lunedì 22 febbraio 2016

La legge della domanda e dell'offerta-A.Marshall

In questo post parleremo di una delle “leggi” più famose dell’economia che è sicuramente la più conosciuta anche dai profani. Tale legge in termini generali era nota anche tra i primi ad occuparsi di economia, tra i precursori viene citato il filosofo inglese Locke[1], e come abbiamo visto tale “legge” viene spesso menzionata dagli autori dell’economia classica. E’  comunque  nel periodo che stiamo trattando che viene esposta in maniera più rigorosa e formale,  questo lo si deve principalmente ad Alfred Marshall.
Alfred Marshall (1842-1924) fu un economista inglese, il cui pensiero e le cui opere furono predominanti nell’economia per lungo tempo. La sua formazione iniziale fu matematica e filosofica, per poi dedicarsi all’economia, fu infatti professore di economia politica a Cambridge dal 1885 al 1908. Nonostante la sua formazione matematica fu sempre contrario ad un uso eccessivo del formalismo matematico, preferendo, nel suo testo fondamentale Principi di economia[2], utilizzare uno stile discorsivo lasciando gli aspetti più analitici a note o appendici al testo.
Esiste per Marshall un legame diretto tra la “legge” dell’utilità marginale decrescente e la “legge della domanda”. Infatti abbiamo visto che l’utilità marginale, ovvero la soddisfazione provocata dell’ultima dose di un bene, diminuisce all’aumentare della quantità consumata, quindi di conseguenza all’aumentare del prezzo, che è il costo o sacrificio per l’acquirente per ottenere l’utilità, la quantità domandata del bene tenderà a diminuire; oppure, invertendo i termini del problema, si può anche affermare che al diminuire del prezzo aumenterà la quantità domandata. In economia si rappresenta la curva, vedi figura seguente, con il prezzo in ordinata e la quantità domandata in ascissa e,  come per l’utilità marginale, la  curva -nel disegno per semplicità è una retta- che rappresenta il prezzo di domanda in funzione della quantità domandata  sarà decrescente. La forma di questa curva sarà, in generale, diversa da individuo a individuo e dipendente dalla tipologia del bene.


Esaminata la domanda vediamo la seconda componente necessaria per completare il quadro: l’offerta. Quando si parla di offerta vediamo l’altro lato del mercato[3], ovvero il  lato del venditore o produttore. In questo caso la determinante della legge è la produzione. Una volta stabilito un determinato momento temporale[4] possiamo dire che il metodo di produzione è fissato, pertanto si può affermare che, in generale salvo casi particolari, ad un aumento della quantità prodotta di un determinato bene, e quindi d’offerta, corrisponde un aumento del costo, siamo quindi nella fattispecie dei cosiddetti  “rendimenti decrescenti” che significa che ad aumentare della produzione aumenta anche il costo della prodotto.  Quindi ad un aumento di produzione o offerta si accompagna un aumento di costo e di prezzo del bene prodotto,  rovesciando i termini del problema possiamo anche dire che, se il prezzo nel mercato per qualche ragione tendesse a salire, ci sarebbe una propensione ad offrire maggior prodotto in quanto, a fronte di maggiori costi, si avrebbero maggiori guadagni.
Anche in questo caso si rappresenta il prezzo di offerta in funzione della quantità e il prezzo in questo caso  risulterà crescente con l'aumentare della quantità offerta.

Definite le “leggi” della domanda e dell’offerta di un bene che sono individuali, cioè relative a un singolo acquirente e venditore, si può estendere il concetto alla somma di più acquirenti e più produttori, relativi sempre allo stesso bene. Per fare ciò è necessario che siano soddisfatte una serie di condizioni, in particolare che siamo all’interno di un mercato perfettamente concorrenziale.
Le condizioni per avere un mercato perfettamente concorrenziale sono molteplici ne citeremo alcune:

  • presenza di più produttori, ognuno di con dimensioni tali da non condizionare il mercato[5];
  • ·che il prodotto dei vari produttori sia omogeneo, cioè con caratteristiche che rendano indifferente la scelta dell’uno rispetto all’altro;
  • ·che anche gli acquirenti siano molti e piccoli, cioè non in grado di influire sulla domanda.
Un ulteriore aspetto rilevante, che assumerà importanza negli studi più recenti, è quello relativo alle completezza delle informazioni dei venditori e acquirenti sul mercato (trasparenza del mercato).
Una volta definita la legge di domanda e offerta di un bene, ne consegue che, in un dato momento visti gli andamenti delle due curve, esiste un punto di equilibrio, punto di intersezione delle  curve di domanda e offerta, che determina il prezzo e la quantità scambiata del bene stesso su quel mercato tra compratori e venditori. Questo punto di equilibrio, momentaneo, può modificarsi per effetto delle modifiche che possono subire le due curve, a loro volte determinate dalle mutate condizioni della domanda o della offerta.

Ad esempio la domanda può cambiare per la presenza di beni sostitutivi[6] a quello considerato o per effetto della variazione di reddito dell’acquirenti o, lato offerta, per mutamenti dei costi di produzione. Le possibili variazioni e combinazioni determinano il cambiamento delle curve di domanda e offerta  e quindi lo spostamento del punto di equilibrio.
Un ulteriore precisazione che caratterizza questo tipo di analisi è che si tratta di un analisi di equilibrio parziale, cioè si concentra sull’equilibrio di un determinato mercato non preoccupandosi delle interrelazioni con gli altri mercati. L’analisi di tutti i mercati, detta di equilibrio generale, la vedremo nel post successivo.
Un ulteriore importante aspetto che viene evidenziato da Marshall è la distinzione tra breve e lungo periodo nella analisi delle situazioni economiche, intendendo con breve periodo quel intervallo di tempo in cui le condizioni di produzione non variano sostanzialmente e almeno qualcuno dei fattori produttivi non cambia, mentre nel lungo possono modificarsi tutti i fattori produttivi.
Marshall con i suoi contributi sull’analisi della domanda e dell’offerta e la sua analisi della impresa, su cui non possiamo dilungarci, si può affermare sia uno dei fondatori di quella branca dell’economia  che va sotto il nome di microeconomia ovvero, come già detto in introduzione, quella parte dell’economia che si occupa dell’analisi del singolo agente economico, consumatore o impresa.
In particolare tra i contributi sviluppati da Marshall possiamo citare il concetto di elasticità,  ad esempio della domanda rispetto al prezzo: la  domanda si definisce molto elastica rispetto al prezzo  quando è molto “sensibile”, varia molto, alle variare del prezzo, viceversa è anelastica se modifiche di  prezzo non provocano variazioni della quantità domandata.
Inoltre, in  analogia a quanto abbiamo visto nel concetto di utilità marginale, vengono definiti da Marshall  i costi e ricavi marginali, arrivando a stabilire che il punto di massima convenienza a produrre per un impresa, dove è massimo il ricavo totale, è quello in cui il ricavo marginale eguaglia il costo marginale.
La importanza di Marshall nella storia economica è indubbia, da un lato il suo libro, Principi di Economia Politica, sarà di riferimento per una generazione di economisti, rappresentando un ottima sintesi delle idee economiche scaturite dall’economia classica e dalla rivoluzione marginalista, inoltre alcune sue intuizioni sulla moneta e sulla funzione del credito saranno importanti per gli sviluppi della teoria da parte di  economisti successivi, in particolare di John Maynard Keynes che così si espresse sul suo maestro:
Erano la sua formazione eclettica e la sua duplice natura a garantirgli qualità indispensabili per un economista: aveva la stoffa dello storico e del matematico ed era capace di occuparsi del particolare e del generale[7].





[1] Nel suo libro, Considerazioni e conseguenze della riduzione dell’interesse e la crescita del valore della moneta, afferma: «[… ]il prezzo di ogni merce aumenta  o diminuisce  in proporzione al numero dei compratori e venditori […]».
[2] A.Marshall, Principi di economia politica, Utet, Milano, 1972.
[3]Il concetto di mercato in economia è la generalizzazione/idealizzazione  del mercato fisico, luogo dedicato allo scambio (volontario), di cui tutti abbiamo esperienza. La caratteristica idealizzata del mercato è che vi sia un gran numero di venditori e acquirenti, tra l’altro bene informati, in modo che il prezzo dei beni trattati sia uniforme.
[4]Per dovere di precisione la legge dell’offerta non sempre è verificata su periodi temporali più lunghi, potendo essere anche,  in casi limite, inclinata in maniera contraria, per approfondimenti consiglio  uno dei manuali di economia indicati in bibliografia.
[5] In questo caso si dice che i produttori sono price-taker.
[6] Un bene sostitutivo è un bene che può essere impiegato in sostituzione di un altro, ad esempio all’aumentare del prezzo del caffè ci sarebbe la tendenza a sostituirlo con il tè se questo costasse meno.
[7] J.M.Keynes, Sono un liberale, Adelphi, Milano,2010, p.79.

mercoledì 10 febbraio 2016

La morale del cacciatore e del pescatore, ovvero quello che funziona e no nell'economia

C’era una volta, tanto tempo fa, una isola in cui vivevano due famiglie, una di un cacciatore e una di un pescatore. All’inizio le due famiglie non avevano rapporti, il cacciatore e il pescatore erano presi dalla loro attività e a malapena riuscivano a sostenere le proprie famiglie. Col tempo entrambi, con l’esperienza e lo sviluppo di tecniche sempre più efficaci, cominciarono ad aumentare la raccolta di cacciagione e di pesci. Essendosi le famiglie stufate di mangiare le stesse cose decisero di accordarsi sullo scambio di cacciagione con pesce. Ci vollero delle lunghe discussioni ma alla fine, visto che c’era un reciproco interesse a mangiare qualcosa di diverso, si accordarono per un valore di scambio accettabile per entrambi. 

Prima morale della favola: solo se aumenta la produttività si riesce ad attivare il meccanismo dello scambio, scambio che, se equo e desiderato da entrambe le parti, produce un miglioramento della soddisfazione e della condizione di entrambi.
Col passare del tempo però il cacciatore, che per la sua attività era più prestante ed uso ad utilizzare armi, divenne più arrogante e impose con la forza uno scambio più a lui favorevole, inizialmente il pescatore dovette accettare. Nel tempo, mentre la famiglia del cacciatore aveva abbondanza e sprecava anche il cibo (non avevano ancora trovato il modo per conservarlo), quella del pescatore riusciva a malapena a sostentarsi, quindi alla fine a causa della aumento della debolezza fisica e anche per mancanza di incentivi il pescatore, non avendo molto da offrire, smise di aderire allo scambio.
Seconda morale della favola: se lo scambio non è equo, ovvero qualcuno cerca di accaparrarsi la maggior parte del prodotto, si finisce per ridurre la domanda (del pescatore) ma anche la offerta complessiva, la eventuale presenza di un sistema di conservazione (la moneta) non fa che peggiorare le cose.
Certo che l’esempio è puramente teorico e irrealistico ma le morali che se ne deducono forse sono più reali di quello che pensate.

mercoledì 27 gennaio 2016

Banche e bail-in

Oggi vorrei parlare del tema delle banche italiane e del cosiddetto “bail-in”. Su questo è stato scritto moltissimo e ancora si discute sulle possibilità tecniche di gestione delle sofferenze che appesantiscono i bilanci delle banche, con conseguente polemica con la Commissione Europea. Su questi aspetti, di cui ammetto di non essere così ferrato, non parlerò, vorrei fare invece un discorso un poco  più generale a beneficio di coloro che sono meno preparati.
Il sistema bancario, e anche quello finanziario, sono importantissimi in una moderna economia, in particolare il mondo bancario ha lo scopo di connettere il sistema del risparmio privato con il sistema industriale/commerciale (in senso lato dalla grande industria alla piccola attività) che necessita di finanziamenti. Questo lo capiscono tutti anche i meno preparati  e quindi la funzione delle banche risulta importante e delicatissima. Che le banche in Italia, ma anche all’estero, non abbiano svolto bene questo compito non è un mistero, basta pensare alla crisi del 2008 innescata dal sistema finanziario/bancario americano e agli scandali e disastri che abbiamo visto in tutta Europa e di vario genere. Viene da se che l’attività bancaria ha bisogno, per la sua delicatezza, di autorità pubbliche di controllo, in Italia Consob e Banca d’Italia e adesso anche la BCE. Ora se in Italia è successo quello che è successo e si è lasciato che alcune banche arrivassero al fallimento e vendessero le famigerate obbligazioni subordinate a cittadini, più o meno ignari, mi pare evidente che qualcosa non ha funzionato a dovere.
In particolare vorrei fare un partentesi sulla Banca d’Italia (BDI) e la sua indipendenza. Su questo tema esprimo il mio modesto pensiero, sono d’accordo in linea di principio che la BDI sia indipendente dal Governo (Potere Esecutivo), questo perché quest’ultimo potrebbe essere tentato di spingerla ad azioni per motivi strettamente propri (elettoralistici) e non proprio d’interesse generale. Sono invece contrario alla totale indipendenza della banca centrale, proprio per la delicatezza e importanza del suo ruolo per tutta la economia, quindi a mio  parere la banca centrale dovrebbe avere un mandato chiaro ma soprattutto in linea con la Costituzione; per fare un esempio se la Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro, la banca centrale non può occuparsi solo di stabilità monetaria ma dovrebbe anche preoccuparsi della disoccupazione. Quindi dovrebbe essere soggetta al controllo di qualche altro organismo, ad esempio il Parlamento, con modalità da stabilire, affinché sia anch’essa controllata secondo il sano principio del check and balancing. La nostra BDI è un istituzione di grande qualità, con personale di assoluto livello e in genere lo sono stati anche i suoi Governatori, ma non sempre, come la storia ci ha dimostrato. Per quanto riguarda il bail-in anche qui, in linea di principio, non sarebbe sbagliato che i costi degli errori di una banca finiscano per colpire principalmente chi ne ha il capitale di rischio, per evitare i soliti salassi a carico di tutta la comunità. D’altra parte a seguito della crisi del ‘29, si è deciso di stabilire un assicurazione sui depositi proprio per evitare le note scene di panico delle persone in fila a ritirare i propri risparmi dalla banche, con conseguenti rischi di fallimenti bancari a catena e conseguente disastro economico. Che in Europa, quasi ovunque, si sia deciso di salvare con i soldi pubblici le banche non è un mistero, con modalità diverse e, in alcuni casi, anche perché si trattava di banche pubbliche. Ora lamentarsi con l’Europa perché ha cambiato le regole mi sembra un poco fariseo, prima perché le regole sono state cambiate non dall’oggi al domani e non posso credere chi i nostri politici che le hanno approvate erano così ignoranti, e poi chi ci ha impedito, in tempi non sospetti, di salvare le banche (qualcosa si è fatto ad esempio per MPS), non c’è stato un errore di sottovalutazione politica e anche da parte della dirigenza di alcune banche? 
Quindi, al di la dei tecnicismi, torno sempre sullo stesso tema, abbiamo un classe dirigente (in senso lato) che non mi pare adeguatamente preparata e pronta a rispondere alle sfide nei modi e nei tempi migliori. E dire che non credo che manchino in Italia le intelligenze e la preparazione, ma forse è un problema antico,  se Leonardo da Vinci è morto in Francia, se Marconi ha dovuto emigrare in Inghilterra per applicare le sue scoperte, se Fermi se ne  andato negli Stati Uniti a costruire la prima pila atomica,  a dimenticavo Galilei è rimasto ma è stato arrestato e ha dovuto abiurare le sue idee. 

lunedì 25 gennaio 2016

Dani Rodrik - Economic Rules -The Rights and Wrongs Of The Dismal Science

Il libro che recensiamo oggi è di Dani Rodrik, di cui abbiamo già parlato in un altro post per il suo precedente libro, The globalization paradox.
Il tema del libro, come è scritto nel sottotitolo, è quello di provare a discriminare cosa ci sia di giusto e di sbagliato nella teoria economica, e quindi in ciò che affermano gli economisti. In particolare il libro si concentra sui modelli che sono una delle caratteristiche, per l’autore, più importanti e caratterizzanti la scienza economica. L’accusa è che alcuni economisti abbiano male interpretato il loro ruolo assumendo il loro modello come “il modello” mentre, giustamente, Dani Rordik evidenzia che esistono vari modelli e che ognuno va utilizzato in base al contesto di riferimento. Il problema non è, come affermano alcuni critici della scienza economica, che i modelli siano troppo semplici, anzi la semplicità è un requisito essenziale se si vuole fare scienza. Non sono un problema neanche  le assunzioni irrealistiche in generale, piuttosto se sono irrealistiche le cosiddette assunzioni critiche, quelle correlate direttamente ai risultati, ed in questo l’autore è in contrasto con quanto affermava Friedman che ciò che conta sono solo i risultati. Il compito della scienza economica e dell’economista  è quindi, soprattutto, di selezionare il giusto modello in base alle condizioni specifiche in cui deve essere applicato. L’errore commesso da alcuni economisti recentemente è stato di essere troppo  confidenti in alcuni modelli a scapito di altri. Afferma infatti inoltre:  «L’economia è una scienza sociale il che significa che la ricerca delle teoria e dei  risultati  universali è futile. Un modello è al massimo contestualmente valido». Se la scienza economica ha perso credito è stato appunto per gli eccessi di alcuni economisti in propagandare alcune scelte politiche quando la direzione della vita sociale non può essere predetta, un bravo economista può fare solo predizioni “condizionali”. La scienza economica progredisce anche grazie ad una migliore selezione dei modelli e migliorando la correlazione tra i modelli e il mondo reale. La realtà sociale infatti ammette un grande varietà di possibilità e i modelli economici ci avvertono della estrema diversità degli scenari possibili. L'autore conclude che l’economia (se giustamente intesa) ci fornisce gli strumenti analitici per indirizzare i grandi problemi pubblici del nostro tempo. Ciò che non può fornire è una risposta definitiva e universale,  i risultati forniti dalla scienza economica devono essere comunque combinati e tener conto dei giudizi di valore,  le valutazioni  e la  evoluzione delle tematiche di natura politica, etica e pratica.
In definitiva un libro veramente molto bello, molto ben scritto e di grande equilibrio, che riscatta, in qualche modo, la scienza economica dal discredito in cui è stata condotta  da alcuni economisti. Un libro che dovrebbero leggere tutti gli studenti di economia per acquisire un giudizio più critico, ma anche più sano, sulle materie che studiano.

Aggiornamento quando ho recensito questo libro non era disponibile in italiano adesso (marzo 2016) è disponibile con il titolo Ragioni e torti dell'economia edito da Bocconi editore, quindi è stato tradotto prima di quanto pensassi.

martedì 19 gennaio 2016

Robert Reich - Come salvare il capitalismo -Fazi Editore

Di questo autore, ex segretario del lavoro durante la presidenza Clinton ed economista, abbiamo già parlato in merito al suo altro libro Supercapitalismo in cui illustrava l’evoluzione, o meglio l’involuzione, del capitalismo dal secondo dopoguerra ad oggi. In questo libro si concentra sui difetti del capitalismo attuale.
Nella prima parte mette in evidenza come il vero tema non sia se sia meglio il governo  o il mercato, bensì sulle regole su cui si basa il mercato. 
Le regole fondamentali del mercato sono per l’autore quelle che regolano i contratti, i  monopoli, i fallimenti e, infine, come vengono fatte rispettare le regole stesse. Il problema è  che queste regole sono state negli ultimi tempi sempre più condizionate dai poteri economici forti, grandi imprese e Wall Street, anche a causa della perdita di potere contrattuale dei lavoratori e della classe media. E’ quindi la capacità del potere economico di condizionare a proprio vantaggio le scelte politiche sul funzionamento del mercato, più che l’evoluzione tecnologica o la globalizzazione, a consentire a chi è più ricco di continuare arricchirsi o quelle che l’autore chiama “pre-distribuzioni verso l’alto”. 
E’ necessario quindi che non ci sentiamo vittime di forze di mercato impersonali, il mercato si basa su regole concepite da esseri umani, la sfida non riguarda le dimensioni del governo «bensì per chi e per che cosa opera il governo», cioè lo scopo dovrebbe essere un mercato organizzato a favore di una prosperità diffusa. 
Il punto fondamentale è la creazione o meglio ristabilire una serie di contrappesi, e che noi cittadini «riprendiamo ad usare la nostra voce e  le nostre energie e i nostri voti per riconquistare il controllo economico e politico». In questo l’autore  auspica negli USA  la nascita di un terzo polo, oltre ai tradizionali partiti democratico e i repubblicani.  
Complessivamente un libro molto ben scritto e piacevole da leggere, anche se forse troppo concentrato sulla realtà statunitense, comunque veramente interessante e con molti spunti di riflessione.
P.S  Questo non è il primo libro che leggo in cui si cerca di salvare il capitalismo, mi auguro che nei prossimi qualcuno voglia salvare l’umanità piuttosto che il capitalismo, anche se mi rendo conto che al momento non abbiamo alternative concrete al capitalismo in termini di organizzazione socio-economica della società e che alcune alternative, come quella comunista, si sono rivelate ben peggiori.

sabato 9 gennaio 2016

Le idee dell'economia- L’ utilità marginale e teoria del consumatore: Hermann Gossen

Abbiamo visto, nei precedenti post, come per gli economisti classici l’utilità (valore d’uso) di un bene venga considerata una sua caratteristica essenziale, la loro indagine tuttavia si indirizzava sul valore di scambio andando alla ricerca di un suo fondamento per cosi dire “oggettivo”.

Il grande salto concettuale che caratterizza il pensiero dell’epoca successiva è quello di passare da un punto di vista “oggettivo” ad un punto di vista “soggettivo” (“soggettivismo metodologico” lo definisce Schumpeter).

Mentre nell’economia classica prevale il punto di vista generale, l’analisi degli individui come insieme (classi sociali) e delle dinamiche di sistema, nel periodo neoclassico la focalizzazione è sul singolo, cosiddetto agente economico, in particolare sul consumatore e sulla soddisfazione dei suoi bisogni.
La paternità di tale rivoluzione non è univoca, a questa impostazione e al concetto che verrà in seguito definito come utilità marginale contribuiscono una serie di autori, spesso in maniera indipendente, in più fasi con affinamenti progressivi dei concetti. Su  chi spetti la palma del pioniere vi sono varie correnti di pensiero[1], io farò la scelta di partire da Gossen.
Hermann Heinrich Gossen (1810-1858) fu un economista prussiano, la cui opera rimase a lungo sconosciuta, solo dopo che i concetti di utilità marginale erano stati elaborati in maniera indipendente e principalmente  da Jevons, Menger e Walras, vennero riscoperti i suoi contributi e riconosciuto il loro valore.
Il contributo di Gossen, detta anche prima legge di Gossen, afferma che se si consuma un unità ulteriore o supplementare di un bene (una unità per cosi dire al “margine”), la utilità che se ne ricava o soddisfazione aumenta ma in misura sempre minore, in altri termini l’utilità dell’ultima dose consumata (marginale) di un bene è decrescente[2].
Se proviamo infatti a fare una rappresentazione grafica per rendere più chiaro il concetto, da una parte abbiamo che l’utilità totale (la soddisfazione complessiva), ipotizzando che sia in qualche modo misurabile, è crescente con il consumo del bene, ma la crescita di soddisfazione tende a diminuire sino al punto di non crescere più. D’altra parte, se invece consideriamo gli incrementi di utilità (utilità marginale), ovvero le differenze di utilità/soddisfazione tra due punti vicini, questi risultano diminuire e quindi sono decrescenti all’aumentare del consumo del bene.





Se qualcuno ha studiato  matematica alle superiori ricorda, probabilmente, che quando parliamo di variazioni incrementali di una funzione in rapporto a una variabile stiamo parlando del concetto di derivata e, quindi, l’uso della matematica incomincia a farsi sempre più largo e diventare più importante  all’interno della economia.
Il problema è capire se tale utilità è effettivamente misurabile. Sul tema le posizioni furono molteplici comunque, alla fine, prevalse il concetto che più che determinare un valore assoluto dell’utilità (cosiddetto concetto di  utilità cardinale)  sia più corretto parlarne in termini relativi (concetto di utilità ordinale).
Un esempio di utilizzo del concetto di utilità  è quello dato da un paniere di due beni, dove si cerca di  trovare le combinazioni delle quantità di ciascun bene che hanno pari utilità per un individuo, ad esempio avere 2kg di pane e 1 litro di latte potrebbe essere equivalente in termini di utilità a 1kg di pane e 3 litri di latte.
Se si uniscono  questi punti di pari utilità, dati dalla combinazione delle quantità di due beni che hanno pari utilità per il consumatore, dove le quantità dei beni sono rappresentate sugli assi cartesiani,  si arriva a costruire quelle che vengono definite curve di indifferenza[3].
Inoltre, un ulteriore concetto che dobbiamo a Gossen è quello di bene economico, di cui una delle caratteristiche principali, oltre all’utilità, è quella di scarsità.
Si sviluppa pertanto, in questo contesto, il concetto di “homo oeconomicus”, in cui l’individuo è un agente razionale che cerca di massimizzare la soddisfazione dei suoi bisogni.





[1]Come autori che hanno contribuito per primi al concetto di utilità marginale possiamo citare: Daniel Bernoulli, William Senior e Jules Dupuit e alcune anticipazioni le troviamo anche in autori ancora precedenti.
[2] Banalizzando molto, se siamo assetati il primo bicchiere d’acqua ci darà grande soddisfazione (utilità), i successivi sempre meno fino a quando non ne trarremmo più soddisfazione
[3]La paternità delle curve di indifferenza la si deve ad Edgworth, su cui lavorò successivamente Pareto.