martedì 6 dicembre 2016

Commento sul referendum costituzionale

Non posso esimermi dal commentare l’esito dei referendum. Anche qui il risultato è stato in parte sorprendente, infatti pensavo che ci sarebbero stati maggiori consensi per il SI a causa della ragionevole paura di una caduta del governo, dall’altra nel fronte del No c’era una larga maggioranza dei partiti e sicuramente la pancia dell’elettorato.
Io ho votato NO per i contenuti, pur sapendo che c’era un aspetto fortemente politico, sinceramente vista la situazione sarebbe stato meglio evitare tutto ciò. Quelli del SI, invece di criticare gli altri, dovrebbero però ammettere che gli errori sono tutti di Renzi. 
Primo non c’era necessità di varare la riforma costituzionale, ci sono moltissimi altri aspetti che sono più urgenti, secondo la riforma poteva essere fatta meglio e con maggior coinvolgimento, terzo non si doveva porla sul piano personale soprattutto dopo tre anni di governo; insomma come Cameron con Brexit ha preso un rischio e ha sbagliato conducendo il paese nella confusione, non mi sembra un gran risultato. 
Se poi vediamo i risultati del suo governo sono piuttosto deludenti, l’aumento del PIL è minimo e bisognerebbe capire quanto dovuto ai fenomeni internazionali (ripresa degli altri paesi, QE di Draghi e calo del petrolio) e quanto di suo. La riforma del lavoro in proporzione a quanto speso ha ottenuto ben poco, d’altra parte se da un lato è giusto rendere più flessibile il lavoro non è con lo svilimento dei diritti che si aumenta la occupazione, al massimo si può ridurre la disoccupazione frizionale e non quella strutturale. Sul piano internazionale con l’Europa è stato debole, gli aspetti internazionali e dell’area euro sono fondamentali in questo periodo e si è accorto con molto ritardo, con le sue prese di posizione elettoralistiche, che questa Europa non va e vanno cambiate molte cose e si doveva spendere molto di più su questo fronte, non solo sugli immigrati ma per promuovere una vera politica di investimenti europei. 
Non sono comunque contento perché purtroppo non ci sono grandi alternative, nel PD non vedo altri grandi leader, nella destra ancor meno tra il bollito di Berlusconi e la inconsistenza di Salvini. Il Movimento 5 stelle non ho capito che programma abbia e la sua leadership è piuttosto deludente, basta guardare i contenuti dei profili di Di Maio e DiBattista per vedere che non hanno alle spalle un grande curriculum. Per guidare un grande paese in una situazione economica e internazionale complessa ci vuole molto di più dell’onestà, ci vogliono competenze economiche e storiche che Grillo farebbe bene a far crescere nei suoi adepti, anche perché ci basta già Salvini con gli slogan. 
Io ribadisco il punto che la democrazia è una scelta di leadership, la democrazia diretta è una “stupidaggine”, quindi quello che abbiamo bisogno è di buone leadership; Renzi è bravo dal punto di vista comunicazionale e decisionale, ma politicamente e culturalmente anche lui ha molta strada da fare e, soprattutto, dovrebbe avere l’umiltà di circondarsi di persone di spessore che fortunatamente ancora in giro ci sono.  
Insomma siamo nel caos e ormai sono vari decenni che non abbiamo più una classe dirigente: politica, giornalistica, imprenditoriale, ecc., decente.

mercoledì 23 novembre 2016

K. Polanyi - La grande trasformazione

Oggi parliamo di un libro non certamente nuovo, infatti la prima edizione è uscita nel 1944, quindi non recentissimo, ma tale libro contiene alcune riflessioni che sono comunque attuali e vale la pena di essere letto, anche se non è di facile reperimento in lingua italiana, mentre lo trovate facilmente anche in rete in lingua inglese.
Diciamo subito che è un libro complesso pieno di argomenti e argomentazioni, una sua sintesi è quindi da escludere al massimo cercherò di esporre alcune sue idee. 
E’ un libro complesso, è infatti in parte storico, sociologico, economico e politico, ovvero ricostruisce la storia della evoluzione (la grande trasformazione) della società occidentale evidenziando la interrelazione profonda tra i piani economici, politici e sociali.
Si parte da una visione del periodo che va dal 1815 alla prima guerra mondiale, un periodo di sostanziale pace (la pace dei cent'anni) tra le grandi potenze con solo qualche guerra a carattere locale.
Quali erano le forze che hanno determinato tale situazione di pace? Per Polanyi sono quattro: l’equilibrio del potere delle grandi potenze, la base aurea, il mercato autoregolato e lo stato liberale. Di questi elementi quello fondamentale era il mercato autoregolato, la cui idea per l’autore è che sia puramente utopica perché la sua istituzione porta come conseguenza alla distruzione della società, per questo la società stessa genera delle forze che cercano di contrastare il mercato
Tornando al periodo di pace questo terminò quando i contrasti tra le grandi potenze per il dominio coloniale superarono la capacità, soprattutto della alta finanza, di contrastare le rivalità tra i paesi. 
Il periodo successivo tra le due guerre sancì la fine del sistema aureo, infatti i tentativi di mantenerlo in piedi costringevano i paesi alla deflazione che a sua volta generava problemi di produzione e quindi povertà e ulteriore chiusure al commercio. Ma il problema maggiore per Polanyi resta l’idea del mercato autoregolato, il cui sviluppo fu favorito storicamente dallo Stato, ma liberare i mercati metteva in pericolo la organizzazione sociale; di fatto mentre il sistema economico, precedentemente, era assorbito dal sistema sociale, si arrivò a separare politica ed economia con la mercificazione progressiva del lavoro e della terra (terra e lavoro sono per Polanyi merci fittizie). Interessante è anche la parte in cui espone le differenze tra la moneta-merce ("vitale per l'esistenza del commercio estero") e la moneta-segno che "si diffuse per proteggere il commercio dalle deflazioni forzate". 
La moneta merce sarebbe, quindi, incompatibile con la produzione industriale e con la disgregazione della base aurea cessò quindi di esistere. Polanyi aggiunge, inoltre, che "il crollo della base aurea rappresentò anche il fallimento definitivo dell'economia di mercato". La sua diagnosi della crisi politica che ha condotto alle guerre mondiali è:
"La tensione sorgeva dal mercato di lì passava alla sfera politica e quindi a tutta la società. Quando la base aurea cadde la tensione all'interno delle nazioni si liberò".
Quali sono le lezioni ancora valide di Polanyi? 
Primo che il mercato autoregolato è una pericolosa illusione, infatti, se il secondo dopoguerra è stato anche caratterizzato da una certa stabilità e prosperità lo dobbiamo alle politiche keynesiane del dopoguerra e dall'intervento dello Stato come regolatore e moderatore dell'economia. Quando la furia iperliberista dagli anni '70 ha cominciato a propagandare l'idea che lo Stato è male e sarebbe meglio ridurlo al minimo le crisi economiche e sociali sono aumentate. 
Secondo, l'idea che la moneta non sia neutrale, come succede per l'euro che di fatto rappresenta il gold standard europeo e infatti costringe i paesi deboli del sud alla deflazione e svalutazione del lavoro.
Inoltre, l'idea che il mercato autoregolato costringa la società a trovare soluzioni per evitare le conseguenze negative che questo comporta, cosa che vediamo con l'avanzata del cosiddetto populismo, che non è altro che una normale reazione della società a forze che tendono a distruggerla.
Concludo con un suo monito alle classi dirigenti :
"Nessuna classe che difenda rozzamente soltanto i suoi interessi può mantenersi al potere."

sabato 12 novembre 2016

Elezioni americane

Sulle elezioni americane e la vittoria di Trump ormai hanno scritto tutti e di tutto, ammetto che pur avendo molti dubbi su Hillary Clinton non pensavo che alla fine Trump vincesse. Ora sulle ragioni che hanno determinato la vittoria ci sono sicuramente molte motivazioni: voglia di cambiamento, delusione verso il cambiamento promesso da Obama e quanto realizzato o percepito, insoddisfazione per a situazione attuale, ecc. 
E’ indubbio che le risposte del cosiddetto establishment alle criticità attuali sono state in parte deludenti. Rispetto alle colpe a ai disastri causati da Wall Street pochi hanno pagato e poco è cambiato,  e la Clinton non rappresentava un deciso cambiamento in questo senso; che la classe media americana stia peggio di prima è indubbio e parimenti stia sparendo quella classe operaia che ne faceva parte o era contigua. 
E’ inutile continuare a mentire sulla globalizzazione, la verità ammessa dalla teoria economica è che può essere un vantaggio nel complesso ma per molti significa un passo indietro, e all’elettore americano se sta  meglio l’operaio cinese poco interessa se a pagare è lui. Delle straordinarie potenzialità della tecnologia ancor meno se significa essere cacciato dal posto di lavoro.
I problemi di una società in termini economici in realtà si possono ricondurre a pochi aspetti: la domanda e l’offerta e la distribuzione del prodotto nazionale. Aumentare l’offerta è il primo passo per far partire il meccanismo di crescita che porta ad ulteriore aumento di produzione e di offerta. Come diceva Marshall domanda e offerta sono le due lame di una forbice che quindi funziona se ci sono entrambe. Quindi un economia funziona bene se all’aumentare della offerta aumenta la domanda e questo succede se la distribuzione dei ricavo di quanto prodotto avviene in maniera tanto più equilibrata tra i fattori produttivi. Tale equilibrio non è naturale ma dipende da i rapporti di forza, se il lavoro perde forza perché il capitale può far ricorso al lavoro esterno a più basso costo c’è poco da fare, il fattore produttivo lavoro, soprattutto poco qualificato, perde potere contrattuale e valore di mercato, se poi aggiungiamo la possibilità di sostituire lavoro con macchine è chiaro che la situazione non può che peggiorare. 
Ora queste dinamiche dovrebbero essere chiare a chi si pone il compito di fare da leader di un Paese.
La evoluzione tecnologica e della società porta a dei grossi  sconvolgimenti (vedi Polanyi), la rivoluzione industriale in Inghilterra non è stata una passeggiata di salute per chi l’ha subita, ma siamo nel XXI secolo e mi aspetterei  che adesso ne sappiamo di più nella comprensione dei fenomeni. 
E’ evidente che la situazione sia difficile ma gestibile se le 3 forze in campo sono forti ed equilibrate: Stato, Democrazia e Mercato. Il problema è che per quanto lo Stato, le sue istituzioni e meccanismi siano migliorati rispetto a qualche secolo fa, le forze economiche sono sempre più transnazionali e tendono a eludere i loro doveri nazionali. La democrazia è anche schiacciata, le forze di mercato hanno cercato sempre più di imporre le proprie regole tramite l’attività di lobbying e a pagare il conto sono sempre le classi medio e basse, infatti la ricchezza si sta concentrando sempre di più. Quindi, mi pare anche giusto che il "popolo" dei paesi sviluppati (ovvero l’elemento centrale della democrazia) voglia contare di più e rompere gli equilibri attuali che lo stanno mettendo sempre di più ai margini delle decisioni e della ricchezza. Il problema è quindi dove cercare la soluzione a questi problemi che a mio parere viene indirizzata in maniera sbagliata; d’altra parte se le classi dirigenti, in senso lato politiche ed economiche, non sono in grado di capire cosa sta succedendo e danno risposte parziali o addirittura sbagliate, come sta avvenendo in Europa, non deve sorprendere la crescita dei populismi di vario genere. I fallimenti o i successi delle leadership sono quello che definiscono il corso della storia e degli avvenimenti, il fallimento delle leadership europee dagli inizi del ‘900 hanno portato in Europa a due guerre mondiali e negli Stati Uniti a due recessioni micidiali di cui la seconda, quella recente, almeno attutita dalle conoscenze accumulate. Non credo che Trump sia la soluzione.
Se infatti pensa di risolvere i problemi con minori tasse per i ricchi, basta guardare il grafico sopra per capire come il cosiddetto trickle-down non abbia funzionato, anzi la concentrazione di ricchezza è la causa anche dei problemi dell'economia americana e non solo. Ha promesso maggiori investimenti in lavori pubblici e questo è senza dubbio positivo, in realtà cosa fanno i presidenti americani una volta eletti è difficile dirlo spero tanto di sbagliarmi su Trump. 
Il problema di fondo resta: dove sono le leadership (politiche ed economiche) illuminate in grado di contrastare una deriva innescata principalmente dalla insipienza delle stesse leadership degli ultimi tempi? 

giovedì 20 ottobre 2016

Simon Wren Lewis - Una teoria generale dell’austerità

Oggi presentiamo un bel articolo di Simon Wren-Lewis, della University of Oxford, l’articolo  originale lo trovate qui, di seguito la mia sintesi.
La questione centrale dell’articolo è se l’austerità, come si dimostra, non era necessaria perché è stata attuata?
Inizialmente chiarisce la differenza tra i due termini: consolidamento fiscale e austerità, il primo si riferisce ad un pacchetto di misure atto a ridurre la spesa e alzare le tasse, mentre l’austerità è quando il consolidamento fiscale porta ad un elevata disoccupazione involontaria.
Ricorda che l’azione della banca centrale, quando procede al taglio dei tassi di interesse, è per incoraggiare la spesa e ridurre il risparmio. Attraverso il quantitative easing, inoltre, cerca di influenzare anche i tassi a lungo termine, strumento non sempre efficiente soprattutto a tassi molto bassi (zero lower bound), per tali motivi diviene necessario anche lo stimolo fiscale, come avvenuto negli USA.
L’austerità per l’autore poteva essere quindi evitata per l’eurozona ritardando il consolidamento fiscale di qualche anno, per alcuni paesi una qualche forma di austerità poteva esser necessaria ma solo per ricondurre la propria competitività a quella degli altri paesi e, in ogni caso, diluita nel tempo. Quello che conta è infatti il tasso di cambio reale piuttosto che il tasso di interesse reale per aumentare la competitività.
Inoltre, la teoria secondo cui i mercati non avrebbero concesso questo tempo per l’autore non regge, in particolare perché nelle recessioni aumenta il risparmio e quindi c’è necessita di titoli sicuri come i titoli di stato.
Il problema è che i paesi dell’euro non hanno più una banca centrale che può stampare denaro per evitare il default e quindi ridurre i rischi, e la BCE non era inizialmente pronta a fare da prestatore di ultima istanza, cosa che è avvenuta solo più tardi con l’OMT.
Ma allora qual è il vero motivo dell’austerità in Europa? La Germania con un tasso di incremento dei salari più basso ha guadagnato competitività, quindi la opposizione a politiche monetarie non convenzionali è nell’interesse della Germania. Ma se la Germania ha poco interesse alle politiche keynesiane perché gli altri si sono allineati a questa politica, visti i danni dell’austerità e l’ammissione degli errori di valutazione anche da parte del FMI?
Il problema è sostanzialmente ideologico, la idea di una banca centrale indipendente e quella che la politica monetaria sia più efficiente della politica fiscale nello stabilizzare la situazione macroeconomica hanno contribuito a ridurre i costi del consolidamento fiscale agli occhi dei politici e dei media. 
La “truffa del deficit” propagandata dalla destra politica consiste appunto nello spingere le masse a preoccuparsi del debito insieme al timore dei mercati finanziari, mentre vengono ignorati gli effetti pericolosi del consolidamento fiscale nella trappola della liquidità, di fatto ciò ha segnato la crescita del potere della ideologia neo-liberale.

Ma non c’è niente di logico nella “teoria dell’austerità”, è solo un abile opportunismo della destra nello sfruttare le paure popolari sulla crescita del debito pubblico per raggiungere il fine che è la riduzione del ruolo dello  Stato.
Tale opportunismo e la sua vittoria riflette un fallimento dell’economia, questo fallimento è anche dovuto al fatto che è stato sempre più delegato alle banche centrali indipendenti il compito della stabilizzazione macroeconomica, e che tali istituzioni si sono poco preoccupate dei costi di un prematuro consolidamento fiscale anzi lo hanno talvolta incoraggiato.

sabato 15 ottobre 2016

J.Stiglitz - La grande frattura- Einaudi

Il libro che recensiamo è del premio Nobel per l’economia J. Stiglitz, autore di molti saggi di successo.
Il tema del libro è la diseguaglianza, “la frattura”, tra i ricchi e i poveri. In particolare l’autore nel libro mostra come, negli ultimi tempi e anche dopo la crisi, il divario di ricchezza tra quelli in cima alla piramide  e gli altri si stia divaricando sempre di più; questo non è avvenuto per cause naturali ma anche a causa delle politiche liberiste degli ultimi anni che hanno creato un “capitalismo truccato”, politiche che, secondo l’autore, devono essere profondamente cambiate. Come conseguenza sta morendo, nei paesi occidentali avanzati ed in particolare negli Stati Uniti, la classe media che si era formata e accresciuta dal dopoguerra sino agli inizi degli anni ’80, inoltre si allarga sempre di più la platea della povertà. Questo non è solo un problema di giustizia sociale ma compromette anche il funzionamento della economia, mancando una classe che consentiva di mantenere alti i consumi, mentre la concentrazione di ricchezza alimenta le speculazioni finanziarie e le bolle.
Il problema di fondo per l’autore è che : « il capitalismo può essere il migliore sistema del mondo ma nessuno ha mai detto che avrebbe creato stabilità […] la regolamentazione e la vigilanza governative rappresentano una componente essenziale di un economia di mercato ben funzionante».

 Il libro è pieno di spunti interessanti ed essendo una raccolta di articoli è scritto per il grande pubblico, che è anche il limite di questo saggio, infatti, trattandosi di articoli, spesso i temi sono ripetuti e manca forse una visione d’insieme, anche se resta un libro che vale la pena di essere letto.

lunedì 3 ottobre 2016

Perchè voterò No al Referendum

Perchè voterò No al Referendum
  • ·  Non voterò No perché voglio  mandare a casa Renzi, sinceramente una riforma costituzionale dovrebbe avere un respiro più lungo di un governo e anche di una legislatura, d’altra parte chi ha sbagliato (come ora ammette) per aver impostato la questione come una ordalia, un pò ricattatoria, agli elettori è stato Renzi;
  • ·  Non voterò No perché abbiamo la costituzione più bella del mondo (pura retorica), anzi credo che andrebbe migliorata in alcuni aspetti;
  • · Non voterò No perché vorrei una riforma perfetta o sono un conservatore, vorrei una riforma almeno decente che migliori l’attuale senza peggiorarla.

Qual è dunque il metro di giudizio su questa riforma, semplicemente se è conforme al principio base di ogni stato di diritto, ovvero l’equilibrio dei poteri e il rispetto delle minoranze.
Questa riforma, insieme alla pessima legge elettorale, infatti rischia di dare un potere eccessivo ad una sola camera e al Presidente del Consiglio, inoltre il meccanismo elettorale rischia di dare enorme potere non a una maggioranza ma a una minoranza.
Il Senato non elettivo rappresenta poco le minoranze e i suoi compiti sono abbastanza confusi e poco chiari, personalmente avrei preferito un Senato eletto con una legge elettorale diversa  da quella della Camera (più proporzionale lasciando alla Camera un sistema con di premio di maggioranza ridotto rispetto all’Italicum), che potrebbe non votare la fiducia ma avesse delle prerogative più chiare in termini di rappresentanza delle minoranze, pur superando il bicameralismo perfetto.
Insomma non ci voleva moltissimo per articolare una riforma che, pur superando le attuali difficoltà, potesse avere una architettura che fosse accettabile alla maggioranza dei partiti e dei cittadini, non è sufficiente accusare di immobilismo per far passare una riforma che nella sostanza peggiora la attuale con tutti i suoi limiti.
Il discorso che basta cambiare la legge elettorale non mi convince, primo perché ci è stata sbandierata come una delle   migliori  al mondo e adesso ci si dice che potrebbe essere cambiata, si ma come e quando? Se poi passasse il Si ho seri dubbi che possa essere cambiata veramente.

Agli amici del PD che sono favorevoli alla riforma vorrei che pensassero cosa poteva essere il nostro paese con Berlusconi al governo con una tale riforma costituzionale, io francamente visto il populismo imperante nel nostro paese non mi sento tanto rassicurato da tale riforma, ricordiamoci che la nostra è una Repubblica in cui il potere spetta al popolo nei limiti dettati dalla Costituzione, ma se questi limiti sono molto bassi la deriva autoritaria o l’abuso di potere di una minoranza sono un rischio concreto. 
Per concludere una citazione di Popper:
«Abbiamo bisogno non tanto di uomini validi quanto di buone istituzioni. Anche l’uomo migliore può essere corrotto dal potere, le istituzioni, che permettono ai governati di esercitare un certo controllo efficace sui governanti, costringeranno quelli cattivi a fare ciò che i governati giudicano nel loro interesse. Per questo è tanto importante elaborare istituzioni che impediscano anche ai cattivi governanti di provocare danni eccessiv

giovedì 29 settembre 2016

Keynes, Schumpeter, Roegen

Oggi vorrei parlare di tre tra i i più grandi economisti del 20° secolo, due sicuramente noti il terzo purtroppo, a torto, meno noto. Di Keynes se ne parla troppo, spesso a sproposito. Keynes è in parte un grande innovatore, diciamo che ha creato la macroeconomia, ma le sue idee vengono da lontano. Riprende sostanzialmente l'idea della domanda effettiva di Malthus che polemizzava con Ricardo. Per Malthus si doveva prevedere una classe di persone, che pur non producendo, erano utili a creare con il loro reddito una domanda aggiuntiva per assicurare lo sbocco della offerta, contrariamente a Smith che non vedeva bene il lavoro improduttivo e a Say secondo cui l'offerta crea la domanda. Ricardo a dir il vero, per non parlare di Marx, si poneva anche il problema della meccanizzazione ovvero della evoluzione tecnologica che consente di risparmiare lavoro che  così facendo deprime la domanda. Diciamo che per tutto l'800 il problema rimane un poco sotto traccia, anche se si sono verificate crisi economiche. La grande crisi del '29 pone però in maniera drammatica il problema della disoccupazione e della crisi. Keynes rispolvera la critica a Say aggiungendo il problema monetario, ovvero che un economia moderna è anche una economia monetaria e finanziaria, se la situazione è di crisi la moneta tende ad essere tesaurizzata (trappola della liquidità) e gli investimenti privati scareseggiano, ergo l'unica soluzione è aumentare la spesa pubblica e possibilmente la distribuzione del reddito per rivitalizzare l'economia e mettere in moto il circolo virtuoso (meccanismo del moltiplicatore). Keynes viene accusato di essere troppo attento al breve periodo ( "sul lungo periodo siamo tutti morti" diceva). Schumpeter cambia prospettiva analizza il periodo lungo: teoria dei cicli; per lui l'elemento fondamentale della crescita è  la evoluzione tecnologica messa a frutto da audaci imprenditori. Anche Schumpeter mette in rilievo l'importanza della finanza e del credito per alimentare gli imprenditori innovatori. Le idee di Schumpeter le troviamo nelle teorie della crescita e sviluppo del dopoguerra (sintesi neoclassica), in particolare Solow, che conferma la importanza della innovazione tecnologica come motore di crescita. 
Tutto bene? Mica tanto, fintanto che la crescita tecnologica viene moderata, nel breve termine, da politiche keynesiane di redistribuzione del reddito, con tassazione progressiva, va tutto bene, ma quando le imprese assumono valenza sempre più extra nazionale crescono i profitti (sempre più sfuggenti al dominio dello Stato nazionale) e diminuiscono i redditi da lavoro (almeno nei paesi sviluppati). Al momento qualcosa ci guadagnano i paesi poveri, dove vengono esportate le lavorazioni, ma quando la tecnologia renderà non più conveniente produrre anche ai prezzi stracciati dei paesi poveri chi avrà il reddito per consumare la produzione? Quindi la intuizione di Schumpeter sulla innovazione teconolgica è importante, ma resta il problema della domanda e quindi della distribuzione del reddito, questa non è semplicemente una questione di legge di mercato, come sostengono i neoclassici, ma una questione di rapporti di forza tra classi (Marx). 
L'unica differenza è che oggi nessuno, dopo la fine della URSS e la transizione della Cina, crede più che il modello di pianificazione centralizzata possa funzionare nel lungo termine, per cui l'unica alterenativa ragionevole ad una concentrazione di ricchezza, che conduce alla stagnazione e alla rivolta sociale, ritorna ad essere la scelta keynesiana, ovviamente in salsa moderna e soprattutto evitando alcune storture. Per Keynes, infatti, il problema non era il capitalismo in se ne tanto meno gli "animal spirits", piuttosto i "rentiers" e la accumulazione sfrenata di ricchezza, ed inoltre una finanza incontrollata che produce bolle che si sgonfiano (Minsky). A tutto ciò aggiungiamo un altro tassello che riguarda il lunghissimo periodo: la crescita infinita in un mondo finito è un assurdità logica e termodinamica come diceva Roegen, la tecnologia ci può aiutare ma non può fare miracoli di fronte ad un uso  sconsiderato di risorse, a meno di non pensare di trovare qualche altra Terra da sfruttare nello spazio. Insomma la tecnologia non risolve tutti i problemi e il capitalismo lasciato a se stesso rischia di generare concentrazioni di ricchezza e dilapidazione di risorse, quindi serve anche intelligenza politica e istituzionale; purtroppo non possiamo fare a meno di governare i processi, con buona pace di quelli che sbandierano la capacità del mercato di autoregolarsi, vedi solo ultima crisi del 2008. 
Il futuro è aperto, spetta a noi cittadini di riprendere in mano la situazione e riappropriarci della nostra vita e della democrazia, che costantemente ci viene scippata dalle forze economiche, democrazia che significa scelta ponderata delle élite e soprattutto il loro controllo, che presuppone conoscenza e coscienza dei meccanismi economici, e inoltre impegno costante. 
Non esistono demiurghi che possano risolvere tutti i problemi, ma almeno cerchiamoci menti non del tutto impreparate (Trump) a guidarci, forse se ci guardiamo intorno ci saranno sempre nuovi Keynes (ma anche Schumpeter e Roegen) a indicarci la strada. 

venerdì 23 settembre 2016

Francesco Sylos Labini - Rischio e previsione – Laterza

Il libro che recensiamo oggi  è scritto da un fisico, figlio del noto economista Paolo Sylos Labini. 
Nella prima parte ci spiega come funziona la scienza e le sue regole nonché la divisione tra le previsioni prettamente scientifiche, fatte all’interno di una teoria scientifica, che sono indipendenti dal tempo e che devono essere verificate per poter corroborare la teoria stessa, e le previsioni  del tipo “meteorologico” ovvero previsioni mirate a fenomeni posti nel tempo futuro e quindi orientate a far prendere decisioni. Queste ultime previsioni, come quelle delle scienze sociali, sono profondamente diverse metodologicamente e sostanzialmente dalle prime, infatti non sono sempre guidate da un solido modello teorico e pertanto dovrebbero essere accompagnate da una stima del grado di incertezza. 
Nella seconda parte critica la scienza economica e certe sue deviazioni, in questa parte non ci sono comunque argomenti nuovi che non siano affrontati anche nei libri che ho già recensito e, in particolare, molte argomentazioni sono molto più approfondite in questo. 
Nell’ultima parte si dedica alla ricerca scientifica e alla critica sui sistemi di valutazione e anche di finanziamento dei progetti scientifici. Complessivamente è un libro scritto bene ma manca di spunti originali, inoltre non si capisce bene lo scopo e finalità del libro e gli argomenti appaiono non del tutto correlati, insomma sinceramente mi aspettavo qualcosa di più.

mercoledì 21 settembre 2016

La moneta

Oggi pubblico un estratto dal mio  libro: Le idee della economia.
Una definizione breve di moneta  potrebbe essere la seguente: «la moneta è ciò che usiamo per pagare le cose»[1]; ma  la  sua definizione più completa coincide con l’elenco delle sue funzioni che sono:

  • strumento di pagamento, quindi mezzo di scambio e intermediario  nella compravendita di beni e servizi;
  • unità di conto, dunque  misura del valore;
  • riserva di valore, in altri termini un modo come mantenere la ricchezza.
Come è noto inizialmente gli scambi, in tempi remoti, avvenivano attraverso il baratto, questa modalità era palesemente poco efficiente e, quindi, ben presto venne la necessità di regolare gli scambi attraverso qualcosa che, successivamente, prese il nome di moneta[2];come moneta, furono utilizzate le cose più disparate: pietre, conchiglie, sale, capi di bestiame, tabacco, ecc.
Successivamente si diffuse l’uso dei metalli, le monete più antiche sino ad ora ritrovate risalgono a  fra la seconda metà del VII e gli inizi del VI sec. a.c., per la caratteristica principalmente di non essere deperibili.
Il passaggio ai metalli preziosi, oro e argento principalmente, segna l’inizio di quella che viene definita moneta merce, ovvero dotata di un valore intrinseco.
Anche l’utilizzo delle monete in metallo prezioso presenta alcuni problemi pratici cioè legati al peso di grosse quantità di moneta e, inoltre, al rischio nel loro trasferimento, questo porta alla nascita delle banconote e anche di altri strumenti sostitutivi (ad esempio lettere di cambio).
Un altro aspetto legato alle monete in metalli preziosi è quello della disponibilità, abbondanza o scarsezza dei metalli in funzione, ad esempio, della scoperta di nuove miniere o all’esaurimento di quelle vecchie.

L’eccesso di moneta se non accompagnato da uno sviluppo economico può infatti portare, come avevano capito anche i primi economisti, a spinte inflazionistiche (aumento dei prezzi); al contrario una mancanza di mezzi monetari può frenare lo sviluppo economico e portare viceversa a deflazione.
Con la comparsa delle banconote nasce in seguito la necessità che tale attività sia regolata, e che ci sia un legame tra la emissione di banconote e presenza di adeguate riserve d’oro. Quindi, la attività di emissione della banconote passa nel tempo dalle banche private ad una banca centrale, che diventa l’unica ad emettere banconote e tenuta ad avere una determinata quantità di riserve auree a copertura delle emissione di banconote.
Il sistema monetario divenne quindi il cosiddetto Gold Standard[3], nel quale il valore della moneta corrispondeva ad una determinata quantità di oro stabilita dalle autorità monetarie, senza necessità di una totale convertibilità tra banconote e riserve auree, dando così la possibilità di maggiore flessibilità monetaria all’interno, mentre rimane lo scambio di riserve per regolare le transazioni tra paesi.
Il  passaggio dalla moneta metallica, con valore intrinseco, alle banconote a corso legale garantite dallo Stato segna la evoluzione dalla moneta merce alla moneta segno, cioè ad una moneta fiduciaria basata sulla fiducia nell'emittente[4].
Il secondo dopoguerra si caratterizza, con gli accordi di Bretton-Woods, per la nascita del cosiddetto Gold Exchange Standard, in cui la moneta per gli scambi internazionali rimane il dollaro che è l’unico a poter essere convertito in oro.
Quindi il dollaro diviene il punto centrale ma anche dolente di tutto il sistema e la sua presunta convertibilità in oro termina, con decisione di R.Nixon nel 1971, lasciandoci in un sistema non ben definito.
Abbiamo parlato nel corso del libro dei concetti di moneta endogena o esogena, cioè se la offerta di moneta è creata e controllata solo dalla banca centrale o, se invece, non è creata anche dal sistema bancario e finanziario per esigenze della economia. Considerando che le banche private possono emettere prestiti o dare credito sulla base anche delle riserve dei depositi, ma che non sono vincolate a prestarli in rapporto 1 a 1 con i depositi (moltiplicatore dei depositi), è chiaro che anche loro sono in grado di generare moneta. Per i sostenitori della teoria della moneta endogena in realtà sono proprio i prestiti a creare la moneta e le banche, nel loro insieme, non sono quindi vincolate nel concedere prestiti dall’ammontare del denaro precedentemente depositato; pertanto la  banca centrale non è in grado di controllare direttamente la quantità di moneta, può solo fissare il tasso d’interesse al quale rifinanzia le banche ed è  tale tasso d’interesse che influisce “indirettamente” sulla offerta di moneta.
In pratica la moneta è oggi una forma di debito, un debito di tipo speciale che è accettato come mezzo di pagamento nella economia[5].
In particolare la cosiddetta massa monetaria (o moneta legale) viene suddivisa in alcune componenti, detti aggregati monetari. Questi aggregati sono in ordine decrescente di liquidità :  

  • M0 insieme di  tutte le banconote e le monete, dette moneta legale, e le riserve obbligatorie delle banche presso la banca centrale che costituiscono la cosiddetta base monetaria;
  • M1 che comprende oltra alle banconote circolanti anche i depositi di conto corrente e postali (trasferibili con assegno);
  • M2 che oltre a ricomprendere quanto detto per M1 comprende anche i depositi di conto corrente e postali più vincolati dei precedenti;
  • ·M3 che comprende ulteriormente altri titoli a breve come le obbligazioni e i titoli di stato a breve termine.
Abbiamo parlato spesso di offerta e domanda di moneta, la prima si definisce come la moneta circolante in un sistema economico, mentre la domanda di moneta è quella che i privati (cittadini e aziende) vogliono detenere per vari motivi: speculazione, transazioni e precauzione.
Infine concludiamo con le politiche monetarie: lo scopo delle politiche monetarie è di  controllare la quantità  di moneta in generale, questo avviene da parte della autorità monetaria di un paese attraverso, principalmente, le cosiddette operazioni di mercato aperto, cioè la vendita
o acquisto da parte della banca centrale di titoli. Acquistando titoli, titoli di Stato per la maggior parte, la banca centrale ottiene due effetti: da una parte riduce la quantità di moneta in circolazione; dall’altra, acquistando titoli, ne aumenta il valore (aumento della domanda) e per la relazione inversa tra valore dei titoli e interesse fa quindi diminuire  il tasso di interesse. Quando queste operazioni avvengono su larga scala e i titoli interessati sono anche altri titoli, come ad esempio obbligazioni private emesse dalle aziende, queste operazioni prendono il nome di quantitative easing.
Un altro campo di azione  della banca centrale è quello di modificare, in rialzo o in ribasso,  il valore  del tasso ufficiale di sconto, che determina i tassi di interesse applicati dalle banche per i prestiti.
Infine, un altro modo per controllare la emissione di moneta è attraverso il sistema di regolamentazione delle banche, ad esempio agendo sulla cosiddetta  riserva frazionaria, che è la percentuale dei depositi bancari che per legge la banca è tenuta a detenere, sotto forma di contanti o di attività facilmente liquidabili. Tale riserva determina quanto un istituto di credito  può erogare per i prestiti e, quindi, un aumento o una sua diminuzione possono variare l’offerta di credito e l’offerta di moneta.
La teoria economica ci dice, in generale, che la banca centrale dovrebbe stabilire la politica monetaria, espansiva o recessiva, in funzione dello stato dell’economia. Ad esempio in una fase di recessione dovrebbe aumentare la quantità di moneta è ridurre il tasso di sconto per favorire la ripresa, mentre in una fase espansiva dovrebbe fare il contrario per frenare il possibile rischio di spirale inflazionistica. Questo vale in generale, ci sono comunque molte divergenze sulle modalità e sulla importanza di tali politiche che variano a seconda delle correnti di pensiero: i monetaristi propendono per un controllo stretto della politica monetaria con minori interventi dello Stato, mentre le correnti keynesiane e post-keynesiane credono che non si possa far a meno di accompagnare tali politiche con un maggior intervento statale anche sul fronte della spesa pubblica o politiche fiscali.





[1] A. Lerner, Money as a creature of the State, The American Economic Review, Vol. 37, No. 2, 1947, p. 313.
[2] Il nome pecunia viene da “pecus” (pecora), a rappresentare uno dei mezzi con cui potevano avvenire gli scambi, il nome moneta verrebbe, secondo alcune teorie,  dalla dea romana Giunone Moneta, dove per moneta si intende l’aggettivo di “ammonitrice” dato alla dea, in quanto la zecca sarebbe stata nei pressi o annessa al suo tempio.
[3] In realtà si distinguono tre diversi sistemi aurei: nel primo l'oro viene usato direttamente come moneta (circolazione aurea), nel secondo viene usata cartamoneta totalmente convertibile in oro, infine, nel terzo caso, le banconote sono convertibili solo parzialmente, risultando il valore della quantità di banconote emessa un multiplo del valore dell'oro posseduta dallo stato (circolazione cartacea convertibile parzialmente in oro).
[4] Tale tipo di moneta viene definita “fiat”, cioè  una moneta stabilita da la regolamentazione del governo o della legge.
[5] Vedi: M. McLeay, A. Radia, R. Thomas, Money in the modern economy: an introduction, Quarterly Bulletin 2014 Q1, Bank Of England.

venerdì 2 settembre 2016

Equilibrio dei poteri

La teoria tradizionale dello Stato moderno, originata dalle idee di Montesquiez, si basa sull’equilibrio dei poteri ovvero: potere esecutivo, legislativo e giudiziario (Nel tempo si è parlato di altri poteri, quello della carta stampata e della televisione ma in realtà sono poteri esterni allo Stato). Si tratta quindi sostanzialmente di una teoria dello Stato e del suo funzionamento. 
Quello su cui invece vorrei soffermarmi oggi è sui “poteri” che in genere agiscono all’interno di una nazione. Per ragione di sintesi i poteri principali che ritengo agiscano sono tre. Il primo è il potere economico (che per semplicità chiameremo di mercato) cioè il potere che deriva dalla disponibilità di grossi mezzi economici (ricchezza o proprietà di assets di vario tipo industriali, finanziari, ecc..) da parte di singoli o di gruppi economici. Il secondo è il potere dello Stato in virtù della forza che gli dà la legge e le sue istituzioni. Infine il potere del popolo, che chiameremo democrazia (appunto letteralmente governo del popolo). Su questo ultimo dobbiamo fare alcune precisazioni fuori da ogni retorica, il popolo o meglio i cittadini hanno, almeno in teoria, la possibilità di scegliere chi li governa, nei casi di governi totalitari in genere l’unico mezzo è la rivoluzione, negli Stati più evoluti ciò avviene tramite procedure elettorali e democratiche (Sulle differenze tra i vari tipi di democrazia vedi articolo di Rodrik). 
La legislazione, in particolare la Costituzione, regola oltre che i rapporti tra i poteri dello Stato anche le modalità con cui funziona la democrazia e viene regolato anche il potere economico, ma nei fatti i rapporti di forza tra i tre poteri: mercato, Stato e democrazia, dipendono dalle condizioni, storiche e sociali della nazione e anche dalla situazione internazionale. Quando predomina lo Stato siamo in genere in un regime totalitario, dove governano delle oligarchie politiche che sono spesso anche economiche; quando è molto forte la democrazia c’è il rischio della cosiddetta dittatura della maggioranza o di governi populisti; quando sono forti le élite economiche queste riescono a indirizzare e dominare il potere politico a loro favore riducendo di fatto il potere della democrazia. 
Storicamente, se vediamo in particolare mondo occidentale, hanno inizialmente prevalso le élite politico-militari, con classi sociali piuttosto definite, che hanno assunto spesso anche connotazioni religiose o si sono avvalse della religione per giustificare la loro leadership. Con lo sviluppo dei commerci e in seguito della industrializzazione hanno guadagnato un maggior ruolo le élite economiche che, in virtù della esistenza di sistemi scarsamente democratici, potevano imporre le loro condizioni sul resto della cittadinanza. Lo sviluppo economico e la industrializzazione hanno accresciuto la possibilità di azione collettiva da parte dei cittadini che, con il tempo e con le lotte, sono riusciti a conquistare spazi maggiori in politica con un espansione della democrazia. Anche se regimi totalitari o scarsamente democratici possono condurre a situazioni di un certo sviluppo economico, la realtà mostra che attualmente le nazioni più sviluppate economicamente sono quelle che hanno un certo equilibrio tra i tre poteri, cioè una democrazia forte con uno Stato efficiente e ben gestito e con un mercato sviluppato. Quindi una società funziona bene quando i tre poteri sono forti e si limitano a vicenda, evitando così il prevalere dell’uno sull’altro, perché il mercato consente, in genere, di aumentare lo sviluppo economico ma, senza uno Stato forte che lo regoli, il mercato tende a formare concentrazioni di potere e monopoli che diminuiscono le possibilità di crescita e sviluppo; d’altra parte uno Stato troppo forte potrebbe distorcere la concorrenza e favorire alcune categorie minando la concorrenza che è uno dei meccanismi di funzionamento del mercato; infine la democrazia, intesa come sistema di controllo da parte dei cittadini, dovrebbe, idealmente, consentire di redistribuire la ricchezza e i carichi fiscali a vantaggio della maggioranza dei cittadini e del benessere generale. 
Come abbiamo detto nel tempo, soprattutto in occidente, si è consolidato lo sviluppo di Stati democratici con economie di mercato che hanno consentito sia lo sviluppo economico e materiale e sia un miglioramento della legislazione sociale e di difesa dei diritti, ovviamente con formule diverse e con gradi di sviluppo diversi. La situazione negli ultimi anni presenta degli aspetti contrastanti, infatti alcuni paesi, ad esempio quelli dell’est europeo, si sono liberati dei vecchi regimi totalitari e si sono avviati verso un percorso democratico, anche altri paesi, a varie latitudini, si sono incamminati verso regimi più democratici o con maggiori libertà che in passato, con situazioni comunque che non possiamo definire democratiche (ad esempio la Cina). Nei paesi occidentali la situazione è invece più complessa e controversa, grazie alla globalizzazione è aumentata la forza delle imprese e della finanza internazionale, che potendo giocare la partita a livello internazionale possono incrementare i profitti giocando sulle differenze di costi e di regolamentazione (arbitraggi) tra i vari paesi, avendo meno limiti e condizionamenti dagli Stati e democrazie nazionali; quindi in questi paesi, mentre questi soggetti sono meno condizionati e vincolati, di fatto hanno perso potere lo Stato e la democrazia, con un incremento delle diseguaglianze, una diminuzione del welfare state e un aumento della insicurezza e della incertezza delle popolazioni. 
Se vediamo le società occidentali in crisi economicamente e anche perché sono venuti meno i fenomeni di riequilibrio tra i poteri di cui abbiamo parlato, ed è questo il motivo di quella che qualcuno chiama stagnazione secolare ma, in realtà, si tratta di un arretramento del ruolo dello Stato e della democrazia, a vantaggio del mercato, che a sua volta genera una crisi economica e sociale (*).

(*) vedi anche La grande trasformazione di K.Polanyi