mercoledì 16 luglio 2014

Appello di Gustavo Zagrebelsky

Pubblico alcuni estratti dall'appello di Gustavo Zagrebelsky al Ministro Boschi pubblicato sul "Fatto quotidiano" e su cui mi trovo in perfetta sintonia.
Il cosiddetto bicameralismo perfetto è certamente una duplicazione difficilmente giustificabile in quanto le medesime funzioni siano attribuite a due Camere che presentano la stessa sostanza politica. L’incongruenza, di per sé, non deriva dalla partecipazione paritaria a procedimenti comuni. Se le due Camere fossero espressione di “logiche e sostanze politiche” diverse, ma ugualmente apprezzabili e meritevoli di concorrere, ciascuna con il suo originale contributo, alla formazione delle decisioni politiche, non vi sarebbe ragione di scandalo(..). Diverso, invece, il caso in cui le logiche e le sostanze politiche siano le stesse (e per di più organizzate in modo incoerente). In tal caso – che è quello che si è determinato nel nostro Paese – il “bicameralismo perfetto” (per identità di funzioni e di natura delle due Camere) è certamente un’incongruenza costituzionale.
Ugualmente comprensibile, anzi apprezzabile, è l’intento di alleggerire, di limitare i “posti della politica”, e con essi, i “costi della politica”, purché, naturalmente, ciò non si traduca, come effetto, in difetto di rappresentanza democratica (…).
Altrettanto comprensibile è l’esigenza di funzionalità delle istituzioni parlamentari, funzionalità che è precondizione (insieme alla competenza, alla moralità e alla responsabilità verso i cittadini) per l’efficace difesa della democrazia rappresentativa. Sotto questo aspetto, l’opinione comune è che il bicameralismo, così come l’abbiamo, sia difettoso(…).
Così, la questione della funzionalità delle procedure legislative – in particolare, sotto il profilo della loro messa in moto – si mostra per quella che effettivamente è: una questione che riguarda il posto della rappresentanza parlamentare nelle decisioni politiche, rispetto al governo.
Schematizzando e guardando alla storia e agli esempi che ne vengono, i Senati esprimono o ragioni federative, nei confronti dello Stato centrale, o ragioni conservative, di fronte alla Camera elettiva e alle sue mutevoli e instabili maggioranze(…).
Da noi, il dibattito si è orientato pacificamente verso l’idea del Senato come organo rappresentativo delle istituzioni territoriali, cioè – non essendo l’Italia una federazione, se non nel linguaggio politico compiacente – della Repubblica autonomista: non più Senato della Repubblica, ma Senato delle Autonomie (…). A quanto sembra, l’orientamento anzidetto è dominante in assoluto. Perché ciò che bene funziona in America e in Germania non dovrebbe funzionare altrettanto bene in Italia?
La comparazione con gli Stati effettivamente federali – effettivamente significa non che hanno strutture giuridiche federali o simil-federali, ma che hanno radici in realtà così nettamente definite in senso storico-politico come sono gli Stati federati in Usa o i Länder in Germania – questa comparazione, dunque, mi pare porti a dire che la somiglianza con le nostre Regioni è solo esteriore (….).
Che sostanza politica, nuova e diversa, quest’organo esprimerebbe? Nessuna, se non eventualmente maggioranze dissimili da quelle politiche che si formano alla Camera dei deputati. Coloro che ragionano con tanta sicurezza di Senato delle Autonomie temo che assumano essere le “autonomie” qualcosa com’essi desidererebbero ch’esse fossero, ma che non sono. E, se sono quelle che sono, invece che quelle che si vorrebbe che fossero, il loro “senato” si riduce a ben poca e inutile cosa (…).
Se, invece, si volesse cogliere l’occasione della riforma del bicameralismo per un’innovazione che a me parrebbe davvero significativa dal punto di vista non “amministrativistico”, ma “costituzionalistico”, tenendo conto di un’esigenza e di una lacuna profonda nell’organizzazione della democrazia, si potrebbe ragionare partendo in premessa dalla considerazione generale che segue.
Le democrazie rappresentative tendono alla dissipazione di risorse pubbliche, materiali e immateriali. Sono regimi dai tempi brevi, segnati dalle scadenze elettorali, durante i quali gli eletti, per la natura delle cose umane, cercano la rielezione, cioè il consenso necessario per ottenerlo. (…)
Nella prospettiva “costituzionalistica” la provvista dei membri del Senato dovrebbe avvenire in modo diverso. Nei Senati storici, a questa esigenza corrispondeva la nomina regia e la durata vitalizia della carica: due soluzioni oggi, evidentemente, improponibili ma facilmente sostituibili con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola della non rieleggibilità. A ciò si dovrebbero accompagnare requisiti d’esperienza, competenza e moralità particolarmente rigorosi, contenute in regole d’incompatibilità e ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli eletti.
Uno dei punti critici del Progetto riguarda la determinazione dei poteri e la definizione del rapporto tra le due Camere nel bicameralismo non paritario,….che senso ha la “supervisione” del Senato quando già è nota l’esistenza d’una maggioranza alla Camera, in grado comunque d’imporre la propria scelta? Un lamento, una protesta fine a se stessa, tanto più in quanto la legge elettorale sia tale (ma sarà tale?) da costruire più o meno artificialmente vaste maggioranze legislative alla Camera dei deputati.(…).
Nella prospettiva del superamento “costituzionalistico” del bicameralismo paritario, i problemi di convivenza delle due Camere si potrebbero risolvere così. Alla Camera dei deputati, depositaria dell’indirizzo politico, sarebbe riservato il voto di fiducia (e di sfiducia). Le leggi sarebbero approvate normalmente in una procedura monocamerale. Il Senato, nei casi – si presume di numero assai limitato, ma non elencabili a priori – in cui ritenga essere a rischio i valori permanenti la cui tutela è sua responsabilità primaria, potrebbe chiedere l’attivazione della procedura bicamerale paritaria. Qui ci sarebbe la funzione di garanzia come “camera di ripensamento”, insieme allo snellimento delle procedure in tutti i casi in cui il doppio esame non appare necessario. A sua volta, potrebbe essere proprio la Camera, per semplificare e ridurre i tempi, a chiedere eventualmente che sia il Senato a pronunciarsi per primo.
(…)  ma anche dalle prospettive in cui si annuncia la riforma della legge elettorale, in vista di soluzioni fortemente maggioritarie e debolmente rappresentative, tali da configurare una “democrazia d’investitura” dell’uomo solo al comando, tanto più in quanto i partiti, da associazioni di partecipazione politica, secondo l’art. 49 della Costituzione, si sono trasformati, o si stanno trasformando in appendici di vertici personalistici, e in quanto i parlamentari, dal canto loro, hanno scarse possibilità d’autonomia, di fronte alla minaccia di scioglimento anticipato e al rischio di non trovare più posto, o posto adeguato, in quelle liste bloccate che la riforma elettorale non sembra orientata a superare. La denuncia dunque veniva, e ancora viene, da quello che i giuristi chiamano un “combinato disposto”. La visione d’insieme è quella d’un sistema politico che vuole chiudersi difensivamente su se stesso, contro la concezione pluralistica e partecipativa della democrazia, che è la concezione della Costituzione del 1948. La posta in gioco è alta. Per questo è giusto lanciare l’allarme.
 Gustavo Zagrebelsky


lunedì 7 luglio 2014

Facciamo il punto su Renzi

Sino ad oggi ho evitato commenti su Renzi, lasciandogli il beneficio del dubbio. Anche adesso è ancora presto per darne un giudizio completo e oggettivo, però qualcosa da valutare c’è e proviamo a farlo.
Premetto che non ho nessuna prevenzione sull’uomo e neanche sono tra i suoi fan. In generale sono contrario all’idea di “un solo uomo al comando”, ma è anche vero che la storia è anche fatta da personaggi e personalità. Per semplicità divido l’analisi in capitoli.

Politica economica: 6-

Anche se un poco  affrettato e in odore di campagna di elettorale, il bonus 80 euro va comunque nella direzione del rilancio della domanda, i suoi effetti saranno limitati, ma comunque è almeno un segno di inversione  di tendenza. Sul Job Act è ancora presto per giudicarne i contenuti, ma in questo caso la direzione è sbagliata, non sarà una ulteriore  flessibilità del lavoro ad aumentare l’occupazione, come dimostrano vari studi empirici.

Riforme istituzionali : 5—

Sinceramente le riforme istituzionali sono la cosa che mi piace di meno; la riforma elettorale, seppur rappresenta un miglioramento rispetto al “porcellum” e comunque capisca la necessità di premiare la stabilità con un premio di maggioranza, con la mancanza del voto di preferenza va contro le indicazioni dei referendum popolari, che sono stati completamente e volutamente dimenticati dai politici, e comunque è anche in contrasto con quanto sancito dalla Corte Costituzionale. La riforma del Senato non la capisco proprio, mi sembra un brutto «copia e incolla» del modello tedesco che è però uno Stato federale, senza contare la schifezza della  immunità. Sono d’accordo con l’abolizione del bicameralismo perfetto, ma non vedo il problema della  elezione diretta del Senato, una volta stabiliti nettamente i confini  delle due camere  e ridotti in entrambi i rami il numero di eleggibili.

Riforma della burocrazia : 6+

In questo caso la direzione mi sembra corretta, anche se la lotta sugli alti stipendi dei burocrati, ancorché giusta, mi pare anche questa più elettoralistica e di facciata, che di sostanza. Bene il taglio alla Rai, una vergogna le voci di protesta. Stiamo a vedere se da questa riforma uscirà qualcosa, comunque qualche schiaffo ai Sindacati, che sono tra gli artefici della decadenza della nostra nazione ci stanno  bene.

Riforma della giustizia: senza voto

Se i dodici punti su un foglio di carta coi titoli sono una riforma… bè a confronto le slides erano di contenuto. Rimandato a settembre senza appello.

Politica europea: 7

Questa è la parte che ho apprezzato di più, ha saputo trattare senza timori reverenziali  con la Merkel. Giusta la risposta a quelli della  Bundesbank che farebbero meglio a starsi zitti visti i risultati delle loro politiche, vedi disastro Grecia. Renzi, con il suo risultato elettorale, può rivitalizzare il ruolo della sinistra europea, al contrario della delusione rappresentata da Hollande. Il vero campo di battaglia, infatti, su cui si combatte per  la sopravvivenza dell’Italia e dell’Europa è solo nella politica europea. Certo il passato non ci da molto ottimismo, e neanche la elezione di Junkers, che ha la leadership di una patata lessa, promettono niente di buono.

giovedì 3 luglio 2014

Mariana Mazzucato- Lo Stato innovatore

Oggi il libro che presentiamo è: Lo Stato innovatore – Mariana Mazzucato- LATERZA  editore

Il libro, da poco in libreria, è opera di Mariana Mazzucato che insegna economia dello sviluppo nella Università del Sussex. Il tema, come si capisce dal titolo, è sul ruolo dello Stato, un ruolo chiave, secondo l’autrice, per lo sviluppo dell’innovazione.
Nella prima parte del libro analizza e dimostra come, nella generazione delle più importanti innovazioni tecnologiche del recente passato, lo Stato, in particolare gli USA, ha giocato un ruolo fondamentale e insostituibile. 
Gli esempi non mancano, si va dai più noti di Internet e GPS, finanziati dalle spese di ricerca militare e utilizzati a pieno dalla Apple, sino ad arrivare ai farmaci più innovativi finanziati sempre da programmi pubblici. Questi, ed altri esempi,  dimostrano come non sia vero il mito del mercato motore dell’innovazione, anzi i tanto osannati venture capital in realtà operano solo su progetti a breve termine e a bassa intensità di capitale e, comunque, una volta realizzati i profitti spesso escono di scena con effetti disastrosi. Quello che serve sono, come li definisce l’autrice, i “capitali pazienti”che solo lo Stato può fornire con un ampio orizzonte di investimento, come ad esempio nel settore delle energie innovative e rinnovabili, dove il tempo per passare dalla innovazione alla effettiva validità commerciale è molto lungo.  Inoltre spesso gli imprenditori,che usufruiscono  di finanziamenti  o agevolazioni fiscali dello Stato, realizzano profitti considerevoli senza riconoscere allo Stato, sotto forma di tasse, i vantaggi ricevuti. In pratica chi è in grado di assumere realmente i rischi di progetti a lungo termine che, in buona parte, si risolvono per forza di cose in fallimenti è lo Stato e i profitti generati dalle iniziative vincenti dovrebbero essere riconosciuti allo Stato stesso per rialimentare la ricerca di nuove innovazioni.
Infine l'Autrice, pur non negando la necessità degli investimenti privati e il ruolo importante di figure di imprenditori innovatori come Steve Jobs, afferma che è importante riconoscere che la innovazione è un processo complesso e lungo, cumulativo e incerto, e che richiede una profonda connessione tra Stato e industria e dove, comunque, solo lo Stato può avere una strategia di crescita a lungo termine. Pertanto risulta indispensabile rivedere le istituzioni e i meccanismi di collaborazione tra Stato e privato, per sostenere una crescita che sia non solo “intelligente” ma anche “inclusiva” e “sostenibile”.
Infatti in definitiva per l’autrice:
La competitività futura - e di conseguenza la prosperità socioeconomica - di nazioni e regioni dipende in larga misura dalla capacità di mantenere in funzione il loro bene più prezioso l’ecosistema della innovazione di cui sono parte.
In conclusione, un libro molto  interessante che modificherà, sicuramente, la vostra visione sull’effettivo ruolo e importanza dello Stato nell’economia.

giovedì 12 giugno 2014

Paul Krugman - Fuori da questa crisi adesso!

La recensione di oggi: Fuori da questa crisi adesso!- P.Krugman – Gazanti

Paul Krugman è un famoso economista, premio Nobel nel 2008, che da anni ha una sua rubrica - La coscienza di un liberal- sul New York Times, dove scrive di economia e politica polemizzando con l’ala conservatrice americana.
Nel suo ultimo lavoro: Fuori da questa crisi, adesso ! con il suo tipico stile chiaro e semplice cerca di spiegare, da una parte, le cause della crisi negli Stati Uniti e in Europa ma, soprattutto, quali siano le ricette per uscire rapidamente dalla depressione che sta affossando le economie creando povertà e disoccupazione.
Krugman non nasconde di essere keynesiano, è quindi chiaro quale sia la sua ricetta: stimolo dello Stato per rilanciare la domanda e la produzione. D’altra parte cerca di dimostrare che il mito dell’”austerità espansiva” si stia indebolendo e lo dimostrano gli ultimi documenti del FMI, notoriamente su posizioni conservatrici, che evidenziano come le politiche di riduzione della spesa generino una riduzione del PIL.
Per quanto riguarda l’Europa, le ricette di Krugman sono in netta opposizione con quello che si è finora fatto e che purtroppo sta portando l’Europa dentro una stagnazione economica preoccupante
.

venerdì 6 giugno 2014

N.Roubini, S.Mihm - La crisi non è finita


La recensione di oggi è sul libro: La crisi non è finita di N. Roubini e S. Mihm- Feltrinelli

Nouriel Roubini è riconosciuto come uno degli economisti più autorevoli del mondo, dopo che  le sue previsioni nel 2006, su un imminente terribile crack dell'economia mondiale,  si sono puntualmente avverate. In questo libro Roubini spiega ai lettori in che modo è riuscito a prevedere prima di altri la crisi in arrivo, evidenzia anche  gli errori da evitare nella fase attuale e indica i passi da compiere per uscirne in modo stabile. Nella sua visione i disastri economici non sono eventi unici e imprevedibili, privi di cause specifiche. Al contrario, i cataclismi finanziari sono vecchi quanto il capitalismo stesso e si possono prevedere e riconoscere. Da queste esperienze, ammonisce Roubini, dobbiamo imparare come possiamo fronteggiare l'endemica instabilità dei sistemi finanziari, a prevederne i punti di rottura, circoscrivere i pericoli di contagio globale, e soprattutto riuscire a immaginare un futuro più stabile per l'economia mondiale. «Globalizzazione e innovazione sono andate di pari passo, rafforzandosi a vicenda (...). La globalizzazione potrebbe suscitare crisi molto più frequenti e virulente. La rapidità con cui i capitali finanziari vaganti entrano ed escono da specifici mercati e da singole economie ha esacerbato la volatilità dei prezzi delle attività e l'intensità delle crisi finanziarie»
In particolare la sua analisi sui paesi dell’Europa del sud è che  l'adozione dell'euro ha permesso loro di indebitarsi e consumare di più di quanto non avrebbero fatto altrimenti; il boom del credito che ne è conseguito ha sostenuto i consumi, ma provocando un aumento dei salari, che ha reso le loro esportazioni meno competitive. Le sue conclusioni finali sono che, come la maggior parte degli economisti più accreditati, dobbiamo dar vita a un processo di “definanziarizzazione” dell'economia reale riportandola alla sua origine di allocazione delle risorse scarse utilizzate per produrre beni e servizi. In particolare aggiungono gli autori, ricorrendo alla politica monetaria e a una più ampia regolamentazione, i governi possono arginare i fenomeni di boom e declino, possono fornire quella vasta rete di sicurezza sociale necessaria per rendere i lavoratori più produttivi e flessibili e possono attuare politiche tributarie che riducano le disuguaglianze di reddito e ricchezza:

«Il nostro futuro potrà anche essere segnato dalle crisi, ma i governi possono limitarne l'incidenza e la gravità».

venerdì 30 maggio 2014

Post elezioni

“L' oligarchia è invece un sistema dove il potere è fortemente centralizzato e i corpi intermedi sono stati dissolti o indeboliti nelle loro autonomie. Al vertice i poteri costituzionali, anziché distinti e bilanciati, si sono fittamente intrecciati tra loro. Chi li gestisce fa parte dell' oligarchia; ciascuno degli oligarchi ha una sua area esclusiva di potere, che gli altri sono impegnati a garantirgli in perpetuo, a condizione naturalmente di godere del diritto di reciprocità. Il sistema si rinnova per cooptazione dall'alto e non per mutamenti dal basso. Ciò non significa, necessariamente, che il popolo non possa votare, ma che i meccanismi elettorali sono costruiti in modo da confermare invariabilmente l' oligarchia”.
Questo passo, di Alexis de Tocqueville,  mi sembra molto attuale e che rappresenti bene l’Italia degli ultimi decenni, dove vari poteri costituzionali, economici e sociali si sono arroccati ognuno sulle proprie posizioni. Mi riferisco sia ai partiti politici, ma anche ai sindacati, alla magistratura e al mondo imprenditoriale ecc… Purtroppo il ricambio non c’è stato o solo in minima parte o apparente, e questo ha generato un immobilismo di fondo che ha cristallizzato sia le istituzioni sia  le situazioni di forza e di potere, con varie degenerazioni. Il successo, alle ultime politiche, di Grillo  è quindi dovuto soprattutto a questo, rappresenta l’ unica forza che è di profondo cambiamento e  distaccata  dalle varie élite dominanti. Questo lo ha capito anche Renzi, cavalcando da un lato la volontà di cambiamento  e, dall’altra, la delusione di alcuni verso una certa inconcludenza del movimento cinque stelle in parte e, soprattutto, la paura, da parte dell’elettorato moderato, verso soluzioni estremistiche e anche velleitarie. Riuscirà Renzi in questa impresa? Da una parte il mandato che ha ricevuto è forte, mai nessuno ha avuto in tempi recenti una successo elettorale di queste dimensioni, dall’altra il compito è arduo e a questo proposito faccio un'altra citazione, questa volta di Macchiavelli:


 “Deve essere ricordato che nulla è più difficile da pianificare, più dubbio a succedere o più pericoloso da gestire che la creazione di un nuovo sistema. Per colui che lo propone ciò produce l’inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo".

mercoledì 28 maggio 2014

Stephen D. King - Quando i soldi finiscono

Oggi recensiamo un libro da poco in libreria: Quando i soldi finiscono- La fine dell’età dell’abbondanza. Stephen D.King- Fazi editore.

Il libro, appena uscito, è scritto da Stephen D. King, laureato in economia e in filosofia ad Oxford, che lavora, come responsabile di ricerca economica, preso la banca HSBC.
Il titolo, molto accattivante, si riferisce alla crisi economica dei paesi occidentali che sembrano aver perso la strada per ritornare a crescere. L’autore analizza, quindi, le cause della crisi recente, ma con molti richiami alla storia passata: la crisi del ‘29, le difficoltà dell’Argentina  soggetta a crisi periodiche, la crisi ormai pluridecennale del Giappone, le difficoltà dell’eurozona e, ovviamente, la crisi americana scatenata dalle follie finanziarie della bolla immobiliare e dei subprime. Comunque  i richiami storici non si fermano al passato vicino o prossimo, ma arrivano sino al medioevo. 
Da questi confronti e richiami storici, l’autore cerca di trarre qualche insegnamento. Le accuse si rivolgono al   sistema bancario per i suoi eccessi, ma anche i governi e alle loro politiche, che hanno assecondato la nascita della crisi con il loro, non sempre azzeccato,  interventismo che, ad esempio, ha permesso un uso sconsiderato dei flussi di denaro in eccesso. Se la prende, comunque, non solo con i debitori ma anche con i creditori, i paesi in surplus commerciale: Cina e Germania che hanno con il loro avanzo della bilancia commerciale alimentato questi flussi di denaro ma, anche, con i risparmiatori che alimentano, inconsapevolmente, gli enormi flussi di denaro con i fondi pensione che cercano rendimenti elevati.
In conclusione dall’analisi dell’autore non si salva, giustamente, nessuno, compresi gli economisti, troppo presi dalle loro teorie sofisticate che tendono a dimenticare gli insegnamenti della storia e della realtà. 
Il dramma, o incubo, come lo definisce, è che si è persa la fiducia, che è un elemento fondamentale di un sistema economico moderno, nelle banche e nei politici e tra creditori e debitori, con il rischio di pesanti ripercussioni sociali e ritorno a pericolosi nazionalismi, come ci ha insegnato la storia del ‘900. In sintesi possiamo dire che King paragona  i paesi occidentali ai ricchi aristocratici inglesi dell’800 che, pur di mantener uno stile di vita che non si potevano permettere, dilapidavano il patrimonio accumulato.
Nell’ultimo capitolo delinea una serie di proposte, ed è questa la parte debole del libro, che mi sembrano un poco troppo teoriche e difficilmente applicabili. Trovo comunque giuste e sostanzialmente condivisibili le sue analisi e, soprattutto,  le sua esortazioni ai risparmiatori ad essere più consapevoli dei rischi e conseguenze dei loro investimenti e,  agli economisti, di tornare a studiare di più la storia economica.

In conclusione, comunque, un libro piacevole e interessante da leggere, scritto in maniera semplice e direi, quasi avvincente, per  chi è interessato alla realtà  economica.

lunedì 26 maggio 2014

Articolo Calvino: apologo sull'onestà nel paese dei corrotti

Oggi citiamo Calvino, un bellissimo racconto da non dimenticare.

C’era un paese che si reggeva sull’illecito.

Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.

Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.

Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale.

Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale.

Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.

Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.

La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.
In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere.
Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema.
Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.
Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare.
Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede.
Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sè (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perchè sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

di Italo Calvino
E’ stato ripubblicato in “Romanzi e racconti” (Meridiani Mondadori, 1994, vol. 3, pp. 290-293) come “La coscienza a posto (Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti)”.

sabato 24 maggio 2014

Elezioni europee

Domani si vota per le elezioni europee, per la prima volta, da quando ho il diritto di voto, sono molto tentato di non andare a votare. 
Intanto ricordo che sono appunto elezioni europee, tali sono, anche se in Italia assumono valenza politica anche le elezioni del più sperduto comune. 
Sino ad oggi, il ruolo del Parlamento europeo è stato marginale, le vere decisioni sono state prese da organi non elettivi, come ad esempio la famosa Troika, (BCE, FMI, Commissione europea). È vero che adesso si ha la possibilità di eleggere il Presidente della commissione, ma è anche così ben poca cosa. 
Analizzando i programmi (vedi, ad esempio, http://www.polisblog.it) non mi danno grande soddisfazione, del PPE non parlo, su Berlusconi meglio sorvolare, sulla Merkel, per quanto possa aver ben governato il suo paese, in termini di politica Europea è una nana, niente a che vedere con Adeneur o Khol, basti ricordare il disastro che ha combinato con la Grecia. Il programma del PSE non mi convince, Schulz non credo rivoluzionerà la stupida politica europea dell’ultimo periodo, che invece avrebbe bisogno di un cambio di rotta. Per quanto riguarda Grillo e il M5S, la sua politica europea mi sembra ondivaga, non si capisce la posizione sull’euro anche perché l’idea del referendum, oltre che non perseguibile in pratica, è anche sbagliata in teoria, come affermano molti economisti. La Lega invece mi pare netta nella sua scelta, dietro gli interventi di Salvini, traspaiono le idee del suo economista candidato, Claudio Borghi, quindi quello che dice è tecnicamente corretto, cioè che l’euro fatto in questo modo sia stato un grave errore e che, in mancanza di serie alternative, sarebbe meglio uscirne, anche se sappiamo benissimo che non sarebbe indolore e, forse, non sappiano neanche cosa succederebbe esattamente, comunque queste considerazioni, anche se in parte condivisibili, non mi faranno votare per un partito pesantemente razzista e che è stato corresponsabile dei disastri dei governi di centrodestra. Più sfumata sull’euro la posizione di Fratelli d’Italia che rappresentano il meglio della destra italiana, ma che si uniranno comunque alla squadra della Le Pen e che quindi non mi appartiene come area politica. L’unico programma che potrei condividere è quello di Tsipras, purtroppo credo che nelle condizioni attuali rimarrà minoritario almeno in Italia e non potrà influire molto. La unica speranza, per assurdo, è che una forte affermazione degli anti-euro induca i politici europei a quel cambio di rotta che riporti al centro la politica con la P maiuscola, e si riprenda il cammino intrapreso dei padri fondatori, che da sogno si è trasformato in un incubo per la maggior parte dei cittadini europei.

giovedì 22 maggio 2014

A.Sen, L’idea di giustizia, Mondadori

Il libro che consigliamo oggi è: A.Sen, L’idea di giustizia, Mondadori.

Una prima premessa dovuta è che non è un libro facile, cioè di quelli da leggere sotto l’ombrellone,  per questo è difficile da sintetizzare. L’autore, Amartya Sen, noto economista e premio Nobel per l’economia, si cimenta su un tema filosofico: la giustizia.
Il punto di partenza sono le  idee di Rawls, di cui Sen è amico ed estimatore, del quale l’autore però critica l’approccio di tipo “istituzionale” e “contrattualistico”, derivante dall’approccio illuminista del “contratto sociale” e che si focalizza sulla ricerca di istituzioni sociali ideali. Approccio, di cui Sen, nella prima parte, evidenzia i limiti ritenendolo, in particolare, difficilmente e praticamente attuabile.
L’approccio di Sen, pur rimanendo nell’ambito dell’Illuminismo e della ragione, è un approccio più pragmatico con un ottica orientata piuttosto al miglioramento che al raggiungimento di situazioni ottimali ideali. 
In questo risulta interessante citare le due concezioni giustizia secondo la cultura  indiana che espone Sen: Niti è la giustizia in sé, mentre Nyaya è un giudizio pratico su una situazione concreta e quindi mai perfetta e sempre in rapporto ad un'altra, che è la prospettiva dell'autore.
La centralità, per Sen è nella vita concreta degli individui e nelle loro “opportunità effettive” e in un ideale di libertà “sostanziale”. Tale impostazione viene contrapposta non solo a quella fondata sulla centralità del reddito (o dei “beni primari” secondo l’accezione usata da Rawls), ma anche a quella imperniata sulla felicità/utilità dell’Utilitarismo. Concludo con  questa citazione dal libro  sulla filosofia:
La filosofia, però, può anche contribuire a dare maggiore e rilevanza alle riflessioni sui valori e sulle priorità, nonché a quelle sulle privazioni, le angherie e le umiliazioni cui in tutto il mondo gli esseri umani sono soggetti;
Ben consapevole della difficoltà nell’esporre il complesso contenuto del libro, mi auguro che sia di stimolo per spingervi alla sua lettura.