venerdì 27 maggio 2016

Janine Wedel - Shadow Elite- How the world’s new power undermine democracy, government and the free market.

Il libro di Janine Wedel, antropologa sociale che insegna a School of Public Policy della George Menson University, riguarda, come dice il sottotitolo, nuove forme di potere che sono emerse negli ultimi decenni. 
In particolare definisce questi nuovi gruppi di potere “flexians”, ovvero i flessibili. Sono gruppi che svolgono vari ruoli, spesso interagenti tra loro, operando nelle connessioni tra potere pubblico e privato e potendo modificare le politiche in base ai loro scopi. Sono in grado, quindi, di riorganizzare le relazioni tra burocrazia e business a loro vantaggio ma, per il tipo di ruolo “non ufficiale”, hanno la possibilità di essere meno controllati e sottoposti a verifica delle loro responsabilità.

Tali gruppi sono qualcosa di più complesso, e sfuggente ai controlli, dei gruppi di interesse o dei lobbisti. I “flessibili” operano tramite relazioni personalizzate all’interno e attraverso strutture ufficiali, e si basano sulla lealtà al gruppo e non all’organizzazione.
Essi formano un rete informale di un limitato numero di persone che interagiscono, nel tempo, in molteplici ruoli, uniti dalla condivisione di storie personali e attività. I membri di questa rete agiscono come una unità che si auto rafforza, per raggiungere gli obiettivi che sono basati su una comune visione del mondo. Inoltre, agiscono in ruoli interagenti e ambigui per massimizzare la loro influenza; come rete riescono ad esercitare più influenza che se agissero individualmente. La rete è comunque elusiva e riesce ad evitare, se non a riscrivere, le regole; tutto al fine di governare i processi e la burocrazie per raggiungere gli scopi del gruppo. Questa nuova forma di potere è meno omogenea e trasparente delle convenzionali lobbies e gruppi di potere e quindi meno controllabile, le persone che ne fanno pare sono più elusive ma onnipresenti

L’inizio di questa nuova forma di potere si può datare con la fine della Guerra Fredda e con l’ascesa al potere di Reagan e Thatcher, con la ideologia di un governo più leggero, più privatizzato. Di fatto, la lotta contro lo Stato troppo invadente e grande, si è risolto in uno Stato forse ancora più grande, ma meno controllabile in alcune parti rilevanti; con l’assunzione di consulenti privati al posto di impiegati pubblici, con molte decisioni rilevanti che vengono assunte dai privati. La burocrazia è divenuta multilivello e più diffusa, e i confini dell’autorità divengono meno chiari e sfumati. In questo ha giocato un ruolo anche la evoluzione tecnologica che ha cambiato alcune regole del gioco. 
Tutto ciò ha profondamente cambiato il profilo di coloro che hanno influenza, e anche la loro natura. Una specie di ritirata dello Stato, uno spostamento di potere dallo Stato a poteri condivisi con il business e organizzazioni di gruppi di cittadini.
E nato quindi un periodo in cui alla verità si è sostituita la “verosimiglianza”, i “flessibili” sono infatti esperti nell’individuare cosa il pubblico troverà convincente, anche se non vero e reale. 
Di fatto il governo degli Stati Uniti ha,negli ultimi decenni, cambiato profondamente aspetto, tre quarti del lavoro del governo federale è attualmente contrattualizzato verso l’esterno; i privati sono interdipendenti con il governo e la loro interazione ha forgiato nuove forme istituzionali di governo, dove Stato e privato sono mescolati e con molte funzioni governative che sono all’esterno dell’ambito governativo.
Il governo federale americano è diventato il più grande cliente di beni e servizi, di cui il Dipartimento per la Difesa è il più grande acquisitore di servizi, con una diminuzione della capacità del governo di supervisionare le attività. Il governo è divenuto completamente dipendente dai privati per portare avanti molte delle funzioni tipicamente governative e, inoltre, con molte informazioni vitali nella mani dei contractors, piuttosto che in quelle degli ufficiali governativi. Pertanto un governo che non conosce cosa sta facendo può essere difficilmente efficace e inoltre diventa vulnerabile su molti fronti.Gli esempi che esamina e mette in luce di queste reti sono vari.
Il primo è quello relativo al gruppo che definisce i “privatizzatori”, ovvero del gruppo formato da Chubais ed esponenti di Harward che ha operato in Russia nella fase di governo di Eltsin, e che ha cercato di determinare le modalità di formazione del nuovo Stato e le sue regole soppiantando le autorità ufficiali, avendo anche la possibilità di condizionare i finanziamenti dagli Stati Uniti.
L’altro esempio è quello relativo ai cosiddetti “commaders”, ovvero il gruppo di conservatori che hanno operato a lungo nell’amministrazione americana, in particolare alla Difesa e soprattutto nel periodo di Bush figlio. 
In particolare hanno condizionato la politica estera americana con la creazione di una “intelligence" alternativa, estromettendo la burocrazia. Tra le loro principali attività si evidenza la vendita delle armi all’Iran (Iran-Contras), e di aver favorito la guerra in Iraq per rimuovere Saddam Hussein, manipolando le informazioni per motivare l’intervento con la minaccia delle armi di distruzioni di massa, rivelatasi infondata.
In definitiva, la nuova era si caratterizza per un declino nella lealtà alle istituzioni, e i nuovi giocatori sono meno visibili, accrescendo la vulnerabilità delle istituzioni stesse, con le istituzioni occupate da giocatori che giocano per conto proprio, secondo propri obiettivi e finalità.
 Come afferma Wedel: "quando le informazioni sono infatti ridotte in piccole parti la conoscenza, saggezza e memoria istituzionale sono ostacolate". I membri delle reti flessibili riescono così ad evadere eventuali responsabilità, attraverso il ruolo collettivo e flessibile che riescono a svolgere. 
L’autrice conclude che pertanto la regolazione deve rendersi più intelligente e anticipare i cambiamenti; la sfida è quella di preservare la controllabilità e la trasparenza che sono necessarie in una società democratica.

sabato 21 maggio 2016

Omaggio a Marco Pannella

La morte di Marco Pannella mi ha molto colpito e addolorato. Non sono un radicale dell'ultima ora, ho  condiviso fin da giovane le sue idee e battaglie; ho firmato tutte le iniziative referendarie, anche se su qualcosa potevo non essere d'accordo, credo che spingere gli elettori a votare e quindi a interessarsi a certi temi sia importante in democrazia. Non sempre ho condiviso le sue posizioni, ma gli va riconosciuta una grandissima onestà morale e intellettuale, e un impegno e sacrificio personale fuori dal comune. Resta uno dei gli uomini politici più importanti e straordinari italiani, tutti gli dobbiamo qualcosa se i diritti civili e anche i diritti delle minoranze e degli indifesi sono stati portati avanti. Era un grande provocatore e comunicatore, le sue battaglie restano memorabili e hanno fatto storia. Peccato che solo adesso gli vengono riconosciuti universalmente i suoi meriti ed il suo valore, la battaglia sulle condizioni carcerarie e il conseguente appello di Napolitano avrebbero meritato maggiore attenzione e impegno da parte del Parlamento. Ancora più scandaloso resta il fatto che non gli abbiano concesso la nomina a senatore a vita, che era assolutamente dovuta. Mi auguro che, anche se in modalità diverse, le lotte per i diritti civili e la difesa dei deboli trovino ancora molti disposti a combattere per esse. Ciao Marco e soprattutto grazie per quello che hai fatto per noi.

domenica 1 maggio 2016

Scie chimiche? no grazie!

Questo post è dedicato a quelli che ogni tanto segnalano qualche articolo o notizia sulle scie chimiche. Sull'argomento la mia posizione è la seguente: ho moltissimi dubbi in proposito, ma dato che non escludo niente a priori potrebbe esserci anche qualche cosa di vero, probabilmente qualche esperimento sul clima da qualche parte è stato fatto, ma vorrei far riflettere i "complottisti" che, anche ammesso che qualche cosa sia vero, non si rendono conto di stare sviando inconsciamente dai veri problemi?
Vorrei ricordagliene  solo due:
a) il sistema finanziario è una bomba a orologeria pericolosa che ha dimostrato, basti pensare solo all'ultima crisi, quanti miliardi sono stati bruciati. Molti milioni di disoccupati in giro per il mondo, l'impoverimento di altri milioni di persone ecc., in pratica  è molto peggio di un incidente nucleare e ancora il sistema finanziario  non è sotto controllo, anzi è il sistema finanziario che controlla e addomestica le nostre democrazie. 
b) abbiamo un problema ecologico gravissimo, su questo tutti gli scienziati sono invece concordi, il clima sta peggiorando e le temperature si stanno alzando e i ghiacci sciogliendo, non sappiamo i rischi precisi e le simulazioni non sono molto rassicuranti. Continuare a utilizzare le energie fossili non è molto intelligente, infatti comunque sono una risorsa di stock quindi necessariamente esauribili al contrario dell'energia solare che è un flusso, inoltre continuiamo a sprecare materiali e generare rifiuti in maniera folle. Insomma un comportamento insensato che va contro le leggi fisiche: l'entropia di un sistema chiuso sostanzialmente come la terra aumenta sempre, che significa che l'energia passa da forme  più facilmente disponibili a forme meno disponibili, il che pone non solo limiti all'uso dell'energia ma anche allo spreco di materiali.
Quindi per cortesia mi pare che abbiamo qualche problemino più serio di cui preoccuparsi piuttosto che le scie chimiche o no ?

venerdì 22 aprile 2016

Le idee della economia - Teorie dell'interesse

Le teorie dell’interesse, da Aristotele sino alla fine del  medioevo, avevano più che altro un carattere etico-religioso, la discussione era imperniata sulla liceità di richiedere e ottenere un interesse sulle somme prestate. Da questo punto di vista le posizioni erano generalmente negative,  la richiesta di interesse si identificava di fatto con “l’usura” e quindi riprovevole dal punto di vista morale.
Con l’evoluzione economica e lo sviluppo dei commerci, a partire soprattutto dalla fine del ‘400, le posizioni  cominciano  a diventare più sfumate e si inizia a distinguere  tra la  richiesta di interesse che diviene lecita, a fronte dei rischi e come beneficio per la perdita di opportunità dovuta al prestito, e l’usura vera e propria che viene caratterizzata dal fatto di richiedere un interesse particolarmente elevato.
Nel periodo dell’economia classica l’interesse diviene la remunerazione di un fattore produttivo, il capitale, che  rende tale remunerazione lecita come per gli altri fattori produttivi, terra e lavoro, dove prende il nome rispettivamente di  rendita e  salario.
L’intuizione innovativa di Bohm-Bawerk, Eugen von Böhm-Bawerk (1851–1914) economista austriaco considerato esponente fondamentale della scuola austriaca, è quella di inserire la dimensione temporale come giustificazione dell’interesse. In particolare Bohm-Bawerk  evidenzia che, per motivi psicologici, gli individui tendono a preferire il consumo presente a quello futuro, quindi l’interesse è la ricompensa, per chi concede il prestito, alla rinuncia al consumo presente a beneficio di colui che chiede il prestito.
La spiegazione diviene più complessa passando dalla sfera individuale a quella produttiva. La tesi che  Bohm-Bawerk sostiene è che i metodi lavorativi “indiretti” siano più efficienti di quelli “diretti” ma richiedono tempi più  lunghi.
Per spiegare tali concetti e le differenze dei due metodi facciamo un esempio banale: per fare uno scavo potrei utilizzare le mani (metodo diretto), tale metodo è immediato nel senso che posso partire subito a scavare ma evidentemente poco efficiente. Per effettuare lo scavo con maggiore efficienza devo ricorrere a qualche strumento, dalla pala e piccone sino ad arrivare a un escavatore. E’ chiaro che l’uso degli strumenti (metodo indiretto) aumenta la l’efficienza del lavoro ma in qualche modo possiamo dire che richiede “tempi più lunghi”, nel senso che per costruire tali strumenti ci vuole del tempo o, più realisticamente, richiede la loro acquisizione e quindi dei capitali per comprarli.
Pertanto, in conclusione, i metodi indiretti sono più efficienti ma richiedono un anticipazione dei capitali, pertanto la maggiore efficienza comporta un periodo di produzione più lungo, e il beneficio di una maggiore produttività richiede l’esborso di un interesse per acquistare la disponibilità di capitali necessari per acquisire i mezzi di produzione. Come si vede si torna al concetto di produttività del capitale ma questa volta avendo evidenziando  l’aspetto temporale del problema.
Un ulteriore contributo alle concezioni delle teorie dell’interesse si deve a Wicksell, Johan Gustaf Knut Wicksell (1851–1926) economista  svedese.
Il concetto innovativo a lui dovuto è quello di distinzione tra interesse monetario e interesse “reale”.
L’interesse monetario è quello che si forma nel mercato del credito, ovvero laddove c’è una domanda di capitali da parte dei produttori e l’offerta di credito attraverso il circuito bancario. Il prezzo di acquisire la liquidità, e quindi l’interesse, varia in funzione della domanda e dell’offerta di capitali.
L’interesse “reale” è quello che si forma nella sfera produttiva e quindi connesso al “rendimento”[1] del capitale investito nel settore produttivo, se questo rendimento è maggiore dell’interesse monetario si avrà un incentivo ad effettuare investimenti, viceversa gli investimenti tendono a diminuire.
Sono quindi queste differenze di interesse che determinano la propensione ad investire, questo permette a Wicksell di proporre una teoria per la  spiegazione dei cicli economici che influirà su Keynes ed Hayek.
La spiegazione del ciclo è la seguente: quando l’interesse monetario cresce e supera quello reale, questo tende a sfavorire gli investimenti e di conseguenza a generare una rallentamento degli investimenti produttivi e ad innescare un ciclo economico recessivo. Al contrario, quando l’interesse monetario è inferiore a quello reale, si generano le condizioni favorevoli agli investimenti e quindi  ad un ciclo espansivo.
Irving Fisher, di cui parleremo più diffusamente in un  prossimo post, riprende i concetti sull’interesse sviluppati da Bohm Bawerk ma li sviluppa con maggiore rigore matematico, per cui nei daremo solo un cenno.
Fisher conferma l’aspetto psicologico individuale di preferenza al consumo presente rispetto a quello futuro, precisando che tale tendenza è funzione del reddito atteso e dalla disponibilità di fondi, e che il tasso di interesse si determina nell’equilibrio tra domanda e offerta tra agenti economici che hanno diverse  disponibilità e motivazioni a prendere o dare in prestito fondi.
Per quanto riguarda l’interesse nell’aspetto produttivo, quindi visto nell’ottica della convenienza  ad  effettuare un investimento, Fisher  analizza le modalità con cui avviene la scelta tra diverse opportunità di investimento. In particolare, per un dato investimento, si può ipotizzare una serie di rendimenti futuri, ad esempio se compriamo un immobile e lo affittiamo ne ricaveremo degli affitti nel tempo. Dato che queste somme, che riceviamo nel futuro, valgono meno che nel presente le dobbiamo ridurre (scontare) per aver il valore corrispondente nel presente, quindi ipotizzando un certo tasso di interesse si può valutare, mediante una formula matematica[2] e  sulla base dei flussi di reddito attesi, il valore presente (attuale) dell’investimento, questa valutazione consente il confronto tra  investimenti alternativi.
Tale analisi verrà ripresa da Keynes nello sviluppare il concetto di efficienza marginale del capitale ed evidenziare la relazione inversa  tra livello degli investimenti e tasso di interesse, infatti a parità di rendimenti attesi dell’investimento effettuato, all’aumentare del tasso di interesse, il valore (attuale) di un investimento diminuisce e quindi diviene meno conveniente fare un investimento.




[1] Per precisione si dovrebbe parlare di produttività marginale del capitale, che esprime quanto varia il prodotto per effetto della corrispondente  variazione del  capitale.
[2]Ipotizzato un certo tasso di interesse (i) e un flusso di redditi uguali (r), si può attualizzare, cioè determinare il valore attuale/presente di un investimento con la formula: valore attuale = sommatoria (per k che va da 1 a N) di r/(1+i)k, dove N sono il numero di anni o periodi temporali considerati, nel caso di N infinito il valore attuale diviene r/i, che indica la relazione inversa con il tasso di interesse.

mercoledì 20 aprile 2016

G. Akerlof, R. Shiller - Phishing for phools- The economics of manipulation and deception

Questo libro è l’ultimo lavoro di Akerlof e Shiller, entrambi economisti e vincitori del premio Nobel per l’economia.
Il titolo non è di facile traduzione, il “phishing” è una frode informatica, quella ad esempio tipica delle finte mail per carpire i tuoi dati, mentre i “phools” sono quelli che vengono “frodati”. Il senso che danno gli autori è più generale e meno illegale, ovvero è più un inganno che una frode, e coloro che vengono ingannati lo sono o per motivi psicologici o per mancanza di informazioni. Traducendo con un pò di fantasia e per assonanza potremmo dire che “phishing the phools” potrebbe sembrare come ”spennare i polli”.

Nel libro gli autori elencano e illustrano i molti modi e ambiti in cui veniamo ingannati, in quanto il fenomeno è molto diffuso.
Il punto fondamentale è che le persone prendono delle decisioni che non sono spesso nel loro vero interesse e non scelgono veramente quello che vogliono, e nel mercato se uno ha una debolezza qualcuno cercherà di sfruttarla. 
Nei mercati liberi dunque non c’è solo libertà di scegliere ma anche di “ingannare”, e si forma quello che gli autori chiamano un “phishing equilbrium”. Come detto tali inganni vengono perpetrati sia per motivi psicologici sia fornendo false informazioni che ci fanno prendere decisioni sbagliate. Il mercato non produce solo quello che vogliamo ma anche altro che ci devono vendere, pertanto veniamo indotti in tentazione.
Un altro aspetto importante che viene utilizzato nella pubblicità è la “narrazione”, in quanto siamo psicologicamente portati a ragionare in termini di narrazione e influenzati dalle storie, quindi la pubblicità e il marketing sono alla ricerca del messaggio giusto e della storia giusta da proporre alle giuste persone.
L’elenco degli ambiti in cui veniamo ingannati, come detto, è ampio: si va dal mercato immobiliare a quello dell’auto, il mercato dei farmaci, quello del tabacco e degli alcolici, ma anche la stessa politica. Ovviamente non manca il mercato finanziario in cui vengono illustrati i casi di frode e bancarotta delle casse di risparmio e prestiti americane, il mercato dei junk-bond degli anni ’80 sino ad arrivare alla recente crisi finanziaria.
Gli autori dedicano anche un capitolo agli “eroi” che sono coloro i quali lavorano agli standard di qualità, e chi ha contribuito a migliorare gli standard legali che proteggono dagli abusi del mercato.
Inoltre, contestano coloro i quali affermano che il problema sia lo Stato e che il mercato sostanzialmente produce il migliore dei mondi possibili, mentre le possibilità di essere frodati porta alla necessità di un attività di regolazione che è appunto uno dei compiti fondamentali dello Stato.
Le conclusioni della economia standard sono che il mercato funziona bene e necessita solo di limitati interventi relativi alle esternalità e alla distribuzione della ricchezza; al contrario gli autori affermano che, data la vera natura umana, il mercato non fornisce solo uno spazio per fornirci ciò che vogliamo ma anche per ingannarci, pertanto non è cosi efficiente come descritto dell’economia tradizionale che non è in grado di capire il ruolo dell’inganno e del raggiro. Gli inganni ai danni dei clienti sono un fenomeno generale che porta appunto ad un equilibrio, in questa generalizzazione del problema per gli autori sta il punto principale del libro, superando in questo anche le teorie della economia comportamentale che, nelle sue analisi, ha elencato tutta una serie di comportamenti erronei e non del tutto razionali da parte delle persone ma non fornendo un quadro d’insieme.
Concludo con una citazione che, a mio parere, ben si adatta alla ultima crisi: «Il libero mercato rende le persone libere di scegliere. Ma rende anche liberi di ingannare ed essere ingannati. Ignorare queste verità e una ricetta per il disastro».
P.S Il libro è ora uscito anche in italiano con il titolo "Ci prendono per fessi" editore Mondadori.

mercoledì 16 marzo 2016

Le idee dell'economia- Teoria dell’equilibrio generale e ottimo paretiano: Walras e Pareto

Nel post precedente abbiamo esposto la legge della domanda e offerta per un singolo bene, tale modalità di lavorare su un singolo mercato  si definisce equilibrio parziale.
Il passo successivo è quello di capire se si possa affrontare e risolvere il tema dell’equilibro di tutti i mercati: equilibrio  generale. Chi per primo affrontò e risolse, almeno in parte, il problema fu Leon Walras.
Leon Walras (1834-1910), di origine francese e di padre economista, inizialmente si dedicò agli studi di ingegneria (mineraria) ma ben presto si rivolse al giornalismo e ad attività nel mondo lavoro (banche e ferrovie) per diventare, successivamente, professore di economia all’Università di Losanna. Contribuì allo sviluppo dei concetti del “marginalismo” ma, probabilmente,  il suo contributo più rilevante e originale è quello sulla teoria dell’ equilibrio generale.
La teoria dell’equilibrio generale di Walras è molto complessa, pertanto ci limiteremo a darne una visione ridotta e semplificata nel tentativo di farne intuire il significato[1].
Nell’esporre la legge della domanda e dell’offerta si è visto che, individuate le due curve di domanda e offerta, si possono ricavare la quantità del  bene scambiato  e il suo prezzo nel punto di equilibrio. Tale risultato grafico si può anche rappresentare analiticamente come un sistema di due equazioni a due incognite, quantità e prezzo del bene. Oltre ad estendere il ragionamento a tutti i beni e relativi mercati, Walras, lo estende anche ai mercati dei servizi produttivi (ad esempio il lavoro) e a quello dei capitali dove, da un lato, abbiamo l’offerta di risparmio e, dall’altro, la domanda di capitali da parte dell’impresa.
I soggetti che agiscono nei mercati sono quindi per Walras: i lavoratori, i proprietari terrieri e di capitale e gli imprenditori veri e propri, quelli che organizzano la produzione. I mercati, per Walras, sono mercati ideali perfettamente concorrenziali con le caratteristiche che abbiamo citato  nel precedente post.
Per raggiungere l’equilibrio di tutti i mercati esiste una fase di cosiddetto aggiustamento (“tattonnement” in francese) per cui, dopo una serie  di oscillazioni, i mercati raggiungono l’equilibrio. Un ulteriore espediente che utilizza Walras è quello del banditore, come nelle aste, per il raggiungimento dell’equilibrio.
Quindi, in definitiva,  abbiamo N+M mercati (beni e servizi) in equilibrio e quindi N+M incognite e N+M equazioni o relazioni e, se abbiamo tante equazioni indipendenti quante sono le variabili, il sistema in teoria è risolvibile e potrebbe avere una soluzione che sarebbero gli N+M prezzi[2].
Il problema che nasce è se questa soluzione esiste veramente ed è significativa, valori negativi infatti non avrebbero senso, ed è veramente unica, problema che Walras non riuscì a dimostrare compiutamente.
Saranno gli studi successivi, in particolare di Arrow e Debreu grazie all’utilizzo di tecniche matematiche più sofisticate, a dimostrare che le condizioni poste da Walras erano solo necessarie e non sufficienti per avere una soluzione e stabiliranno, da un lato, la esistenza dell’equilibrio ma, d’altra parte, che è praticamente impossibile dimostrarne l’unicità della soluzione.
Un ulteriore limite dell’analisi di Walras, è che la sua è una  teoria statica, che mal si concilia con le situazioni economiche che sono estremamente dinamiche. Inoltre una ulteriore limitazione è che in equilibrio il profitto dell’imprenditore è nullo, cosa alquanto irrealistica come ha fatto osservare Schumpeter che nell’imprenditore vedeva la figura centrale del capitalismo.
Resta comunque grandioso il lavoro di Walras, che la nostra sintesi non rende nella sua complessità, che lo fa inserire tra i più grandi economisti della storia[3]. La sua teoria non ebbe una grandissima rilevanza tra gli economisti dell’epoca forse per il carattere troppo teorico e la complessità, mentre  la teoria degli equilibri parziali, che portava a risultati pratici più spendibili, ebbe maggiore fortuna e utilizzazione.
Le teorie di Walras vennero riprese  da Pareto ma sviluppate su nuove basi, come accennato, solo in un periodo successivo.
Vilfredo Pareto (1848-1923), che succederà a Walras nella cattedra alla Università di Losanna, nacque a Parigi da padre italiano. Dopo la laurea in ingegneria fu direttore della Società delle Ferriere Italiane ma, abbandonato il lavoro, si dedicò agli studi economici e non solo, diventando professore di economia politica. Nell’ultima parte della sua vita, grazie anche a una cospicua eredità ricevuta, si ritirò a vita privata continuando i suoi studi in Svizzera sino al termine della sua vita.
Pareto lavorò alla teoria dell’equilibrio generale ma il concetto per cui è più noto è quello di “ottimo paretiano”. Si ha un ”ottimo paretiano” quando, una volta assunta una distribuzione  iniziale di dotazioni o risorse ai vari soggetti, si arriva ad una situazione ottimale che è quella nella quale l’utilità di ogni soggetto può essere aumentata solo riducendo l’utilità di un altro.
Si può dimostrare che, cosiddetto primo teorema dell’economia del benessere, un sistema di mercato perfettamente concorrenziale in equilibrio raggiunge una situazione di ottimo paretiano, e quindi avremmo la miglior efficienza in termini di allocazione delle risorse. D’altra parte le situazioni ottimali possono essere diverse in funzione delle condizioni iniziali e nessuno ci assicura che siano le più socialmente utili[4]. Infatti un limite di tale impostazione è il fatto che si parte da una distribuzione di risorse date, che quindi può essere facilmente non equilibrata, il che vuol dire che l’efficienza paretiana mal si concilia con la equità (distributiva). Si può arrivare, di fatto,  ad una situazione ottimale in cui permangono delle distribuzioni non eque, ovvero chi ha di più continua ad avere di più.
Facciamo un esempio, se il soggetto A parte con 100 e il soggetto B con 20 e si arriva ad una situazione in cui A adesso ha 110 e B 20 questa costituisce un “ottimo paretiano”, viceversa se A arriva ad avere 98 e B 50 non è un ottimo paretiano (!).
Ulteriori critiche sulla efficienza dei mercati, che vedremo più avanti, verranno dalle teorie dei cosiddetti “fallimenti del mercato” e inoltre una ulteriore critica dai lavori di Amarthia Sen.
Un secondo contributo di Pareto che vorrei citare è quello relativo alla distribuzione del reddito. Secondo Pareto la distribuzione del reddito in tutti i periodi storici non varia e, tale distribuzione, porta ad avere la maggior parte della ricchezza sempre concentrata in una porzione piccola della popolazione, in pratica la distribuzione è tale che il 20% della popolazione detiene circa l’80 % della ricchezza. Tale risultato è vero in parte, cioè è vero che di norma in tutte le società esiste una concentrazione di ricchezze in una parte della popolazione, ma tale concentrazione varia nel corso del tempo come ad esempio mostra T.Piktty nel suo libro Il capitale del XXI secolo[5].
Per concludere è interessante notare come Pareto, grande fautore della razionalità e dell’analisi scientifica, si sia dedicato nell’ultima parte della sua vita allo studio della sociologia, probabilmente convinto che la sola razionalità, implicita nelle asserzioni dell’economia neoclassica, non riesca a cogliere appieno la realtà.
Il suo studio sociologico[6] infatti si concentra anche sulle cosiddette “azioni non-logiche”, che dimostra ulteriormente come lo studio dell’economia sia intimamente connesso anche a fattori comportamentali che sono decisamente  complessi e difficili da schematizzare in termini solo logici.
Pareto nel suo libro arriva alla conclusione che l’azione umana sia guidata da motivazioni che definisce “residui”, una specie di istinti, che sono alla base del comportamento umano. Da queste premesse Pareto arriva a ipotizzare  la cosiddetta “teoria della circolazione delle  élite”, per cui nel corso della storia umana tendono a prevalere quei gruppi di individui che sono dotati dei “residui” più adatti a emergere, per poi essere sostituiti nel tempo da altri nuovi gruppi che manifestano le stesse caratteristiche.




[1] Per approfondimenti vedi ad esempio: M.Blaug, Storia e critica della teoria economica, Boringhieri, Torino 1970.
[2]Per dovere di precisione dato che un bene viene preso come riferimento  per i prezzi, che sono sempre relativi, il numero di incognite è di fatto diminuito di uno,d’altra parte Walras dimostra che se N-1 mercati sono in equilibrio anche l’N-simo mercato è in equilibrio, pertanto si ritorna ad avere tante equazioni quante sono le incognite e quindi il sistema in teoria è risolvibile cioè può avere almeno una  soluzione.
[3] «Per quanto concerne al teoria pura, Walras è a mio parere il più grande degli economisti. Il suo sistema dell’equilibrio […] è l’unica opera di un economista che possa reggere il confronto con le conquiste della fisica teorica.». J.A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino 1990, vol.III, p. 1016.
[4]Da sottolineare  che  il secondo teorema del benessere afferma che un qualsiasi punto ottimale  può  essere raggiunto alterando le condizioni o dotazioni  iniziali; rimane comunque  aperto il problema di come determinare il punto ottimo socialmente che, come vedremo con Arrow, non è facile determinare.
[5] T.Piketty, Il capitale del XXI secolo, Bompiani, Milano 2014 .
[6] V.Pareto, Trattato  di sociologia generale, UTET, Milano.

mercoledì 9 marzo 2016

Nicholas Wapshott - Keynes o Hayek. Lo scontro che ha definito l'economia moderna

In questo libro, il giornalista britannico Nicholas Wapshott, ripercorre la storia di un secolo di idee economiche ma anche delle sottostanti vicende storiche mondiali. Si parte dall’inizio degli anni ’20, dove Keynes diventa subito famoso per i suoi libri polemici: Le conseguenze della pace, in contrasto con gli accordi di pace al termine della prima guerra mondiale che impongono pesanti pagamenti alla sconfitta Germania da parte degli alleati, grave errore gravido di funeste conseguenze per Keynes che profetizza, con successo, la ascesa del nazismo. L’altro suo pamphlet polemico è contro Curchill e la sua politica di aggancio della sterlina all’oro che, anche qui a ragione, Keynes pronostica che  provocherà una grave recessione economica.
Solo più tardi incomincia a farsi sentire Hayek, molto più giovane e sconosciuto, criticando Keynes in merito al suo libro sulla moneta (Trattato sulla moneta). La polemica tra i due è pesante e si trascina a lungo, ma quando esce il capolavoro di Keynes, La Teoria generale, il suo successo tra i giovani economisti e nel pubblico sancisce, per un lungo periodo, la sconfitta e il silenzio di Hayek. Solo nel dopoguerra e dopo la morte di Keynes riprende l’interesse per Hayek, che diventa famoso per il suo libro La via verso la schiavitù e ottiene anche il premio Nobel per l’economia. Le sue idee ispireranno le politiche neoliberiste da parte di Reagan e soprattutto della Tachter, grazie anche al contributo della scuola di Chicago e di Friedman.
La crisi del 2008 però segna un ritorno dell’interesse e alla applicazione delle politiche keynesiane, che erano state mandate in soffitta dalla stagflazione degli anni ‘70. In definitiva un libro ricco di informazioni, aneddoti e citazioni, che ricostruisce con chiarezza e capacità espositiva un lungo periodo storico di idee economiche e politiche. L’autore nei giudizi mantiene un grande equilibrio sui due rivali, anche se dalla narrazione appare evidente che, da un punto di vista strettamente del pensiero economico, l’eredità di Keynes è senza dubbio maggiore del rivale.

lunedì 22 febbraio 2016

La legge della domanda e dell'offerta-A.Marshall

In questo post parleremo di una delle “leggi” più famose dell’economia che è sicuramente la più conosciuta anche dai profani. Tale legge in termini generali era nota anche tra i primi ad occuparsi di economia, tra i precursori viene citato il filosofo inglese Locke[1], e come abbiamo visto tale “legge” viene spesso menzionata dagli autori dell’economia classica. E’  comunque  nel periodo che stiamo trattando che viene esposta in maniera più rigorosa e formale,  questo lo si deve principalmente ad Alfred Marshall.
Alfred Marshall (1842-1924) fu un economista inglese, il cui pensiero e le cui opere furono predominanti nell’economia per lungo tempo. La sua formazione iniziale fu matematica e filosofica, per poi dedicarsi all’economia, fu infatti professore di economia politica a Cambridge dal 1885 al 1908. Nonostante la sua formazione matematica fu sempre contrario ad un uso eccessivo del formalismo matematico, preferendo, nel suo testo fondamentale Principi di economia[2], utilizzare uno stile discorsivo lasciando gli aspetti più analitici a note o appendici al testo.
Esiste per Marshall un legame diretto tra la “legge” dell’utilità marginale decrescente e la “legge della domanda”. Infatti abbiamo visto che l’utilità marginale, ovvero la soddisfazione provocata dell’ultima dose di un bene, diminuisce all’aumentare della quantità consumata, quindi di conseguenza all’aumentare del prezzo, che è il costo o sacrificio per l’acquirente per ottenere l’utilità, la quantità domandata del bene tenderà a diminuire; oppure, invertendo i termini del problema, si può anche affermare che al diminuire del prezzo aumenterà la quantità domandata. In economia si rappresenta la curva, vedi figura seguente, con il prezzo in ordinata e la quantità domandata in ascissa e,  come per l’utilità marginale, la  curva -nel disegno per semplicità è una retta- che rappresenta il prezzo di domanda in funzione della quantità domandata  sarà decrescente. La forma di questa curva sarà, in generale, diversa da individuo a individuo e dipendente dalla tipologia del bene.


Esaminata la domanda vediamo la seconda componente necessaria per completare il quadro: l’offerta. Quando si parla di offerta vediamo l’altro lato del mercato[3], ovvero il  lato del venditore o produttore. In questo caso la determinante della legge è la produzione. Una volta stabilito un determinato momento temporale[4] possiamo dire che il metodo di produzione è fissato, pertanto si può affermare che, in generale salvo casi particolari, ad un aumento della quantità prodotta di un determinato bene, e quindi d’offerta, corrisponde un aumento del costo, siamo quindi nella fattispecie dei cosiddetti  “rendimenti decrescenti” che significa che ad aumentare della produzione aumenta anche il costo della prodotto.  Quindi ad un aumento di produzione o offerta si accompagna un aumento di costo e di prezzo del bene prodotto,  rovesciando i termini del problema possiamo anche dire che, se il prezzo nel mercato per qualche ragione tendesse a salire, ci sarebbe una propensione ad offrire maggior prodotto in quanto, a fronte di maggiori costi, si avrebbero maggiori guadagni.
Anche in questo caso si rappresenta il prezzo di offerta in funzione della quantità e il prezzo in questo caso  risulterà crescente con l'aumentare della quantità offerta.

Definite le “leggi” della domanda e dell’offerta di un bene che sono individuali, cioè relative a un singolo acquirente e venditore, si può estendere il concetto alla somma di più acquirenti e più produttori, relativi sempre allo stesso bene. Per fare ciò è necessario che siano soddisfatte una serie di condizioni, in particolare che siamo all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale.
Le condizioni per avere un mercato perfettamente concorrenziale sono molteplici ne citeremo alcune:

  • presenza di più produttori, ognuno di con dimensioni tali da non condizionare il mercato[5];
  • ·che il prodotto dei vari produttori sia omogeneo, cioè con caratteristiche che rendano indifferente la scelta dell’uno rispetto all’altro;
  • ·che anche gli acquirenti siano molti e piccoli, cioè non in grado di influire sulla domanda.
Un ulteriore aspetto rilevante, che assumerà importanza negli studi più recenti, è quello relativo alle completezza delle informazioni dei venditori e acquirenti sul mercato (trasparenza del mercato).
Una volta definita la legge di domanda e offerta di un bene, ne consegue che, in un dato momento visti gli andamenti delle due curve, esiste un punto di equilibrio, punto di intersezione delle  curve di domanda e offerta, che determina il prezzo e la quantità scambiata del bene stesso su quel mercato tra compratori e venditori. Questo punto di equilibrio, momentaneo, può modificarsi per effetto delle modifiche che possono subire le due curve, a loro volte determinate dalle mutate condizioni della domanda o della offerta.

Ad esempio la domanda può cambiare per la presenza di beni sostitutivi[6] a quello considerato o per effetto della variazione di reddito dell’acquirenti o, lato offerta, per mutamenti dei costi di produzione. Le possibili variazioni e combinazioni determinano il cambiamento delle curve di domanda e offerta  e quindi lo spostamento del punto di equilibrio.
Un ulteriore precisazione che caratterizza questo tipo di analisi è che si tratta di un analisi di equilibrio parziale, cioè si concentra sull’equilibrio di un determinato mercato non preoccupandosi delle interrelazioni con gli altri mercati. L’analisi di tutti i mercati, detta di equilibrio generale, la vedremo nel post successivo.
Un ulteriore importante aspetto che viene evidenziato da Marshall è la distinzione tra breve e lungo periodo nella analisi delle situazioni economiche, intendendo con breve periodo quel intervallo di tempo in cui le condizioni di produzione non variano sostanzialmente e almeno qualcuno dei fattori produttivi non cambia, mentre nel lungo possono modificarsi tutti i fattori produttivi.
Marshall con i suoi contributi sull’analisi della domanda e dell’offerta e la sua analisi della impresa, su cui non possiamo dilungarci, si può affermare sia uno dei fondatori di quella branca dell’economia  che va sotto il nome di microeconomia ovvero, come già detto in introduzione, quella parte dell’economia che si occupa dell’analisi del singolo agente economico, consumatore o impresa.
In particolare tra i contributi sviluppati da Marshall possiamo citare il concetto di elasticità,  ad esempio della domanda rispetto al prezzo: la  domanda si definisce molto elastica rispetto al prezzo  quando è molto “sensibile”, varia molto, alle variare del prezzo, viceversa è anelastica se modifiche di  prezzo non provocano variazioni della quantità domandata.
Inoltre, in  analogia a quanto abbiamo visto nel concetto di utilità marginale, vengono definiti da Marshall  i costi e ricavi marginali, arrivando a stabilire che il punto di massima convenienza a produrre per un impresa, dove è massimo il ricavo totale, è quello in cui il ricavo marginale eguaglia il costo marginale.
La importanza di Marshall nella storia economica è indubbia, da un lato il suo libro, Principi di Economia Politica, sarà di riferimento per una generazione di economisti, rappresentando un ottima sintesi delle idee economiche scaturite dall’economia classica e dalla rivoluzione marginalista, inoltre alcune sue intuizioni sulla moneta e sulla funzione del credito saranno importanti per gli sviluppi della teoria da parte di  economisti successivi, in particolare di John Maynard Keynes che così si espresse sul suo maestro:
Erano la sua formazione eclettica e la sua duplice natura a garantirgli qualità indispensabili per un economista: aveva la stoffa dello storico e del matematico ed era capace di occuparsi del particolare e del generale[7].





[1] Nel suo libro, Considerazioni e conseguenze della riduzione dell’interesse e la crescita del valore della moneta, afferma: «[… ]il prezzo di ogni merce aumenta  o diminuisce  in proporzione al numero dei compratori e venditori […]».
[2] A.Marshall, Principi di economia politica, Utet, Milano, 1972.
[3]Il concetto di mercato in economia è la generalizzazione/idealizzazione  del mercato fisico, luogo dedicato allo scambio (volontario), di cui tutti abbiamo esperienza. La caratteristica idealizzata del mercato è che vi sia un gran numero di venditori e acquirenti, tra l’altro bene informati, in modo che il prezzo dei beni trattati sia uniforme.
[4]Per dovere di precisione la legge dell’offerta non sempre è verificata su periodi temporali più lunghi, potendo essere anche,  in casi limite, inclinata in maniera contraria, per approfondimenti consiglio  uno dei manuali di economia indicati in bibliografia.
[5] In questo caso si dice che i produttori sono price-taker.
[6] Un bene sostitutivo è un bene che può essere impiegato in sostituzione di un altro, ad esempio all’aumentare del prezzo del caffè ci sarebbe la tendenza a sostituirlo con il tè se questo costasse meno.
[7] J.M.Keynes, Sono un liberale, Adelphi, Milano,2010, p.79.

mercoledì 10 febbraio 2016

La morale del cacciatore e del pescatore, ovvero quello che funziona e no nell'economia

C’era una volta, tanto tempo fa, una isola in cui vivevano due famiglie, una di un cacciatore e una di un pescatore. All’inizio le due famiglie non avevano rapporti, il cacciatore e il pescatore erano presi dalla loro attività e a malapena riuscivano a sostenere le proprie famiglie. Col tempo entrambi, con l’esperienza e lo sviluppo di tecniche sempre più efficaci, cominciarono ad aumentare la raccolta di cacciagione e di pesci. Essendosi le famiglie stufate di mangiare le stesse cose decisero di accordarsi sullo scambio di cacciagione con pesce. Ci vollero delle lunghe discussioni ma alla fine, visto che c’era un reciproco interesse a mangiare qualcosa di diverso, si accordarono per un valore di scambio accettabile per entrambi. 

Prima morale della favola: solo se aumenta la produttività si riesce ad attivare il meccanismo dello scambio, scambio che, se equo e desiderato da entrambe le parti, produce un miglioramento della soddisfazione e della condizione di entrambi.
Col passare del tempo però il cacciatore, che per la sua attività era più prestante ed uso ad utilizzare armi, divenne più arrogante e impose con la forza uno scambio più a lui favorevole, inizialmente il pescatore dovette accettare. Nel tempo, mentre la famiglia del cacciatore aveva abbondanza e sprecava anche il cibo (non avevano ancora trovato il modo per conservarlo), quella del pescatore riusciva a malapena a sostentarsi, quindi alla fine a causa della aumento della debolezza fisica e anche per mancanza di incentivi il pescatore, non avendo molto da offrire, smise di aderire allo scambio.
Seconda morale della favola: se lo scambio non è equo, ovvero qualcuno cerca di accaparrarsi la maggior parte del prodotto, si finisce per ridurre la domanda (del pescatore) ma anche la offerta complessiva, la eventuale presenza di un sistema di conservazione (la moneta) non fa che peggiorare le cose.
Certo che l’esempio è puramente teorico e irrealistico ma le morali che se ne deducono forse sono più reali di quello che pensate.

mercoledì 27 gennaio 2016

Banche e bail-in

Oggi vorrei parlare del tema delle banche italiane e del cosiddetto “bail-in”. Su questo è stato scritto moltissimo e ancora si discute sulle possibilità tecniche di gestione delle sofferenze che appesantiscono i bilanci delle banche, con conseguente polemica con la Commissione Europea. Su questi aspetti, di cui ammetto di non essere così ferrato, non parlerò, vorrei fare invece un discorso un poco  più generale a beneficio di coloro che sono meno preparati.
Il sistema bancario, e anche quello finanziario, sono importantissimi in una moderna economia, in particolare il mondo bancario ha lo scopo di connettere il sistema del risparmio privato con il sistema industriale/commerciale (in senso lato dalla grande industria alla piccola attività) che necessita di finanziamenti. Questo lo capiscono tutti anche i meno preparati  e quindi la funzione delle banche risulta importante e delicatissima. Che le banche in Italia, ma anche all’estero, non abbiano svolto bene questo compito non è un mistero, basta pensare alla crisi del 2008 innescata dal sistema finanziario/bancario americano e agli scandali e disastri che abbiamo visto in tutta Europa e di vario genere. Viene da se che l’attività bancaria ha bisogno, per la sua delicatezza, di autorità pubbliche di controllo, in Italia Consob e Banca d’Italia e adesso anche la BCE. Ora se in Italia è successo quello che è successo e si è lasciato che alcune banche arrivassero al fallimento e vendessero le famigerate obbligazioni subordinate a cittadini, più o meno ignari, mi pare evidente che qualcosa non ha funzionato a dovere.
In particolare vorrei fare un partentesi sulla Banca d’Italia (BDI) e la sua indipendenza. Su questo tema esprimo il mio modesto pensiero, sono d’accordo in linea di principio che la BDI sia indipendente dal Governo (Potere Esecutivo), questo perché quest’ultimo potrebbe essere tentato di spingerla ad azioni per motivi strettamente propri (elettoralistici) e non proprio d’interesse generale. Sono invece contrario alla totale indipendenza della banca centrale, proprio per la delicatezza e importanza del suo ruolo per tutta la economia, quindi a mio  parere la banca centrale dovrebbe avere un mandato chiaro ma soprattutto in linea con la Costituzione; per fare un esempio se la Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro, la banca centrale non può occuparsi solo di stabilità monetaria ma dovrebbe anche preoccuparsi della disoccupazione. Quindi dovrebbe essere soggetta al controllo di qualche altro organismo, ad esempio il Parlamento, con modalità da stabilire, affinché sia anch’essa controllata secondo il sano principio del check and balancing. La nostra BDI è un istituzione di grande qualità, con personale di assoluto livello e in genere lo sono stati anche i suoi Governatori, ma non sempre, come la storia ci ha dimostrato. Per quanto riguarda il bail-in anche qui, in linea di principio, non sarebbe sbagliato che i costi degli errori di una banca finiscano per colpire principalmente chi ne ha il capitale di rischio, per evitare i soliti salassi a carico di tutta la comunità. D’altra parte a seguito della crisi del 29, si è deciso di stabilire un assicurazione sui depositi proprio per evitare le note scene di panico delle persone in fila a ritirare i propri risparmi dalla banche, con conseguenti rischi di fallimenti bancari a catena e conseguente disastro economico. Che in Europa, quasi ovunque, si sia deciso di salvare con i soldi pubblici le banche non è un mistero, con modalità diverse e, in alcuni casi, anche perché si trattava di banche pubbliche. Ora lamentarsi con l’Europa perché ha cambiato le regole mi sembra un poco fariseo, prima perché le regole sono state cambiate non dall’oggi al domani e non posso credere chi i nostri politici che le hanno approvate erano così ignoranti, e poi chi ci ha impedito, in tempi non sospetti, di salvare le banche (qualcosa si è fatto ad esempio per MPS), non c’è stato un errore di sottovalutazione politica e anche da parte della dirigenza di alcune banche? 
Quindi, al di la dei tecnicismi, torno sempre sullo stesso tema, abbiamo un classe dirigente (in senso lato) che non mi pare adeguatamente preparata e pronta a rispondere alle sfide nei modi e nei tempi migliori. E dire che non credo che manchino in Italia le intelligenze e la preparazione, ma forse è un problema antico,  se Leonardo da Vinci è morto in Francia, se Marconi ha dovuto emigrare in Inghilterra per applicare le sue scoperte, se Fermi se ne  andato negli Stati Uniti a costruire la prima pila atomica,  a dimenticavo Galilei è rimasto ma è stato arrestato e ha dovuto abiurare le sue idee.