martedì 24 aprile 2018

Dani Rodrik - Populism and the economics of globalization

Oggi parliamo di un altro articolo di D. Rodrik che trovate qui in originale, di seguito tovate la mia sintesi.
Il tema è di attualità: populismo e globalizzazione. 
Per prima cosa, per l’autore, bisogna distinguere il populismo lato domanda e lato offerta, la globalizzazione aumenta il populismo che ha però orientazioni politiche differenti. Queste reazioni populistiche si differenziano in base alla forma di globalizzazione che viene ritenuta rilevante per la società.
Per quanto attiene ai modelli sul commercio internazionale, uno dei più importanti è quello di Samuleson-Stolper il quale afferma che, dati due paesi in condizione di mercato competitivo e senza una completa specializzazione, esiste un fattore di produzione che si trova svantaggiato nell’apertura al commercio, cioè avremo dei perdenti nel processo di liberalizzazione del commercio

Gli effetti redistributivi della liberalizzazione tendono a generare di norma effetti negativi maggiori dei benefici che producono e ciò è dimostrato da diversi studi (ad es. sugli accordi NAFTA). 

In principio i vantaggi del libero commercio dovrebbero servire a compensare i perdenti, come ammesso dagli esperti di commercio internazionale. Di fatto queste compensazioni non avvengono o sono inerenti ai sistemi di protezione e welfare in generale, come ad esempio in Europa. Le compensazioni specifiche sono inoltre costose e difficili da realizzare. 

L’opposizione popolare è alimentata dalle ingiustizie anche se la questione è complessa, le ingiustizie sono più rilevanti a livello locale che generale e una certa diseguale distribuzione della ricchezza viene comunque ritenuta accettabile. 
Un altro capitolo riguarda la globalizzazione finanziaria che anche ha i suoi vantaggi ma, d’altro canto, ha creato molta instabilità economica e anche questa ha generato degli effetti redistributivi. 
La globalizzazione finanziaria ha quindi contribuito insieme al libero commercio nell’esercitare una pressione negativa sulla quota di reddito da lavoro sul totale dei redditi. La mobilità dei capitali esercita infatti una minaccia reale: accettare salari più bassi altrimenti i capitali e le industrie si spostano all’estero. La mobilità del capitale aumenta la volatilità dei guadagni da lavoro e trasferisce sul lavoro il peso degli shock economici, e i lavoratori più colpiti sono quelli con le qualifiche e skill più bassi. Un altro aspetto è legato alla tassazione, le imprese e i capitali internazionali sono più difficili da tassare, pertanto il peso della tassazione si concentra sempre di più sul lavoro aumentandone generalmente il peso. 
La globalizzazione ha portato a una diminuzione delle ineguaglianze internazionali ma ha aumentato quelle nazionali. 
Anche la evoluzione tecnologica ha avuto un ruolo nella deindustrializzazione e nell’aumento delle diseguaglianze, ma è la globalizzazione ad assumere un ruolo più rilevante per le persone per le crescenti ingiustizie. 
Un ulteriore aspetto rilevante è come la rivolta populista abbia assunto forme differenti in diversi paesi.
 La maggioranza delle forme di populismo hanno assunto una connotazione di destra, queste hanno enfatizzato le divisioni culturali, etniche e religiose. Un altro tipo di populismo si genera a causa delle divisioni di ricchezza. 
Le linee di frattura economica create o approfondite dalla globalizzazione tendono a generare un potenziale sostegno pubblico per i movimenti con posizioni al di fuori dal mainstream politico, che si oppongono alle regole stabilite dal gioco. Ma il malcontento, raramente arriva chiaramente a soluzioni o prospettive politiche ben definite. Infatti si tendono a fornire narrazioni, i movimenti populisti forniscono fondamentalmente le narrazioni richieste per la mobilitare le persone   attorno alle comuni preoccupazioni. 
Ci sono tre diversi gruppi nella società: l'élite, la maggioranza e la minoranza. 
L'élite è separata dal resto della società dalla ricchezza.
La minoranza è separata da marcatori di identità: etnia, religione, immigranti/autoctoni. Quindi ci sono due divisioni: una etnografico/culturale e una basata su reddito e classe sociale. Con una certa semplificazione, possiamo dire che i politici populisti mobilitano le persone sfruttando uno o l'altra di queste due divisioni. Quando si enfatizzano le divisioni di identità (es. stranieri o minoranze) si produce il populismo di destra, quando si sottolineano le differenze economiche e di classe si ha il populismo di sinistra.
Il primo tipo di populismo è più comune in Europa e USA  mentre il secondo in Sudamerica.
Immigrati e rifugiati possono essere presentati come in competizione per il lavoro e i servizi pubblici con i nativi, ed in effetti in Europa i partiti di destra hanno cavalcato il tema che l’immigrazione corrode lo stato sociale. Quindi, anche se la causa principale del problema è economica, le manifestazioni politiche possono trasformarsi in aspetti etnici o culturali. 
In definitiva la globalizzazione crea dei problemi politicamente difficili da gestire.
In passato la unificazione dei mercati nazionali ha richiesto un progetto politico gestito in maniera forte e centralizzata. 
L’idea di Keynes era che per armonizzare un sistema economico mondiale con commercio internazionale e mobilità di capitali è necessario lasciare spazio a politiche macroeconomiche nazionali. 
La grande sfida che devono affrontare i responsabili politici oggi è riequilibrare la globalizzazione in modo da mantenere un'economia mondiale ragionevolmente aperta e al contempo frenando gli eccessi
Abbiamo bisogno di un riequilibrio in tre aree, in particolare: tra capitale/impresa e il resto della società, tra governance globale e governance nazionale e tra le aree laddove i guadagni economici sono piccoli rispetto a quelle dove sono grandi. 
I benefici della globalizzazione sono distribuiti in modo non uniforme perché il nostro attuale modello di globalizzazione è costruito su una fondamentale e corrosiva asimmetria.
I nostri accordi commerciali e regolamenti globali sono progettati in gran parte con le esigenze del capitale in mente. Gli accordi commerciali sono guidati in modo schiacciante da un programma guidato dalle imprese. Il modello economico implicito è di tipo "a cascata": rendere felici gli investitori in quanto  i benefici fluiranno verso il resto della società, mentre gli interessi del lavoro (buona retribuzione, alti standard lavorativi, sicurezza dell’ impiego e diritti) hanno poca rilevanza. Per andare avanti, deve essere data una voce in capitolo al lavoro nell'impostare le regole di globalizzazione. In termini pratici, ciò richiede riconsiderare quali istituzioni multilaterali devono stabilire l'agenda globale e chi deve sedersi al tavolo delle trattative quando gli accordi commerciali vengono negoziati. 
Per quanto riguarda il riequilibrio della governance, si dovrebbe capire che ciò che deve fare l'economia mondiale non è gestire appropriatamente la governance globale. La maggior parte dei fallimenti nell'economia mondiale sono dovute infatti ai fallimenti della governance domestica
Quando il processo di politica interna fallisce, si pone il vero problema. Quindi il problema è allora di politica interna: l'eccessiva influenza politica di certi gruppi in cerca di rendita piuttosto che l'assenza di regole globali appropriate. Il rafforzamento della governance globale, in tali circostanze, potrebbe non funzionare, le regole globali a volte possono agire come contrappeso agli interessi protezionisti, ma è, altrettanto probabile, che le regole globali saranno scritte e amministrate da coloro con interessi molto particolari che dominano anche la politica domestica. 
Niente di tutto questo implica che non ci sia alcun ruolo per governance globale. Ma nel riequilibrare la globalizzazione verso la governance nazionale, dobbiamo capire che il miglior contributo che si può fare agli accordi globali è fare in modo che lo stato nazionale funzioni meglio piuttosto che indebolirlo/limitarlo.
Corrispondentemente, il ruolo appropriato per le istituzioni globali è quello di migliorare le principali norme democratiche di rappresentanza, partecipazione, deliberazione, stato di diritto e trasparenza. Infine, il nostro approccio alla globalizzazione deve concentrarsi nelle aree in cui i guadagni netti sono grandi. Oggi l'economia mondiale è aperta come non è mai stata, e la sfida più importante che deve affrontare non è la mancanza di apertura ma mancanza di legittimità. Il tradizionale approccio agli accordi di commercio che si concentra sullo scambio di accesso al mercato non è più appropriato. Le regole che devono essere sviluppate sono quelli che sottolineano il ruolo dell'equità, cercano di risolvere il problema del dumping sociale e ampliano gli spazi politici nelle nazioni  sviluppate e in via di sviluppo.

mercoledì 11 aprile 2018

Economia e politica: del mercato e dello Stato

Lo sviluppo delle economie occidentali, seguito da altre economie ora sviluppate, dimostra inequivocabilmente che il mercato è un motore imprescindibile per la crescita dell’economia. Questo perché, indubbiamente, la spinta individuale rappresenta un forte movente per chi vuole emergere nell’adottare le tecniche migliori per conquistare il mercato, senza spinta individuale le società crescono economicamente meno o solo sino ad un certo livello, come ci hanno mostrato i sistemi socialisti. Inoltre, come ha indicato Hayek, c’è anche un problema di informazione, il sistema dei prezzi può rappresentare un sistema migliore per far circolare le informazioni che sono disperse, ed è praticamente impossibile che tutte le informazioni rilevanti per far funzionare bene un economia siano centralizzabili e utilizzabili. Bisogna aggiungere che in tema di informazione Stigltz e Akerloff hanno dimostrato come le asimmetrie informative minino le basi della presunta efficienza del mercato. 
In sintesi il mercato, almeno dal punto di vista pratico, ha alcuni vantaggi, ma allora esiste “la mano invisibile” di Adam Smith? 
No, in teoria e in pratica, quella della mano invisibile è una teoria troppo naïve che tende ad essere propagandata dai liberisti che può avere un suo appeal ma è fondamentalmente falsa. Da un punto di vista teorico ad esempio la teoria dei giochi competitivi ci dice che gli equilibri (equilibrio di Nash) che si raggiungono non sono ottimali (in senso Paretiano). Inoltre, la storia ci dice che il mercato tende alle concentrazioni e in genere la competizione tende a generare dei mercati oligopolistici. Come si sa si nasce incendiari e si finisce pompieri, così l’audace imprenditore che crea un nuovo mercato cerca, nel tempo, di mantenere i suoi profitti e tende a inglobare i competitor o metterli fuori mercato; nel lungo periodo è vero che nasceranno nuovi imprenditori e nuove tecnologie (distruzione creatrice) ma nel breve gli incumbent cercano di bloccare chi può erodergli la posizione di vantaggio o, in altri casi, si creano oligopoli collusivi. Serve quindi  qualcuno che eviti tutto ciò e questo delicato ruolo di regolatore lo può assumere solo lo Stato. Inoltre, dobbiamo considerare che il mercato tende a creare esternalità cioè, ad esempio, scaricare l’inquinamento sulla collettività, ed esistono beni pubblici di cui può occuparsi solo lo Stato. Quindi, che vi piaccia o no, lo Stato è comunque fondamentale e ha quindi un ruolo non sostituibile
C'è del vero nella teoria delle scelte pubbliche, che afferma che i politici agiscono sulla base di interessi individuali e quindi cercano la loro utilità (rielezione) che ha poco a che fare con la reale efficacia dell'azione pubblica. Quello che non condivido è la conclusione, cioè che bisogna ridurre lo Stato iò cosiddetto Stato minimo (come se fosse una funzione di cui fare la derivata).
Altri economisti (Schumpeter) hanno evidenziato l'importanza della preparazione dei politici e burocrati per il buon funzionamento dello Stato. Popper parla di buone istituzioni per evitare le degenerazioni del potere politico, un esempio è la costruzione di sistemi di check and balance nei poteri politici. Infine, quello che serve è una cittadinanza consapevole della sua importanza nel controllo, questo richiede anche qui formazione e istruzione, anche perché la complessità dei sistemi economici e politici è in aumento. A questo dovrebbe servire la vera "buona" scuola e la informazione giornalistica, oggi abbiamo anche la grande risorsa che è la rete. Sul giornalismo conosciamo i condizionamenti del potere economico e anche sulla rete abbiamo visto, anche recentemente, come può essere un mezzo per veicolare informazioni interessate o fuorvianti. Insomma la situazione è complicata. Aggiungiamo pure che il mercato è sempre più internazionale mentre le nazioni operano a livello locale, servirebbero buone regole e istituzioni internazionali, ma anche qui molte istituzioni sono condizionate anche ideologicamente (vedi FMI o Banca Mondiale), basta leggersi qualche libro di Stiglitz.
Il quadro è complesso e non esistono soluzioni semplici, il primo passo è comunque informarsi e io nel mio piccolo cerco appunto di fare questo, mettendovi in evidenza libri o articoli che possono darvi una mano a districarvi meglio in questa realtà.

venerdì 6 aprile 2018

Teoria delle élite

Quando rifletto sulla realtà che ci circonda e penso a tutto quello che ho letto in tema di politica, storia, sociologia ed economia, finisco per pensare che la teoria che, con tutti i limiti del caso, meglio si adatta a comprendere la realtà e la sua dinamica sia la teoria delle élite di Pareto. Pareto elaborò questa teoria nel suo Trattato di sociologia[1], scritto dopo essersi dedicato, per lungo tempo, ai temi economici. Evidentemente Pareto, di formazione scientifica, ingegnere come me, studiando la economia si era reso conto che, per quanto volesse schematizzare la realtà secondo criteri di logica (il famoso homo oeconomicus razionale), c’era qualcosa di più profondo da indagare per capire la dinamica storica e sociale. 
Il suo libro è vastissimo e anche molto pesante da leggere, io ho letto solo alcune parti e alcuni saggi, se vogliamo sintetizzare la sua teoria ci dice che nel corso della storia tendono a prevalere in certi momenti alcune élite che sono dotate delle caratteristiche adatte (lui le chiama “derivazioni”) per poi essere sostituita da altre élite, la storia infatti non sarebbe altro che un cimitero di élite. Ovviamente non è una teoria del tutto originale e comunque riduttiva, la realtà e' sempre più complessa e rifugge dalle eccessive semplificazioni, ma sostanzialmente contiene molta verità. 

Provo a ricostruire la storia umana (senza la pretesa di essere esaustivo), in forma molto sintetica, semplificata e molto a grandi linee, secondo questa teoria, con le mie variazioni, le élite che emergono sono quelle che hanno alcune caratteristiche che dipendono dal contesto storico, economico e sociale del periodo, evidenziando anche la connessione tra potere e idee. 

Inizialmente la caratteristica principale era la forza, il capo tribù era il più forte e rispettato per questo. Quindi possiamo dire che nella prima fase conta il fattore fisico o se vogliamo militare. 
Con la evoluzione della società in forme più complesse il potere politico è ancora potere militare, anche se il potere politico incarna, ad esempio Civiltà Egiziana, anche quello religioso. Questo aspetto è meno evidente nella Civiltà Romana inizialmente, anche se poi  in età imperiale la figura dell’Imperatore assume un connotato religioso (deificazione). Con l’affermarsi della religione cristiana, l’Impero Romano arriva ad incorporarla come sua religione ma, con la costituzione del potere papale, abbiamo due élite che si contendono il potere, quella militare e quella religiosa, con i contrasti e lotte a cui assistiamo lungo molti secoli. Il potere politico tende a voler incorporare il potere religioso (vedi ad esempio scissione Chiesa Anglicana) nello Stato, mentre il potere religioso vuole anche il potere politico o temporale come si usa dire. 
Nel corso del medioevo si assiste ad una modificazione socio-economica, compaiono le banche, i commerci assumono sempre più importanza, cresce quindi la importanza del denaro e del potere economico. Cresce la classe, come direbbe Marx, “borghese”, ma la evoluzione economica e anche tecnologica (la invenzione della stampa) portano alla diffusione di nuove idee che (vedi articolo di Rodrik) si intrecciano con gli interessi. 
Le nuove élite economiche chiedono maggiori poteri al potere politico (re e aristocrazia) e si indebolisce la forza del potere religioso, grazie anche appunto alle nuove idee (Illuminismo). L’insieme di queste dinamiche sfocia nella richiesta di maggiori poteri della “borghesia” che porteranno in Francia alla Rivoluzione Francese.
Il 1800 è un secolo di ulteriore cambiamento: evoluzione socio economica (Rivoluzione Industriale) con le  lotte tra antico regime e nuove forze sociali per il potere, in questa fase conquista sempre più potere la borghesia che è ormai fondamentalmente industriale e finanziaria. I cambiamenti economico e sociali come sempre sono accompagnati dal nascere delle idee che si combattono,  la economia classica, in gran parte, tende a favorire le élite economico/industriali, ma si sviluppano le idee socialiste e marxiste che rappresentano la classe dei lavoratori, che cresce e acquisisce la consapevolezza della propria forza. 

Il 900 è ancora teatro di scontri di potere e di idee, la classe lavoratrice vuole più potere e quindi anche più rappresentanza e democrazia, il potere economico cerca di mantenere e condizionare il potere politico effettivo in virtù delle sue leve economiche anche attraverso la stampa. In alcuni Stati i lavoratori riescono ad ottenere miglioramenti politici ed economici (welfare state), in altri prevalgono le istanze rivoluzionarie (Rivoluzione Russa), dove a dispetto di quello che ci dice Marx, è un élite rivoluzionaria, in base alla ideologia socialista, che prende il potere in un paese che era molto arretrato, anche culturalmente, e fondamentalmente agricolo. 
In altri paesi (Italia, Germania e Spagna) la reazione del potere economico, grazie anche alla accettazione di una parte della popolazione, porta alle dittature nazionaliste, che una volta al potere prendono il sopravvento e portano alla Guerra. 

Il secondo dopoguerra è un periodo molto particolare e per i paesi occidentali favorevole. Dopo la guerra, ci sono le condizioni economiche (ricostruzione) e anche istituzionali internazionali (Bretton Wood) per una sostenuta crescita economica. Il potere economico/capitalistico ha tutto il vantaggio di concedere alcuni miglioramenti alle classi lavoratrici, dalla altra parte del muro c’è l’ideologia comunista e la Unione Sovietica. 
Nel anni '70 si modifica il quadro, la crescita diminuisce, viene meno il sistema di Bretton Wood di cosiddetta repressione finanziaria, si sviluppano idee liberiste (Monetarismo) a supporto di maggiore libertà finanziaria ed economica. 
Il crollo della Unione Sovietica segna la vittoria del liberismo e il riappropriarsi di maggior potere delle élite economico finanziarie. Aumenta la globalizzazione, molte economie escono dalla povertà e dal sottosviluppo, ma nei paesi occidentali aumenta la diseguaglianza e la concentrazione di ricchezza. Il peso e forza della finanza internazionale aumenta, vengono eliminati alcuni limiti e la finanza dilaga senza controlli; ma arriva il “redde rationem”: la crisi finanziaria, dove ancora una volta le élite economiche alla fine, grazie al loro potere effettivo economico e ideologico, fanno pagare il grosso dei debiti alle classi lavoratrici.
Quindi siamo arrivati ai nostri giorni, chi è l’élite al comando? Ancora quella economico/finanziaria, in particolare i fondi di investimento, e quella industriale che ha mutato ancora aspetto, dove a contare sono i grandi player informatici/tecnologici (Google, Apple, Facebook, Amazon. ecc.). Le classi lavoratrici sono schiacciate, il potere degli Stati nazionali, che cercava di mediare tra il potere economico e le istanze della maggioranza (elettori), è diminuito, minori introiti (maggiore elusione fiscale) e minor possibilità delle aziende internazionali di essere condizionate. 

Arriva la reazione dei cittadini, la prima (Occupy Wall Street) dura poco, nel corso del tempo però aumenta lo scontento nei paesi occidentali, con la conquista di sempre maggior forza elettorale di movimenti cosiddetti populisti a destra e a sinistra; i partiti tradizionali perdono peso, le situazioni politiche si fanno ovunque più incerte e confuse, in alcuni casi (vedi Grecia) la salita al potere di Syriza viene depotenziata dal potere economico finanziario. 
La situazione è quindi molto confusa, il potere è ancora saldamente in mano alle élite economico-finanziarie, ma le condizioni di molti in occidente sono in peggioramento e anche nei paesi in via di sviluppo incominciano a nascere esigenze di miglioramento delle condizioni del lavoro e di richiesta di maggior democrazia, anche se ancora poco efficaci e confuse. 
Per superare questa impasse serve, soprattutto, una consapevolezza da parte delle maggioranza dei cittadini dei loro veri interessi senza farsi sviare da condizionamenti (così come riportato nel articolo citato di Rodrik), servono quindi idee e modalità nuove aggreganti, capaci di indicare una strada alternativa. Servirebbe, quindi, anche un élite, capace e preparata, in grado di interpretare queste istanze e idee conducendoci su una nuova via che sappia contemperare progresso con equità e anche salvaguardia dell'ambiente.
Sono molto pessimista al momento, non ci sono le condizioni, più che politici illuminati prosperano i populismi, il problema nuovo che si pone è che le élite hanno sempre creato disastri con guerre e stragi di gran parte della popolazione, oggi però rischiamo anche la distruzione completa del nostro habitat e del genere umano. 




[1] V.Pareto,Trattato di sociologia generale, Einaudi, Torino.

venerdì 30 marzo 2018

D. Rodrik - The Political Economy of Ideas:On Ideas Versus Interests in Policy Making

Oggi vi vorrei parlare di un articolo molto interessante di D. Rodrik sulle idee e gli interessi nella politica. E’ un articolo che trovate qui (in inglese obviously), è molto lungo e in alcune parti è di difficile lettura per gli aspetti matematici, per questo ve ne offro una sintesi. 
Lo scopo del articolo è creare uno schema relativo al ruolo delle idee come catalizzatore dei cambiamenti politici e istituzionali. 

Per prima cosa bisogna distinguere gli interessi personali dalle idee. 

Quelli che Rodrik definisce “political entrepreneurs” sono coloro che cercano di persuadere il pubblico ad adottare nuove politiche o istituzioni convincendoli che il mondo è cambiato. In alternativa cercano di enfatizzare le identità, i valori o qualche principio normativo ( es. libertà). 

Ci sono dunque due tipologie di idee: quelle che cercano di modificare la opinione del pubblico su come funziona il mondo (worldwiew politics), e quelle che riguardano le identità degli elettori e la loro percezione sulla loro identità. Infatti gli individui hanno molteplici identità (etniche, di razza, religiose, nazionalità) che possono essere rilevanti in momenti diversi. Queste identità possono essere mutevoli e soggette alla influenza di attori politici e azioni politiche (identity politics). 

Considerando una condizione normale in cui è l’elettore mediano a determinare le scelte politiche, per coloro che appartengono alla classe di alti redditi si pone il problema di come spingere verso una nuova politica che ha effetti redistributivi contrari alla maggioranza (quelli a basso reddito). 
Una delle opzioni possibili è disseminare idee che alterino la visione del mondo o le identità dei votanti o entrambe. 
Uno dei mezzi è la creazione di opportuni “meme”, che sono definiti come una combinazione di segnali, narrazioni, simboli tali che una esposizione ad essi può modificare la visione del mondo o rendere una identità rilevante. 
Un esempio può essere quello della austerità che viene giustificata secondo la visione (sbagliata) che il governo si deve comportare come il cittadino e non vivere al di sopra dei propri mezzi. 
La scelta tra questi differenti tipi di meme (policy meme o identity meme) per coloro che vogliono modificare le scelte degli elettori dipende da quale è politicamente più conveniente. Ad esempio, agendo sulla identità si possono creare delle convergenze tra i ricchi e i poveri per modificare le politiche a vantaggio dei ricchi. Analogamente con i meme politici si può modificare la percezione del mondo da parte dei poveri o meno ricchi cosicché una politica a loro avversa non appaia più tale. 
Quindi interessi e idee contano entrambi nel modificare le politiche e le istituzioni e si possono anche a rafforzare vicendevolmente. 
A volte può capitare che le idee nate per favorire certi interessi possano ritorcersi contro, un esempio che fa l’autore è quello della Brexit dove gli interessi finanziari che hanno sospinto le idee dell’austerità e del pareggio di bilancio possono aver favorito la vittoria della Brexit che è invece negativa per la comunità finanziaria inglese. 
In genere coloro che vogliono modificare le percezioni e condizionare il voto si rivolgono a quella parte dell’elettorato che è importante condizionare per modificare l’esito del voto. Inoltre, l’aumento della diseguaglianza aumenta il guadagno che i ricchi possono ottenere da politiche di condizionamento politico che hanno successo. 
Le evidenze empiriche, che mostrano una scarsa propensione all’ottenimento di politiche distributive negli Usa, dimostrano il successo ottenuto dai think-tanks nel disseminare le idee che la crescita delle diseguaglianze è dovuta ai cambiamenti strutturali della economia globalizzata, che portano inevitabilmente alla deregolamentazione finanziaria e all’abbassamento delle tasse sui guadagni finanziari. 
Le idee introdotte per mezzo dei “meme”, alterando la visione del mondo e dell’identità hanno dunque il potenziale per modificare gli equilibri politici. 
Le idee possono influenzare direttamente i guadagni percepiti associati con le scelte politiche, sia spostando la percezione sullo stato delle cose o influenzando il menu di opzioni strategiche attraverso (per esempio) la definizione di nuovi strumenti di politica. 
Ad esempio, gli imprenditori politici possono manipolare la visione del mondo o la identità "primaria" dell'elettore anche attraverso lo sfruttamento diretto dei pregiudizi comportamentali degli elettori nella elaborazione delle informazioni. In effetti è ben documentato che influenzando l'ambiente e i media si può "indurre” l'elettore nell'identificarsi con una particolare identità sociale o divenire fautore di una visione politica del mondo. Infine, i meme possono essere implementati per esacerbare e sfruttare le informazioni asimmetriche. 
Ad esempio, nel periodo successivo alla crisi economica, che ha portato alla esplosione dei deficit, è stato più facile convincere gli elettori che l’austerità è la politica più adatta attraverso l’adozione di meme che portavano a considerare il governo come un individuo (vivere al disopra dei propri mezzi). 
Una maggiore polarizzazione dell'identità nell'arena politica è spesso associata alla prevalenza di contraddittorie "credenze" tra i segmenti della popolazione. Ad esempio, alcune false convinzioni, come "Il presidente Obama è un musulmano" ,sono prevalenti in ampi segmenti della popolazione. Allo stesso modo, nonostante l'aumento dei livelli di istruzione e una maggiore prevalenza di informazioni, vi è stata una persistenza nella prevalenza di idee/meme che negano il fatto che il riscaldamento globale sta avvenendo o che l'equilibrio di bilancio e l'austerità fiscale potrebbero essere ottimali per un paese, persino nel mezzo di una recessione. 
A volte le idee anticipano gli interessi, come nel caso del taglio di tasse di Reagan in base alla curva di Laffer che inizialmente non furono ben viste dalle élite economiche. 
E’ comunque difficile distinguere in teoria interessi è idee, se una lobby persegue un suo interesse è perché ha interesse in quella politica o perché delle idee hanno trasformato la visione di come interpretano i loro interessi? 
In particolare i comportamenti ex-ante, che sono predicibili sulla base di caratteristiche o visioni del mondo che sono prevalenti, possono essere attribuiti agli interessi. Mentre i comportamenti ex-post dovuti ai cambiamenti nelle preferenze o sulla visione, per effetto di meme o narrazioni possono essere attribuiti alle idee politiche. 
La conclusione dell’autore è che le idee di oggi possono divenire interessi domani, nel breve periodo abbiamo soprattutto interessi, nel lungo quasi tutte idee
Diciamo che le idee dell’articolo non sono nuove e si ricollegano a molte teorie o cose che di fatto sapevamo già, certo il pregio di Rodrik è quello di riuscire a schematizzare e semplificare il contesto illuminando le idee confuse che spesso abbiamo. Se vogliamo alcune cose le sapevamo già dai Romani per cui "divide et impera" era una loro massima, qui sicuramente abbiamo degli spunti che rendono il tutto più scientifico. Questo articolo ci deve rendere ancora più sospettosi di certe teorie strombazzate a destra e a manca che ci solleticano la pancia, la massima di Einaudi conoscere per deliberare è sempre valida, per cui cercate sempre di sentire più campane su ogni argomento e anche campane non ufficiali (giornali e tv spesso sappiamo di chi sono al servizio) e, soprattutto, di avere ben a mente quali sono i nostri veri interessi come cittadino di questo grande paese ed essere vivente su questo piccolo e bellissimo pianeta.

martedì 13 marzo 2018

JeanTirole - Economia del bene comune (Economics for the Common Good)

Il libro che segnalo oggi: Economia del bene comune (Economics for the Common Good) è di Jean Tirole, economista francese che insegna a Tolosa e al MIT e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2014. 
E’ un libro che invito a leggere, infatti si tratta di un libro scritto molto bene e completo. L’autore nel libro inserisce moltissime tematiche, ognuna è affrontata con grande profondità ed equilibrio riportando un serie di elementi tratti dalle teorie economiche più recenti. Nella prima parte affronta il tema generale della scienza economica e degli economisti e la loro relazione con la società, evidenziando le caratteristiche principali della scienza economica, ma anche i suoi limiti. Esamina poi la tematica del mercato e dello Stato, dove queste due componenti, entrambe importanti, sono comunque complementari. I temi trattati nel libro sono comunque molti: i cambiamenti climatici e come affrontarli dal punto di vista della teoria economica, il mercato del lavoro, la situazione dell’Europa (a un bivio), la finanza e la crisi del 2008, le politiche industriali e il ruolo dello Stato, i cambiamenti indotti nella società dalla economia digitale e tanto ancora. 
Come si vede le tematiche affrontate sono moltissime e pertanto è impossibile fare una sintesi del libro, su ognuna come detto la sua è una posizione generalmente equilibrata, comunque per quanto approfondito il libro è sempre molto leggibile e chiaro. Un libro che vale quindi la pena di tenere nella propria biblioteca e da leggere un poco alla volta.

mercoledì 7 marzo 2018

Vincere le elezioni, ma per fare che?

Abbiamo avuto le elezioni e ora sono noti i risultati, tra l’altro per me non ci sono sorprese, bastava parlare alle persone per capire che i 5 stelle avrebbero vinto, che Salvini sarebbe cresciuto, che il Pd andava incontro a una debacle e che Berlusconi è sulla via del declino. 
Chi ha vinto è contento ma di che? Il nostro è un grande paese con ancora grandi possibilità. Siamo ancora il secondo paese industriale europeo nonostante la crisi abbia distrutto un bella fetta della produzione industriale, riusciamo ancora ad essere in parte competitivi con le esportazioni, nonostante l’euro sia una moneta a noi non favorevole. Abbiamo grandi ricchezze in termini di patrimonio artistico e geografico, con tutti i nostri difetti abbiamo ancora molto da offrire e molti ci invidiano.  


Detto questo per non fare il solito e banale disfattista dobbiamo anche dire che su molte cose siamo arretrati. La nostra burocrazia è molto farraginosa è in parte inutile, dovremmo rinnovare il personale statale con giovani laureati anche in materie scientifiche, investiamo poco nella ricerca, il debito è altissimo anche se fondamentalmente figlio di scelte scellerate del passato (anni 80-90), il prelievo fiscale è ancora molto alto è in particolare sul lavoro mentre le rendite vengono poco tassate e abbiamo una evasione/elusione enorme. Per non parlare della giustizia civile da terzo mondo, un sistema di leggi complicatissimo e in parte obsoleto, un sistema fiscale troppo complesso. 

Siamo inseriti nel contesto dell’eurozona che da un punto di vista monetario non ci aiuta e fino adesso le politiche europee sono andate poco a nostro vantaggio e molto a nostro svantaggio. Il contesto internazionale è quello che è, globalizzazione, tendenza alla delocalizzazione, grandi multinazionali che possono eludere le tasse, quindi minori entrate per lo Stato e maggiori vincoli per le regole ( idiote) europee. 
Quindi chi va al potere, a meno di non avere il prosciutto sugli occhi dovrebbe capire che governare questo paese è una bella impresa, inoltre molti nostri concittadini non si rendono conto che non esistono pasti gratis, sperano ancora nel posto fisso e nel sussidio o reddito di cittadinanza. Che ci siano situazioni di povertà che vanno sanate è indubbio, che ci sia ancora troppa diseguaglianza pure, ma bisogna essere realisti non si può tornare indietro e rimpiangere i bei tempi andati. Si deve puntare sulla domanda ma se non guardiamo anche alla offerta in questo contesto internazionale siamo folli. Quindi chi vuole governare questo paese se pensa che sia un passeggiata e sia facile si accomodi pure, purtroppo i vincoli sono molti e non si può pensare di fare politiche troppo generose. Lato offerta dovremmo migliorare ancora la qualità della formazione, pochi laureati in generale e soprattutto nelle materie scientifiche e tecnologiche, pochi diplomati tecnici (anche di secondo livello cioè Istituti Tecnici Superiori), troppi laureati in legge e scienze delle comunicazioni.  Pochi soldi e spesi malino per la ricerca scientifica. Bisogna far crescere le nostre PMI aiutandole a competere sul mercato internazionale e a uscire da un familismo a volte non premiante. Migliorare la qualità della burocrazia pubblica a tutti i livelli rendendo questo paese un paese meno arretrato, abbiamo alcune eccellenze (ad es. Banca d’Italia) ma nel corso del tempo anche queste hanno perso lo smalto. Difendere e sviluppare i campioni nazionali industriali invece di fare delle stupide privatizzazioni che hanno distrutto delle filiere solo per fare cassa. Lato domanda, aiutare le famiglie che hanno figli come fa la più laica Francia, dare maggior reddito alle fasce medio basse, tassare di più le rendite, la proprietà e i consumi di lusso, se non si riesce a tassare il reddito allora bisogna ricalibrare l’IVA (da qualche parte dovranno pure spenderli sti soldi). Aiutare le imprese che fanno investimenti in Italia e che assumono, stangare i paraculi che prendono sussidi e aumentano solo i profitti. Aumentare gli investimenti pubblici con maggiori controlli sugli appalti, far togliere gli investimenti pubblici dal conteggio del deficit, contenere la spesa corrente. 
Insomma di cose da fare, che sono anche complicate, ce ne sono molte, ma voi che avete vinto le elezioni puntando sulla pancia degli italiani e raccontando alcune favole siete pronti a caricarvi di questo peso? Buona fortuna.

giovedì 15 febbraio 2018

Kate Raworth - L'economia della ciambella

Il libro di Kate Raworth, docente a Oxford, parte dal concetto molto intuitivo della ciambella, ovvero che l’economia dovrebbe porsi all’interno di due limiti, uno inferiore di benessere sociale al di sotto del quale non si dovrebbe trovare nessun essere umano e uno superiore dettato dai limiti ecologici di sfruttamento della nostra terra.
Il libro si sviluppa secondo 7 capitoli o mosse per l’autrice.  I primi capitoli sono di critica agli obiettivi e ai metodi della economia “mainstream”, troppo legata alla misura e crescita del PIL, a una visione troppo razionale dell’uomo, alla preminenza del mercato sul sociale, con una eccessiva e malriposta fiducia nei mercati finanziari. 
Un intero capitolo è dedicato alla critica alle teoria economia attuale troppo condizionata da schemi meccanicistici e dall’equilibrio, mentre i sistemi economici sono dinamici ed estremamente complessi e interdipendenti, pertanto gli economisti dovrebbero trovare nuovi spunti dalle nuove teorie dell’analisi dinamica e dei sistemi complessi. 
Nella seconda parte cerca di delineare alcune soluzioni per cambiare le cose, dalla riprogettazione del sistema monetario e soprattutto nel passaggio da una produzione degenerativa ad un una “circolare” ovvero rigenerativa. Infine, nell’ultima parte, pone il dilemma, non risolto, se è possibile una crescita sostenibile (verde) o bisogna pensare a smettere di crescere, in quanto la crescita infinita è incompatibile con il grado di sopportazione del mondo vivente.
Complessivamente è un libro che si legge bene, pieno di spunti interessanti anche se spesso infarcito di informazioni e citazioni che non vengono approfondite, per questo alla fine il libro non mi ha lasciato completamente soddisfatto.

martedì 13 febbraio 2018

Dani Rodrik - Cosa fanno realmente gli accordi sul commercio?

In questo post vorrei segnalare un bellissimo e istruttivo articolo di Dani Rodrik sugli accordi sul commercio (Trade Ageements) che trovate qui in inglese. Per chi non ha la pazienza di leggerlo ne riporto una sintesi.
Il concetto che sottende tutto l'articolo è che gli accordi di commercio, sbandierati come accordi che favoriscono il libero commercio, in realtà sono spesso il risultato di ricerca di rendite di posizione da parte di industrie e multinazionali ben connesse con la politica.
Gli economisti sono in generale favorevoli agli accordi di commercio e contrari alle politiche protezionistiche dimenticando che il libero commercio, in realtà, crea vincitori e vinti.
Ma i moderni accordi di commercio (es. TPP) vanno ben oltre le restrizioni sul commercio, essi si occupano anche di standard regolatori, di salute e sicurezza, investimenti e finanza, proprietà intellettuale, lavoro, ambiente e molti altri soggetti. Tenedo conto di queste nuove caratteristiche gli economisti dovrebbero ripensare la loro propensione verso gli accordi di commercio. Gli accordi commerciali sono modellati piuttosto sulla base di ricerca di rendite di posizione  e interessi sul lato delle esportazioni. Infatti, piuttosto che mettere un freno ai protezionisti, rafforzano gli interessi particolari di industrie ben connesse (politicamente). Gli accordi internazionali producono delle conseguenze in nuove aree che sono ambigue rispetto ai tradizionali abbassamenti delle barriere commerciali. Ad esempio gli accordi sulle proprietà intellettuali possono portare ad un amumento dei costi per i prodotti farmaceutici nei paesi in via di sviluppo con aumento delle rendite di monopolio. Quindi, grazie a questi accordi la protezione della proprietà intellttuale è divenuta più estesa è più forte di quanto non fosse con in precedenza, limitando così la libertà di azione delle nazioni.
Un altro aspetto è la maggiore mobilità dei capitali finanziari, che pone difficoltà di gestione agli stati firmatari. Pardossalmente questo avviene quando la maggior parte degli economisti, e anche FMI, esprimono maggior cautela sulla mobilità dei capitali a seguito anche della crisi del 2008.
Un ulteriore area di intervento degli accordi ci commercio è sulle dispute tra Stato e investitori, per cui gli investotori possono far causa agli Stati in speciali tribunali di arbitraggio, dando a questi ultimi un maggiore potere; tali poteri e necessità non si comprendono bene quando applicati a nazioni che hanno dei sistemi legali ben funzionanti. Infine, un altro aspetto è  la armonizzazione delle regole e standard con lo scopo di ridurre i costi di transazione ma, spesso, le regole riflettono diversità di vedute e differenti preferenze dei consumatori piuttosto che motivi effettivamente protezionistici. Quindi questi accordi possono rappresenatre un peggioramento degli standrd senza alcun miglioramento effettivo sul commercio.  Questi accordi di commercio vengono condotti spesso in maniera poco trasparente e con la presenza e ingerenza dei rappresentanti dell'industria che cercano di essere dominanti nella stesura degli accordi.
In conclusione, gli economisti attualmente danno poco peso agli effetti negativi della globalizzazione, mentre gli accordi del commercio sono andati ben oltre le semplici tariffe di importazione e riguardano aspetti molto generali e delicati (salute, sicurezza, standard di lavoro, dispute legali, ecc.) per cui sarebbe opportuno che gli economisti e la teoria economica  ne tenessero in debito conto per una più corretta valutazione degli effetti.


lunedì 29 gennaio 2018

Perché è difficile andare a votare il 4 marzo

Questa volta per la prima volta, da quando ho il diritto il voto, sono propenso a non andare a votare e credo che difficilmente cambierò idea. Come orientamento sono di sinistra nel senso attribuitogli da Bobbio, cioè che propendo più per la giustizia sociale (mentre la destra mette al primo posto le libertà individuali); ma la mia preferenza non è per ragioni etiche o morali ma per motivi razionali, perché penso che un mondo o un economia dove c’è maggiore giustizia sociale è un mondo dove le risorse umane migliori possono emergere e quindi contribuire al progresso della società e, nello stesso tempo,  creare un economia più stabile e meno a rischio.
Detto ciò vediamo cosa ci propone la offerta politica a sinistra. Liberi e uguali  è una formazione molto eterogenea (eufemismo), con da una parte la vecchia sinistra ex SEL con Fratoianni, Possibile di Civati e gli esuli del PD Bersani e D’Alema. Alla sua guida c’è Grasso che come figura istituzionale può anche andare bene ma come leader è un tantino scarso, la sua proposta sulla Università poi non è neanche di sinistra. D’Alema sempre pieno di se (ma da dove gli viene tanta sicumera dagli studi alle Frattocchie?) ha già combinato parecchi guai al paese (non gli perdono tra l’altro di aver distrutto una delle più grandi aziende del paese), farebbe meglio a produrre vino. Bersani che è persona anche onesta e preparata ma ha avuto le sue chances e le ha perse come segretario del PD, facendo una campagna elettorale deprimente e anche sbagliando  dopo nella legislatura. Civati mi sta anche simpatico ma non ce la faccio a votare per questa accozzaglia.
Per quanto riguarda il PD parliamo di Renzi. All’inizio mi stava anche simpatico, diceva delle cose in buona parte condivisibili, mi sembrava che interpretasse la sinistra in maniera moderna e innovativa ma poi…, il suo governo ha cercato di fare alcune riforme ma completamente sbagliate: la riforma costituzionale, il Job Act, che non ha funzionato se voleva creare posti di lavoro a tempo indeterminato ha solo continuato a precarizzare il lavoro e peggiorare la situazione anche di quelli che il lavoro ce l’hanno. Ha fatto meglio Gentiloni, con un esecutivo con personaggi in media migliori o più efficaci, ma non è abbastanza per dargli il voto.
Berlusconi non l’ho votato quando era una novità, figuriamoci se lo voto adesso che ci propina la solita paccottiglia da imbonitore sapendo che non manterrà nessuna promessa, tanto quello che gli interessa sono solo i suoi affari. Mi domando  come gli italiani possano ancora dargli credito dopo che ha governato, portando il paese sull’orlo del disastro che poi ha visto l’intervento di Monti e le sue conseguenze.
Salvini è un ragazzo sveglio (ma non preparato), capace di capire al volo i sentimenti di una parte dell’elettorato e usare questi temi a suo favore, bisogna dargli atto che ha preso un partito allo sbando e con un elettorato molto concentrato al nord è riuscito a recuperare consensi e creare  una base elettorale geograficamente più ampia. Sull’euro e sul deficit può avere anche qualche ragione (si veda Bagnai) ma sa benissimo che la sua posizione è di minoranza, voglio vedere poi al governo cosa farà, sul resto non condivido assolutamente le sue posizioni estreme pertanto non lo voterò.
La Meloni non appartiene ad una area che mi rappresenta anche se è stata almeno brava a smarcarsi da Berlusconi, per il resto non ho idea di cosa possa fare nella coalizione in caso di vittoria.
5 Stelle, qui il discorso è complicato, dò atto a Grillo di aver creato un movimento  che comunque ha cercato di portare i cittadini a impegnarsi in politica, in questo modo ha anche intercettato una parte di delusi che potevano andare a finire in formazioni ben peggiori. Sono anche convinto che le persone dei 5 stelle sono mediamente oneste e animate da buoni propositi. La passata legislatura però è stata un occasione persa, per i voti che ha preso la capacità dei 5 Stelle di incidere sulle attività del parlamento mi è sembrata molto limitata, certe posizioni aventiniane come al solito non pagano. Se poi andiamo a vedere i contenuti dei programmi e lo spessore dei candidati qui la situazione è piuttosto drammatica. I punti del programma dei cinque stelle in parte sono difficilmente economicamente sostenibili, in parte sono velleitari e in altri punti non sono neanche convincenti. I candidati a partire di Di Maio hanno curriculum deprimenti, altri sono solo nomi noti (Paragone o Di Falco), complessivamente poca cosa (a dire il vero  gli altri partiti non sono comunque un gran che). 
Penso che fare politica coinvolgendo i cittadini sia giusto ma per affrontare una realtà cosi complessa non basta la buona volontà o l’onestà, bisogna capire bene come girano le cose altrimenti sei facilmente gabbato (non voglio pensare a Di Maio che si confronta con Merkel o Macron); sulla preparazione e la selezione il movimento si doveva fare molto di più in questi anni e invece siamo quasi come all’inizio, il rischio nel votarli è quello di sprecare ancora una volta il voto (cambiare tutto per non cambiare niente).

In conclusione, se dovessi votare con il cuore voterei Liberi e Uguali ma questa sinistra non ha cuore, se dovessi votare con la ragione voterei PD ma votarlo oggi non è molto razionale, se dovessi votare con il portafoglio voterei a destra ma votare per il solo portafoglio non è abbastanza, se dovessi votare per rabbia voterei 5 Stelle ma la rabbia non è da sola una buona consigliera, quindi molto probabilmente resterò a casa.

martedì 16 gennaio 2018

Marc Lavoie - Introducion to Post-Keynesian Economics

In questo libro, l’autore Marc Lavoie, economista post-keynesiano e autore di diversi saggi, presenta una introduzione alle teorie post-keynesiane.
Nel primo capitolo introduce i principali elementi che differenziano le teorie economiche neoclassiche e quelle eterodosse. Infatti, nelle teorie eterodosse, rispetto a quelle neoclassiche, si contrappone il realismo allo strumentalismo, l'organicismo all'individualismo, la razionalità procedurale alla razionalità sostanziale. Inoltre, gli eterodossi sono focalizzati su produzione e crescita mentre i neoclassici su scambio e scarsità.  In aggiunta i primi si battono per l'intervento dello Stato mentre  i neoclassici per il libero mercato. L'autore  individua anche quelle che sono le principali correnti post-keynesiane: fondamentalisti, Sraffiani e Kalechiani.
Nel secondo capitolo illustra le principali caratteristiche della microeconomia nelle teorie post-keynesiane, in particolare la teorie delle scelte e le teorie sui costi e la formazione dei prezzi.
Nel terzo capitolo affronta aspetti macroeconomici e in particolare il tema del circuito monetario: tassi di interesse, il credito e le banche, la creazione della moneta.
Nel 4 capitolo analizza i temi della domanda effettiva e del mercato del lavoro, con particolare enfasi  sulle  teorie di Kalecki.
Infine, il 5 capitolo è dedicato ai modelli di crescita e, anche in questo capitolo, si sofferma sui modelli di Kalecki.
In conclusione, per quanto il libro dedichi molta enfasi alle teorie di Kalecki e non faccia menzione di molti altri filoni di ricerca eterodossi più moderni, rimane un libro interessante e ben fatto, molto schematico e di introduzione alle principali tematiche economiche eterodosse post-keynesiane, anche se presuppone una buona conoscenza di economia.