venerdì 23 gennaio 2015

Lettera ai senatori e deputati



Pubblico la lettera inviata a Senatori/Deputati tratta dal sito di Libertà e Giustizia
Caro Senatore,
molte ed autorevoli critiche sono state sollevate, nei confronti della prima versione dell’Italicum, concordata nel patto del Nazareno ed approvata, senza troppe varianti dalla Camera dei deputati. In un appello dei giuristi del gennaio dell’anno scorso è stato segnalata la preoccupazione e lo sconcerto della cultura giuridica democratica di fronte ad una riforma elettorale che riproduce gli stessi difetti di fondo del sistema elettorale che la Corte Costituzionale ha annullato con la sentenza n. 1/2014, mantenendo un enorme premio di maggioranza, le liste sostanzialmente bloccate e raddoppiando le soglie di sbarramento. Consideriamo di fondamentale importanza la posizione espressa dall’Anpi il 16 gennaio 2014 con un appello indirizzato a partiti, parlamentari e cittadini, che condividiamo.
Nella discussione in corso al Senato si annuncia un peggioramento della pur pessima riforma approvata dalla Camera: il premio di maggioranza non verrà più attribuito alla coalizione ma alla singola lista che, superando una certa soglia, otterrà un voto in più di ogni altra lista, ovvero che prevarrà nel ballottaggio. In questo contesto l’abbassamento al 3% delle soglie di sbarramento non sarebbe sufficiente a migliorare la rappresentatività, anche perchè il privilegio delle liste bloccate verrà conservato per i 2/3, rendendo bloccato il capolista in un sistema elettorale fondato su liste corte. Si perpetuerebbe così lo scandalo di Parlamentari nominati dai capi dei partiti, espropriando gli elettori del potere di scelta dei propri rappresentanti.
Con questa riforma si realizzerebbe un cambiamento epocale del sistema politico di governo. Per legge verrebbe attribuita la maggioranza parlamentare e la guida del Governo ad un solo partito, che in realtà rappresenterebbe una minoranza di cittadini, tanto più grave in presenza di un astensionismo ormai a livelli di guardia. Per rendersi conto della gravità di questa svolta, basti pensare che dal 24 aprile del 1944 (secondo governo Badoglio) ad oggi, in Italia si sono sempre e solo succeduti governi di coalizione, o quantomeno sostenuti da una maggioranza di coalizione. Persino nel 1948, quando la DC ottenne la maggioranza assoluta dei seggi, De Gasperi preferì formare un Governo di coalizione, per assicurarsi quel minimo di pluralismo che gli consentiva di non restare prigioniero di quei poteri che l’avevano sostenuto. Anche con la svolta maggioritaria uninominale determinata dalla legge Mattarella e perfino con il Porcellum, in Italia si sono sempre alternati governi sostenuti da una coalizione, che hanno mantenuta aperta una dialettica politica, anche se insufficiente, nella determinazione delle scelte di governo.
Si tratta di una svolta centralizzatrice, che assicura artificiosamente tutto il potere ad un solo partito, a prescindere dalla reale volontà della maggioranza del popolo italiano e che umilia le opposizioni, decurtando il loro potere di controllo. E’ doveroso constatare che questa svolta si realizza in un momento in cui il partito politico ha perduto il carattere di struttura rappresentativa, legata alla società e, lungi dall’essere un intellettuale collettivo, si è trasformato in un apparato di potere oligarchico, con pochi uomini al comando ed impermeabile ad ogni condizionamento, persino dei propri elettori. Ciò ha comportato una profonda crisi della rappresentanza che si è tradotta nel discredito della politica e nella crisi di fiducia dei cittadini verso le Istituzioni.
Nella storia italiana l’unico precedente del Governo di un solo partito determinato dalla legge elettorale suscita preoccupazione ancora oggi.
Oltretutto l’approvazione di questa riforma elettorale presuppone che sia già avvenuta l’eliminazione del Senato elettivo, quando la riforma costituzionale è ancora in gestazione ed il popolo italiano ben potrebbe cancellarla con il referendum, così com’è avvenuto nel 2006, quando gli italiani hanno detto no alla riforma Berlusconi-Fini-Bossi. Per di più l’entrata in vigore sarà procrastinata a metà 2016 e quindi ci sarebbe tutto il tempo per una discussione approfondita sul merito della riforma.
Ti chiediamo, pertanto, di tenere conto di queste osservazioni per cambiare a fondo una legge elettorale che finirebbe con il ridurre gli spazi democratici e di partecipazione pregiudicando ancora di più la capacità rappresentativa delle Istituzioni democratiche.

venerdì 2 gennaio 2015

BUON 2015

Un augurio  che il 2015 sia un anno buono per tutti, io personalmente vi auguro oltre alla buona salute delle buone letture, a presto.

mercoledì 10 dicembre 2014

Luigi Zingales - Europa o no. Sogno da realizzare o incubo da cui uscire -Rizzoli

Di libri sull’Europa e l’euro ne sono stati scritti molti, questo di Luigi Zingales, economista italiano che insegna negli Stati Uniti a Chicago, merita di essere letto. 
Nella prima parte del libro, Zingales fa una sintesi della storia dell’Unione Europea e dell’euro, mostrandoci come accanto a nobili motivazioni ideali ci sono stati interessi ben più prosaici e pratici nel disegno dell’attuale situazione europea. 
Successivamente analizza i pro e i contro della unione monetaria evidenziando i notevoli rischi impliciti nella sua nascita, soprattutto nelle sue modalità di attuazione, frutto di un brutto compromesso tra le esigenze delle due principali nazioni: la Francia e la Germania. Per l’Italia, legarsi mani e piedi all’albero dell’Europa e dell’euro, ha avuto alcuni vantaggi ma senz’altro ha diminuito i gradi di libertà rappresentati da una autonoma politica monetaria. Per l’autore, viste le premesse di come si è realizzata l’unione monetaria, tale costruzione è estremamente fragile e cosi come è non può che finire male se non si ricorre rapidamente ad una serie di modifiche profonde, e l’autore indica alcune proposte in merito. Infine, forse a dimostrazione che in fondo anche Zingales non è convinto che l’euro sia riformabile, analizza il piano B ovvero le modalità migliori per uscire dall’euro per l’Italia e le sue possibili conseguenze.
Nella parte finale, comunque, indica che il problema di fondo dell’Italia non è l’euro, ma la mancanza di crescita della produttività degli ultimi venti anni, di cui indica alcune possibili cause. 
Il libro complessivamente mi è piaciuto per lo stile chiaro e un certo equilibrio nelle sue posizioni che sono, comunque, quelle di un economista liberista. Sono d’accordo con l’autore che il problema dell’Italia non sia solo l’euro, che comunque ha delle colpe rilevanti, ma della mancata crescita della produttività, ritengo tuttavia che non abbia approfondito il tema. Credo, infatti, che le motivazioni siano molto più complesse e legate anche ad un mancato rinnovamento delle classi dirigenti italiane (politiche, imprenditoriali, sindacali, ecc.) che hanno perso la capacità di progettare e assistere il cambiamento e, di fatto, bloccato la possibilità rinnovamento della società italiana, impedendole di adattarsi in maniera adeguata al profondo cambiamento tecnologico e di mercato che si è verificato negli ultimi 30 anni.

mercoledì 3 dicembre 2014

Giorgio Ruffolo - Il capitalismo ha i secoli contati

Il libro che presentiamo oggi è: Il capitalismo ha i secoli contati, di Giorgio Ruffolo-Einaudi. L’autore è un economista che ha scritto diversi saggi su temi economici ed è stato anche Ministro dell’ambiente.
Nella prima parte del libro ripercorre sinteticamente la storia dei sistemi economici, a partire dalle civiltà mesopotamiche passando per l’Impero Romano sino ad arrivare ai giorni nostri con la supremazia degli USA. Nella  seconda parte  mette in evidenza quali sono gli aspetti critici dell’attuale capitalismo. In particolare sono la insostenibilità, cioè il rischio di uno sfruttamento assurdo di risorse limitate con conseguenti disastri ecologici. La globalizzazione, estensione del sistema capitalistico a tutta la scena mondiale e le sue conseguenze negative: lo strapotere delle corporations e la progressiva concentrazione delle ricchezze in pochi soggetti. La privatizzazione, ovvero il costante trasferimento alla sfera privata di settori pubblici e conseguente declino dei beni collettivi. La "finanziarizzazione" che ha comportato il vertiginoso aumento degli strumenti finanziari con la crescita della speculazione e della inclinazione al rischio. La demoralizzazione, cioè il costante decadimento dei valori etici rappresentato dai casi clamorosi come la Enron, con invece, spesso, la  esaltazione di valori come avidità ed egoismo. Nell’ultima parte fa alcune considerazioni, più che pratiche direi filosofiche, in cui cita vari autori sulle possibili vie di uscita dalla situazione presente. Nel complesso è un libro scritto in maniera semplice e piacevole e, seppur con molte citazioni, scorre molto bene e ha il  pregio, a volte raro,  della sintesi. 

giovedì 27 novembre 2014

Commento alle elezioni regionali

Per quanto riguarda le elezioni regionali un elevato livello di astensione era prevedibile, certo i numeri dell’astensionismo in Emilia sono impressionanti. D’altra parte perché gli elettori dovrebbero essere spinti a votare data la situazione politica veramente deludente? Chi ha votato Grillo, soprattutto alle politiche, non può non essere scontento, le speranze, a mio parere un po’ malriposte, nelle capacità del Movimento 5 stelle di rappresentare un vero cambiamento sono andate deluse, Grillo si è mostrato inizialmente molto bravo a raccogliere voti ma pessimo nel gestirli. Forte di un 25% di consensi doveva fare diversamente, gli Italiani che lo hanno votato speravano in un profondo cambiamento ma il suo atteggiamento assolutamente poco costruttivo, la politica è arte del compromesso, ha ottenuto solo qua e là qualche risultato. Non sorprende neanche   il successo di Salvini dove si sono riversati i voti degli scontenti di  Grillo, di Forza Italia e anche del PD. Salvini è stato bravo nell’intercettare i voti degli  scontenti, sul suo programma politico non mi soffermo non merita molti commenti. Chi perde, anche se non vuol ammetterlo è Renzi. Il suo governo dopo grandi proclami e parole è molto deludente. Le sue riforme istituzionali non mi piacciono,  il mio punto di vista è che  si doveva impostarle con una Camera e Senato entrambi  elettivi con due leggi elettorali separate, comunque in linea di quanto indicato dalla Corte Costituzionale, una più maggioritaria alla Camera e una più proporzionale al Senato, con una forte riduzione degli eletti. Le due camere dovrebbero avere compiti nettamente separati, con il parlamento unico  deputato alla fiducia all'esecutivo, di proposte in questo senso ( vedi post di Zagrebelsky)  se ne possono trovare in giro molte. Credo che con una piattaforma del genere, cercando i contributi di tutti, si poteva arrivare ad una riforma largamente condivisa  senza bisogno di fare accordi del Nazareno. Sul lavoro, ripeto come già ampiamente detto ( vedi post su art.18), non  ha nessuna valenza  continuare a ridurre i diritti se questo non  porta nuova occupazione. Peraltro  ci vorrebbe  una profonda revisione degli incentivi alle imprese, di cui una buon parte sprecati, per concentrarsi su misure che spingano   maggiormente gli investimenti, in particolare in ricerca, e interventi che favoriscano chi assume  realmente. Ci vorrebbe anche una serie riforma della giustizia civile con una partecipazione in questo della Magistratura, di cui non condivido certi arroccamenti, ma che comunque merita rispetto avendo tanto  dato in termini di uomini  allo Stato e alla sua difesa. Ancora non vedo un vero piano di riforma della macchina burocratica, elefantiaca  e arretrata, dove ci vorrebbe l’inserimento, inoltre, di forze nuove e giovanili per rinnovarla. E importantissima sarebbe  una revisione delle modalità di spesa pubblica ancora distribuita in troppi  ed inutili rivoli, con  spreco di risorse utilizzabili per rilanciare l’economia e con  ruberie a tutti i livelli. Per ultimo la politica europea, anche qui a parole Renzi è sembrato un leone, in pratica la legge di  stabilità rispetta il limite del 3%, che tra parentesi non ha alcuna valenza si carattere scientifico, e la sua è una manovra quindi fintamente espansiva; anche qui poteva giocare un ruolo più importante, visto che si vanta del 41% ottenuto alle europee, non mi pare infatti che abbia fatto molto per fare da catalizzatore con gli altri premier per tentare di ribilanciare, in senso espansivo, le politiche europee. In conclusione, per quanto gli Italiani siano un popolo che tendenzialmente si fa infinocchiare da imbonitori di vario tipo, ciò nonostante credo che ci sia, all’interno del paese, una maggioranza di persone ragionevoli che si rende conto che la situazione è grave e quindi ci sia bisogno di un profondo rinnovamento, anche se bisogna rendersi conto che per molti significherà fare un passo indietro anche perché di rendite di posizione a vario titolo, da quelle grandi a quelle piccole, in Italia ce ne sono ormai troppe. Il problema è che al momento non vedo leadership adeguate  in giro in grado di farsi carico del problema.

mercoledì 19 novembre 2014

A proposito di crescita

Oggi parliamo di crescita, in realtà sarebbe meglio parlare di sviluppo, che è un termine più generale, mentre per crescita si intende principalmente l’aspetto quantitativo, ma è sicuramente più semplice da trattare  e quindi parleremo di crescita del PIL. L’analisi che segue non è una vera analisi economica seria, è una specie di provocazione, un ragionamento per assurdo e al limite, molto rozzo e semplificato, che vuol essere solo di stimolo per intuire alcune tendenze data  la complessità e interdipendenza tra vari aspetti in un sistema economico. Si tratta di ragionamenti al limite ovviamente molto teorici e non realistici ma, visto che i ragionamenti al limite si usano in matematica, spero  che possa servire per capire appunto  certi rischi  di fondo. 
Partiamo dalle definizioni, il prodotto lordo è fatto di tre cose fondamentali: consumi privati, investimenti privati e spesa pubblica. Trascuriamo al momento il saldo netto tra esportazioni ed importazioni, per semplicità di ragionamento ma alla fine ci tornerò, volendo potremmo ritenere le seguenti considerazioni valide per l’intera economia, dove appunto, il saldo export-import è zero visto che non commerciamo con qualche paese extraterrestre. 
Da un punto di vista dei percettori di reddito lo stesso prodotto si divide tra salari, profitti e tasse, avendo infatti considerato salari e profitti al netto delle tasse.  
Per semplicità riportiamo tutto in sintesi: Y=C+I+G e Y=W+P ma anche Yd (reddito disponibile) =W+P-T; 
dove Y è il prodotto lordo, C sono i consumi, I gli investimenti e G, la spesa pubblica, nella prima relazione mentre nella seconda abbiamo P sono i profitti, W (W sta per wages) i salari e T le tasse. Adesso immaginiamo di essere in un periodo normale dove il prodotto cresce, al momento non ci chiediamo perché, quindi diciamo che da un periodo al successivo abbiamo una crescita del prodotto, che indichiamo come ∆Y (incremento di prodotto). Adesso facciamo la prima ipotesi, ovviamente esagerata e al limite, supponiamo che i percettori di profitti, per semplicità li chiamiamo "capitalisti", siano molto forti e, quindi, siano in grado di appropriarsi dell’incremento di prodotto e quindi ∆Y→∆P,  ipotizziamo pure che scelgano, ipotesi comunque non proprio campata in aria, di dedicare  questo extra profitto in investimenti piuttosto che in consumi, cioè   ∆P→∆I.
Un incremento di investimenti, ad es, acquisto/sostituzioni di macchinari,  in genere aumenta il prodotto e la produttività, quindi ci aspettiamo un ulteriore incremento di prodotto. Supponiamo che questo ulteriore incremento di prodotto produca lo stesso ciclo di prima, incremento di profitti e quindi incremento investimenti. A lungo andare questo sistema non funziona perché non avremmo un incremento di consumi che assorba l’incremento di prodotto e senza contare che avremmo anche problemi di uno Stato che non può permettersi, ad esempio, di aumentare le infrastrutture/servizi pubblici. Dunque questa serie di ipotesi, ovviamente assolutamente irrealistiche, ci dice che un modello capitalista o "offertista" puro non funzionerebbe. Anche se a livello di singolo capitalista potrebbe convenire non converrebbe a livello di società intera. 
Viceversa immaginiamo un modello statalista puro, dove lo Stato si appropriasse  di tutto l’incremento di prodotto, quindi  ∆Y →∆T, e questo vada ad alimentare la spesa pubblica ∆T →∆G. Anche in questo caso, se proseguiamo con altri cicli simili, il risultato è che avremmo, sicuramente, magari più infrastrutture pubbliche ma senza investimenti privati, a lungo andare, non avremo grandi incrementi di prodotto (i modelli di completa statalizzazione della produzione non mi pare che alla lunga abbiano funzionato) e quindi anche in questo caso un modello statalista puro, per quanto vogliate essere dei politici/burocrati bravi, alla fine non funziona. 
Infine, in teoria, ci sarebbe il caso, ancora meno realistico, in cui i lavoratori e sindacati siano talmente forti che tutto l’extra prodotto   finisca ai lavoratori, in questo caso si avrebbe sostanzialmente un incremento dei salari che si traduce in incremento di consumi,  ∆Y →∆W e ∆W →∆C, anche qui alla lunga non avremo un incremento di investimenti privati né incremento di infrastrutture/servizi pubblici. Insomma, anche se l’analisi è molto rozza, irrealistica e semplicistica, la realtà infatti e molto più complicata, non abbiamo citato, ad esempio, né il ruolo della moneta né del sistema finanziario, spero  che, almeno in parte, vi abbia convinto che, siate voi capitalisti, lavoratori o burocrati, forse come cittadini dovreste avere  convenienza che  il prodotto cresca, e che cresca in maniera più o meno equilibrata nelle tre componenti.
Ovviamente è difficile stabilire quale sia il mix perfetto in termini quantitativi, quello che posso cercare di dire è come, a livello qualitativo,  la teoria economica dice che dovrebbero comportarsi le tre componenti. I "capitalisti" dovrebbero investire soprattutto nella economia reale per migliorare i loro prodotti e processi produttivi, soprattutto attraverso il sapiente uso della tecnologia. Della funzione degli imprenditori e delle innovazioni ne ha parlato molto Schumpeter, con la sua famosa "distruzione creatrice", ma anche Keynes quando parlava dei cosiddetti «animal spirits» del capitalismo. Inoltre tutti i modelli di crescita (Harrod-Domar, Solow, Roemer) evidenziano   l'importanza nella crescita degli investimenti e dello sviluppo tecnologico
Il ruolo dello Stato è ancora più complesso, perché, oltre a garantire certi servizi (ad es. sicurezza, difesa e aggiungo anche sanità e istruzione), dovrebbe garantire gli investimenti in tutte quelle infrastrutture dove abbiamo i cosiddetti limiti dei "fallimenti del mercato", sopratutto nei momenti di crisi e calo degli investimenti privati: "la responsabilità del livello corrente degli investimenti non può, senza pericolo, essere lasciata  in mano dei privati" (Keynes), e ancora spendere in ricerca in modo da generare "esternalità positive" al sistema paese (vedi Lo Stato innovatore della Mazzuccato), e anche aiutare le fasce più deboli con una redistribuzione del reddito per stimolare anche i consumi (vedi Il prezzo della diseguaglianza di Stiglitz). Inoltre, lo Stato dovrebbe anche aver una funzione di regolamentazione del mercato per garantirne il corretto funzionamento, come anche quello del sistema monetario e finanziario. Come cittadini, anche se potrebbe a livello di singolo essere comodo evadere, dovreste cercare di pagare le tasse (assumendo che le tasse siano normali) altrimenti se tutti noi non le pagassimo non funzionerebbe lo Stato (T=0); inoltre sarebbe bene che eleggessimo i nostri politici per far fare allo Stato quello che dovrebbe e non magari solo i nostri interessi. 
Come si  vede la realtà economico e sociale  è molto complessa e farla funzionare bene è impresa difficile che non si può ridurre semplicisticamente alla "mano invisibile" o al "mercato" o al solo Stato. Inoltre abbiamo parlato di crescita e, ammesso anche che tutto funzioni a perfezione, dovremmo anche porci il problema di  quale tipo di crescita sostenere, tenendo presente che le risorse sono comunque limitate.  Anche l'ambiente e il clima risentono di un certo tipo di sviluppo, anche se alcuni lo negano, un maggiore impegno a far si che lo sviluppo sia più razionale, meno sprecone di risorse e compatibile con l'equilibrio ecologico del pianeta credo sia un obiettivo da perseguire.  La realtà è estremamente complicata  e avremmo bisogno di cittadini più consapevoli e che siano rappresentati da politici più preparati ad affrontare nel modo migliore la sfida della crescita.

P.S. Per quanto riguarda il saldo import/export è vero che una singola nazione potrebbe sfruttare il saldo positivo per compensare la carenza di domanda. Ma, come detto, questo a livello totale non funziona, secondo se sfrutto la domanda degli altri questo squilibrio può durare, di norma, solo per un certo periodo di tempo, tra l'altro generando degli squilibri al mio interno su come si redistribuisce il prodotto (ad es. più profitti e meno salari). 

lunedì 10 novembre 2014

Naomi Klein - Shock economy

Naomi Klein, è una nota giornalista USA, che ha raggiunto una fama mondiale con il libro, No Logo, sulle politiche, non proprio cristalline, industriali e commerciali dei grandi brand internazionali. In questo libro si cimenta su temi più squisitamente di carattere economico e sociale. In particolare nel libro ricostruisce una serie di situazioni di shock che provocate/subite sarebbero alla base di politiche di arricchimento di grandi gruppi economici. In primo luogo analizza la storia di alcuni paesi sudamericani (Cile, Bolivia, Argentina)  che, con la salita al potere per lo più di dittatori spalleggiati dagli USA, hanno applicato terapie economiche shock di natura iper-liberista che hanno provocato una forte diseguaglianza e sofferenza  sociale con grossi  guadagni invece  per alcune multinazionali. 
L’autrice si sofferma poi sul ruolo degli Usa e del FMI (Fondo Monetario Internazionale) sul passaggio dal sistema comunista al libero mercato nella Russia di Eltsin con le gravi sofferenze subite dai cittadini. Altri shock economici sono stati inoltre inferti ai paesi del sud est asiatico dalle politiche, sempre iper-liberiste imposte dal FMI, che hanno generato gravi situazioni sociali  nei paesi che le hanno applicate e che poi se ne sono, in alcuni casi, affrancati. Ulteriore esempio di shock economico sociale è rappresentato dalla guerra in Iraq, dove si è sfruttata l’occasione per permettere lauti guadagni alle aziende americane, con pesanti interessi nelle figure dell’amministrazione Bush, che hanno operato nella difesa e nei servizi (vedi anche Shadow Elite). Infine, l’ultimo esempio negativo evidenziato dall’autrice, è quello dell’uragano Katrina a New Orleans, shock naturale,  dove anche qui si sono privilegiati gli interessi di pochi e di alcune aziende a svantaggio della comunità. 
Per quanto riguarda il giudizio sul libro, pur essendo molto ben documentato e abbia uno piacevole stile giornalistico, ritengo che la lunghezza, oltre 500 pagine, sia eccessiva  e pertanto sia ridondante e ripetitivo in alcune parti. Inoltre, mi pare anche eccessivo il peso di colpe dato alla Scuola di Chicago e Friedman che, comunque e senza dubbio,  hanno fornito  le argomentazioni teoriche ed economiche alle scellerate politiche attuate. Infine, la ricostruzione sulle colpe del FMI e Banca Mondiale si trovano  più dettagliate e direi convincenti nei libri di Stiglitz. Complessivamente, comunque,  un  libro interessante e istruttivo se non vi fate  spaventare dalla sua voluminosità.

venerdì 24 ottobre 2014

Robert Reich - Supercapitalismo

Il libro di cui parliamo oggi è  Supercapitalismo (Fazi editore) di Robert Reich, economista dell’Università di Berkeley, ex Segretario del Lavoro di Clinton e anche consigliere di Barack Obama. 
Nel libro l’autore presenta una ricostruzione, molto ben documentata, sulla evoluzione del capitalismo, soprattutto USA  dal dopoguerra ad oggi, che lo trasforma in quello che appunto lui definisce “supercapitalismo”. 
Nel dopoguerra, periodo che l’autore definisce “età proprio non dell’oro” per sottolineare un epoca positiva ma anche con alcune ombre, si concretizza un certo equilibrio tra democrazia e capitalismo. Infatti il mercato è caratterizzato da una moderata competizione internazionale e quindi da poche imprese oligopolistiche che, quindi, riescono a spuntare dei prezzi che gli consentono adeguati  profitti, ma  la presenza di un forte Stato nazionale e anche la forza dei sindacati garantisce che anche l’occupazione e i salari aumentino  con conseguente crescita di una classe media. 
Questo equilibrio che ha i suoi difetti per il consumatore, minore possibilità di scelta, si spezza a partire dagli anni 70. Le cause di questo sono molteplici e interdipendenti. Tra queste cause ci sono: la evoluzione tecnologica, l’aumento della globalizzazione e concorrenza internazionale. Ci sono anche componenti più ideologiche e politiche, come l’affermazione delle teorie liberiste e la loro adozione da parte di politici (Reagan e Thatchter per esempio), con l’attuazione  di politiche di deregulation. Tutto ciò rende la competizione sempre più forte e consente alle imprese di allargare le catene produttive  verso altri paesi, a minor costo. Con il collasso dell’Unione Sovietica e, quindi, la sparizione dello spauracchio anche del comunismo, si compie l’atto finale comportando anche l’ingresso dei  paesi dell’area dell’est nell’arena competitiva. Questo comporta la sempre maggiore internazionalizzazione delle imprese, con conseguenti minori vincoli verso gli  Stati nazionali e le comunità locali. Da una parte questo comporta alcuni benefici per i consumatori ed investitori, con maggiori possibilità di scelta e riduzioni di costo (si pensi ad esempio ai mercati delle telecomunicazioni e a quello del trasporto aereo), questi vantaggi sono comunque più che bilanciati dalla perdite come cittadini in termini di sicurezza del lavoro e riduzione delle retribuzioni, in sintesi l’autore afferma:
Il capitalismo  è diventato più sensibile alle nostre richieste individuali in quanto consumatori, ma la democrazia è sempre meno sensibile alle nostre richieste collettive in quanto cittadini.

La trasformazione del capitalismo ha anche comportato   un crescente  peso delle aziende nelle decisioni politiche, rappresentato dall’autore dalla crescente opera e spesa per l’attività di lobbying. Inoltre, il processo di trasformazione del capitalismo, ha innescato una crescita della diseguaglianza distributiva, con la impennata delle retribuzioni dei manager e la riduzione dei salari degli altri e, quindi, anche una  maggiore concentrazione della ricchezza.  L’autore,  in parte, assolve le aziende in quanto  rispondono solo alla richieste di maggiore  competitività e di realizzare profitti e, quindi, in buona parte  è soprattutto colpa nostra e  del nostro atteggiamento “schizofrenico”,  che come consumatori e investitori spingiamo per risparmiare sui consumi o guadagnare di più con gli investimenti. 
Nel finale, Reich,  da alcune indicazioni, ma l’aspetto più rilevante per l’autore, è che dobbiamo aumentare la consapevolezza del nostro duplice ruolo di cittadini e consumatori e quindi che il cambiamento dipende da noi e dalla nostra volontà di contare di più come cittadini, infatti conclude:
possiamo farcela solo se ci assumiamo seriamente le nostre responsabilità in quanto cittadini, e salvaguardiamo la nostra democrazia
Nel complesso  il libro  è dunque molto interessante e ben scritto  e consente di comprendere meglio la evoluzione del capitalismo con i suoi vantaggi e i suoi limiti. Ritengo che evidenzi comunque poco l’aspetto della enorme crescita del capitalismo finanziario che, con le su aberrazioni, ci ha regalato la crisi in cui adesso ci ritroviamo. Inoltre, manca anche un elemento evidenziato da Stiglitz nel suo libro, La globalizzazione e i suoi oppositori, ovvero che mancano quelle istituzioni globali in grado, viste ormai le difficoltà degli stati nazionali, di rappresentare la volontà dei cittadini e limitare lo strapotere del "supercapitalismo".

giovedì 16 ottobre 2014

Le lezioni della storia comprese a metà

Se guardiamo alla situazione recente, ma diamo anche uno sguardo al passato, possiamo vedere come alcune lezioni della storia a volte vengano comprese ma, invertendosi le parti, a volte no
Partiamo da lontano, siamo nel 1919 conferenza di pace, i vincitori della prima guerra mondiale richiedono alla sconfitta Germania pesantissimi risarcimenti di guerra. Keynes, che partecipa alla conferenza, non è d’accordo e sbatte la porta, scriverà poi un libro: Le  conseguenze economiche della pace, dove prevede chiaramente che questi pesanti pagamenti metteranno in ginocchio la Germania e provocheranno dei pericolosi risentimenti e voglia di rivincita; qualche anno più tardi, in seguito alla pesante situazione economica e sociale, sale al potere Hitler. Nel secondo dopoguerra gli alleati, compresi Grecia e Italia,  cambiano strategia e cancellano buona parte dei debiti di guerra alla Germania, e i restanti vengono diluiti in 30 anni e praticamente mai saldati. In compenso alla stessa Germania  dopo la riunificazione viene anche concesso di derogare ai limiti imposti dai trattati sullo sforamento del debito pubblico. 
Adesso, a  parti invertite, la Germania, dimentica di quello che gli è stato concesso, assume un atteggiamento molto severo e inflessibile con gli altri alleati europei: le conseguenze sono un generale ristagno della economia. Conosco già l’obiezione dei soliti saputoni, ma adesso siamo in tempo di pace e i tedeschi sono stati solo più bravi.  Evidentemente in parte è vero, la Germania ha fatto delle mosse che le hanno consentito di diventare l’economia forte ma come? Hanno attuato una politica mercantilistica, basata sull’export, principalmente verso  i suoi partner dell’euro, sfruttando il cambio fisso dell’euro (che la favorisce) e facendo una politica di contenimento salariale. 
Ora voi direte che i nostri politici sono dei mascalzoni perché hanno continuato a spendere  e  aggravare la spesa pubblica. 
Diciamo che sicuramente hanno delle colpe, e in particolare quella di non rispondere adeguatamente alla sfida della Germania, ma mi chiedo non siamo una Unione Europea? Non dovremmo coordinare le nostre azioni  per  rendere tutta la nostra  area più forte e competitiva verso gli USA o la Cina, o dobbiamo fare ognuno la politica del «frega il tuo vicino»? E qui sta il punto sulla costruzione europea che è completamente carente sia da un punto di vista economico e sia  da un punto di vista politico, invece di essere una politica del tipo win-win, ovvero collaboriamo per vincere insieme, sta diventando una politica loose-loose, perché, anche se è vero che la Germania sta meglio, ora che i suoi partner non possono più spendere comincia a  rallentare vistosamente. 
La Germania ha perso due guerre e vuole vincere la terza guerra economica? Vogliamo che il sud Europa subisca un processo di completa deindustrializzazione e impoverimento? Se sono su una scialuppa di salvataggio, e qualcuno sta cercando di accaparrarsi tutti i viveri e l'acqua, che faccio continuo a rispettare delle regole asimmetriche che chiaramente mi svantaggiano? 

venerdì 3 ottobre 2014

Articolo 18 parole e fatti

Sull'articolo 18 mi sembra che si applichi il contrario di quello che dice il criterio di Pareto, che infatti afferma che si dovrebbe concentrare sul 20% di argomenti per risolvere l'80% dei problemi. 
Parlare di articolo 18 significa, quindi, spendere energie su un falso problema. L'articolo 18, come sapete, di fatto è già stato ampiamente ridotto dal governo Monti e dal Ministro Fornero. Come afferma uno studio del 2006 di Oliver Blanchard, del FMI quindi non proprio marxista, non esistono comunque  evidenze certe di correlazione tra aumenti di flessibilità del lavoro e aumenti della occupazione e infatti la disoccupazione in Italia dopo la riforma Fornero è aumentata. Inoltre  da i dati OCSE. si rileva che il grado di flessibilità del lavoro in Italia è ormai, dopo tutte le riforme attuate, non meno flessibile della media  paesi industrializzati. Quindi parlare di articolo 18 significa parlare del nulla, se poi andiamo a chiedere a 100 imprenditori in questo momento quali sono le priorità credo che quelli che metterebbero l'articolo 18 in prima fila sarebbero pochissimi, a riprova che la maggioranza degli imprenditori punta al sodoCiò non vuol dire che il Job Act non contenga anche cose utili, ad esempio il contratto a tutele progressive, c'è da capire, quando si sapranno i dettagli, come ad esempio questo contratto sarà incentivato rispetto alle attuali forme di precarietà che il governo Renzi ha addirittura aumentato. 
Insomma sul modo del lavoro c'è molto da fare, e come dice Blanchrad nel suo studio dobbiamo passare dalla difesa del posto di lavoro alla difesa del lavoratore. Infatti  non ci possiamo illudere che il mercato del lavoro sia quello di 50 anni fa, con la possibilità di avere il posto fisso a vita, questo, dato il ritmo di cambiamento tecnologico che modifica sempre più rapidamente le condizioni del mercato, non è più pensabile e quindi, ci vorrà più flessibilità. Tale flessibilità però non deve essere scaricata solo sul lavoratore, anche perchè, da che mondo e mondo, proprio il mercato ci dice che ciò che è più flessibile si paga di più. Allora perchè Renzi ha imboccato questa strada? Non credo che sia matto o stupido, probabilmente la motivazione è esclusivamente politica: attuare un ulteriore strappo con la vecchia guardia del PD e del sindacato e prendere ulteriori consensi al centro e a destra. Ma tornando ai temi veri, quelli economici, la strada è invece quella di ottenere una deroga sul limite del 3% del deficit, che ormai quasi tutti i paesi di fatto non rispettano. Questo ci può consentire un minimo di respiro in più ma, il problema di fondo è che, per uscire dalla crisi, ci vogliono politiche espansive della domanda aggregata che possono attuare principalmente i paesi che sino ad esso l'hanno risucchiata dagli altri (Germania), se vogliamo veramente costruire un progetto europeo. In parallelo l'Italia ha bisogno di uscire dalle secche dove l'ha portata una politica miope e di scarsa visione. In particolare ridefinire la spesa pubblica incentivando la ricerca e chi crea lavoro. Ribilanciare il welfare, meno spesa in pensioni ingiustificate, e più sussidi di disoccupazione per chi perde o non trova lavoro. Una burocrazia che favorisca l'impresa e non crei solo lacci e lacciuoli, compresa una vera riforma della giustizia civile come si deve. Rivedere la scuola, ma non con le solite riforme che cambiano tutto per non cambiare niente, bisogna ripensare alla formazione anche e sopratutto nell'ottica di favorire l'incontro con la domanda attuale, ma sopratutto prospettica, evitando spreco di risorse in direzioni poco utili (abbiamo bisogno di tutti questi avvocati?) e verso una formazione anche più tecnica (vedi esempio della Germania), va bene la cultura ma un po di sano realismo serve.