Dani Rodrik, professore di Economia Politica Internazionale presso la Università di Harward, è molto presente in questo blog, ne abbiamo parlato spesso recensendo articoli e libri (vedi ad es. qui e qui e anche qui). Lo scopo del libro, come da sottotitolo, e quello di affrontare tre aspetti fondamentali per l'autore: ricostruire la classe media (nei paesi sviluppati), ridurre la povertà (nei paesi in via di sviluppo), affrontare i problema del cambiamento climatico. Per affrontare tali problemi il nostro attuale menù di politiche appare inadeguato, dobbiamo considerare nuovi approcci e riconfigurare le nostre priorità e politiche. Ad esempio nell'affrontare il cambiamento climatico l'approccio tentato di accordi globali sul clima non è stato particolarmente efficace, mentre dovremmo puntare di più su approcci, non coordinati, messi in atto a livello locale e nazionale. La classe media poi è la spina dorsale di una societa democratica, ma una solida classe media richiede dei buoni lavori, il declino della manifattura è inesorabile non solo per la globalizzazione, quindi la fonte di nuovi lavori saranno i servizi, pertanto sono necessarie politiche industriali nei servizi, e che la direzione del cambiamento tecnologico non venga diretta contro il lavoro. Nei paesi non sviluppati è la crescita economica il maggior veicolo per la riduzione della povertà, e lo sviluppo della industria è stata il motore della crescita per i paesi che sono usciti dal sotto sviluppo, ma questa via diventa sempre più difficile per i paesi che sono ancora poveri, e i servizi sono poco esportabili e a più bassa produttività. Ciò rende più difficile il compito a fronte di maggiori incertezze e richiede, quindi, di sperimentare nuove modalità e approcci di "second best" rispetto a quelli di first best. Gli accordi globali mancano di leggittimità, infatti i termini tendono ad essere distorti a favore di chi ha più potere. Il modello di iperglobalizzazione che ha cartterizzato il periodo precedente, che è una logica estensione del neoliberalismo, è comunque in crisi. I mercati non riescono ad auto regolarsi e stabilizzarsi, essi necessitano di istituzioni di non-mercato create dallo Stato. Le precedenti istituzioni, Bretton Wodds e GATT permettevano il commercio ma supportavano anche obiettivi domestici, mentre la iperglobalizzazione è divenuta fine a se stessa, erodendo la capacità degli Stati di essere al servizio dei propri cittadini. I guadagni ottenuti dalla globalizzazione hanno avuto dei costi sociali altissimi, intere comunità ne hanno sofferto. La iperglobalizzazione non ha solo aumentato le diseguaglianza ma anche danneggiato la democrazia.
Gli accordi sul clima hanno raggiunto alcuni risultati ma, ad esempio, gli accordi di Parigi su basano solo su impegni volontari di tagliare le emissioni da parte delle nazioni aderenti. D'altra parte le azioni non coordinate delle singole nazioni hanno portato a sviluppi incoraggianti, in particolare la politica industriale cinese ha portato ad un enorme sviluppo delle rinnovabili che ha unito obiettivi climatici con obiettivi geopolitici e commerciali. In ogni caso il problema delle politiche green è che creano dei perdenti concentrati mentre i benefici sono diffusi e dispersi. Inoltre, si sono dimostrati più efficaci i sussidi del governo alle energie rinnovabili piuttosto che le tasse sulle emissioni di carbone (creare vincenti piuttosto che perdenti). Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo la situazione è piu complicata perchè non hanno le risorse per investire nelle politiche green, per cui si rende necessaria una adeguata assistenza economica da parte delle nazioni sviluppate altrimenti non avremo una effettiva riduzione di emissioni da parte delle nazioni più povere.
La mancanza di lavori buoni porta alla erosione della classe media che a sua volta a una erosione della democrazia, per questo è fondamentale costruire una economia dei buoni lavori per ristabilire la fede nella democrazia. Purtroppo la manifattura, che ha svolto un ruolo importante nella creazione di buoni lavori, è in declino ed è estramente improbabile che rimanga un motore della creazione del lavoro. L'aspetto importante da sottolineare è che il lavoro per le persone è una parte della loro identità e una fonte di riconoscimento sociale. Dagli anni '80 le economie avanzate hanno fallito nel generare un adeguato numero di buoni lavori, vi è stata una polarizzazione del lavoro, solo pochi lavoratori ben pagati. Dato che i servizi rimarranno il settore che assorbirà maggiormente lavoro non abbiamo scelta che trasformare cattivi lavori nei servizi in buoni lavori. Si richiede, quindi una rivoluzione nei servizi, che faccia affidamento non solo sul paternalismo degli imprenditori ne sulle regolazioni governative piuttosto di una strategia che alimenti la crescita della produttività in un ampia gamma di servizi. Storicamente i servizi si sono mostrati poco produttivi, per questo serve una serie di incentivi pubblici, anche finanziari, che ne aumentino la produttività, in particolare i programmi che funzionano meglio sono iniziative locali vicine agli imprenditori. L'autore poi mostra alcuni casi positivi di tali iniziative. Le tecnologie inoltre, come l'AI, possono migliorare la produttività ma serve che il governo guidi la tecnologia verso una direzione labour-friendly. La industria non sarà a lungo un motore di crescita anche per i paesi in via di sviluppo, anche in questo caso sarà necessaria sperimentazione e innovazione, interventi che saranno specifici dei vari contesti. Ci sono casi, come l'India, in cui il driver dell'economia sono stati i servizi, anche se i tassi di crescita sono minori che nella Cina che ha puntato sulla industria. Anche in questo caso serve l'intervento pubblico: formazione anche manageriale, prestiti, finanziamenti, infrastrutture, assistenza tecnologica, ecc. Rimane il fatto che, anche se ci sono casistiche positive in questo campo, il compito non è facile, perchè la maggior parte dei servizi assorbe lavoro a basso skill e molti di questi lavori non sono esporatbili.
Le trasformazioni produttive sono sempre avvenute con l'apporto combinato di iniziative pubbliche e private. Il governo difficilmente può scegliere i vincitori ma può smettere di suppotare i perdenti, inoltre deve prendere atto, in modo esplicito, che i alcuni progetti falliranno, il governo non è onniscente. Quello che è importante, una volta avviati i progetti, è di avere strumenti di misura chiari e misurabili per il monitoraggio dell'avanzamento dei progetti stessi, inoltre è importante che la politica industriale sia isolata dalle lobbies e da i cercatori di rendite. Quindi bisogna essere molto cauti nel progettare e implementare gli interventi. L'obiettivo primario delle politiche di trasformazione produttiva è di correggere le inefficienze nella allocazione delle risorse economiche. Uno dei problemi del mercato sono le esternalità sia negative e sia positive (che andrebbero favorite dal governo). In particolare le esternalità positive tecnologiche e di buoni lavori andrebbero sussidiate, o anche tramite la fornitura dei servizi al business. Le trasformazioni produttive che funzionano meglio sono quelle che si basano sullo scambio di informazioni pubblico-privato e su problem solving iterativi, cioè è molto imporatante come vengono gestite le relazioni tra pubblico e privato. Alcuni esempi positivi di collaborazioni locali pubblico e privato sono state sperimentate in Cina, ad es. sullo sviluppo della auto elettriche. Una governance pubblica "sperimentalista" dovrebbe avere 4 elementi: stabilire degli obiettivi e determinarne le metriche, gli agenti esecutivi pubblici devono avere una larga discrezionalità con qualche supporto istituzionale, devono essere previsti report periodici di avanzamento delle iniziative ed eventualmente abbandonare le iniziative se non soddisfacenti, infine gli obiettivi e le procedure devono essere costantemente rivisti. Gli agenti pubblici non devono essere per forza, all'inizio, conoscere le problematiche in dettaglio, è sopratutto nell'interesse delle imprese che sia efficace la collaborazione nel problem solving. Il governo è quindi importante nel ruolo di indirizzare il cambiamento strutturale, non sono sufficienti la reditribuzione, la assicurazione sociale e la gestione macroeconomica, sono richiesti altresì interventi sul lato dell'offerta per creare buoni lavori.
Generalmente si crede che maggiori siano le regole globali migliore sia la situazone, ma le regole globali spesso sono le regole del più forte, e regole generali possono confliggere con diverse configurazioni istituzionali nazionali. Per Rodrik esistono fondamentalmentd 4 tipi di regole tra nazioni. Ci sono politiche nazionali che possono danneggiare le altre nazoni, beggar thy neghbour (BTN) e queste dovrebbero essere condiderate vietate. Altre possono essere considerate mutue negoziazioni e aggiustamenti, politiche che generano un beneficio domestico minore dei danni provocati all'estero e pertanto dovrebbero essere ammesse. Poi ci sono le azioni autonome che riguardano sopratutto l'area domestica. Infine ci sono i beni pubblici globali che richiedono una governance multilaterale. Se le nazioni promuovono le proprie industrie per obiettivi legittimi l'esito collettivo ò di prosperità generale. Quindi, per l'autore, solo la prima categoria di politiche (BTN) e quella relativa ai beni pubblici globali dovrebbero essere soggette a regole globali.
Nelle conclusioni l'autore ribadisce che se una sinistra progressista vuole rivitalizzarsi deve riconnettersi con la la classe lavoratrice; ricostruendo una classe media con buoni lavori nei servizi, aumentando la produttività dei lavoratori a basso skill, la produttivià è infatti la base della prosperita. Per tutto questo ci vuole il coraggio di sperimentare da parte dei governi anche se in alcuni casi si commetteranno errori.
Dalla recensione si capisce che è un libro che affronta e sviscera molti problemi, cercando di dare soluzioni ragionevoli. Un ottimo libro, anche se le tesi di Rodrik mi erano in parte note. Indubbiamente il problema dell'indebolimento della classe media è un tema centrale per i paesi sviluppati come l'Italia. Evidentemente lo sono altrettanto la povertà e il cambiamento climatico. Sono d'accordo con Rodrik che è piu ragionevole puntare su iniziative second best che su quelli ottimali difficili da realizzare, così come è difficile sperare che vengano raggiunti accordi globali che siano risolutivi. La cosa che mi ha colpito è la constatazione che il futuro sia dei servizi, ovviamente inevitabile. Vedo però difficile aumentarne la produttività, quindi il problema è che ci ritrovremo con crescite minori, con poche corporation che avranno sempre piu potere tecnologico, economico e anche mediatico. Quello che paventa qualcuno, e non senza motivo, è una specie di tecno feudalusmo; come possiamo infatti noi cittadini, rafforzare il ruolo dello Stato a nostro vantaggio quando invece come accade adesso,vedi USA, il ruolo di coorporation e tycoon sta condizionando l'esito delle elezioni?