mi pare che alla lunga abbiano funzionato) e quindi anche in questo caso un modello statalista puro, per quanto vogliate essere dei politici/burocrati bravi, alla fine non funziona.
Infine, in teoria, ci sarebbe il caso, ancora meno realistico, in cui i lavoratori e sindacati siano talmente forti che tutto l’extra prodotto finisca ai lavoratori, in questo caso si avrebbe sostanzialmente un incremento dei salari che si traduce in incremento di consumi, ∆Y →∆W e ∆W →∆C, anche qui alla lunga non avremo un incremento di investimenti privati né incremento di infrastrutture/servizi pubblici. Insomma, anche se l’analisi è molto rozza, irrealistica e semplicistica, la realtà infatti e molto più complicata, non abbiamo citato, ad esempio, né il ruolo della moneta né del sistema finanziario, spero che, almeno in parte, vi abbia convinto che, siate voi capitalisti, lavoratori o burocrati, forse come cittadini dovreste avere convenienza che il prodotto cresca, e che cresca in maniera più o meno equilibrata nelle tre componenti.
Viceversa immaginiamo un modello statalista puro, dove lo Stato si appropriasse di tutto l’incremento di prodotto, quindi ∆Y →∆T, e questo vada ad alimentare la spesa pubblica ∆T →∆G. Anche in questo caso, se proseguiamo con altri cicli simili, il risultato è che avremmo, sicuramente, magari più infrastrutture pubbliche ma senza investimenti privati, a lungo andare, non avremo grandi incrementi di prodotto (i modelli di completa statalizzazione della produzione non mi pare che alla lunga abbiano funzionato) e quindi anche in questo caso un modello statalista puro, per quanto vogliate essere dei politici/burocrati bravi, alla fine non funziona.
Infine, in teoria, ci sarebbe il caso, ancora meno realistico, in cui i lavoratori e sindacati siano talmente forti che tutto l’extra prodotto finisca ai lavoratori, in questo caso si avrebbe sostanzialmente un incremento dei salari che si traduce in incremento di consumi, ∆Y →∆W e ∆W →∆C, anche qui alla lunga non avremo un incremento di investimenti privati né incremento di infrastrutture/servizi pubblici. Insomma, anche se l’analisi è molto rozza, irrealistica e semplicistica, la realtà infatti e molto più complicata, non abbiamo citato, ad esempio, né il ruolo della moneta né del sistema finanziario, spero che, almeno in parte, vi abbia convinto che, siate voi capitalisti, lavoratori o burocrati, forse come cittadini dovreste avere convenienza che il prodotto cresca, e che cresca in maniera più o meno equilibrata nelle tre componenti.
Ovviamente è difficile
stabilire quale sia il mix perfetto in termini quantitativi, quello che posso cercare di dire è come, a livello qualitativo, la teoria economica dice che dovrebbero
comportarsi le tre componenti. I "capitalisti" dovrebbero investire soprattutto
nella economia reale per migliorare i loro prodotti e processi produttivi, soprattutto
attraverso il sapiente uso della tecnologia.
Della funzione degli imprenditori e delle innovazioni ne ha parlato molto Schumpeter, con la sua famosa "distruzione creatrice", ma anche Keynes quando parlava dei cosiddetti
«animal
spirits»
del capitalismo. Inoltre tutti i modelli di crescita (Harrod-Domar, Solow, Roemer) evidenziano l'importanza nella crescita degli investimenti e dello sviluppo tecnologico.
Il ruolo dello Stato è ancora più complesso, perché, oltre a garantire certi servizi (ad es. sicurezza, difesa e aggiungo anche sanità e istruzione), dovrebbe garantire gli investimenti in tutte quelle infrastrutture dove abbiamo i cosiddetti limiti dei "fallimenti del mercato", sopratutto nei momenti di crisi e calo degli investimenti privati: "la responsabilità del livello corrente degli investimenti non può, senza pericolo, essere lasciata in mano dei privati" (Keynes), e ancora spendere in ricerca in modo da generare "esternalità positive" al sistema paese (vedi Lo Stato innovatore della Mazzuccato), e anche aiutare le fasce più deboli con una redistribuzione del reddito per stimolare anche i consumi (vedi Il prezzo della diseguaglianza di Stiglitz). Inoltre, lo Stato dovrebbe anche aver una funzione di regolamentazione del mercato per garantirne il corretto funzionamento, come anche quello del sistema monetario e finanziario. Come cittadini, anche se potrebbe a livello di singolo essere comodo evadere, dovreste cercare di pagare le tasse (assumendo che le tasse siano normali) altrimenti se tutti noi non le pagassimo non funzionerebbe lo Stato (T=0); inoltre sarebbe bene che eleggessimo i nostri politici per far fare allo Stato quello che dovrebbe e non magari solo i nostri interessi.
Come si vede la realtà economico e sociale è molto complessa e farla funzionare bene è impresa difficile che non si può ridurre semplicisticamente alla "mano invisibile" o al "mercato" o al solo Stato. Inoltre abbiamo parlato di crescita e, ammesso anche che tutto funzioni a perfezione, dovremmo anche porci il problema di quale tipo di crescita sostenere, tenendo presente che le risorse sono comunque limitate. Anche l'ambiente e il clima risentono di un certo tipo di sviluppo, anche se alcuni lo negano, un maggiore impegno a far si che lo sviluppo sia più razionale, meno sprecone di risorse e compatibile con l'equilibrio ecologico del pianeta credo sia un obiettivo da perseguire. La realtà è estremamente complicata e avremmo bisogno di cittadini più consapevoli e che siano rappresentati da politici più preparati ad affrontare nel modo migliore la sfida della crescita.
P.S. Per quanto riguarda il saldo import/export è vero che una singola nazione potrebbe sfruttare il saldo positivo per compensare la carenza di domanda. Ma, come detto, questo a livello totale non funziona, secondo se sfrutto la domanda degli altri questo squilibrio può durare, di norma, solo per un certo periodo di tempo, tra l'altro generando degli squilibri al mio interno su come si redistribuisce il prodotto (ad es. più profitti e meno salari).
P.S. Per quanto riguarda il saldo import/export è vero che una singola nazione potrebbe sfruttare il saldo positivo per compensare la carenza di domanda. Ma, come detto, questo a livello totale non funziona, secondo se sfrutto la domanda degli altri questo squilibrio può durare, di norma, solo per un certo periodo di tempo, tra l'altro generando degli squilibri al mio interno su come si redistribuisce il prodotto (ad es. più profitti e meno salari).
lunedì 10 novembre 2014
Naomi Klein - Shock economy
Naomi
Klein, è una nota giornalista USA, che ha raggiunto una fama mondiale con il
libro, No
Logo, sulle politiche, non proprio cristalline, industriali e
commerciali dei grandi brand internazionali. In questo libro si cimenta su temi
più squisitamente di carattere economico e sociale. In particolare nel libro ricostruisce
una serie di situazioni di shock che provocate/subite sarebbero alla base di
politiche di arricchimento di grandi gruppi economici. In primo luogo
analizza la storia di alcuni paesi sudamericani (Cile, Bolivia, Argentina) che, con la salita al potere per lo più di
dittatori spalleggiati dagli USA, hanno applicato terapie economiche shock di
natura iper-liberista
che hanno provocato una forte diseguaglianza e sofferenza sociale con grossi guadagni invece per alcune multinazionali.
L’autrice si sofferma poi sul ruolo degli Usa e del FMI (Fondo Monetario Internazionale) sul passaggio dal sistema comunista al libero mercato nella Russia di Eltsin con le gravi sofferenze subite dai cittadini. Altri shock economici sono stati inoltre inferti ai paesi del sud est asiatico dalle politiche, sempre iper-liberiste imposte dal FMI, che hanno generato gravi situazioni sociali nei paesi che le hanno applicate e che poi se ne sono, in alcuni casi, affrancati. Ulteriore esempio di shock economico sociale è rappresentato dalla guerra in Iraq, dove si è sfruttata l’occasione per permettere lauti guadagni alle aziende americane, con pesanti interessi nelle figure dell’amministrazione Bush, che hanno operato nella difesa e nei servizi (vedi anche Shadow Elite). Infine, l’ultimo esempio negativo evidenziato dall’autrice, è quello dell’uragano Katrina a New Orleans, shock naturale, dove anche qui si sono privilegiati gli interessi di pochi e di alcune aziende a svantaggio della comunità.
Per quanto riguarda il giudizio sul libro, pur essendo molto ben documentato e abbia uno piacevole stile giornalistico, ritengo che la lunghezza, oltre 500 pagine, sia eccessiva e pertanto sia ridondante e ripetitivo in alcune parti. Inoltre, mi pare anche eccessivo il peso di colpe dato alla Scuola di Chicago e Friedman che, comunque e senza dubbio, hanno fornito le argomentazioni teoriche ed economiche alle scellerate politiche attuate. Infine, la ricostruzione sulle colpe del FMI e Banca Mondiale si trovano più dettagliate e direi convincenti nei libri di Stiglitz. Complessivamente, comunque, un libro interessante e istruttivo se non vi fate spaventare dalla sua voluminosità.
L’autrice si sofferma poi sul ruolo degli Usa e del FMI (Fondo Monetario Internazionale) sul passaggio dal sistema comunista al libero mercato nella Russia di Eltsin con le gravi sofferenze subite dai cittadini. Altri shock economici sono stati inoltre inferti ai paesi del sud est asiatico dalle politiche, sempre iper-liberiste imposte dal FMI, che hanno generato gravi situazioni sociali nei paesi che le hanno applicate e che poi se ne sono, in alcuni casi, affrancati. Ulteriore esempio di shock economico sociale è rappresentato dalla guerra in Iraq, dove si è sfruttata l’occasione per permettere lauti guadagni alle aziende americane, con pesanti interessi nelle figure dell’amministrazione Bush, che hanno operato nella difesa e nei servizi (vedi anche Shadow Elite). Infine, l’ultimo esempio negativo evidenziato dall’autrice, è quello dell’uragano Katrina a New Orleans, shock naturale, dove anche qui si sono privilegiati gli interessi di pochi e di alcune aziende a svantaggio della comunità.
Per quanto riguarda il giudizio sul libro, pur essendo molto ben documentato e abbia uno piacevole stile giornalistico, ritengo che la lunghezza, oltre 500 pagine, sia eccessiva e pertanto sia ridondante e ripetitivo in alcune parti. Inoltre, mi pare anche eccessivo il peso di colpe dato alla Scuola di Chicago e Friedman che, comunque e senza dubbio, hanno fornito le argomentazioni teoriche ed economiche alle scellerate politiche attuate. Infine, la ricostruzione sulle colpe del FMI e Banca Mondiale si trovano più dettagliate e direi convincenti nei libri di Stiglitz. Complessivamente, comunque, un libro interessante e istruttivo se non vi fate spaventare dalla sua voluminosità.
venerdì 24 ottobre 2014
Robert Reich - Supercapitalismo
Il
libro di cui parliamo oggi è Supercapitalismo (Fazi editore) di Robert Reich, economista dell’Università
di Berkeley, ex Segretario del Lavoro di Clinton e anche consigliere di Barack
Obama.
Nel libro l’autore presenta una ricostruzione, molto ben documentata, sulla evoluzione del capitalismo, soprattutto USA dal dopoguerra ad oggi, che lo trasforma in quello che appunto lui definisce “supercapitalismo”.
Nel dopoguerra, periodo che l’autore definisce “età proprio non dell’oro” per sottolineare un epoca positiva ma anche con alcune ombre, si concretizza un certo equilibrio tra democrazia e capitalismo. Infatti il mercato è caratterizzato da una moderata competizione internazionale e quindi da poche imprese oligopolistiche che, quindi, riescono a spuntare dei prezzi che gli consentono adeguati profitti, ma la presenza di un forte Stato nazionale e anche la forza dei sindacati garantisce che anche l’occupazione e i salari aumentino con conseguente crescita di una classe media.
Nel libro l’autore presenta una ricostruzione, molto ben documentata, sulla evoluzione del capitalismo, soprattutto USA dal dopoguerra ad oggi, che lo trasforma in quello che appunto lui definisce “supercapitalismo”.
Nel dopoguerra, periodo che l’autore definisce “età proprio non dell’oro” per sottolineare un epoca positiva ma anche con alcune ombre, si concretizza un certo equilibrio tra democrazia e capitalismo. Infatti il mercato è caratterizzato da una moderata competizione internazionale e quindi da poche imprese oligopolistiche che, quindi, riescono a spuntare dei prezzi che gli consentono adeguati profitti, ma la presenza di un forte Stato nazionale e anche la forza dei sindacati garantisce che anche l’occupazione e i salari aumentino con conseguente crescita di una classe media.
Questo equilibrio che ha i suoi difetti per il consumatore, minore possibilità
di scelta, si spezza a partire dagli anni 70. Le cause di questo sono
molteplici e interdipendenti. Tra queste cause ci sono: la evoluzione
tecnologica, l’aumento della
globalizzazione e concorrenza internazionale. Ci sono anche componenti più
ideologiche e politiche, come l’affermazione delle teorie liberiste e la loro
adozione da parte di politici (Reagan e Thatchter per esempio), con
l’attuazione di politiche di
deregulation. Tutto ciò rende la competizione sempre più forte e consente alle imprese di allargare le catene
produttive verso altri paesi, a minor
costo. Con il collasso dell’Unione Sovietica e, quindi, la sparizione dello
spauracchio anche del comunismo, si compie l’atto finale comportando anche
l’ingresso dei paesi dell’area dell’est nell’arena competitiva. Questo
comporta la sempre maggiore internazionalizzazione delle imprese, con
conseguenti minori vincoli verso gli
Stati nazionali e le comunità locali. Da una parte questo comporta
alcuni benefici per i consumatori ed investitori, con maggiori possibilità di
scelta e riduzioni di costo (si pensi ad esempio ai mercati delle
telecomunicazioni e a quello del trasporto aereo), questi vantaggi sono
comunque più che bilanciati dalla perdite come cittadini in termini di
sicurezza del lavoro e riduzione delle retribuzioni, in sintesi l’autore
afferma:
Il capitalismo è diventato più sensibile alle nostre richieste individuali in quanto consumatori, ma la democrazia è sempre meno sensibile alle nostre richieste collettive in quanto cittadini.
La trasformazione del capitalismo ha
anche comportato un crescente
peso delle aziende nelle decisioni politiche, rappresentato dall’autore
dalla crescente opera e spesa per l’attività di lobbying. Inoltre, il processo di trasformazione del capitalismo,
ha innescato una crescita della diseguaglianza distributiva, con la impennata
delle retribuzioni dei manager e la riduzione dei salari degli altri e, quindi,
anche una maggiore concentrazione della
ricchezza. L’autore, in parte,
assolve le aziende in quanto rispondono
solo alla richieste di maggiore competitività e di realizzare profitti e, quindi, in buona parte è soprattutto colpa nostra e del nostro atteggiamento
“schizofrenico”, che come consumatori e investitori spingiamo per risparmiare sui consumi o guadagnare di più con gli
investimenti.
Nel finale, Reich, da
alcune indicazioni, ma l’aspetto più rilevante per l’autore, è che dobbiamo
aumentare la consapevolezza del nostro duplice ruolo di cittadini e consumatori
e quindi che il cambiamento dipende da noi e dalla nostra volontà di contare di
più come cittadini, infatti conclude:
possiamo farcela solo se ci assumiamo seriamente le nostre responsabilità in quanto cittadini, e salvaguardiamo la nostra democraziaNel complesso il libro è dunque molto interessante e ben scritto e consente di comprendere meglio la evoluzione del capitalismo con i suoi vantaggi e i suoi limiti. Ritengo che evidenzi comunque poco l’aspetto della enorme crescita del capitalismo finanziario che, con le su aberrazioni, ci ha regalato la crisi in cui adesso ci ritroviamo. Inoltre, manca anche un elemento evidenziato da Stiglitz nel suo libro, La globalizzazione e i suoi oppositori, ovvero che mancano quelle istituzioni globali in grado, viste ormai le difficoltà degli stati nazionali, di rappresentare la volontà dei cittadini e limitare lo strapotere del "supercapitalismo".
giovedì 16 ottobre 2014
Le lezioni della storia comprese a metà
Se
guardiamo alla situazione recente, ma diamo anche uno sguardo al passato, possiamo
vedere come alcune lezioni della storia a volte vengano comprese ma, invertendosi le parti, a volte no.
Partiamo da lontano, siamo nel 1919 conferenza di pace, i vincitori della prima guerra mondiale richiedono alla sconfitta Germania pesantissimi risarcimenti di guerra. Keynes, che partecipa alla conferenza, non è d’accordo e sbatte la porta, scriverà poi un libro: Le conseguenze economiche della pace, dove prevede chiaramente che questi pesanti pagamenti metteranno in ginocchio la Germania e provocheranno dei pericolosi risentimenti e voglia di rivincita; qualche anno più tardi, in seguito alla pesante situazione economica e sociale, sale al potere Hitler. Nel secondo dopoguerra gli alleati, compresi Grecia e Italia, cambiano strategia e cancellano buona parte dei debiti di guerra alla Germania, e i restanti vengono diluiti in 30 anni e praticamente mai saldati. In compenso alla stessa Germania dopo la riunificazione viene anche concesso di derogare ai limiti imposti dai trattati sullo sforamento del debito pubblico.
Partiamo da lontano, siamo nel 1919 conferenza di pace, i vincitori della prima guerra mondiale richiedono alla sconfitta Germania pesantissimi risarcimenti di guerra. Keynes, che partecipa alla conferenza, non è d’accordo e sbatte la porta, scriverà poi un libro: Le conseguenze economiche della pace, dove prevede chiaramente che questi pesanti pagamenti metteranno in ginocchio la Germania e provocheranno dei pericolosi risentimenti e voglia di rivincita; qualche anno più tardi, in seguito alla pesante situazione economica e sociale, sale al potere Hitler. Nel secondo dopoguerra gli alleati, compresi Grecia e Italia, cambiano strategia e cancellano buona parte dei debiti di guerra alla Germania, e i restanti vengono diluiti in 30 anni e praticamente mai saldati. In compenso alla stessa Germania dopo la riunificazione viene anche concesso di derogare ai limiti imposti dai trattati sullo sforamento del debito pubblico.
Adesso, a parti invertite, la Germania, dimentica
di quello che gli è stato concesso, assume un atteggiamento molto severo e
inflessibile con gli altri alleati europei: le conseguenze sono un generale
ristagno della economia. Conosco
già l’obiezione dei soliti saputoni, ma adesso siamo in tempo di pace
e i tedeschi sono stati solo più bravi. Evidentemente in parte è vero, la
Germania ha fatto delle mosse che le hanno consentito di diventare l’economia
forte ma come? Hanno attuato una politica mercantilistica, basata sull’export, principalmente verso
i suoi partner dell’euro, sfruttando il cambio fisso dell’euro (che la favorisce) e facendo
una politica di contenimento salariale.
Ora voi direte che i nostri politici
sono dei mascalzoni perché hanno continuato a spendere e
aggravare la spesa pubblica.
Diciamo che sicuramente hanno delle
colpe, e in particolare quella di non rispondere adeguatamente alla sfida della
Germania, ma mi chiedo non siamo una Unione Europea? Non dovremmo coordinare
le nostre azioni per rendere tutta la nostra area più forte e competitiva verso gli USA o
la Cina, o dobbiamo fare ognuno la politica del «frega il tuo vicino»? E qui
sta il punto sulla costruzione europea che è completamente carente sia da un punto di vista economico e sia da un punto
di vista politico, invece di essere una politica del tipo win-win, ovvero collaboriamo per vincere
insieme, sta diventando una politica loose-loose, perché, anche se è vero che la
Germania sta meglio, ora che i suoi partner non possono più spendere comincia a
rallentare vistosamente.
La Germania ha perso due guerre e vuole
vincere la terza guerra economica? Vogliamo che il sud Europa subisca un processo di completa deindustrializzazione e impoverimento? Se sono su una scialuppa di salvataggio, e qualcuno sta cercando di accaparrarsi tutti i viveri e l'acqua, che faccio continuo a rispettare delle regole asimmetriche che chiaramente mi svantaggiano?
venerdì 3 ottobre 2014
Articolo 18 parole e fatti
Sull'articolo 18 mi sembra che si applichi il contrario di quello che dice il criterio di Pareto, che infatti afferma che si dovrebbe concentrare sul 20% di argomenti per risolvere l'80% dei problemi.
Parlare di articolo 18 significa, quindi, spendere energie su un falso problema. L'articolo 18, come sapete, di fatto è già stato ampiamente ridotto dal governo Monti e dal Ministro Fornero. Come afferma uno studio del 2006 di Oliver Blanchard, del FMI quindi non proprio marxista, non esistono comunque evidenze certe di correlazione tra aumenti di flessibilità del lavoro e aumenti della occupazione e infatti la disoccupazione in Italia dopo la riforma Fornero è aumentata. Inoltre da i dati OCSE. si rileva che il grado di flessibilità del lavoro in Italia è ormai, dopo tutte le riforme attuate, non meno flessibile della media paesi industrializzati. Quindi parlare di articolo 18 significa parlare del nulla, se poi andiamo a chiedere a 100 imprenditori in questo momento quali sono le priorità credo che quelli che metterebbero l'articolo 18 in prima fila sarebbero pochissimi, a riprova che la maggioranza degli imprenditori punta al sodo. Ciò non vuol dire che il Job Act non contenga anche cose utili, ad esempio il contratto a tutele progressive, c'è da capire, quando si sapranno i dettagli, come ad esempio questo contratto sarà incentivato rispetto alle attuali forme di precarietà che il governo Renzi ha addirittura aumentato.
Insomma sul modo del lavoro c'è molto da fare, e come dice Blanchrad nel suo studio dobbiamo passare dalla difesa del posto di lavoro alla difesa del lavoratore. Infatti non ci possiamo illudere che il mercato del lavoro sia quello di 50 anni fa, con la possibilità di avere il posto fisso a vita, questo, dato il ritmo di cambiamento tecnologico che modifica sempre più rapidamente le condizioni del mercato, non è più pensabile e quindi, ci vorrà più flessibilità. Tale flessibilità però non deve essere scaricata solo sul lavoratore, anche perchè, da che mondo e mondo, proprio il mercato ci dice che ciò che è più flessibile si paga di più. Allora perchè Renzi ha imboccato questa strada? Non credo che sia matto o stupido, probabilmente la motivazione è esclusivamente politica: attuare un ulteriore strappo con la vecchia guardia del PD e del sindacato e prendere ulteriori consensi al centro e a destra. Ma tornando ai temi veri, quelli economici, la strada è invece quella di ottenere una deroga sul limite del 3% del deficit, che ormai quasi tutti i paesi di fatto non rispettano. Questo ci può consentire un minimo di respiro in più ma, il problema di fondo è che, per uscire dalla crisi, ci vogliono politiche espansive della domanda aggregata che possono attuare principalmente i paesi che sino ad esso l'hanno risucchiata dagli altri (Germania), se vogliamo veramente costruire un progetto europeo. In parallelo l'Italia ha bisogno di uscire dalle secche dove l'ha portata una politica miope e di scarsa visione. In particolare ridefinire la spesa pubblica incentivando la ricerca e chi crea lavoro. Ribilanciare il welfare, meno spesa in pensioni ingiustificate, e più sussidi di disoccupazione per chi perde o non trova lavoro. Una burocrazia che favorisca l'impresa e non crei solo lacci e lacciuoli, compresa una vera riforma della giustizia civile come si deve. Rivedere la scuola, ma non con le solite riforme che cambiano tutto per non cambiare niente, bisogna ripensare alla formazione anche e sopratutto nell'ottica di favorire l'incontro con la domanda attuale, ma sopratutto prospettica, evitando spreco di risorse in direzioni poco utili (abbiamo bisogno di tutti questi avvocati?) e verso una formazione anche più tecnica (vedi esempio della Germania), va bene la cultura ma un po di sano realismo serve.
Parlare di articolo 18 significa, quindi, spendere energie su un falso problema. L'articolo 18, come sapete, di fatto è già stato ampiamente ridotto dal governo Monti e dal Ministro Fornero. Come afferma uno studio del 2006 di Oliver Blanchard, del FMI quindi non proprio marxista, non esistono comunque evidenze certe di correlazione tra aumenti di flessibilità del lavoro e aumenti della occupazione e infatti la disoccupazione in Italia dopo la riforma Fornero è aumentata. Inoltre da i dati OCSE. si rileva che il grado di flessibilità del lavoro in Italia è ormai, dopo tutte le riforme attuate, non meno flessibile della media paesi industrializzati. Quindi parlare di articolo 18 significa parlare del nulla, se poi andiamo a chiedere a 100 imprenditori in questo momento quali sono le priorità credo che quelli che metterebbero l'articolo 18 in prima fila sarebbero pochissimi, a riprova che la maggioranza degli imprenditori punta al sodo. Ciò non vuol dire che il Job Act non contenga anche cose utili, ad esempio il contratto a tutele progressive, c'è da capire, quando si sapranno i dettagli, come ad esempio questo contratto sarà incentivato rispetto alle attuali forme di precarietà che il governo Renzi ha addirittura aumentato.
Insomma sul modo del lavoro c'è molto da fare, e come dice Blanchrad nel suo studio dobbiamo passare dalla difesa del posto di lavoro alla difesa del lavoratore. Infatti non ci possiamo illudere che il mercato del lavoro sia quello di 50 anni fa, con la possibilità di avere il posto fisso a vita, questo, dato il ritmo di cambiamento tecnologico che modifica sempre più rapidamente le condizioni del mercato, non è più pensabile e quindi, ci vorrà più flessibilità. Tale flessibilità però non deve essere scaricata solo sul lavoratore, anche perchè, da che mondo e mondo, proprio il mercato ci dice che ciò che è più flessibile si paga di più. Allora perchè Renzi ha imboccato questa strada? Non credo che sia matto o stupido, probabilmente la motivazione è esclusivamente politica: attuare un ulteriore strappo con la vecchia guardia del PD e del sindacato e prendere ulteriori consensi al centro e a destra. Ma tornando ai temi veri, quelli economici, la strada è invece quella di ottenere una deroga sul limite del 3% del deficit, che ormai quasi tutti i paesi di fatto non rispettano. Questo ci può consentire un minimo di respiro in più ma, il problema di fondo è che, per uscire dalla crisi, ci vogliono politiche espansive della domanda aggregata che possono attuare principalmente i paesi che sino ad esso l'hanno risucchiata dagli altri (Germania), se vogliamo veramente costruire un progetto europeo. In parallelo l'Italia ha bisogno di uscire dalle secche dove l'ha portata una politica miope e di scarsa visione. In particolare ridefinire la spesa pubblica incentivando la ricerca e chi crea lavoro. Ribilanciare il welfare, meno spesa in pensioni ingiustificate, e più sussidi di disoccupazione per chi perde o non trova lavoro. Una burocrazia che favorisca l'impresa e non crei solo lacci e lacciuoli, compresa una vera riforma della giustizia civile come si deve. Rivedere la scuola, ma non con le solite riforme che cambiano tutto per non cambiare niente, bisogna ripensare alla formazione anche e sopratutto nell'ottica di favorire l'incontro con la domanda attuale, ma sopratutto prospettica, evitando spreco di risorse in direzioni poco utili (abbiamo bisogno di tutti questi avvocati?) e verso una formazione anche più tecnica (vedi esempio della Germania), va bene la cultura ma un po di sano realismo serve.
venerdì 26 settembre 2014
Discorso di Stiglitz alla camera
Pubblico stralci della lezione di Joseph Stiglitz tenutasi alla Camera il 23 settembre che condivido in pieno.
Non ho bisogno spiegare quanto sia drammatica la situazione economica in Europa, e in Italia in particolare. L'Europa è in quella che può definirsi una «triple dip recession», con il reddito che è caduto non una, ma tre volte in pochi anni, una recessione veramente inusuale. Così l'Europa ha perso la metà di un decennio: in molti paesi il livello del Pil pro capite è inferiore a quello del 2008, prima della crisi; se si estrapola la serie del Pil europeo sulla base del tasso di crescita dei decenni passati, oggi il Pil sarebbe del 17% più alto: l'Europa sta perdendo 2000 miliardi di dollari l'anno rispetto al proprio potenziale di crescita.
Oggi abbiamo a disposizione una grande quantità di dati sull'impatto delle politiche di austerità in Europa. I paesi che hanno adottato le misure più dure, ad esempio chi ha introdotto i maggiori tagli al proprio bilancio pubblico, hanno avuto le performance peggiori.
Non solo in termini di Pil, ma anche in termini di deficit e debito pubblico. Era un esito previsto e prevedibile: se il Pil decresce anche le entrate fiscali si riducono e questo non può far altro che peggiorare la posizione debitoria degli stati.
Tutto ciò avviene non perché questi paesi non abbiano realizzato politiche di austerità, ma proprio perché le hanno seguite. In molti paesi europei siamo di fronte non a una recessione, ma a una depressione.
La Spagna, ad esempio, può essere descritta come un paese in depressione se si guardano gli impressionanti dati sulla disoccupazione giovanile di quel paese. La disoccupazione media è al 25% e non ci sono prospettive di miglioramento per il prossimo futuro (...).
Quali sono le cause? Devo dirlo con molta franchezza: l'errore dell'Europa è stato l'euro. Quando faccio questa affermazione voglio dire che l'euro è stato un progetto politico, un progetto voluto dalla politica. Robert Mundell, premio Nobel per l'economia, sosteneva fin dall'inizio che l'Europa non presentava le caratteristiche di un'«area valutaria ottimale», adatta all'introduzione di un'unica moneta per più paesi. Ma a livello politico si riteneva che la moneta unica avrebbe reso l'Europa più coesa, favorendo l'emergere delle caratteristiche proprie di un area valutaria ottimale. Questo non è successo; l'euro, al contrario, ha contribuito a dividere e frammentare l'Europa.
Gli errori concettuali
Vediamo gli errori concettuali alla base del progetto dell'euro (...). Quando si crea un'area monetaria si vanno ad eliminare due meccanismi di aggiustamento, i tassi di cambio e i tassi di interesse. Gli shock sono inevitabili e in assenza di meccanismi di aggiustamento si va incontro a lunghi periodi di disoccupazione. I 50 stati federati degli Usa hanno un bilancio unitario a livello federale e due terzi della spesa pubblica negli Stati Uniti sono a livello federale. Quando uno stato come la California ha un problema, può contare ad esempio sull'assicurazione pubblica contro la disoccupazione, che è finanziata da fondi federali. Se una banca in California è in crisi, viene attivato un fondo di emergenza anch'esso dotato di risorse federali. Un'altra differenza di fondo tra gli stati che compongo gli Usa e quelli dell'Unione Europea è che nessuno negli Stati Uniti si preoccuperebbe per lo spopolamento del Sud Dakota a seguito di una crisi occupazionale, anzi, l'emigrazione è vista come un meccanismo fisiologico. Ma in Europa un'emigrazione come quella che ha caratterizzato la componente più giovane e istruita della popolazione del sud Europa – dove la disoccupazione giovanile è a livelli elevatissimi ha effetti negativi di impoverimento di quei paesi, con tensioni sociali e frantumazione delle famiglie. Sono costi sociali che non sono calcolati dal Pil. Tutto ciò era stato in qualche modo previsto nel momento in cui si è deciso di introdurre l'euro (...).
Quali altri errori sono stati compiuti? Innanzi tutto l'idea che le cose si sarebbero risolte se i paesi avessero mantenuto un basso rapporto tra deficit o debito pubblico e Pil. È l'idea che sta dietro al Fiscal compact. Ma non c'è nulla nella teoria economica che offra un sostegno ai criteri di convergenza adottati in Europa. Anzi, la realtà ci mostra come quei criteri fossero sbagliati: Spagna e Irlanda avevano un bilancio pubblico in avanzo prima del 2009, non avevano sprecato risorse. Eppure hanno avuto delle crisi gravissime. Il debito ed il disavanzo di questi paesi si sono creati successivamente, per effetto della crisi, e non viceversa. Il fatto di aver introdotto un Fiscal compact che impone vincoli ferrei al disavanzo e al debito non risolverà i problemi, né aiuterà a prevenire la prossima crisi.
Un altro elemento che non è stato valutato appieno è che quando un paese si indebita in euro, piuttosto che in una moneta emessa dal paese che contrae il debito, si creano automaticamente le condizioni per una crisi del debito sovrano. Il rapporto debito/Pil negli Stati Uniti è analogo a quello europeo ma gli Usa non avranno mai una crisi del debito sovrano come quella che ha investito l'Europa. Perché? Perché l'America si indebita in dollari, e quei dollari verranno sempre rimborsati perché il governo degli Stati Uniti può stampare i propri dollari. La crisi che ha colpito i debiti sovrani di numerosi paesi europei negli ultimi anni è simile a quanto ho visto molte volte quando ero capo economista della Banca Mondiale: paesi come l'Argentina o l'Indonesia hanno vissuto profonde crisi causate proprio dal fatto che si erano indebitati in valute che non potevano controllare. Quando questo avviene c'è sempre il rischio di una crisi del debito, e in Europa le condizioni per questo tipo di crisi sono state create con l'introduzione dell'euro. L'unica soluzione possibile nell'attuale situazione europea è piuttosto semplice e si chiama Eurobond. Tuttavia, sembrano esserci ostacoli politici a questa soluzione che la rendono impraticabile, ma questa sembra l'unica via d'uscita logica.
Inoltre, con l'euro si è creato un sistema fondamentalmente instabile. L'obiettivo iniziale era quello di favorire la convergenza tra gli stati europei, attraverso la disciplina fiscale dei paesi membri. Il sistema che è stato creato in realtà produce divergenza. Il mercato unico, la libera circolazione dei capitali in Europa sembrava essere la strada verso una maggiore efficienza economica. Ma non ci si rese conto del fatto che i mercati non sono perfetti. Negli anni ottanta c'erano alcuni economisti convinti del perfetto funzionamento dei mercati, mentre oggi siamo consapevoli delle innumerevoli imperfezioni che li caratterizzano. Ci sono imperfezioni da lato della concorrenza, imperfezioni sul versante del rischio e dell'informazione. I mercati non sono quelli descritti dai modelli economici semplificati (...).
L'insistenza sulle riforme strutturali
Oggi si insiste molto sulle riforme strutturali che i singoli stati dovrebbero introdurre (...) Quando si sente la parola riforma si è portati a pensare a qualcosa dagli esisti sicuramente positivi, ma sotto quest'etichetta possono nascondersi misure dagli esiti profondamente negativi. Le riforme strutturali in realtà sono quasi tutte viste dal lato dell'offerta, con obiettivi come l'aumento dell'offerta o della produttività. Ma, è realmente questo il problema dell'Europa e dell'economia globale? No. I problemi oggi sono legati a una debolezza della domanda, non dell'offerta. Le riforme strutturali sbagliate aggraveranno, attraverso la riduzione dei salari o l'indebolimento degli ammortizzatori sociali, la debolezza della domanda aggregata, con ovvie conseguenze su disoccupazione e dinamica macroeconomica. E' necessario anche riflettere sul momento in cui si possono adottare tali riforme. Senza scendere nel merito delle riforme del mercato del lavoro nei diversi paesi europei, vorrei farvi notare che i paesi caratterizzati da un mercato del lavoro fortemente flessibile non hanno evitato le gravi conseguenze della crisi. Gli Stati uniti erano apparentemente il paese con il mercato del lavoro più flessibile, ma hanno avuto una disoccupazione al 10%. E anche oggi, quando viene propagandata la grande ripresa dell'economia statunitense, con una disoccupazione ridotta al 6%, bisogna pensare che c'è una fetta della popolazione americana sfiduciata al punto tale da aver smesso di cercare un'occupazione. Il tasso di disoccupazione reale degli Stati Uniti è attorno al 10% (...).
Che cosa dovrebbe dunque fare l'Europa? Sembra veramente difficile che si possa risolvere la crisi intervenendo con riforme nei singoli paesi senza riformare la struttura dell'eurozona nel suo complesso. Su alcuni di questi interventi strutturali sembrerebbe esserci un discreto consenso.
In primo luogo, una vera Unione bancaria, fatta di vigilanza e di assicurazione comune sui depositi, faciliterebbe la risoluzione congiunta delle crisi. Si tratta di misure urgenti, e l'urgenza è data dai numerosi fallimenti di imprese e banche, che possono danneggiare seriamente le prospettive di crescita future.
In secondo luogo, è necessario un meccanismo federale di bilancio in Europa che potrebbe prendere, ad esempio, la forma degli Eurobond, una soluzione pratica e facile che consentirebbe all'Europa di utilizzare il debito in funzione anticiclica, come hanno fatto gli Stati Uniti in questi anni. Se l'Europa potesse indebitarsi a tassi di interesse negativi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe stimolare molti investimenti utili, rafforzare l'economia e creare occupazione. E i soldi che oggi vengono spesi per il servizio del debito dei singoli paesi potrebbero essere utilizzati per politiche di stimolo alla crescita.
In terzo luogo, l'austerità va abbandonata e va adottata una strategia articolata di crescita. I paesi europei sono molto diversi tra loro, ad esempio in termini di produttività. Sono dunque necessarie politiche industriali che favoriscano la crescita della produttività nei paesi più deboli, ma tali politiche sono precluse dai vincoli di bilancio imposti agli stati membri. Un ostacolo ulteriore è rappresentato dalla politica monetaria. Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha un mandato articolato su quattro obiettivi: occupazione, inflazione, crescita e stabilità finanziaria. Oggi il principale obiettivo della Federal Reserve è l'occupazione, non l'inflazione. Al contrario la Banca Centrale Europea ha come unico mandato l'inflazione, si concentra unicamente sull'inflazione. Questo viene da un'idea che era molto di moda, benché non comprovata da alcuna teoria economica, quando lo Statuto della BCE è stato redatto. L'idea consisteva nel considerare la bassa inflazione come l'elemento di traino fondamentale e quasi esclusivo per la crescita economica. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale condivide più questa convinzione, ma l'Europa non sembra in grado di abbandonarla. Questa politica monetaria sbagliata, può produrre e sta producendo conseguenze economiche gravi. Se gli Stati Uniti mantengono bassi i loro tassi di interesse per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre in Europa i tassi continuano a mantenersi più elevati, in una logica anti-inflazionistica, questo favorisce l'afflusso di capitali e l'apprezzamento dell'euro. E questo, ovviamente, rende ancora più difficile esportare le merci europee con un evidente impatto negativo sulla crescita. Quando gli Stati uniti hanno cominciato ad adottare un politica monetaria fortemente espansiva ricorrendo al «Quantitative easing», l'esito positivo di questa politica è stato facilitato dal fatto che l'Europa non ha fatto lo stesso.
Patologie Usa e Ue
Se l'Europa avesse abbassato i propri tassi di interesse nello stesso modo in cui l'ha fatto la Federal Reserve, la ripresa negli Stati Uniti sarebbe arrivata molto più lentamente. Il paradosso, dunque, è che gli Stati Uniti dovrebbero ringraziare l'Europa per aver aiutato la ripresa dell'economia americana tramite le sue politiche monetarie sbagliate. Ci sono altri aspetti da considerare. Viviamo oggi in un economia fortemente legata all'innovazione tecnologica e alla conoscenza. Ma per favorire l'innovazione sono necessari investimenti costanti e di grandi dimensioni in comparti come l'istruzione e le infrastrutture. Si tende a pensare agli Stati Uniti come a un'economia innovativa. Questo è vero, ma è necessario ricordare negli Stati Uniti le innovazioni più importanti, come Internet ad esempio, sono state sostenute e finanziate attivamente dal governo. C'è stata una politica attiva dell'innovazione. Quando ero a capo del Gruppo dei consiglieri economici della Casa bianca, verificammo che i benefici degli investimenti pubblici in innovazione erano superiori a quelli prodotti dagli investimenti privati. Si tratta di esempi di politiche attive per la crescita che avrebbero effetti molto positivi e che vanno in una direzione opposta a quella del rigore che sta strangolando l'Europa.
Infine, dobbiamo renderci conto che sia l'economia europea che quella statunitense erano affette da un patologia ancor prima dell'esplosione della crisi. Fino al 2008 l'economia europea e quella americana erano sostenute da una bolla speculativa che interessava principalmente il settore immobiliare. In assenza di quella bolla si sarebbero visti tassi di disoccupazione molto più elevati. Ovviamente non vogliamo tornare a una crescita fondata su bolle speculative (...). È necessario comprendere, dunque, quali sono i problemi di fondo che colpivano le nostre economie già prima della crisi e che, oltre a non essere stati affrontati sino ad oggi, sono peggiorati durante la recessione. Il primo problema sono le disuguaglianze crescenti nelle nostre società. La crisi ha contribuito ad aumentarle ovunque, negli Stati uniti i benefici della ripresa sono andati quasi completamente all'1% più ricco della popolazione. Negli Usa il valore del reddito mediano (quello che vede metà degli americani con redditi più alti e l'altra metà con redditi inferiori) al netto dell'inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Questo fa sì che la famiglia americana media non abbia soldi da spendere e, di conseguenza, la domanda aggregata rimane debole. Il secondo elemento è legato alla necessità di una trasformazione strutturale verso l'economia della conoscenza. Una trasformazione che i mercati non sono in grado di gestire. Il ruolo di guida e di stimolo di tali trasformazioni dev'essere esercitato dei governi i quali, a causa della crisi attuale, non hanno in alcun modo svolto questo compito (...)
La politica industriale sarà senz'altro uno degli strumenti fondamentali per uscire da questa situazione. È necessario un Fondo europeo per la disoccupazione e un Fondo europeo per le piccole imprese, investimenti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca europea degli investimenti.
Oltre alle cose che andrebbero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, ho già detto che maggiore flessibilità non aiuterà a risolvere i problemi attuali, anzi li aggraverà aumentando le disuguaglianze e deprimendo ulteriormente la domanda. La situazione italiana, ad esempio, vede già presente un elevato grado di flessibilità; aumentarla ancora indebolirebbe l'economia senza portare vantaggi. Bisogna essere molo cauti.
Cosa non bisogna fare
Un'altra cosa che l'Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l'Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell'ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l'ambiente e per la salute umana. La Philip Morris ha fatto causa contro l'Uruguay perché l'Uruguay vuol difendere i propri cittadini dalle sigarette tossiche. La Philip Morris nel tentativo di contrastare le misure adottate in Uruguay per tutelare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appellata proprio ai quei principi di libero scambio che si vorrebbero introdurre con il Ttip. Sottoscrivendo un accordo simile l'Europa perderebbe la possibilità di proteggere i propri cittadini. Questo tipo di accordi, inoltre aggravano le disuguaglianze e, in una situazione come quella europea, rischierebbero di approfondire la recessione.
Si può ancora aspettare?
L'Europa può ancora permettersi di aspettare? Se non si cambia la struttura dell'eurozona, se l'Europa continua sulla strada attuale, si candida a perdere un quarto di secolo, dovete esserne consapevoli. Quando eravamo nel mezzo della Grande Depressione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mondiale e la massiccia spesa pubblica che l'ha accompagnata. Non dobbiamo augurarci che l'attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l'Europa ha le mani legate.
Infine, la questione della democrazia. C'è un deficit di democrazia creato dall'introduzione dell'euro. Gli elettori votano a favore di un cambiamento delle politiche, poi arriva un nuovo governo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse politiche europee». Questo compromette la fiducia nella democrazia. Oltre alle argomentazioni economiche che rendono necessario un cambiamento c'è questa disaffezione nei confronti della politica, che porta al rafforzamento delle forze estremiste. Non è soltanto l'economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europe.
giovedì 18 settembre 2014
Divisi si perde
L’idea
che l’unione faccia la forza ovviamente fa parte della saggezza popolare.
D’altro canto gli antichi Romani, con il
loro «divide et impera», ci hanno insegnato come dividere il campo avversario
sia un ottima strategia per vincere. Senza ricorrere alle lotte di classe di Marx,
lo stesso Adam Smith sosteneva che «I padroni, essendo pochi, possono coalizzarsi più
facilmente" (dalla Ricchezza
delle nazioni).
Mi domando allora perché, visto che queste cose sono abbastanza evidenti, la maggioranza dei cittadini continui a subire una situazione provocata da una serie di scelte scellerate da parte di certe élite.
Sia chiaro, come ho scritto in altri post, la democrazia è una bella parola ma che nasconde molte insidie. Non sono affatto un populista convinto, cioè che il popolo abbia sempre ragione, credo comunque che, come sosteneva Popper, abbia il diritto e il dovere di scegliersi le élite che lo governano e che, d’altra parte, queste devono essere soggette al controllo delle istituzioni (buone istituzioni comunque).
Questa premessa per dire che, in realtà, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale ha degli interessi comuni, ovvero quello di aver diritto a un certo benessere e a un set di diritti fondamentali e, inoltre, che l’ambiente in cui viviamo e, spero possano vivere i nostri figli, sia preservato e mantenuto.
Ora io sono profondamente convinto che, dato l’attuale livello tecnologico e di conoscenze, ci siano le condizioni per vivere in maniera più dignitosa tutti e che si possa proseguire in un miglioramento generale delle condizioni di vita. Certo ci sono delle grandi differenze ancora e non si può risolvere tutto in poco tempo ma mentre vedo favorevolmente, con i limiti che dopo dirò, il miglioramento delle condizioni delle popolazioni che fino a qualche decennio fa erano in condizioni di profonda povertà, noto, d'altra parte, che nei paesi sviluppati si sta rischiando di ridurre le conquiste sociali, ottenute con grandi sforzi, per livellarci verso il basso.
Mi domando allora perché, visto che queste cose sono abbastanza evidenti, la maggioranza dei cittadini continui a subire una situazione provocata da una serie di scelte scellerate da parte di certe élite.
Sia chiaro, come ho scritto in altri post, la democrazia è una bella parola ma che nasconde molte insidie. Non sono affatto un populista convinto, cioè che il popolo abbia sempre ragione, credo comunque che, come sosteneva Popper, abbia il diritto e il dovere di scegliersi le élite che lo governano e che, d’altra parte, queste devono essere soggette al controllo delle istituzioni (buone istituzioni comunque).
Questa premessa per dire che, in realtà, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale ha degli interessi comuni, ovvero quello di aver diritto a un certo benessere e a un set di diritti fondamentali e, inoltre, che l’ambiente in cui viviamo e, spero possano vivere i nostri figli, sia preservato e mantenuto.
Ora io sono profondamente convinto che, dato l’attuale livello tecnologico e di conoscenze, ci siano le condizioni per vivere in maniera più dignitosa tutti e che si possa proseguire in un miglioramento generale delle condizioni di vita. Certo ci sono delle grandi differenze ancora e non si può risolvere tutto in poco tempo ma mentre vedo favorevolmente, con i limiti che dopo dirò, il miglioramento delle condizioni delle popolazioni che fino a qualche decennio fa erano in condizioni di profonda povertà, noto, d'altra parte, che nei paesi sviluppati si sta rischiando di ridurre le conquiste sociali, ottenute con grandi sforzi, per livellarci verso il basso.
Come ho detto ci sono dei limiti allo sviluppo, è
sbagliato il modello occidentale sinora adottato con un consumo e spreco
insensato di risorse, questo modello non può e non deve essere esattamente
replicato dai paesi sottosviluppati, dobbiamo insieme, mentre loro
crescono, adottare un modello più
rispettoso della limitatezza delle risorse e comunque più razionale. Noi
dovremmo accettare di ridurre il nostro consumismo insensato, sono certo
vivremo meglio e loro, i paesi in via di sviluppo, devono avere la possibilità
di raggiungere un livello di vita più che dignitoso senza ripercorre gli stessi
nostri errori, pensate solo a cosa
era Pechino, città sottosviluppata ma
pulita, e cosa è oggi, in crescita, ma profondamente inquinata. Quello che mi dispiace è che le forze diciamo "non conservatrici", cioè di coloro che non sono contrari al cambiamento, siano profondamente divise e litighino su questioni secondarie perdendo di vista l'obiettivo comune. Perché su alcune questioni non ci dovrebbe essere una certa convergenza? Non credo che gli interessi di chi riceve il proprio reddito da lavoro siano così lontani, siano essi imprenditori, dirigenti di azienda, professionisti, impiegati o operai, invece vedo divisioni insensate. Scendo su questioni più concrete, qualcuno giustamente potrebbe sostenere che volo troppo alto, a livello politico ad esempio, tra Grillini e Pd e anche qualcun'altro, che hanno basi elettorali non diversissime, non si può raggiungere un qualche accordo per delle riforme politiche, economiche e istituzionali che siano più condivise e rappresentino meglio la maggioranza dei cittadini? E come, altro esempio, tra gli economisti, non smaccatamente liberisti, invece di litigare per dimostrare di essere uno più bravo dell'altro e attaccarsi in continuazione, non sarebbe possibile raggiungere un qualche accordo e fare pressione sulla politica, in particolare europea, per cambiare finalmente queste politiche scellerate che stanno svantaggiando la gran parte dei cittadini? E gli stessi cittadini, invece di combattere tra di loro, europei del nord contro quelli del sud e viceversa, autoctoni contro immigrati, lavoratori privati contro pubblici ecc., non farebbero meglio a combattere il vero nemico, ovvero chi sta cercando di ridurre le nostre conquiste sociali a beneficio dei soliti pochi.
Certo, lo so anch'io che queste considerazioni nascondono forse delle illusioni o sono un tantino naive, ma è che non sopporto l'idea che ci infiliamo in situazioni dolorose evitabili. Faccio solo un esempio, se alla fine della prima guerra mondiale, nella conferenza di pace, si fosse dato ascolto a Keynes, che era contrario ai pesanti pagamenti imposti alla Germania sconfitta, probabilmente (lo so che la storia non si fa con i se e i ma) ci sarebbero state meno opportunità per una salita al potere del partito nazista e tutte le terribili conseguenze successive.
In conclusione posso dare solo un consiglio ai pochi cittadini che mi leggono: INFORMATEVI! Con questo intendo dire non solo di leggere i giornali, che spesso sono male informati e di parte, ma libri e anche di andare in Rete e leggere. Le fonti sono tante ma, col tempo, riuscirete a selezionarle e forse le cose, col tempo, potrebbero sembrarvi più complicate della visione che avete ma, sicuramente, sarete un po più consapevoli che vi stanno imbrogliando.
Certo, lo so anch'io che queste considerazioni nascondono forse delle illusioni o sono un tantino naive, ma è che non sopporto l'idea che ci infiliamo in situazioni dolorose evitabili. Faccio solo un esempio, se alla fine della prima guerra mondiale, nella conferenza di pace, si fosse dato ascolto a Keynes, che era contrario ai pesanti pagamenti imposti alla Germania sconfitta, probabilmente (lo so che la storia non si fa con i se e i ma) ci sarebbero state meno opportunità per una salita al potere del partito nazista e tutte le terribili conseguenze successive.
In conclusione posso dare solo un consiglio ai pochi cittadini che mi leggono: INFORMATEVI! Con questo intendo dire non solo di leggere i giornali, che spesso sono male informati e di parte, ma libri e anche di andare in Rete e leggere. Le fonti sono tante ma, col tempo, riuscirete a selezionarle e forse le cose, col tempo, potrebbero sembrarvi più complicate della visione che avete ma, sicuramente, sarete un po più consapevoli che vi stanno imbrogliando.
lunedì 8 settembre 2014
Diagnosi, malattie e terapie
Non sono un esperto di medicina ma
possiamo dire, in generale, che un
medico per prima cosa analizza i sintomi
e i dati del paziente. Questo gli dovrebbe consentire una diagnosi della
malattia, cosa ovviamente non facile. Una volta individuata la malattia si
procede con la cura. Anche in questo caso la scelta è difficile
perché non tutte le cure sono adatte a tutti i pazienti e, spesso, esistono cure alternative per la stessa malattia
che vanno testate e il cui effetto va verificato sul paziente. A
volte le cure non esistono o sono poco sperimentate e si procede, quindi, in
base alla sensibilità del medico e anche
alle decisioni
del paziente. Riportando questo anche
alla economia per prima cosa si dovrebbero vedere i dati e i sintomi. Ora, dopo
che si era avviata la crisi economica, per effetto della crisi delle banche
americane e al
blocco del circuito bancario, a causa delle quantità massicce di derivati ed altri titoli di pessima qualità nei bilanci di moltissime
banche europee, i sintomi e i dati indicavano nel tempo: una caduta dei
consumi e degli investimenti, un aumento della disoccupazione, il crollo del credito.
Insomma una situazione tipica di inversione del ciclo e l’incamminarsi verso
quella che Keynes
chiamava «trappola della liquidità».
Negli Stati Uniti, la Fed dopo aver attuato una serie di misure, anche discutibili, di salvataggio delle istituzioni bancarie, ha proseguito con una politica monetaria espansiva per rilanciare l’economia e lo stesso dicasi ha fatto il governo americano, anzi alcuni economisti, vedi Krugman post Uscire da questa crisi adesso!, hanno anche criticato che tali misure erano anche troppo timide.
In Europa invece che si è fatto e detto? Si è parlato di austerità, anche espansiva una specie di ossimoro, e si sono attuate tutta una serie di misure completamente opposte a quello che i sintomi indicavano, fino al capolavoro di masochismo rappresentato dal «fiscal compact».
Negli Stati Uniti, la Fed dopo aver attuato una serie di misure, anche discutibili, di salvataggio delle istituzioni bancarie, ha proseguito con una politica monetaria espansiva per rilanciare l’economia e lo stesso dicasi ha fatto il governo americano, anzi alcuni economisti, vedi Krugman post Uscire da questa crisi adesso!, hanno anche criticato che tali misure erano anche troppo timide.
In Europa invece che si è fatto e detto? Si è parlato di austerità, anche espansiva una specie di ossimoro, e si sono attuate tutta una serie di misure completamente opposte a quello che i sintomi indicavano, fino al capolavoro di masochismo rappresentato dal «fiscal compact».
Qualcuno potrebbe dire che non erano chiari i sintomi o
c’erano divergenze sulle cure, ma il fatto che sulle cure una quantità enorme
di economisti sosteneva il contrario qualcosa voleva pur dire. Tra l’altro assistiamo ad una retromarcia dei "liberisti", vedasi
gli ultimi articoli di Tabellini e Alesina che, visto il peggiorare dei
sintomi, hanno quasi completamente cambiato opinione e chiedono politiche
espansive. Tra l’altro in economia, come in altri campi sarebbe bene
differenziare e, quindi, adottare un mix di politiche sarebbe saggio. Per
cui le manovre monetarie di Draghi, per altro ancora timide per motivi
politici (opposizione della Germania), da sole non basteranno ad alimentare la
domanda ed è necessario un piano di investimenti pubblici a livello europeo e
probabilmente dell’altro ancora. A questo punto delle due l’una, o si capisce che dopo gli evitabilissimi
errori è venuto il momento di cambiare, e se ne convincono tutti, oppure se
dobbiamo rimanere cosi sul Titanic che affonda, tanto vale cercarci la scialuppa e abbandonare la nave dell’euro.
lunedì 1 settembre 2014
Luca Ricolfi - L'enigma della crescita
Il libro che recensiamo oggi è L'enigma della crescita, Mondadori, 2014.
Il tema su cui si cimenta questa volta il sociologo Luca Ricolfi, che insegna Analisi dei dati alla Università di Torino ed è autore di molti libri di divulgazione su temi economici e sociali, è la crescita.
In una prima parte, l’autore, elenca ed analizza gli studi economici sul tema, per poi proseguire con gli studi da parte degli statistici/demografi sulla evoluzione delle popolazioni, sia animali sia di altri organismi, ad es. le piante. Dall’analisi comparata di questi studi e dai dati da lui elaborati, l’autore cerca di individuare sia gli elementi che caratterizzano lo sviluppo economico e sia la forma che questo sviluppo prende. Il suo studio è comunque dedicato ai paesi più sviluppati e al periodo che va dal 1995 al 2007, essendo l’ultimo periodo caratterizzato dalla profonda crisi che tutti viviamo ancora oggi.
Il tema su cui si cimenta questa volta il sociologo Luca Ricolfi, che insegna Analisi dei dati alla Università di Torino ed è autore di molti libri di divulgazione su temi economici e sociali, è la crescita.
In una prima parte, l’autore, elenca ed analizza gli studi economici sul tema, per poi proseguire con gli studi da parte degli statistici/demografi sulla evoluzione delle popolazioni, sia animali sia di altri organismi, ad es. le piante. Dall’analisi comparata di questi studi e dai dati da lui elaborati, l’autore cerca di individuare sia gli elementi che caratterizzano lo sviluppo economico e sia la forma che questo sviluppo prende. Il suo studio è comunque dedicato ai paesi più sviluppati e al periodo che va dal 1995 al 2007, essendo l’ultimo periodo caratterizzato dalla profonda crisi che tutti viviamo ancora oggi.
Dall’analisi
dei dati, per Ricolfi, i fattori che
determinano in un paese, in positivo o in negativo, la crescita, risultano
essere: il capitale umano, ovvero il livello qualitativo/formativo delle
risorse umane), il sistema istituzionale (principalmente economico), la tassazione sulle imprese e il
lavoro, gli investimenti esteri, e il livello del reddito. Mentre i primi, cosiddetti
fondamentali, contribuiscono positivamente alla crescita, con pesi diversi e in funzione ovviamente del
loro valore, l’ultimo, il reddito o benessere, influisce in maniera
considerevole in modo negativo, cioè tanto più è alto tanto meno un paese può
avere tassi di crescita elevati.
In definitiva Ricolfi conferma le conclusioni del modello neoclassico
di Solow, e cioè che i paesi tendono con il tempo e con l’aumento del reddito
pro-capite a diminuire la crescita. Tale andamento può essere più o meno
veloce a seconda dei fondamentali e,
inoltre, sempre in funzione di questi ultimi varia il reddito finale, ovvero
quello al di sopra del quale non dovrebbe esserci più crescita. Quindi un paese
può, migliorando i suoi fondamentali, rallentare la corsa verso la
diminuzione della crescita, ma i dati
sembrano confermare che, al di là della crisi recente, tutti i paesi i sviluppati si erano comunque incamminati
verso una fase di declino dello sviluppo.
Alcune considerazioni: il libro è
comunque interessante e anche se, pur essendo divulgativo, richiede una dose di
attenzione per districarsi nei vari passaggi, anche matematici, che necessitano comunque un certo impegno. Ovviamente non sono in grado di fare critiche alla
sua analisi dal punto di vista quantitativo, anche se, come tutti i modelli è comunque una semplificazione di una realtà economica che, per forza di cose, è molto più complessa. Su molte indicazioni concordo e anche,
credo, buona parte degli economisti; ritengo che, sottovaluti, in
qualche passaggio, il ruolo della crisi ed inoltre, quello che altri studi
mettono in evidenza, cioè l’importanza
del fattore tecnologico come strumento
di sviluppo.
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