mercoledì 27 gennaio 2016

Banche e bail-in

Oggi vorrei parlare del tema delle banche italiane e del cosiddetto “bail-in”. Su questo è stato scritto moltissimo e ancora si discute sulle possibilità tecniche di gestione delle sofferenze che appesantiscono i bilanci delle banche, con conseguente polemica con la Commissione Europea. Su questi aspetti, di cui ammetto di non essere così ferrato, non parlerò, vorrei fare invece un discorso un poco  più generale a beneficio di coloro che sono meno preparati.
Il sistema bancario, e anche quello finanziario, sono importantissimi in una moderna economia, in particolare il mondo bancario ha lo scopo di connettere il sistema del risparmio privato con il sistema industriale/commerciale (in senso lato dalla grande industria alla piccola attività) che necessita di finanziamenti. Questo lo capiscono tutti anche i meno preparati  e quindi la funzione delle banche risulta importante e delicatissima. Che le banche in Italia, ma anche all’estero, non abbiano svolto bene questo compito non è un mistero, basta pensare alla crisi del 2008 innescata dal sistema finanziario/bancario americano e agli scandali e disastri che abbiamo visto in tutta Europa e di vario genere. Viene da se che l’attività bancaria ha bisogno, per la sua delicatezza, di autorità pubbliche di controllo, in Italia Consob e Banca d’Italia e adesso anche la BCE. Ora se in Italia è successo quello che è successo e si è lasciato che alcune banche arrivassero al fallimento e vendessero le famigerate obbligazioni subordinate a cittadini, più o meno ignari, mi pare evidente che qualcosa non ha funzionato a dovere.
In particolare vorrei fare un partentesi sulla Banca d’Italia (BDI) e la sua indipendenza. Su questo tema esprimo il mio modesto pensiero, sono d’accordo in linea di principio che la BDI sia indipendente dal Governo (Potere Esecutivo), questo perché quest’ultimo potrebbe essere tentato di spingerla ad azioni per motivi strettamente propri (elettoralistici) e non proprio d’interesse generale. Sono invece contrario alla totale indipendenza della banca centrale, proprio per la delicatezza e importanza del suo ruolo per tutta la economia, quindi a mio  parere la banca centrale dovrebbe avere un mandato chiaro ma soprattutto in linea con la Costituzione; per fare un esempio se la Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro, la banca centrale non può occuparsi solo di stabilità monetaria ma dovrebbe anche preoccuparsi della disoccupazione. Quindi dovrebbe essere soggetta al controllo di qualche altro organismo, ad esempio il Parlamento, con modalità da stabilire, affinché sia anch’essa controllata secondo il sano principio del check and balancing. La nostra BDI è un istituzione di grande qualità, con personale di assoluto livello e in genere lo sono stati anche i suoi Governatori, ma non sempre, come la storia ci ha dimostrato. Per quanto riguarda il bail-in anche qui, in linea di principio, non sarebbe sbagliato che i costi degli errori di una banca finiscano per colpire principalmente chi ne ha il capitale di rischio, per evitare i soliti salassi a carico di tutta la comunità. D’altra parte a seguito della crisi del ‘29, si è deciso di stabilire un assicurazione sui depositi proprio per evitare le note scene di panico delle persone in fila a ritirare i propri risparmi dalla banche, con conseguenti rischi di fallimenti bancari a catena e conseguente disastro economico. Che in Europa, quasi ovunque, si sia deciso di salvare con i soldi pubblici le banche non è un mistero, con modalità diverse e, in alcuni casi, anche perché si trattava di banche pubbliche. Ora lamentarsi con l’Europa perché ha cambiato le regole mi sembra un poco fariseo, prima perché le regole sono state cambiate non dall’oggi al domani e non posso credere chi i nostri politici che le hanno approvate erano così ignoranti, e poi chi ci ha impedito, in tempi non sospetti, di salvare le banche (qualcosa si è fatto ad esempio per MPS), non c’è stato un errore di sottovalutazione politica e anche da parte della dirigenza di alcune banche? 
Quindi, al di la dei tecnicismi, torno sempre sullo stesso tema, abbiamo un classe dirigente (in senso lato) che non mi pare adeguatamente preparata e pronta a rispondere alle sfide nei modi e nei tempi migliori. E dire che non credo che manchino in Italia le intelligenze e la preparazione, ma forse è un problema antico,  se Leonardo da Vinci è morto in Francia, se Marconi ha dovuto emigrare in Inghilterra per applicare le sue scoperte, se Fermi se ne  andato negli Stati Uniti a costruire la prima pila atomica,  a dimenticavo Galilei è rimasto ma è stato arrestato e ha dovuto abiurare le sue idee. 

lunedì 25 gennaio 2016

Dani Rodrik - Economic Rules -The Rights and Wrongs Of The Dismal Science

Il libro che recensiamo oggi è di Dani Rodrik, di cui abbiamo già parlato in un altro post per il suo precedente libro, The globalization paradox.
Il tema del libro, come è scritto nel sottotitolo, è quello di provare a discriminare cosa ci sia di giusto e di sbagliato nella teoria economica, e quindi in ciò che affermano gli economisti. In particolare il libro si concentra sui modelli che sono una delle caratteristiche, per l’autore, più importanti e caratterizzanti la scienza economica. L’accusa è che alcuni economisti abbiano male interpretato il loro ruolo assumendo il loro modello come “il modello” mentre, giustamente, Dani Rordik evidenzia che esistono vari modelli e che ognuno va utilizzato in base al contesto di riferimento. Il problema non è, come affermano alcuni critici della scienza economica, che i modelli siano troppo semplici, anzi la semplicità è un requisito essenziale se si vuole fare scienza. Non sono un problema neanche  le assunzioni irrealistiche in generale, piuttosto se sono irrealistiche le cosiddette assunzioni critiche, quelle correlate direttamente ai risultati, ed in questo l’autore è in contrasto con quanto affermava Friedman che ciò che conta sono solo i risultati. Il compito della scienza economica e dell’economista  è quindi, soprattutto, di selezionare il giusto modello in base alle condizioni specifiche in cui deve essere applicato. L’errore commesso da alcuni economisti recentemente è stato di essere troppo  confidenti in alcuni modelli a scapito di altri. Afferma infatti inoltre:  «L’economia è una scienza sociale il che significa che la ricerca delle teoria e dei  risultati  universali è futile. Un modello è al massimo contestualmente valido». Se la scienza economica ha perso credito è stato appunto per gli eccessi di alcuni economisti in propagandare alcune scelte politiche quando la direzione della vita sociale non può essere predetta, un bravo economista può fare solo predizioni “condizionali”. La scienza economica progredisce anche grazie ad una migliore selezione dei modelli e migliorando la correlazione tra i modelli e il mondo reale. La realtà sociale infatti ammette un grande varietà di possibilità e i modelli economici ci avvertono della estrema diversità degli scenari possibili. L'autore conclude che l’economia (se giustamente intesa) ci fornisce gli strumenti analitici per indirizzare i grandi problemi pubblici del nostro tempo. Ciò che non può fornire è una risposta definitiva e universale,  i risultati forniti dalla scienza economica devono essere comunque combinati e tener conto dei giudizi di valore,  le valutazioni  e la  evoluzione delle tematiche di natura politica, etica e pratica.
In definitiva un libro veramente molto bello, molto ben scritto e di grande equilibrio, che riscatta, in qualche modo, la scienza economica dal discredito in cui è stata condotta  da alcuni economisti. Un libro che dovrebbero leggere tutti gli studenti di economia per acquisire un giudizio più critico, ma anche più sano, sulle materie che studiano.

Aggiornamento quando ho recensito questo libro non era disponibile in italiano adesso (marzo 2016) è disponibile con il titolo Ragioni e torti dell'economia edito da Bocconi editore, quindi è stato tradotto prima di quanto pensassi.

martedì 19 gennaio 2016

Robert Reich - Come salvare il capitalismo -Fazi Editore

Di questo autore, ex segretario del lavoro durante la presidenza Clinton ed economista, abbiamo già parlato in merito al suo altro libro Supercapitalismo in cui illustrava l’evoluzione, o meglio l’involuzione, del capitalismo dal secondo dopoguerra ad oggi. In questo libro si concentra sui difetti del capitalismo attuale.
Nella prima parte mette in evidenza come il vero tema non sia se sia meglio il governo  o il mercato, bensì sulle regole su cui si basa il mercato. 
Le regole fondamentali del mercato sono per l’autore quelle che regolano i contratti, i  monopoli, i fallimenti e, infine, come vengono fatte rispettare le regole stesse. Il problema è  che queste regole sono state negli ultimi tempi sempre più condizionate dai poteri economici forti, grandi imprese e Wall Street, anche a causa della perdita di potere contrattuale dei lavoratori e della classe media. E’ quindi la capacità del potere economico di condizionare a proprio vantaggio le scelte politiche sul funzionamento del mercato, più che l’evoluzione tecnologica o la globalizzazione, a consentire a chi è più ricco di continuare arricchirsi o quelle che l’autore chiama “pre-distribuzioni verso l’alto”. 
E’ necessario quindi che non ci sentiamo vittime di forze di mercato impersonali, il mercato si basa su regole concepite da esseri umani, la sfida non riguarda le dimensioni del governo «bensì per chi e per che cosa opera il governo», cioè lo scopo dovrebbe essere un mercato organizzato a favore di una prosperità diffusa. 
Il punto fondamentale è la creazione o meglio ristabilire una serie di contrappesi, e che noi cittadini «riprendiamo ad usare la nostra voce e  le nostre energie e i nostri voti per riconquistare il controllo economico e politico». In questo l’autore  auspica negli USA  la nascita di un terzo polo, oltre ai tradizionali partiti democratico e i repubblicani.  
Complessivamente un libro molto ben scritto e piacevole da leggere, anche se forse troppo concentrato sulla realtà statunitense, comunque veramente interessante e con molti spunti di riflessione.
P.S  Questo non è il primo libro che leggo in cui si cerca di salvare il capitalismo, mi auguro che nei prossimi qualcuno voglia salvare l’umanità piuttosto che il capitalismo, anche se mi rendo conto che al momento non abbiamo alternative concrete al capitalismo in termini di organizzazione socio-economica della società e che alcune alternative, come quella comunista, si sono rivelate ben peggiori.

sabato 9 gennaio 2016

Le idee dell'economia- L’ utilità marginale e teoria del consumatore: Hermann Gossen

Abbiamo visto, nei precedenti post, come per gli economisti classici l’utilità (valore d’uso) di un bene venga considerata una sua caratteristica essenziale, la loro indagine tuttavia si indirizzava sul valore di scambio andando alla ricerca di un suo fondamento per cosi dire “oggettivo”.

Il grande salto concettuale che caratterizza il pensiero dell’epoca successiva è quello di passare da un punto di vista “oggettivo” ad un punto di vista “soggettivo” (“soggettivismo metodologico” lo definisce Schumpeter).

Mentre nell’economia classica prevale il punto di vista generale, l’analisi degli individui come insieme (classi sociali) e delle dinamiche di sistema, nel periodo neoclassico la focalizzazione è sul singolo, cosiddetto agente economico, in particolare sul consumatore e sulla soddisfazione dei suoi bisogni.
La paternità di tale rivoluzione non è univoca, a questa impostazione e al concetto che verrà in seguito definito come utilità marginale contribuiscono una serie di autori, spesso in maniera indipendente, in più fasi con affinamenti progressivi dei concetti. Su  chi spetti la palma del pioniere vi sono varie correnti di pensiero[1], io farò la scelta di partire da Gossen.
Hermann Heinrich Gossen (1810-1858) fu un economista prussiano, la cui opera rimase a lungo sconosciuta, solo dopo che i concetti di utilità marginale erano stati elaborati in maniera indipendente e principalmente  da Jevons, Menger e Walras, vennero riscoperti i suoi contributi e riconosciuto il loro valore.
Il contributo di Gossen, detta anche prima legge di Gossen, afferma che se si consuma un unità ulteriore o supplementare di un bene (una unità per cosi dire al “margine”), la utilità che se ne ricava o soddisfazione aumenta ma in misura sempre minore, in altri termini l’utilità dell’ultima dose consumata (marginale) di un bene è decrescente[2].
Se proviamo infatti a fare una rappresentazione grafica per rendere più chiaro il concetto, da una parte abbiamo che l’utilità totale (la soddisfazione complessiva), ipotizzando che sia in qualche modo misurabile, è crescente con il consumo del bene, ma la crescita di soddisfazione tende a diminuire sino al punto di non crescere più. D’altra parte, se invece consideriamo gli incrementi di utilità (utilità marginale), ovvero le differenze di utilità/soddisfazione tra due punti vicini, questi risultano diminuire e quindi sono decrescenti all’aumentare del consumo del bene.





Se qualcuno ha studiato  matematica alle superiori ricorda, probabilmente, che quando parliamo di variazioni incrementali di una funzione in rapporto a una variabile stiamo parlando del concetto di derivata e, quindi, l’uso della matematica incomincia a farsi sempre più largo e diventare più importante  all’interno della economia.
Il problema è capire se tale utilità è effettivamente misurabile. Sul tema le posizioni furono molteplici comunque, alla fine, prevalse il concetto che più che determinare un valore assoluto dell’utilità (cosiddetto concetto di  utilità cardinale)  sia più corretto parlarne in termini relativi (concetto di utilità ordinale).
Un esempio di utilizzo del concetto di utilità  è quello dato da un paniere di due beni, dove si cerca di  trovare le combinazioni delle quantità di ciascun bene che hanno pari utilità per un individuo, ad esempio avere 2kg di pane e 1 litro di latte potrebbe essere equivalente in termini di utilità a 1kg di pane e 3 litri di latte.
Se si uniscono  questi punti di pari utilità, dati dalla combinazione delle quantità di due beni che hanno pari utilità per il consumatore, dove le quantità dei beni sono rappresentate sugli assi cartesiani,  si arriva a costruire quelle che vengono definite curve di indifferenza[3].
Inoltre, un ulteriore concetto che dobbiamo a Gossen è quello di bene economico, di cui una delle caratteristiche principali, oltre all’utilità, è quella di scarsità.
Si sviluppa pertanto, in questo contesto, il concetto di “homo oeconomicus”, in cui l’individuo è un agente razionale che cerca di massimizzare la soddisfazione dei suoi bisogni.





[1]Come autori che hanno contribuito per primi al concetto di utilità marginale possiamo citare: Daniel Bernoulli, William Senior e Jules Dupuit e alcune anticipazioni le troviamo anche in autori ancora precedenti.
[2] Banalizzando molto, se siamo assetati il primo bicchiere d’acqua ci darà grande soddisfazione (utilità), i successivi sempre meno fino a quando non ne trarremmo più soddisfazione
[3]La paternità delle curve di indifferenza la si deve ad Edgworth, su cui lavorò successivamente Pareto. 

lunedì 4 gennaio 2016

Ha-Joon Chang - 23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo

Di questo autore abbiamo già parlato relativamente al suo precedente libro: Cattivi samaritani, autote che e ' un economista di origine coreana ma che vive e insegna a Cambridge. 
Il titolo rivela chiaramente che il libro è una critica al capitalismo, non in se, ma soprattutto alla versione che ne da la corrente economica neo-liberista. In ognuno dei 23 capitoli cerca di dimostrare come alcuni assunti economici siano anche molto diversi da come ce li presenta la visione liberista. L'elenco è molto lungo ne citerò solo alcuni: il ruolo del libero mercato e dello Stato in economia, in particolare la efficienza del primo e le disfunzioni del secondo; che i ricchi siano sempre i più bravi e intraprendenti al contrario dei poveri (intesi anche come nazioni); che le aziende sono sempre più efficienti e che i manager sono molto ben pagati perché raggiungono dei buoni risultati.
Le critiche sono ben argomentate e mettono in luce come, spesso, la realtà sia anche molto diversa da come viene dipinta e possa apparire.  Complessivamente è un libro scritto molto bene e con grande chiarezza espositiva, che si legge quindi facilmente e con grande piacere.

Mark Buchanan - Previsioni

L'autore del libro che recensiamo oggi è un fisico e divulgatore scientifico, in questo suo ultimo libro si dedica alla economia. Il titolo prende spunto dalle previsioni meteorologiche, dove la scienza della meteorologia ha fatto enormi progressi nel riuscire a prevedere gli eventi atmosferici, pur essendo la dinamica degli elementi che caratterizzano l'evoluzione del tempo meteorologico estremamente complessi. L'autore si domanda perché anche l'economia non sia  riuscita, nonostante la enorme mole di sforzi e di studi, ad arrivare ad una analoga capacità di previsione dei fenomeni economici? La risposta per Buchanan è che gli studi economici si sono diretti, soprattutto negli ultimi anni, nella direzione sbagliata. In primo luogo critica l'approccio basato sull'equilibrio, quando i sistemi economici sono, oltre ad essere estremamente complessi, anche molto dinamici. Inoltre, nei sistemi complessi composti da molte parti interagenti, le dinamiche possono non avere niente a che fare con la natura delle parti stesse e, in aggiunta, critica anche le ipotesi dei modelli economici basati su assunzioni troppo semplificate dei comportamenti individuali. Un ulteriore elemento di critica è relativo  alla ipotesi dei mercati efficienti, a partire dalla sua definizione, ma in particolare perché il cosiddetto aumento di  efficienza può condurre a situazioni decisamente molto instabili e potenzialmente catastrofiche. Nel libro l'autore cita molti studi ed elaborazioni a sostegno delle sue tesi e riporta, inoltre, molti casi di eventi finanziari non spiegabili dalle teorie economiche tradizionali.
Alla fine del libro conclude auspicando che la economia, invece di elaborare teorie economiche matematicamente molto complesse ma poco realistiche, prenda piuttosto spunto dalla atteggiamento più pragmatico della scienza come nel caso delle previsioni meteoreologiche. 
Il libro è scritto in maniera divulgativa anche se non sempre di facile comprensione, comunque è ricco di argomentazioni ed esemplificazioni molto interessanti.

mercoledì 23 dicembre 2015

Le idee dell'economia: La teoria del valore e del plusvalore e ciclo economico-Karl Marx


Karl Marx nacque in Germania, dove si laureò in filosofia. Dedicò inizialmente  la sua vita al giornalismo e, successivamente, alla attività politica  e pubblicistica. A causa delle sue idee girovagò come esule per l’Europa, vivendo a Parigi per un lungo periodo, ma trascorse la parte finale della sua vita a Londra dove scrisse le sua opera principale: Il Capitale[1].
Parlare di Marx è indubbiamente difficile, il suo pensiero molto caratterizzato politicamente è stato oggetto o di grande entusiasmo sino alla mitizzazione da parte dei suoi fautori, e di feroci critiche e attacchi da parte degli avversari. Il suo pensiero e la sua opera, comunque, hanno innegabilmente e pesantemente influito per oltre un secolo sulle vicende storiche europee e mondiali. Forse solo adesso, dopo la caduta dell’Impero Sovietico e la trasformazione economica della Cina, è possibile parlarne in maniera più distaccata.
Marx fu, come accennato, non solo un economista ma anche un filosofo, un sociologo, uno storico e un rivoluzionario, pertanto una trattazione completa della sua opera esula degli scopi di questo testo e quindi ci soffermeremo soprattutto, ben consci dei limiti di tale approccio,  sugli aspetti economici del suo pensiero.[2]
Se da un punto di vista politico fu un rivoluzionario, dal punto di vista economico  il suo pensiero viene comunque inserito, dalla maggioranza degli storici economici, all’interno della economia classica.
Per quanto attiene la sua teoria del valore, si può dire che riprende essenzialmente quella di Ricardo, infatti, la sua è una teoria del valore-lavoro. La teoria del valore-lavoro di Marx è molto più articolata e complessa di quella di Ricardo, pertanto  qui ci limiteremo a una sintesi dei principali aspetti.
Il valore di una merce per Marx è la somma di tre componenti. Il costo dei mezzi di produzione,  che  sono comunque lavoro (lavoro morto lo definisce), il quale  viene pagato in anticipo dal capitalista che, d’altra parte, anticipa il pagamento del lavoro (salario), seconda componente. La terza componente è quella che Marx definisce plus-lavoro. Questa è la parte del lavoro che viene impiegata nella produzione ma non viene pagata ai lavoratori, in quanto il capitalista retribuisce  solo una parte del lavoro[3] impiegato nel processo produttivo. Questa componente, quindi,  rappresenta un’appropriazione del capitalista, ovvero un vero e proprio sfruttamento dei lavoratori.
La teoria del valore di Marx può quindi essere così sintetizzata:

Valore della merce = mezzi di produzione + salario + plusvalore.
I mezzi di produzione vengono  definiti anche come capitale costante (C), mentre il salario pagato, che è comunque anticipato come capitale, viene definito come capitale variabile (V), quindi in sintesi:

Valore della merce = C+V+S ( dove S è il plus-valore).
Marx definisce composizione organica del capitale il rapporto C/V tra capitale costante e variabile, e come saggio di profitto (S/C+V), il rapporto tra guadagno (plusvalore) e capitale anticipato totale.
Con alcuni  passaggi matematici[4] si può  dimostrare che, date queste relazioni, il saggio di profitto è inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale e quindi, se aumenta la composizione organica del capitale, diminuisce il saggio di profitto.
La teoria del valore di Marx, anche se più articolata di quella di  Ricardo, rimane una teoria del valore-lavoro. La differenza è che Marx, in base alla  sua definizione, arriva a dimostrare che il sistema capitalistico fa sì  che il capitalista stesso divenga  espropriatore di una parte del lavoro della classe lavoratrice, pertanto la sua  conclusione è che per porre  fine a questa espropriazione, «sfruttamento dell’uomo sull’uomo», è necessario passare a una società i cui mezzi di produzione siano collettivi.
Uno degli aspetti più  innovativi e con ricadute più importanti negli sviluppi successivi è quella  parte del pensiero di Marx che tratta dello sviluppo economico o, in altri termini, del ciclo economico.
Il punto di partenza è la spinta, nella società industriale, alla concorrenza che determina la ricerca costante, da parte dei capitalisti, della introduzione di nuove tecnologie e modalità produttive per espandere  la produzione e aumentare i profitti. Marx asserisce che la “composizione organica del capitale” tende a crescere, data la spinta ad accrescere la produttività. Questo aspetto sembrerebbe contrastare  con la precedente relazione che afferma che il saggio di profitto tende a decrescere con l’aumentare della composizione organica. Per spiegare questa apparente contraddizione Marx, nel III capitolo  del Capitale[5], ricorre alla teoria dei prezzi di produzione. La teoria si basa sulla ipotesi che il saggio di profitto e il saggio di sfruttamento[6] per effetto della concorrenza siano uniformi in tutta l’industria.
Si può dimostrare in base a queste ipotesi (vedi nota [7]) che le industrie con una maggiore composizione organica sono proprio quelle che riescono ad ottenere i prezzi (di produzione) più alti e quindi un  profitto maggiore.
A questo punto possiamo illustrare la sua teoria del ciclo economico. In una prima fase l’aumento della produzione conduce a una richiesta di maggiore mano d’opera con conseguenti richieste di aumenti salariali. Tale aumento di costi, e quindi di prezzi, conduce i capitalisti a introdurre ulteriori miglioramenti produttivi e pertanto ad un aumento della composizione organica che, a sua volta, tende a fare uscire mano d’opera dal processo produttivo e a ingrossare le fila di quello che Marx definisce «l’esercito dei lavoratori di riserva».
Marx chiarisce che all’interno dello scenario economico agiscono più “forze antagoniste”[8] che possono contrastare nel breve periodo queste tendenze, di fatto si hanno una serie di cicli economici con fasi di aumenti di produzione, aumenti di meccanizzazione produttiva e con crisi di sovrapproduzione.
La tendenza (Marx infatti afferma  che la legge della caduta dei profitti è tendenziale) come abbiamo visto è  di un continuo aumento della composizione organica del capitale che porta alla diminuzione del saggio di profitto, cosiddetta “legge tendenziale della caduta del profitto”, il risultato finale e irreversibile è quello che porta alla concentrazione del capitale e all’impoverimento della classe lavoratrice, e che deve quindi condurre alla caduta del sistema capitalistico con la sua sostituzione con un sistema comunista.
Più precisamente, in una prima fase, si avrebbe la cosiddetta “dittatura del proletariato”, in cui verrebbe attuata la socializzazione dei mezzi di produzione; a questo periodo, una volta abolita la proprietà e quindi anche le classi, sarebbe seguita una società che non avrebbe avuto più necessità dello Stato.
L’opera di Marx è di per sé molto vasta, se a ciò aggiungiamo gli scritti successivi, dei fautori e dei critici, la quantità di documentazione  diventa sterminata, è evidente che non è possibile con i brevi cenni che ho esposto  dare delle sue teorie una rappresentazione esaustiva.
Certo è che l’opera di Marx risulta al tempo stesso “grandiosa” e “seducente”. Grandiosa perché fa rientrare in un disegno complessivo e razionale aspetti economici, storici e sociologici. Seducente perché presenta ad una classe, indubbiamente all’epoca sofferente e maggioritaria, un destino storico eroico e irreversibile. Se a questo uniamo una capacità ed efficacia di linguaggio, appare evidente come le sue teorie, con la loro carica “messianica”, abbiano avuto così presa e diffusione («Marx è un profeta» afferma Schumpeter [9]).
Altrettanto numerosi e forti sono stati, comunque, gli avversari con critiche, sia di natura politica che strettamente tecnica. Ci limiteremo solo ad alcune osservazioni e solo sugli aspetti strettamente tecnico-economici.
La sua teoria del valore, come anche quelle degli altri autori citati, è stata criticata sul piano tecnico e logico, ed in particolare vedremo più avanti i risultati sul tema dell’analisi di Sraffa.
Per quanto riguarda la previsione di un continuo impoverimento delle classi lavoratrici, questa non è avvenuta, così come predetto da Marx, e neanche la conseguente e inevitabile caduta del sistema capitalistico che, comunque, ha  indubbiamente attraversato crisi profonde come vediamo tra l’altro attualmente.
Se analizziamo poi gli esperimenti di “socialismo reale” che sono stati attuati, questi si sono realizzati  in società prevalentemente agricole e poco sviluppate industrialmente, contrariamente a quanto ipotizzato da Marx:

Il marxismo [...] predisse che il capitalismo avrebbe portato ad una miseria sempre crescente [...] e che ciò sarebbe accaduto, prima che altrove, in nazioni tecnicamente più sviluppate [...] sennonché la (cosiddetta) rivoluzione socialista si ebbe la prima volta in una delle nazioni tecnicamente più arretrate[10].

Per concludere, questo rapido e sintetico accenno alle teorie di Marx, non si può comunque negare la importanza e rilevanza delle sue idee nella storia del pensiero economico, come hanno riconosciuto anche i più critici, come Karl Popper: «La scienza progredisce attraverso tentativi ed errori. Marx tentò, e benché abbia sbagliato nelle dottrine fondamentali, non ha tentato invano. Egli ci ha aperto gli occhi e ce li ha resi più acuti in molti modi»[11].









[1] K.Marx, Il Capitale, Critica dell’Economia Politica, Editori Riuniti, Roma,1964.
[2] Lo storico Mark Blaug sostiene, comunque in, Great Economists before Keynes, che la opera di Marx è principalmente un’opera economica.
[3]Marx per precisione fa una distinzione sottile tra ”forza-lavoro”, capacità potenziale dei lavoratori di dispiegare il lavoro, che è la “merce” che acquistano i capitalisti, e il “lavoro” inteso come lavoro effettivamente svolto nel processo produttivo. Per Marx inoltre, come per tutti gli economisti classici, i lavoratori vengono pagati al “livello di sussistenza” cioè  al livello in grado  di garantire i loro bisogni e  mantenersi in grado di lavorare, livello che risulta dipendente dalle condizioni storiche.
[4] Saggio di profitto = S/C+V, se dividiamo numeratore e denominatore per V otteniamo S/V/q+1 , ove q=C/V ovvero la composizione organica del capitale.
[5]Tale parte del Capitale fu terminata dopo la morte di Marx a cura di Engels, suo amico, compagno di lotta e benefattore
[6] Il saggio di sfruttamento è il rapporto tra plusvalore e capitale variabile S/V.

[7] Grazie a questa teoria, Marx, dimostra che il  prezzo a cui si vendono le merci non è esattamente il valore definito dalla teoria del valore (!), ma  determinato dal  costo di produzione (C+V), a cui si aggiunge una quota di guadagno che è proporzionale al profitto medio o prevalente  dell’intera industria (R), il prezzo di produzione risulta quindi essere = C+V+R*(C+V), dove C capitale costante, V capitale variabile e R è il profitto medio o prevalente nell’industria. Esempio in tabella seguente.

[8]  Come “forze antagoniste” possiamo citare l’aumento dell’orario di lavoro che aumenta il “plusvalore”, o l’aumento di produttività e quindi diminuzione dei costi nel settore, ad esempio, di produzione dei macchinari (capitale costante).
[9] A.Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Etas, Milano,2001.
[10] K.Popper, The philosophy of Karl Popper, The library of living philosophers, Open Court Publishing Co,U.S., 1977, II vol.
[11]  K.Popper, La società aperta, Armando, 1996, cap. II, pp. 414-415 .