martedì 13 febbraio 2018

Cosa fanno realmente gli accordi sul commercio?

In questo post vorrei segnalare un bellissimo e istruttivo articolo di Dani Rodrik sugli accordi sul commercio (Trade Ageements) che trovate qui in inglese. Per chi non ha la pazienza di leggerlo ne riporto una sintesi.
Il concetto che sottende tutto l'articolo è che gli accordi di commercio, sbandierati come accordi che favoriscono il libero commercio, in realtà sono spesso il risultato di ricerca di rendite di posizione da parte di industrie e multinazionali ben connesse con la politica.
Gli economisti sono in generale favorevoli agli accordi di commercio e contrari alle politiche protezionistiche dimenticando che il libero commercio, in realtà, crea vincitori e vinti.
Ma i moderni accordi di commercio (es. TPP) vanno ben oltre le restrizioni sul commercio, essi si occupano anche di standard regolatori, di salute e sicurezza, investimenti e finanza, proprietà intellettuale, lavoro, ambiente e molti altri soggetti. Tenedo conto di queste nuove caratteristiche gli economisti dovrebbero ripensare la loro propensione verso gli accordi di commercio. Gli accordi commerciali sono modellati piuttosto sulla base di ricerca di rendite di posizione  e interessi sul lato delle esportazioni. Infatti, piuttosto che mettere un freno ai protezionisti, rafforzano gli interessi particolari di industrie ben connesse (politicamente). Gli accordi internazionali producono delle conseguenze in nuove aree che sono ambigue rispetto ai tradizionali abbassamenti delle barriere commerciali. Ad esempio gli accordi sulle proprietà intellettuali possono portare ad un amumento dei costi per i prodotti farmaceutici nei paesi in via di sviluppo con aumento delle rendite di monopolio. Quindi grazie a questi accordi la protezione della proprietà intellttuale è divenuta più estesa è più forte di quanto non fosse con in precedenza, limitando così la libertà di azione delle nazioni.
Un altro aspetto è la maggiore mobilità dei capitali finanziari, che pone difficoltà di gestione agli stati firmatari. Pardossalmente questo avviene quando la maggior parte degli economisti e anche FMI esprime maggior cautela sulla mobilità dei capitali a seguito anche della crisi del 2008.
Un ulteriore area di intervento degli accordi ci commercio è sulle dispute tra stato e investitori, per cui gli investotori possono far causa agli Stati in speciali tribunali di arbitraggio, dando a questi ultimi un maggiore potere; tali poteri e necessità non si comprendono bene quando applicati a nazioni che hanno dei sistemi legali ben funzionanti. Infine, un altro aspetto è  la armonizzazione delle regole e standard con lo scopo di ridurre i costi di transazione ma, spesso,le regole riflettono diversità di vedute e differenti preferenze dei consumatori piuttosto che motivi effettivamente protezionistici. Quindi questi accordi possono rappresenatre un peggioramento degli standrd senza alcun miglioramento effettivo sul commercio.  Questi accordi di commercio vengono condotti spesso in maniera poco trasparente e con la presenza e ingerenza dei rappresentanti dell'industria che cercano di essere dominanti nella stesura degli accordi.
In conclusione, gli economisti attualmente danno poco peso agli effetti negativi della globalizzazione, mentre gli accordi del commercio sono andati ben oltre le semplici tariffe di importazione e riguardano aspetti molto generali e delicati (salute, sicurezza, standard di lavoro, dispute legali, ecc.) per cui sarebbe opportuno che gli economisti e la teoria economica  ne tenessero in debito conto per una più corretta valutazione degli effetti.


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