venerdì 30 marzo 2018

D. Rodrik - The Political Economy of Ideas:On Ideas Versus Interests in Policy Making

Oggi vi vorrei parlare di un articolo molto interessante di D. Rodrik sulle idee e gli interessi nella politica. E’ un articolo che trovate qui (in inglese obviously), è molto lungo e in alcune parti è di difficile lettura per gli aspetti matematici, per questo ve ne offro una sintesi. 
Lo scopo del articolo è creare uno schema relativo al ruolo delle idee come catalizzatore dei cambiamenti politici e istituzionali. 

Per prima cosa bisogna distinguere gli interessi personali dalle idee. 

Quelli che Rodrik definisce “political entrepreneurs” sono coloro che cercano di persuadere il pubblico ad adottare nuove politiche o istituzioni convincendoli che il mondo è cambiato. In alternativa cercano di enfatizzare le identità, i valori o qualche principio normativo ( es. libertà). 

Ci sono dunque due tipologie di idee: quelle che cercano di modificare la opinione del pubblico su come funziona il mondo (worldwiew politics), e quelle che riguardano le identità degli elettori e la loro percezione sulla loro identità. Infatti gli individui hanno molteplici identità (etniche, di razza, religiose, nazionalità) che possono essere rilevanti in momenti diversi. Queste identità possono essere mutevoli e soggette alla influenza di attori politici e azioni politiche (identity politics). 

Considerando una condizione normale in cui è l’elettore mediano a determinare le scelte politiche, per coloro che appartengono alla classe di alti redditi si pone il problema di come spingere verso una nuova politica che ha effetti redistributivi contrari alla maggioranza (quelli a basso reddito). 
Una delle opzioni possibili è disseminare idee che alterino la visione del mondo o le identità dei votanti o entrambe. 
Uno dei mezzi è la creazione di opportuni “meme”, che sono definiti come una combinazione di segnali, narrazioni, simboli tali che una esposizione ad essi può modificare la visione del mondo o rendere una identità rilevante. 
Un esempio può essere quello della austerità che viene giustificata secondo la visione (sbagliata) che il governo si deve comportare come il cittadino e non vivere al di sopra dei propri mezzi. 
La scelta tra questi differenti tipi di meme (policy meme o identity meme) per coloro che vogliono modificare le scelte degli elettori dipende da quale è politicamente più conveniente. Ad esempio, agendo sulla identità si possono creare delle convergenze tra i ricchi e i poveri per modificare le politiche a vantaggio dei ricchi. Analogamente con i meme politici si può modificare la percezione del mondo da parte dei poveri o meno ricchi cosicché una politica a loro avversa non appaia più tale. 
Quindi interessi e idee contano entrambi nel modificare le politiche e le istituzioni e si possono anche a rafforzare vicendevolmente. 
A volte può capitare che le idee nate per favorire certi interessi possano ritorcersi contro, un esempio che fa l’autore è quello della Brexit dove gli interessi finanziari che hanno sospinto le idee dell’austerità e del pareggio di bilancio possono aver favorito la vittoria della Brexit che è invece negativa per la comunità finanziaria inglese. 
In genere coloro che vogliono modificare le percezioni e condizionare il voto si rivolgono a quella parte dell’elettorato che è importante condizionare per modificare l’esito del voto. Inoltre, l’aumento della diseguaglianza aumenta il guadagno che i ricchi possono ottenere da politiche di condizionamento politico che hanno successo. 
Le evidenze empiriche, che mostrano una scarsa propensione all’ottenimento di politiche distributive negli Usa, dimostrano il successo ottenuto dai think-tanks nel disseminare le idee che la crescita delle diseguaglianze è dovuta ai cambiamenti strutturali della economia globalizzata, che portano inevitabilmente alla deregolamentazione finanziaria e all’abbassamento delle tasse sui guadagni finanziari. 
Le idee introdotte per mezzo dei “meme”, alterando la visione del mondo e dell’identità hanno dunque il potenziale per modificare gli equilibri politici. 
Le idee possono influenzare direttamente i guadagni percepiti associati con le scelte politiche, sia spostando la percezione sullo stato delle cose o influenzando il menu di opzioni strategiche attraverso (per esempio) la definizione di nuovi strumenti di politica. 
Ad esempio, gli imprenditori politici possono manipolare la visione del mondo o la identità "primaria" dell'elettore anche attraverso lo sfruttamento diretto dei pregiudizi comportamentali degli elettori nella elaborazione delle informazioni. In effetti è ben documentato che influenzando l'ambiente e i media si può "indurre” l'elettore nell'identificarsi con una particolare identità sociale o divenire fautore di una visione politica del mondo. Infine, i meme possono essere implementati per esacerbare e sfruttare le informazioni asimmetriche. 
Ad esempio, nel periodo successivo alla crisi economica, che ha portato alla esplosione dei deficit, è stato più facile convincere gli elettori che l’austerità è la politica più adatta attraverso l’adozione di meme che portavano a considerare il governo come un individuo (vivere al disopra dei propri mezzi). 
Una maggiore polarizzazione dell'identità nell'arena politica è spesso associata alla prevalenza di contraddittorie "credenze" tra i segmenti della popolazione. Ad esempio, alcune false convinzioni, come "Il presidente Obama è un musulmano" ,sono prevalenti in ampi segmenti della popolazione. Allo stesso modo, nonostante l'aumento dei livelli di istruzione e una maggiore prevalenza di informazioni, vi è stata una persistenza nella prevalenza di idee/meme che negano il fatto che il riscaldamento globale sta avvenendo o che l'equilibrio di bilancio e l'austerità fiscale potrebbero essere ottimali per un paese, persino nel mezzo di una recessione. 
A volte le idee anticipano gli interessi, come nel caso del taglio di tasse di Reagan in base alla curva di Laffer che inizialmente non furono ben viste dalle élite economiche. 
E’ comunque difficile distinguere in teoria interessi è idee, se una lobby persegue un suo interesse è perché ha interesse in quella politica o perché delle idee hanno trasformato la visione di come interpretano i loro interessi? 
In particolare i comportamenti ex-ante, che sono predicibili sulla base di caratteristiche o visioni del mondo che sono prevalenti, possono essere attribuiti agli interessi. Mentre i comportamenti ex-post dovuti ai cambiamenti nelle preferenze o sulla visione, per effetto di meme o narrazioni possono essere attribuiti alle idee politiche. 
La conclusione dell’autore è che le idee di oggi possono divenire interessi domani, nel breve periodo abbiamo soprattutto interessi, nel lungo quasi tutte idee
Diciamo che le idee dell’articolo non sono nuove e si ricollegano a molte teorie o cose che di fatto sapevamo già, certo il pregio di Rodrik è quello di riuscire a schematizzare e semplificare il contesto illuminando le idee confuse che spesso abbiamo. Se vogliamo alcune cose le sapevamo già dai Romani per cui "divide et impera" era una loro massima, qui sicuramente abbiamo degli spunti che rendono il tutto più scientifico. Questo articolo ci deve rendere ancora più sospettosi di certe teorie strombazzate a destra e a manca che ci solleticano la pancia, la massima di Einaudi conoscere per deliberare è sempre valida, per cui cercate sempre di sentire più campane su ogni argomento e anche campane non ufficiali (giornali e tv spesso sappiamo di chi sono al servizio) e, soprattutto, di avere ben a mente quali sono i nostri veri interessi come cittadino di questo grande paese ed essere vivente su questo piccolo e bellissimo pianeta.

martedì 13 marzo 2018

JeanTirole - Economia del bene comune (Economics for the Common Good)

Il libro che segnalo oggi: Economia del bene comune (Economics for the Common Good) è di Jean Tirole, economista francese che insegna a Tolosa e al MIT e vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2014. 
E’ un libro che invito a leggere, infatti si tratta di un libro scritto molto bene e completo. L’autore nel libro inserisce moltissime tematiche, ognuna è affrontata con grande profondità ed equilibrio riportando un serie di elementi tratti dalle teorie economiche più recenti. Nella prima parte affronta il tema generale della scienza economica e degli economisti e la loro relazione con la società, evidenziando le caratteristiche principali della scienza economica, ma anche i suoi limiti. Esamina poi la tematica del mercato e dello Stato, dove queste due componenti, entrambe importanti, sono comunque complementari. I temi trattati nel libro sono comunque molti: i cambiamenti climatici e come affrontarli dal punto di vista della teoria economica, il mercato del lavoro, la situazione dell’Europa (a un bivio), la finanza e la crisi del 2008, le politiche industriali e il ruolo dello Stato, i cambiamenti indotti nella società dalla economia digitale e tanto ancora. 
Come si vede le tematiche affrontate sono moltissime e pertanto è impossibile fare una sintesi del libro, su ognuna come detto la sua è una posizione generalmente equilibrata, comunque per quanto approfondito il libro è sempre molto leggibile e chiaro. Un libro che vale quindi la pena di tenere nella propria biblioteca e da leggere un poco alla volta.

mercoledì 7 marzo 2018

Vincere le elezioni, ma per fare che?

Abbiamo avuto le elezioni e ora sono noti i risultati, tra l’altro per me non ci sono sorprese, bastava parlare alle persone per capire che i 5 stelle avrebbero vinto, che Salvini sarebbe cresciuto, che il Pd andava incontro a una debacle e che Berlusconi è sulla via del declino. 
Chi ha vinto è contento ma di che? Il nostro è un grande paese con ancora grandi possibilità. Siamo ancora il secondo paese industriale europeo nonostante la crisi abbia distrutto un bella fetta della produzione industriale, riusciamo ancora ad essere in parte competitivi con le esportazioni, nonostante l’euro sia una moneta a noi non favorevole. Abbiamo grandi ricchezze in termini di patrimonio artistico e geografico, con tutti i nostri difetti abbiamo ancora molto da offrire e molti ci invidiano.  


Detto questo per non fare il solito e banale disfattista dobbiamo anche dire che su molte cose siamo arretrati. La nostra burocrazia è molto farraginosa è in parte inutile, dovremmo rinnovare il personale statale con giovani laureati anche in materie scientifiche, investiamo poco nella ricerca, il debito è altissimo anche se fondamentalmente figlio di scelte scellerate del passato (anni 80-90), il prelievo fiscale è ancora molto alto è in particolare sul lavoro mentre le rendite vengono poco tassate e abbiamo una evasione/elusione enorme. Per non parlare della giustizia civile da terzo mondo, un sistema di leggi complicatissimo e in parte obsoleto, un sistema fiscale troppo complesso. 

Siamo inseriti nel contesto dell’eurozona che da un punto di vista monetario non ci aiuta e fino adesso le politiche europee sono andate poco a nostro vantaggio e molto a nostro svantaggio. Il contesto internazionale è quello che è, globalizzazione, tendenza alla delocalizzazione, grandi multinazionali che possono eludere le tasse, quindi minori entrate per lo Stato e maggiori vincoli per le regole ( idiote) europee. 
Quindi chi va al potere, a meno di non avere il prosciutto sugli occhi dovrebbe capire che governare questo paese è una bella impresa, inoltre molti nostri concittadini non si rendono conto che non esistono pasti gratis, sperano ancora nel posto fisso e nel sussidio o reddito di cittadinanza. Che ci siano situazioni di povertà che vanno sanate è indubbio, che ci sia ancora troppa diseguaglianza pure, ma bisogna essere realisti non si può tornare indietro e rimpiangere i bei tempi andati. Si deve puntare sulla domanda ma se non guardiamo anche alla offerta in questo contesto internazionale siamo folli. Quindi chi vuole governare questo paese se pensa che sia un passeggiata e sia facile si accomodi pure, purtroppo i vincoli sono molti e non si può pensare di fare politiche troppo generose. Lato offerta dovremmo migliorare ancora la qualità della formazione, pochi laureati in generale e soprattutto nelle materie scientifiche e tecnologiche, pochi diplomati tecnici (anche di secondo livello cioè Istituti Tecnici Superiori), troppi laureati in legge e scienze delle comunicazioni.  Pochi soldi e spesi malino per la ricerca scientifica. Bisogna far crescere le nostre PMI aiutandole a competere sul mercato internazionale e a uscire da un familismo a volte non premiante. Migliorare la qualità della burocrazia pubblica a tutti i livelli rendendo questo paese un paese meno arretrato, abbiamo alcune eccellenze (ad es. Banca d’Italia) ma nel corso del tempo anche queste hanno perso lo smalto. Difendere e sviluppare i campioni nazionali industriali invece di fare delle stupide privatizzazioni che hanno distrutto delle filiere solo per fare cassa. Lato domanda, aiutare le famiglie che hanno figli come fa la più laica Francia, dare maggior reddito alle fasce medio basse, tassare di più le rendite, la proprietà e i consumi di lusso, se non si riesce a tassare il reddito allora bisogna ricalibrare l’IVA (da qualche parte dovranno pure spenderli sti soldi). Aiutare le imprese che fanno investimenti in Italia e che assumono, stangare i paraculi che prendono sussidi e aumentano solo i profitti. Aumentare gli investimenti pubblici con maggiori controlli sugli appalti, far togliere gli investimenti pubblici dal conteggio del deficit, contenere la spesa corrente. 
Insomma di cose da fare, che sono anche complicate, ce ne sono molte, ma voi che avete vinto le elezioni puntando sulla pancia degli italiani e raccontando alcune favole siete pronti a caricarvi di questo peso? Buona fortuna.

giovedì 15 febbraio 2018

Kate Raworth - L'economia della ciambella

Il libro di Kate Raworth, docente a Oxford, parte dal concetto molto intuitivo della ciambella, ovvero che l’economia dovrebbe porsi all’interno di due limiti, uno inferiore di benessere sociale al di sotto del quale non si dovrebbe trovare nessun essere umano e uno superiore dettato dai limiti ecologici di sfruttamento della nostra terra.
Il libro si sviluppa secondo 7 capitoli o mosse per l’autrice.  I primi capitoli sono di critica agli obiettivi e ai metodi della economia “mainstream”, troppo legata alla misura e crescita del PIL, a una visione troppo razionale dell’uomo, alla preminenza del mercato sul sociale, con una eccessiva e malriposta fiducia nei mercati finanziari. 
Un intero capitolo è dedicato alla critica alle teoria economia attuale troppo condizionata da schemi meccanicistici e dall’equilibrio, mentre i sistemi economici sono dinamici ed estremamente complessi e interdipendenti, pertanto gli economisti dovrebbero trovare nuovi spunti dalle nuove teorie dell’analisi dinamica e dei sistemi complessi. 
Nella seconda parte cerca di delineare alcune soluzioni per cambiare le cose, dalla riprogettazione del sistema monetario e soprattutto nel passaggio da una produzione degenerativa ad un una “circolare” ovvero rigenerativa. Infine, nell’ultima parte, pone il dilemma, non risolto, se è possibile una crescita sostenibile (verde) o bisogna pensare a smettere di crescere, in quanto la crescita infinita è incompatibile con il grado di sopportazione del mondo vivente.
Complessivamente è un libro che si legge bene, pieno di spunti interessanti anche se spesso infarcito di informazioni e citazioni che non vengono approfondite, per questo alla fine il libro non mi ha lasciato completamente soddisfatto.

martedì 13 febbraio 2018

Dani Rodrik - Cosa fanno realmente gli accordi sul commercio?

In questo post vorrei segnalare un bellissimo e istruttivo articolo di Dani Rodrik sugli accordi sul commercio (Trade Ageements) che trovate qui in inglese. Per chi non ha la pazienza di leggerlo ne riporto una sintesi.
Il concetto che sottende tutto l'articolo è che gli accordi di commercio, sbandierati come accordi che favoriscono il libero commercio, in realtà sono spesso il risultato di ricerca di rendite di posizione da parte di industrie e multinazionali ben connesse con la politica.
Gli economisti sono in generale favorevoli agli accordi di commercio e contrari alle politiche protezionistiche dimenticando che il libero commercio, in realtà, crea vincitori e vinti.
Ma i moderni accordi di commercio (es. TPP) vanno ben oltre le restrizioni sul commercio, essi si occupano anche di standard regolatori, di salute e sicurezza, investimenti e finanza, proprietà intellettuale, lavoro, ambiente e molti altri soggetti. Tenedo conto di queste nuove caratteristiche gli economisti dovrebbero ripensare la loro propensione verso gli accordi di commercio. Gli accordi commerciali sono modellati piuttosto sulla base di ricerca di rendite di posizione  e interessi sul lato delle esportazioni. Infatti, piuttosto che mettere un freno ai protezionisti, rafforzano gli interessi particolari di industrie ben connesse (politicamente). Gli accordi internazionali producono delle conseguenze in nuove aree che sono ambigue rispetto ai tradizionali abbassamenti delle barriere commerciali. Ad esempio gli accordi sulle proprietà intellettuali possono portare ad un amumento dei costi per i prodotti farmaceutici nei paesi in via di sviluppo con aumento delle rendite di monopolio. Quindi, grazie a questi accordi la protezione della proprietà intellttuale è divenuta più estesa è più forte di quanto non fosse con in precedenza, limitando così la libertà di azione delle nazioni.
Un altro aspetto è la maggiore mobilità dei capitali finanziari, che pone difficoltà di gestione agli stati firmatari. Pardossalmente questo avviene quando la maggior parte degli economisti, e anche FMI, esprimono maggior cautela sulla mobilità dei capitali a seguito anche della crisi del 2008.
Un ulteriore area di intervento degli accordi ci commercio è sulle dispute tra Stato e investitori, per cui gli investotori possono far causa agli Stati in speciali tribunali di arbitraggio, dando a questi ultimi un maggiore potere; tali poteri e necessità non si comprendono bene quando applicati a nazioni che hanno dei sistemi legali ben funzionanti. Infine, un altro aspetto è  la armonizzazione delle regole e standard con lo scopo di ridurre i costi di transazione ma, spesso, le regole riflettono diversità di vedute e differenti preferenze dei consumatori piuttosto che motivi effettivamente protezionistici. Quindi questi accordi possono rappresenatre un peggioramento degli standrd senza alcun miglioramento effettivo sul commercio.  Questi accordi di commercio vengono condotti spesso in maniera poco trasparente e con la presenza e ingerenza dei rappresentanti dell'industria che cercano di essere dominanti nella stesura degli accordi.
In conclusione, gli economisti attualmente danno poco peso agli effetti negativi della globalizzazione, mentre gli accordi del commercio sono andati ben oltre le semplici tariffe di importazione e riguardano aspetti molto generali e delicati (salute, sicurezza, standard di lavoro, dispute legali, ecc.) per cui sarebbe opportuno che gli economisti e la teoria economica  ne tenessero in debito conto per una più corretta valutazione degli effetti.


lunedì 29 gennaio 2018

Perché è difficile andare a votare il 4 marzo

Questa volta per la prima volta, da quando ho il diritto il voto, sono propenso a non andare a votare e credo che difficilmente cambierò idea. Come orientamento sono di sinistra nel senso attribuitogli da Bobbio, cioè che propendo più per la giustizia sociale (mentre la destra mette al primo posto le libertà individuali); ma la mia preferenza non è per ragioni etiche o morali ma per motivi razionali, perché penso che un mondo o un economia dove c’è maggiore giustizia sociale è un mondo dove le risorse umane migliori possono emergere e quindi contribuire al progresso della società e, nello stesso tempo,  creare un economia più stabile e meno a rischio.
Detto ciò vediamo cosa ci propone la offerta politica a sinistra. Liberi e uguali  è una formazione molto eterogenea (eufemismo), con da una parte la vecchia sinistra ex SEL con Fratoianni, Possibile di Civati e gli esuli del PD Bersani e D’Alema. Alla sua guida c’è Grasso che come figura istituzionale può anche andare bene ma come leader è un tantino scarso, la sua proposta sulla Università poi non è neanche di sinistra. D’Alema sempre pieno di se (ma da dove gli viene tanta sicumera dagli studi alle Frattocchie?) ha già combinato parecchi guai al paese (non gli perdono tra l’altro di aver distrutto una delle più grandi aziende del paese), farebbe meglio a produrre vino. Bersani che è persona anche onesta e preparata ma ha avuto le sue chances e le ha perse come segretario del PD, facendo una campagna elettorale deprimente e anche sbagliando  dopo nella legislatura. Civati mi sta anche simpatico ma non ce la faccio a votare per questa accozzaglia.
Per quanto riguarda il PD parliamo di Renzi. All’inizio mi stava anche simpatico, diceva delle cose in buona parte condivisibili, mi sembrava che interpretasse la sinistra in maniera moderna e innovativa ma poi…, il suo governo ha cercato di fare alcune riforme ma completamente sbagliate: la riforma costituzionale, il Job Act, che non ha funzionato se voleva creare posti di lavoro a tempo indeterminato ha solo continuato a precarizzare il lavoro e peggiorare la situazione anche di quelli che il lavoro ce l’hanno. Ha fatto meglio Gentiloni, con un esecutivo con personaggi in media migliori o più efficaci, ma non è abbastanza per dargli il voto.
Berlusconi non l’ho votato quando era una novità, figuriamoci se lo voto adesso che ci propina la solita paccottiglia da imbonitore sapendo che non manterrà nessuna promessa, tanto quello che gli interessa sono solo i suoi affari. Mi domando  come gli italiani possano ancora dargli credito dopo che ha governato, portando il paese sull’orlo del disastro che poi ha visto l’intervento di Monti e le sue conseguenze.
Salvini è un ragazzo sveglio (ma non preparato), capace di capire al volo i sentimenti di una parte dell’elettorato e usare questi temi a suo favore, bisogna dargli atto che ha preso un partito allo sbando e con un elettorato molto concentrato al nord è riuscito a recuperare consensi e creare  una base elettorale geograficamente più ampia. Sull’euro e sul deficit può avere anche qualche ragione (si veda Bagnai) ma sa benissimo che la sua posizione è di minoranza, voglio vedere poi al governo cosa farà, sul resto non condivido assolutamente le sue posizioni estreme pertanto non lo voterò.
La Meloni non appartiene ad una area che mi rappresenta anche se è stata almeno brava a smarcarsi da Berlusconi, per il resto non ho idea di cosa possa fare nella coalizione in caso di vittoria.
5 Stelle, qui il discorso è complicato, dò atto a Grillo di aver creato un movimento  che comunque ha cercato di portare i cittadini a impegnarsi in politica, in questo modo ha anche intercettato una parte di delusi che potevano andare a finire in formazioni ben peggiori. Sono anche convinto che le persone dei 5 stelle sono mediamente oneste e animate da buoni propositi. La passata legislatura però è stata un occasione persa, per i voti che ha preso la capacità dei 5 Stelle di incidere sulle attività del parlamento mi è sembrata molto limitata, certe posizioni aventiniane come al solito non pagano. Se poi andiamo a vedere i contenuti dei programmi e lo spessore dei candidati qui la situazione è piuttosto drammatica. I punti del programma dei cinque stelle in parte sono difficilmente economicamente sostenibili, in parte sono velleitari e in altri punti non sono neanche convincenti. I candidati a partire di Di Maio hanno curriculum deprimenti, altri sono solo nomi noti (Paragone o Di Falco), complessivamente poca cosa (a dire il vero  gli altri partiti non sono comunque un gran che). 
Penso che fare politica coinvolgendo i cittadini sia giusto ma per affrontare una realtà cosi complessa non basta la buona volontà o l’onestà, bisogna capire bene come girano le cose altrimenti sei facilmente gabbato (non voglio pensare a Di Maio che si confronta con Merkel o Macron); sulla preparazione e la selezione il movimento si doveva fare molto di più in questi anni e invece siamo quasi come all’inizio, il rischio nel votarli è quello di sprecare ancora una volta il voto (cambiare tutto per non cambiare niente).

In conclusione, se dovessi votare con il cuore voterei Liberi e Uguali ma questa sinistra non ha cuore, se dovessi votare con la ragione voterei PD ma votarlo oggi non è molto razionale, se dovessi votare con il portafoglio voterei a destra ma votare per il solo portafoglio non è abbastanza, se dovessi votare per rabbia voterei 5 Stelle ma la rabbia non è da sola una buona consigliera, quindi molto probabilmente resterò a casa.

martedì 16 gennaio 2018

Marc Lavoie - Introducion to Post-Keynesian Economics

In questo libro, l’autore Marc Lavoie, economista post-keynesiano e autore di diversi saggi, presenta una introduzione alle teorie post-keynesiane.
Nel primo capitolo introduce i principali elementi che differenziano le teorie economiche neoclassiche e quelle eterodosse. Infatti, nelle teorie eterodosse, rispetto a quelle neoclassiche, si contrappone il realismo allo strumentalismo, l'organicismo all'individualismo, la razionalità procedurale alla razionalità sostanziale. Inoltre, gli eterodossi sono focalizzati su produzione e crescita mentre i neoclassici su scambio e scarsità.  In aggiunta i primi si battono per l'intervento dello Stato mentre  i neoclassici per il libero mercato. L'autore  individua anche quelle che sono le principali correnti post-keynesiane: fondamentalisti, Sraffiani e Kalechiani.
Nel secondo capitolo illustra le principali caratteristiche della microeconomia nelle teorie post-keynesiane, in particolare la teorie delle scelte e le teorie sui costi e la formazione dei prezzi.
Nel terzo capitolo affronta aspetti macroeconomici e in particolare il tema del circuito monetario: tassi di interesse, il credito e le banche, la creazione della moneta.
Nel 4 capitolo analizza i temi della domanda effettiva e del mercato del lavoro, con particolare enfasi  sulle  teorie di Kalecki.
Infine, il 5 capitolo è dedicato ai modelli di crescita e, anche in questo capitolo, si sofferma sui modelli di Kalecki.
In conclusione, per quanto il libro dedichi molta enfasi alle teorie di Kalecki e non faccia menzione di molti altri filoni di ricerca eterodossi più moderni, rimane un libro interessante e ben fatto, molto schematico e di introduzione alle principali tematiche economiche eterodosse post-keynesiane, anche se presuppone una buona conoscenza di economia.

lunedì 11 dicembre 2017

Siamo prigionieri del dilemma del prigioniero

La teoria economica ha come fondatore riconosciuto Adam Smith, il quale era convinto che in fondo la spinta dell’uomo al proprio interesse poteva essere conveniente per tutti, secondo la famosa metafora della “mano invisibile”, per cui le azioni interessate e non coordinate degli esseri umani alla fine producevano una situazione positiva per la società. Ovviamente Smith era un filosofo non banale e non era tenero con le élite produttive e dominanti (“I mercanti e padroni sono comunemente rivolti al loro interesse [...] che all’interesse della società”) e che si rendeva conto che i lavoratori avevano meno forza contrattuale (“I padroni, essendo in numero minore, possono coalizzarsi più facilmente”) ma alla fine era moderatamente ottimista sul futuro della società. 
Molti anni dopo John Nash (quello del bel film di Haward: A beautiful mind) riusciva a dimostrare che non era cosi scontato che perseguire gli interessi personali porti a situazioni vantaggiose per tutti. Le sue conclusioni sono rappresentabili dal cosiddetto dilemma del prigioniero in cui due ladri sono indagati e indotti a confessare i reati. La soluzione teorica è che dati i vantaggi e svantaggi prospettati, e non potendo accordarsi prima, gli indiziati (o prigionieri) finiscono per tradire il compagno. Tale soluzione è razionale ma, di fatto non confessando, i due complessivamente prenderebbero meno anni di prigione. Questo dimostrerebbe che non è vero che perseguendo i propri interessi si facciano meglio i propri interessi o l’interesse generale. Questo è anche il motivo che spinge alcune aziende in competizione, non potendo eliminare il concorrente, a fare accordi collusivi sui prezzi. Ovviamente questa è una strategia vincente per le imprese che non sono costrette a farsi competizione al ribasso sui prezzi, mentre non lo è per i clienti. 
In definitiva chi crede che il mercato sia un bene assoluto nega la realtà. D’altra parte le élite dominanti dovrebbero essere sufficientemente consapevoli che un eccessiva avidità e arricchimento a danno degli altri cittadini non è cosi conveniente. Un esempio di lungimiranza è rappresentato da Henry Ford che pagava bene i suoi dipendenti per farli divenire acquirenti delle automobili da loro prodotte. D’altra parte la storia ha mostrato che nel tempo i lavoratori si sono coalizzati (sindacati) per ottenere maggiori salari o hanno cercato di influire sulle politiche adottate dallo Stato come elettori, politiche che portavano anche una redistribuzione dei redditi o a regolamentazioni del lavoro e della sua remunerazione. 
Al momento siamo vittime del dilemma del prigioniero infatti, grazie alla globalizzazione, le aziende multinazionali possono cercare le condizioni di lavoro al minor costo e fare sempre più profitti, godendo anche dei vantaggi di poter eludere il fisco con la  elusione legale grazie alle nazioni che praticano dumping fiscali o ricorrendo ai veri e propri paradisi fiscali. 
Infatti, quello che si vede da alcuni decenni è che aumentata la quota profitti e diminuita la quota salari e la ricchezza tende sempre di più a concentrarsi. Le élite dominanti dovrebbero essere più lungimiranti e capire che, se limitano la loro avidità, avrebbero la possibilità di stare comunque bene e con una situazione sociale meno drammatica, ma a quanto pare il monito di Polanyi (“Nessuna classe che difenda rozzamente soltanto i suoi interessi può mantenersi al potere”) non li scalfisce e questo stato di cose potrebbe perdurare o forse anche peggiorare. 
Siamo noi cittadini che invece di prendercela con le solite vittime sacrificali (emigranti) dovremmo riprenderci il nostro potere e la democrazia; purtroppo non sono ottimista, buona parte della popolazione, ormai  esasperata da una politica non in grado di invertire la rotta, finisce per cercare facili illusioni populistiche, spesso di destra, e il baratro si fa sempre più profondo.

mercoledì 22 novembre 2017

Carlota Perez - Perché è ora di riportare - e modernizzare - il governo

Pubblico la traduzione di un bellissimo articolo che condivido in pieno della economista Carlota Perez di cui abbiamo parlato.

Ritardi del governo

Quando Ronald Reagan disse negli anni '80 che "il governo è il problema", aveva ragione in un solo senso: che le politiche specifiche che erano state progettate per consentire il pieno dispiegamento della rivoluzione della produzione di massa erano inadeguate per affrontare il suo esaurimento e il suo declino. In realtà, il governo non sapeva ancora, e in effetti non poteva sapere, come affrontare l'emergente rivoluzione dell'informazione.
Era vero, come avrebbe detto Schumpeter, che i liberi mercati erano più adatti per il periodo di sperimentazione con le nuove tecnologie della Silicon Valley; e la concorrenza aperta era più propensa a persuadere i vecchi giganti del settore a modernizzarsi con i computer e a adeguarsi il nuovo paradigma organizzativo lanciato dai giapponesi. Tuttavia, non era realistico aspettarsi che i mercati proteggessero la società dalle devastazioni della distruzione creativa.
Quello avrebbe dovuto essere il ruolo del governo. Ma il motto della Thatcher "TINA" ("non c'è alternativa") ha spento l'immaginazione del governo e ha condannato alla sofferenza che si è diffusa tra la popolazione attiva.

Iniziative e conseguenze

Ironia della sorte, non è stato un governo passivo, ma uno pro-attivo che ha sviluppato internet, prima di consegnarlo al settore privato. Senza internet il vero boom della metà degli anni '90, non si sarebbe potuto verificare. La rivoluzione dell'informazione divenne veramente globale e il processo di distruzione creativa cambiò il volto dell'economia mondiale.
Questo boom si è concluso nella  bolla seguita da un crollo, ma questo è tipico del periodo di distruzione creativa di qualsiasi rivoluzione tecnologica: è successo con i canali, con le ferrovie e con il boom edilizio degli anni '20. Meno tipica era la seconda bolla che seguì negli anni 2000.
Dopo il crollo del NASDAQ, invece di frenare la finanza, i governi e le banche centrali hanno fornito liquidità facile, che è stata riversata in massicce speculazioni off-shore e abitative in una festa di strumenti finanziari sintetici, che hanno utilizzato la nuova tecnologia.

Donde ora?

Oggi, dopo il successivo crollo, siamo a un bivio. Come negli anni '30, la depressione ha rivelato la sottostante distruzione di posti di lavoro e, in questo caso, l'ulteriore impatto della migrazione industriale in Asia e altrove. Ancora una volta, esiste un enorme potenziale tecnologico in grado di trasformare l'intera economia e di aumentare la produttività in molte attività, ma la finanza non è pronta a correre rischi. Resta trincerata in un'economia da casinò, con trilioni di dollari seduti inattivi, a volte in obbligazioni con tassi di interesse negativi. I governi forniscono principalmente il QE (Quantitative Easing) che gestisce il casinò, apparentemente in attesa di finanziamenti e del “il mercato” per risolvere i problemi di crescita, disoccupazione e disuguaglianza.
Peggio ancora, invece di approfittare di tassi di interesse estremamente bassi per investire e aumentare la produzione di ricchezza, i posti di lavoro e, di conseguenza, le tasse con le quali ripagare, hanno adottato austerità sul lato del bilancio e generosità nei confronti delle banche. Tuttavia, nessuna quantità di QE trasferirà finanziamenti per finanziare l'economia reale di beni e servizi, se il rischio non diminuirà.
Negli anni '30, Franklyn D. Roosevelt sperimentò molte delle politiche che in seguito avrebbero portato il boom del dopoguerra, ma furono accolte con feroce resistenza da parte di uomini d'affari e politici, che erano ugualmente convinti della magia del libero mercato. La prosperità dei "ruggenti anni Venti" è stata la fonte della loro convinzione, anche se si è conclusa in uno schianto precipitoso, proprio come oggi. E i mercati possono davvero, portare età d'oro piuttosto che età dorate, ma solo quando il campo di gioco è inclinato dalla politica per fornire una direzione sinergica per l'innovazione e gli investimenti.

Direzioni multiple

Ciò che accade in questi periodi post-bolla-crollo, che ho definito i "punti di svolta" di ogni rivoluzione tecnologica, è che ci sono molte direzioni in cui le tecnologie rivoluzionarie possono essere adottate, ma nessuna sarà sicuramente redditizia. A questo punto del percorso dell'innovazione, dopo tutta la sperimentazione iniziale, il rischio tecnologico è minimo, ma il rischio di mercato può rimanere enorme. Mentre i primi decenni di una rivoluzione tecnologica sono guidati dall'offerta, una volta che le principali nuove infrastrutture sono state installate e il paradigma dell'innovazione delle nuove tecnologie è stato appreso, è soprattutto la domanda che tira l'economia.

Welfare State come gioco vincente

Ecco perché lo stato sociale fondato dopo la seconda guerra mondiale ha portato il più grande boom nella storia. Durante la guerra, gli affari hanno scoperto che, con una domanda garantita, la produzione di massa avrebbe prodotto un'alta produttività e costi inferiori. Hanno anche scoperto che lavorare con il governo era un buon affare.
Quindi, quando furono istituite alte tasse per finanziare il sistema autostradale, la suburbanizzazione, lo stato sociale e la guerra fredda, vi fu relativamente poca resistenza. Le tecnologie di produzione di massa furono sviluppate prima della guerra, ma fu solo l'applicazione di queste direzioni post-belliche allo sviluppo che portarono alla creazione di milioni di posti di lavoro che trasformarono il personale semi-qualificato in consumatori a reddito medio.
Con la pressione dei sindacati e il sostegno del governo, i salari aumentarono con la produttività e la società del consumo di massa fu modellata per adattarsi all'economia della produzione di massa. Le tasse elevate sono state accettate perché si sono immediatamente trasformate in domanda, come appalti militari o come assicurazione di disoccupazione (garantendo la continuità dei pagamenti mensili), sussidi agli agricoltori (riduzione dei costi alimentari e aumento della domanda di macchinari e prodotti chimici) e pensioni (per consentire salari speso senza preoccupazioni per il futuro). Era davvero un quadro istituzionale perfetto, adatto alla produzione di massa all'interno di economie nazionali relativamente chiuse.

La diversità rompe il vecchio modello

Stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica molto diversa. Non omogeneizza ma piuttosto diversifica produzione e consumo; attraversa le frontiere in modo invisibile e porta naturalmente a un'economia globale; favorisce le abilità e la creatività piuttosto che la ripetizione semi-abile.

La globalizzazione ha spostato la produzione dove i costi di manodopera sono più bassi e dove cresce la domanda; la finanza opera attraverso il pianeta senza ostacoli e le società globali stabiliscono reti di valore interconnesse in diversi paesi. In pratica, gli interessi delle multinazionali non coincidono più con gli interessi delle società in cui hanno avuto origine. Ciò si traduce in stagnazione dei salari, crescente disparità di reddito e bassa creazione di posti di lavoro nelle ex società con salari alti.

Un ruolo per il governo ora?

In primo luogo, se guardiamo alla storia si  scopre che è a questa metà della fase di diffusione di ogni rivoluzione tecnologica, che il governo è intervenuto per creare domanda.
Nel Regno Unito durante il boom vittoriano, il governo ha usato la diplomazia delle cannoniere per aprire i mercati del Giappone e della Cina alle merci britanniche. Nella Belle Époque, i governi sostenevano o finanziavano la creazione di ferrovie transcontinentali, telegrafi transoceanici, porti per navi a vapore e ferrovie nei paesi dell'emisfero australe, per mercati veramente globali, che facciano parte dell'impero o no. Nel boom del dopoguerra, tutte le democrazie occidentali hanno costruito mercati nazionali dei consumi e degli appalti.
La prossima cosa è identificare le tendenze che, se accelerate e supportate, potrebbero produrre enormi innovazioni e investimenti.
Ho suggerito altrove che i problemi ambientali possono essere trasformati in soluzioni, con l'aiuto dell'attuale potenziale della rivoluzione ICT. Favorire la "crescita verde intelligente", intesa come una forte riduzione del contenuto tangibile sia in termini di PIL che di stili di vita, fornirebbe oggi una direzione per l'innovazione. Come il consumo di massa ha fatto negli anni '30, potrebbe diffondersi in tutta l'economia, aumentando significativamente la produttività di energia e risorse.
Il ricorso a stili di vita orientati alla salute, alla cura, alla creatività, all'apprendimento, alla manutenzione, al riciclaggio, al riutilizzo e così via, genererebbe un numero crescente di posti di lavoro, contrastando quei posti sostituiti dalla nuova tecnologia.
Negli anni '50 e '60, contrariamente alla credenza popolare, non erano i lavori di produzione nelle nuove industrie a fornire tutti i posti di lavoro, ma piuttosto i servizi (compresi quelli governativi) sorti a causa del nuovo stile di vita consentito da queste tecnologie. Lo stesso è vero oggi come è stato in ogni precedente cambiamento tecnologico. La Silicon Valley non è la fonte del futuro impiego, ma la tecnologia che fornisce ha il potenziale per creare una vasta gamma di nuove attività.
 Infine, i governi devono impegnarsi in una massiccia innovazione istituzionale e auto-modernizzazione, con l'audacia e l'immaginazione di Roosevelt e Keynes adattati ai nostri tempi come le loro idee erano per loro. Vivere nel passato non ha mai dato buoni frutti per gli affari o il governo; ciò che è necessario ora è abbracciare in modo pro-attivo il futuro.

giovedì 9 novembre 2017

La disoccupazione tecnologica

Il tema della disoccupazione tecnologica sta diventando sempre più presente nei giornali, mi permetto di dire la mia.
Intanto il tema non è nuovo il problema se lo erano posto già 200 anni fa, in particolare possiamo citare Ricardo e Marx. Inoltre ci sono stati movimenti di rivolta contro la innovazione,  sempre nello stesso periodo, il cui esempio famoso è quello dei luddisti contro la innovazione del telaio meccanico. La innovazione tecnologica è comunque inevitabile, anzi è uno dei motori principali dello sviluppo. Infatti, le innovazioni tecnologiche permettono di acquisire, a chi le sa sfruttare, un vantaggio competitivo, nuovi prodotti o servizi o minori costi su prodotti e servizi consolidati. E’ quindi evidente che imprenditori e aziende siano spinti ad adottarli, questo ha caratterizzato il capitalismo dalla rivoluzione industriale in poi (vedi post su Technological Revolutions and Financial Capital).


Da un punto di vista della teoria economica, come abbiamo visto, Ricardo è uno dei primi a porsi il problema, per Marx diventa uno dei fattori chiave della sua teoria, infatti la continua spinta alla meccanizzazione comporterebbe una maggior concentrazione della ricchezza e il progressivo impoverimento delle classi lavoratrici, con conseguente inevitabile necessità della rivoluzione comunista. 
Per alcuni degli economisti successivi il problema però non si porrebbe secondo il seguente ragionamento: l’aumento della meccanizzazione comporta un aumento dei profitti che si trasforma in aumento di risparmi che, a sua volta, genera un aumento di investimenti che permette la creazione di nuova produzione e lavoro innescando un ciclo positivo. 
Su questo punto la teoria economica si divide, già Malthus si pone in maniera critica evidenziando la possibile carenza di domanda, ma sarà Keynes, sull’onda della crisi del ‘29, a dare una spiegazione più completa. In sintesi il meccanismo di aumento degli investimenti tramite il risparmio non sarebbe automatico ma incontrerebbe degli ostacoli dovuti anche a fattori soggettivi (aspettative) e altre rigidità, pertanto è necessario nei periodi di crisi compensare questa carenza di domanda con gli investimenti pubblici.

Quindi, se fino ad adesso le innovazioni tecnologiche non hanno comportato una disoccupazione di massa lo si deve anche al fatto che, nel tempo, nei paesi più sviluppati il peso e il ruolo dello Stato è decisamente aumentato nel corso del ‘900.

Il problema della attuale situazione è che il meccanismo di redistribuzione del reddito innescato dalle politiche pubbliche si è ridotto. Infatti, oggi le aziende multinazionali, che possono beneficiare delle catene produttive globalizzate, riescono a macinare maggiori profitti, questi profitti in parte possono essere reinvestiti all’estero e in parte (vedi paradisi fiscali) possono eludere le tasse. Quindi il problema attuale è che meccanismi di riequilibrio tra redditi da lavoro e profitti operati dagli Stati nazionali sono inceppati dall’indebolimento della forza degli Stati nazionali a vantaggio delle imprese multinazionali. 
Quindi coloro che propongono uno Stato minimo, o comunque molto più leggero, non hanno la minima idea degli effetti perniciosi di tali idee, che possono essere comprese solo alla luce dell’interesse personale, mentre per i lavoratori uno Stato forte e che sappia fare bene il suo mestiere è invece garanzia di una crescita equilibrata e di maggiori opportunità per tutti.