venerdì 29 agosto 2014

Sulle spalle dei nani

Il titolo del post prende spunto, in negativo, dalla frase, “sulle spalle dei giganti”, attribuita a Newton ma la cui paternità in realtà andrebbe a Bernardo di Chartes, con il significato che certi progressi nella conoscenza e, per estensione in generale della società, sono dovuti anche, e soprattutto, al lavoro dei nostri predecessori. In questo caso mi riferisco alla classe politica europea che nella costruzione della unità europea ci ha portato in questo vicolo cieco. Infatti la costruzione di quella che è oggi la Unione Europea e in particolare dell’ area euro, parte da lontano e da grandissimi personaggi, tra cui non si possono non citare Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e il loro Manifesto di Ventotene, e i successivi statisti che hanno contribuito al nascere ed evoluzione della Unione. 
Ora l’idea di fare una moneta unica, prima di aver consolidato e previsto le necessarie istituzioni (ad esempio una vera Banca Centrale con tutti i poteri), poteva sembrare una idea più facile da attuare che una vera unione politica con la creazione di un vero Stato federale, anche se in contrasto con il parere di moltissimi economisti di varie estrazioni (vedi ad es. Teoria delle aree valutarie ottimali). 
Per quanto mi riguarda non sono un sostenitore delle teorie del complotto, credo, e qualche dichiarazione in tal senso sembra confermarlo, che i rischi fossero noti ma si pensava, probabilmente, che il processo di integrazione politica potesse andare avanti, ma la proposta di Costituzione e il suo stop, a causa dei referendum, ha fermato il processo e ci siamo trovati con un unione monetaria senza le istituzioni e una moneta senza Stato, che per lo stesso significato moderno di moneta è una specie di contraddizione. 
La crisi economica quindi ha travolto l’Unione Europea in una fase in cui non avevamo adeguate istituzioni e, inoltre, era presente una situazione di profondi squilibri economici tra i paesi dell’unione monetaria, come d’altra parte previsto e prevedibile dalla teoria economica.
Il peggio è che, di fronte ad una tale situazione di crisi, le risposte della politica non hanno fatto altro che peggiorare la situazione, vedi ad esempio come è stata affrontato il caso Grecia e come siano state le politiche economiche assunte. 
Siamo di fronte, quindi, ha una preoccupante carenza di visione da parte dei politici europei e anche da coloro che ne sono i loro consiglieri ed ispiratori per la parte economica (non la cito, perché è già presente come sottotitolo del blog, la frase di Keynes), che nel caso migliore possiamo definire dilettantismo o se invece ci sia, come alcuni sostengono, anche della malafede.
La situazione è piuttosto intricata e complicata, economicamente tutte le economie dell’area euro sono in sofferenza, certo c’è chi sta meglio di noi, ma le prospettive, visto il perdurare della crisi, non sono buone per nessuno, sono comunque economie interconnesse.
A questo punto gli scenari possibili sono svariati, ed è impossibile dire che piega prenderà la storia, anche in questo caso dipenderà dai personaggi sulla scena. Ad oggi chi ha fatto di più per salvare l’euro è stato Draghi. Molti lo criticano, io non mi sento di sparargli contro, è in una posizione difficile, tenuto sotto controllo dalla Germania e dalla Bundesbank, credo che stia cercando di fare, soprattutto con le dichiarazioni, quello che ritiene necessario. Da una parte ha smussato le tensioni e gli spread con le sue dichiarazioni in difesa dell’euro. Adesso sta cercando di ridurre il valore dell’euro con altre dichiarazioni su possibili manovre monetarie espansive. Queste manovre potrebbero allentare la crisi, ma certo non risolverla in tempi brevi, quindi, uno scenario potrebbe essere che, grazie alla ripresa mondiale, la crisi europea potrebbe farsi meno critica e allora potrebbe esserci anche il tempo, e la speranza, per fare qualche aggiustamento istituzionale. 
Un ulteriore scenario è che invece la situazione si deteriori ulteriormente e, quindi, credo che a quel punto non sarà più interesse di nessuno, neanche della Germania, di mantenere la unione monetaria. Infine l’ultimo scenario, un tantino ottimista, è che buona parte dei politici europei rinsavisca, anche perché le pressioni incominciano a venire da più parti, e che si mettano d’accordo per cambiare le attuali politiche di austerità con un piano di rilancio degli investimenti pubblici e comunque con manovre espansive a livello europeo.

venerdì 15 agosto 2014

Più PIL per tutti

Dopo la interruzione delle meritate vacanze, passate tra le rive delle Dordogna ad ammirare i paesi medioevali, per proseguire tra i vigneti e i monasteri dell’Aude e sulle rive del canale du Midi e, infine, tra gli incantevoli luoghi della Provenza, riprendiamo a parlare di attualità, in particolare del PIL (Prodotto Interno Lordo), visto che i dati delle ultime stime lo danno in riduzione in Italia e persino nella locomotiva d’Europa: la Germania. 
Per cominciare dobbiamo ricordare che cos’è il PIL, non è così difficile da comprendere, è fatto di alcuni ingredienti: i consumi (privati), gli investimenti (privati), la spesa pubblica, e poi dalla differenza (saldo) tra esportazioni e importazioni. Anche se non amate la matematica è più semplice e sintetico scriverlo come:

PIL= C+I+G+X-M,

dove C consumi, I gli investimenti, G la spesa pubblica, X le esportazioni e M le importazioni.
Questa bella equazione nasconde all’interno un parametro, che tutti gli economisti che si rispettano sanno essere importante, e si chiama ”aspettative” o se preferite fiducia; è chiaro che se le aspettative sono buone aumentano anche i consumi dei privati e gli investimenti delle imprese. Quindi è abbastanza pacifico che vi sono varie modi per aumentare il PIL, ma le cose sono un poco più complicate di quello che potrebbe sembrare.
Intanto, un primo passo, potrebbe essere aumentare i consumi, vedi ad esempio i famosi 80 euro, tra l’altro come gli economisti dicono c’è un effetto, come dire a valanga (gli economisti seri dicono moltiplicatore), cioè se io spendo 100 euro in più, questi sono reddito per qualcun altro che in parte li spenderà e cosi via. In pratica non è cosi facile aumentare i consumi quando la situazione è come quella attuale con le famose aspettative come dire un pò “nere” vista la crisi, inoltre, non va dimenticato che, se aumento i consumi, potrei indurre anche a comprare di più i prodotti esteri, perché meno cari o di qualità migliore, e quindi aumentare la M e quindi vanificando l’effetto di aumentare C.
Per gli investimenti vale lo stesso discorso, in tempi di vacche magre è difficile che le imprese si arrischino a fare investimenti se le prospettive sono appunto negative, si possono dare degli incentivi ma questo va a toccare il punto G, ovvero la spesa pubblica.
E qui veniamo alla spesa pubblica, sarebbe facile aumentare il PIL aumentandola, spesso si è fatto in passato, ma questo significa o aumentare le tasse che riduce i consumi o spendere più di quanto si incassa e quindi aumentare il debito pubblico che comunque costa interessi da pagare e che non si può aumentare all’infinito per non finire a gambe per aria (default). Quindi si ha poco debito cumulato, oppure, come nel nostro caso Italia, non ci sono molti margini. Bè direte e se spendessimo meglio i soldi ed eliminassimo gli sprechi? Bene sono d’accordo, ma intanto se riduciamo comunque G di certo non aumenta il PIL, se spendiamo i soldi meglio siamo tutti d’accordo, ma ci vuole del tempo e molto lavoro che scontenterà parecchi, insomma non è un gioco da ragazzi e da tempi brevi. A questo punto direte aumentiamo X, ovvero le esportazioni, ok, ma per farlo o i nostri prodotti costano di meno e quindi paghiamo meno gli operai, si ma poi riduciamo anche C, oppure riduciamo il valore della moneta, ah peccato siamo nell’euro! Allora dovremmo essere molto bravi a fare prodotti di qualità, non facilmente replicabili, e su questo si aprirebbe un bel discorso sulle capacità imprenditoriali e sulle capacità in generale di sfruttare l’enorme patrimonio artistico e culturale italiano, su cui al momento sorvolo, ma diciamocelo pure, negli ultimi anni si è fatto molto poco e abbiamo perso molto tempo e perduto anche posizioni a livello internazionale. 
Quindi, in definitiva se il PIL, in Italia, si riduce o aumenta poco tutto sommato se ci ragionate un attimo non è così strano, e per la Germania? Qui la spiegazione non è cosi complicata, la Germania ha puntato molto sulla X (esportazioni), piuttosto che su C o I , andate a vedere i dati è proprio così; ora, se anche gli altri paesi europei arrancano e quindi comprano meno, dato che rappresentano una bella fetta dell’export tedesco, anche il Pil della Germania prima o poi ne deve risentire a meno di non trovare altri mercati di sbocco. Quindi, in definitiva, se pensate che in un economia a moneta unica come l’area euro, i problemi si possano risolvere solo con le politiche nazionali siete un tantino fuori strada, a meno, appunto, di uscire dall’euro con altre problematiche di difficile valutazione. 
Quindi, la realtà è che, se gli europei fossero un tantino più razionali, capirebbero che da questa situazione non si esce se non si attuano delle politiche europee di vasto respiro, ad esempio un vasto piano di investimenti pubblici strutturali dedicati a cose utili, dalle tecnologie innovative, alle energie alternative, a infrastrutture importanti di vario genere (telecomunicazoni, rete stradali, ferrovie ecc), insomma credo che  ci siano modi intelligenti di spendere soldi. Ciò non significa che non si debbano fare delle riforme per omogeneizzare i mercati del lavoro, ridurre gli sprechi, o ridurre il peso della burocrazia, dico solo che, da una situazione di stagnazione, si esce solo con una spinta coraggiosa da parte dello Stato; anche perché le politiche monetarie di Draghi hanno funzionato poco sinora e, per quanto le ultime sue mosse cerchino di fare arrivare più soldi anche alla economia reale, a mio modestissimo parere questo può aiutare, ma abbiamo bisogno di un ben più potente motore di avviamento per far ripartire la “macchina” Europa. 
Quindi per questo, ripeto, la partita vera si gioca in Europa, siamo in tempo? Ci sono le condizioni politiche per accordarsi? In tempo ci siamo, ma comunque ci vorrà, appunto, del tempo, la crisi è profonda e finora si sono commessi molti errori. Sulle condizioni politiche, per quanto io cerchi di essere ottimista, non riesco a credere che un continente con così tanta storia e intelligenza possa continuare a suicidarsi in questo modo, purtroppo il secolo scorso ci ha insegnato che lo abbiamo già fatto.
Quindi un consiglio a Renzi: cerchi di giocare la sua partita in Europa rischiando anche di più, anche perché, a continuare così non abbiamo nulla da guadagnare, rischiamo solo la desertificazione industriale e l’impoverimento, quindi a questo punto tanto vale tentare il tutto per tutto o uscire da questo stupidissimo euro.

sabato 19 luglio 2014

Quel pasticciaccio brutto di via del Nazareno

Ho pubblicato l’appello di Zagrebelsky qualche giorno fa  e credo che nei contenuti non ci sia niente da aggiungere. Mi permetto solo qualche considerazione. 
La nostra Costituzione nasce nel dopoguerra, dal lavoro di grandissimi personaggi e con la partecipazione di molte anime politiche. Una delle preoccupazioni dei padri costituenti era evitare la possibile ricaduta verso regimi dittatoriali, tenendo presente che il regime fascista sale al potere, con tutte gli errori e le forzature che volete, ma comunque all’interno di un regime parlamentare che via via viene smantellato. Pertanto nella costruzione dell’impalcatura costituzionale ci sono una serie di condizioni che tendono a limitare il rischio di derive autoritarie nello spirito della divisione dei poteri ovvero del principio «check and balance». La creazione del bicameralismo perfetto si inserisce in questa logica, facendo dell’Italia uno dei pochi paesi ad avere tale architettura. Il problema è stato poi acuito da un sistema elettorale assurdo, «il procellum», con le sue logiche elettorali distorte. Quindi ben venga il superamento del bicameralismo, ma  non si vede però la esigenza di fare una riforma istituzionale  così pasticciata, pensando  a come è nata la nostra Costituzione e al livello di qualità e  partecipazione nella sua costruzione e avendo presente come, un buon assetto istituzionale, sia uno degli aspetti più importanti e delicati per il buon funzionamento di una democrazia.
Personalmente non mi piacciono le definizioni come «deriva autoritaria» o «regime» un troppo abusate, in questo caso credo che si tratti di soprattutto  di pressapochismo. Capisco perfettamente la esigenza di fare presto, troppo tempo abbiamo discusso di  leggi elettorali e riforme istituzionali perdendo tempo e ritrovandoci al punto di prima, e, inoltre, quando sono state fatte alcune riforme, da una sola parte, le soluzioni sono state pessime o rifiutate dal referendum. Credo che ci siano le condizioni e le possibilità di fare delle riforme velocemente ma con più ponderazione, riflessione e anche partecipazione. Sulla democrazia come ho scritto nel primo post bisogna andarci cauti. Concludo con due citazioni la prima di Schumpeter sulla volontà popolare, dedicata ai populisti per cui  quello che conta è la volontà popolare :
Per quasi tutte le decisioni della vita quotidiana racchiuse nel breve orizzonte che il cittadino abbraccia con piena coscienza della realtà non si può seriamente contestare (…) l’intenzione di agire nel modo più razionale possibile, ma appena ci allontaniamo dalle preoccupazioni private della famiglia e della professione ed entriamo nel campo degli affari nazionali ed internazionali (…), il dominio dei fatti e il metodo di deduzione cessano ben presto di rispondere ai requisiti della dottrina classica di  agire nel modo più razionale possibile”- Da Capitalismo, socialismo e democrazia ;
La seconda  di Popper:
Abbiamo bisogno non tanto di uomini validi, quanto di buone istituzioni. Anche l’uomo migliore può essere corrotto dal potere, le istituzioni che permettono ai governati di esercitare un certo controllo efficace sui governanti, costringeranno quelli cattivi a far ciò che i governati giudicano nel loro interesse (…). Per questo è tanto importante elaborare istituzioni che impediscano anche ai cattivi governanti di provocare danni eccessivi.” Da Congetture e Confutazioni





mercoledì 16 luglio 2014

Appello di Gustavo Zagrebelsky

Pubblico alcuni estratti dall'appello di Gustavo Zagrebelsky al Ministro Boschi pubblicato sul "Fatto quotidiano" e su cui mi trovo in perfetta sintonia.
Il cosiddetto bicameralismo perfetto è certamente una duplicazione difficilmente giustificabile in quanto le medesime funzioni siano attribuite a due Camere che presentano la stessa sostanza politica. L’incongruenza, di per sé, non deriva dalla partecipazione paritaria a procedimenti comuni. Se le due Camere fossero espressione di “logiche e sostanze politiche” diverse, ma ugualmente apprezzabili e meritevoli di concorrere, ciascuna con il suo originale contributo, alla formazione delle decisioni politiche, non vi sarebbe ragione di scandalo(..). Diverso, invece, il caso in cui le logiche e le sostanze politiche siano le stesse (e per di più organizzate in modo incoerente). In tal caso – che è quello che si è determinato nel nostro Paese – il “bicameralismo perfetto” (per identità di funzioni e di natura delle due Camere) è certamente un’incongruenza costituzionale.
Ugualmente comprensibile, anzi apprezzabile, è l’intento di alleggerire, di limitare i “posti della politica”, e con essi, i “costi della politica”, purché, naturalmente, ciò non si traduca, come effetto, in difetto di rappresentanza democratica (…).
Altrettanto comprensibile è l’esigenza di funzionalità delle istituzioni parlamentari, funzionalità che è precondizione (insieme alla competenza, alla moralità e alla responsabilità verso i cittadini) per l’efficace difesa della democrazia rappresentativa. Sotto questo aspetto, l’opinione comune è che il bicameralismo, così come l’abbiamo, sia difettoso(…).
Così, la questione della funzionalità delle procedure legislative – in particolare, sotto il profilo della loro messa in moto – si mostra per quella che effettivamente è: una questione che riguarda il posto della rappresentanza parlamentare nelle decisioni politiche, rispetto al governo.
Schematizzando e guardando alla storia e agli esempi che ne vengono, i Senati esprimono o ragioni federative, nei confronti dello Stato centrale, o ragioni conservative, di fronte alla Camera elettiva e alle sue mutevoli e instabili maggioranze(…).
Da noi, il dibattito si è orientato pacificamente verso l’idea del Senato come organo rappresentativo delle istituzioni territoriali, cioè – non essendo l’Italia una federazione, se non nel linguaggio politico compiacente – della Repubblica autonomista: non più Senato della Repubblica, ma Senato delle Autonomie (…). A quanto sembra, l’orientamento anzidetto è dominante in assoluto. Perché ciò che bene funziona in America e in Germania non dovrebbe funzionare altrettanto bene in Italia?
La comparazione con gli Stati effettivamente federali – effettivamente significa non che hanno strutture giuridiche federali o simil-federali, ma che hanno radici in realtà così nettamente definite in senso storico-politico come sono gli Stati federati in Usa o i Länder in Germania – questa comparazione, dunque, mi pare porti a dire che la somiglianza con le nostre Regioni è solo esteriore (….).
Che sostanza politica, nuova e diversa, quest’organo esprimerebbe? Nessuna, se non eventualmente maggioranze dissimili da quelle politiche che si formano alla Camera dei deputati. Coloro che ragionano con tanta sicurezza di Senato delle Autonomie temo che assumano essere le “autonomie” qualcosa com’essi desidererebbero ch’esse fossero, ma che non sono. E, se sono quelle che sono, invece che quelle che si vorrebbe che fossero, il loro “senato” si riduce a ben poca e inutile cosa (…).
Se, invece, si volesse cogliere l’occasione della riforma del bicameralismo per un’innovazione che a me parrebbe davvero significativa dal punto di vista non “amministrativistico”, ma “costituzionalistico”, tenendo conto di un’esigenza e di una lacuna profonda nell’organizzazione della democrazia, si potrebbe ragionare partendo in premessa dalla considerazione generale che segue.
Le democrazie rappresentative tendono alla dissipazione di risorse pubbliche, materiali e immateriali. Sono regimi dai tempi brevi, segnati dalle scadenze elettorali, durante i quali gli eletti, per la natura delle cose umane, cercano la rielezione, cioè il consenso necessario per ottenerlo. (…)
Nella prospettiva “costituzionalistica” la provvista dei membri del Senato dovrebbe avvenire in modo diverso. Nei Senati storici, a questa esigenza corrispondeva la nomina regia e la durata vitalizia della carica: due soluzioni oggi, evidentemente, improponibili ma facilmente sostituibili con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola della non rieleggibilità. A ciò si dovrebbero accompagnare requisiti d’esperienza, competenza e moralità particolarmente rigorosi, contenute in regole d’incompatibilità e ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli eletti.
Uno dei punti critici del Progetto riguarda la determinazione dei poteri e la definizione del rapporto tra le due Camere nel bicameralismo non paritario,….che senso ha la “supervisione” del Senato quando già è nota l’esistenza d’una maggioranza alla Camera, in grado comunque d’imporre la propria scelta? Un lamento, una protesta fine a se stessa, tanto più in quanto la legge elettorale sia tale (ma sarà tale?) da costruire più o meno artificialmente vaste maggioranze legislative alla Camera dei deputati.(…).
Nella prospettiva del superamento “costituzionalistico” del bicameralismo paritario, i problemi di convivenza delle due Camere si potrebbero risolvere così. Alla Camera dei deputati, depositaria dell’indirizzo politico, sarebbe riservato il voto di fiducia (e di sfiducia). Le leggi sarebbero approvate normalmente in una procedura monocamerale. Il Senato, nei casi – si presume di numero assai limitato, ma non elencabili a priori – in cui ritenga essere a rischio i valori permanenti la cui tutela è sua responsabilità primaria, potrebbe chiedere l’attivazione della procedura bicamerale paritaria. Qui ci sarebbe la funzione di garanzia come “camera di ripensamento”, insieme allo snellimento delle procedure in tutti i casi in cui il doppio esame non appare necessario. A sua volta, potrebbe essere proprio la Camera, per semplificare e ridurre i tempi, a chiedere eventualmente che sia il Senato a pronunciarsi per primo.
(…)  ma anche dalle prospettive in cui si annuncia la riforma della legge elettorale, in vista di soluzioni fortemente maggioritarie e debolmente rappresentative, tali da configurare una “democrazia d’investitura” dell’uomo solo al comando, tanto più in quanto i partiti, da associazioni di partecipazione politica, secondo l’art. 49 della Costituzione, si sono trasformati, o si stanno trasformando in appendici di vertici personalistici, e in quanto i parlamentari, dal canto loro, hanno scarse possibilità d’autonomia, di fronte alla minaccia di scioglimento anticipato e al rischio di non trovare più posto, o posto adeguato, in quelle liste bloccate che la riforma elettorale non sembra orientata a superare. La denuncia dunque veniva, e ancora viene, da quello che i giuristi chiamano un “combinato disposto”. La visione d’insieme è quella d’un sistema politico che vuole chiudersi difensivamente su se stesso, contro la concezione pluralistica e partecipativa della democrazia, che è la concezione della Costituzione del 1948. La posta in gioco è alta. Per questo è giusto lanciare l’allarme.
 Gustavo Zagrebelsky


lunedì 7 luglio 2014

Facciamo il punto su Renzi

Sino ad oggi ho evitato commenti su Renzi, lasciandogli il beneficio del dubbio. Anche adesso è ancora presto per darne un giudizio completo e oggettivo, però qualcosa da valutare c’è e proviamo a farlo.
Premetto che non ho nessuna prevenzione sull’uomo e neanche sono tra i suoi fan. In generale sono contrario all’idea di “un solo uomo al comando”, ma è anche vero che la storia è anche fatta da personaggi e personalità. Per semplicità divido l’analisi in capitoli.

Politica economica: 6-

Anche se un poco  affrettato e in odore di campagna di elettorale, il bonus 80 euro va comunque nella direzione del rilancio della domanda, i suoi effetti saranno limitati, ma comunque è almeno un segno di inversione  di tendenza. Sul Job Act è ancora presto per giudicarne i contenuti, ma in questo caso la direzione è sbagliata, non sarà una ulteriore  flessibilità del lavoro ad aumentare l’occupazione, come dimostrano vari studi empirici.

Riforme istituzionali : 5—

Sinceramente le riforme istituzionali sono la cosa che mi piace di meno; la riforma elettorale, seppur rappresenta un miglioramento rispetto al “porcellum” e comunque capisca la necessità di premiare la stabilità con un premio di maggioranza, con la mancanza del voto di preferenza va contro le indicazioni dei referendum popolari, che sono stati completamente e volutamente dimenticati dai politici, e comunque è anche in contrasto con quanto sancito dalla Corte Costituzionale. La riforma del Senato non la capisco proprio, mi sembra un brutto «copia e incolla» del modello tedesco che è però uno Stato federale, senza contare la schifezza della  immunità. Sono d’accordo con l’abolizione del bicameralismo perfetto, ma non vedo il problema della  elezione diretta del Senato, una volta stabiliti nettamente i confini  delle due camere  e ridotti in entrambi i rami il numero di eleggibili.

Riforma della burocrazia : 6+

In questo caso la direzione mi sembra corretta, anche se la lotta sugli alti stipendi dei burocrati, ancorché giusta, mi pare anche questa più elettoralistica e di facciata, che di sostanza. Bene il taglio alla Rai, una vergogna le voci di protesta. Stiamo a vedere se da questa riforma uscirà qualcosa, comunque qualche schiaffo ai Sindacati, che sono tra gli artefici della decadenza della nostra nazione ci stanno  bene.

Riforma della giustizia: senza voto

Se i dodici punti su un foglio di carta coi titoli sono una riforma… bè a confronto le slides erano di contenuto. Rimandato a settembre senza appello.

Politica europea: 7

Questa è la parte che ho apprezzato di più, ha saputo trattare senza timori reverenziali  con la Merkel. Giusta la risposta a quelli della  Bundesbank che farebbero meglio a starsi zitti visti i risultati delle loro politiche, vedi disastro Grecia. Renzi, con il suo risultato elettorale, può rivitalizzare il ruolo della sinistra europea, al contrario della delusione rappresentata da Hollande. Il vero campo di battaglia, infatti, su cui si combatte per  la sopravvivenza dell’Italia e dell’Europa è solo nella politica europea. Certo il passato non ci da molto ottimismo, e neanche la elezione di Junkers, che ha la leadership di una patata lessa, promettono niente di buono.

giovedì 3 luglio 2014

Mariana Mazzucato- Lo Stato innovatore

Oggi il libro che presentiamo è: Lo Stato innovatore – Mariana Mazzucato- LATERZA  editore

Il libro, da poco in libreria, è opera di Mariana Mazzucato che insegna economia dello sviluppo nella Università del Sussex. Il tema, come si capisce dal titolo, è sul ruolo dello Stato, un ruolo chiave, secondo l’autrice, per lo sviluppo dell’innovazione.
Nella prima parte del libro analizza e dimostra come, nella generazione delle più importanti innovazioni tecnologiche del recente passato, lo Stato, in particolare gli USA, ha giocato un ruolo fondamentale e insostituibile. 
Gli esempi non mancano, si va dai più noti di Internet e GPS, finanziati dalle spese di ricerca militare e utilizzati a pieno dalla Apple, sino ad arrivare ai farmaci più innovativi finanziati sempre da programmi pubblici. Questi, ed altri esempi,  dimostrano come non sia vero il mito del mercato motore dell’innovazione, anzi i tanto osannati venture capital in realtà operano solo su progetti a breve termine e a bassa intensità di capitale e, comunque, una volta realizzati i profitti spesso escono di scena con effetti disastrosi. Quello che serve sono, come li definisce l’autrice, i “capitali pazienti”che solo lo Stato può fornire con un ampio orizzonte di investimento, come ad esempio nel settore delle energie innovative e rinnovabili, dove il tempo per passare dalla innovazione alla effettiva validità commerciale è molto lungo.  Inoltre spesso gli imprenditori,che usufruiscono  di finanziamenti  o agevolazioni fiscali dello Stato, realizzano profitti considerevoli senza riconoscere allo Stato, sotto forma di tasse, i vantaggi ricevuti. In pratica chi è in grado di assumere realmente i rischi di progetti a lungo termine che, in buona parte, si risolvono per forza di cose in fallimenti è lo Stato e i profitti generati dalle iniziative vincenti dovrebbero essere riconosciuti allo Stato stesso per rialimentare la ricerca di nuove innovazioni.
Infine l'Autrice, pur non negando la necessità degli investimenti privati e il ruolo importante di figure di imprenditori innovatori come Steve Jobs, afferma che è importante riconoscere che la innovazione è un processo complesso e lungo, cumulativo e incerto, e che richiede una profonda connessione tra Stato e industria e dove, comunque, solo lo Stato può avere una strategia di crescita a lungo termine. Pertanto risulta indispensabile rivedere le istituzioni e i meccanismi di collaborazione tra Stato e privato, per sostenere una crescita che sia non solo “intelligente” ma anche “inclusiva” e “sostenibile”.
Infatti in definitiva per l’autrice:
La competitività futura - e di conseguenza la prosperità socioeconomica - di nazioni e regioni dipende in larga misura dalla capacità di mantenere in funzione il loro bene più prezioso l’ecosistema della innovazione di cui sono parte.
In conclusione, un libro molto  interessante che modificherà, sicuramente, la vostra visione sull’effettivo ruolo e importanza dello Stato nell’economia.

giovedì 12 giugno 2014

Paul Krugman - Fuori da questa crisi adesso!

La recensione di oggi: Fuori da questa crisi adesso!- P.Krugman – Gazanti

Paul Krugman è un famoso economista, premio Nobel nel 2008, che da anni ha una sua rubrica - La coscienza di un liberal- sul New York Times, dove scrive di economia e politica polemizzando con l’ala conservatrice americana.
Nel suo ultimo lavoro: Fuori da questa crisi, adesso ! con il suo tipico stile chiaro e semplice cerca di spiegare, da una parte, le cause della crisi negli Stati Uniti e in Europa ma, soprattutto, quali siano le ricette per uscire rapidamente dalla depressione che sta affossando le economie creando povertà e disoccupazione.
Krugman non nasconde di essere keynesiano, è quindi chiaro quale sia la sua ricetta: stimolo dello Stato per rilanciare la domanda e la produzione. D’altra parte cerca di dimostrare che il mito dell’”austerità espansiva” si stia indebolendo e lo dimostrano gli ultimi documenti del FMI, notoriamente su posizioni conservatrici, che evidenziano come le politiche di riduzione della spesa generino una riduzione del PIL.
Per quanto riguarda l’Europa, le ricette di Krugman sono in netta opposizione con quello che si è finora fatto e che purtroppo sta portando l’Europa dentro una stagnazione economica preoccupante
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venerdì 6 giugno 2014

N.Roubini, S.Mihm - La crisi non è finita


La recensione di oggi è sul libro: La crisi non è finita di N. Roubini e S. Mihm- Feltrinelli

Nouriel Roubini è riconosciuto come uno degli economisti più autorevoli del mondo, dopo che  le sue previsioni nel 2006, su un imminente terribile crack dell'economia mondiale,  si sono puntualmente avverate. In questo libro Roubini spiega ai lettori in che modo è riuscito a prevedere prima di altri la crisi in arrivo, evidenzia anche  gli errori da evitare nella fase attuale e indica i passi da compiere per uscirne in modo stabile. Nella sua visione i disastri economici non sono eventi unici e imprevedibili, privi di cause specifiche. Al contrario, i cataclismi finanziari sono vecchi quanto il capitalismo stesso e si possono prevedere e riconoscere. Da queste esperienze, ammonisce Roubini, dobbiamo imparare come possiamo fronteggiare l'endemica instabilità dei sistemi finanziari, a prevederne i punti di rottura, circoscrivere i pericoli di contagio globale, e soprattutto riuscire a immaginare un futuro più stabile per l'economia mondiale. «Globalizzazione e innovazione sono andate di pari passo, rafforzandosi a vicenda (...). La globalizzazione potrebbe suscitare crisi molto più frequenti e virulente. La rapidità con cui i capitali finanziari vaganti entrano ed escono da specifici mercati e da singole economie ha esacerbato la volatilità dei prezzi delle attività e l'intensità delle crisi finanziarie»
In particolare la sua analisi sui paesi dell’Europa del sud è che  l'adozione dell'euro ha permesso loro di indebitarsi e consumare di più di quanto non avrebbero fatto altrimenti; il boom del credito che ne è conseguito ha sostenuto i consumi, ma provocando un aumento dei salari, che ha reso le loro esportazioni meno competitive. Le sue conclusioni finali sono che, come la maggior parte degli economisti più accreditati, dobbiamo dar vita a un processo di “definanziarizzazione” dell'economia reale riportandola alla sua origine di allocazione delle risorse scarse utilizzate per produrre beni e servizi. In particolare aggiungono gli autori, ricorrendo alla politica monetaria e a una più ampia regolamentazione, i governi possono arginare i fenomeni di boom e declino, possono fornire quella vasta rete di sicurezza sociale necessaria per rendere i lavoratori più produttivi e flessibili e possono attuare politiche tributarie che riducano le disuguaglianze di reddito e ricchezza:

«Il nostro futuro potrà anche essere segnato dalle crisi, ma i governi possono limitarne l'incidenza e la gravità».

venerdì 30 maggio 2014

Post elezioni

“L' oligarchia è invece un sistema dove il potere è fortemente centralizzato e i corpi intermedi sono stati dissolti o indeboliti nelle loro autonomie. Al vertice i poteri costituzionali, anziché distinti e bilanciati, si sono fittamente intrecciati tra loro. Chi li gestisce fa parte dell' oligarchia; ciascuno degli oligarchi ha una sua area esclusiva di potere, che gli altri sono impegnati a garantirgli in perpetuo, a condizione naturalmente di godere del diritto di reciprocità. Il sistema si rinnova per cooptazione dall'alto e non per mutamenti dal basso. Ciò non significa, necessariamente, che il popolo non possa votare, ma che i meccanismi elettorali sono costruiti in modo da confermare invariabilmente l' oligarchia”.
Questo passo, di Alexis de Tocqueville,  mi sembra molto attuale e che rappresenti bene l’Italia degli ultimi decenni, dove vari poteri costituzionali, economici e sociali si sono arroccati ognuno sulle proprie posizioni. Mi riferisco sia ai partiti politici, ma anche ai sindacati, alla magistratura e al mondo imprenditoriale ecc… Purtroppo il ricambio non c’è stato o solo in minima parte o apparente, e questo ha generato un immobilismo di fondo che ha cristallizzato sia le istituzioni sia  le situazioni di forza e di potere, con varie degenerazioni. Il successo, alle ultime politiche, di Grillo  è quindi dovuto soprattutto a questo, rappresenta l’ unica forza che è di profondo cambiamento e  distaccata  dalle varie élite dominanti. Questo lo ha capito anche Renzi, cavalcando da un lato la volontà di cambiamento  e, dall’altra, la delusione di alcuni verso una certa inconcludenza del movimento cinque stelle in parte e, soprattutto, la paura, da parte dell’elettorato moderato, verso soluzioni estremistiche e anche velleitarie. Riuscirà Renzi in questa impresa? Da una parte il mandato che ha ricevuto è forte, mai nessuno ha avuto in tempi recenti una successo elettorale di queste dimensioni, dall’altra il compito è arduo e a questo proposito faccio un'altra citazione, questa volta di Macchiavelli:


 “Deve essere ricordato che nulla è più difficile da pianificare, più dubbio a succedere o più pericoloso da gestire che la creazione di un nuovo sistema. Per colui che lo propone ciò produce l’inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo".

mercoledì 28 maggio 2014

Stephen D. King - Quando i soldi finiscono

Oggi recensiamo un libro da poco in libreria: Quando i soldi finiscono- La fine dell’età dell’abbondanza. Stephen D.King- Fazi editore.

Il libro, appena uscito, è scritto da Stephen D. King, laureato in economia e in filosofia ad Oxford, che lavora, come responsabile di ricerca economica, preso la banca HSBC.
Il titolo, molto accattivante, si riferisce alla crisi economica dei paesi occidentali che sembrano aver perso la strada per ritornare a crescere. L’autore analizza, quindi, le cause della crisi recente, ma con molti richiami alla storia passata: la crisi del ‘29, le difficoltà dell’Argentina  soggetta a crisi periodiche, la crisi ormai pluridecennale del Giappone, le difficoltà dell’eurozona e, ovviamente, la crisi americana scatenata dalle follie finanziarie della bolla immobiliare e dei subprime. Comunque  i richiami storici non si fermano al passato vicino o prossimo, ma arrivano sino al medioevo. 
Da questi confronti e richiami storici, l’autore cerca di trarre qualche insegnamento. Le accuse si rivolgono al   sistema bancario per i suoi eccessi, ma anche i governi e alle loro politiche, che hanno assecondato la nascita della crisi con il loro, non sempre azzeccato,  interventismo che, ad esempio, ha permesso un uso sconsiderato dei flussi di denaro in eccesso. Se la prende, comunque, non solo con i debitori ma anche con i creditori, i paesi in surplus commerciale: Cina e Germania che hanno con il loro avanzo della bilancia commerciale alimentato questi flussi di denaro ma, anche, con i risparmiatori che alimentano, inconsapevolmente, gli enormi flussi di denaro con i fondi pensione che cercano rendimenti elevati.
In conclusione dall’analisi dell’autore non si salva, giustamente, nessuno, compresi gli economisti, troppo presi dalle loro teorie sofisticate che tendono a dimenticare gli insegnamenti della storia e della realtà. 
Il dramma, o incubo, come lo definisce, è che si è persa la fiducia, che è un elemento fondamentale di un sistema economico moderno, nelle banche e nei politici e tra creditori e debitori, con il rischio di pesanti ripercussioni sociali e ritorno a pericolosi nazionalismi, come ci ha insegnato la storia del ‘900. In sintesi possiamo dire che King paragona  i paesi occidentali ai ricchi aristocratici inglesi dell’800 che, pur di mantener uno stile di vita che non si potevano permettere, dilapidavano il patrimonio accumulato.
Nell’ultimo capitolo delinea una serie di proposte, ed è questa la parte debole del libro, che mi sembrano un poco troppo teoriche e difficilmente applicabili. Trovo comunque giuste e sostanzialmente condivisibili le sue analisi e, soprattutto,  le sua esortazioni ai risparmiatori ad essere più consapevoli dei rischi e conseguenze dei loro investimenti e,  agli economisti, di tornare a studiare di più la storia economica.

In conclusione, comunque, un libro piacevole e interessante da leggere, scritto in maniera semplice e direi, quasi avvincente, per  chi è interessato alla realtà  economica.