venerdì 22 aprile 2016

Le idee della economia - Teorie dell'interesse

Le teorie dell’interesse, da Aristotele sino alla fine del  medioevo, avevano più che altro un carattere etico-religioso, la discussione era imperniata sulla liceità di richiedere e ottenere un interesse sulle somme prestate. Da questo punto di vista le posizioni erano generalmente negative,  la richiesta di interesse si identificava di fatto con “l’usura” e quindi riprovevole dal punto di vista morale.
Con l’evoluzione economica e lo sviluppo dei commerci, a partire soprattutto dalla fine del ‘400, le posizioni  cominciano  a diventare più sfumate e si inizia a distinguere  tra la  richiesta di interesse che diviene lecita, a fronte dei rischi e come beneficio per la perdita di opportunità dovuta al prestito, e l’usura vera e propria che viene caratterizzata dal fatto di richiedere un interesse particolarmente elevato.
Nel periodo dell’economia classica l’interesse diviene la remunerazione di un fattore produttivo, il capitale, che  rende tale remunerazione lecita come per gli altri fattori produttivi, terra e lavoro, dove prende il nome rispettivamente di  rendita e  salario.
L’intuizione innovativa di Bohm-Bawerk, Eugen von Böhm-Bawerk (1851–1914) economista austriaco considerato esponente fondamentale della scuola austriaca, è quella di inserire la dimensione temporale come giustificazione dell’interesse. In particolare Bohm-Bawerk  evidenzia che, per motivi psicologici, gli individui tendono a preferire il consumo presente a quello futuro, quindi l’interesse è la ricompensa, per chi concede il prestito, alla rinuncia al consumo presente a beneficio di colui che chiede il prestito.
La spiegazione diviene più complessa passando dalla sfera individuale a quella produttiva. La tesi che  Bohm-Bawerk sostiene è che i metodi lavorativi “indiretti” siano più efficienti di quelli “diretti” ma richiedono tempi più  lunghi.
Per spiegare tali concetti e le differenze dei due metodi facciamo un esempio banale: per fare uno scavo potrei utilizzare le mani (metodo diretto), tale metodo è immediato nel senso che posso partire subito a scavare ma evidentemente poco efficiente. Per effettuare lo scavo con maggiore efficienza devo ricorrere a qualche strumento, dalla pala e piccone sino ad arrivare a un escavatore. E’ chiaro che l’uso degli strumenti (metodo indiretto) aumenta la l’efficienza del lavoro ma in qualche modo possiamo dire che richiede “tempi più lunghi”, nel senso che per costruire tali strumenti ci vuole del tempo o, più realisticamente, richiede la loro acquisizione e quindi dei capitali per comprarli.
Pertanto, in conclusione, i metodi indiretti sono più efficienti ma richiedono un anticipazione dei capitali, pertanto la maggiore efficienza comporta un periodo di produzione più lungo, e il beneficio di una maggiore produttività richiede l’esborso di un interesse per acquistare la disponibilità di capitali necessari per acquisire i mezzi di produzione. Come si vede si torna al concetto di produttività del capitale ma questa volta avendo evidenziando  l’aspetto temporale del problema.
Un ulteriore contributo alle concezioni delle teorie dell’interesse si deve a Wicksell, Johan Gustaf Knut Wicksell (1851–1926) economista  svedese.
Il concetto innovativo a lui dovuto è quello di distinzione tra interesse monetario e interesse “reale”.
L’interesse monetario è quello che si forma nel mercato del credito, ovvero laddove c’è una domanda di capitali da parte dei produttori e l’offerta di credito attraverso il circuito bancario. Il prezzo di acquisire la liquidità, e quindi l’interesse, varia in funzione della domanda e dell’offerta di capitali.
L’interesse “reale” è quello che si forma nella sfera produttiva e quindi connesso al “rendimento”[1] del capitale investito nel settore produttivo, se questo rendimento è maggiore dell’interesse monetario si avrà un incentivo ad effettuare investimenti, viceversa gli investimenti tendono a diminuire.
Sono quindi queste differenze di interesse che determinano la propensione ad investire, questo permette a Wicksell di proporre una teoria per la  spiegazione dei cicli economici che influirà su Keynes ed Hayek.
La spiegazione del ciclo è la seguente: quando l’interesse monetario cresce e supera quello reale, questo tende a sfavorire gli investimenti e di conseguenza a generare una rallentamento degli investimenti produttivi e ad innescare un ciclo economico recessivo. Al contrario, quando l’interesse monetario è inferiore a quello reale, si generano le condizioni favorevoli agli investimenti e quindi  ad un ciclo espansivo.
Irving Fisher, di cui parleremo più diffusamente in un  prossimo post, riprende i concetti sull’interesse sviluppati da Bohm Bawerk ma li sviluppa con maggiore rigore matematico, per cui nei daremo solo un cenno.
Fisher conferma l’aspetto psicologico individuale di preferenza al consumo presente rispetto a quello futuro, precisando che tale tendenza è funzione del reddito atteso e dalla disponibilità di fondi, e che il tasso di interesse si determina nell’equilibrio tra domanda e offerta tra agenti economici che hanno diverse  disponibilità e motivazioni a prendere o dare in prestito fondi.
Per quanto riguarda l’interesse nell’aspetto produttivo, quindi visto nell’ottica della convenienza  ad  effettuare un investimento, Fisher  analizza le modalità con cui avviene la scelta tra diverse opportunità di investimento. In particolare, per un dato investimento, si può ipotizzare una serie di rendimenti futuri, ad esempio se compriamo un immobile e lo affittiamo ne ricaveremo degli affitti nel tempo. Dato che queste somme, che riceviamo nel futuro, valgono meno che nel presente le dobbiamo ridurre (scontare) per aver il valore corrispondente nel presente, quindi ipotizzando un certo tasso di interesse si può valutare, mediante una formula matematica[2] e  sulla base dei flussi di reddito attesi, il valore presente (attuale) dell’investimento, questa valutazione consente il confronto tra  investimenti alternativi.
Tale analisi verrà ripresa da Keynes nello sviluppare il concetto di efficienza marginale del capitale ed evidenziare la relazione inversa  tra livello degli investimenti e tasso di interesse, infatti a parità di rendimenti attesi dell’investimento effettuato, all’aumentare del tasso di interesse, il valore (attuale) di un investimento diminuisce e quindi diviene meno conveniente fare un investimento.




[1] Per precisione si dovrebbe parlare di produttività marginale del capitale, che esprime quanto varia il prodotto per effetto della corrispondente  variazione del  capitale.
[2]Ipotizzato un certo tasso di interesse (i) e un flusso di redditi uguali (r), si può attualizzare, cioè determinare il valore attuale/presente di un investimento con la formula: valore attuale = sommatoria (per k che va da 1 a N) di r/(1+i)k, dove N sono il numero di anni o periodi temporali considerati, nel caso di N infinito il valore attuale diviene r/i, che indica la relazione inversa con il tasso di interesse.

mercoledì 20 aprile 2016

G. Akerlof, R. Shiller - Phishing for phools- The economics of manipulation and deception

Questo libro è l’ultimo lavoro di Akerlof e Shiller, entrambi economisti e vincitori del premio Nobel per l’economia.
Il titolo non è di facile traduzione, il “phishing” è una frode informatica, quella ad esempio tipica delle finte mail per carpire i tuoi dati, mentre i “phools” sono quelli che vengono “frodati”. Il senso che danno gli autori è più generale e meno illegale, ovvero è più un inganno che una frode, e coloro che vengono ingannati lo sono o per motivi psicologici o per mancanza di informazioni. Traducendo con un pò di fantasia e per assonanza potremmo dire che “phishing the phools” potrebbe sembrare come ”spennare i polli”.

Nel libro gli autori elencano e illustrano i molti modi e ambiti in cui veniamo ingannati, in quanto il fenomeno è molto diffuso.
Il punto fondamentale è che le persone prendono delle decisioni che non sono spesso nel loro vero interesse e non scelgono veramente quello che vogliono, e nel mercato se uno ha una debolezza qualcuno cercherà di sfruttarla. 
Nei mercati liberi dunque non c’è solo libertà di scegliere ma anche di “ingannare”, e si forma quello che gli autori chiamano un “phishing equilbrium”. Come detto tali inganni vengono perpetrati sia per motivi psicologici sia fornendo false informazioni che ci fanno prendere decisioni sbagliate. Il mercato non produce solo quello che vogliamo ma anche altro che ci devono vendere, pertanto veniamo indotti in tentazione.
Un altro aspetto importante che viene utilizzato nella pubblicità è la “narrazione”, in quanto siamo psicologicamente portati a ragionare in termini di narrazione e influenzati dalle storie, quindi la pubblicità e il marketing sono alla ricerca del messaggio giusto e della storia giusta da proporre alle giuste persone.
L’elenco degli ambiti in cui veniamo ingannati, come detto, è ampio: si va dal mercato immobiliare a quello dell’auto, il mercato dei farmaci, quello del tabacco e degli alcolici, ma anche la stessa politica. Ovviamente non manca il mercato finanziario in cui vengono illustrati i casi di frode e bancarotta delle casse di risparmio e prestiti americane, il mercato dei junk-bond degli anni ’80 sino ad arrivare alla recente crisi finanziaria.
Gli autori dedicano anche un capitolo agli “eroi” che sono coloro i quali lavorano agli standard di qualità, e chi ha contribuito a migliorare gli standard legali che proteggono dagli abusi del mercato.
Inoltre, contestano coloro i quali affermano che il problema sia lo Stato e che il mercato sostanzialmente produce il migliore dei mondi possibili, mentre le possibilità di essere frodati porta alla necessità di un attività di regolazione che è appunto uno dei compiti fondamentali dello Stato.
Le conclusioni della economia standard sono che il mercato funziona bene e necessita solo di limitati interventi relativi alle esternalità e alla distribuzione della ricchezza; al contrario gli autori affermano che, data la vera natura umana, il mercato non fornisce solo uno spazio per fornirci ciò che vogliamo ma anche per ingannarci, pertanto non è cosi efficiente come descritto dell’economia tradizionale che non è in grado di capire il ruolo dell’inganno e del raggiro. Gli inganni ai danni dei clienti sono un fenomeno generale che porta appunto ad un equilibrio, in questa generalizzazione del problema per gli autori sta il punto principale del libro, superando in questo anche le teorie della economia comportamentale che, nelle sue analisi, ha elencato tutta una serie di comportamenti erronei e non del tutto razionali da parte delle persone ma non fornendo un quadro d’insieme.
Concludo con una citazione che, a mio parere, ben si adatta alla ultima crisi: «Il libero mercato rende le persone libere di scegliere. Ma rende anche liberi di ingannare ed essere ingannati. Ignorare queste verità e una ricetta per il disastro».
P.S Il libro è ora uscito anche in italiano con il titolo "Ci prendono per fessi" editore Mondadori.

mercoledì 16 marzo 2016

Le idee dell'economia- Teoria dell’equilibrio generale e ottimo paretiano: Walras e Pareto

Nel post precedente abbiamo esposto la legge della domanda e offerta per un singolo bene, tale modalità di lavorare su un singolo mercato  si definisce equilibrio parziale.
Il passo successivo è quello di capire se si possa affrontare e risolvere il tema dell’equilibro di tutti i mercati: equilibrio  generale. Chi per primo affrontò e risolse, almeno in parte, il problema fu Leon Walras.
Leon Walras (1834-1910), di origine francese e di padre economista, inizialmente si dedicò agli studi di ingegneria (mineraria) ma ben presto si rivolse al giornalismo e ad attività nel mondo lavoro (banche e ferrovie) per diventare, successivamente, professore di economia all’Università di Losanna. Contribuì allo sviluppo dei concetti del “marginalismo” ma, probabilmente,  il suo contributo più rilevante e originale è quello sulla teoria dell’ equilibrio generale.
La teoria dell’equilibrio generale di Walras è molto complessa, pertanto ci limiteremo a darne una visione ridotta e semplificata nel tentativo di farne intuire il significato[1].
Nell’esporre la legge della domanda e dell’offerta si è visto che, individuate le due curve di domanda e offerta, si possono ricavare la quantità del  bene scambiato  e il suo prezzo nel punto di equilibrio. Tale risultato grafico si può anche rappresentare analiticamente come un sistema di due equazioni a due incognite, quantità e prezzo del bene. Oltre ad estendere il ragionamento a tutti i beni e relativi mercati, Walras, lo estende anche ai mercati dei servizi produttivi (ad esempio il lavoro) e a quello dei capitali dove, da un lato, abbiamo l’offerta di risparmio e, dall’altro, la domanda di capitali da parte dell’impresa.
I soggetti che agiscono nei mercati sono quindi per Walras: i lavoratori, i proprietari terrieri e di capitale e gli imprenditori veri e propri, quelli che organizzano la produzione. I mercati, per Walras, sono mercati ideali perfettamente concorrenziali con le caratteristiche che abbiamo citato  nel precedente post.
Per raggiungere l’equilibrio di tutti i mercati esiste una fase di cosiddetto aggiustamento (“tattonnement” in francese) per cui, dopo una serie  di oscillazioni, i mercati raggiungono l’equilibrio. Un ulteriore espediente che utilizza Walras è quello del banditore, come nelle aste, per il raggiungimento dell’equilibrio.
Quindi, in definitiva,  abbiamo N+M mercati (beni e servizi) in equilibrio e quindi N+M incognite e N+M equazioni o relazioni e, se abbiamo tante equazioni indipendenti quante sono le variabili, il sistema in teoria è risolvibile e potrebbe avere una soluzione che sarebbero gli N+M prezzi[2].
Il problema che nasce è se questa soluzione esiste veramente ed è significativa, valori negativi infatti non avrebbero senso, ed è veramente unica, problema che Walras non riuscì a dimostrare compiutamente.
Saranno gli studi successivi, in particolare di Arrow e Debreu grazie all’utilizzo di tecniche matematiche più sofisticate, a dimostrare che le condizioni poste da Walras erano solo necessarie e non sufficienti per avere una soluzione e stabiliranno, da un lato, la esistenza dell’equilibrio ma, d’altra parte, che è praticamente impossibile dimostrarne l’unicità della soluzione.
Un ulteriore limite dell’analisi di Walras, è che la sua è una  teoria statica, che mal si concilia con le situazioni economiche che sono estremamente dinamiche. Inoltre una ulteriore limitazione è che in equilibrio il profitto dell’imprenditore è nullo, cosa alquanto irrealistica come ha fatto osservare Schumpeter che nell’imprenditore vedeva la figura centrale del capitalismo.
Resta comunque grandioso il lavoro di Walras, che la nostra sintesi non rende nella sua complessità, che lo fa inserire tra i più grandi economisti della storia[3]. La sua teoria non ebbe una grandissima rilevanza tra gli economisti dell’epoca forse per il carattere troppo teorico e la complessità, mentre  la teoria degli equilibri parziali, che portava a risultati pratici più spendibili, ebbe maggiore fortuna e utilizzazione.
Le teorie di Walras vennero riprese  da Pareto ma sviluppate su nuove basi, come accennato, solo in un periodo successivo.
Vilfredo Pareto (1848-1923), che succederà a Walras nella cattedra alla Università di Losanna, nacque a Parigi da padre italiano. Dopo la laurea in ingegneria fu direttore della Società delle Ferriere Italiane ma, abbandonato il lavoro, si dedicò agli studi economici e non solo, diventando professore di economia politica. Nell’ultima parte della sua vita, grazie anche a una cospicua eredità ricevuta, si ritirò a vita privata continuando i suoi studi in Svizzera sino al termine della sua vita.
Pareto lavorò alla teoria dell’equilibrio generale ma il concetto per cui è più noto è quello di “ottimo paretiano”. Si ha un ”ottimo paretiano” quando, una volta assunta una distribuzione  iniziale di dotazioni o risorse ai vari soggetti, si arriva ad una situazione ottimale che è quella nella quale l’utilità di ogni soggetto può essere aumentata solo riducendo l’utilità di un altro.
Si può dimostrare che, cosiddetto primo teorema dell’economia del benessere, un sistema di mercato perfettamente concorrenziale in equilibrio raggiunge una situazione di ottimo paretiano, e quindi avremmo la miglior efficienza in termini di allocazione delle risorse. D’altra parte le situazioni ottimali possono essere diverse in funzione delle condizioni iniziali e nessuno ci assicura che siano le più socialmente utili[4]. Infatti un limite di tale impostazione è il fatto che si parte da una distribuzione di risorse date, che quindi può essere facilmente non equilibrata, il che vuol dire che l’efficienza paretiana mal si concilia con la equità (distributiva). Si può arrivare, di fatto,  ad una situazione ottimale in cui permangono delle distribuzioni non eque, ovvero chi ha di più continua ad avere di più.
Facciamo un esempio, se il soggetto A parte con 100 e il soggetto B con 20 e si arriva ad una situazione in cui A adesso ha 110 e B 20 questa costituisce un “ottimo paretiano”, viceversa se A arriva ad avere 98 e B 50 non è un ottimo paretiano (!).
Ulteriori critiche sulla efficienza dei mercati, che vedremo più avanti, verranno dalle teorie dei cosiddetti “fallimenti del mercato” e inoltre una ulteriore critica dai lavori di Amarthia Sen.
Un secondo contributo di Pareto che vorrei citare è quello relativo alla distribuzione del reddito. Secondo Pareto la distribuzione del reddito in tutti i periodi storici non varia e, tale distribuzione, porta ad avere la maggior parte della ricchezza sempre concentrata in una porzione piccola della popolazione, in pratica la distribuzione è tale che il 20% della popolazione detiene circa l’80 % della ricchezza. Tale risultato è vero in parte, cioè è vero che di norma in tutte le società esiste una concentrazione di ricchezze in una parte della popolazione, ma tale concentrazione varia nel corso del tempo come ad esempio mostra T.Piktty nel suo libro Il capitale del XXI secolo[5].
Per concludere è interessante notare come Pareto, grande fautore della razionalità e dell’analisi scientifica, si sia dedicato nell’ultima parte della sua vita allo studio della sociologia, probabilmente convinto che la sola razionalità, implicita nelle asserzioni dell’economia neoclassica, non riesca a cogliere appieno la realtà.
Il suo studio sociologico[6] infatti si concentra anche sulle cosiddette “azioni non-logiche”, che dimostra ulteriormente come lo studio dell’economia sia intimamente connesso anche a fattori comportamentali che sono decisamente  complessi e difficili da schematizzare in termini solo logici.
Pareto nel suo libro arriva alla conclusione che l’azione umana sia guidata da motivazioni che definisce “residui”, una specie di istinti, che sono alla base del comportamento umano. Da queste premesse Pareto arriva a ipotizzare  la cosiddetta “teoria della circolazione delle  élite”, per cui nel corso della storia umana tendono a prevalere quei gruppi di individui che sono dotati dei “residui” più adatti a emergere, per poi essere sostituiti nel tempo da altri nuovi gruppi che manifestano le stesse caratteristiche.




[1] Per approfondimenti vedi ad esempio: M.Blaug, Storia e critica della teoria economica, Boringhieri, Torino 1970.
[2]Per dovere di precisione dato che un bene viene preso come riferimento  per i prezzi, che sono sempre relativi, il numero di incognite è di fatto diminuito di uno,d’altra parte Walras dimostra che se N-1 mercati sono in equilibrio anche l’N-simo mercato è in equilibrio, pertanto si ritorna ad avere tante equazioni quante sono le incognite e quindi il sistema in teoria è risolvibile cioè può avere almeno una  soluzione.
[3] «Per quanto concerne al teoria pura, Walras è a mio parere il più grande degli economisti. Il suo sistema dell’equilibrio […] è l’unica opera di un economista che possa reggere il confronto con le conquiste della fisica teorica.». J.A. Schumpeter, Storia dell’analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino 1990, vol.III, p. 1016.
[4]Da sottolineare  che  il secondo teorema del benessere afferma che un qualsiasi punto ottimale  può  essere raggiunto alterando le condizioni o dotazioni  iniziali; rimane comunque  aperto il problema di come determinare il punto ottimo socialmente che, come vedremo con Arrow, non è facile determinare.
[5] T.Piketty, Il capitale del XXI secolo, Bompiani, Milano 2014 .
[6] V.Pareto, Trattato  di sociologia generale, UTET, Milano.

mercoledì 9 marzo 2016

Nicholas Wapshott - Keynes o Hayek. Lo scontro che ha definito l'economia moderna

In questo libro, il giornalista britannico Nicholas Wapshott, ripercorre la storia di un secolo di idee economiche ma anche delle sottostanti vicende storiche mondiali. Si parte dall’inizio degli anni ’20, dove Keynes diventa subito famoso per i suoi libri polemici: Le conseguenze della pace, in contrasto con gli accordi di pace al termine della prima guerra mondiale che impongono pesanti pagamenti alla sconfitta Germania da parte degli alleati, grave errore gravido di funeste conseguenze per Keynes che profetizza, con successo, la ascesa del nazismo. L’altro suo pamphlet polemico è contro Curchill e la sua politica di aggancio della sterlina all’oro che, anche qui a ragione, Keynes pronostica che  provocherà una grave recessione economica.
Solo più tardi incomincia a farsi sentire Hayek, molto più giovane e sconosciuto, criticando Keynes in merito al suo libro sulla moneta (Trattato sulla moneta). La polemica tra i due è pesante e si trascina a lungo, ma quando esce il capolavoro di Keynes, La Teoria generale, il suo successo tra i giovani economisti e nel pubblico sancisce, per un lungo periodo, la sconfitta e il silenzio di Hayek. Solo nel dopoguerra e dopo la morte di Keynes riprende l’interesse per Hayek, che diventa famoso per il suo libro La via verso la schiavitù e ottiene anche il premio Nobel per l’economia. Le sue idee ispireranno le politiche neoliberiste da parte di Reagan e soprattutto della Tachter, grazie anche al contributo della scuola di Chicago e di Friedman.
La crisi del 2008 però segna un ritorno dell’interesse e alla applicazione delle politiche keynesiane, che erano state mandate in soffitta dalla stagflazione degli anni ‘70. In definitiva un libro ricco di informazioni, aneddoti e citazioni, che ricostruisce con chiarezza e capacità espositiva un lungo periodo storico di idee economiche e politiche. L’autore nei giudizi mantiene un grande equilibrio sui due rivali, anche se dalla narrazione appare evidente che, da un punto di vista strettamente del pensiero economico, l’eredità di Keynes è senza dubbio maggiore del rivale.

lunedì 22 febbraio 2016

La legge della domanda e dell'offerta-A.Marshall

In questo post parleremo di una delle “leggi” più famose dell’economia che è sicuramente la più conosciuta anche dai profani. Tale legge in termini generali era nota anche tra i primi ad occuparsi di economia, tra i precursori viene citato il filosofo inglese Locke[1], e come abbiamo visto tale “legge” viene spesso menzionata dagli autori dell’economia classica. E’  comunque  nel periodo che stiamo trattando che viene esposta in maniera più rigorosa e formale,  questo lo si deve principalmente ad Alfred Marshall.
Alfred Marshall (1842-1924) fu un economista inglese, il cui pensiero e le cui opere furono predominanti nell’economia per lungo tempo. La sua formazione iniziale fu matematica e filosofica, per poi dedicarsi all’economia, fu infatti professore di economia politica a Cambridge dal 1885 al 1908. Nonostante la sua formazione matematica fu sempre contrario ad un uso eccessivo del formalismo matematico, preferendo, nel suo testo fondamentale Principi di economia[2], utilizzare uno stile discorsivo lasciando gli aspetti più analitici a note o appendici al testo.
Esiste per Marshall un legame diretto tra la “legge” dell’utilità marginale decrescente e la “legge della domanda”. Infatti abbiamo visto che l’utilità marginale, ovvero la soddisfazione provocata dell’ultima dose di un bene, diminuisce all’aumentare della quantità consumata, quindi di conseguenza all’aumentare del prezzo, che è il costo o sacrificio per l’acquirente per ottenere l’utilità, la quantità domandata del bene tenderà a diminuire; oppure, invertendo i termini del problema, si può anche affermare che al diminuire del prezzo aumenterà la quantità domandata. In economia si rappresenta la curva, vedi figura seguente, con il prezzo in ordinata e la quantità domandata in ascissa e,  come per l’utilità marginale, la  curva -nel disegno per semplicità è una retta- che rappresenta il prezzo di domanda in funzione della quantità domandata  sarà decrescente. La forma di questa curva sarà, in generale, diversa da individuo a individuo e dipendente dalla tipologia del bene.


Esaminata la domanda vediamo la seconda componente necessaria per completare il quadro: l’offerta. Quando si parla di offerta vediamo l’altro lato del mercato[3], ovvero il  lato del venditore o produttore. In questo caso la determinante della legge è la produzione. Una volta stabilito un determinato momento temporale[4] possiamo dire che il metodo di produzione è fissato, pertanto si può affermare che, in generale salvo casi particolari, ad un aumento della quantità prodotta di un determinato bene, e quindi d’offerta, corrisponde un aumento del costo, siamo quindi nella fattispecie dei cosiddetti  “rendimenti decrescenti” che significa che ad aumentare della produzione aumenta anche il costo della prodotto.  Quindi ad un aumento di produzione o offerta si accompagna un aumento di costo e di prezzo del bene prodotto,  rovesciando i termini del problema possiamo anche dire che, se il prezzo nel mercato per qualche ragione tendesse a salire, ci sarebbe una propensione ad offrire maggior prodotto in quanto, a fronte di maggiori costi, si avrebbero maggiori guadagni.
Anche in questo caso si rappresenta il prezzo di offerta in funzione della quantità e il prezzo in questo caso  risulterà crescente con l'aumentare della quantità offerta.

Definite le “leggi” della domanda e dell’offerta di un bene che sono individuali, cioè relative a un singolo acquirente e venditore, si può estendere il concetto alla somma di più acquirenti e più produttori, relativi sempre allo stesso bene. Per fare ciò è necessario che siano soddisfatte una serie di condizioni, in particolare che siamo all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale.
Le condizioni per avere un mercato perfettamente concorrenziale sono molteplici ne citeremo alcune:

  • presenza di più produttori, ognuno di con dimensioni tali da non condizionare il mercato[5];
  • ·che il prodotto dei vari produttori sia omogeneo, cioè con caratteristiche che rendano indifferente la scelta dell’uno rispetto all’altro;
  • ·che anche gli acquirenti siano molti e piccoli, cioè non in grado di influire sulla domanda.
Un ulteriore aspetto rilevante, che assumerà importanza negli studi più recenti, è quello relativo alle completezza delle informazioni dei venditori e acquirenti sul mercato (trasparenza del mercato).
Una volta definita la legge di domanda e offerta di un bene, ne consegue che, in un dato momento visti gli andamenti delle due curve, esiste un punto di equilibrio, punto di intersezione delle  curve di domanda e offerta, che determina il prezzo e la quantità scambiata del bene stesso su quel mercato tra compratori e venditori. Questo punto di equilibrio, momentaneo, può modificarsi per effetto delle modifiche che possono subire le due curve, a loro volte determinate dalle mutate condizioni della domanda o della offerta.

Ad esempio la domanda può cambiare per la presenza di beni sostitutivi[6] a quello considerato o per effetto della variazione di reddito dell’acquirenti o, lato offerta, per mutamenti dei costi di produzione. Le possibili variazioni e combinazioni determinano il cambiamento delle curve di domanda e offerta  e quindi lo spostamento del punto di equilibrio.
Un ulteriore precisazione che caratterizza questo tipo di analisi è che si tratta di un analisi di equilibrio parziale, cioè si concentra sull’equilibrio di un determinato mercato non preoccupandosi delle interrelazioni con gli altri mercati. L’analisi di tutti i mercati, detta di equilibrio generale, la vedremo nel post successivo.
Un ulteriore importante aspetto che viene evidenziato da Marshall è la distinzione tra breve e lungo periodo nella analisi delle situazioni economiche, intendendo con breve periodo quel intervallo di tempo in cui le condizioni di produzione non variano sostanzialmente e almeno qualcuno dei fattori produttivi non cambia, mentre nel lungo possono modificarsi tutti i fattori produttivi.
Marshall con i suoi contributi sull’analisi della domanda e dell’offerta e la sua analisi della impresa, su cui non possiamo dilungarci, si può affermare sia uno dei fondatori di quella branca dell’economia  che va sotto il nome di microeconomia ovvero, come già detto in introduzione, quella parte dell’economia che si occupa dell’analisi del singolo agente economico, consumatore o impresa.
In particolare tra i contributi sviluppati da Marshall possiamo citare il concetto di elasticità,  ad esempio della domanda rispetto al prezzo: la  domanda si definisce molto elastica rispetto al prezzo  quando è molto “sensibile”, varia molto, alle variare del prezzo, viceversa è anelastica se modifiche di  prezzo non provocano variazioni della quantità domandata.
Inoltre, in  analogia a quanto abbiamo visto nel concetto di utilità marginale, vengono definiti da Marshall  i costi e ricavi marginali, arrivando a stabilire che il punto di massima convenienza a produrre per un impresa, dove è massimo il ricavo totale, è quello in cui il ricavo marginale eguaglia il costo marginale.
La importanza di Marshall nella storia economica è indubbia, da un lato il suo libro, Principi di Economia Politica, sarà di riferimento per una generazione di economisti, rappresentando un ottima sintesi delle idee economiche scaturite dall’economia classica e dalla rivoluzione marginalista, inoltre alcune sue intuizioni sulla moneta e sulla funzione del credito saranno importanti per gli sviluppi della teoria da parte di  economisti successivi, in particolare di John Maynard Keynes che così si espresse sul suo maestro:
Erano la sua formazione eclettica e la sua duplice natura a garantirgli qualità indispensabili per un economista: aveva la stoffa dello storico e del matematico ed era capace di occuparsi del particolare e del generale[7].





[1] Nel suo libro, Considerazioni e conseguenze della riduzione dell’interesse e la crescita del valore della moneta, afferma: «[… ]il prezzo di ogni merce aumenta  o diminuisce  in proporzione al numero dei compratori e venditori […]».
[2] A.Marshall, Principi di economia politica, Utet, Milano, 1972.
[3]Il concetto di mercato in economia è la generalizzazione/idealizzazione  del mercato fisico, luogo dedicato allo scambio (volontario), di cui tutti abbiamo esperienza. La caratteristica idealizzata del mercato è che vi sia un gran numero di venditori e acquirenti, tra l’altro bene informati, in modo che il prezzo dei beni trattati sia uniforme.
[4]Per dovere di precisione la legge dell’offerta non sempre è verificata su periodi temporali più lunghi, potendo essere anche,  in casi limite, inclinata in maniera contraria, per approfondimenti consiglio  uno dei manuali di economia indicati in bibliografia.
[5] In questo caso si dice che i produttori sono price-taker.
[6] Un bene sostitutivo è un bene che può essere impiegato in sostituzione di un altro, ad esempio all’aumentare del prezzo del caffè ci sarebbe la tendenza a sostituirlo con il tè se questo costasse meno.
[7] J.M.Keynes, Sono un liberale, Adelphi, Milano,2010, p.79.

mercoledì 10 febbraio 2016

La morale del cacciatore e del pescatore, ovvero quello che funziona e no nell'economia

C’era una volta, tanto tempo fa, una isola in cui vivevano due famiglie, una di un cacciatore e una di un pescatore. All’inizio le due famiglie non avevano rapporti, il cacciatore e il pescatore erano presi dalla loro attività e a malapena riuscivano a sostenere le proprie famiglie. Col tempo entrambi, con l’esperienza e lo sviluppo di tecniche sempre più efficaci, cominciarono ad aumentare la raccolta di cacciagione e di pesci. Essendosi le famiglie stufate di mangiare le stesse cose decisero di accordarsi sullo scambio di cacciagione con pesce. Ci vollero delle lunghe discussioni ma alla fine, visto che c’era un reciproco interesse a mangiare qualcosa di diverso, si accordarono per un valore di scambio accettabile per entrambi. 

Prima morale della favola: solo se aumenta la produttività si riesce ad attivare il meccanismo dello scambio, scambio che, se equo e desiderato da entrambe le parti, produce un miglioramento della soddisfazione e della condizione di entrambi.
Col passare del tempo però il cacciatore, che per la sua attività era più prestante ed uso ad utilizzare armi, divenne più arrogante e impose con la forza uno scambio più a lui favorevole, inizialmente il pescatore dovette accettare. Nel tempo, mentre la famiglia del cacciatore aveva abbondanza e sprecava anche il cibo (non avevano ancora trovato il modo per conservarlo), quella del pescatore riusciva a malapena a sostentarsi, quindi alla fine a causa della aumento della debolezza fisica e anche per mancanza di incentivi il pescatore, non avendo molto da offrire, smise di aderire allo scambio.
Seconda morale della favola: se lo scambio non è equo, ovvero qualcuno cerca di accaparrarsi la maggior parte del prodotto, si finisce per ridurre la domanda (del pescatore) ma anche la offerta complessiva, la eventuale presenza di un sistema di conservazione (la moneta) non fa che peggiorare le cose.
Certo che l’esempio è puramente teorico e irrealistico ma le morali che se ne deducono forse sono più reali di quello che pensate.

mercoledì 27 gennaio 2016

Banche e bail-in

Oggi vorrei parlare del tema delle banche italiane e del cosiddetto “bail-in”. Su questo è stato scritto moltissimo e ancora si discute sulle possibilità tecniche di gestione delle sofferenze che appesantiscono i bilanci delle banche, con conseguente polemica con la Commissione Europea. Su questi aspetti, di cui ammetto di non essere così ferrato, non parlerò, vorrei fare invece un discorso un poco  più generale a beneficio di coloro che sono meno preparati.
Il sistema bancario, e anche quello finanziario, sono importantissimi in una moderna economia, in particolare il mondo bancario ha lo scopo di connettere il sistema del risparmio privato con il sistema industriale/commerciale (in senso lato dalla grande industria alla piccola attività) che necessita di finanziamenti. Questo lo capiscono tutti anche i meno preparati  e quindi la funzione delle banche risulta importante e delicatissima. Che le banche in Italia, ma anche all’estero, non abbiano svolto bene questo compito non è un mistero, basta pensare alla crisi del 2008 innescata dal sistema finanziario/bancario americano e agli scandali e disastri che abbiamo visto in tutta Europa e di vario genere. Viene da se che l’attività bancaria ha bisogno, per la sua delicatezza, di autorità pubbliche di controllo, in Italia Consob e Banca d’Italia e adesso anche la BCE. Ora se in Italia è successo quello che è successo e si è lasciato che alcune banche arrivassero al fallimento e vendessero le famigerate obbligazioni subordinate a cittadini, più o meno ignari, mi pare evidente che qualcosa non ha funzionato a dovere.
In particolare vorrei fare un partentesi sulla Banca d’Italia (BDI) e la sua indipendenza. Su questo tema esprimo il mio modesto pensiero, sono d’accordo in linea di principio che la BDI sia indipendente dal Governo (Potere Esecutivo), questo perché quest’ultimo potrebbe essere tentato di spingerla ad azioni per motivi strettamente propri (elettoralistici) e non proprio d’interesse generale. Sono invece contrario alla totale indipendenza della banca centrale, proprio per la delicatezza e importanza del suo ruolo per tutta la economia, quindi a mio  parere la banca centrale dovrebbe avere un mandato chiaro ma soprattutto in linea con la Costituzione; per fare un esempio se la Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro, la banca centrale non può occuparsi solo di stabilità monetaria ma dovrebbe anche preoccuparsi della disoccupazione. Quindi dovrebbe essere soggetta al controllo di qualche altro organismo, ad esempio il Parlamento, con modalità da stabilire, affinché sia anch’essa controllata secondo il sano principio del check and balancing. La nostra BDI è un istituzione di grande qualità, con personale di assoluto livello e in genere lo sono stati anche i suoi Governatori, ma non sempre, come la storia ci ha dimostrato. Per quanto riguarda il bail-in anche qui, in linea di principio, non sarebbe sbagliato che i costi degli errori di una banca finiscano per colpire principalmente chi ne ha il capitale di rischio, per evitare i soliti salassi a carico di tutta la comunità. D’altra parte a seguito della crisi del ‘29, si è deciso di stabilire un assicurazione sui depositi proprio per evitare le note scene di panico delle persone in fila a ritirare i propri risparmi dalla banche, con conseguenti rischi di fallimenti bancari a catena e conseguente disastro economico. Che in Europa, quasi ovunque, si sia deciso di salvare con i soldi pubblici le banche non è un mistero, con modalità diverse e, in alcuni casi, anche perché si trattava di banche pubbliche. Ora lamentarsi con l’Europa perché ha cambiato le regole mi sembra un poco fariseo, prima perché le regole sono state cambiate non dall’oggi al domani e non posso credere chi i nostri politici che le hanno approvate erano così ignoranti, e poi chi ci ha impedito, in tempi non sospetti, di salvare le banche (qualcosa si è fatto ad esempio per MPS), non c’è stato un errore di sottovalutazione politica e anche da parte della dirigenza di alcune banche? 
Quindi, al di la dei tecnicismi, torno sempre sullo stesso tema, abbiamo un classe dirigente (in senso lato) che non mi pare adeguatamente preparata e pronta a rispondere alle sfide nei modi e nei tempi migliori. E dire che non credo che manchino in Italia le intelligenze e la preparazione, ma forse è un problema antico,  se Leonardo da Vinci è morto in Francia, se Marconi ha dovuto emigrare in Inghilterra per applicare le sue scoperte, se Fermi se ne  andato negli Stati Uniti a costruire la prima pila atomica,  a dimenticavo Galilei è rimasto ma è stato arrestato e ha dovuto abiurare le sue idee. 

lunedì 25 gennaio 2016

Dani Rodrik - Economic Rules -The Rights and Wrongs Of The Dismal Science

Il libro che recensiamo oggi è di Dani Rodrik, di cui abbiamo già parlato in un altro post per il suo precedente libro, The globalization paradox.
Il tema del libro, come è scritto nel sottotitolo, è quello di provare a discriminare cosa ci sia di giusto e di sbagliato nella teoria economica, e quindi in ciò che affermano gli economisti. In particolare il libro si concentra sui modelli che sono una delle caratteristiche, per l’autore, più importanti e caratterizzanti la scienza economica. L’accusa è che alcuni economisti abbiano male interpretato il loro ruolo assumendo il loro modello come “il modello” mentre, giustamente, Dani Rordik evidenzia che esistono vari modelli e che ognuno va utilizzato in base al contesto di riferimento. Il problema non è, come affermano alcuni critici della scienza economica, che i modelli siano troppo semplici, anzi la semplicità è un requisito essenziale se si vuole fare scienza. Non sono un problema neanche  le assunzioni irrealistiche in generale, piuttosto se sono irrealistiche le cosiddette assunzioni critiche, quelle correlate direttamente ai risultati, ed in questo l’autore è in contrasto con quanto affermava Friedman che ciò che conta sono solo i risultati. Il compito della scienza economica e dell’economista  è quindi, soprattutto, di selezionare il giusto modello in base alle condizioni specifiche in cui deve essere applicato. L’errore commesso da alcuni economisti recentemente è stato di essere troppo  confidenti in alcuni modelli a scapito di altri. Afferma infatti inoltre:  «L’economia è una scienza sociale il che significa che la ricerca delle teoria e dei  risultati  universali è futile. Un modello è al massimo contestualmente valido». Se la scienza economica ha perso credito è stato appunto per gli eccessi di alcuni economisti in propagandare alcune scelte politiche quando la direzione della vita sociale non può essere predetta, un bravo economista può fare solo predizioni “condizionali”. La scienza economica progredisce anche grazie ad una migliore selezione dei modelli e migliorando la correlazione tra i modelli e il mondo reale. La realtà sociale infatti ammette un grande varietà di possibilità e i modelli economici ci avvertono della estrema diversità degli scenari possibili. L'autore conclude che l’economia (se giustamente intesa) ci fornisce gli strumenti analitici per indirizzare i grandi problemi pubblici del nostro tempo. Ciò che non può fornire è una risposta definitiva e universale,  i risultati forniti dalla scienza economica devono essere comunque combinati e tener conto dei giudizi di valore,  le valutazioni  e la  evoluzione delle tematiche di natura politica, etica e pratica.
In definitiva un libro veramente molto bello, molto ben scritto e di grande equilibrio, che riscatta, in qualche modo, la scienza economica dal discredito in cui è stata condotta  da alcuni economisti. Un libro che dovrebbero leggere tutti gli studenti di economia per acquisire un giudizio più critico, ma anche più sano, sulle materie che studiano.

Aggiornamento quando ho recensito questo libro non era disponibile in italiano adesso (marzo 2016) è disponibile con il titolo Ragioni e torti dell'economia edito da Bocconi editore, quindi è stato tradotto prima di quanto pensassi.

martedì 19 gennaio 2016

Robert Reich - Come salvare il capitalismo -Fazi Editore

Di questo autore, ex segretario del lavoro durante la presidenza Clinton ed economista, abbiamo già parlato in merito al suo altro libro Supercapitalismo in cui illustrava l’evoluzione, o meglio l’involuzione, del capitalismo dal secondo dopoguerra ad oggi. In questo libro si concentra sui difetti del capitalismo attuale.
Nella prima parte mette in evidenza come il vero tema non sia se sia meglio il governo  o il mercato, bensì sulle regole su cui si basa il mercato. 
Le regole fondamentali del mercato sono per l’autore quelle che regolano i contratti, i  monopoli, i fallimenti e, infine, come vengono fatte rispettare le regole stesse. Il problema è  che queste regole sono state negli ultimi tempi sempre più condizionate dai poteri economici forti, grandi imprese e Wall Street, anche a causa della perdita di potere contrattuale dei lavoratori e della classe media. E’ quindi la capacità del potere economico di condizionare a proprio vantaggio le scelte politiche sul funzionamento del mercato, più che l’evoluzione tecnologica o la globalizzazione, a consentire a chi è più ricco di continuare arricchirsi o quelle che l’autore chiama “pre-distribuzioni verso l’alto”. 
E’ necessario quindi che non ci sentiamo vittime di forze di mercato impersonali, il mercato si basa su regole concepite da esseri umani, la sfida non riguarda le dimensioni del governo «bensì per chi e per che cosa opera il governo», cioè lo scopo dovrebbe essere un mercato organizzato a favore di una prosperità diffusa. 
Il punto fondamentale è la creazione o meglio ristabilire una serie di contrappesi, e che noi cittadini «riprendiamo ad usare la nostra voce e  le nostre energie e i nostri voti per riconquistare il controllo economico e politico». In questo l’autore  auspica negli USA  la nascita di un terzo polo, oltre ai tradizionali partiti democratico e i repubblicani.  
Complessivamente un libro molto ben scritto e piacevole da leggere, anche se forse troppo concentrato sulla realtà statunitense, comunque veramente interessante e con molti spunti di riflessione.
P.S  Questo non è il primo libro che leggo in cui si cerca di salvare il capitalismo, mi auguro che nei prossimi qualcuno voglia salvare l’umanità piuttosto che il capitalismo, anche se mi rendo conto che al momento non abbiamo alternative concrete al capitalismo in termini di organizzazione socio-economica della società e che alcune alternative, come quella comunista, si sono rivelate ben peggiori.

sabato 9 gennaio 2016

Le idee dell'economia- L’ utilità marginale e teoria del consumatore: Hermann Gossen

Abbiamo visto, nei precedenti post, come per gli economisti classici l’utilità (valore d’uso) di un bene venga considerata una sua caratteristica essenziale, la loro indagine tuttavia si indirizzava sul valore di scambio andando alla ricerca di un suo fondamento per cosi dire “oggettivo”.

Il grande salto concettuale che caratterizza il pensiero dell’epoca successiva è quello di passare da un punto di vista “oggettivo” ad un punto di vista “soggettivo” (“soggettivismo metodologico” lo definisce Schumpeter).

Mentre nell’economia classica prevale il punto di vista generale, l’analisi degli individui come insieme (classi sociali) e delle dinamiche di sistema, nel periodo neoclassico la focalizzazione è sul singolo, cosiddetto agente economico, in particolare sul consumatore e sulla soddisfazione dei suoi bisogni.
La paternità di tale rivoluzione non è univoca, a questa impostazione e al concetto che verrà in seguito definito come utilità marginale contribuiscono una serie di autori, spesso in maniera indipendente, in più fasi con affinamenti progressivi dei concetti. Su  chi spetti la palma del pioniere vi sono varie correnti di pensiero[1], io farò la scelta di partire da Gossen.
Hermann Heinrich Gossen (1810-1858) fu un economista prussiano, la cui opera rimase a lungo sconosciuta, solo dopo che i concetti di utilità marginale erano stati elaborati in maniera indipendente e principalmente  da Jevons, Menger e Walras, vennero riscoperti i suoi contributi e riconosciuto il loro valore.
Il contributo di Gossen, detta anche prima legge di Gossen, afferma che se si consuma un unità ulteriore o supplementare di un bene (una unità per cosi dire al “margine”), la utilità che se ne ricava o soddisfazione aumenta ma in misura sempre minore, in altri termini l’utilità dell’ultima dose consumata (marginale) di un bene è decrescente[2].
Se proviamo infatti a fare una rappresentazione grafica per rendere più chiaro il concetto, da una parte abbiamo che l’utilità totale (la soddisfazione complessiva), ipotizzando che sia in qualche modo misurabile, è crescente con il consumo del bene, ma la crescita di soddisfazione tende a diminuire sino al punto di non crescere più. D’altra parte, se invece consideriamo gli incrementi di utilità (utilità marginale), ovvero le differenze di utilità/soddisfazione tra due punti vicini, questi risultano diminuire e quindi sono decrescenti all’aumentare del consumo del bene.





Se qualcuno ha studiato  matematica alle superiori ricorda, probabilmente, che quando parliamo di variazioni incrementali di una funzione in rapporto a una variabile stiamo parlando del concetto di derivata e, quindi, l’uso della matematica incomincia a farsi sempre più largo e diventare più importante  all’interno della economia.
Il problema è capire se tale utilità è effettivamente misurabile. Sul tema le posizioni furono molteplici comunque, alla fine, prevalse il concetto che più che determinare un valore assoluto dell’utilità (cosiddetto concetto di  utilità cardinale)  sia più corretto parlarne in termini relativi (concetto di utilità ordinale).
Un esempio di utilizzo del concetto di utilità  è quello dato da un paniere di due beni, dove si cerca di  trovare le combinazioni delle quantità di ciascun bene che hanno pari utilità per un individuo, ad esempio avere 2kg di pane e 1 litro di latte potrebbe essere equivalente in termini di utilità a 1kg di pane e 3 litri di latte.
Se si uniscono  questi punti di pari utilità, dati dalla combinazione delle quantità di due beni che hanno pari utilità per il consumatore, dove le quantità dei beni sono rappresentate sugli assi cartesiani,  si arriva a costruire quelle che vengono definite curve di indifferenza[3].
Inoltre, un ulteriore concetto che dobbiamo a Gossen è quello di bene economico, di cui una delle caratteristiche principali, oltre all’utilità, è quella di scarsità.
Si sviluppa pertanto, in questo contesto, il concetto di “homo oeconomicus”, in cui l’individuo è un agente razionale che cerca di massimizzare la soddisfazione dei suoi bisogni.





[1]Come autori che hanno contribuito per primi al concetto di utilità marginale possiamo citare: Daniel Bernoulli, William Senior e Jules Dupuit e alcune anticipazioni le troviamo anche in autori ancora precedenti.
[2] Banalizzando molto, se siamo assetati il primo bicchiere d’acqua ci darà grande soddisfazione (utilità), i successivi sempre meno fino a quando non ne trarremmo più soddisfazione
[3]La paternità delle curve di indifferenza la si deve ad Edgworth, su cui lavorò successivamente Pareto.